I n un mondo che si dice complesso e complicato, difficile da comprendere e
attraversato da radicali contraddizioni non fa per nulla male recuperare la
figura di un eclettico per eccellenza, sempre in disaccordo con il mondo e in
particolare con sé stesso, ma capace di intuizioni che hanno rivoluzionato la
cultura contemporanea e in particolare quella cinematografica, di cui fu il più
grande pioniere e teorico.
La figura di Sergej Ejzenštejn è infatti complessa, stratificata e capace di far
perdere al lettore ogni riferimento plausibile; Ejzenštejn fu tutto il cinema
moderno e la sua negazione, fu rivoluzionario e conformista, eretico e
allineato. Definire quindi semplicemente Ejzen. Opera buffa (2026, traduzione di
Claudia Zonghetti) come una biografia romanzata appare quasi un’ingenuità
rispetto al lavoro di scavo e decrittazione compiuto negli anni dalla scrittrice
tatara Guzel´ Jachina sulla vita del grande genio lettone. Jachina è autrice di
tre romanzi di cui due già tradotti in italiano, Zuleika apre gli occhi (2017) e
Figli del Volga (2021), che affrontano la storia russa e il suo rapporto con la
rivoluzione d’ottobre e in particolare con l’ideologia sovietica che porrà una
sorta di tappeto (polveroso) sulle diversità dei popoli, che si ritroveranno,
più ancora che con lo zar, sotto il dominio di un unico potere.
> La bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel riuscire a
> trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che insieme al
> mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al romanzo
> una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi.
Scavare e riportare alla luce la molteplicità di quel mondo che da Occidente
appariva (e appare ancora oggi purtroppo) oltre che inscalfibile, vergato solo
di rosso è una delle qualità che più definiscono l’agire letterario di Guzel´
Jachina, a cui si aggiunge nel caso di Ejzen. Opera buffa una capacità mimetica
straordinaria, che riprende in altro modo i concetti visivi del regista di Riga
per riposizionarli sulla pagina scritta. Non va infatti immaginato il romanzo
come una classica ricostruzione biografica con l’aggiunta di elementi
sentimentali, anzi la bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel
riuscire a trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che
insieme al mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al
romanzo una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi: “la
macchina da presa di Tisse valicò ‒ letteralmente, nel senso fisico del temine ‒
i limiti abituali della cinematografia . Prese il volo. Un volo precipitevole e
bizzoso. Si librava sopra le teste delle persone, si avvicinava per fissarle, si
allontanava godendosi la plasticità del fiume umano che scorreva giù per la
scalinata del porto fino alla riva”.
Far esplodere il cinema, urla come fosse un obbligo necessario Vertov. Il grande
schermo bianco viene immerso nella medesima ondata popolare della rivoluzione.
Il senso per la massa, l’uomo massa che sembra cogliere per la prima volta nella
storia il senso della propria appartenenza. Un urlo diffuso, un piacere
ancestrale, una liberazione voluta e inseguita per millenni che coglie ora la
gioventù agli albori del Novecento. Difficile aderire alla realtà e anche a
molta retorica successiva e non avvertire il senso di un movimento superiore che
fu nell’anima delle persone e che Sergej Ėjzenštejn arriva a portare su schermo
con una forza mai vista fino ad allora. Difficile anche non credere alla
rivoluzione quando la rivoluzione appare al cinema. Difficile non farsi attrarre
da un movimento che si mostra superiore e determinato, un glorioso avanzare. Un
sole dell’avvenire che non fu solo frutto di ideologia, ma che fu un sentimento
capace di coinvolgere e far desiderare.
Ed è nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende
forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente
sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la
generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante. Così ecco che
dal piacere, dal godimento prende corpo una paura panica nuova. Un terrore che
sembra appartenere a secoli passati e che invece rimbomba ora nelle sale delle
torture e degli interrogatori: “Pianse anche Ejzen, impalato in corridoio, in
mutande e a piedi nudi; e non erano le lacrime isteriche che quietano l’anima,
ma quelle amare degli adulti, quelle che l’anima la prosciugano e fanno stare
ancora peggio”.
