In migliaia in strada a Torino per il corteo organizzato in occasione della
31esima Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti
delle mafie, promosso da Libera.. Nel corteo sfilano i familiari delle vittime
innocenti di mafia, sindaci e amministratori locali – tra cui il primo cittadino
di Torino Stefano Lo Russo, e il governatore della Regione Piemonte, Alberto
Cirio – associazioni, cittadini, studenti, il segretario della Cgil Maurizio
Landini e la leader del Pd Elly Schlein. Dall’altoparlante in testa al corteo la
musica è stata alternata alla lettura dei nomi delle vittime innocenti di mafia.
“Siamo tornati qui per camminare insieme, per vivere una memoria viva, quella
che vuole scuotere un po’ di più le coscienze delle persone. Perché le mafie ci
sono, sono in continua trasformazione e dobbiamo esserci ancora di più noi”. ha
detto don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. “É la Giornata della Memoria e
dell’impegno – ha detto – in ricordo di tutte le vittime innocenti della
violenza criminale mafiosa. Non dimentichiamo che l’80% di loro non conosce la
verità“.
L'articolo Giornata per le vittime di mafia, a Torino il corteo con la lettura
di tutti i nomi. Don Ciotti: “L’80% dei familiari non conosce la verità”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Mafie
“Gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari non consentono di
formulare una ragionevole previsione di condanna”.
Con questa motivazione, su richiesta della stessa Dda di Reggio Calabria, il gip
ha archiviato il secondo troncone dell’inchiesta “Ducale”, quello che riguardava
diversi esponenti politici, ma non solo, che erano stati accusati di scambio
elettorale politico-mafioso.
Mentre il filone principale dell’indagine contro la cosca Araniti è già a
processo, quindi, cadono le accuse per tutte quelle posizioni che, nell’aprile
2025, la Procura di Reggio Calabria aveva stralciato.
E così l’11marzo scorso il gip Giuseppina Laura Candito ha archiviato le accuse
contestate all’ex consigliere regionale di Fratelli d’Italia Giuseppe Neri e al
consigliere comunale del Pd Giuseppe Sera per i quali, nell’estate 2024, era
stato chiesto l’arresto poi rigettato dal gip e dalla Corte di Cassazione.
Per Giuseppe Neri, infatti, “è stata ritenuta indimostrata la contro-promessa di
erogare una specifica utilità i n cambio del voto in suo favore”. Da qui le
conclusioni della Procura secondo cui “i principi di diritto enunciati dalla
Suprema Corte, valutati alla luce del ponderoso materiale investigativo e in
difetto di sopravvenienze, impediscono di formulare una prognosi di condanna in
caso di esercizio dell’azione penale”.
Sul rigetto dell’arresto che era stato chiesto nei confronti del consigliere
Giuseppe Sera, invece, “la Corte di Cassazione aveva confermato la correttezza
del ragionamento logico-giuridico del giudice della cautela”. Quest’ultimo aveva
“reputato non sussistenti i gravi indizi circa la riconducibilità della promessa
di sostegno elettorale alla cosca Araniti, anziché al solo (Daniel, ndr)
Barillà”. Per questo motivo, le condotte contestate a Sera “appaiono
riconducibili a pratiche di clientelismo, mancando la prova di uno scambio
sinallagmatico tra utilità pattuite in occasione della campagna elettorale e
sostegno elettorale”.
Neri e Sera non sono gli unici politici che escono dall’inchiesta. Sono state
archiviate anche le posizioni dell’ex sindaco Giuseppe Falcomatà (Pd), oggi
consigliere regionale, l’attuale sindaco facente funzioni e candidato del
centrosinistra alle prossime comunali Domenico Donato Battaglia (Pd), il
consigliere Mario Cardia (ex Lega e oggi Noi moderati) e l’ex senatore Giovanni
Emanuele Bilardi.
Per quanto riguarda Falcomatà, la Dda gli aveva contestato il supporto
elettorale ricevuto, in occasione del ballottaggio alle elezioni comunali del
2020, da Daniel Barillà, genero di Domenico Araniti che i pm indicano come il
boss di Sambatello.
Nei confronti dell’ex sindaco, l’archiviazione dell’inchiesta poggia sul fatto
che i pm non hanno ritenuto “provata la consapevolezza, in capo al Falcomatà,
delle ragioni mafiose poste a base della capacità di raccolta del consenso sul
territorio”.
Appresa la notizia dell’archiviazione, sui social l’esponente del Partito
democratico ha ricordato come “l’indagine ‘Ducale’ fece molto scalpore in città
nel giugno del 2024. Come sempre, ho atteso con pazienza, rispetto e fiducia per
la magistratura la conclusione delle indagini. Cercando di trasmettere questa
fiducia alla mia maggioranza in consiglio comunale, alla mia famiglia e alla mia
città. E mentre cercavo di fare questo continuavamo a lavorare, senza sosta,
senza paura. Anche questa volta ha trionfato la giustizia, anche questa volta ha
vinto la città”.
