Un gancio sinistro che fece barcollare Mike Tyson. Era il 1989, quando Frank
Bruno a Las Vegas per primo fece vacillare l’icona della boxe mondiale: “La
gente mi chiede ancora perché non ho insistito. Ma lui colpiva più forte di
tutti. Un animale“. La loro fu una delle grandi rivalità sul ring degli anni
Novanta: la rivincita del 16 marzo 1996 sancì la fine della carriera di Bruno,
che era campione dei pesi massimi WBC dopo la vittoria a Wembley nel 1995 contro
Oliver McCall. L’ex pugile britannico, oggi 64enne, in un’intervista a La
Gazzetta dello Sport ha raccontato alcuni dettagli del suo rapporto con Mike
Tyson.
Il loro primo incontro avvenne “nel 1983, sui monti Catskill nello stato di New
York”. Tyson “aveva 16 anni e si allenava con il leggendario Cus D’Amato.
Facemmo una seduta di sparring per 3 round. Era già esplosivo, potentissimo.
Ricordo che parlava piano, con grande educazione. Ma si capiva che sarebbe
diventato pericolosissimo“. Sei anni dopo Bruno ne ebbe la conferma sul ring di
Las Vegas: “Velocità e potenza. Non ho mai affrontato nessuno con mani così
rapide. Ma dimostrai che anche Tyson era umano“.
Due match mondiali, il secondo con l’epilogo peggiore per Bruno: “Però Mike era
diverso: più arrabbiato dopo il carcere. Sembrava una tigre uscita da una gabbia
e liberata nella giungla. Mi spazzò via: rimasi sorpreso dalla ferocia con cui
salì sul ring”. La fine dei combattimenti fu uno choc per il britannico: “Quando
combatti davanti a 80mila persone ti sembra di vivere in un altro mondo. Poi,
all’improvviso, si spengono le luci”. Bruno cadde in depressione: “Soffro di
disturbo bipolare, sono finito in terapia per la cocaina“. Poi la rinascita,
anche grande alla Frank Bruno Foundation per “aiutare chi soffre di depressione,
ansia e stress. Bambini e adulti, senza distinzioni”.
Proprio quando era entrato nel tunnel, però, Bruno ha ritrovato il rapporto con
Mike Tyson: “Quando finii in clinica mi scrisse una lettera. Disse che aveva
pianto per me“. La loro rivalità nel tempo si è trasformata in amicizia, in
sincera empatia: “Abbiamo parlato per un’ora di vita e famiglie. Di boxe solo 5
minuti. Una sua frase non dimenticherò mai: combattere è la parte facile. La
parte difficile è costruirsi una vita fuori dal ring“.
L'articolo “Quando finii in clinica Mike Tyson mi scrisse una lettera, aveva
pianto per me. Una sua frase non dimenticherò mai”: parla Frank Bruno proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Boxe
Il ring del Casinò di Sanremo è diventato ancora una volta teatro di una prova
di carattere di un giovanissimo boxeur dal cognome che non può passare
inosservato. Lorenzo Mattia Berlusconi, figlio di Pier Silvio e Silvia Toffanin,
ha battuto Tirdeus Kasemi, pugile toscano di origini albanesi, nel match under
17 categoria 55 kg. Il classe 2010, davanti al padre, ha ottenuto la vittoria ai
punti, confermando così le ottime sensazioni anche nel suo terzo incontro a
livello federale.
Quello di Berlusconi jr pare infatti un percorso in ascesa: dall’esordio
federale a Savona a dicembre alla vittoria-lampo a Genova contro Simone
Farinelli, match interrotto dopo una sola ripresa per un’epistassi
dell’avversario. Con questa vittoria, Lorenzo Mattia Berlusconi consolida il suo
cammino nella boxe giovanile italiana. Lo confermano anche le parole di Clemente
Russo qualche settimana fa: “Molto intelligente, molto tecnico con una buona
guardia. Se continua così, allenandosi con impegno può togliersi tante belle
soddisfazioni”, aveva detto ai microfoni di Leggo il due volte argento olimpico.
L'articolo Lorenzo Mattia Berlusconi sale sul ring: terzo incontro vinto davanti
a papà Pier Silvio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tyson Fury è tornato ad allenarsi da qualche mese e a breve salirà nuovamente
sul ring dopo aver dato l’addio alla boxe nel dicembre del 2024. Sabato 11
aprile affronterà in Inghilterra il peso massimo russo (naturalizzato canadese)
Arslanbek Makhmudov. Sarà ancora il campione di un paio d’anni fa o l’assenza
dal quadrato avrà lasciato strascichi? Lo scrittore e influencer di boxe Marco
Nicolini aveva redatto nel 2021 la prefazione per l’edizione italiana
dell’autobiografia del campione. Crede ancora molto in Fury e nel suo rientro.