> È nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende
> forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente
> sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la
> generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante.
Il risveglio è terribilmente feroce, ma non c’è via di scampo possibile, non
esiste la fuga, ma un ostinato stare, un presente che diviene assoluto
all’interno di una lotta nuova. Nel mezzo una nuova possibilità, la chiamata di
Hollywood, allora ancora in cerca d’identità e soprattutto pronta a tutto pur di
assicurarsi i più grandi registi dell’epoca. Il contratto è ricchissimo, ma le
divergenze sono, se possibile, anche maggiori e tutto s’interrompe nell’arco di
un anno. Per Ejzen arriva il soggiorno in Messico, il tentativo di un
documentario che verrà bruscamente interrotto dalla chiamata di Stalin, la
richiesta ‒ inappellabile ‒ è quella di fare ritorno subito a Mosca. Complice il
suo girovagare in Occidente, ormai Ejzen è inviso al regime, la sua fortuna
inizia ad abbandonarlo e la sua libertà creativa viene messa continuamente in
discussione, fino allo sfinimento, fino a lasciarlo sempre più ai margini,
malato e fragile:
> Dopo l’infarto alla Casa del Cinema, Ėjzenštejn vive altri due anni, ma lui
> per primo non riesce a chiamarli vita. È sopravvivenza, niente di più. È
> l’epilogo di un romanzo. Come quando, a riprese ultimate, l’attore non riesce
> a uscire dal ruolo e resta nel personaggio per qualche minuto ancora, pur
> rendendosi conto che lo “Stop!” finale è già risuonato e la telecamera è ormai
> spenta.
Guzel´ Jachina s’inscrive nel solco di una letteratura storica contemporanea che
però sceglie l’immedesimazione critica alla ricostruzione strettamente
cronologica degli eventi, che qui risultano deformati non tanto nei fatti, ma
nell’ottica. Un’espansione che in questo caso traduce in pagina la teoria
cinematografica di Ejzen. Un gioco capace di sedurre il lettore, ma che al tempo
stesso ‒ riducendo al minimo ogni elemento didascalico ‒ risulta capace di
offrirgli un campo di visione amplissimo, che va dal carattere alle idee,
all’umanità intrecciata a un’intimità svelata e a una visione politica e
pubblica di sé e della sua arte. Un lavoro che richiede precisione e uno scavo
d’archivio approfondito insieme a un’ossessione e a un legame affettivo profondo
con il protagonista da parte dell’autrice, da cui necessariamente deve poi
distaccarsi una volta messo in pagina.
Ed è qui che prende forma un movimento di rispecchiamento dentro al quale
inevitabilmente risultano coinvolti anche i lettori. Una letteratura che va ben
oltre la narrativa storica e i suoi appiattimenti e che regala personaggi
letterari inediti pur originandosi da figure storiche, similmente a quanto
accade nei libri di Jean Echenoz o di Edgardo Franzosini. Impossibile non
restare così sedotti da una delle figure più enigmatiche e geniali del
Novecento, la cui vita non andò oltre i cinquanta anni e che oggi ‒ a quasi
ottanta anni dalla sua scomparsa ‒ appare vivida e centrale per comprendere la
crisi che sembra attraversare quel mondo come il nostro: “Pensi di farcela tu,
di cavartela, di scamparla? Di essere l’unico che riuscirà? Provaci”.
L'articolo Ejzen. Opera buffa di Guzel´ Jachina proviene da Il Tascabile.
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S colaresche ciarliere, turisti provenienti da tutto il mondo, bambine e bambini
che sfuggono dalle mani dei genitori, impazienti di ciò che li attenderà.