In una nota stampa, invece, c’è scritto che l’ex consigliere regionale di
Fratelli d’Italia Giuseppe Neri, “all’indomani dell’emergere della vicenda
giudiziaria, aveva scelto di dimettersi dal ruolo di capogruppo, una decisione
assunta per senso di responsabilità e rispetto delle istituzioni e del suo
partito che in tutta questa spiacevole vicenda gli è stato vicino, pur ribadendo
con fermezza la propria totale estraneità ai fatti contestati”.
“Oggi, – si legge nel comunicato – si chiude una brutta pagina, una pagina
personale, politica e, soprattutto, giudiziaria che ha inciso profondamente sul
suo percorso. L’archiviazione restituisce ora piena dignità pubblica a una
figura che potrà decidere, senza più ombre, il proprio futuro. Certo, per il
politico reggino resta il segno di un’esperienza difficile, ma anche la conferma
di un principio cardine: il tempo è galantuomo”.
Complessivamente sono 34 le posizioni archiviate dal giudice per le indagini
preliminari. Tra queste anche quelle dell’ex funzionario della città
metropolitana Carmelo Stelitano e del sacerdote Antonio Foderaro, decano della
Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale.
L'articolo Scambio elettorale politico-mafioso, a Reggio Calabria 33
archiviazioni per l’inchiesta “Ducale”: cadono le accuse per i politici proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Oggi, 21 marzo, a Torino si svolge la XXXI Giornata nazionale della Memoria e
dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata da
Libera insieme ad una vasta rete di associazioni, a cominciare da Avviso
Pubblico, e di Enti locali. La manifestazione nazionale torna a Torino
esattamente venti anni dopo il 21 marzo 2006. Un appuntamento che ci riguarda
visto che la storia del movimento anti mafia in Italia è intrecciata in maniera
profonda ed indissolubile con le nostre battaglie per la libertà e la giustizia
sociale.
Perché la storia del movimento anti mafia è storia di liberazione del lavoro dal
giogo dello sfruttamento, perché è storia di liberazione della donna dalla
violenza di contesti famigliari oppressivi. Perché è storia di difesa
dell’ambiente da ogni forma di abuso e di avvelenamento. Perché è storia di
amministratori pubblici con la schiena diritta che hanno pagato con la vita
l’uso corretto del denaro pubblico ed il rifiuto di logiche clientelari. Perché
è storia di magistrati impegnati strenuamente nella ricerca della verità, che è
la prima forma di giustizia. Perché è storia di uomini e donne delle Forze
dell’Ordine che hanno onorato la divisa, tutelando i più deboli dai prepotenti.
Perché è storia di insegnanti che hanno fatto della scuola pubblica italiana la
prima grande palestra di cittadinanza democratica. Perché è storia di
giornalisti che non hanno mai barattato la verità con la convenienza, difendendo
il diritto ad essere informati ed il dovere di informare correttamente. Perché è
storia di attivisti e volontari che sono stati capaci di tessere nuovi legami
sociali alternativi a quelli del “branco” nelle periferie più estreme del Paese.
Perché è storia di artisti che hanno fatto della bellezza un anticorpo culturale
potente contro il “puzzo del compromesso morale”. Perché è storia di un lungo e
coerente lavoro parlamentare che ha saputo trasformare in legge intuizioni
maturate a caro prezzo nel fronte antimafia: dalla Legge “Rognoni- La Torre” del
1982, fino alla Legge 6 del 2018 sulla protezione del Testimone di Giustizia,
passando per la Legge 109 del 1996 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati e
per la Legge 20 del 2017 (votata all’unanimità) che ha inserito il 21 Marzo nel
calendario repubblicano.
Torino ed il Piemonte hanno sofferto il progressivo radicamento delle mafie nel
loro territorio, accusando ferite non ancora rimarginate come l’assassinio del
Procuratore della Repubblica Bruno Caccia, il 26 giugno del 1983, ma hanno anche
saputo opporvi un impegno costante, concreto, tanto a livello istituzionale che
sociale. La “partita” però non è chiusa e non è vinta: le parole adoperate dalla
Procuratrice generale, Lucia Musti, alla inaugurazione dell’anno giudiziario il
31 gennaio scorso lo certificano senza possibilità di fraintendimento. La
Procuratrice infatti ha sottolineato che si registrano certamente meno casi di
racket ma perché più frequentemente sono operatori economici “per bene” a
rivolgersi volontariamente ai clan per trattare reciproche convenienze,
concentrate soprattutto in alcuni segmenti del business, quali il recupero
crediti, lo smaltimento dei rifiuti pericolosi e la logistica.