“Torna e diventa nuovamente campione del mondo, almeno di una sigla – è il suo
pronostico per ilfattoquotidiano.it – e in un eventuale terzo incontro con Usyk
lo do alla pari: non sarei affatto sorpreso se stavolta toccasse a lui vincere“.
Come mai ancora tanta fiducia in Tyson Fury?
È un pugile che ha dimostrato già in passato una forza d’animo incredibile,
specialmente nel gestire la depressione dopo essere arrivato in cima al mondo.
Per me resta l’avversario più pericoloso per Usyk. Se guardiamo al loro primo
incontro, Fury stava vincendo, poi ha preso quel colpo sul naso che ha cambiato
l’inerzia del match, altrimenti l’avrebbe portato a casa. Il secondo incontro,
invece, lo ha perso meritatamente. Nel terzo potrebbe farcela.
Molti criticano il suo stile poco ortodosso.
Esteticamente può non piacere, a tratti è quasi “brutto” da vedere, ma grande e
grosso, con delle braccia lunghissime, sa fare la boxe. È praticamente nato in
palestra. Dal vivo resti sconcertato dalla sua velocità, che in TV non si
percepisce appieno. È ancora relativamente giovane e non è rimasto fermo per
troppo tempo; non dimentichiamo che solo l’altro Tyson, Mike, era già nel pieno
della carriera a un’età giovanissima.
Il derby inglese con Anthony Joshua è fattibile?
La vedo dura. Persino Eddie Hearn, che di solito è un entusiasta, sembra non
crederci più. Il tragico incidente in Nigeria dove sono scomparsi due suoi amici
è stata una botta al cuore difficile da assorbire. Il derby inglese con Fury
andava fatto anni fa, purtroppo la boxe di oggi è così, i migliori non si
incontrano quasi mai perché combattono troppo poco rispetto al passato. Oggi i
pugili hanno giustamente una priorità diversa: non vogliono arrivare a 60 anni
con i segni dei colpi subiti.
Entrambi sono stati sconfitti da Oleksandr Usyk.
Usyk è il più piccolo del lotto, ma compensa con un’intelligenza pugilistica
superiore a tutti e tre. Ha un colpo d’occhio pazzesco e un movimento continuo.
Forse il suo stile può annoiare qualcuno, ma è un pugile nato. Tra i nuovi,
invece, mi piace molto Moses Itauma: ricorda il Mike Tyson degli inizi, ma va
testato con avversari veri. L’ultimo che ha affrontato Dillian Whyte era lì solo
per prendere la borsa.
Confronti con il passato?
I campioni vanno inquadrati nella loro epoca. Se prendiamo il Marciano di
allora, oggi farebbe quasi tenerezza: era piccolo e lento rispetto ai canoni
attuali. Ovviamente, se rinascesse oggi, sarebbe anche fisicamente diverso, ma
il paragone tecnico diretto non regge. Se pensiamo a sfide storiche come Lyle
contro Foreman, quello era un pugilato incredibile, ma se oggi mettessimo quei
pesi massimi contro Fury, lui sarebbe il grande favorito.
Spostandoci di categoria, nei Mediomassimi ci sono tre talenti impressionanti.
Bivol è il mio preferito da anni, ora mi piacerebbe vederlo contro Benavidez.
Parliamo di tre atleti di un livello immenso, incluso Beterbiev che a 41 anni
non ha paura di nessuno, anche se sappiamo che dopo i 40 si invecchia “come i
cani” in questo sport. Benavidez però ha un tempismo da peso leggero e dei bei
colpi. Seguo con interesse gli atleti dell’est: amavo il calcio sovietico di
Lobanovsky e oggi apprezzo quei pugili che vengono da quella parte del mondo per
la loro scuola, senza alcuna motivazione politica.
E in Italia?
In Italia la concorrenza degli altri sport è spietata. Servirebbero strutture
adeguate e, soprattutto, grandi operazioni di marketing. Il bambino deve vedere
la boxe in TV per innamorarsene. Attualmente mi piacciono Sarchioto, Zucco e
Squeo, ma se guardo al passato recente, pugili come De Carolis e Boschiero erano
eccezionali, avevano un talento superiore. Ho tutti i ragazzi di oggi nel cuore
e ho un rispetto immenso per ogni pugile che sale sul ring, ma onestamente, al
momento, non vedo nessuno al livello dei campioni del passato.
