Il presidente cileno Gabriel Boric non ha avuto neanche il tempo di dichiarare
lo stato di calamità naturale, ordinando l’evacuazione di 20mila persone che gli
incendi nelle due regioni del sud del Paese hanno fatto salire questo numero ad
almeno 50mila, mentre i morti sono almeno 19. Lo stato d’emergenza è stato
predisposto nelle province di Nuble e Biobìo, situate a circa 500 km di distanza
dalla capitale Santiago del Cile. Le fiamme – come si apprende da fonti locali –
avrebbero interessato soprattutto i comuni di Penco e Lirquen. Qui vivono circa
60mila persone, e si teme che il conteggio delle vittime sia destinato a salire.
Il fuoco ha bruciato migliaia di ettari di foresta e distrutto centinaia di
case.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, ma il loro lavoro si è rivelato
complesso a seguito delle forti raffiche di vento e del caldo torrido che
dovrebbe resistere fino ad almeno lunedì 19. Gran parte del Cile, in cui al
momento è estate, è in allerta per le temperature estreme che nelle regioni
interessate sono arrivate fino a 38 gradi.
Non è la prima volta che il Paese fa i conti con gli incendi. La siccità –
soprattutto nella parte meridionale – è un grave problema dello Stato della
America Latina e dura ormai da diversi anni. Nel 2024 le fiamme nella costa
centrale del Cile avevano causato la morte di almeno 130 persone. Quell’incendio
rimane il secondo peggior disastro della storia cilena dopo il terremoto del
2010. La situazione dei soccorsi dovrebbe migliorare a seguito della
dichiarazione d’emergenza di domenica, che dovrebbe portare un maggior
coordinamento con l’esercito.
Gli incendi, secondo l’agenzia forestale nazionale, sono più di 20 e hanno
distrutto, ad ora, almeno 8.500 ettari di terreno. Intanto gli Stati Uniti hanno
annunciato, tramite il loro ambasciatore nella capitale sudamericana, l’invio di
aiuti volti a migliorare e stabilizzare la situazione. L’ambasciatore Brandon
Judd ha rimarcato l’urgenza della situazione comunicando che gli Usa stanno
supportando il paese tramite “azioni concrete” utili a proteggere “le comunità,
le vite e le risorse naturali”.
L'articolo Incendi, il Cile dichiara stato di calamità naturale: 50mila evacuati
e almeno 19 morti. Gli Usa: “Aiuti in arrivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La vittoria di José Antonio Kast in Cile è l’ultimo episodio di un ciclo
politico che, in America Latina, ha segnato tutto il 2025: dalle elezioni
presidenziali in Ecuador, Bolivia e Honduras, a quelle territoriali in Argentina
e Brasile, in un contesto segnato da una netta avanzata della destra più
radicale, sempre più saldamente inserita in un asse che guarda al duo
Trump/Milei. La vittoria di Kast è certamente la più rumorosa per il profilo del
personaggio e forse la più dolorosa sul piano storico. Ma non è un’eccezione. Al
contrario, sembra inserirsi in una tendenza ormai riconoscibile: laddove i
governi progressisti falliscono, rompendo le alleanze con i movimenti sociali e
scegliendo una linea di compatibilità con i poteri economici e finanziari, si
aprono spazi per le destre, incluse quelle apertamente negazioniste.
Le differenze tra i Paesi sono evidenti e impediscono qualsiasi copia-incolla
analitico. Eppure, osservando le dinamiche emerge una costante. Gabriel Boric
vinse le elezioni in Cile nel 2021 spinto dall’estallido social e dal referendum
del 2020 che apriva alla riforma della Costituzione. Una spinta che, una volta
al governo, si è progressivamente tradotta in tentennamenti, a partire proprio
dal terreno costituzionale. In Argentina, Sergio Massa era sostenuto da un
accordo con i movimenti sociali ma il suo governo si è mosso dentro una crisi
inflazionistica fuori controllo che ha ulteriormente eroso consenso e
credibilità. In Ecuador, Rafael Correa ha lasciato un’eredità talmente
problematica che l’anti-correismo è diventato sport nazionale, al punto che
settori rilevanti delle popolazioni indigene hanno preferito sostenere il figlio
del più grande produttore di banane del Paese, Daniel Noboa, piuttosto che un
candidato progressista. In Bolivia, il Movimento per il Socialismo, per bramosia
di potere, cattiva gestione e incapacità di emanciparsi dall’estrattivismo, ha
dilapidato uno dei più grandi sogni collettivi di inizio secolo: dalla lotta per
la difesa dell’acqua e del gas a movimento politico capace di vincere le
elezioni. Un processo che ha finito per consegnare il Paese a un presidente di
area democristiana come Rodrigo Paz Pereira che, una volta eletto, ha
rapidamente accelerato il proprio spostamento verso l’ala destra del continente.