Lungimirante, purtroppo, si è rivelata l’elaborazione giudiziaria dei Pubblici
Ministeri titolari della maxi operazione Minotauro contro la ‘ndrangheta nel
torinese del 2011, che parlarono di “mafia silente”, liquida, capace di non
destare allarme sociale, ma altrettanto capace di colonizzare l’economia pulita,
condizionando pesantemente il ciclo finanziario (le “vette” del quale mi paiono
a tutt’oggi inesplorate). D’altro canto la situazione delle carceri in Piemonte
è sempre più esplosiva e drammatica tanto per i detenuti, quanto per chi nelle
carceri lavora: soltanto nella settimana che ha preceduto l’odierna
manifestazione di Libera è morto suicida nel carcere di Torino un condannato per
mafia (operazione Hydra, Milano) e quattro agenti della penitenziaria sono stati
ricoverati in codice rosso per intossicazione dopo un incendio appiccato per
protesta nel carcere di Biella.
Questo accade nella “terra” del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro,
quello della “intima gioia” provata nel pensare ai detenuti senza fiato dentro i
blindati della penitenziaria. In una Regione che nonostante l’impegno profuso da
amministratori locali ed associazionismo resta agli ultimi posti in Italia nella
graduatoria per beni confiscati alla mafia effettivamente riutilizzati: la
vicenda del castello di Miasino, unico bene assegnato alla Regione Piemonte, in
attesa di essere riaperto al pubblico da oltre 12 anni ne è il simbolo più
tristemente eloquente. Il cuore del 21 marzo è da sempre rappresentato dai
famigliari delle vittime innocenti delle mafie che si danno reciproco conforto
nella tenace ricerca della verità, il loro impegno è uno sprone per tutte e
tutti noi a non confondere mai la “pacificazione” del Paese con la pace che è
figlia della giustizia. Confusione nella quale purtroppo cadono ancora in
troppi.
L'articolo Torna a Torino la Giornata per le vittime innocenti delle mafie: un
appuntamento che ci riguarda proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’accusa è pesantissima: estorsione aggravata dal metodo mafioso. Per questo,
martedì mattina, in tre sono stati arrestati. E tra loro c’è un volto noto della
politica locale in Puglia: Pietro Guadalupi. Ex presidente del Consiglio
comunale di Brindisi, 36 anni, è un esponente di Fratelli d’Italia, con il quale
si candidò alle Regionali nel 2020 a supporto della corsa dell’attuale
commissario europeo Raffaele Fitto, del quale è luogotenente sul territorio
brindisino.
Insieme a lui sono finiti in carcere, su richiesta della pubblico ministero
della Dda di Lecce Carmen Ruggiero, Adriano Vitale e Mauro Iaia. Entrambi in
passato sono stati coinvolti in altre inchieste sull’influenza della Sacra
Corona Unita nella frazione di Tuturano, roccaforte politica dell’ex presidente
del Consiglio comunale. Vitale era finito anche in un’operazione anti-caporalato
con l’accusa di aver sfruttato il lavoro di un gambiano, pagato 1,5 euro l’ora.
Un quarto destinatario dell’ordinanza di arresto firmata dalla gip di Lecce
Maria Francesca Mariano, residente a San Pietro Vernotico, risulta irreperibile.
Guadalupi, dopo una prima candidatura nel 2010, sei anni più tardi era diventato
a soli 25 anni presidente del Consiglio comunale, uno dei più giovani d’Italia.
Dopo la corsa, fallita, alle Regionali nel 2020, era stato in lizza per la
candidatura a sindaco di Brindisi alle amministrative del 2023 con il
centrodestra, ma a spuntarla era stato Giuseppe Marchionna, poi diventato primo
cittadino.
L'articolo L’ex presidente del Consiglio comunale di Brindisi (FdI) arrestato
per estorsione aggravata dal metodo mafioso proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La priorità sono i carcerati e quello che resta dopo ce lo dividiamo noi”.
L’intercettazione finita nell’inchiesta “Libeccio” rende l’idea di come i boss
di Isola Capo Rizzuto, mentre erano detenuti, riuscissero a gestire gli affari
del clan: dalle estorsioni al traffico di droga, passando per le frizioni
avvenute dietro le sbarre. Martedì all’alba è scattato il blitz dei carabinieri
di Crotone e del Ros che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare
emessa dalla giudice per le indagini preliminari, Arianna Roccia, su richiesta
della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Salvatore Curcio. In manette sono
finite 19 persone (18 in carcere e una ai domiciliari), indagate a vario titolo
per associazione mafiosa, estorsione, rapina impropria, accesso indebito ai
dispositivi idonei alla comunicazione da parte dei soggetti detenuti e traffico
di droga. Il provvedimento di arresto è stato eseguito non solo in provincia di
Crotone, ma anche nelle strutture carcerarie di Catanzaro Siano, Tolmezzo,
Spoleto, Cassino e Napoli Secondigliano.
