Il pugile avanza verso il quadrato con in sottofondo la canzone d’ingresso che
si è scelto, i cannoni sparano il fumo artificiale e il ring announcer urla il
nome, caricando gli spettatori. Non siamo ai livelli di show delle serate a Las
Vegas, al Madison Square Garden o a Riad, però, come cornice, è comunque
superiore a molte riunioni italiane. E non stiamo parlando di pugilato
professionistico e nemmeno di quello olimpico: questo è il White Collar Boxing,
sì, la boxe dei colletti bianchi, che nasce a New York (alla Gleason’s Gym con
Bruce Silverglade) ma oggi ha una diffusione capillare in tutta la Gran
Bretagna. Non c’è città in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles dove non ci sia
un’organizzazione che metta in piedi serate di questo tipo, in cui lo scopo
finale è la beneficenza.
Un appassionato di boxe, che nella vita fa tutt’altro, si iscrive a una serata
di White Collar Boxing, si allena in una palestra per alcune settimane con
allenatori e sparring partner e poi finalmente combatte nel torneo. Non costa
nulla e non ricevi soldi: devi impegnarti a vendere dei biglietti d’ingresso il
cui ricavato va in beneficenza. A New York sono soprattutto avvocati, a Londra
quei “colletti bianchi” che durante tutto il giorno lavorano in qualche ufficio
di un grattacielo della City. Ma oggi il fenomeno è così esteso che si è
allargato a tutte le classi sociali. Un mondo di appassionati dal quale
recentemente è uscito uno dei pesi massimi attualmente più forti al mondo.
Da qualche mese Fabio Wardley è in possesso della cintura WBO, lasciata vacante
da Oleksandr Usyk. Classe 1994, Wardley ha iniziato tardi a praticare seriamente
questo sport, passando professionista nel 2017 senza esperienza da dilettante.
Da allora 21 match, tutti vinti, un solo pari con Frazer Clarke che avrebbe
comunque battuto qualche mese dopo. Recentemente ha messo KO (il ragazzone di
Ipswich, tifoso della squadra di calcio locale, ha un gran pugno che fa male)
Joseph Parker. Su YouTube si trovano alcuni spezzoni dei suoi vecchi match nella
White Collar Boxing, gli avversari fanno sempre un po’ di tenerezza per quanto
erano inferiori a lui, anche fisicamente. Lui neanche allora era propriamente un
“colletto bianco”, ma lavorava per un’agenzia che si occupava di reclutare
lavoratori del settore sanitario e sociale.
Non è un “colletto bianco” neanche Daniel Andrews, un gallese dalle Valleys, a
mezz’ora abbondante da Cardiff, anche lui il 6 dicembre scorso protagonista a un
evento della White Collar Boxing organizzato nella capitale del Galles. Durante
il giorno guida escavatori a 360 gradi. “Sono un operaio, un colletto blu —
racconta Andrews al fattoquotidiano.it — Ho avuto una breve carriera amatoriale
quando ero più giovane, in totale 6 incontri. Mi andava di riprovarci a 36 anni.
Ti offrono un campo d’allenamento gratuito di 10 settimane, con anche un sacco
di sparring. Ora sto pensando di fare un’altra esperienza, ma mi sono rotto il
naso facendo sparring tre settimane prima dell’incontro. Sto aspettando di
vedere uno specialista per sistemarmi, poi vedremo. Però mi è piaciuto
tantissimo!”. Soddisfatto del risultato? “Non soddisfattissimo, pesavo un po’
meno del mio avversario e ovviamente la ruggine, dopo essere stato fermo per 21
anni, non ha aiutato, ma ho comunque fatto una preparazione fantastica con i
ragazzi e la serata del match è stata elettrizzante, con amici e parenti
arrivati con un bus che io stesso ho organizzato”. Andrews non potrà certamente
diventare il nuovo Fabio Wardley, ma non per questo non lo tifa quando combatte.
“Wardley è una leggenda assoluta, per tutti i ragazzi del circuito White Collar
Boxing lui è un mito“.
L'articolo “Ti offrono l’allenamento gratis e diventi pugile per una notte”:
dentro il fenomeno del White Collar Boxing, da cui è nata la stella di Fabio
Wardley proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Boxe
L’anno che è appena iniziato è il numero 110 della storia della Federazione
Pugilistica Italiana, nata a Milano nel marzo del 1916. Oggi la FPI, con una
lunga storia alle spalle di successi olimpici e mondiali, sta lavorando su un
nuovo logo e per creare un nuovo brand. Tra qualche mese a Roma, in un
palazzetto ancora da ufficializzare, si festeggerà l’avvenimento con una serata
nella quale si cercherà di portare sul ring i migliori pugili italiani. In
questo clima di celebrazioni, alcune associazioni dilettantistiche se ne sono
andate dalla Federazione, per affiliarsi a Enti di Promozione sportiva, i
risultati faticano ad arrivare sia nel dilettantismo che nel professionismo e
c’è un malcontento tra le varie associazioni sportive in giro per l’Italia per
l’aumento della quota annuale (da 170 euro a 350). Il Presidente Flavio
D’Ambrosi, al secondo mandato, ha iniziato nel weekend del 17-18 gennaio il suo
tour per l’Italia per andare a parlare nelle varie palestre e nei comitati
regionali.
