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Maxiprocesso, una rivoluzione nella storia giudiziaria italiana: per la prima volta si colpì la mafia in quanto tale
Quarant’anni fa, il 10 febbraio 1986, si svolse a Palermo – davanti alla Corte d’assise – la prima udienza del Maxiprocesso contro vari mafiosi appartenenti a Cosa nostra. Un processo di proporzioni enormi, maxi appunto. Con 475 imputati e 200 avvocati difensori; e con un numero elevatissimo di capi d’accusa (associazione mafiosa, traffico di droga, rapine, estorsioni, 120 omicidi e altro ancora). Per permettere lo svolgimento del maxiprocesso fu costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone di Palermo un’apposita aula bunker. Maxi il processo, come maxi era stata l’impunità di cui la mafia aveva prima di allora goduto. Prima del maxi infatti c’erano stati pochi processi di mafia e ancor meno condanne. Del resto, erano tanti (anche fior di notabili) coloro che facevano a gara per negare addirittura l’esistenza stessa della mafia. E se una cosa non esiste, ovvio che nessuno la cerca. E se qualcuno un po’ “testardo” lo fa, altrettanto ovvio che farà molta fatica a raccogliere prove sufficienti. Tant’è vero che la regola di quei tempi era l’assoluzione tout court o per insufficienza di prove. Perciò, venuta finalmente meno tale impunità, ecco disvelarsi di colpo decine e decine di crimini, commessi per anni e anni, da un affollato plotone di killer mafiosi: ecco appunto il maxi. Il maxiprocesso è il capolavoro investigativo-giudiziario costruito dal pool dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo: un gruppo di magistrati specializzati nel contrasto di Cosa nostra, costituito da Rocco Chinnici e perfezionato poi da Nino Caponnetto, formato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnita e Giuseppe Di Lello. Il pool diede vita ad una nuova metodologia di lavoro investigativo-giudiziario, basata sulla “specializzazione” (i magistrati del pool non devono fare di tutto un po’, ma solo inchieste di mafia) e nel contempo sulla “centralizzazione” dei dati, attraverso la circolazione e socializzazione delle informazioni in un unico centro di raccolta, così da evitare dispersioni e/o parcellizzazioni deleterie. Il maxiprocesso rappresenta una vera e propria rivoluzione nella storia giudiziaria italiana. È la prima volta che si colpisce l’associazione mafiosa in quanto tale e che si condannano non solo i “soldati” semplici e i capi intermedi, ma anche il cuore e il cervello dell’organizzazione. Si dimostra che Cosa nostra non è solo una mentalità, un insieme di malavitosi e spacciatori che compiono rapine o omicidi, ma molto di più: una sorta di “stato illegale” organizzato, con una sua politica, e relazioni con la società, l’economia e le istituzioni. Per ostacolare lo svolgimento del maxiprocesso si scatenarono campagne calunniose contro i magistrati e i “pentiti”, che si intrecciarono con gli imbrogli che Cosa nostra provò a mettere in atto per “aggiustare” il processo, cioè piegarlo a conclusioni a sé favorevoli. Ma le prove del maxi erano così solide da resistere a ogni tipo di manovra e il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione confermò definitivamente, con le condanne, le accuse del pool (basate sul cosiddetto “teorema Buscetta”, dal nome del primo e principale pentito). Per Cosa nostra una disfatta, cui l’organizzazione criminale reagì cercando con bestiale violenza omicida di dimostrare a tutti che essa restava comunque la più forte: più dei suoi nemici e più dei potenti amici che le avevano voltato le spalle. Di qui le stragi di Capaci e di via D’Amelio che sterminarono Falcone e Borsellino, i principali protagonisti del maxi, con le loro scorte. E sul versante opposto l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, “proconsole” in Sicilia di Giulio Andreotti. L'articolo Maxiprocesso, una rivoluzione nella storia giudiziaria italiana: per la prima volta si colpì la mafia in quanto tale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Via D’Amelio: lo ‘spazza-neve’ Caselli torna in Antimafia e finisce il lavoro
Lo “spazza-neve” Caselli torna in Antimafia e finisce il lavoro: sgombrato completamente il campo dalla falsa valanga di “mafia-appalti”, resta linda ed evidente la chiave per comprendere la strage di Via D’Amelio e cioè l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Il furto dell’agenda rossa si può dire che sia stato il fine stesso della strage e il furto non l’ha fatto Cosa Nostra. Possibile che la repentina decisione di Riina, assunta tra fine giugno e i primi di luglio, di abbandonare il progetto di assassinare Mannino e di mettere nel mirino con urgenza Paolo Borsellino sia stata presa per impedirgli di lavorare su mafia-appalti (tesi cara a Mori-De Donno-Trizzino-Colosimo)? Niente affatto: non c’è un solo elemento che induca a pensare che Borsellino considerasse una priorità quel rapporto, né che fosse