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La giovane promessa Bustamante ucciso con due proiettili al petto: calcio in Cile sotto choc
Il calcio in Cile è sotto choc: è morto Tomas Bustamante Carriel, giovane promessa cilena uccisa a soli 19 anni in una sparatoria ancora di cui si sa veramente poco. Secondo quanto ricostruito dalle autorità, il calciatore è stato colpito al petto da due proiettili. Subito dopo, quattro uomini lo avrebbero trascinato davanti ad un ospedale per poi fuggire e andare via rapidamente senza lasciare traccia e spiegazioni su quanto accaduto. L’équipe medica dell’ospedale ha subito tentato di salvarlo, ma le ferite d’arma da fuoco sul petto si sono rivelate troppo gravi e il ragazzo è morto poco dopo il ricovero. Tutto è accaduto nella zona di Coihueco, in Cile. Dopo l’allarme, Bustamante è stato trasferito d’urgenza all’ospedale di Chillán: qui i dottori hanno provato a rianimarlo senza però riuscirci. Intanto gli investigatori hanno avviato un’indagine per chiarire la dinamica della sparatoria. Durante i rilievi sono stati scoperti segni di colpi d’arma da fuoco su un’auto e su un’abitazione nelle vicinanze dell’omicidio, elementi che potrebbero aiutare a ricostruire quanto accaduto. La polizia ha già fermato una persona con l’accusa di omicidio. Bustamante era considerato uno dei giovani più promettenti del calcio in Cile. È cresciuto nelle giovanili del Ñublense, ma era stato anche nel settore giovanile dell’Huachipato prima di cominciare la sua carriera tra i professionisti. Nel 2025 aveva giocato in prestito al Brujas de Salamanca, club di terza divisione cilena. Dopo la notizia della sua morte, il club ha pubblicato un post di cordoglio sui social in cui si legge. “Siamo profondamente addolorati per la tua scomparsa, Tomy. Preferiamo ricordarti con la gioia che portavi ogni giorno nel nostro club”, si legge nella nota della società. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Brujas de Salamanca 2025 (@brujasalamanca.oficial) L'articolo La giovane promessa Bustamante ucciso con due proiettili al petto: calcio in Cile sotto choc proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ti ricordi… Luis Jimenez, esteta del pallone con il cuore palestinese stritolato dal sistema di prestiti e comproprietà
Non un gol da mago, ma dopo aver propiziato il 3 a 2 con un colpo di tacco, in una gara che vedeva la Viola sotto di 2 a 0, importa poco. Il maghetto in questione è Luis Jimenez, che coi suoi tocchi regala la vittoria alla Fiorentina in rimonta a Parma, esattamente vent’anni fa. Mago suo malgrado, però: un soprannome che a dir la verità non ha mai gradito granché. Nasce a Santiago, in Cile, giocando tra i barrios ed entrando a soli dieci anni (anche in virtù delle sue radici palestinesi) nelle giovanili del Club Deportivo Palestino, che gli entra nel cuore. Ma dopo la trafila nelle giovanili non ha neppure il tempo di indossarne la maglia da titolare che arriva la chiamata dell’Italia. A neanche diciotto anni infatti passa alla Ternana: “Presi l’aereo con una valigia e pochissimi soldi. Non sapevo dove sarei andato. Quando arrivai a Terni, pensavo fosse una città enorme come Santiago, invece scoprii una realtà operosa, verde e molto più piccola. È lì che sono diventato uomo”, racconterà Luis. È il 2002, è un ragazzino alla corte della squadra di Beretta in Serie B, dove esordisce e segna il primo gol italiano: all’ultima di campionato contro il Vicenza. È “El Mago”, sì, ma Terni è posto di concretezza e praticità, e l’altro soprannome che si guadagna Luis tra campo d’allenamento e Libero Liberati è “Gino”, più facile. L’anno dopo segna 10 gol, poi 12, attirando ovviamente l’attenzione dei grandi