Nonostante il caos, l’ingresso del Natural History Museum di Londra mantiene la
sua solennità, in un’atmosfera che si manifesta appieno quando la visitatrice o
il visitatore alza lo sguardo al di sopra della scalinata, lì dove sorge la
statua di Charles Darwin. Terminato dallo scultore Joseph Edgar Boehm nel 1885,
tre anni dopo la morte dello studioso, questo monumento celebra “uno di quei
rari ministri e interpreti della natura i cui nomi segnano epoche nel progresso
della conoscenza naturale”, come lo descriveva Thomas Huxley, a quel tempo
presidente della Royal Society, che forse ricordava ancora il peso del feretro
sorretto durante i funerali. Le emozioni evocate dal marmo candido e dalla cifra
neoclassica dell’opera si diradano man mano che ci si avvicina alla scultura. Le
gambe incrociate, una mano che stringe le dita dell’altra, gli occhi che
guardano altrove. Si coglie una particolare inquietudine, la stessa rivelata
nelle pagine di L’evoluzionista riluttante. Il ritratto privato di Charles
Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzione dello scrittore e divulgatore
scientifico David Quammen, libro apparso per la prima volta nel 2008 e
ripubblicato nel 2025 con un’introduzione di Telmo Pievani.
> Quammen lascia da parte le peripezie di Darwin in viaggio sul Beagle, per
> condurci attraverso un’avventura meno nota e più privata: la lunga e
> tormentata elaborazione della sua teoria e del volume che la portò nel mondo.
Quammen racconta di essere stato inizialmente poco convinto della necessità di
imbarcarsi nella scrittura di una nuova biografia su Charles Darwin: chi lo
aveva preceduto ‒ tra cui Janet Browne con i suoi due tomi Charles Darwin:
Voyaging e Charles Darwin: The Power of Place, e Adrian Desmond e James Moore
con Darwin: The Life of a Tormented Evolutionist ‒, aveva già ampiamente
trattato la vita e le opere del padre della teoria dell’evoluzione. L’editore
James Atlas fugò i dubbi dello scrittore replicando che le biografie precedenti
avrebbero dovuto essere la sua fonte e non i suoi potenziali concorrenti. Ciò
che gli chiedeva era un saggio conciso e letterario, più che didattico. Atlas
ebbe una buona intuizione. L’evoluzionista riluttante lascia da parte le
peripezie di Darwin in viaggio sul Beagle, per condurci attraverso un’altra
avventura: l’elaborazione della sua teoria e la scrittura e pubblicazione di
L’origine delle specie, la cui prima edizione vide la luce nel 1859. L’autore
non ci trascina in una serie di date, luoghi ed eventi: ci accompagna in
un’indagine interiore basata su numerose fonti, tra cui i corposi scambi
epistolari e gli scritti personali.
Il libro è suddiviso per intervalli temporali: parte dal 1837, poco dopo il
ritorno a Londra dalla spedizione nell’Oceano Pacifico, quando Darwin era ancora
un giovanotto “ambizioso, intellettualmente ridestatosi da una post-adolescenza
sonnolenta e animato da grandi aspettative”, per arrivare all’anno della sua
morte, il 1882, con una moglie, dieci figli, una logorante stanchezza e sei
edizioni del libro che cambiò per sempre la nostra conoscenza e percezione della
vita sulla Terra. A differenza del monumento di cui sopra, il Charles Darwin
svelato dalla penna di David Quammen è tutt’altro che solido e forte, ma al pari
di una statua ‒ e di qualsiasi essere umano ‒ mostra luci e ombre.
> L’idea che Darwin covava non era solo rivoluzionaria, per l’epoca, era anche
> pericolosa: non esisteva alcun disegno superiore, l’universo era governato da
> leggi, non dal capriccio divino, e la trasmutazione delle specie per selezione
> naturale è una di queste.
Tra le parole dell’opera scorgiamo un uomo ambizioso in preda a insicurezze e
ansie, generoso e calcolatore, razionale ma pronto a credere alla
pseudomedicina, riservato e al contempo in cerca di gloria. Una tempesta
interiore che lo consumerà a fondo per oltre quarant’anni, tanto che fino alla
fine dei suoi giorni soffrirà di tachicardia, nausea, accessi di vomito, mal di
testa e di “una flatulenza fuori dalla norma”. La sua carriera cominciò nel
1837, prima come geologo e scrittore, poi allargandosi alle scienze naturali.