L'articolo L’ennesimo ritorno di Tyson Fury rivitalizza l’asfittico mondo dei
pesi massimi: “Vedrete che diventerà di nuovo campione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si è sentito male dopo aver concluso il suo allenamento e ora si cercano
eventuali responsabili per la morte di un 40enne in un centro sportivo sulla
Cassia, a Roma. L’uomo godeva di buona salute e praticava la disciplina del Muay
thai, anche nota come boxe tailandese. È stata aperta un’inchiesta: tra le
ipotesi c’è la possibilità che l’atleta abbia ricevuto un colpo così violento da
risultare poi fatale, magari non aveva indossato le protezioni adeguate.
L’episodio è avvenuto lo scorso mercoledì 4 febbraio. A seguito del malore che
lo ha colpito in palestra, il lottatore è stato soccorso e trasportato d’urgenza
all’ospedale Sant’Andrea ma non c’è stato niente da fare. Dopo il decesso, i
medici hanno fatto una segnalazione alla Procura di Roma e così il pubblico
ministero Stefano Opilio ha aperto un fascicolo per omicidio colposo.
Le indagini prenderanno una svolta decisiva quando arriverà l’esito
dell’autopsia, che è stata affidata alla sezione di Medicina legale
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Lo scopo delle autorità è capire se
ci sono responsabili dietro la morte del 40enne e accertarsi che il personale
della struttura sportiva abbia rispettato le procedure previste in casi del
genere, tra massaggio cardiaco, defibrillatore e la chiamata tempestiva dei
soccorsi.
Gli accertamenti includono anche l’analisi dei certificati medici consegnati
alla società per iscriversi ai corsi e gli esami tossicologici per escludere
l’assunzione di sostanze stupefacenti prima della prestazione sportiva.
L'articolo Lottatore di thai boxe muore dopo l’allenamento in palestra: la
Procura indaga per omicidio colposo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il pugile avanza verso il quadrato con in sottofondo la canzone d’ingresso che
si è scelto, i cannoni sparano il fumo artificiale e il ring announcer urla il
nome, caricando gli spettatori. Non siamo ai livelli di show delle serate a Las
Vegas, al Madison Square Garden o a Riad, però, come cornice, è comunque
superiore a molte riunioni italiane. E non stiamo parlando di pugilato
professionistico e nemmeno di quello olimpico: questo è il White Collar Boxing,
sì, la boxe dei colletti bianchi, che nasce a New York (alla Gleason’s Gym con
Bruce Silverglade) ma oggi ha una diffusione capillare in tutta la Gran
Bretagna. Non c’è città in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles dove non ci sia
un’organizzazione che metta in piedi serate di questo tipo, in cui lo scopo
finale è la beneficenza.
Un appassionato di boxe, che nella vita fa tutt’altro, si iscrive a una serata
di White Collar Boxing, si allena in una palestra per alcune settimane con
allenatori e sparring partner e poi finalmente combatte nel torneo. Non costa
nulla e non ricevi soldi: devi impegnarti a vendere dei biglietti d’ingresso il
cui ricavato va in beneficenza. A New York sono soprattutto avvocati, a Londra
quei “colletti bianchi” che durante tutto il giorno lavorano in qualche ufficio
di un grattacielo della City. Ma oggi il fenomeno è così esteso che si è
allargato a tutte le classi sociali. Un mondo di appassionati dal quale
recentemente è uscito uno dei pesi massimi attualmente più forti al mondo.
Da qualche mese Fabio Wardley è in possesso della cintura WBO, lasciata vacante
da Oleksandr Usyk. Classe 1994, Wardley ha iniziato tardi a praticare seriamente
questo sport, passando professionista nel 2017 senza esperienza da dilettante.
Da allora 21 match, tutti vinti, un solo pari con Frazer Clarke che avrebbe
comunque battuto qualche mese dopo. Recentemente ha messo KO (il ragazzone di
Ipswich, tifoso della squadra di calcio locale, ha un gran pugno che fa male)
Joseph Parker. Su YouTube si trovano alcuni spezzoni dei suoi vecchi match nella
White Collar Boxing, gli avversari fanno sempre un po’ di tenerezza per quanto
erano inferiori a lui, anche fisicamente. Lui neanche allora era propriamente un
“colletto bianco”, ma lavorava per un’agenzia che si occupava di reclutare
lavoratori del settore sanitario e sociale.
Non è un “colletto bianco” neanche Daniel Andrews, un gallese dalle Valleys, a
mezz’ora abbondante da Cardiff, anche lui il 6 dicembre scorso protagonista a un
evento della White Collar Boxing organizzato nella capitale del Galles. Durante
il giorno guida escavatori a 360 gradi. “Sono un operaio, un colletto blu —
racconta Andrews al fattoquotidiano.it — Ho avuto una breve carriera amatoriale
quando ero più giovane, in totale 6 incontri. Mi andava di riprovarci a 36 anni.