club sui suoi numeri e sulle sue magie: passa alla Fiorentina nel gennaio 2006 in comproprietà, segna subito contro l’Inter, poi ancora contro il Parma e dimostrando di poterci stare, e bene, in quella Serie A all’epoca ancora al top d’Europa Ma il presidente degli umbri Longarini è un osso duro: alle buste supera l’offerta della Fiorentina e lo riporta a Terni, con Jimenez che denuncia il club per mobbing finendo fuori rosa per sei mesi. A gennaio passa in prestito alla Lazio, poi all’Inter dove contribuisce alla vittoria dello Scudetto e segna anche in Champions League contro il Fenerbache. Resta a Milano un altro anno, ma a fine stagione viene girato in prestito al West Ham, a gennaio al Parma e a fine stagione c’è da decidere ancora del suo futuro: a metà tra l’Inter…e ancora una volta la Ternana. Ancora una volta il club vince alle buste, mettendo sul piatto una cifra record per un club di C. Tre milioni e 200mila euro contro il milione e 800mila dell’Inter, con l’ex presidente Longarini a muovere i fili della situazione. Chiaramente “El Mago” non è calciatore di Serie C, ma il presidente rifiuta ogni offerta per lui, e il 31 agosto sul gong del calciomercato Jimenez passa, ancora in prestito, al Cesena. A Cesena, Luis non è più il ragazzino che atterrò a Roma senza sapere dove fosse Terni. È un uomo che ha vinto scudetti, che ha segnato in Champions, ma che si ritrova a dover dimostrare tutto in una piazza neopromossa. In Romagna la magia torna a fluire: trascina la squadra alla salvezza con nove reti, alcune di rara bellezza, agendo da leader tecnico assoluto. Sembra il preludio a un ritorno in una big, a quella consacrazione che il “caso Longarini” e le intricate vicende burocratiche gli avevano scippato sul più bello. Invece, il calciomercato riserva l’ennesimo colpo di scena, stavolta dal sapore amaro. Nel 2011, a soli 27 anni, Jimenez compie una scelta che spacca l’opinione pubblica: lascia l’Italia con l’articolo 17 per trasferirsi negli Emirati Arabi, all’Al-Ahli. Il denaro centra, ovvio, ma è pure la ricerca di una serenità che il tritacarne dei prestiti e delle comproprietà italiane gli aveva tolto. In Medio Oriente, Luis non smette di essere un esteta. Vince trofei, segna gol a grappoli e diventa un’icona del calcio arabo, ma lontano dagli occhi della Serie A il suo nome scivola lentamente nel cassetto della nostalgia. Eppure, quel legame con le radici palestinesi, che lo aveva portato al Club Deportivo da bambino, non si è mai spezzato. Nel 2013 ottiene la cittadinanza della Palestina, un gesto che va oltre lo sport, un tributo silenzioso a una terra che portava nel cognome materno e nel cuore. La parabola del Mago non poteva che chiudersi dove tutto era iniziato. Dopo anni di esilio dorato, nel 2018 Luis torna a casa, al Palestino. Non è un ritorno per svernare: vince la Copa Chile, riportando il club al successo dopo quarant’anni, e partecipa alla Copa Libertadores. È un Jimenez diverso, con i capelli più corti e lo sguardo di chi ha visto il mondo, ma con lo stesso tocco vellutato che faceva innamorare il “Libero Liberati”. Si ritira ufficialmente nel 2022, dopo un’ultima parentesi al Magallanes. A distanza di vent’anni da quel tacco a Parma, il ricordo del “Mago” (anche se a lui il nome non piaceva) rimane intatto: un calciatore che ha saputo essere “Gino” per i pragmatici e “artista” per i sognatori. L'articolo Ti ricordi… Luis Jimenez, esteta del pallone con il cuore palestinese stritolato dal sistema di prestiti e comproprietà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Incendi, il Cile dichiara stato di calamità naturale: 50mila evacuati e almeno 19 morti. Gli Usa: “Aiuti in arrivo”