SCARFACE
Al centro dell’inchiesta c’è il boss Pasquale Manfredi, detto “Scarface”,
affiliato alla cosca Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. È il figlio di Mario
Manfredi, ucciso in un agguato nel 2005. Nonostante una condanna definitiva a 15
anni di carcere per mafia e un’altra condanna, non definitiva, all’ergastolo per
omicidio, Scarface dal regime di alta sicurezza nel carcere di Napoli faceva
tutto: concludeva affari, interveniva sul trasferimento dei detenuti da una casa
circondariale all’altra e dirimeva questioni familiari.
Come quella verificatasi nel carcere di Rovigo dove un detenuto aveva litigato
con suo figlio, Antonio Manfredi, pure lui arrestato. È proprio quest’ultimo
che, in un’intercettazione, spiega i consigli ricevuti dal padre su come
comportarsi ripetendo tutto il discorso che avrebbe dovuto fare al detenuto con
il quale aveva avuto il diverbio: “‘Francé vedi che papà mi sta dicendo questo
qua! Di chiuderla bella pulita, pulita’. Quando vedi che lui insiste, che ancora
comincia a fare il lunatico, ‘Francé, papà mi ha detto di chiuderla, però papà
mi ha detto un’altra cosa pure: che se insisti e mi tocchi un capello, t’ammazza
pure a tua madre quella puttana!’. Lo prendi e lo picchi!”.
IL PROCURATORE
A spiegare cosa succede all’interno delle carceri italiane è il procuratore
Curcio: “L’operazione – ha affermato in conferenza stampa – rivela l’ennesimo
campanello d’allarme. Infatti è stata diretta verso soggetti detenuti, cinque in
regime di alta sicurezza, che impartivano ordini dal carcere, interagendo e
interloquendo con l’esterno ma anche tra di loro, da un carcere all’altro”. Le
comunicazioni, neanche a dirlo, avvenivano per telefono. Ed è sempre il boss
“Scarface” a dettare gli ordini parlando con Daiane Perziano. Anche lei
arrestata, oltre a essere “la principale finanziatrice dell’associazione”, la
donna “doveva fungere da intermediaria con l’esterno, occupandosi di trascrivere
i messaggi” che il boss “indirizzava agli altri sodali”. “Gli devi dire a ‘S’
pure, a Simone… – dice Scarface – con la massima urgenza che mi servono tre
schede urgentemente, una per lui, una per la casa e una per te!… con la massima
urgenza però Dà (Daiana, ndr)! Anzi quattro schede che una gliela diamo a quel
ragazzo che è di Crotone”.
Droga ed estorsioni: per Pasquale Manfredi era la sua “azienda”. Che doveva
essere tutelata anche dagli errori degli stessi figli. Inveendo contro uno di
loro, il capocosca si sfoga con Daiana Perziano: “Gli avevo detto non prendere
iniziative, fatti i cazzi tuoi che non sono cose che appartengono a te… Me la
sto facendo io questa impresa. Piano, piano, piano, piano sto facendo questi
sacrifici… e adesso ha mischiato altre persone con l’azienda che sto facendo io!
Ma è una cosa giusta?”. Il riferimento era al business della droga. Delle
estorsioni si occupava anche suo cognato Tommaso Gentile, anche lui arrestato
nell’operazione “Libeccio” e già in carcere, da dove addirittura ammoniva,
sempre telefonicamente, gli imprenditori spiegando loro a chi avrebbero dovuto
pagare il pizzo. L’emissario di Gentile, infatti, un giorno “prese un telefono
cellulare con custodia celeste – ha raccontato una vittima ai carabinieri –
dicendomi che era collegato in viva voce Tommaso Gentile, figlio di Franco, che
era detenuto, e mi invitò a parlare con lui. Io mi rifiutai e nell’occasione
sentii una voce dall’altro capo del telefono di un soggetto che mi fu detto
essere Tommaso Gentile, il quale mi riferì che se avessi preso un appalto a
Isola mi sarei dovuto rivolgere al Capicchiano”.
