L’accusa va cambiata. La Cassazione ha annullato la sentenza d’appello a carico
di Lorena Lanceri, una delle donne legate a Matteo Messina Denaro, considerata
dagli inquirenti anche la vivandiera del boss. I giudici romani, infatti, hanno
bocciato la qualificazione giuridica che aveva portato alla condanna per
favoreggiamento e procurata inosservanza della pena, ritenendo che il reato di
concorso esterno in associazione mafiosa fosse stato applicato erroneamente.
Nel processo di secondo grado, Lorena Lanceri era stata condannata a 5 anni e 8
mesi, una pena ridotta rispetto ai 13 anni e 4 mesi stabiliti in primo grado. Ma
i giudici di Cassazione hanno deciso di rinviare il caso a una nuova sezione
della Corte d’appello di Palermo, invitando a rivedere l’impianto accusatorio e
la relativa pena. Questo significa che il giudizio sulla posizione di Lanceri
non è definitivo, e il nuovo processo potrebbe portare a una revisione tanto
dell’accusa quanto della durata della condanna.
La donna, che aveva ammesso la sua relazione con Messina Denaro, ha sostenuto di
non aver conosciuto immediatamente la vera identità del boss. Nonostante ciò, si
è prodigata per lui, gestendo la sua corrispondenza e mantenendo contatti con i
familiari e altri membri della sua organizzazione mafiosa. In cambio, la coppia
avrebbe ricevuto regali dal boss, tra cui un Rolex che Messina Denaro aveva
acquistato per il figlio della coppia.
In parallelo, è passata in giudicato la condanna definitiva del marito di Lorena
Lanceri, chiamata “Tramite” nei pizzini del boss, Emanuele Bonafede. L’uomo,
anche lui tra le persone vicine al boss, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi
per favoreggiamento aggravato. Bonafede, inoltre, è il cugino di Andrea
Bonafede, il geometra che aveva prestato la sua identità a Matteo Messina Denaro
per eludere le indagini e vivere sotto falso nome.
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L'articolo La Cassazione: “L’accusa alla vivandiera di Messina Denaro va
cambiata, nuovo processo d’appello” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“I minori diventano carne da macello e utili idioti per il crimine” se il
contesto li indirizza verso quella direzione. Lo dice il procuratore di Napoli
Nicola Gratteri a margine di una conferenza stampa su 17 arresti della Dda a
Santa Maria Capua Vetere. Inchiesta da cui emerge che i ‘metodi’ di lavoro della
camorra del Casertano sono tornati ad essere simili a quelli dei clan del
napoletano: guerre armate per il controllo delle piazze di spaccio, stese, uso
di minorenni pronti a tutto, segnati dalla provenienza familiare, eredi di un
percorso tracciato dagli adulti della famiglia. “E’ il risultato di una serie di
concause – sostiene Gratteri – la carenza educativa, poco terzo settore e anche
perché dal punto di vista normativo il minore rischia meno, è meno strutturato
sul piano psicologico, quindi viene arruolato come carne da macello, come utile
idiota, per trasportare e vendere cocaina, per trasportare armi e andare ad
ammazzare. Il coinvolgimento dei minori è ormai un trend nazionale: costano di
meno, comportano meno rischi dal punto di vista penale e, infine, per
temperamento nascono e si nutrono della cultura mafiosa”.
I 17 arresti dell’ordinanza firmata dal Gip sono poi saliti a 19 con due casi di
flagranza di reato emersi durante le perquisizioni. Le catture sono state
eseguite stanotte da circa 120 poliziotti coordinati questura di Caserta diretta
da Andrea Grassi sul territorio di Santa Maria Capua Vetere e dintorni. Ed in
particolare nel rione Iacp dove il ras decideva a chi ‘assegnare’ le case e a
chi no. Era infatti Vincenzo Santone, attraverso la moglie legato da rapporti di
parentela con il clan Belforte di Marcianise, a designare chi doveva occupare le
abitazioni disponibili. “I pusher gli dovevano versare 200 euro al mese come
quota fissa, oppure acquistare la droga a costi maggiorati. A questo diktat
l’alternativa era la morte”, ha spiegato il capo della Mobile di Caserta
Massimiliano Russo.