Presidente, cosa risponde a chi se ne è andato dalla FPI?
Appartenere alla nostra Federazione è un valore: da 110 anni la FPI ha la sua
identità, un patrimonio di gloria e successi e chi ne fa parte deve esserne
orgoglioso. La protesta che corre soprattutto sui social, legata all’incremento
del costo affiliativo, non è confermata dai dati sulle affiliazioni che, ad
oggi, sono superiori a quelle dello stesso giorno dell’anno precedente. Il
numero di tesserati è in linea con quello dell’anno scorso. Certo, la
contestazione per l’aumento delle quote può essere legittima, però va detto che
il costo non veniva ritoccato da oltre 15 anni ed è ancora parecchio al di sotto
di quello di molte altre federazioni.
Con sentenza di qualche giorno fa il Consiglio di Stato ha confermato una
sanzione di oltre 4,2 milioni di euro inflitta dall’Antitrust alla FIGC per aver
ostacolato illegittimamente l’attività della Libertas e degli altri enti nel
settore dei tornei calcistici giovanili e amatoriali. Una vittoria storica per
gli enti di promozione sportiva. Può rappresentare un problema per la FPI?
Oggi la disciplina pugilato ha molti competitor ad iniziare dagli altri sport da
combattimento; ma con gli enti di promozione sportiva non credo ci sia una vera
competizione poiché tra Fsn ed Eps c’è una differenza di fondo: le Fsn hanno le
Nazionali azzurre che gareggiano all’interno del circuito olimpico, nei Mondiali
e negli Europei. Gli Eps perseguono una finalità ludica e di benessere; le Fsn
oltre alla promozione sportiva curano l’alto livello, compreso il circuito Pro
che noi sosteniamo.
A proposito di sport olimpico. Il passaggio sotto l’egida della World Boxing a
livello dilettantistico a discapito della IBA garantisce all’Italia di
partecipare ai prossimi Giochi di Los Angeles. Agli ultimi mondiali della IBA a
Dubai l’Italia non ha partecipato, ma altri Paesi lo hanno fatto pur essendo
passati anche loro sotto la WB. Non era possibile il doppio percorso come per
esempio sta facendo il Kazakistan, Paese del neo eletto Presidente World Boxing
Gennady Golovkin?
Come FPI, attraverso il CONI, abbiamo seguito le indicazioni del Comitato
Olimpico Internazionale, quindi ci atteniamo a queste indicazioni e per adesso
non ci sono ancora norme o indicazioni diverse. In assenza di regole chiare
abbiamo agito in questa maniera, partecipando dunque al Mondiale di Liverpool
organizzato da World Boxing e non a quello di Dubai della IBA. Se poi
arriveranno altre disposizioni, le valuteremo. Ad ogni modo, la mia idea
personale è che un atleta non possa disputare più di 2 o 3 tornei di altissimo
livello all’anno: sicuramente non due Mondiali.
Luca Vadilonga, arbitro che con più di 9 mondiali IBA, compreso l’ultimo, si è
tesserato per la federazione pugilistica portoghese per avere la possibilità di
arbitrare ai Giochi olimpici.
Luca Vadilonga è un arbitro bravissimo, ma ha preso la sua decisione. Ripeto
quanto detto per le regole degli atleti.
IBA intanto ha organizzato una riunione professionistica a Torino.
Per quanto riguarda l’IBA a livello olimpico, restiamo allineati alle
indicazioni del CONI. Sul fronte del professionismo non possiamo intervenire, ma
al momento non riconosciamo quella associazione, così come non riconosciamo
tutte quelle al di fuori delle cinque sigle principali. Per noi quelli sono
semplici match ordinari.
Altro tema caldo è quello della giustizia sportiva.
L’organismo della giustizia sportiva è imparziale e dobbiamo sempre tenerlo a
mente. La scelta dei giudici viene fatta da organi collegiali. Coloro che si
candidano ad essere componenti degli Organi di giustizia sportiva, lo fanno con
una manifestazione di interesse validata dal Collegio di Garanzia della stessa
Federazione, che tra l’altro ha una durata superiore a un quadriennio federale e
a un mandato presidenziale. I componenti degli Organi di giustizia sono
avvocati, professori universitari di alta competenza; è avventato e fuori luogo
sostenere che possano tradire il principio di autonomia ed imparzialità.