APPALTI
A proposito di appalti, la cosca di Isola Capo Rizzuto ha tentato di infiltrarsi
anche in quello per la costruzione del muro di recinzione dell’aeroporto, in
località Sant’Anna. L’importo dei lavori era di 37 milioni di euro per cui “una
milionata – dice l’arrestato Simone Morelli – ce la devono versare”. “Questa
indagine – ha affermato il procuratore Curcio – ha rivelato la precarietà e la
permeabilità non solo dello stato di detenzione, ma anche delle sezioni di alta
sicurezza, le quali risultano tali solo nominalmente e sono assolutamente
inadeguate a garantire l’effettiva impermeabilità del circuito. Questa è la nota
distintiva di questa investigazione e induce a una riflessione. Il Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono impegnati
a ridisegnare i circuiti di detenzione e, quanto prima, riteniamo possibile un
intervento decisivo affinché il circuito di alta sicurezza torni a essere
effettivamente tale e non rimanga una mera indicazione nominale”.
FOTO DI ARCHIVIO
L'articolo Il boss “Scarface” comandava dal carcere tra droga, estorsioni e
pizzo: 19 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due agguati nel giro di poche ore. La camorra torna a sparare alle porte di
Napoli. Lo fa nel raggio di pochi chilometri: al mattino a Marano di Napoli, nel
pomeriggio ad Arzano. Al di qua e al di là di Scampia. I killer hanno sempre
fatto fuoco in strada, in mezzo alla gente. Al mattino, a Marano, sono entrati
in azione in via Svizzera, all’angolo di corso Europa: l’obiettivo era Palumbo
Castrese, 79 anni, già noto alle forze dell’ordine e ritenuto affiliato al clan
Nuvoletta, storico sodalizio criminale attivo sul territorio. Castrese era alla
guida di una Toyota Yaris quando è stato raggiunto dai sicari che hanno esploso
diversi colpi di pistola calibro nove: i carabinieri hanno repertato 12 bossoli.
Nel pomeriggio, ad Arzano, è stato invece assassinato Armando Lupoli, 39enne
anche lui già noto alle forze dell’ordine. L’uomo è stato freddato in via
Mazzini: raggiunto da alcuni colpi d’arma da fuoco in diverse parti del corpo, è
deceduto una volta arrivato in ospedale. Sul luogo dell’agguato sono giunti i
carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello Di Cisterna impegnati nel
ricostruire l’esatta dinamica dell’omicidio.
L’omicidio di Castrese viene ricondotta ad ambienti della malavita, con
l’inchiesta in mano alla pm Maria Sepe della Dda di Napoli. Dagli accertamenti è
emerso che Palumbo è il nonno di Aurelio Taglialatela, condannato a 17 anni e 4
mesi per l’omicidio volontario, avvenuto il 15 settembre 2024 del 20enne Corrado
Finale, morto dopo essere stato investito volontariamente in scooter a seguito
di una lite.
L'articolo Camorra, due agguati in strada in poche ore: killer in azione a
Marano e Arzano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola è morto oggi (lunedì 2 marzo) nel
carcere di Opera, a Milano. L’87enne era detenuto al regime del 41bis. La
procura di Milano ha disposto l’autopsia. Capo indiscusso di Cosa Nostra a
Catania, era noto per la sua spietata strategia criminale e le alleanze con i
corleonesi.
Pluriergastolano, è stato uno dei massimi capi di Cosa nostra, un padrino che a
Catania ha avuto la stesso peso di Totò Riina. Condannato per la strage di via
d’Amelio, mandante di decine di omicidi, compreso quello del giornalista Pippo
Fava, Benedetto Santapaola (detto Nitto) era nato a Catania il 4 giugno del
1938. Era stato arrestato all’alba del 18 maggio 1993 in un casolare nelle
campagne di Mazzarrone dopo undici anni di latitanza. Di lui si era tornato a
parlare nell’aprile del 2020 quando, durante la pandemia, si aprì l’ipotesi di
un suo trasferimento ai domiciliari sfruttando l’emergenza coronavirus. Ma il
tribunale di Sorveglianza di Milano bloccò tutto e Santapaola rimase nel carcere
di Opera al 41 bis.
L'articolo Morto a Milano il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola: era detenuto
nel carcere di Opera al 41 bis, aveva 87 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se Napoli ha il commissario Ricciardi e Aosta il vicequestore Rocco Schiavone,
anche la Calabria avrà il “suo” poliziotto: il sostituto commissario Antonio
Cicala che, in realtà, è un ispettore in servizio alla squadra mobile di
Zancarota. Che poi è Catanzaro perché, nel suo primo libro “L’incastro dei
cocci” (edito Albatros il Filo) è chiaro che Francesco Rattà ha anagrammato le
località in cui ha ambientato il romanzo. Un giallo dagli ampi tratti
autobiografici che ricordano la carriera dell’ex capo delle squadre mobili di
Reggio Calabria, Catanzaro e Roma dove è stato anche vicario del questore e dove
oggi Rattà è il direttore dell’Ufficio Analisi Interforze nella Struttura per la
Prevenzione antimafia del ministero dell’Interno.
