Una delle coppe d’Africa più bagnate della storia – impressionanti le immagini
della pioggia che ha accompagnato il torneo marocchino dal 21 dicembre a oggi –
entra nell’ultimo giro di pista: mercoledì 14 gennaio, le due semifinali, quella
dei padroni di casa contro la Nigeria (Rabat, ore 21), preceduta alle 17 a
Tangeri da Egitto-Senegal, ci consegneranno i nomi di chi, domenica, si sfiderà
per portare a casa il trofeo. Il Marocco aspetta questo giorno dal 1976.
L’Egitto, con sette trionfi in testa nell’albo d’oro, è a secco dal 2010. La
Nigeria dal 2018. Il Senegal dal 2021. Nel 2023 trionfò la Costa d’Avorio,
spazzata via nei quarti dall’Egitto.
Marocco-Nigeria fermerà il paese per due ore. Trentotto milioni seguiranno con
tutti i mezzi possibili la sfida di Rabat. L’ultima semifinale con i Leoni
dell’Atlanta in campo risale a 22 anni fa. Il Marocco ha la miglior difesa
(appena 1 gol subito, realizzato dal Mali nella fase a gironi), ma la Nigeria
replica con il miglior attacco (14 reti). La nazionale di casa schiera il bomber
del torneo: il “madridista” Brahim Diaz, a quota 5. I nigeriani Osimhen e
Lookman, nostre conoscenze, hanno realizzato rispettivamente 4 e 3 gol. Il
Marocco è trascinato dal paese e da un governo che ha investito notevoli risorse
per costruire e ristrutturare gli stadi, sottraendo denaro importante ad altri
settori vitali, come ad esempio quello della sanità.
La Nigeria, come spesso accaduto in passato, ha regalato titoli per i consueti
litigi tra squadra e federazione, argomento – pure qui solita storia – i premi
in denaro. Ma stavolta c’è stato qualcosa in più a tormentare le giornate delle
Super Aquile, fuori dal mondiale 2026: il plateale litigio in campo che ha avuto
per protagonisti Osimhen e Lookman. Argomento di discussione: un – presunto –
eccesso di egoismo da parte dell’atalantino, sottolineato dall’ex napoletano con
la frase “il calcio è un gioco di squadra”.
Marocco e Nigeria si sono affrontate otto volte, con i Leoni dell’Atlante in
leggero vantaggio (cinque vittorie a tre). In Coppa d’Africa, questa semifinale
è un remake della lontana sfida del 1980, vinta dalla Nigeria 1-0 a Lagos. Il
panorama dei giocatori importanti si allarga sul fronte marocchino con Hakimi e
il portiere Bounou, mentre, sull’altro versante, il capitano Ndidi (Besiktas),
Iwobi (Fulham), l’ex milanista Chukwueze (Fulham) e Adams (Siviglia) sono le
altre pedine importanti. Tra gli “italiani” della banda di Augustin Eguaoven, il
laziale Dele-Bashiru e il pisano Akinsanmiro. Il difensore Calvin Bansey è nato
ad Aosta, ma quando era bambino i genitori si trasferirono in Inghilterra ed è
cresciuto nel settore giovanile del Leicester.
La partita vale molto per il Marocco e moltissimo per il ct, Walid Regragui. Un
ko potrebbe mettere in discussione la sua posizione: “La Nigeria ha buoni
giocatori e una panchina profonda, ma la cosa importante è che dobbiamo essere
mentalmente forti per non permettere al nostro avversario di respirare. Noi
siamo cresciuti di partita in partita e questo mi rassicura. Vogliamo la finale
per regalare una gioia al nostro popolo”.
Senegal–Egitto vive soprattutto sulla sfida a distanza di illustri ex compagni
di squadra di Liverpool, Sadio Mané e Mo Salah. I due attaccanti non ebbero uno
splendido rapporto. Gelosie, capricci e accuse di egoismo a Salah da parte di
Mané. L’egiziano è in caduta libera a Liverpool. È entrato in rotta di
collisione con il tecnico olandese Arne Slot e la sua polemica ha regalato
materiale in abbondanza ai giornali. In Coppa d’Africa si è ritrovato, firmando
quattro gol. “Per me forse è l’ultima occasione per vincere finalmente questo
torneo”. Mo, 33 anni, ha segnato un totale di 11 reti nella fase finale della
Coppa d’Africa ed è a quota 4 nel torneo attuale.