E l’elenco potrebbe continuare.
Se già all’inizio degli anni Duemila, con il fallimento dell’ondata
progressista, si era assistito a un ritorno generalizzato dei governi
neoliberisti, oggi lo scenario per la sinistra appare più cupo. Chi arriva al
governo non esprime soltanto pulsioni turbo-capitaliste, ma anche una cultura
apertamente repressiva. Le disuguaglianze crescenti rendono funzionali governi
autoritari, pronti a prevenire o reprimere i conflitti sociali, ed è così che i
grandi poteri economici oggi non esitano più ad accettare governi
dichiaratamente post-fascisti. Il sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani
scrive: “Così come è accaduto con Milei, molta gente dei settori popolari ha
votato per Kast. Lo hanno votato nei quartieri popolari, nelle aree rurali e
nelle regioni estreme. María Corina Machado è oggi la figura politica che in
Venezuela riesce a mobilitare più persone, provenienti da tutti i settori
sociali e da tutte le regioni del Paese. Alcuni fanno ricorso all’ignoranza per
spiegare l’avanzata di questi settori nell’elettorato, altri chiamano in causa i
processi di ‘destroizzazione sociale’. Ci sono, in effetti, diversi fattori in
gioco. Ma questo è anche il risultato delle conseguenze che ci ha lasciato la
gran parte dei progressismi, conseguenze politiche, nel tessuto sociale,
conseguenze economiche. Boric, il MAS, il kirchnerismo hanno anch’essi spianato
la strada a questo tetro scenario regionale in cui ci troviamo. Quello che viene
chiamato il ‘fenomeno María Corina’ è anche un prodotto delle conseguenze dello
stesso governo di Maduro“.
Nella stessa direzione va Valentina Vergara, giornalista e attivista cilena: “Il
continente è strategico per la sua ricchezza di risorse. Si punta a ridurre
l’influenza cinese nella regione. Si osservano due dinamiche. La prima è la
sostituzione del vecchio consenso neoliberale — che includeva sia la destra
liberale sia il progressismo liberale — con una nuova forma di interventismo
ultraconservatore transnazionale. La seconda è l’articolazione di una sorta di
‘Internazionale ultraconservatrice’ che mira a ristrutturare le forme di vita e
l’ordine discorsivo, fondato su ‘ordine, patria e famiglia‘”.
Quello che emerge, non solo in America Latina, è che l’incapacità dell’opzione
progressista di costruire, anche attraverso il governo, un modello sociale
capace di rispondere ai bisogni diffusi e di entrare in conflitto radicale con
gli interessi del capitale apre spazi sempre più ampi alle destre. Destre che si
fanno via via più radicali e che si propongono come “alternative”, conquistando
i partiti tradizionali o dando vita a nuove formazioni attorno a leader
carismatici, capaci di presentarsi come “contro sistema” e “il nuovo che
avanza”, ma anche rassicurare, individuando e attaccando presunti nemici e
problemi.
L'articolo La svolta a destra dell’America Latina: i ‘tradimenti’ della sinistra
hanno spianato la strada alla “Internazionale ultraconservatrice” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
I sostenitori di Josè Antonio Kast festeggiano per le strade di Santiago la
vittoria elettorale del candidato sul suo rivale di sinistra al ballottaggio.
Con quasi tutte le schede scrutinate l’ultraconservatore ha ottenuto circa il
58% dei voti e ha mantenuto un vantaggio inattaccabile su Jeannette Jara, a capo
di un’ampia coalizione di sinistra ed è il nuovo presidente eletto del Cile.
L'articolo Kast è il nuovo presidente del Cile: i sostenitori del nuovo
presidente in festa a Santiago proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva alla Moneda al terzo tentativo, a 59 anni, e con il 58% delle preferenze
nel ballottaggio. L’ultraconservatore José Antonio Kast, grazie al compattamento
dei partiti di destra, è il nuovo presidente eletto del Cile: affine
ideologicamente al leader argentino Javier Milei e a Giorgia Meloni –
specialmente sui temi di immigrazione e sicurezza -, è il primo presidente
democratico che votò a favore di Pinochet nello storico plebiscito del 1988 che
impedì al dittatore cileno di perpetuarsi al potere. Kast ha prevalso sulla
comunista Jeannette Jara, che ha riconosciuto la sconfitta quando il Servizio
Elettorale ha pubblicato i risultati con l’85% delle schede scrutinate, che la
davano ferma al 42%. “La democrazia si è espressa in modo forte è chiaro. Ho
appena parlato con il presidente eletto José Antonio Kast per augurargli il
successo per il bene del Cile”, ha scritto Jara su X, diradando i pochi dubbi
che ormai pendevano sul risultato. Al termine di una lunga campagna elettorale
centrata sui temi della sicurezza e della migrazione si è concretizzata in
questo modo una drastica svolta a destra che porta il Cile in uno scenario
inedito dal ritorno della democrazia nel 1990.