Tre degli arrestati sono minorenni “ed uno di loro era così bravo da essere
conteso dagli adulti per le loro attività criminali”, ha sottolineato la
procuratrice dei minori Patrizia Imperato, rimarcandone “l’imprinting
familiare”, ovvero “la partecipazione in attività di spaccio portate avanti da
genitori e zii”. “Una volta i casalesi consideravano la droga una attività
residuale, ora esiste una camorra solida e strutturata e un’altra camorra che si
impone con le piazze di spaccio” ha spiegato il procuratore aggiunto Michele Del
Prete. I tre giovanissimi sono accusati di partecipazione all’associazione
dedita al traffico di stupefacenti: non solo erba, ma anche droghe pesanti come
crack, ketamina, cocaina. Tutti i reati contestati hanno l’aggravante del metodo
mafioso.
Le indagini sono partite da una stesa dell’ottobre 2023 e dall’omicidio di
Emanuele Nebbia, avvenuto la notte di Capodanno del 2024. Il culmine di una
faida tra le famiglie dei Santone e dei Nebbia per la conquista dei rioni della
droga.
L'articolo Camorra, 19 arresti a Caserta. Gratteri: “Minori arruolati dai clan
come carne da macello e utili idioti per il crimine” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Uscirà dal carcere Maria Concetta Riina, figlia del capo dei capi di Cosa
Nostra. Lo ha deciso il gip di Firenze dopo l’incidente probatorio per la donna
e il marito Antonino Ciavarello, entrambi indagati per estorsione aggravata dal
metodo mafioso e tentata estorsione ai danni di due imprenditori toscani. Per
Riina è stato disposto l’obbligo di dimora nel comune di Corleone, mentre
Ciavarello resterà in carcere perché detenuto per altra causa. Lo scorso ottobre
la Cassazione aveva confermato la misura della custodia cautelare in carcere per
entrambi confermando la decisione del Tribunale del Riesame di Firenze che aveva
accolto l’appello cautelare proposto dalla procura.
Secondo l’accusa i due avrebbero rivolto reiterate richieste di denaro,
accompagnate da toni minacciosi e intimidatori tali da indurre almeno una delle
vittime a cedere e consegnare una somma di denaro. “Siamo soddisfatti della
decisione del giudice, che ha riconosciuto come non ci fossero più le condizioni
per tenere i nostri assistiti in carcere. Attendiamo con serenità il prosieguo
del processo, sicuri che ogni aspetto sarà valutato con la dovuta imparzialità e
nel rigoroso rispetto delle garanzie processuali”, dice l’avvocato Francesco
Olivieri.
L'articolo Firenze, la figlia di Totò Riina esce dal carcere: obbligo di dimora
a Corleone proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva dal Brasile il “fantasma del Natale futuro” e in Commissione Antimafia,
grazie al procuratore Lincoln Gakiya – decano dell’Ufficio del Pubblico
Ministero dello Stato di San Paolo – l’Italia si specchia nel suo migliore
“made-in”: politiche sociali, carceri degne, 41 bis, indagini finanziarie,
misure di prevenzione patrimoniali, lotta alla corruzione politica e dei
colletti bianchi. Un “film” noto in Italia, che qualcuno però vorrebbe
cancellare dalle teche.
L’audizione che si è svolta a Palazzo San Macuto si colloca nella serie dedicata
meritoriamente ai rapporti con il Sud America volti soprattutto ad aumentare la
capacità italiana si interferenza nel narcotraffico, principale motore di
accumulazione illecita di capitali per le organizzazioni criminali
transnazionali.
Il procuratore Gakiya ha sulle spalle 35 anni di servizio nel Pubblico
Ministero, sempre a San Paolo, quasi tutti spesi contro l’organizzazione
criminale più vicina alla mafia italiana che è il PCC, il Primo Comando della
Capitale. Ha cominciato a lavorare nel 1991 e racconta con commozione di aver
assistito in tv ai servizi sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio,
riconoscendo in Falcone e Borsellino dei modelli universali.