Mané, 34 anni ad aprile, dopo l’esperienza al Bayern Monaco si è accasato in
Arabia Saudita, all’Al Nassr. Non ha brillato in Marocco, ma resta una figura
chiave del Senegal. Non dimentica il passato con Salah. “Penso che Mo sia un
ragazzo molto simpatico, anche se in campo a volte mi passava la palla e a volte
no. Ricordo ancora una partita in cui ero davvero, davvero arrabbiato perché lui
non mi passò quasi mai il pallone”, ha detto nel podcast Rio Ferdinand Presents.
L’Egitto ha un conto in sospeso con il Senegal. Nel 2021, i Faraoni persero ai
rigori la finale della Coppa d’Africa e nel marzo 2022, furono ancora superati
al dischetto nello spareggio per la qualificazione al mondiale in Qatar. Il
penalty decisivo fu realizzato da Mané, mentre Salah fece cilecca. In rosa, nel
Senegal, il quasi ex laziale Dia, mentre, nell’Egitto, spiccano Marmoush,
attaccante del Manchester City e Mahmoud Trézéguet, bomber dell’Al Ahly.
L'articolo Coppa d’Africa, è il giorno delle semifinali: tutto il Marocco si
ferma per la sfida alla Nigeria, Salah ritrova Mané proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Nigeria
Quattro vittorie su quattro, 12 gol segnati, qualificazione ai quarti di finale
ottenuta, coppia gol (Osimhen e Lookman a quota 3) più prolifica della
competizione. La Coppa d’Africa della Nigeria sembra andare come meglio non
potrebbe. Sembra, perché in realtà ci sono diverse tensioni nello spogliatoio
che stanno facendo discutere e non poco. Il riferimento è al litigio tra Victor
Osimhen e Ademola Lookman nel corso della sfida contro il Mozambico vinta per
4-0, con l’ex Napoli che ora minaccia di tornare a casa.
Sul risultato di 3-0, infatti, la Nigeria ha avuto un’ottima occasione ma
Lookman ha deciso di calciare verso la porta invece di metterla in mezzo per
Osimhen. Una scelta che ha fatto infuriare l’ex Napoli – autore di una
doppietta, di cui un gol su assist proprio di Lookman -, che inquadrato
prontamente dalle telecamere ha detto all’esterno dell’Atalanta: “È un gioco di
squadra!“. L’attaccante del Galatasaray ha quindi cominciato a passeggiare in
campo ed è stato sostituito pochi minuti dopo.
Una classica discussione di campo. Animata, ma di campo. Litigi che solitamente
finiscono lì. Non è questo il caso, perché Osimhen – secondo quanto riportato da
A Bola – è pronto a lasciare la nazionale e tornare a casa. Osimhen pare abbia
infatti riconsegnato il suo accredito e dichiarato di aver “chiuso” il suo
rapporto con la nazionale nigeriana. Dopo il match è salito da solo sul pullman
della squadra, senza parlare con nessuno, e ha poi atteso i suoi compagni
impegnati nelle interviste. Il presidente della Federazione calcistica
nigeriana, Ibrahim Gusau, ha cercato di calmare Osimhen, ma fin qui pare senza
successo.
Una situazione che ha inevitabilmente fatto tornare in mente anche un altro
episodio simile legato al comportamento del calciatore del Galatasaray: nel 2024
aveva già litigato con il suo allora allenatore, George Finidi, attraverso dei
post sui social. Sabato 10 gennaio la Nigeria scenderà in campo per i quarti di
finale di Coppa d’Africa contro l’Algeria, ma nel frattempo è impegnata a
risolvere una questione importante per l’equilibrio dello spogliatoio, ma anche
e soprattutto per far tornare il sereno tra i due giocatori di maggior qualità.
L'articolo Caos Nigeria, Osimhen furioso contro Lookman e ora vuole lasciare la
Coppa d’Africa: “Ha già consegnato il suo accredito” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ormai è accertato: le mosse imperiali della Casa Bianca sono ispirate dagli
sceneggiatori di Hollywood in veste di strateghi. Difatti il colpo di mano in
Venezuela del 3 gennaio scorso non è altro che il remake del blockbuster 1997
Air Force One, con il gigionesco Donald Trump nella parte di Harrison Ford.