Gli elettori cileni, preoccupati dalla crescente presenza delle gang venezuelane
e dal progressivo incremento del tasso di omicidi, hanno ampiamente premiato la
sua ricetta di pugno di ferro contro la delinquenza e l’immigrazione
clandestina. Nell’ultimo dibattito televisivo il leader repubblicano aveva
promesso la chiusura delle frontiere e aveva dato 92 giorni di tempo ai
residenti illegali per lasciare il Paese, esattamente il tempo che intercorre
tra il ballottaggio e l’insediamento alla presidenza, l’11 marzo. Le sue parole
avevano immediatamente scatenato una crisi al confine settentrionale con il
Perù, dove si erano riversati centinaia di migranti, principalmente venezuelani,
in cerca di rifugio nel Paese vicino.
La ‘psicosi’ sicurezza – il Cile figura ancora tra i Paesi più sicuri di tutta
l’America Latina – aveva avuto un impatto anche sulla campagna della candidata
della sinistra. Per cercare di rimontare il distacco nei sondaggi Jara era stata
costretta nelle ultime settimane ad indurire il suo discorso sulla lotta alla
criminalità lasciando parzialmente in disparte le promesse sull’accelerazione
della crescita economica e sulla riduzione della diseguaglianza. Dopo aver
emesso il suo voto, Kast aveva assicurato ad ogni modo domenica che in caso di
vittoria sarebbe stato “il presidente di tutti i cileni al di là delle
differenze politiche” mentre Jara, in un ultimo tentativo di recuperare voti,
aveva preso le distanze dal presidente uscente e suo alleato, Gabriel Boric.
“Posso rispondere solo per il mio operato come ministra del Lavoro“, aveva detto
in un punto stampa a chi gli chiedeva di fare un bilancio dell’attuale governo.
“Posso parlare della riforma della previdenza sociale, della riduzione della
giornata lavorativa a 40 ore settimanali, della ripresa dell’occupazione con
580mila posti di lavoro e dell’aumento del salario minimo”, aveva detto. A soli
sei anni dalle proteste sociali del 2019 che proiettarono Boric alla presidenza
e a trentacinque dalla fine della dittatura, il Cile vede tornare adesso alla
presidenza uno dei più convinti difensori del governo militare.
I rapporti con Milei e Meloni – Tra i leader con cui Kast aveva parlato dopo il
primo turno a metà novembre, ci sono in testa Milei e Meloni. Col leader
argentino, il neo presidente cileno ha dichiarato di condividere “le enormi
opportunità che ha l’America Latina e la relazione tra i due Paesi verso un
futuro con più libertà, sicurezza e progresso economico”, prefigurando già una
relazione più distesa con Buenos Aires rispetto a quella mantenuta dal suo
predecessore Gabriel Boric. I rapporti con la Casa Rosada sono infatti segnati
da tensioni, alimentate soprattutto dagli attacchi provenienti
dall’amministrazione Milei. Pur distante dallo stile provocatorio del presidente
argentino, Kast ne ha più volte lodato l’azione di governo, affermando che Milei
è “un’ispirazione e un modello da seguire per far uscire il Cile dalla
stagnazione”. Sempre dopo il primo turno di novembre, Kast ha riferito di avere
parlato anche con Meloni, sottolineando l’opportunità di “eccellenti relazioni
bilaterali”.
L'articolo In Cile vince l’ultraconservatore Kast, vicino a Milei e Meloni. È il
primo presidente che votò a favore di Pinochet nel 1988 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Chiuse le urne in Cile e in Ecuador, ma la partita è aperta: la destra non
sfonda, al momento, e il vento di Donald Trump si ferma a Quito. Ma andiamo con
ordine: la sinistra cilena, guidata dalla comunista Jeannette Jara, ottiene il
26% dei voti e promette di rafforzare le istituzioni, però scende a patti con il
discorso securitario per resistere all’avanzata dell’ultraliberista José Antonio
Kast, fermo al 24%, e delle destre in generale, che si prendono il Congresso (90
seggi a 64), in attesa del ballottaggio.
Nelle stesse ore l’Ecuador infligge un duro colpo al presidente Daniel Noboa, là
dove oltre il 60% degli elettori ha “no” al ritorno delle basi militari Usa nel
Paese e all’apertura di una Costituente e il 53% si è detto contrario alla
diminuzione dei parlamentari. Ancora una volta la realtà smentisce previsioni,
bookmakers e sondaggi, là dove le stime Polymarket davano a Kast una probabilità
di vittoria del 73%, ora in parte ridimensionata, e i sondaggi anticipavano un
“Sì” del 60% alle basi militari Usa in Ecuador e alla Costituente di Noboa.