Ti offrono un campo d’allenamento gratuito di 10 settimane, con anche un sacco
di sparring. Ora sto pensando di fare un’altra esperienza, ma mi sono rotto il
naso facendo sparring tre settimane prima dell’incontro. Sto aspettando di
vedere uno specialista per sistemarmi, poi vedremo. Però mi è piaciuto
tantissimo!”. Soddisfatto del risultato? “Non soddisfattissimo, pesavo un po’
meno del mio avversario e ovviamente la ruggine, dopo essere stato fermo per 21
anni, non ha aiutato, ma ho comunque fatto una preparazione fantastica con i
ragazzi e la serata del match è stata elettrizzante, con amici e parenti
arrivati con un bus che io stesso ho organizzato”. Andrews non potrà certamente
diventare il nuovo Fabio Wardley, ma non per questo non lo tifa quando combatte.
“Wardley è una leggenda assoluta, per tutti i ragazzi del circuito White Collar
Boxing lui è un mito“.
L'articolo “Ti offrono l’allenamento gratis e diventi pugile per una notte”:
dentro il fenomeno del White Collar Boxing, da cui è nata la stella di Fabio
Wardley proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’anno che è appena iniziato è il numero 110 della storia della Federazione
Pugilistica Italiana, nata a Milano nel marzo del 1916. Oggi la FPI, con una
lunga storia alle spalle di successi olimpici e mondiali, sta lavorando su un
nuovo logo e per creare un nuovo brand. Tra qualche mese a Roma, in un
palazzetto ancora da ufficializzare, si festeggerà l’avvenimento con una serata
nella quale si cercherà di portare sul ring i migliori pugili italiani. In
questo clima di celebrazioni, alcune associazioni dilettantistiche se ne sono
andate dalla Federazione, per affiliarsi a Enti di Promozione sportiva, i
risultati faticano ad arrivare sia nel dilettantismo che nel professionismo e
c’è un malcontento tra le varie associazioni sportive in giro per l’Italia per
l’aumento della quota annuale (da 170 euro a 350). Il Presidente Flavio
D’Ambrosi, al secondo mandato, ha iniziato nel weekend del 17-18 gennaio il suo
tour per l’Italia per andare a parlare nelle varie palestre e nei comitati
regionali.
Presidente, cosa risponde a chi se ne è andato dalla FPI?
Appartenere alla nostra Federazione è un valore: da 110 anni la FPI ha la sua
identità, un patrimonio di gloria e successi e chi ne fa parte deve esserne
orgoglioso. La protesta che corre soprattutto sui social, legata all’incremento
del costo affiliativo, non è confermata dai dati sulle affiliazioni che, ad
oggi, sono superiori a quelle dello stesso giorno dell’anno precedente. Il
numero di tesserati è in linea con quello dell’anno scorso. Certo, la
contestazione per l’aumento delle quote può essere legittima, però va detto che
il costo non veniva ritoccato da oltre 15 anni ed è ancora parecchio al di sotto
di quello di molte altre federazioni.
Con sentenza di qualche giorno fa il Consiglio di Stato ha confermato una
sanzione di oltre 4,2 milioni di euro inflitta dall’Antitrust alla FIGC per aver
ostacolato illegittimamente l’attività della Libertas e degli altri enti nel
settore dei tornei calcistici giovanili e amatoriali. Una vittoria storica per
gli enti di promozione sportiva. Può rappresentare un problema per la FPI?
Oggi la disciplina pugilato ha molti competitor ad iniziare dagli altri sport da
combattimento; ma con gli enti di promozione sportiva non credo ci sia una vera
competizione poiché tra Fsn ed Eps c’è una differenza di fondo: le Fsn hanno le
Nazionali azzurre che gareggiano all’interno del circuito olimpico, nei Mondiali
e negli Europei. Gli Eps perseguono una finalità ludica e di benessere; le Fsn
oltre alla promozione sportiva curano l’alto livello, compreso il circuito Pro
che noi sosteniamo.
A proposito di sport olimpico. Il passaggio sotto l’egida della World Boxing a
livello dilettantistico a discapito della IBA garantisce all’Italia di
partecipare ai prossimi Giochi di Los Angeles. Agli ultimi mondiali della IBA a
Dubai l’Italia non ha partecipato, ma altri Paesi lo hanno fatto pur essendo
passati anche loro sotto la WB. Non era possibile il doppio percorso come per
esempio sta facendo il Kazakistan, Paese del neo eletto Presidente World Boxing
Gennady Golovkin?