Il Brasile e in particolare il porto di Santos nello Stato di San Paolo sono
diventati una specie di gigantesco imbuto che raccoglie la cocaina prodotta
tutta attorno per spedirla via mare sul ghiotto mercato europeo, dove un chilo
di cocaina acquistato a mille dollari può essere rivenduto anche a 80mila
dollari. Il grande broker del mercato sudamericano è da anni in maniera
indiscussa il PCC, che ha a sua volta un partner inossidabile per capacità e
capillarità: la ‘ndrangheta italiana. L’ultimo carico intercettato da una
operazione di polizia internazionale al largo delle coste europee pesava oltre
dieci tonnellate. Chissà quanti altri sono arrivati a destinazione!?
Il Procuratore è da anni sulla lista dei condannati a morte, quando si muove
(poco e soltanto tra ufficio e casa) lo fa con un dispositivo di settanta uomini
a protezione, senza farsi troppe illusioni: gli omicidi “eccellenti” purtroppo
in Brasile ad opera del PCC si consumano con macabra efficienza. Ma oltre
all’analisi del fenomeno, ciò che davvero colpisce della testimonianza del
procuratore sono alcune precise riflessioni che alle nostre orecchie suonano (o
dovrebbero suonare!) come una sveglia. Quali? Eccone alcune.
Come nasce il PCC? Nasce in carcere come reazioni da parte di alcuni detenuti a
condizioni ritenute inumane e degradanti, una sorta di “mutua criminale” in anni
nei quali lo Stato ci andava con la mano pesante e i morti nella repressione
delle rivolte che scoppiavano si contavano a decine. Come a dire: a chi conviene
lasciare le carceri italiane sovraffollate e mortificanti? Era proprio
necessario criminalizzare penalmente la disubbidienza passiva, come hanno fatto
Nordio e Meloni?
Perché il PCC si diffonde in tutto il Brasile diventando, come le mafie
nostrane, una sorta di Stato parallelo capace addirittura di generare una sorta
di “simpatia” tra la gente più povera? Perché in assenza di risposte concrete da
parte dello Stato sul piano delle politiche sociali, in tanti hanno trovato
conforto nei “favori” della malavita. Come a dire: a chi conviene la programmata
devoluzione di sovranità che il governo Meloni ha messo nero su bianco rispetto
al destino delle aree interne del nostro Paese? Perché lasciare milioni di
italiani senza accesso a cure mediche essenziali, senza scuole adeguate, senza
case popolari, senza infrastrutture essenziali alla mobilità quotidiana e in
alcuni casi senza acqua potabile, senza sicurezza alimentare, senza opportunità
di lavoro, senza una giustizia prossima ai più vulnerabili?
Cosa bisogna fare per contrastare il PCC? Ispirarsi agli strumenti che l’Italia
ha creato in quella stagione tragica ma tenace tra il 1982 e il 1993: il 416
bis. Il Brasile sta faticosamente discutendo l’inserimento di un reato
“associativo” sulla scorta del nostro, ma non ci è ancora riuscito;
intensificare le indagini finanziarie (cfr. Falcone e Pio La Torre), illuminare
soprattutto il passaggio tra il denaro contante con il quale sempre si compra la
“dose” in strada e la sua trasformazione in criptovaluta funzionale al
riciclaggio; introdurre misure di prevenzione patrimoniali cioè sequestri e
confische basate sulla inversione dell’onere della prova. Sì, lo ha proprio
detto, in portoghese, certo, ma la traduttrice non ha avuto esitazione: è il
sospettato che deve dimostrare la provenienza lecita delle ricchezze
sproporzionate di cui dispone e non viceversa. Questo è la battaglia “politica”
più importante per il Procuratore, perché il Brasile questo strumento non ce
l’ha.
Fortunatamente nessun parlamentare italiano si è preso la briga di spiegare al
Procuratore che qui da noi in tanti si augurano l’annientamento di queste
misure. Al limite qualcuno, in vena di affari, avrà pensato di rivendergliele:
usate poco e tenute bene.