Durante questi anni, in cui gli vennero tributati i primi riconoscimenti da
parte della comunità scientifica e che trascorse all’insegna di una certa
mondanità (che abbandonò piuttosto presto), covò segretamente un’idea pericolosa
e rivoluzionaria. Davanti all’estrema varietà di animali che aveva osservato e
che stava studiando, non poté più mentire a sé stesso. Non c’era nessun
“orologiaio”, come supposto dalla teologia naturale di William Paley, nessun
architetto aveva progettato gli esseri viventi che popolano il nostro pianeta.
Già altri avevano ipotizzato che le specie non fossero immutabili, in questo
caso, però, si trattava di compiere un passo ulteriore. Come scrive Quammen:
“L’idea che Darwin stava suggerendo andava oltre la selezione naturale:
l’universo è governato da leggi, non dal capriccio divino, e la trasmutazione
delle specie per selezione naturale altro non è che una di queste leggi”. Lo
stesso Darwin confidò al botanico Joseph Dalton Hooker, suo amico e
collaboratore, che affermare che le specie mutassero nel tempo sarebbe equivalso
a confessare di avere commesso un assassinio. Aveva ragione: in questo modo
stava uccidendo Dio e, soprattutto, quell’afflato divino che separa l’essere
umano dagli altri animali. È questo il motivo per cui Charles Darwin impiegò più
di vent’anni per condividere le sue scoperte?
> Darwin sapeva che affermare che le specie mutassero nel tempo equivaleva a
> confessare un assassinio: quello di Dio, e dell’afflato divino che a lungo
> aveva separato l’essere umano dagli altri animali.
Quammen vaglia le diverse ipotesi e lo fa osservando da vicino la vita del
naturalista inglese. L’autore ci mostra Darwin mentre annota le proprie idee sui
piccoli taccuini che nasconde nella giacca, oppure durante le attività
quotidiane, impegnato a inviare lettere a colleghi, conoscenti e perfetti
sconosciuti per raccogliere campioni e informazioni provenienti da tutto il
mondo. Per pagine e pagine ci troviamo a seguire il protagonista lungo gli anni
di attenta ed estenuante classificazione dei cirripedi, una sottoclasse di
Crostacei tra cui ci sono i più conosciuti balani. Quello che poteva sembrare un
lavoro noioso e di poca rilevanza, è stato in realtà un allenamento fondamentale
per imparare a osservare le innumerevoli variazioni tra popolazioni di questi
strani animali e capire quanto la tassonomia fosse una questione di genealogia e
non di metafisica; inoltre contribuì ad accrescere l’autorevolezza dell’autore,
cosa fondamentale quando si è sul punto di proporre una teoria rivoluzionaria.
Ma Quammen non si limita a raccontare uno scienziato: Charles Darwin è anche un
marito innamorato che non vuole ferire con il proprio materialismo la
cattolicissima moglie, e cugina, Emma Wedgwood; è un padre addolorato che perde
Annie, la figlia prediletta, a soli dieci anni; è un uomo curioso che ama le
piccole cose, come la quotidianità in campagna, la routine e una manciata di
tabacco da fiuto.
> Se il Darwin naturalista aveva una motivazione scientifica per non credere in
> un dio, il Darwin uomo covava una convinzione più intima: un essere divino non
> potrebbe permettere che una bambina di dieci anni muoia tra atroci sofferenze,
> come era successo alla sua Annie.
In un gioco di incastri, cause ed effetti, l’autore mostra come le scelte
professionali di Darwin debbano molto alle sue vicissitudini e al suo
temperamento. La sua riluttanza era alimentata dall’insicurezza, dal desiderio
di tranquillità, dal timore di mandare in frantumi un confortevole status quo.