Come FPI, attraverso il CONI, abbiamo seguito le indicazioni del Comitato
Olimpico Internazionale, quindi ci atteniamo a queste indicazioni e per adesso
non ci sono ancora norme o indicazioni diverse. In assenza di regole chiare
abbiamo agito in questa maniera, partecipando dunque al Mondiale di Liverpool
organizzato da World Boxing e non a quello di Dubai della IBA. Se poi
arriveranno altre disposizioni, le valuteremo. Ad ogni modo, la mia idea
personale è che un atleta non possa disputare più di 2 o 3 tornei di altissimo
livello all’anno: sicuramente non due Mondiali.
Luca Vadilonga, arbitro che con più di 9 mondiali IBA, compreso l’ultimo, si è
tesserato per la federazione pugilistica portoghese per avere la possibilità di
arbitrare ai Giochi olimpici.
Luca Vadilonga è un arbitro bravissimo, ma ha preso la sua decisione. Ripeto
quanto detto per le regole degli atleti.
IBA intanto ha organizzato una riunione professionistica a Torino.
Per quanto riguarda l’IBA a livello olimpico, restiamo allineati alle
indicazioni del CONI. Sul fronte del professionismo non possiamo intervenire, ma
al momento non riconosciamo quella associazione, così come non riconosciamo
tutte quelle al di fuori delle cinque sigle principali. Per noi quelli sono
semplici match ordinari.
Altro tema caldo è quello della giustizia sportiva.
L’organismo della giustizia sportiva è imparziale e dobbiamo sempre tenerlo a
mente. La scelta dei giudici viene fatta da organi collegiali. Coloro che si
candidano ad essere componenti degli Organi di giustizia sportiva, lo fanno con
una manifestazione di interesse validata dal Collegio di Garanzia della stessa
Federazione, che tra l’altro ha una durata superiore a un quadriennio federale e
a un mandato presidenziale. I componenti degli Organi di giustizia sono
avvocati, professori universitari di alta competenza; è avventato e fuori luogo
sostenere che possano tradire il principio di autonomia ed imparzialità.
Ma una scelta dei giudici federali completamente al di fuori del potere del
consiglio federale non sarebbe meglio?
Ben venga ogni futura proposta di riforma che faccia cadere ogni dubbio sui
rapporti tra organi federali e quelli della giustizia sportiva. Però attenzione
a gridare “allo scandalo” per ogni sentenza sfavorevole: così facendo tutte le
istituzioni perdono la loro credibilità.
Lei dà l’idea di essere sempre positivo, ma i risultati scarseggiano.
Soprattutto per quanto riguarda il settore maschile, zero medaglie olimpiche e
mondiali e al momento un solo titolo europeo tra i pro, quello di Cristian Zara.
Come mai?
Nel settore femminile abbiamo vinto un bronzo ai Mondiali: non capisco perché un
bronzo mondiale venga esaltato in tutti gli altri sport e da noi no. Pamela
Noutcho è in possesso del titolo mondiale IBO e abbiamo titoli europei vinti da
altre atlete. I tempi sono cambiati: una volta la struttura sociale permetteva
una maggiore crescita di talenti e poi oggi molti Paesi all’estero sono
migliorati tecnicamente. Comunque a Liverpool solo 9 nazionali hanno conquistato
un oro; paesi come Inghilterra, Cuba, Cina e USA non sono arrivati alla medaglia
più preziosa. I paesi dell’Est hanno un bacino d’utenza molto importante:
scordiamoci 3-4 medaglie olimpiche o mondiali a edizione, non perché l’Italia
pugilistica non sia competitiva ma perché il sistema sport Italia è fortemente
multidisciplinare e si divide un bacino di praticanti lo sport di alto livello
modesto rispetto ad altri Paesi.
La differenza con Uzbekistan e Kazakistan sembra comunque enorme.
Ma non abbiamo noi una marcia in meno: sono loro ad averne una in più. Nel 2025
abbiamo comunque conquistato 44 podi tra Squadre Azzurre di categoria ed Élite
in Europei, Mondiali e Coppa del Mondo. Di questi, il 65% proviene dalle
categorie giovanili: in prospettiva è il dato migliore. Possiamo dire che siamo
tra i primi 10 paesi al mondo, ma il movimento pugilistico non si misura solo
con le medaglie.
Spieghi meglio.
Il movimento cresce in maniera incredibile: abbiamo il record di società (1.120
nel 2024, aumentate ancora nel 2025) e il record storico di 80.000 tesserati.