Se ricordate, il film di Wolfgang Peterson inizia con un contingente dei corpi
speciali che atterra da un elicottero sulla residenza del leader “canaglia” del
Kazakistan generale Ivan Radek, lo cattura in un batter d’occhio, lo ammanetta e
se lo porta via. Se cambiamo il nome del sequestrato e la location, lo script è
sempre lo stesso. Soltanto che il lieto fine della vicenda – per “i buoni a
stelle-e-strisce” – è assicurato solo nella versione cinematografica, mentre in
quella reale è ancora tutto da appurare.
Basti ricordare la fine ignominiosa della vicenda vietnamita, oggetto del
trionfalistico “Berretti Verdi” del John Wayne annata 1968; capostipite di
queste operazioni speciali congiunte, propaganda e azione, schermo e campo di
battaglia, cui hanno fatto seguito altre vicende finite a mal partito in Iraq
(“Green Zone”) e Afghanistan (“Rambo 3”). Ma sarebbe troppo sperare che questi
precedenti possano far rinsavire almeno i nostrani Nando Moriconi alias Santi
Baylor – vulgo, “americani a Roma” all’Alberto Sordi – incarnati nel
macchiettistico Tommaso Cerno che lo stesso giorno, ospite a Quarta Repubblica
Mediaset del compare american dreaming Nicola Porro, confonde il presidente
Nicolàs Maduro con un piatto di maccheroni da distruggere: “per me è una
giornata bellissima, questa azione dell’America, questo ritorno dell’Occidente
in un mondo in cui l’Occidente è calpestato da se stesso, c’è da fare
strategicamente gli interessi dell’Occidente”.
E quali sarebbero questi interessi strategici, secondo il berretto verde tutto
mossette ex senatore Pd? Mantenere in mano dell’America le risorse del Sud
America. A questo conduce la cultura da blockbuster. E, visto che buona parte di
questi prodotti per ragazzi sono trasposizioni dei comic Marvel o DC
Entertainment, si capisce come la loro diffusione produca sui fruitori effetti
infantilizzanti. La cultura a fumetti di un immobiliarista dai modi bulleschi
che governa dal centro dell’Occidente come un videogioco spara-spara.
Quei modi che annichiliscono la tremula corte dei miracoli europea, che suppone
di essere l’altra metà dell’Occidente; che nel suo vivere di ricordi e nostalgie
finisce per accreditare macroscopiche regressioni al passato quali il ritorno
alla politica delle cannoniere. Dalla Dottrina di Monroe (1820) alla Guerra
dell’Oppio (“55 giorni a Pechino”). Con tanto di apprezzamento delle compiacenti
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni, che – a proposito del remake cileno
trumpiano a Caracas – sussurrano all’unisono: “l’intervento difensivo Usa è
legittimo”. Le spudorate.
Intanto ritornano in auge altre spudoratezze che non avremmo voluto rivedere;
nel ripetersi dell’apoteosi dell’avidità. Ora come allora di petrolio messo in
pericolo da nazionalizzazioni volte a espropriare i petrolieri occidentali. La
motivazione mal giustificata dalla Casa Bianca con borborigmi sempre diversi:
nell’immediato secondo dopoguerra, il colpo di Stato di Cia ed MI6 britannico in
Iran, giustificato come esportazione della democrazia per defenestrare il
premier iraniano democraticamente eletto Mohammad Mossadeq, reo di voler
nazionalizzare i pozzi petroliferi controllati dalle Sette Sorelle occidentali
(operazione che riportò al potere lo Scià Reza Pahlavi, gettando le basi per
l’avvento degli ayatollah della rivoluzione islamica); oggi come lotta a
ipotetici cartelli venezuelani della droga.
Vicende che mostrano la faccia peggiore dell’Occidente in questa fine
dell’eccezionalismo Usa, in pieno crollo economico. Da qui la corsa American
First ad accaparrare risorse; e si bombarda a Natale la Nigeria, ricca oltre che
di petrolio anche di oro, litio e altre terre rare (macché difesa di
cristianuzzi), a capodanno il Venezuela. Per cui – dice Lucio Caracciolo – “i
posteri vedranno nel trumpismo alcune diagnosi pertinenti curate con terapie
disastrose”. I soliti remake del peggio del nostro mondo, per cui Arnold Toynbee
scriveva che “l’Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità di
idee, valori, religione ma per la superiore applicazione della violenza
organizzata”.