Finché la paura di perdere la pace non si trasformò nel terrore di essere
superato, quando Alfred Russell Wallace, commerciante di animali di umili
origini e fondatore della biogeografia, mostrò di essere quasi giunto alle sue
stesse conclusioni. E se il Darwin naturalista aveva una motivazione scientifica
per non credere in un dio, il Darwin uomo covava una convinzione più intima: un
essere divino non potrebbe permettere che una dolce bambina muoia soffrendo,
come era accaduto ad Annie. Darwin confermerà questa sua riflessione anche nella
lettera del 1860 indirizzata al botanico Asa Gray:
> Io non riesco a vedere, con la stessa semplicità di altri, le prove del
> disegno e della benevolenza divini tutt’attorno a noi. Mi sembra che nel mondo
> vi sia troppa miseria. Non riesco a persuadermi del fatto che un Dio benevolo
> e onnipotente abbia creato di proposito gli Ichneumonidae con la precisa
> intenzione che si nutrissero del corpo dei bruchi ancora vivi, divorandolo
> dall’interno, o che un gatto dovesse giocare con i topi.
Se siamo qui ancora oggi a parlare di Charles Darwin è anche perché, come
ricorda David Quammen, c’è ancora molta strada da fare nella comprensione
pubblica dell’evoluzione. Raccontare Darwin non significa solo esercitare la
memoria storica, ma è un modo efficace per rendere accessibili i meccanismi
dell’evoluzione a chi ancora non li conosce o non li accetta pienamente. Se
diamo uno sguardo ai sondaggi aggiornati al 2024 dell’organizzazione
statunitense GallUp, una parte consistente degli americani intervistati non
crede nella teoria dell’evoluzione: il gruppo più ampio, che si attesta al 37%
dei partecipanti, è quello dei “creazionisti puri”, convinti che Dio abbia
creato gli esseri umani nella forma attuale negli ultimi 10.000 anni, il 34%
crede che l’evoluzione sia stata guidata dalla divinità e il 24% accetta che gli
esseri umani si siano evoluti da altre forme di vita nel corso di milioni di
anni, senza il coinvolgimento divino. In Europa la situazione è differente, con
il 74% dei partecipanti a una ricerca della BBVA Foundation secondo cui gli
esseri umani si sono evoluti a partire da specie animali precedenti e il
rimanente 26% che afferma che siamo stati creati da Dio più o meno nella forma
odierna.
> Leggere la storia di Charles Darwin oggi non significa solo esercitare la
> memoria storica, è anche un modo efficace per rendere accessibili i meccanismi
> dell’evoluzione a chi ancora non li conosce, o non li accetta pienamente.
Eppure, leggendo L’evoluzionista riluttante, diventa chiaro che l’importanza
della storia di Charles Darwin risiede proprio, come evidenzia Telmo Pievani
nella sua introduzione, in quella coralità presa in prestito dallo scrittore e
drammaturgo William Faulkner, che rende ai nostri occhi evidente l’impresa
scientifica come opera umana e collettiva. È il procedere per prove ed errori,
il confronto, il vaglio della comunità scientifica, la curiosità, l’ambizione,
il progresso che modifica e amplia le conoscenze tanto faticosamente
conquistate. “Nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes”, siamo come
nani sulle spalle dei giganti, sosteneva nel Medioevo Bernardo di Chartres
(ripreso da Isaac Newton secoli dopo).
Tornando con la mente alle sale del Natural History Museum di Londra e
immaginando di dare le spalle alla statua di Darwin, la vastità e la varietà
delle collezioni e il numero delle persone che quotidianamente le visitano
rendono palpabile questa eredità comune. Da questa prospettiva risuonano le
parole che chiudono L’origine delle specie:
> Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue molte
> capacità, che inizialmente fu data a poche forme o ad una sola e che, mentre
> il pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità, si è
> evoluta e si evolve, partendo da inizi così semplici, fino a creare infinite
> forme estremamente belle e meravigliose.
L'articolo L’evoluzionista riluttante di David Quammen proviene da Il Tascabile.
L’ Italia ha trasformato radicalmente negli ultimi trent’anni il proprio
rapporto con il crimine organizzato. Si è infatti passati da una forma di totale
rimozione, di omertà, a una forma di narrazione estesa, frutto certamente del
coraggio di chi ha saputo raccontare la mafia andando oltre la stretta cronaca,
definendone i confini sociali e antropologici, ma anche dei mutamenti generati
dalle stragi di Capaci e di Via d’Amelio a Palermo. Quelle stragi, figlie di una
strategia inedita da parte della mafia, hanno prodotto una reazione civile, ma
soprattutto un mutamento emotivo nella società.