Il presidente cileno Gabriel Boric non ha avuto neanche il tempo di dichiarare lo stato di calamità naturale, ordinando l’evacuazione di 20mila persone che gli incendi nelle due regioni del sud del Paese hanno fatto salire questo numero ad almeno 50mila, mentre i morti sono almeno 19. Lo stato d’emergenza è stato predisposto nelle province di Nuble e Biobìo, situate a circa 500 km di distanza dalla capitale Santiago del Cile. Le fiamme – come si apprende da fonti locali – avrebbero interessato soprattutto i comuni di Penco e Lirquen. Qui vivono circa 60mila persone, e si teme che il conteggio delle vittime sia destinato a salire. Il fuoco ha bruciato migliaia di ettari di foresta e distrutto centinaia di case. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, ma il loro lavoro si è rivelato complesso a seguito delle forti raffiche di vento e del caldo torrido che dovrebbe resistere fino ad almeno lunedì 19. Gran parte del Cile, in cui al momento è estate, è in allerta per le temperature estreme che nelle regioni interessate sono arrivate fino a 38 gradi. Non è la prima volta che il Paese fa i conti con gli incendi. La siccità – soprattutto nella parte meridionale – è un grave problema dello Stato della America Latina e dura ormai da diversi anni. Nel 2024 le fiamme nella costa centrale del Cile avevano causato la morte di almeno 130 persone. Quell’incendio rimane il secondo peggior disastro della storia cilena dopo il terremoto del 2010. La situazione dei soccorsi dovrebbe migliorare a seguito della dichiarazione d’emergenza di domenica, che dovrebbe portare un maggior coordinamento con l’esercito. Gli incendi, secondo l’agenzia forestale nazionale, sono più di 20 e hanno distrutto, ad ora, almeno 8.500 ettari di terreno. Intanto gli Stati Uniti hanno annunciato, tramite il loro ambasciatore nella capitale sudamericana, l’invio di aiuti volti a migliorare e stabilizzare la situazione. L’ambasciatore Brandon Judd ha rimarcato l’urgenza della situazione comunicando che gli Usa stanno supportando il paese tramite “azioni concrete” utili a proteggere “le comunità, le vite e le risorse naturali”. L'articolo Incendi, il Cile dichiara stato di calamità naturale: 50mila evacuati e almeno 19 morti. Gli Usa: “Aiuti in arrivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La svolta a destra dell’America Latina: i ‘tradimenti’ della sinistra hanno spianato la strada alla “Internazionale ultraconservatrice”
La vittoria di José Antonio Kast in Cile è l’ultimo episodio di un ciclo politico che, in America Latina, ha segnato tutto il 2025: dalle elezioni presidenziali in Ecuador, Bolivia e Honduras, a quelle territoriali in Argentina e Brasile, in un contesto segnato da una netta avanzata della destra più radicale, sempre più saldamente inserita in un asse che guarda al duo Trump/Milei. La vittoria di Kast è certamente la più rumorosa per il profilo del personaggio e forse la più dolorosa sul piano storico. Ma non è un’eccezione. Al contrario, sembra inserirsi in una tendenza ormai riconoscibile: laddove i governi progressisti falliscono, rompendo le alleanze con i movimenti sociali e scegliendo una linea di compatibilità con i poteri economici e finanziari, si aprono spazi per le destre, incluse quelle apertamente negazioniste. Le differenze tra i Paesi sono evidenti e impediscono qualsiasi copia-incolla analitico. Eppure, osservando le dinamiche emerge una costante. Gabriel Boric vinse le elezioni in Cile nel 2021 spinto dall’estallido social e dal referendum del 2020 che apriva alla riforma della Costituzione. Una spinta che, una volta al governo, si è progressivamente tradotta in tentennamenti, a partire proprio dal terreno costituzionale. In Argentina, Sergio Massa era sostenuto