Storia di massacri della violenza avida. Dalla Meso-America, dove all’arrivo di
Colombo gli indios erano 30-40 milioni e in un secolo erano ridotti a 10, alle
Molucche, i cui abitanti furono cancellati dagli olandesi per impadronirsi del
lucroso monopolio delle spezie, interfaccia sul Pacifico delle orride tratte
atlantiche schiaviste; fino a sabato scorso. Ma – conclude Toynbee – “gli
occidentali se ne scordano spesso, i non occidentali mai”. Il fardello dell’uomo
bianco versione Trump. Calpestatore seriale di altrui dignità.
L'articolo Donald Trump tra Nigeria e Venezuela, ovvero la politica come
blockbuster proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo sguardo al solito severo di Tiv Amokachi si riempie di dolcezza, in quel
capodanno del 1973, prendendo in braccio il piccolo Daniel, nato da pochi
giorni. Tiv è un militare e vive a Kaduna, nord della Nigeria, la sua vita è
stata dura e per i figli desidererebbe altro: sa che l’unico modo per
garantirgli “l’altro” è farli studiare. Un college privato dunque, che però
costa tanto, e allora Tiv Amokachi investe nel mattone: costruisce una sorta di
residence privato a Kaduna, con 18 inquilini paganti, percependo gli affitti che
finanzieranno l’educazione dei figli. Oltre al buon risultato economico però c’è
anche un discreto casino, e infatti i primi ricordi di Daniel sono musicali:
“Tra Bob Marley, i Boney M. il gospel e gli inni: noi africani amiamo molto la
musica”, raccontava Daniel.
Ingegnere, medico, avvocato, sono i sogni del papà, ma Daniel quando è al
Government College capisce che è più portato per il calcio. È strutturato,
veloce e potente, perciò si guadagna quasi subito il soprannome de “Il toro”, e
già a 16 anni è nei Ranchers Beers, una squadra locale di Kaduna. Lo nota
Clemens Westerhof, belga e all’epoca ct della Nigeria che incurante del fatto
che abbia solo 16 anni lo convoca in nazionale, portandolo anche in Coppa
d’Africa nel 1990, con la Nigeria che arriva seconda, perdendo per uno a zero la
finale contro l’Algeria, paese organizzatore. Ha solo diciassette anni quando
passa al Bruges: i dirigenti raccontano che inizialmente sembrava più un atleta
che un calciatore, visto che aveva potenza enorme ma movimenti più istintivi che
tattici, mentre Daniel ricorda lo shock del freddo: “Correvo, correvo, ma non mi
sentivo più le gambe”. Ne nasce qualche equivoco: Daniel tende a “imbalsamarsi”
di vestiti quando deve scendere in campo, con lo staff del Bruges che deve
convincerlo a togliere qualcosa per evitare impacci.
Al netto dell’adattamento difficile, Daniel resta indissolubilmente nella storia
del club e anche del calcio europeo: nel 1992, anno del debutto della prima
Champions League, il primo gol in assoluto della fase a gironi è il suo.
Ovviamente è un perno importantissimo delle Super Eagles al mondiale del 1994,
con la Nigeria che si classifica prima nel difficile girone con Argentina,
Bulgaria e Grecia, anche grazie ai due gol messi a segno da Daniel contro
Bulgaria e Grecia. Prestazioni che gli valgono il passaggio all’Everton per la
cifra record di 3 milioni di sterline: anche qui l’inizio non è granché, ma non
solo per sue responsabilità, con la squadra che in campionato arriva
quindicesima. Ma a sorpresa i Toffees vincono l’Fa Cup, e in quel trionfo Daniel
c’entra eccome: in semifinale c’è il Tottenham di Sheringham e Klinsmann e
proprio il tedesco accorcia le distanze dopo che i toffees erano andati in
vantaggio per due a zero. Un gol che galvanizza il Tottenham ovviamente,
tantopiù che i blu devono anche rinunciare all’attaccante titolare Paul Rideout
per infortunio.