L'articolo Il procuratore brasiliano Gakiya in Italia loda le misure antimafia:
non sa che qui tanti sperano nella loro revoca proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, rese note a fine 2025,
attestano il ruolo di “capo” ‘ndrangheta rivestito da Carmine Sarcone in
Emilia-Romagna. “Capo” non è solo il vertice della organizzazione, dicono i
giudici Giuseppe De Marzo e Paolo Valiante, ma anche “colui che abbia incarichi
direttivi e risolutivi nella vita del gruppo criminale e nel suo esplicarsi
quotidiano”. Non c’è dubbio, aggiungono, che quanto emerso dalle indagini su
Carmine Sarcone è idoneo a ritenerlo un membro “qualificato”, che
progressivamente ha assunto un ruolo direttivo, soprattutto quanto i fratelli
Nicolino e Gianluigi sono finiti dietro le sbarre. Otto anni e quattro mesi di
carcere è per lui la condanna definitiva, dopo un lungo percorso giudiziario che
consente alla Cassazione di ricostruire l’intera sua storia criminale.
Nel maggio del 2004 Sarcone arrivò a Cutro da Reggio Emilia per collaborare
all’omicidio del boss Antonio Dragone, durante la guerra di mafia innescata dai
Grande Aracri. Ne studiò gli spostamenti, fornì apparecchi e schede telefoniche
al commando, aiutò la fuga degli autori materiali con auto “pulite”. Lo hanno
confermato, dice la Cassazione, due affidabili collaboratori di giustizia. Il
primo è Giuseppe Liperoti, cresciuto nella ‘ndrangheta assieme a Sarcone negli
anni Novanta e lui stesso membro del gruppo che portò a termine l’esecuzione di
Dragone con bazooka e kalashnikov. Il secondo è Antonio Valerio, memoria storica
della cosca radicata a Reggio Emilia, che aveva avuto certezza del ruolo di
Carmine nell’omicidio dai fratelli Blasco e da Alfonso Diletto. Voci da dentro,
diffuse attraverso il più potente strumento di comunicazione tra i sodali, che
Valerio chiama criminal pop: i sussurri e i si dice della ‘ndrangheta, destinati
a passare di bocca in orecchio senza lasciare traccia.
Carmine, grazie anche a quell’azione, era molto legato al capo assoluto di
Cutro, Nicolino Grande Aracri, che lo chiamava in diverse occasioni con il
diminutivo affettuoso di Carminuzzu. Su questo nome hanno battagliato in appello
gli avvocati difensori di Sarcone, Vezzadini e Staiano, che hanno prodotto una
consulenza di parte secondo cui la parola intercettata e registrata era
Carluzzu. Ma la Procura Generale di Bologna ha portato a deporre uno degli
investigatori più competenti e preparati che già aveva lavorato in sinergia con
la Direzione Distrettuale Antimafia nel processo Aemilia: il luogotenente dei
Carabinieri Emidio D’Agostino. Il quale ha prodotto la trascrizione delle
intercettazioni riascoltate con le più sofisticate strumentazioni tecniche di
oggi e confrontate con le immagini dei filmati registrati dalle telecamere
nascoste nell’abitazione di Nicolino Grande Aracri a Cutro. Il risultato è che
il boss Nicolino pronuncia inequivocabilmente il nome di Carminuzzu quando,
parlando con Antonio Gualtieri, gli consiglia di utilizzarlo per la riscossione
di un credito al nord. A loro volta le intercettazioni agli atti del processo
Kyterion, che aveva messo sotto accusa a Crotone la cosca Grande Aracri,
certificano che almeno nel 2012 Carmine Sarcone andò a far visita diverse volte
a Nicolino Grande Aracri, con il quale si intratteneva in “dialoghi di
‘ndrangheta”. Un’altra conversazione, intercettata nel 2013, registra il boss
che consiglia a due siciliani interessati ad un trasporto di gasolio: “A
Carmine! Chiamate a Carmine!” E Carminuzzu, sempre dalle parole registrate di
Nicolino Grande Aracri, viene indicato come membro di un gruppo di “cristiani
fuori legge” operanti al Nord.