da un accordo con i movimenti sociali ma il suo governo si è mosso dentro una crisi inflazionistica fuori controllo che ha ulteriormente eroso consenso e credibilità. In Ecuador, Rafael Correa ha lasciato un’eredità talmente problematica che l’anti-correismo è diventato sport nazionale, al punto che settori rilevanti delle popolazioni indigene hanno preferito sostenere il figlio del più grande produttore di banane del Paese, Daniel Noboa, piuttosto che un candidato progressista. In Bolivia, il Movimento per il Socialismo, per bramosia di potere, cattiva gestione e incapacità di emanciparsi dall’estrattivismo, ha dilapidato uno dei più grandi sogni collettivi di inizio secolo: dalla lotta per la difesa dell’acqua e del gas a movimento politico capace di vincere le elezioni. Un processo che ha finito per consegnare il Paese a un presidente di area democristiana come Rodrigo Paz Pereira che, una volta eletto, ha rapidamente accelerato il proprio spostamento verso l’ala destra del continente. E l’elenco potrebbe continuare. Se già all’inizio degli anni Duemila, con il fallimento dell’ondata progressista, si era assistito a un ritorno generalizzato dei governi neoliberisti, oggi lo scenario per la sinistra appare più cupo. Chi arriva al governo non esprime soltanto pulsioni turbo-capitaliste, ma anche una cultura apertamente repressiva. Le disuguaglianze crescenti rendono funzionali governi autoritari, pronti a prevenire o reprimere i conflitti sociali, ed è così che i grandi poteri economici oggi non esitano più ad accettare governi dichiaratamente post-fascisti. Il sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani scrive: “Così come è accaduto con Milei, molta gente dei settori popolari ha votato per Kast. Lo hanno votato nei quartieri popolari, nelle aree rurali e nelle regioni estreme. María Corina Machado è oggi la figura politica che in Venezuela riesce a mobilitare più persone, provenienti da tutti i settori sociali e da tutte le regioni del Paese. Alcuni fanno ricorso all’ignoranza per spiegare l’avanzata di questi settori nell’elettorato, altri chiamano in causa i processi di ‘destroizzazione sociale’. Ci sono, in effetti, diversi fattori in gioco. Ma questo è anche il risultato delle conseguenze che ci ha lasciato la gran parte dei progressismi, conseguenze politiche, nel tessuto sociale, conseguenze economiche. Boric, il MAS, il kirchnerismo hanno anch’essi spianato la strada a questo tetro scenario regionale in cui ci troviamo. Quello che viene chiamato il ‘fenomeno María Corina’ è anche un prodotto delle conseguenze dello stesso governo di Maduro“. Nella stessa direzione va Valentina Vergara, giornalista e attivista cilena: “Il continente è strategico per la sua ricchezza di risorse. Si punta a ridurre l’influenza cinese nella regione. Si osservano due dinamiche. La prima è la sostituzione del vecchio consenso neoliberale — che includeva sia la destra liberale sia il progressismo liberale — con una nuova forma di interventismo ultraconservatore transnazionale. La seconda è l’articolazione di una sorta di ‘Internazionale ultraconservatrice’ che mira a ristrutturare le forme di vita e l’ordine discorsivo, fondato su ‘ordine, patria e famiglia‘”. Quello che emerge, non solo in America Latina, è che l’incapacità dell’opzione progressista di costruire, anche attraverso il governo, un modello sociale capace di rispondere ai bisogni diffusi e di entrare in conflitto radicale con gli interessi del capitale apre spazi sempre più ampi alle destre. Destre che si fanno via via più radicali e che si propongono come “alternative”, conquistando i partiti tradizionali o dando vita a nuove formazioni attorno a leader carismatici, capaci di presentarsi come “contro sistema” e “il nuovo che avanza”, ma anche rassicurare, individuando e attaccando presunti nemici e problemi. L'articolo La svolta a destra dell’America Latina: i ‘tradimenti’ della sinistra hanno spianato la strada alla “Internazionale ultraconservatrice” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Kast è il nuovo presidente del Cile: i sostenitori del nuovo presidente in festa a Santiago