Il contesto. In Cile e in Ecuador il dibattito elettorale era stato
monopolizzato dalla crescente crisi di sicurezza, provocata dall’avvento della
criminalità transnazionale e dalla questione migratoria, che ha senz’altro
rafforzati sentimenti di paura e xenofobia nell’elettorato generale. E in
entrambi i casi gli Stati Uniti si sono posti come partner militare per arginare
i delinquenti e punto di riferimento ideologico in chiave anti-migratoria,
complice lo spauracchio della gang venezuelana “Tren de Aragua“, che ha spesso
lasciato la firma a Santiago del Cile e a Quito.
Gli Usa in campagna elettorale. Le ingerenze di Washington non sono mancate, con
il segretario del Tesoro Usa Scott Bessent che ha commentato gli appuntamenti
elettorali come “un’opportunità storica per creare alleanze in America Latina”
sulla falsariga delle mid-term argentine e del trionfo di Rodrigo Paz in
Bolivia, auspicando gli stessi risultati in Cile. A sua volta il sottosegretario
di Stato Christopher Landau ha sostenuto che, sotto il governo di Gabriel Boric,
le relazioni tra Washington e Santiago del Cile non sono state “solide”,
accusando il presidente uscente di “mentire” per le sue critiche a Trump.
A sua volta, poche ore prima del referendum in Ecuador il segretario di Stato
Marco Rubio non ha esitato a esprimere il suo sostegno a Noboa, elogiando la sua
lotta contro il “narcoterrorismo” e assicurando il sostegno della Casa Bianca.
Rubio ha visitato il Paese a inizio settembre, rafforzando la cooperazione
Washington-Quito, mentre il controverso imprenditore Erik Prince riscuote 30mila
dollari al giorno per le sue consulenze agli organi di Pubblica sicurezza. “È
uno spreco innecessario di risorse pubbliche”, aveva avvertito l’ex generale
ecuadoregno Luis Altamirano. Ma l’apice dell’espansionismo Usa si è verificato
una settimana fa con la visita di Kristi Noem, segretario per la Sicurezza
nazionale, che ha effettuato un sopralluogo a cavallo nelle vecchie basi
militari di Manta e Salinas. “Da qui l’Ecuador porrà fine al narcotraffico”,
aveva tuonato Noem, pochi giorni prima del referendum.
Freno a mano. La presa di Santiago e Quito è quindi rimandata con gli Stati
Uniti costretti a ridimensionare l’obiettivo, puntando al massimo sulla vittoria
di Kast in Cile, in ottica di un governo ideologicamente affine. Certamente, gli
elettori vorrebbero più sicurezza, ma si guardano bene dalla svendita dei
rispettivi Stati. La loro diffidenza si deve in parte a quanto accade nei
Caraibi, al largo del Venezuela, con l’operazione Southern Spear pronta
all’avvio con tanto di offerte di esilio a Nicolás Maduro e ipotesi di
intervento. “Più si forza la mano più si risvegliano sentimenti antiamericani
nella regione. E l’opinione pubblica preferisce stare alla larga da certe
dinamiche, che mettono a rischio il continente”, dice una fonte al
fattoquotidiano.it. Altro fattore incisivo riguarda l’impatto della Cina su
entrambi i Paesi: l’Ecuador deve a Pechino quasi 5 miliardi di dollari, che
Quito sta pagando in greggio. Xi Jinping è anche il primo socio commerciale del
Cile, con uno scambio bilaterale che ha recentemente superato i 50 miliardi di
dollari, soprattutto in materie prime come rame e litio. In termini reali, al di
là di quello che sarà risultato del ballottaggio in Cile, il pieno allineamento
con Washington resta un’illusione assai lontana.
Questioni aperte. Tuttavia i nodi sicurezza e migrazione restano aperti in
entrambi i Paesi. In Ecuador il tasso di omicidi è passato da 25,6 a 43,7 ogni
100mila abitanti negli ultimi due anni, i sequestri di persona sono aumentati
del 60% nello stesso periodo. Elementi che hanno rafforzato la percezione di una
“guerra interna“, spingendo il governo Noboa a “un presidenzialismo esacerbato”,
afferma Hernán Salgado Pesantes, ex magistrato della Corte interamericana per i
Diritti umani. Anche in Cile aumenta il tasso di omicidi del 5% negli ultimi due
anni e il focus del dibattito resta sulle migrazioni, poiché la popolazione
migrante ha raggiunto l’8,8% della popolazione, rafforzando la proposta di
“espulsioni di massa” lanciata da Kast.
L'articolo Gli Usa non sfondano in Sudamerica: il Cile va al ballottaggio e
l’Ecuador dice “no” alle basi militari di Washington proviene da Il Fatto
Quotidiano.