La mafia, la camorra e il crimine organizzato in generale riflettono infatti un
carattere più ampio da cui nessuno si può sentire realmente escluso. Non si
tratta più solo del fare crimine, ma di una visione della società e di una
cultura nazionale da cui nessun camorrista o mafioso è estraneo, ma di cui anzi
è parte fondante nel concepire la propria struttura gerarchica, la propria
famiglia, ma anche nell’essere parte dell’elaborazione di quella idea di società
civile che coinvolge evidentemente ogni cittadino.
> In Donnaregina la pratica è quella di una poetica romanzesca con cui Ciabatti
> scioglie una biografia in un’autobiografia, esaltando le contraddizioni del
> criminale e affiancandole alla complessità narcisistica e tormentata
> dell’autrice.
Il crimine organizzato non è una struttura separata e autarchica, ma è una
ramificazione che arriva idealmente a toccare ognuno di noi stringendoci in un
legame di comune ‒ per quanto rada e ovviamente riluttante ‒appartenenza. Ed è
tentando di coniugare un’idea di scrittura con un’idea di sé stessa che Teresa
Ciabatti accetta di raccontare la vita di uno dei più temibili boss della
camorra napoletana, Giuseppe Misso e lo fa costruendo una vera e propria
inchiesta giornalistica fatta di continui colloqui con il boss e di ricerche sul
passato, a partire da una scoperta di Napoli da lei mai visitata prima. Questa
almeno è l’apparenza con cui si presenta il romanzo Donnaregina (2025), in
realtà la pratica è quella di una poetica romanzesca con cui Teresa Ciabatti,
come pochi, scioglie una biografia in un’autobiografia, esaltando le
contraddizioni del criminale e affiancandole alla complessità narcisistica e
tormentata dell’autrice.
“Che senso ha ricostruire un’epopea attraverso un unico sguardo? Cosa ne esce se
non una contraffazione di seconda mano? Va bene ‒ rifletto ‒ fra noi si è
ingaggiata una lotta di rappresentazione, io che tento di portare Misso a me,
Misso che pretende di essere raccontato a modo suo, io che forzo da una parte,
lui dall’altra. Il ritratto finale sarà il risultato delle due spinte”. In
realtà non c’è mai partita, perché le due spinte sono afferenti entrambe alla
medesima visione di Ciabatti. Ogni tentativo di Misso di riportare il discorso
all’interno anche di una ‒ per quanto critica ‒ mitologia criminale, decade di
fronte allo sguardo dell’autrice la cui forza immaginativa è potentemente
superiore e in grado di assorbire anche l’eccezionalità tragica e violenta di
cui è fatta la vita del boss napoletano. La lotta, per Teresa Ciabatti, è sempre
tra sé e sé, tra la propria volontà e l’accettazione della medesima.
La domanda che sottende tutto il romanzo è dunque: “Sarò in grado?”. Una messa
in discussione di sé continua e ossessiva che porta il lettore all’interno di
una doppia narrazione, in cui la vita del camorrista diviene strumentale:
all’esperienza del raccontarla, al corpo di una scrittrice e di una madre in
crisi, e dunque sull’orlo di un fallimento eclatante, come di una salvezza però
sempre resa possibile pagina dopo pagina. Teresa Ciabatti muove la propria
narrazione con frenetica inquietudine, ma più offre incertezza, più riesce a
convincere il lettore proiettandolo all’interno di una vicenda che assume con
straordinaria leggerezza i toni della commedia come della tragedia.
Donnaregina ha la sua forza nell’opporre a una vita da raccontare che si presume
violenta ed eccezionale, seducente e criminale, una vita nel suo svolgersi che
coinvolge la narratrice e le sue amiche e in particolare sua figlia, una giovane
adolescente in crisi. L’autrice è così combattuta tra l’incapacità di saper
scrivere di camorra e l’incapacità di essere una buona madre, oltre al sempre
eterno complesso (di un’intera generazione) di essere una figlia incapace.