preoccupato per un suo insabbiamento (inesistente), né che fosse tenuto all’oscuro di quanto si stesse facendo su di esso (partecipava alle riunioni di coordinamento nelle quali veniva fatto il punto sulle indagini in corso). E allora? Ragiona il-Caselli-spazza-neve, su cosa stava lavorando Borsellino? La risposta va cercata in ciò che Paolo Borsellino disse pubblicamente il 25 giugno 1992, nel suo ultimo intervento prima di morire a Casa Professa, Palermo (nel pomeriggio aveva incontrato Mori e De Donno riservatamente alla caserma Carini, i quali non gli dissero nulla della trattativa avviata con Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino). A Casa Professa, Borsellino disse ciò che tutti si aspettavano di sentirsi dire e cioè che stava lavorando senza sosta sui motivi della strage di Capaci. Disse Borsellino di avere maturato convinzioni precise sulla strage, disse di essere testimone, disse che non ne avrebbe parlato prima di averne riferito formalmente alla Procura di Caltanissetta titolare della indagine (il capo della Procura Tinebra non lo chiamerà mai). Dichiarazioni talmente potenti da far esclamare ad un mafioso di rango, Salvatore Montalto, capo mandamento di Villabate, in carcere con Angelo Siino, che ne riferirà: “A chistu chi ci ‘u purtava a parrare di certe cosi?”. Cosa potrebbe aver capito Borsellino della strage di Capaci? Che c’entrava con mafia-appalti? Da escludere: Falcone non si occupò mai dello sviluppo giudiziario del rapporto, perché quando lo ricevette aveva già cessato la funzione di pubblico ministero ed era in partenza per Roma, dove avrebbe ricoperto il ruolo di capo degli affari penali per il ministro Martelli. Che Giammanco fosse un “poco di buono” a capo del “nido di vipere”? Non era un segreto, tanto che Borsellino stesso, sempre nell’intervento a Casa Professa, ci tenne prima di tutto a ribadire la veridicità del “Diario Falcone” pubblicato da Liana Milella, nel quale Falcone esprimeva giudizi pesanti su Giammanco. Falcone stesso aveva avuto il tempo di intervenire sul ministro Martelli per l’irrituale invio che a questi aveva fatto proprio Giammanco di una copia di mafia-appalti. Insomma: assurdo pensare che la strage di Via D’Amelio sia legata ad un “segreto” che stava sulla bocca di tutti. E allora, cosa? Forse Paolo Borsellino aveva capito qualcosa sull’attentato di Capaci: un attentato che non aveva rappresentato soltanto un cambio di strategia omicidiaria da parte di Cosa Nostra che, dopo i “tradizionali” assassinii di Salvo Lima e del maresciallo Giuliano Guazzelli, avrebbe dovuto assassinare anche Falcone in maniera “tradizionale”, a colpi di pistola, nel ristorante romano dove era solito recarsi senza scorta. Capaci infatti era stato un salto di paradigma nelle modalità esecutive: abbattere un bersaglio in movimento a 130 km orari richiedeva competenze militari senza precedenti (e mai più adoperate, forse proprio perché troppo rivelatrici). Forse Paolo Borsellino aveva capito che dietro l’attentato di Capaci, appunto per quelle straordinarie modalità, stava una rete molto più vasta di soggetti e volontà, che potevano avere a che fare con le ultime indagini di Falcone su Gladio, che magari avevano a che fare con le confidenze di Alberto Lo Cicero (più fortunato di Luigi Ilardo) che raccontava di “U Mussolini” al secolo Mariano Tullio Troia, di Stefano Delle Chiaie e dei legami con quell’amico di infanzia di Borsellino stesso, che era nientemeno che il leader della destra missina in Sicilia, Guido Lo Porto. Di sicuro Paolo Borsellino capirà nei giorni successivi a Casa Professa che, immediatamente dopo la strage di Capaci, si era attivata una strategia negoziale con Cosa Nostra, che – lungi dal fermare il progetto stragista – avrebbe rischiato di attizzarlo, conferendo (confermando!) a Cosa Nostra il rango di ente col quale lo Stato si metteva a trattare (trattativa che in effetti è nel pieno proprio alla fine di giugno 1992). Ipotesi, ragionevoli, che si ricavano dalla relazione di Gian Carlo Caselli. Ma a questo punto possiamo essere certi di alcune cose. Che qualunque cosa avesse compreso Borsellino sulla strage di Capaci, l’aveva scritta nell’agenda rossa e che dopo Casa Professa chi conosceva le abitudini del magistrato lo aveva capito. Che la strage di Via D’Amelio ebbe quindi un duplice obiettivo: uccidere Borsellino e sottrarre l’agenda rossa. Che il furto dell’agenda non fu fatto dai mafiosi. Che l’agenda rossa esiste ancora: chi l’ha presa, la conserva, perché troppo grande è il suo potere (Tolkien in questo caso è di aiuto!). Non so se abbia ragione Salvatore Borsellino che per aver invitato a cercarla nelle case di Mori si è beccato una querela, ma comunque sono certo che prima o poi salterà fuori. L'articolo Via D’Amelio: lo ‘spazza-neve’ Caselli torna in Antimafia e finisce il lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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