Ma una scelta dei giudici federali completamente al di fuori del potere del
consiglio federale non sarebbe meglio?
Ben venga ogni futura proposta di riforma che faccia cadere ogni dubbio sui
rapporti tra organi federali e quelli della giustizia sportiva. Però attenzione
a gridare “allo scandalo” per ogni sentenza sfavorevole: così facendo tutte le
istituzioni perdono la loro credibilità.
Lei dà l’idea di essere sempre positivo, ma i risultati scarseggiano.
Soprattutto per quanto riguarda il settore maschile, zero medaglie olimpiche e
mondiali e al momento un solo titolo europeo tra i pro, quello di Cristian Zara.
Come mai?
Nel settore femminile abbiamo vinto un bronzo ai Mondiali: non capisco perché un
bronzo mondiale venga esaltato in tutti gli altri sport e da noi no. Pamela
Noutcho è in possesso del titolo mondiale IBO e abbiamo titoli europei vinti da
altre atlete. I tempi sono cambiati: una volta la struttura sociale permetteva
una maggiore crescita di talenti e poi oggi molti Paesi all’estero sono
migliorati tecnicamente. Comunque a Liverpool solo 9 nazionali hanno conquistato
un oro; paesi come Inghilterra, Cuba, Cina e USA non sono arrivati alla medaglia
più preziosa. I paesi dell’Est hanno un bacino d’utenza molto importante:
scordiamoci 3-4 medaglie olimpiche o mondiali a edizione, non perché l’Italia
pugilistica non sia competitiva ma perché il sistema sport Italia è fortemente
multidisciplinare e si divide un bacino di praticanti lo sport di alto livello
modesto rispetto ad altri Paesi.
La differenza con Uzbekistan e Kazakistan sembra comunque enorme.
Ma non abbiamo noi una marcia in meno: sono loro ad averne una in più. Nel 2025
abbiamo comunque conquistato 44 podi tra Squadre Azzurre di categoria ed Élite
in Europei, Mondiali e Coppa del Mondo. Di questi, il 65% proviene dalle
categorie giovanili: in prospettiva è il dato migliore. Possiamo dire che siamo
tra i primi 10 paesi al mondo, ma il movimento pugilistico non si misura solo
con le medaglie.
Spieghi meglio.
Il movimento cresce in maniera incredibile: abbiamo il record di società (1.120
nel 2024, aumentate ancora nel 2025) e il record storico di 80.000 tesserati.
Nel 2025 abbiamo registrato 1.300 eventi Pro e spettatori in crescita. Vi sembra
uno sport in crisi? Portiamo avanti molti progetti sociali: con la boxe siamo
entrati nelle carceri, nelle scuole e nei quartieri difficili. Il pugilato è
inclusione sociale, è pedagogico e formativo. Abbiamo organizzato il titolo
italiano di paraboxe, che spero in futuro diventi sport paralimpico.
Immaginiamo un malcontento della base.
Per quanto riguarda il malcontento, io giro l’Italia, mi piace il confronto e
parlare. Non ho paura di scendere sul territorio e accolgo ogni suggerimento.
Spesso il malcontento che si legge sui social non corrisponde affatto a quello
del mondo reale.
Nell’ultimo rapporto di Sport e Salute nella classifica di rendimento di tutte
le Federazioni sportive italiane, la FPI si trova molto in basso.
Oggi ci sono molte federazioni che in termini di bacino di praticanti e risorse
sono giganti rispetto alla Fpi e scontiamo anche un ritardo, dovuto al passato,
nella formazione di un’adeguata classe di manager dello sport che possano
gestire la complessità della Federazione pugilistica italiana. Mi piacerebbe che
dopo di me, forse già dal prossimo quadriennio, la Fpi continuasse anche il
percorso di crescita dirigenziale.
Quindi a fine mandato farà un passo indietro?
Io ho continuato a lavorare nella mia Amministrazione durante il mio impegno
federale. Faccio il Presidente con impegno e passione, come promessa fatta a mio
padre. Fin dall’inizio, ho rinunciato al trattamento economico riservato ai
presidenti federali e lo rimetto completamente al servizio dell’attività
pugilistica federale.
Come è successo con il padel nel tennis, potrebbe essere che la boxe inglobi in
federazione altre discipline?
In relazione ad un orientamento che era emerso tempo fa in tema di
razionalizzazione del numero delle Federazioni, potrebbe sembrare una buona idea
quella di gestire un altro sport da combattimento; un tempo, per esempio, la
kickboxing era gestita dalla FPI.