Quest’ultimo punto di crisi vede l’autrice in perenne conflitto con il fratello
per la casa di famiglia di Orbetello, ormai disabitata e dai costi di gestione
insostenibili per entrambi: “Malgrado lui taccia, immagino i pensieri, o
comunque gli attribuisco dei pensieri precisi: mio marito e mia figlia non mi
sopportano, mio marito appena può parte, mia figlia…”.
> Ciabatti muove la propria narrazione con frenetica inquietudine, ma più offre
> incertezza, più riesce a convincere il lettore proiettandolo all’interno di
> una vicenda che assume con straordinaria leggerezza i toni della commedia come
> della tragedia.
Ciabatti utilizza questo caos emotivo che scivola e s’intreccia per offrire ai
lettori una drammaturgia del contemporaneo efficacissima in cui anche un boss di
camorra appare destrutturato e privo di quell’aura criminale e di quella
solidità che la categoria sociale di boss dovrebbe garantirgli. Quella di
Ciabatti è una vera e propria traversata del deserto da cui non si punta a
uscire migliori di prima, ma più semplicemente ancora vivi e soprattutto ancora
capaci di fidarsi di sé e delle proprie scelte. Attorno è vivida la figura di M
(presumibilmente Michela Murgia) che consiglia da una distanza emotiva
rassicurante e al tempo stesso trasgressiva, invitando l’autrice a osare,
fidandosi finalmente e subito dei propri desideri.
Donnaregina in poco più di duecento pagine è effettivamente la biografia del
boss Giuseppe Misso e del rapporto con il figlio omosessuale, dato che contiene
una doppia trasgressione all’interno delle regole dei clan criminali (e non), ma
è anche soprattutto la storia di una scrittrice e del suo senso d’inadeguatezza.
Un sentimento che può essere annichilente, ma che Ciabatti utilizza per
esplorare ogni aspetto della propria vita, a partire dalla relazione con la
figlia, ma anche quella con il marito, il fratello e dunque con il padre e la
madre. Ciabatti prende in mano queste pietre sparse lucidandole una a una, fino
a ritrovarne quel valore per lei inestimabile.
Un romanzo e una biografia, che contiene anche un saggio di scrittura, che
diviene inevitabilmente il racconto di una rinascita: quello di una figlia e di
una madre che decide finalmente di fare come crede e come testa comanda: “Il
padre mi ripassa il telefono, ci salutiamo, buonanotte, cerca di dormire ‒ siamo
ossessionati dal sonno di nostra figlia, quando dorme non può succedere niente.
In questo tempo di attesa non scrivo. Lo chiamo tempo di attesa, mai di dolore”.
Uno spazio necessario alla rivoluzione, a un pensiero che si fa pratica e dunque
liberazione.
> Ciabatti offre ai lettori una drammaturgia del contemporaneo efficacissima in
> cui anche un boss di camorra appare destrutturato e privo di quell’aura
> criminale e di quella solidità che la categoria sociale di boss dovrebbe
> garantirgli.
Donnaregina corre pagina dopo pagina, denso di una leggerezza davvero calviniana
perché estremamente precisa, esatta e pulita. Una narrazione che offre una
facilità di lettura, ma senza nasconderne la complessità, che anzi è discussa
nelle medesime pagine. Scrivere e vivere, vivere e morire, uccidere e tornare a
vivere. Ciabatti affronta evidentemente nodi cruciali, ma lo fa senza scegliere
le scorciatoie di un genere o di un testo che sfugga a una sincera appartenenza.
L’autrice mette a fuoco ogni cosa, sia nel senso di bruciare tutto quanto le
finisce tra le mani, sia nel senso di focalizzare con precisione paura e
coraggio. Perché di questo infine racconta il romanzo, non tanto di chi vorremmo
essere e di come si è tragicamente lontani dall’esserlo, ma di chi si è e della
paura che fa saperlo, così come del coraggio che serve ogni giorno per essere sé
stessi fino in fondo.
L'articolo Donnaregina di Teresa Ciabatti proviene da Il Tascabile.