A quel punto Amokachi ha un lampo di genio: va dall’assistente dell’allenatore
Joe Royle e gli dice che il mister ha chiamato il cambio. È una bugia, ma
evidentemente raccontata meglio rispetto a quel che farà West con Lippi anni
dopo, e infatti l’assistente ci casca: entra Amokachi per Rideout. L’allenatore
a quel punto è furioso, ma ormai Daniel è in campo… e fa pure una doppietta che
manda l’Everton in finale. Royle negli spogliatoi lo abbraccia, ma lo avverte:
“‘But you ever try that shit again and you’ll be finished’. Oggi il mister
scherzando dice: “È il miglior cambio che abbia mai fatto in carriera”. Dopo
Wembley, però, il calcio ricorda a Daniel Amokachi che la gloria non è mai una
linea retta. L’Everton che vince la FA Cup non è la stessa squadra che
costruisce il futuro: gli infortuni iniziano a bussare con insistenza, il
ginocchio fa male, il fisico che per anni è stato un’arma diventa un confine. La
Premier corre veloce, e Daniel — che non è mai stato un attaccante di cesello ma
di esplosione — paga più di altri il logorio.
Nel 1996 accetta la Turchia e il Beşiktaş, dove ritrova centralità, rispetto e
un calcio più adatto alla sua natura. Vince ancora, segna, trascina, diventa
idolo anche a Istanbul, ma il corpo continua a presentare il conto. Al Mondiale
del 1998 c’è, ma non è più il toro scatenato di quattro anni prima. La Nigeria
esce agli ottavi contro la Danimarca, e quello sembra il segnale definitivo: il
grande palcoscenico sta scivolando via. Negli ultimi anni da calciatore Amokachi
gira, prova, resiste. Fallisce visite mediche, si ferma più volte, capisce che
il talento può tutto, ma non può fermare il tempo. Si ritira in silenzio, senza
annunci solenni, come fanno quelli che hanno dato molto e non sentono il bisogno
di spiegarsi. Eppure Daniel Amokachi non se ne va mai davvero dal calcio. Resta.
Allena, insegna, osserva. Torna in Nigeria per restituire qualcosa a quel Paese
che lo aveva lanciato ragazzo. Diventa commissario tecnico ad interim delle
Super Eagles, lavora con i giovani, ripete sempre la stessa frase: “Il talento
non basta. Senza disciplina, non dura”. È la voce di Tiv che parla ancora.
Fuori dal campo Amokachi resta una figura curiosa: ex modello, vita cosmopolita,
un jet privato venduto perché “la libertà non deve diventare una gabbia”.
Profondamente religioso, convinto che il calcio sia stato solo il mezzo e non il
fine. Quando racconta la sua carriera, non parla quasi mai dei gol più belli, ma
delle persone incontrate e dei luoghi che lo hanno cambiato. Sul suo profilo
WhatsApp infatti c’è una foto in bianco e nero di un uomo serio con un copricapo
militare. Nel suo stato, un semplice messaggio: “Sarai sempre dentro di me”.
L'articolo Ti ricordi… Daniel Amokachi, quando il mondo scoprì lo strapotere
fisico del calcio africano proviene da Il Fatto Quotidiano.
A morire nello scontro del Suv di Anthony Joshua con a bordo quattro persone
contro un camion parcheggiato sono stati Sina Ghami e Latif Ayodele, due amici e
allenatori del pugile britannico: questi i nuovi aggiornamenti sull’incidente
che ha coinvolto Joshua nella giornata di lunedì. “Con profonda tristezza è
stato confermato che due cari amici e membri del team, Sina Ghami e Latif
Ayodele, sono tragicamente scomparsi”, si legge in una nota del management
Matchroom Boxing and 258 BXG. “Entrambi avevano 36 anni ed erano amici e
collaboratori di lunga data di Joshua”, aggiunge l’entourage dell’ex campione
del mondo dei pesi massimi.
Anthony Joshua è invece “stabile e cosciente“, ma rimane ricoverato sotto
osservazione in ospedale per ulteriori esami e trattamenti. Il 36enne pugile
britannico è rimasto ferito ieri nel corso di un incidente d’auto in Nigeria,
nello stato di Ogun, lungo l’autostrada che collega Lagos e Ibadan e in cui
hanno perso la vita i due amici e membri del suo team. Dalle prime notizie
arrivate subito dopo l’incidente e sulle quali non ci sono aggiornamenti, il
pugile sarebbe stato tirato fuori vivo dai rottami della sua Lexus Jeep –
distrutta nell’impatto contro un camion fermo – da diversi soccorritori accorsi
sul luogo dell’incidente che lo avrebbero ritrovato in stato confusionale.