L'articolo D’Ambrosi, presidente FederBoxe: “Il malcontento è sui social, ma
aumentano i tesserati. Poche medaglie? Siamo in crescita” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Medaglia di bronzo (ma per tutti d’oro) a Los Angeles ’84, ex professionista che
sognava Mike Tyson prima che la scoperta di avere un solo rene ne frenasse le
ambizioni mondiali, Angelo Musone oggi insegna pugilato in una palestra di
Casapulla (Caserta), la Fit & Fight di Raffaele Vitale. Ma non lo fa sotto
l’egida della Federazione Pugilistica Italiana, preferisce come segno di
protesta essere affiliato ad un ente di promozione sportiva, il Centro Nazionale
Sportivo Libertas (CNS Libertas). Quest’anno Musone cercherà all’interno della
palestra di crescere giovani pugili in un contesto alternativo a quello federale
e dunque a quello olimpico. “Non sarà semplice, anche perché avverto il timore
di molti nel discostarsi dalla FPI. Ma sento il dovere di provare a cambiare
rotta. Dalle Olimpiadi 2016 in poi l’Italia ha conquistato solo una medaglia di
bronzo a Tokyo, grazie al talento di Irma Testa e non alla capacità di
programmare e far crescere i pugili. Mi sembra chiaro che siamo di fronte ad un
fallimento“, dice l’ex campione al fattoquotidiano.it.
Musone in passato è stato consigliere federale e candidato alla presidenza del
2021 (sconfitto dall’attuale presidente Flavio D’Ambrosi). Il rapporto tra
Musone e i vertici federali oggi è inesistente, segnato da dimissioni e
squalifiche del passato che l’ex campione non ha mai digerito. “Mi hanno
squalificato due volte per 30 giorni, una perché avevo partecipato ad una
riunione di un altro ente in Sicilia, un’altra perché avevo fatto il terzo
allenatore all’angolo, quando IBA ma non la FPI aveva deliberato che potesse
esserci una figura in più oltre ai due. Secondo l’Articolo 13 della Costituzione
italiana, solo un giudice vero può inibire una persona ad andare in un luogo.
Esprimo forti perplessità sulla gestione della giustizia sportiva, i giudici
sono nominati dal presidente e dal consiglio federale. Non si dovrebbe colpire
una medaglia olimpica per simili motivi. Anche recentemente c’è stata una
squalifica del presidente di un comitato regionale fuori da ogni proporzione. Il
senso dello sport dovrebbe essere confronto e dialogo, non chiusura”.
Musone continua a vivere a Marcianise nella casa dove è cresciuto. Quando tornò
da Los Angeles, dopo il furto subito in semifinale con l’americano Henry
Tillman, la città lo accolse come un eroe. Diecimila persone in piazza per il
primo medagliato olimpico della città. “Sapevo di aver vinto e Tillman e sapeva
di aver perso. L’ho incontrato l’anno scorso e lo ha ammesso di nuovo. In quel
momento provi un senso di impotenza totale, scenderesti dal ring per picchiare
tutti“. Marcianise rimane la capitale italiana della boxe? “Non si ottengono più
i risultati di un tempo, basta fare un confronto su come sono andati i recenti
Assoluti italiani a Trieste rispetto al medagliere del passato. Sono
arrabbiatissimo per come viene trattata la mia amata disciplina, ma voglio
concludere dicendo che da sportivo quale sono mi auguro che la boxe italiana e
quella di Marcianise possano ritrovare presto la centralità che meritano”.
L'articolo “Arrabbiatissimo per come viene trattata la mia amata boxe, così
provo a cambiare rotta”: la scelta di Angelo Musone contro i vertici federali
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo il drammatico incidente stradale avvenuto in Nigeria, dove hanno perso la
vita due suoi cari amici e collaboratori, Anthony Joshua sembrerebbe
intenzionato a dire addio alla boxe. Manca l’ufficialità, ma lo zio Adedamola ha
lasciato trapelare che il match farlocco di dicembre vinto con lo youtuber Jake
Paul possa essere l’ultimo in carriera per il peso massimo inglese. AJ è stato
campione olimpico (a Londra vittoria immeritata sul nostro Cammarelle), campione
del mondo unificato per due volte e gallina dalle uova d’oro per la Matchroom di
Eddie Hearn perché il ragazzo classe 1989 ha saputo riempire gli stadi come
forse nessun altro nell’ultimo decennio. Fisico scultoreo e volto da attore, è
stato un grande della categoria regina, mettendo fine nel 2017 al regno di
Wladimir Klitschko, andato giù due volte all’undicesima ripresa. Un suo match è
stato una delle sorprese più grandi della storia recente della boxe, sconfitto
da Andy Ruiz di cui poi si sarebbe vendicato sei mesi dopo. Non ci riuscì invece
con Usyk, che lo sconfisse due volte tra il 2021 e 2022.