Nel 2025 abbiamo registrato 1.300 eventi Pro e spettatori in crescita. Vi sembra
uno sport in crisi? Portiamo avanti molti progetti sociali: con la boxe siamo
entrati nelle carceri, nelle scuole e nei quartieri difficili. Il pugilato è
inclusione sociale, è pedagogico e formativo. Abbiamo organizzato il titolo
italiano di paraboxe, che spero in futuro diventi sport paralimpico.
Immaginiamo un malcontento della base.
Per quanto riguarda il malcontento, io giro l’Italia, mi piace il confronto e
parlare. Non ho paura di scendere sul territorio e accolgo ogni suggerimento.
Spesso il malcontento che si legge sui social non corrisponde affatto a quello
del mondo reale.
Nell’ultimo rapporto di Sport e Salute nella classifica di rendimento di tutte
le Federazioni sportive italiane, la FPI si trova molto in basso.
Oggi ci sono molte federazioni che in termini di bacino di praticanti e risorse
sono giganti rispetto alla Fpi e scontiamo anche un ritardo, dovuto al passato,
nella formazione di un’adeguata classe di manager dello sport che possano
gestire la complessità della Federazione pugilistica italiana. Mi piacerebbe che
dopo di me, forse già dal prossimo quadriennio, la Fpi continuasse anche il
percorso di crescita dirigenziale.
Quindi a fine mandato farà un passo indietro?
Io ho continuato a lavorare nella mia Amministrazione durante il mio impegno
federale. Faccio il Presidente con impegno e passione, come promessa fatta a mio
padre. Fin dall’inizio, ho rinunciato al trattamento economico riservato ai
presidenti federali e lo rimetto completamente al servizio dell’attività
pugilistica federale.
Come è successo con il padel nel tennis, potrebbe essere che la boxe inglobi in
federazione altre discipline?
In relazione ad un orientamento che era emerso tempo fa in tema di
razionalizzazione del numero delle Federazioni, potrebbe sembrare una buona idea
quella di gestire un altro sport da combattimento; un tempo, per esempio, la
kickboxing era gestita dalla FPI.
L'articolo D’Ambrosi, presidente FederBoxe: “Il malcontento è sui social, ma
aumentano i tesserati. Poche medaglie? Siamo in crescita” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Medaglia di bronzo (ma per tutti d’oro) a Los Angeles ’84, ex professionista che
sognava Mike Tyson prima che la scoperta di avere un solo rene ne frenasse le
ambizioni mondiali, Angelo Musone oggi insegna pugilato in una palestra di
Casapulla (Caserta), la Fit & Fight di Raffaele Vitale. Ma non lo fa sotto
l’egida della Federazione Pugilistica Italiana, preferisce come segno di
protesta essere affiliato ad un ente di promozione sportiva, il Centro Nazionale
Sportivo Libertas (CNS Libertas). Quest’anno Musone cercherà all’interno della
palestra di crescere giovani pugili in un contesto alternativo a quello federale
e dunque a quello olimpico. “Non sarà semplice, anche perché avverto il timore
di molti nel discostarsi dalla FPI. Ma sento il dovere di provare a cambiare
rotta. Dalle Olimpiadi 2016 in poi l’Italia ha conquistato solo una medaglia di
bronzo a Tokyo, grazie al talento di Irma Testa e non alla capacità di
programmare e far crescere i pugili. Mi sembra chiaro che siamo di fronte ad un
fallimento“, dice l’ex campione al fattoquotidiano.it.
Musone in passato è stato consigliere federale e candidato alla presidenza del
2021 (sconfitto dall’attuale presidente Flavio D’Ambrosi). Il rapporto tra
Musone e i vertici federali oggi è inesistente, segnato da dimissioni e
squalifiche del passato che l’ex campione non ha mai digerito. “Mi hanno
squalificato due volte per 30 giorni, una perché avevo partecipato ad una
riunione di un altro ente in Sicilia, un’altra perché avevo fatto il terzo
allenatore all’angolo, quando IBA ma non la FPI aveva deliberato che potesse
esserci una figura in più oltre ai due. Secondo l’Articolo 13 della Costituzione
italiana, solo un giudice vero può inibire una persona ad andare in un luogo.
Esprimo forti perplessità sulla gestione della giustizia sportiva, i giudici
sono nominati dal presidente e dal consiglio federale. Non si dovrebbe colpire
una medaglia olimpica per simili motivi. Anche recentemente c’è stata una
squalifica del presidente di un comitato regionale fuori da ogni proporzione. Il
senso dello sport dovrebbe essere confronto e dialogo, non chiusura”.