Un cristiano che comunque non era avvezzo a porgere l’altra guancia e anzi
prediligeva le armi per risolvere certe discussioni. A Nicolino Grande Aracri
Carmine aveva regalato una pistola 9×21 proveniente dal proprio arsenale
personale, che non serviva solo per la vecchia passione delle rapine compiute in
gioventù. Quell’arsenale di fucili a pompa, carabine con cannocchiali di
precisione, silenziatori per azioni di killeraggio, era a disposizione della
cosca e necessitava di un deposito per essere nascosto visti i volumi.
La storia criminale di Carmine è passata al setaccio dalla sentenza, a partire
dagli anni Novanta quando viene istruito dal “maestro” Vito Martino, uomo di
spicco della ‘ndrangheta. I collaboratori di giustizia, (Cortese, Giglio,
Valerio, Liperoti, Muto) ricordano il suo ruolo di raccordo al Sud con il gruppo
dei Ciampà a Cutro e con i Cassotta a Potenza. Nel nuovo millennio è sempre al
fianco dei fratelli Nicolino, Gianluigi, Giuseppe (e della sorella gemella
Giuseppina, condannata nel 2024 in appello nel processo Perseverance a 1 anno e
4 mesi per intestazione fittizia di società) in Emilia-Romagna. Con loro
accumula a partire dal 2005 rilevanti quantità di denaro con attività in campo
edilizio, attraverso società gestite da prestanome e con false fatturazioni,
frodi carosello, reati fiscali: il vero business della ‘ndrangheta emiliana.
La Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, in particolare con i magistrati
Marco Mescolini prima e Beatrice Ronchi ancora oggi, ha portato tutti i fratelli
Sarcone a rispondere delle proprie azioni illecite davanti ai giudici ma il
futuro del contrasto alla mafia in regione è incerto. Il sostituto procuratore
Marco Forte, collega di Beatrice Ronchi a Bologna, ha detto lo scorso anno ad un
convegno sui beni confiscati: “Pensate a quanto è grande questa regione, pensate
al suo peso economico: credete davvero che quattro Pm possano coprire un
territorio che va da Piacenza a Rimini? L’Emilia-Romagna richiederebbe il
raddoppio esatto sia delle forze di polizia che della Dda, per poter fare
dignitosamente la prevenzione necessaria”.
L'articolo “Carmine Sarcone era al vertice della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna”:
le motivazioni della Cassazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato aperto un fascicolo per verificare i motivi della morte di Rosario
Scalia, detenuto trovato morto nel carcere di Sulmona. L’uomo, 50 anni, era
considerato legato a Matteo Messina Denaro, deceduto a sua volta nel settembre
del 2023 nel reparto detenuti dell’ospedale de L’Aquila. Il ritrovamento di
Scalia da parte della Polizia Penitenziaria, invece, risale alla sera del 24
dicembre. Secondo le prime informazioni, il decesso in cella sarebbe avvenuto
per cause naturali. Da quanto si apprende, il detenuto era in sovrappeso ed era
stato sottoposto a un intervento chirurgico all’anca, alcune settimane fa,
all’ospedale dell’Annunziata a Sulmona. Sulla vicenda è stata disposta
l’autopsia: gli inquirenti non escludono alcuna ipotesi.
La salma è stata trasferita all’obitorio del San Salvatore dell’Aquila per
l’esame autoptico che accerterà eventuali complicazioni post-operatorie e per
escludere anche le ipotesi di eventuali trombosi o embolia. Scalia stava
scontando una condanna a 20 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di
Salvatore Lombardo, ucciso nel maggio del 2009 a Partanna, in provincia di
Trapani, suo comune di provenienza Secondo la ricostruzione dei giudici, era
stato Scalia a comunicare agli assassini gli spostamenti della vittima.