Da quel momento la carriera di AJ è entrata nella parabola discendente, ma lui
comunque è rimasto uno dei migliori della categoria. L’incontro che non si è mai
fatto è quello con Tyson Fury, un derby inglese che avrebbe riempito non uno ma
due stadi. Tanta attesa, ma le firme sui contratti non sono mai arrivate. Fury
si è ritirato l’anno scorso e proprio in questi giorni l’annuncio – la storia
della boxe e del personaggio dimostrano che non poteva accadere niente di
diverso – del rientro. La categoria più amata, oltre a perdere un protagonista,
rimane senza la possibilità di vedere questo derby tra Manchester e Londra
(Anthony è nato a Watford). Fury, con il suo talento e la capacità di fare show,
a quasi 38 anni saprà rivitalizzare una categoria che ha sì un campionissimo
(non più giovane neanche lui) come Usyk, ma non un trascinatore di folle?
Perché per il resto non si vedono fenomeni in giro. Ha per il momento la cintura
WBO Fabio Wardley, uno che viene dalla White Collar Boxing, cioè quella boxe
fatta in tutta l’Inghilterra da gente abituata a lavorare otto ore in ufficio e
che poi per raccogliere fondi per beneficenza sale sul ring alla sera in tornei
regolarmente organizzati. Oggi è uno dei migliori, ha dimostrato di avere il
pugno del ko ma non stiamo parlando di Muhammad Ali. C’è sì una promessa, si
chiama Moses Itauma, anche lui inglese ma nato in Slovacchia, sta vincendo quasi
sempre per ko, è molto giovane (ha appena compiuto 21 anni) e forse non è ancora
pronto per Usyk. Il prossimo 24 gennaio combatte a Manchester contro Jermaine
Franklin Jr.
Tanto altro non sembra di esserci all’orizzonte. Daniel Dubois, Filip Hrgovic,
Joseph Parker hanno talvolta balbettato. Paradossalmente dopo tanti anni (non si
vince un Europeo dei massimi da Paolone Vidoz) non siamo poi messi così male in
Italia. Guido Vianello frequenta l’America da alcune stagioni, alterna
prestazioni grigie ad altre straordinarie e sogna l’occasione mondiale. In
Italia si allena anche un cubano, Angelo Morejon, che presto vuole vincere il
mondiale Wbc della categoria Bridger per poi salire di categoria e provarci pure
lui. Dai dilettanti e passato pro anche Abbes Mouhiidine, come massimo leggero,
che da dilettante è stato un campione vero. Ovvio che per i nostri confrontarsi
con i top 5 della boxe mondiale sarebbe come disputare un altro campionato, ma
chissà che in questo momento di crisi non possano inserirsi anche loro in certi
giochi. Ovviamente come è tornato Fury (e come più o meno nella storia sono
tornati quasi tutti) magari un giorno potrebbe fare il comeback in questo
teatrino dei Pesi Massimi anche Joshua. Ma una sfida tra due quasi quarantenni
farebbe bene al movimento o sarebbe un altro colpo mortale a questo sport ancora
affascinante ma sempre più umiliato?
L'articolo Anthony Joshua si ritira, Tyson Fury torna: ecco perché non sono una
buona notizia per il solito teatrino dei pesi massimi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A morire nello scontro del Suv di Anthony Joshua con a bordo quattro persone
contro un camion parcheggiato sono stati Sina Ghami e Latif Ayodele, due amici e
allenatori del pugile britannico: questi i nuovi aggiornamenti sull’incidente
che ha coinvolto Joshua nella giornata di lunedì. “Con profonda tristezza è
stato confermato che due cari amici e membri del team, Sina Ghami e Latif
Ayodele, sono tragicamente scomparsi”, si legge in una nota del management
Matchroom Boxing and 258 BXG. “Entrambi avevano 36 anni ed erano amici e
collaboratori di lunga data di Joshua”, aggiunge l’entourage dell’ex campione
del mondo dei pesi massimi.
Anthony Joshua è invece “stabile e cosciente“, ma rimane ricoverato sotto
osservazione in ospedale per ulteriori esami e trattamenti. Il 36enne pugile
britannico è rimasto ferito ieri nel corso di un incidente d’auto in Nigeria,
nello stato di Ogun, lungo l’autostrada che collega Lagos e Ibadan e in cui
hanno perso la vita i due amici e membri del suo team. Dalle prime notizie
arrivate subito dopo l’incidente e sulle quali non ci sono aggiornamenti, il
pugile sarebbe stato tirato fuori vivo dai rottami della sua Lexus Jeep –
distrutta nell’impatto contro un camion fermo – da diversi soccorritori accorsi
sul luogo dell’incidente che lo avrebbero ritrovato in stato confusionale.