Intanto Joshua in ospedale ha ricevuto la chiamata del presidente nigeriano,
Bola Tinubu: “Gli ho augurato una pronta e completa guarigione e ho pregato con
lui. Mi ha assicurato che sta ricevendo le migliori cure possibili. Ho anche
parlato con sua madre ed ho pregato per lei. Ha apprezzato molto la telefonata“.
Joshua è stato uno dei volti nel mondo della boxe nell’ultimo decennio: il
pugile britannico-nigeriano ha vinto nel 2012 l’oro olimpico a Londra nei pesi
massimi (dopo un discusso match contro Cammarelle) e ha regnato tra i pro nella
stessa categoria tra il 2016 e il 2021. È nuovamente tornato al centro dei
riflettori pochissimi giorni fa, dopo l’incontro-farsa vinto contro lo youtuber
Jake Paul.
L'articolo Dramma Joshua, svelata l’identità delle vittime: erano due suoi
allenatori. Le condizioni del pugile proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ex campione mondiale Anthony Joshua, pugile dei pesi massimi, è stato
coinvolto in un grave incidente automobilistico in Nigeria. Lo scontro è
avvenuto nello Stato di Ogun, sulla superstrada Lagos-Ibadan. Nello scontro sono
morte due persone, mentre non si conoscono ancora precisamente le condizioni
dell’atleta. Dalle prime notizie ricevute, il pugile sarebbe stato tirato fuori
vivo dai rottami della sua Lexus Jeep – distrutta nell’impatto contro un camion
fermo – da diversi soccorritori accorsi sul luogo dell’incidente, che lo
avrebbero ritrovato in stato confusionale.
Joshua è stato uno dei volti nel mondo della boxe nell’ultimo decennio: il
pugile britannico-nigeriano ha vinto nel 2012 l’oro olimpico a Londra nei pesi
massimi (dopo un discusso match contro Cammarelle) e ha regnato tra i pro nella
stessa categoria tra il 2016 e il 2021. È nuovamente tornato al centro dei
riflettori pochissimi giorni fa, dopo l’incontro-farsa vinto contro lo youtuber
Jake Paul.
L'articolo Incidente per Anthony Joshua in Nigeria: morte due persone, il pugile
ritrovato in stato confusionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il dipartimento della Guerra degli Stati Uniti ha diffuso il video di uno degli
attacchi condotti in Nigeria. Secondo quanto riferito da Donald Trump,
l’operazione è stata indirizzata “contro le forze dello Stato islamico“.
L’attacco arriva dopo che Trump nelle scorse settimane aveva criticato più volte
il governo del Paese africano, accusato di non riuscire a frenare la
persecuzione dei cristiani. Trump ha pubblicato la notizia dell’attacco nella
notte sul suo profilo Truth.
L'articolo L’attacco Usa all’Isis in Nigeria: il video diffuso dal dipartimento
della Guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Raid delle forze armate degli Stati Uniti la notte di Natale in Nigeria. A dare
l’annuncio è stato lo stesso presidente Usa scrivendo sui social di avere
ordinato attacchi “potenti e letali” contro i miliziani dell’Isis nel nord-ovest
del Paese africano. Donald Trump ha sottolineato di aver “già avvertito questi
terroristi che se non avessero smesso di massacrare i cristiani, avrebbero
pagato un prezzo altissimo, e stanotte è successo“.
I raid sono stati confermati questa mattina dal ministero degli Esteri
nigeriano, che ha parlato di “attacchi di precisione” contro “obiettivi
terroristici” nel Paese. Il Comando Africa del Dipartimento della Difesa degli
Usa (Africom) ha reso noto che “diversi terroristi dell’Isis” sono stati uccisi
in un attacco nello Stato di Sokoto condotto “in coordinamento con le autorità
nigeriane”. Poco prima in un post su X lo stesso Comando aveva affermato che i
raid erano scattati “su richiesta delle autorità nigeriane”: dichiarazione che,
poco dopo, è stata rimossa.
“Buon Natale a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se
continueranno a massacrare i cristiani”, ha scritto su Truth Trump. I funzionari
della difesa statunitensi hanno successivamente pubblicato un video del lancio
notturno di un missile dal ponte di una nave da guerra statunitense. “Le
autorità nigeriane continuano a collaborare in modo strutturato con i partner
internazionali, compresi gli Stati Uniti d’America, nella lotta contro la
persistente minaccia del terrorismo e dell’estremismo violento”, ha affermato il
ministero degli Esteri nigeriano.
Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha espresso in un post su X la sua
gratitudine “per il sostegno e la collaborazione del governo nigeriano”.
Quest’anno gli Stati Uniti hanno reinserito la Nigeria nell’elenco dei Paesi
“oggetto di particolare preoccupazione” per quanto riguarda la libertà religiosa
e hanno limitato il rilascio di visti ai cittadini nigeriani.
I primi giorni di novembre Trump aveva minacciato un intervento militare in
Nigeria: “Stanno uccidendo i cristiani e li stanno uccidendo in gran numero. Non
permetteremo che ciò accada”, aveva detto il presidente Usa. Pochi giorni dopo
le autorità nigeriane avevano reso noto di avere rafforzato la “partnership in
materia di sicurezza” con gli Stati Uniti, respingendo però le accuse di
persecuzione mirata contro i cristiani nel Paese africano.
L'articolo Raid degli Stati Uniti in Nigeria, Trump: “Eliminati terroristi
dell’Isis, hanno ucciso cristiani innocenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ennesimo feroce attacco contro la popolazione. Vittime, questa volta, ben 303
alunni e 12 insegnanti della scuola cristiana St. Mary nell’area di Agwara, in
Nigeria centrale, che sono stati rapiti da quello che, per il momento, è stato
semplicemente identificato come un “gruppo di banditi armati“. Dopo i numerosi
sequestri di giovani ragazze registrati anche negli ultimi giorni nel Paese,
questo episodio rappresenta uno dei più gravi per numero di persone coinvolte.
“Il governo dello stato del Niger ha ricevuto con grande tristezza la notizia
del rapimento della St. Mary’s School nella località di Agwara”, ha dichiarato
Abubakar Usman, segretario del governo dello stato. Sono state dispiegate unità
tattiche e dell’esercito per “battere palmo a palmo la foresta per mettere in
salvo gli studenti rapiti”, si legge in un comunicato della polizia dello stato.
L’allarme è scattato verso le 2 di notte, quando la polizia è stata avvisata che
“alcuni banditi armati hanno attaccato la scuola secondaria cattolica privata St
Mary’s e rapito un numero di studenti ancora da determinare dai loro dormitori”.
Un episodio simile era avvenuto meno di una settimana fa, lunedì scorso, quando
uomini armati hanno attaccato una scuola secondaria nello stato di Kebbi, nel
nord-ovest del Paese, sequestrando 25 studentesse, una delle quali è riuscita a
scappare mentre le altre risultano ancora scomparse. Martedì, uomini armati
hanno aperto il fuoco in una chiesa sempre nel nord ovest del Paese, uccidendo
due persone durante una messa che era trasmessa in streaming. Si ritiene che
decine di fedeli siano stati rapiti.
Il presidente della Nigeria, Bola Tinubu, ha cancellato tutti gli impegni
internazionali, compreso il vertice del G20 che si è aperto oggi a Johannesburg.
I rapimenti sono avvenuti dopo che, all’inizio del mese, Donald Trump ha
minacciato un’azione militare degli Usa contro “la persecuzione dei cristiani”
che in Nigeria fronteggiano, secondo il presidente americano, “una minaccia
esistenziale”. Il governo nigeriano ha rigettato le accuse di non proteggere i
cristiani e il portavoce del presidente aveva dichiarato alla Cnn che Tinubu era
“scioccato” dal fatto Trump stesse “valutando l’invasione del nostro Paese”. E
giovedì scorso è arrivata a Washington una delegazione nigeriana, guidata dal
consigliere per la Sicurezza Nazionale Mallam Nuhu Ribadu, per incontri con il
segretario alla Difesa, Pete Hegseth, il vice segretario di Stato, Christopher
Landau, ed esponenti del Congresso. In un comunicato del Pentagono si riferisce
che nell’incontro tra Hegseth e Ribadu si sono “discussi modi per fare progressi
tangibili per fermare la violenza contro i cristiani in Nigeria e combattere i
gruppi terroristici jihadisti nell’Africa occidentale. Il segretario Hegseth ha
sottolineato la necessità che la Nigeria dimostri l’impegno a prendere azioni
urgenti e durature per fermare la violenza contro i cristiani e ha espresso il
desiderio del Dipartimento di lavorare insieme e attraverso la Nigeria per
prevenire e diminuire azioni terroristiche che minacciano gli Stati Uniti”.