Musone continua a vivere a Marcianise nella casa dove è cresciuto. Quando tornò
da Los Angeles, dopo il furto subito in semifinale con l’americano Henry
Tillman, la città lo accolse come un eroe. Diecimila persone in piazza per il
primo medagliato olimpico della città. “Sapevo di aver vinto e Tillman e sapeva
di aver perso. L’ho incontrato l’anno scorso e lo ha ammesso di nuovo. In quel
momento provi un senso di impotenza totale, scenderesti dal ring per picchiare
tutti“. Marcianise rimane la capitale italiana della boxe? “Non si ottengono più
i risultati di un tempo, basta fare un confronto su come sono andati i recenti
Assoluti italiani a Trieste rispetto al medagliere del passato. Sono
arrabbiatissimo per come viene trattata la mia amata disciplina, ma voglio
concludere dicendo che da sportivo quale sono mi auguro che la boxe italiana e
quella di Marcianise possano ritrovare presto la centralità che meritano”.
L'articolo “Arrabbiatissimo per come viene trattata la mia amata boxe, così
provo a cambiare rotta”: la scelta di Angelo Musone contro i vertici federali
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo il drammatico incidente stradale avvenuto in Nigeria, dove hanno perso la
vita due suoi cari amici e collaboratori, Anthony Joshua sembrerebbe
intenzionato a dire addio alla boxe. Manca l’ufficialità, ma lo zio Adedamola ha
lasciato trapelare che il match farlocco di dicembre vinto con lo youtuber Jake
Paul possa essere l’ultimo in carriera per il peso massimo inglese. AJ è stato
campione olimpico (a Londra vittoria immeritata sul nostro Cammarelle), campione
del mondo unificato per due volte e gallina dalle uova d’oro per la Matchroom di
Eddie Hearn perché il ragazzo classe 1989 ha saputo riempire gli stadi come
forse nessun altro nell’ultimo decennio. Fisico scultoreo e volto da attore, è
stato un grande della categoria regina, mettendo fine nel 2017 al regno di
Wladimir Klitschko, andato giù due volte all’undicesima ripresa. Un suo match è
stato una delle sorprese più grandi della storia recente della boxe, sconfitto
da Andy Ruiz di cui poi si sarebbe vendicato sei mesi dopo. Non ci riuscì invece
con Usyk, che lo sconfisse due volte tra il 2021 e 2022.
Da quel momento la carriera di AJ è entrata nella parabola discendente, ma lui
comunque è rimasto uno dei migliori della categoria. L’incontro che non si è mai
fatto è quello con Tyson Fury, un derby inglese che avrebbe riempito non uno ma
due stadi. Tanta attesa, ma le firme sui contratti non sono mai arrivate. Fury
si è ritirato l’anno scorso e proprio in questi giorni l’annuncio – la storia
della boxe e del personaggio dimostrano che non poteva accadere niente di
diverso – del rientro. La categoria più amata, oltre a perdere un protagonista,
rimane senza la possibilità di vedere questo derby tra Manchester e Londra
(Anthony è nato a Watford). Fury, con il suo talento e la capacità di fare show,
a quasi 38 anni saprà rivitalizzare una categoria che ha sì un campionissimo
(non più giovane neanche lui) come Usyk, ma non un trascinatore di folle?
Perché per il resto non si vedono fenomeni in giro. Ha per il momento la cintura
WBO Fabio Wardley, uno che viene dalla White Collar Boxing, cioè quella boxe
fatta in tutta l’Inghilterra da gente abituata a lavorare otto ore in ufficio e
che poi per raccogliere fondi per beneficenza sale sul ring alla sera in tornei
regolarmente organizzati. Oggi è uno dei migliori, ha dimostrato di avere il
pugno del ko ma non stiamo parlando di Muhammad Ali. C’è sì una promessa, si
chiama Moses Itauma, anche lui inglese ma nato in Slovacchia, sta vincendo quasi
sempre per ko, è molto giovane (ha appena compiuto 21 anni) e forse non è ancora
pronto per Usyk. Il prossimo 24 gennaio combatte a Manchester contro Jermaine
Franklin Jr.