I sostenitori di Josè Antonio Kast festeggiano per le strade di Santiago la vittoria elettorale del candidato sul suo rivale di sinistra al ballottaggio. Con quasi tutte le schede scrutinate l’ultraconservatore ha ottenuto circa il 58% dei voti e ha mantenuto un vantaggio inattaccabile su Jeannette Jara, a capo di un’ampia coalizione di sinistra ed è il nuovo presidente eletto del Cile. L'articolo Kast è il nuovo presidente del Cile: i sostenitori del nuovo presidente in festa a Santiago proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Cile vince l’ultraconservatore Kast, vicino a Milei e Meloni. È il primo presidente che votò a favore di Pinochet nel 1988
Arriva alla Moneda al terzo tentativo, a 59 anni, e con il 58% delle preferenze nel ballottaggio. L’ultraconservatore José Antonio Kast, grazie al compattamento dei partiti di destra, è il nuovo presidente eletto del Cile: affine ideologicamente al leader argentino Javier Milei e a Giorgia Meloni – specialmente sui temi di immigrazione e sicurezza -, è il primo presidente democratico che votò a favore di Pinochet nello storico plebiscito del 1988 che impedì al dittatore cileno di perpetuarsi al potere. Kast ha prevalso sulla comunista Jeannette Jara, che ha riconosciuto la sconfitta quando il Servizio Elettorale ha pubblicato i risultati con l’85% delle schede scrutinate, che la davano ferma al 42%. “La democrazia si è espressa in modo forte è chiaro. Ho appena parlato con il presidente eletto José Antonio Kast per augurargli il successo per il bene del Cile”, ha scritto Jara su X, diradando i pochi dubbi che ormai pendevano sul risultato. Al termine di una lunga campagna elettorale centrata sui temi della sicurezza e della migrazione si è concretizzata in questo modo una drastica svolta a destra che porta il Cile in uno scenario inedito dal ritorno della democrazia nel 1990. Gli elettori cileni, preoccupati dalla crescente presenza delle gang venezuelane e dal progressivo incremento del tasso di omicidi, hanno ampiamente premiato la sua ricetta di pugno di ferro contro la delinquenza e l’immigrazione clandestina. Nell’ultimo dibattito televisivo il leader repubblicano aveva promesso la chiusura delle frontiere e aveva dato 92 giorni di tempo ai residenti illegali per lasciare il Paese, esattamente il tempo che intercorre tra il ballottaggio e l’insediamento alla presidenza, l’11 marzo. Le sue parole avevano immediatamente scatenato una crisi al confine settentrionale con il Perù, dove si erano riversati centinaia di migranti, principalmente venezuelani, in cerca di rifugio nel Paese vicino. La ‘psicosi’ sicurezza – il Cile figura ancora tra i Paesi più sicuri di tutta l’America Latina – aveva avuto un impatto anche sulla campagna della candidata della sinistra. Per cercare di rimontare il distacco nei sondaggi Jara era stata costretta nelle ultime settimane ad indurire il suo discorso sulla lotta alla criminalità lasciando parzialmente in disparte le promesse sull’accelerazione della crescita economica e sulla riduzione della diseguaglianza. Dopo aver emesso il suo voto, Kast aveva assicurato ad ogni modo domenica che in caso di vittoria sarebbe stato “il presidente di tutti i cileni al di là delle differenze politiche” mentre Jara, in un ultimo tentativo di recuperare