Schivo di carattere e maniacale nel suo lavoro, il nome di Rattà è legato a
importanti inchieste contro i clan e alla cattura di pericolosi latitanti: dai
Pesce di Rosarno ai Pelle di San Luca. Uno su tutti: il blitz del 2016 quando la
squadra mobile di Reggio Calabria da lui diretta scovò Giuseppe Crea e Giuseppe
Ferraro in un bunker a Maropati, nella Piana di Gioia Tauro, dove il figlio del
boss Teodoro “Toro” Crea e il killer di Oppido Mamertina si erano nascosti in
una zona impervia tra Melicucco e Rizziconi.
I nomi, i personaggi e i fatti raccontati da Rattà sono frutto della sua
immaginazione. L’ispirazione, però, è un’altra cosa. Ecco che dalle operazioni
(reali) della Dda alle pagine del romanzo, è un attimo. L’aria che si respira è
la stessa, quella di una Calabria cruda e spietata. Ma anche di una Regione dove
la normalità è possibile e dipende dagli occhi con cui la si guarda. Ne
“L’incastro dei cocci” sono quelli del sostituto commissario Antonio Cicala, un
personaggio “normale” che si ritrova a indagare il fenomeno mafioso nella sua
terra di origine.
Come l’autore, è nato anche lui a Montepaone che nel libro, anagrammato, diventa
quindi “Panomeonte”. La sua è una storia di giustizia, suspense e colpi di scena
che cattura fino all’ultima pagina.
Rattà ha costruito un giallo realistico e avvincente che inizia con la morte di
Giulia De Santis, una studentessa calabrese di giurisprudenza poco più che
ventenne. Una tragedia che stava per essere archiviata come un suicidio se non
fosse per la scomparsa, poco dopo, di Mariangela Colussi, sua coetanea ma nipote
di un senatore componente della Commissione antimafia.
Poco più di 300 pagine dove le due morti si intrecciano con l’omicidio, avvenuto
a Milano a colpi di lupara, dell’assistente parlamentare Alessio Morelli e con
l’overdose di Jhoanna Espinosa, una giovane prostituta colombiana coinvolta nel
riciclaggio di capitali legati al narcotraffico gestito da un latitante della
‘ndrangheta, di origini reggine. Lo stesso che si nasconde dietro il complesso
mosaico sul quale indaga Cicala.
La scelta del protagonista del libro non è casuale perché “l’investigatore è un
appartenente al ruolo degli ispettori. – spiega Rattà – Ho voluto rendere
omaggio ai tanti poliziotti, ai sottufficiali, che costituiscono la spina
dorsale di tutta l’investigazione italiana della Polizia di Stato. Quindi ho
voluto rendere omaggio alla Polizia giudiziaria e, per questa ragione, il
protagonista non è un commissario come solitamente avviene, ma è un ispettore, o
meglio, un sostituto commissario che appartiene al ruolo degli ispettori. È un
personaggio tra virgolette regolare, cioè nel senso che lui è analitico, studia
il caso, si legge le carte dalla, dalla prima all’ultima. Cicala è dotato di
grande intuito investigativo, però è pratico e rimane sempre ancorato
all’analisi dei dati. Non si spinge mai in avanti, non ha delle intuizioni
miracolistiche, nel senso che non trasgredisce mai quelle che sono le regole e
quindi è soltanto grazie all’olio di gomito che riesce a risolvere i casi. Ma è
anche un personaggio umano, molto deciso e non ha nessun problema a scontrarsi
con i suoi superiori per far valere qualche aspetto che loro non condividono. Lo
fa anche a costo di essere redarguito e considerato eretico, come è scritto nel
libro dove si mette contro un questore”.
Suicidi che diventano omicidi. Scomparse camuffate da sequestri di persona. Cosa
ha ispirato Francesco Rattà è un facile esercizio di intuizione: “Sono casi
realistici. È tutto inventato, però il dato di partenza è la realtà che
chiaramente, nel caso mio, supera la fantasia. Io non ho bisogno di lavorare di
fantasia, basta attingere alla cruda realtà calabrese per scrivere queste
storie. L’unica cosa un po’ ‘spinta’, perché l’ho voluta portare alle estreme
conseguenze, è l’uccisione del segretario di un senatore dell’antimafia.
Ovviamente all’insaputa del senatore, questo faceva affari con la ‘Ndrangheta. E
poi c’è il grosso latitante che aveva ammazzato non so quante persone, ed era
l’autore pure degli omicidi delle due ragazze, messe a tacere perché erano
venute a conoscenza del narcotraffico”.