Di professione imprenditore edile, Scalia era indicato come uomo vicino al boss
Giovanni Domenico Scimonelli, che per gli investigatori era un figura
fondamentale della rete di protezione di Messina Denaro, latitante per quasi
trent’anni. Nel 2024 gli erano stati confiscati beni per circa 180mila euro.
L'articolo Detenuto trovato morto nel carcere di Sulmona la notte di Natale, era
legato a Messina Denaro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre la Ue discute animatamente della confisca definitiva dei patrimoni russi
e del loro ri-utilizzo per la difesa ucraina, un altro dibattito iniziato sotto
i migliori auspici rischia di produrre tra distrazioni, incomprensioni e malizie
interessate un grave arretramento della normativa italiana delle confische di
prevenzione aventi ad oggetto ricchezze accumulate illecitamente. Colpire le
misure di prevenzione patrimoniali, neutralizzarle, è un pallino di settori
rilevanti e trasversali dell’opinione pubblica italiana, che non hanno mai
digerito il “processo al patrimonio”, considerandolo al più il modo sgarbato
(incostituzionale!) con il quale si punisca un soggetto a carico del quale non
si riescano a trovare prove adeguate sul piano penale, come ho ripetutamente
messo in evidenza su questo blog.
Costoro dopo aver trovato sponde politiche importanti oggi possono sperare in un
alleato inatteso: la direttiva Ue su sequestri, confische e utilizzo dei beni
della criminalità. Perché ogni direttiva, va interpretata e tradotta negli
ordinamenti nazionali e nella interpretazione, come sappiamo, si nasconde spesso
il diavolo.
La versione ufficiale, quella accreditata anche dalla relazione che la
Commissione parlamentare antimafia sta per discutere e approvare, è ottimistica,
naturalmente: plaude alla possibilità che i Paesi membri finalmente recepiscano
la normativa di ispirazione italiana sulle misure di prevenzione patrimoniali,
auspicando altresì che l’adozione della direttiva nell’ordinamento italiano sia
l’occasione per migliorarlo (Ahi! Ahi! Primo campanello d’allarme), ma tra le
righe si capisce che paradossalmente il rischio è esattamente l’opposto e cioè
che siano le norme italiane ad omogenizzarsi ad una traduzione europea che
mancando di centrare il punto, lungi dall’avvicinare l’Europa alla geniale
invenzione di Cesare Terranova e Pio La Torre, rischi di allontanare l’Italia
dal suo miglior passato anti mafia.
Seguendo il dibattito che trova spunto nello studio dell’impatto sulla normativa
nazionale della direttiva (UE) 2024/1260 del Parlamento europeo e del Consiglio
del 24 aprile 2024 riguardante il recupero e la confisca dei beni, cui gli Stati
membri dovranno conformarsi entro il 23 novembre 2026, svoltosi nel II Comitato
della Commissione parlamentare anti mafia presieduto dal leghista, on. Erik
Umberto Pretto, si coglie quello che a me pare uno “strabismo” pericoloso, che
potrebbe essere rivelatore di un disegno più vasto e profondo. Nelle misure di
prevenzione patrimoniali infatti ci sono due attori: il soggetto indiziato di
frequentazioni pericolose ed il patrimonio che si presume di origine illecita.
Quale tra i due è il protagonista? Il patrimonio, non il soggetto indiziato.
E’ pacifico, per ora, che le misure di prevenzione patrimoniali non abbiano
natura punitiva e nemmeno sanzionatoria del soggetto pericoloso socialmente, ma
piuttosto “ripristinatoria” di una normalità economica inquinata dalla presenza
di ricchezza illecite che hanno di per se stesse l’indubbio disvalore di
sbilanciare ingiustamente la libera concorrenza nel mercato e di fornire
potenzialmente un giacimento di prestigio e di risorse materiali spendibili
dalle organizzazioni criminali.
Detto altrimenti e per l’orrore dei puristi della materia, il rapporto tra
soggetto e patrimonio è simile a quello che può esserci tra il fumo d’arrosto
che esce da un camino e l’arrosto medesimo che sfrigola qualche metro più sotto,
infilzato nello spiedo. A chi interesserebbe più il fumo dell’arrosto?