voti, aveva preso le distanze dal presidente uscente e suo alleato, Gabriel Boric. “Posso rispondere solo per il mio operato come ministra del Lavoro“, aveva detto in un punto stampa a chi gli chiedeva di fare un bilancio dell’attuale governo. “Posso parlare della riforma della previdenza sociale, della riduzione della giornata lavorativa a 40 ore settimanali, della ripresa dell’occupazione con 580mila posti di lavoro e dell’aumento del salario minimo”, aveva detto. A soli sei anni dalle proteste sociali del 2019 che proiettarono Boric alla presidenza e a trentacinque dalla fine della dittatura, il Cile vede tornare adesso alla presidenza uno dei più convinti difensori del governo militare. I rapporti con Milei e Meloni – Tra i leader con cui Kast aveva parlato dopo il primo turno a metà novembre, ci sono in testa Milei e Meloni. Col leader argentino, il neo presidente cileno ha dichiarato di condividere “le enormi opportunità che ha l’America Latina e la relazione tra i due Paesi verso un futuro con più libertà, sicurezza e progresso economico”, prefigurando già una relazione più distesa con Buenos Aires rispetto a quella mantenuta dal suo predecessore Gabriel Boric. I rapporti con la Casa Rosada sono infatti segnati da tensioni, alimentate soprattutto dagli attacchi provenienti dall’amministrazione Milei. Pur distante dallo stile provocatorio del presidente argentino, Kast ne ha più volte lodato l’azione di governo, affermando che Milei è “un’ispirazione e un modello da seguire per far uscire il Cile dalla stagnazione”. Sempre dopo il primo turno di novembre, Kast ha riferito di avere parlato anche con Meloni, sottolineando l’opportunità di “eccellenti relazioni bilaterali”. L'articolo In Cile vince l’ultraconservatore Kast, vicino a Milei e Meloni. È il primo presidente che votò a favore di Pinochet nel 1988 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli Usa non sfondano in Sudamerica: il Cile va al ballottaggio e l’Ecuador dice “no” alle basi militari di Washington
Chiuse le urne in Cile e in Ecuador, ma la partita è aperta: la destra non sfonda, al momento, e il vento di Donald Trump si ferma a Quito. Ma andiamo con ordine: la sinistra cilena, guidata dalla comunista Jeannette Jara, ottiene il 26% dei voti e promette di rafforzare le istituzioni, però scende a patti con il discorso securitario per resistere all’avanzata dell’ultraliberista José Antonio Kast, fermo al 24%, e delle destre in generale, che si prendono il Congresso (90 seggi a 64), in attesa del ballottaggio. Nelle stesse ore l’Ecuador infligge un duro colpo al presidente Daniel Noboa, là dove oltre il 60% degli elettori ha “no” al ritorno delle basi militari Usa nel Paese e all’apertura di una Costituente e il 53% si è detto contrario alla diminuzione dei parlamentari. Ancora una volta la realtà smentisce previsioni, bookmakers e sondaggi, là dove le stime Polymarket davano a Kast una probabilità di vittoria del 73%, ora in parte ridimensionata, e i sondaggi anticipavano un “Sì” del 60% alle basi militari Usa in Ecuador e alla Costituente di Noboa. Il contesto. In Cile e in Ecuador il dibattito elettorale era stato monopolizzato dalla crescente crisi di sicurezza, provocata dall’avvento della criminalità transnazionale e dalla questione migratoria, che ha senz’altro rafforzati sentimenti di paura e xenofobia nell’elettorato generale. E in entrambi i casi gli Stati Uniti si sono posti come partner militare per arginare i delinquenti e punto di riferimento ideologico in chiave anti-migratoria, complice lo spauracchio della gang venezuelana “Tren de Aragua“, che ha spesso lasciato la firma a Santiago del Cile e a Quito. Gli Usa in campagna elettorale. Le ingerenze