Intanto Joshua in ospedale ha ricevuto la chiamata del presidente nigeriano,
Bola Tinubu: “Gli ho augurato una pronta e completa guarigione e ho pregato con
lui. Mi ha assicurato che sta ricevendo le migliori cure possibili. Ho anche
parlato con sua madre ed ho pregato per lei. Ha apprezzato molto la telefonata“.
Joshua è stato uno dei volti nel mondo della boxe nell’ultimo decennio: il
pugile britannico-nigeriano ha vinto nel 2012 l’oro olimpico a Londra nei pesi
massimi (dopo un discusso match contro Cammarelle) e ha regnato tra i pro nella
stessa categoria tra il 2016 e il 2021. È nuovamente tornato al centro dei
riflettori pochissimi giorni fa, dopo l’incontro-farsa vinto contro lo youtuber
Jake Paul.
L'articolo Dramma Joshua, svelata l’identità delle vittime: erano due suoi
allenatori. Le condizioni del pugile proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ex campione mondiale Anthony Joshua, pugile dei pesi massimi, è stato
coinvolto in un grave incidente automobilistico in Nigeria. Lo scontro è
avvenuto nello Stato di Ogun, sulla superstrada Lagos-Ibadan. Nello scontro sono
morte due persone, mentre non si conoscono ancora precisamente le condizioni
dell’atleta. Dalle prime notizie ricevute, il pugile sarebbe stato tirato fuori
vivo dai rottami della sua Lexus Jeep – distrutta nell’impatto contro un camion
fermo – da diversi soccorritori accorsi sul luogo dell’incidente, che lo
avrebbero ritrovato in stato confusionale.
Joshua è stato uno dei volti nel mondo della boxe nell’ultimo decennio: il
pugile britannico-nigeriano ha vinto nel 2012 l’oro olimpico a Londra nei pesi
massimi (dopo un discusso match contro Cammarelle) e ha regnato tra i pro nella
stessa categoria tra il 2016 e il 2021. È nuovamente tornato al centro dei
riflettori pochissimi giorni fa, dopo l’incontro-farsa vinto contro lo youtuber
Jake Paul.
L'articolo Incidente per Anthony Joshua in Nigeria: morte due persone, il pugile
ritrovato in stato confusionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Che la contesa tra Jake Paul e Anthony Joshua fosse in larga parte una questione
economica c’erano pochi dubbi. Riescono però comunque a stupire i guadagni
ottenuti dal match-spettacolo combattuto a Miami il 19 dicembre e terminato con
la vittoria del pugile britannico. Soprattutto, colpisce un dato: il solo Jake
Paul, fenomeno dell’intrattenimento, ha guadagnato solo in quella sera più dei
primi 10 tennisti al mondo nel corso dell’anno. Messi insieme.
Come riporta il Corriere dello Sport, Paul solo venerdì ha superato il 2025 di
atleti come Sinner, Alcaraz, e Djokovic, considerati non solo i migliori nel
loro campo ma alcuni dei migliori sportivi al mondo se non della storia.
Lo youtuber americano esce dal ring con la cifra mostruosa di 92 milioni di
dollari, che mette in secondo piano anche la condizione della sua mascella –
rotta in due punti da un pugno di Joshua – e la sconfitta per KO arrivata al
sesto round. Sono 5,75 milioni di dollari al minuto. Mettendo insieme i primi 10
tennisti al mondo – di cui si considera la cifra complessiva di una stagione che
dura più o meno 11 mesi e si disputa in giro per il globo – si ottiene un
risultato pari a 86,43 milioni di dollari.
Sei milioni in meno del venerdì sera di Paul. Individualmente, Sinner in un anno
ne ha guadagnati – in dollari americani – “solo” 19,1 milioni. L’italiano
insegue Alcaraz al comando della classifica dei guadagni del 2025, con 21,3
milioni. Musetti, per fare un altro esempio, ne ha guadagnati 6,1 milioni.
L'articolo Incasso folle per Jake Paul contro Joshua: ha guadagnato più dei
Top10 del tennis messi insieme nell’ultimo anno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Terence Crawford, probabilmente il migliore pugile dell’ultimo decennio, ha
deciso di ritirarsi. A 38 anni compiuti, ha conquistato il mondiale in cinque
diverse categorie di peso, l’ultima volta salendone addirittura due per
sconfiggere “Canelo” Alvarez nei Super Medi. Da quando è passato professionista
nel 2008 “Bud” ha combattuto 42 match vincendoli tutti, 31 per ko. Chiude così
la carriera da imbattuto, con un record senza l’ombra di una sconfitta o di un
pareggio. Ha percorso la strada per il successo a fari spenti, senza diventare
mai un vero personaggio mediatico, ma pensando solo a salire sul ring e a
mettere giù il rivale. Questa uscita di scena comunque abbastanza inaspettata è
in linea con la storia di un pugile che ha onorato la boxe sul quadrato forse
più di chiunque altro negli anni recenti.