La misura patrimoniale di prevenzione scatta nel momento in cui il soggetto,
ritenuto socialmente pericoloso e per tanto individuato e sottoposto ad
accertamenti finanziari, non possa dimostrare la lecita provenienza nella sua
disponibilità del patrimonio che si assume formato illecitamente, cioè quando
viene dimostrata la “sproporzione” tra il reddito del soggetto o la sua attività
economica nota ed il valore del patrimonio di cui è in possesso. Il fine della
misura di prevenzione patrimoniale, ribadisco, non è quello di punire o
sanzionare il soggetto pericoloso ma quello di neutralizzare la distorsione
economica provocata dalla libera circolazione di un potente veleno (la ricchezza
illecitamente accumulata). Saranno i giudici di un eventuale processo penale che
dovranno stabilire se il soggetto indiziato di essere pericoloso socialmente sia
anche responsabile di condotte penalmente rilevanti, a causa delle quali andrà
condannato.
Perché allora tutta questa attenzione al “fumo”?
Perché dibattere per ore e ore (anche in sede europea!) su quali siano gli
indizi che rendono il soggetto pericoloso socialmente? Perché insistere sul
rapporto temporale necessario tra la fase nella quale il soggetto sia stato
effettivamente pericoloso ed il momento nel quale è venuto in possesso della
ricchezza illecita? Forse perché, pur senza ammetterlo e anzi dicendo l’esatto
contrario, chi interviene nel dibattito ha in mente di portare definitivamente
le misure di prevenzione patrimoniali nell’alveo del processo penale.
Annientando con il che quarant’anni di antimafia italiana.
Francamente proporrei di superare completamente questo dibattito e fissare un
punto: la pericolosità sociale del soggetto sta nella sua incapacità di
dimostrare la provenienza lecita del patrimonio di cui dispone. Punto, tutto il
resto viene dal demonio.
L'articolo La direttiva Ue sulle confische e la tentazione di neutralizzare
quarant’anni di antimafia proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è solo un’opposizione che è stata formalizzata contro la richiesta di
archiviazione di Paolo Bellini da parte della procura di Caltanissetta. L’ex
esponente di Avanguardia Nazionale, condannato in via definitiva per la strage
di Bologna, è ancora indagato per le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Tra le
47 persone offese individuate dalla procura nella richiesta firmata
dall’aggiunto Pasquale Pacifico il 3 luglio scorso, soltanto una si è opposta
all’ipotesi di archiviazione la posizione di Bellini: Salvatore Borsellino,
rappresentato dall’avvocato Fabio Repici. Il giudice per le indagini
preliminari, Santi Bologna, ha dunque fissato un’udienza per la decisione il 28
gennaio del 2026.
Bellini nei mesi scorsi ha incassato anche l’archiviazione dell’indagine sulle
stragi del 1993, chiesta e ottenuta dalla procura di Firenze. L’inchiesta
toscana era collegata a quella di Caltanissetta. Nel giugno del 2023, gli
inquirenti avevano perquisito e interrogato Bellini: nel decreto erano
ricostruite le trasferte dell’indagato in Sicilia nel 1992. Viaggi spesso
compiuti per incontrare Nino Gioè, boss di Altofonte, che sarà poi uno dei boia
di Giovanni Falcone ed era sin dagli anni ’80 il suo contatto in Cosa Nostra.
Gli inquirenti avevano ritrovato alcune intercettazioni compiute all’epoca dei
fatti su ordine delle procure di Firenze e Reggio Emilia che indagavano allora
su altre vicende. Analizzando quegli ascolti era emerso un fatto inedito,
raccontato dal Fatto: “Nel corso di conversazioni registrate tra il 21 e il 25
maggio 1992 la moglie dell’epoca del Bellini, anche conversando con un
interlocutore che lo cercava affermava che il coniuge si trovava in Sicilia; il
Bellini poi faceva rientro giorno 25.5.1992”.