Sull’episodio di venerdì è intervenuta anche la presidente del Consiglio,
Giorgia Meloni, che in una dichiarazione ha condannato “con fermezza le
rinnovate violenze avvenute contro le comunità cristiane in Nigeria. La libertà
religiosa è un diritto inviolabile, chiediamo al governo nigeriano di rafforzare
la protezione delle comunità cristiane e di tutte le comunità religiose e di
perseguire i responsabili di questi efferati attacchi. L’Italia esprime tutta la
sua vicinanza alle vittime e alle comunità in Nigeria che oggi si sentono in
pericolo per il loro credo religioso”.
L'articolo Nuovo attacco in Nigeria: 315 tra studenti e insegnanti di una scuola
cristiana rapiti da un gruppo armato proviene da Il Fatto Quotidiano.
La rapper Nicki Minaj è intervenuta martedì 18 novembre a un evento delle
Nazioni Unite organizzato dagli Stati Uniti per mettere in luce la “minaccia
mortale” per i cristiani in Nigeria. Il presidente Donald Trump ha affermato che
il cristianesimo si trova ad affrontare una “minaccia esistenziale” nella
nazione dell’Africa occidentale e ha chiesto al Pentagono di iniziare a
prepararsi per una possibile azione militare.
Esperti e residenti affermano che alcuni attacchi prendono di mira i cristiani,
ma la maggior parte sottolinea che nella diffusa violenza che affligge da tempo
la Nigeria, tutti sono potenziali vittime, indipendentemente dal background o
dal credo. La Minaj ha ringraziato Trump per aver chiesto un’azione urgente per
“fermare la violenza contro coloro che vogliono semplicemente esercitare il loro
diritto naturale alla libertà di religione o di credo”. E ancora “per difendere
i cristiani in Nigeria, combattere l’estremismo e porre fine alla violenza
contro coloro che vogliono semplicemente esercitare il loro diritto naturale
alla libertà di religione o di credo”.
La rapper è intervenuta a un panel della missione statunitense alle Nazioni
Unite, insieme all’ambasciatore statunitense Mike Waltz e ad alcuni leader
religiosi. L’evento è avvenuto dopo che la Minaj aveva risposto al post sui
social media di Trump sulla Nigeria all’inizio di questo mese, affermando:
“Nessun gruppo dovrebbe mai essere perseguitato per aver praticato la propria
religione”.
In un post di domenica su X, Papa Leone XIV ha affermato che “i cristiani
subiscono discriminazioni e persecuzioni in varie parti del mondo, indicando la
Nigeria e altri paesi come Bangladesh, Mozambico e Sudan”. Presentando la Minaj,
Waltz ha detto: “Sale su questo palcoscenico mondiale non come una celebrità, ma
come testimone per mettere in luce la Chiesa perseguitata della Nigeria ai suoi
milioni di follower sui social media”.
Affermando di essere “molto nervosa” all’idea di parlare davanti al panel, la
Minaj ha promesso di continuare a battersi “di fronte all’ingiustizia per
chiunque, ovunque, venga perseguitato per le proprie convinzioni. Purtroppo,
questo problema non è solo un problema crescente in Nigeria, ma anche in molti
altri paesi del mondo”.
Infine la Minaj ha affermato di voler chiarire che proteggere i cristiani in
Nigeria non significa schierarsi o dividere le persone. “Si tratta di unire le
persone – ha detto -. La Nigeria è una nazione meravigliosa con profonde
tradizioni religiose che non vedo l’ora di scoprire”. La star del rap ha fatto
un riferimento alla musica nel suo discorso, dicendo che l’ha portata in giro
per il mondo e ha visto come le persone ovunque si rianimano quando ascoltano
una canzone. Per poi concludere: “Libertà religiosa significa che tutti cantiamo
la nostra fede, indipendentemente da chi siamo, dove viviamo e in cosa
crediamo”. Applausi convinti al congresso per l’artista.
L'articolo “In Nigeria i cristiani sono presi di mira. Le chiese sono state
bruciate, famiglie sono state distrutte”: Nicki Minaj all’Onu sostiene le accuse
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