Se da professionista Crawford non ha conosciuto sconfitte, da dilettante c’è chi
lo ha battuto per ben due volte. Ci è riuscito Jerry Belmontes, texano classe
1988 di Corpus Christi, un’ottima carriera anche da Pro, sotto contratto con la
Promotion di Oscar de la Hoya: è arrivato anche ad un passo dal conquistare la
cintura mondiale WBC dei leggeri, sconfitto ai punti per split decision da Omar
Figueroa. Oggi Belmontes non frequenta più le palestre per professione, ma
lavora in una grossa azienda a Sinton, sempre in Texas e risponde alle domande
del fattoquotidiano.it in una pausa caffè.
Belmontes, si ricorda quei due match?
Certo, furono due match molto equilibrati, nel primo a Kansas City lo sconfissi
15-11, poi in Colorado vinsi 13-12.
Quest’ultima era la semifinale dei Campionati nazionali del 2007. Cosa aveva
allora lei di più di Crawford?
Ero un pugile molto intelligente, con mani e gioco di gambe veloci.
Avrebbe mai immaginato che Crawford potesse fare la carriera che poi ha fatto da
professionista?
Sapevo che avrebbe fatto qualcosa di importante nella boxe perché aveva già
grandi skills di pugilato.
Lo ha più rivisto da allora?
Un paio di volte e abbiamo entrambi ricordato quei momenti da amatori.
Oggi le mancano di più gli anni di quando combatteva da pro o quelli da
dilettante?
Mi mancano entrambi i periodi. Sento soprattutto la mancanza di quello che si
prova sul quadrato il giorno del match.
Che ricordi ha invece del mondiale Wbc con Figueroa?
Fu un’emozione, combattere su Showtime è stato fantastico, ma penso che i
giudici mi abbiano derubato in quell’incontro.
Quando “Bud” vinse il primo mondiale cosa provò?
Felicità, lo sono stato ogni volta che gli è successo.
E ora si è ritirato anche lui (Belmontes invece ha chiuso con la boxe nel 2016).
Davvero, ancora non ci credo che sia successo veramente.
Pensa che lui abbia gestito bene la sua carriera?
Sì, la boxe è allenamento in palestra e poi salire sul ring a combattere, non è
sui social media.
C’è qualcosa che vorrebbe dirgli oggi?
Gli faccio solo i complimenti per quello che ha ottenuto nella sua splendida
carriera. Ha meritato tutto.
E se fra un po’ di tempo le chiedesse una rivincita, salirebbe di nuovo sul
ring?
Certo che sì. Tra un paio d’ore io sono in palestra che mi alleno.
L'articolo “La boxe è salire sul ring a combattere, non è sui social. Lui ha
meritato tutto”: si ritira Crawford, parla l’unico che l’ha battuto due volte
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Pronto a ucciderlo”. La diplomazia non è mai stato il punto forte di Anthony
Joshua. E non lo è stato nemmeno nelle dichiarazioni di sfida allo youtuber Jake
Paul, che ha già battuto – nel match esibizione del novembre 2024 (definito una
“farsa”) – Mike Tyson. A Joshua – ex campione del mondo – piace provocare,
aizzare gli avversari, fare “rumore” con le dichiarazioni.
Stavolta lo ha fatto perché spinto dalle voci – per lui evidentemente
fastidiosissime – di combine del match di sabato 20 dicembre a Miami, negli
Stati Uniti, tra i due. Joshua ha con convinzione respinto queste indiscrezioni
e ha lanciato la sfida – per ora solo tramite delle dichiarazioni – allo
youtuber Jake Paul.
Joshua in carriera ha fin qui totalizzato ben 25 ko in 28 vittorie ed è pronto a
farlo anche con Paul: “Jake Paul hai delle pal*e grandi e devo portarti rispetto
per aver accettato il combattimento, ma sono pronto a metterti ko e sto per
scioccare il mondo. Uno di noi due dormirà. Non sarò io“, ha dichiarato il
pugile britannico.
Inoltre, ha aggiunto che non proverà nessuna pena nei confronti del suo
avversario: “Sono un ragazzo molto rispettoso, cresciuto in una buona famiglia.
Ma se posso ucciderti, ti ucciderò. Sono fatto così e questo è il lavoro che
faccio. Porto la boxe sulle mie spalle”. E allora inizia il conto alla rovescia:
Anthony Joshua è pronto a sfidare Jake Paul nella notte tra venerdì e sabato.