Il diretto interessato, però, aveva negato: “Ha sempre affermato che in detto
periodo si stava recando in Sicilia ma, tuttavia, non avendo avuto la
disponibilità del Gioè a incontrarlo avrebbe fatto rientro in Emilia”. Da una
informativa della Digos del 1994, invece, era poi emerso come Bellini e Gioè si
trovassero a Cefalù, in provincia di Palermo, circa una settimana prima della
strage in via D’Amelio. L’indagato aveva sempre sostenuto di essersi recato in
Sicilia per svolgere la professione che svolgeva all’epoca, cioè il recupero
crediti. Una giustificazione che le indagini della procura non hanno smentito.
Nella richiesta di archiviazione, la procura inserisce anche il testo di alcune
intercettazioni di Bellini. Tra le altre cose, l’ex Primula nera ha sosteneva di
essere stato “indotto” a infiltrarsi in Cosa Nostra dall’ex presidente della
Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
L'articolo Paolo Bellini, una sola opposizione alla richiesta di archiviazione
dei pm di Caltanissetta: il gip fissa l’udienza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Operazione contro i clan di camorra a Napoli. Nella mattinata del 18 dicembre la
Direzione investigativa antimafia ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare
personale emessa dal gip del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione
distrettuale antimafia, arrestando 11 persone ritenute responsabili, a vario
titolo, di associazione a delinquere di stampo camorristico, in quanto affiliate
al clan Amato-Pagano – operante nei comuni di Melito di Napoli, Mugnano di
Napoli e in parte dei quartieri Secondigliano e Scampia di Napoli – ma anche di
intestazione fittizia di beni e di riciclaggio, con l’aggravante di aver agito
per agevolare il clan. Il provvedimento arriva dopo le indagini contro esponenti
di spicco degli scissionisti degli Amato-Pagano. L’operazione è la prosecuzione
del blitz di un anno fa nei confronti di 53 indagati ritenuti legati ai boss
Raffaele Amato e Cesare Pagano, attualmente detenuti al regime del 41-bis.
Secondo gli inquirenti, le indagini hanno confermato l’operatività del clan
Amato-Pagano e la sua organizzazione sul territorio con ruoli ben definiti, la
gestione degli stipendi per i familiari dei detenuti e la continua ricerca di
luoghi sicuri per le riunioni. In base a quanto ricostruito, due coniugi avevano
messo a disposizione del clan la loro abitazione al centro di Melito di Napoli.
In occasione delle riunioni, i coniugi si allontanavano, lasciando la casa nella
piena disponibilità degli affiliati al clan. Scoperti anche diversi prestanome
che risultavano finti proprietari di auto e moto di valore, con falsi contratti
di noleggio. Contestate anche condotte di riciclaggio e autoriciclaggio di
denaro proveniente da reati, che veniva versato su carte di credito prepagate
utilizzate per trasferire le somme all’estero – in Spagna – nonché tentativi di
estorsione ai danni di diversi imprenditori.
L'articolo Napoli, nuovo blitz contro il clan Amato-Pagano: 11 arresti per
camorra, intestazione fittizia di beni e riciclaggio proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Scambio elettorale politico-mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso,
trasferimento fraudolento di valori e turbata libertà degli incanti. I
carabinieri del comando provinciale di Latina stanno eseguendo una misura
cautelare emessa dal gip del Tribunale di Roma, su richiesta della procura
distrettuale antimafia capitolina.
I provvedimenti riguardano persone gravemente indiziate, a vario titolo, di
scambio elettorale politico-mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso,
trasferimento fraudolento di valori e turbata libertà degli incanti.
Tra i destinatari figura anche una persona appartenente al clan camorristico
Licciardi, parte dell’Alleanza di Secondigliano. È in corso il sequestro
preventivo, ai fini della confisca, di beni immobili e quote societarie per un
valore complessivo superiore a 10 milioni di euro. L’operazione interessa Roma,
Napoli, Terracina, Latina e provincia.
L'articolo Voto di scambio politico-mafioso ed estorsione: arresti tra Lazio e
Campania proviene da Il Fatto Quotidiano.