Tanto altro non sembra di esserci all’orizzonte. Daniel Dubois, Filip Hrgovic,
Joseph Parker hanno talvolta balbettato. Paradossalmente dopo tanti anni (non si
vince un Europeo dei massimi da Paolone Vidoz) non siamo poi messi così male in
Italia. Guido Vianello frequenta l’America da alcune stagioni, alterna
prestazioni grigie ad altre straordinarie e sogna l’occasione mondiale. In
Italia si allena anche un cubano, Angelo Morejon, che presto vuole vincere il
mondiale Wbc della categoria Bridger per poi salire di categoria e provarci pure
lui. Dai dilettanti e passato pro anche Abbes Mouhiidine, come massimo leggero,
che da dilettante è stato un campione vero. Ovvio che per i nostri confrontarsi
con i top 5 della boxe mondiale sarebbe come disputare un altro campionato, ma
chissà che in questo momento di crisi non possano inserirsi anche loro in certi
giochi. Ovviamente come è tornato Fury (e come più o meno nella storia sono
tornati quasi tutti) magari un giorno potrebbe fare il comeback in questo
teatrino dei Pesi Massimi anche Joshua. Ma una sfida tra due quasi quarantenni
farebbe bene al movimento o sarebbe un altro colpo mortale a questo sport ancora
affascinante ma sempre più umiliato?
L'articolo Anthony Joshua si ritira, Tyson Fury torna: ecco perché non sono una
buona notizia per il solito teatrino dei pesi massimi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A morire nello scontro del Suv di Anthony Joshua con a bordo quattro persone
contro un camion parcheggiato sono stati Sina Ghami e Latif Ayodele, due amici e
allenatori del pugile britannico: questi i nuovi aggiornamenti sull’incidente
che ha coinvolto Joshua nella giornata di lunedì. “Con profonda tristezza è
stato confermato che due cari amici e membri del team, Sina Ghami e Latif
Ayodele, sono tragicamente scomparsi”, si legge in una nota del management
Matchroom Boxing and 258 BXG. “Entrambi avevano 36 anni ed erano amici e
collaboratori di lunga data di Joshua”, aggiunge l’entourage dell’ex campione
del mondo dei pesi massimi.
Anthony Joshua è invece “stabile e cosciente“, ma rimane ricoverato sotto
osservazione in ospedale per ulteriori esami e trattamenti. Il 36enne pugile
britannico è rimasto ferito ieri nel corso di un incidente d’auto in Nigeria,
nello stato di Ogun, lungo l’autostrada che collega Lagos e Ibadan e in cui
hanno perso la vita i due amici e membri del suo team. Dalle prime notizie
arrivate subito dopo l’incidente e sulle quali non ci sono aggiornamenti, il
pugile sarebbe stato tirato fuori vivo dai rottami della sua Lexus Jeep –
distrutta nell’impatto contro un camion fermo – da diversi soccorritori accorsi
sul luogo dell’incidente che lo avrebbero ritrovato in stato confusionale.
Intanto Joshua in ospedale ha ricevuto la chiamata del presidente nigeriano,
Bola Tinubu: “Gli ho augurato una pronta e completa guarigione e ho pregato con
lui. Mi ha assicurato che sta ricevendo le migliori cure possibili. Ho anche
parlato con sua madre ed ho pregato per lei. Ha apprezzato molto la telefonata“.
Joshua è stato uno dei volti nel mondo della boxe nell’ultimo decennio: il
pugile britannico-nigeriano ha vinto nel 2012 l’oro olimpico a Londra nei pesi
massimi (dopo un discusso match contro Cammarelle) e ha regnato tra i pro nella
stessa categoria tra il 2016 e il 2021. È nuovamente tornato al centro dei
riflettori pochissimi giorni fa, dopo l’incontro-farsa vinto contro lo youtuber
Jake Paul.
L'articolo Dramma Joshua, svelata l’identità delle vittime: erano due suoi
allenatori. Le condizioni del pugile proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ex campione mondiale Anthony Joshua, pugile dei pesi massimi, è stato
coinvolto in un grave incidente automobilistico in Nigeria. Lo scontro è
avvenuto nello Stato di Ogun, sulla superstrada Lagos-Ibadan. Nello scontro sono
morte due persone, mentre non si conoscono ancora precisamente le condizioni
dell’atleta. Dalle prime notizie ricevute, il pugile sarebbe stato tirato fuori
vivo dai rottami della sua Lexus Jeep – distrutta nell’impatto contro un camion
fermo – da diversi soccorritori accorsi sul luogo dell’incidente, che lo
avrebbero ritrovato in stato confusionale.
Joshua è stato uno dei volti nel mondo della boxe nell’ultimo decennio: il
pugile britannico-nigeriano ha vinto nel 2012 l’oro olimpico a Londra nei pesi
massimi (dopo un discusso match contro Cammarelle) e ha regnato tra i pro nella
stessa categoria tra il 2016 e il 2021. È nuovamente tornato al centro dei
riflettori pochissimi giorni fa, dopo l’incontro-farsa vinto contro lo youtuber
Jake Paul.
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ritrovato in stato confusionale proviene da Il Fatto Quotidiano.