L'articolo “Uno dei due dormirà. E non sarò io. Ti ucciderò”: cosa c’è dietro
all’attacco di Joshua a Jake Paul proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giovanni Sarchioto è il pugile che piace agli addetti ai lavori. Maestri,
manager e suoi colleghi parlano un gran bene del 28enne romano sin dal suo
passaggio al professionismo nel 2021, soprattutto da quando è andato a vincere
per ko a Las Vegas due anni fa. Da allora non è riuscito a conquistare il titolo
italiano dei medi perché, nonostante fosse stato designato ufficialmente
sfidante al titolo, non ha mai trovato avversari che volessero combattere con
lui, se non un paio di un livello inferiore nel ranking. Sabato scorso ha vinto
a Ferrara il mondiale UBO, sigla non di prim’ordine, diciamo sotto le cinque
principali.
Ma il ragazzo aspira, giustamente, a molto di più e lancia così la sfida a Dario
Morello, pugile altrettanto bravo e molto più forte a livello mediatico grazie a
una attività costante sui social e a una personalità che travalica il ring.
Morello frequenta il jet set dello spettacolo, essendo fidanzato con la cantante
Serena Brancale. Riesce a riempire i palazzetti come nessun altro in Italia
(vedi l’ultima serata TAF a Milano). Morello, talento puro soprattutto in fase
difensiva, è attualmente in possesso della cintura EBU Silver, l’ultimo gradino
per arrivare all’Europeo vero. Si farà dunque questo match che gli appassionati
di boxe in Italia vorrebbero tanto vedere, e già sta crescendo il tam tam su
Instagram e Facebook?
Per come sono da sempre le dinamiche della boxe, diverse da qualsiasi altro
sport che non sia da combattimento, potrebbe non farsi: tra le sedici corde non
sempre i migliori si affrontano, non si è obbligati a farlo neanche per
diventare campioni del mondo, soprattutto in un ambiente italiano che non è
economicamente florido come negli anni ’80. Insomma, se uno non vuole
affrontarti e fare un percorso diverso dal tuo lo può fare. Oppure è il manager
che non ti mette contro un determinato avversario perché magari questi si trova
ad un livello diverso dal tuo in carriera. La tendenza poi a evitare le
sconfitte per non rovinare il record ha fatto il resto.
“Voglio fare questo match, per il semplice fatto che io sono disposto da sempre
a battermi con chiunque e siccome lui si definisce il migliore, trovo
inevitabile uno scontro tra noi due per definire appunto chi è il più forte in
Italia e quindi pronto per l’Europeo“, lancia la sfida Sarchioto, intervistato
dal fattoquotidiano.it. “Cosa gli rispondo? Che per me è solo un discorso
economico – dice Morello al fattoquotidiano.it – Io ho solo da perdere in questa
sfida. Ma se mi danno quanto chiedo si può fare anche stasera!”. Morello, che è
il manager di sé stesso, ha dimostrato molta lucidità nelle ultime stagioni nel
costruirsi una carriera che lo ha portato a un passo dall’Europeo.
Sarchioto è fiducioso o comunque la prende con ironia: “Credo che prima o poi si
farà perché Morello sta prendendo fiducia in sé stesso, circa un anno fa o poco
più voleva 50mila euro per fare contro di me, adesso dice che 30 vanno bene. Io
sarei pronto a farlo anche in trasferta a Milano“. Il manager di Sarchioto,
Massimiliano Duran, ha fatto sapere che per 30 mila euro è disposto a
organizzare. Morello, ma lei teme Sarchioto?: “È un buon pugile ma non più forte
di quelli che ho affrontato fino ad ora. Sennò non avrebbe perso il match al WBC
Gran Prix. Il suo ultimo incontro a Ferrara non l’ho neanche guardato ma mi
hanno detto che non è stato nulla di che“.
I due hanno fatto sparring solo una volta, tanti anni fa, quando erano in
Nazionale (Sarchioto da Youth, Morello già Élite). È troppo poco per fare un
pronostico su chi eventualmente vincerebbe. Tra i professionisti non hanno
nemmeno avuto avversari in comune. Sicuramente ne verrebbe fuori un bel match,
anche per le caratteristiche diverse dei due. Sono probabilmente il meglio di
quello che offre la boxe italiana oggi, capitati nella stessa categoria,
prestigiosa, tra l’altro, dei pesi medi. Purtroppo Sarchioto-Morello è facile
che rimanga solo un match di fantaboxe ed è un peccato perché il rilancio di
questo sport passa da questi incontri con i migliori sul ring.
Credit photo Dario Morello: @gretagracegreta (Instagram)
Credit photo Giovanni Sarchioto: @dibiagioandrea (Instagram)
L'articolo Sarchioto-Morello, il match di boxe che in Italia tutti vogliono ma
che probabilmente non si farà: ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.