Mettere in fila tutto, quindi, è stato il compito dell’ispettore Cicala che,
sugli scaffali delle librerie, dal 27 febbraio fa compagnia al commissario
Ricciardi e al vicequestore Rocco Schiavone.
“Quelli di De Giovanni e Manzini sono personaggi che io ammiro e stimo. –
conclude l’autore – Loro parlano con i morti, hanno le allucinazioni, hanno le
visioni. Nel mio libro tutto questo non succede. Il mio è un personaggio
regolare o meglio ‘non è irregolare’. È un personaggio metodico che, come tutti
gli investigatori poliziotti, hanno come faro e come stella polare la legge, che
non trasgrediscono mai”.
Francesco Rattà ha lavorato in Calabria per 27 anni. Un periodo lunghissimo
fatto di inchieste contro la ‘ndrangheta. Una di queste ha ispirato “L’incastro
dei cocci”. Tante altre storie, oltre al loro percorso giudiziario, sono
sicuramente rimaste nella memoria dell’ex capo delle squadre mobili di Catanzaro
e Reggio Calabria che da oggi è anche uno scrittore di romanzi gialli. Storie
che, forse, finiranno in un secondo libro.
L'articolo Antonio Cicala, l’ispettore “non irregolare” alle prese con
“L’incastro dei cocci”. Il giallo sulla ‘Ndrangheta di Francesco Rattà proviene
da Il Fatto Quotidiano.
La ‘ndrangheta aveva messo una taglia di 120mila euro su Simone Bartiromo, uno
dei 9 soggetti arrestati dai carabinieri nell’ambito di un’inchiesta sul clan
della Vanella Grassi di Scampia e Secondigliano. Il dettaglio emerge
nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla gip Carla Sarno su richiesta
del procuratore di Napoli Nicola Gratteri. L’inchiesta della Dda va oltre
l’associazione mafiosa e il traffico di droga ricostruito dai carabinieri. Le
indagini ruotano attorno a una rapina che due soggetti, ritenuti esponenti della
cosca Nirta-Strangio di San Luca, avevano subito nel marzo 2023. Ai pm i
dettagli li ha spiegati il pentito Errico D’Ambrosio, originario di Cercola, nel
Napoletano, ma ritenuto affiliato alla cosca Molé di Gioia Tauro per la quale
faceva da tramite per gli affari di droga con i clan partenopei.
A subire la rapina sono stati due calabresi, Giovanni Strangio e Sebastiano
Romeo, arrestati anche loro dai carabinieri nel blitz di martedì mattina. A
commissionare il colpo è stato proprio Bartiromo, detto “Jet”, un
narcotrafficante arrestato nel luglio 2025, attualmente nel carcere di Tolmezzo.
“Siamo preoccupati – ha detto nel corso di una conferenza stampa il procuratore
Gratteri – perché conosciamo il modo di pensare della ‘ndrangheta e per questo
abbiamo chiesto all’ideatore del colpo se vuole essere tutelato”. Il motivo dei
timori della Procura sta tutto nei verbali del pentito D’Ambrosio: “Siccome
Simone Bartiromo doveva 500mila euro o poco più alla Vanella, per una partita di
droga non pagata, organizzò la rapina per togliersi il debito con la Vanella. So
per certo che la rapina, commessa a Casavatore, è stata fatta da ‘soldati’ della
Vanella, e che dietro c’erano Angrisano (Gaetano e anche lui arrestato, ndr) e
Bartiromo e so che che a subirla sono stati Nirta e Romeo”.
Il corriere a cui è stata sottratta la droga si chiama Andrea Giuliano (pure lui
arrestato) che al collaboratore di giustizia avrebbe personalmente raccontato
“la dinamica della rapina”. “Arrivarono più persone che prima si presero 10 kg
ed andarono via – dichiara ancora D’Ambrosio – Poi tornarono chiedendogli ‘e gli
altri 10 kg dove sono?’, dimostrando di sapere esattamente il quantitativo
trasportato, e si presero gli altri 10 kg”. La cocaina non è stata recuperata
dai “santolucoti”. Per questo motivo “è rimasto lo smacco”. “Da allora – è
sempre il racconto del collaboratore di giustizia – le famiglie calabresi sono
state restie ad avere rapporti con quelle napoletane”.
Uno smacco che non poteva e non può essere perdonato. Soprattutto dopo che i
calabresi hanno tentato di recuperare il carico e, una volta avviata la
trattativa, Gaetano Angrisano avrebbe impedito la restituzione.