di Washington non sono mancate, con il segretario del Tesoro Usa Scott Bessent che ha commentato gli appuntamenti elettorali come “un’opportunità storica per creare alleanze in America Latina” sulla falsariga delle mid-term argentine e del trionfo di Rodrigo Paz in Bolivia, auspicando gli stessi risultati in Cile. A sua volta il sottosegretario di Stato Christopher Landau ha sostenuto che, sotto il governo di Gabriel Boric, le relazioni tra Washington e Santiago del Cile non sono state “solide”, accusando il presidente uscente di “mentire” per le sue critiche a Trump. A sua volta, poche ore prima del referendum in Ecuador il segretario di Stato Marco Rubio non ha esitato a esprimere il suo sostegno a Noboa, elogiando la sua lotta contro il “narcoterrorismo” e assicurando il sostegno della Casa Bianca. Rubio ha visitato il Paese a inizio settembre, rafforzando la cooperazione Washington-Quito, mentre il controverso imprenditore Erik Prince riscuote 30mila dollari al giorno per le sue consulenze agli organi di Pubblica sicurezza. “È uno spreco innecessario di risorse pubbliche”, aveva avvertito l’ex generale ecuadoregno Luis Altamirano. Ma l’apice dell’espansionismo Usa si è verificato una settimana fa con la visita di Kristi Noem, segretario per la Sicurezza nazionale, che ha effettuato un sopralluogo a cavallo nelle vecchie basi militari di Manta e Salinas. “Da qui l’Ecuador porrà fine al narcotraffico”, aveva tuonato Noem, pochi giorni prima del referendum. Freno a mano. La presa di Santiago e Quito è quindi rimandata con gli Stati Uniti costretti a ridimensionare l’obiettivo, puntando al massimo sulla vittoria di Kast in Cile, in ottica di un governo ideologicamente affine. Certamente, gli elettori vorrebbero più sicurezza, ma si guardano bene dalla svendita dei rispettivi Stati. La loro diffidenza si deve in parte a quanto accade nei Caraibi, al largo del Venezuela, con l’operazione Southern Spear pronta all’avvio con tanto di offerte di esilio a Nicolás Maduro e ipotesi di intervento. “Più si forza la mano più si risvegliano sentimenti antiamericani nella regione. E l’opinione pubblica preferisce stare alla larga da certe dinamiche, che mettono a rischio il continente”, dice una fonte al fattoquotidiano.it. Altro fattore incisivo riguarda l’impatto della Cina su entrambi i Paesi: l’Ecuador deve a Pechino quasi 5 miliardi di dollari, che Quito sta pagando in greggio. Xi Jinping è anche il primo socio commerciale del Cile, con uno scambio bilaterale che ha recentemente superato i 50 miliardi di dollari, soprattutto in materie prime come rame e litio. In termini reali, al di là di quello che sarà risultato del ballottaggio in Cile, il pieno allineamento con Washington resta un’illusione assai lontana. Questioni aperte. Tuttavia i nodi sicurezza e migrazione restano aperti in entrambi i Paesi. In Ecuador il tasso di omicidi è passato da 25,6 a 43,7 ogni 100mila abitanti negli ultimi due anni, i sequestri di persona sono aumentati del 60% nello stesso periodo. Elementi che hanno rafforzato la percezione di una “guerra interna“, spingendo il governo Noboa a “un presidenzialismo esacerbato”, afferma Hernán Salgado Pesantes, ex magistrato della Corte interamericana per i Diritti umani. Anche in Cile aumenta il tasso di omicidi del 5% negli ultimi due anni e il focus del dibattito resta sulle migrazioni, poiché la popolazione migrante ha raggiunto l’8,8% della popolazione, rafforzando la proposta di “espulsioni di massa” lanciata da Kast. L'articolo Gli Usa non sfondano in Sudamerica: il Cile va al ballottaggio e l’Ecuador dice “no” alle basi militari di Washington proviene da Il Fatto Quotidiano.
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