Per questo, il pentito ha spiegato ai pm che come avevano intenzione di reagire
i calabresi: “Su Simone Bartiromo fu anche messa una taglia di 120mila euro,
messa dai Nirta e Romeo. A me fu anche chiesto di sequestrare la moglie di
Simone Bartiromo ma io mi rifiutai. La Vanella (il clan, ndr) non ne esce bene,
perché nel mondo criminale una rapina non è tollerabile. È vero che il
responsabile è stato individuato in Bartiromo, ma la stessa Vanella subirà,
credo, delle ripercussioni, anche a distanza di tempo, in quanto la vicenda ha
fatto molto rumore”. A confermare la versione di D’Ambrosio c’è anche un altro
pentito, Luigi Esposito, fino a pochi anni fa intraneo al clan Vinella Grassi.
Esposito è uno dei tre soggetti che, per conto di Bartiromo e Angrisano, ha
partecipato alla rapina. “La piattaforma indiziaria è granitica” secondo il gip.
Così come la convinzione del pentito D’Ambrosio secondo cui, “anche a distanza
di tempo”, il clan della Vanella Grassi subirà ripercussioni per lo “smacco” ai
calabresi.
L'articolo La taglia della ‘ndrangheta su un narcotrafficante napoletano. Il
pentito: “Mi chiesero di sequestrare la moglie ma mi rifiutai” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Niente funerale in chiesa, nessun corteo funebre e sepoltura in forma
strettamente privata al cimitero di Chivasso. È la decisione disposta dal
questore di Torino, Massimo Gambino, per le esequie di Domenico Belfiore, boss
della ’ndrangheta morto venerdì scorso a 73 anni in ospedale nel Comune della
seconda cintura di Torino.
Belfiore era stato condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante
dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso da un commando il
26 giugno del 1983. Non si era mai pentito. Proprio l’ipotesi di un funerale in
chiesa aveva suscitato polemiche nei giorni scorsi, a partire dall’intervento di
don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Secondo quanto previsto inizialmente, le
esequie si sarebbero dovute tenere domani alle 15 nella parrocchia Madonna del
Loreto di Chivasso.
Durissimo l’intervento del sacerdote, intervistato da La Stampa. “Pregare per un
defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di
Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un
mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo
stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle
nostre comunità?”. Per il fondatore di Libera, “un funerale in chiesa per chi ha
ucciso e non si è pentito non è solo un errore pastorale. È una ferita in più
inferta ai familiari delle vittime. Dice a chi ha perso un padre, una madre, un
fratello per mano della mafia ‘il vostro dolore può essere messo da parte’.
Dobbiamo chiedere scusa per questo”. Ciotti aveva poi aggiunto che “essere
Chiesa oggi in terra di mafia significa avere il coraggio della profezia, anche
se scomoda. Il ‘mi faccio i fatti miei’ è il miglior alleato delle mafie. Quando
una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non
scontentare nessuno, si crea l’humus fertile per la sopravvivenza del male. Il
funerale a Belfiore non è un caso isolato: è il sintomo di una zona grigia che
ancora esiste”.
Di diverso tenore erano state le parole di monsignor Daniele Salera, vescovo di
Ivrea: “Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non
possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore. La Chiesa ha sempre
fatto distinzione tra foro interno, o della coscienza, e foro esterno, ovvero
ciò che della nostra vita è visibile. Non potendo sapere quanto, negli ultimi
attimi della sua vita terrena, il defunto ha potuto vivere nella relazione con
Cristo Salvatore, è bene procedere chiedendo, attraverso le esequie, la
misericordia di Dio”, svelando poi che “la forma concordata con la famiglia
delle esequie” avrebbe avuto “il tratto di una maggiore sobrietà e semplicità”.
Il parroco, don Tonino, aveva sbrigativamente dichiarato: “Non sapevo chi fosse
quell’uomo. Della scomunica ai mafiosi del Papa sono al corrente, ma non ho
ricevuto nessuna indicazione ostativa in tal senso dalla Curia. Lo affiderò a
Dio come peccatore, ma è lui a doverlo giudicare”.
Nel corso della sua lunga carriera, Bruno Caccia, si occupò di importanti
indagini, tra cui quelle contro le Brigate Rosse e lo “Scandalo dei petroli”.
Nel 1980 divenne Procuratore capo a Torino, dove coordinò le indagini sulla
crescente presenza delle organizzazioni mafiose in Piemonte. La sera del 26
giugno 1983, mentre passeggiava con il suo cane nei pressi di casa senza scorta,
fu affiancato da uomini armati che lo uccisero con numerosi colpi di pistola.
Caccia resta l’unico magistrato finora ucciso dalle mafie nel Nord Italia.
L'articolo No al funerale pubblico per il boss della ‘ndrangheta Domenico
Belfiore: fu il mandante dell’omicidio di Bruno Caccia proviene da Il Fatto
Quotidiano.