Duran Kalkan, figura di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK,
fondato da Abdullah Ocalan) che ha dichiarato il proprio scioglimento lo scorso
anno nel contesto del processo definito dalle autorità turche “Turchia senza
terrore” – dunque non processo di pace come è stato definito in modo
superficiale – in corso in Turchia, si è dichiarato contrario al conflitto in
corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Kalkan sostiene che questa contesa sia in
atto da decenni senza apportare alcun beneficio ai popoli del Medio Oriente.
In un’intervista andata in onda su Medya Haber TV, Kalkan ha affermato che il
conflitto in corso dovrebbe essere considerato parte di una lotta più ampia e
prolungata che risale alla Guerra del Golfo. “Questa guerra non è iniziata dieci
o undici giorni fa. Va avanti da 36 anni – ha dichiarato Kalkan – siamo
realistici. Sappiamo bene dove e quando è iniziata. Gli Stati Uniti conducono
attacchi in Medio Oriente non certo da adesso. Nell’autunno del 1990, hanno
schierato 150.000 soldati nella regione in un solo mese, dall’Arabia Saudita al
Kuwait. Hanno impiegato tutti i loro aerei e navi”. “Le forze che conducono
questa guerra sono ciò che chiamiamo il sistema della modernità capitalista
globale”, ha aggiunto. “Questa è la guerra di coloro che vogliono cambiare lo
statalismo, su cui si basano molte delle nazioni contemporanee, per ottenere
maggiori profitti dal capitale e annichilire coloro che difendono quello
statalismo. Si tratta di una guerra di egemonia allo scopo di ottenere maggiori
profitti e maggiore influenza. Noi siamo contro, come movimento, come popolo e,
pertanto, ci opponiamo”.
Affrontando i possibili esiti del confronto, Kalkan si è chiesto se un’eventuale
vittoria degli Stati Uniti, di Israele o dell’Iran porterebbe a una maggiore
democrazia o libertà. “Supponiamo che le forze attaccanti, Stati Uniti e
Israele, vincano. Cosa cambierà?” ha sottolineato. “L’egemonia israeliana e
l’influenza statunitense sostituiranno la sovranità iraniana. Si avrà uno stato
più democratico, più pacifico, più liberale? No. Lo stesso presidente degli
Stati Uniti ha detto che la democrazia non significa nulla. Il loro inviato per
il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha affermato che la democrazia non si addice ai
popoli mediorientali, che le monarchie sono migliori. Per questo motivo stanno
preparando un nuovo Scià”.
Se invece il regime iraniano sopravviverà, secondo Kalkan, “si tornerà al
passato, e noi sappiamo qual è quel passato. Alcuni si chiedono da che parte
stiamo noi curdi del PKK e i nostri partiti affiliati in Siria e Iran.
Schierarsi in questa guerra è molto problematico. Le parti non sono poi così
diverse. Si scontrano mentalità simili”. Ha inoltre spiegato che il PKK si
rifiuta di schierarsi sia con i “sistemi capitalistici globali” sia con i
“difensori del nazionalismo dello Stato-nazione”.
“I curdi si conoscono. Provengono dalle profondità della storia. Hanno lottato
per la libertà per un secolo”, ha affermato. “Non sono nella posizione di essere
soldati di nessuno o strumenti degli interessi di nessuno. Non siamo dalla parte
dell’aggressione del capitale globale transnazionale, né dalla parte dello
statalismo dello Stato-nazione. Sosteniamo la repubblica democratica. Siamo a
favore della risoluzione dei problemi attraverso il consenso democratico.
Sosteniamo il percorso di integrazione democratica. Il nostro popolo nel
Rojhilat (il nome in curdo del Kurdistan iraniano, dove il PKK ha un partito
gemello, il PJAK) è un popolo che sta portando avanti da decenni una forma di
resistenza, di consapevolezza, di patriottismo. Di fronte a possibili attacchi,
dovrebbe organizzarsi, proteggersi e sviluppare una posizione difensiva. Ma non
dovrebbe concentrarsi solo sul Rojhilat. Dovrebbe vedere la libertà dei curdi
del Rojhilat come parte della democratizzazione dell’Iran. Dovrebbe costruire
amicizie e alleanze per democratizzare l’Iran”.
Azeri (della omonima regione iraniana) e curdi convivono da secoli, ad esempio.
I curdi hanno legami ancora più stretti con il popolo persiano. “Il vero
pericolo è il nazionalismo dello Stato-nazione e lo sciovinismo razzista, che
mettono questi popoli gli uni contro gli altri. I curdi devono tenersi alla
larga da tutto ciò”. A detta di Kalkan, il conflitto dimostra l’importanza del
processo di eradicazione della guerra a bassa intensità in corso per decenni in
Turchia tra PKK e Ankara.
«La gente dice: “Abbiamo la NATO, i suoi missili ci proteggeranno”. Ma alcuni,
che cercano di comprendere la verità più chiaramente, indicano una realtà più
complessa. Dicono ancora: “La pace e il processo di costruzione di una società
democratica garantiscono la sicurezza della Turchia. Il nostro leader Apo (
soprannome di Ocalan, all’ergastolo da 25 anni) la garantisce”.
Il membro dei direttivo del PKK spiega ancora: “Tutti in Turchia riconoscono la
portata e l’urgenza delle minacce, ma rispetto al resto della regione vive in
uno stato di relativa calma e fiducia”. Protetta dalla NATO e dal suo ruolo di
mediatrice nella fitna (spaccatura) secolare tra musulmani sciiti e sunniti,
l’autocrate Recep Tayyip Erdogan ha inviato il suo fedele ministro degli Esteri,
Akan Fidan, nei paesi del Golfo. Durante una conferenza stampa in Qatar, Fidan
ha accusato Israele di aver innescato e intensificato il conflitto, esortando al
contempo gli altri attori alla moderazione e mettendo in guardia contro una sua
più ampia estensione regionale. “Ankara ha comunque trasmesso messaggi all’Iran
affinché eviti di estendere la guerra oltre il suo ambito attuale, sottolineando
che un’ulteriore escalation metterebbe in pericolo l’intera regione”.
All’inizio di questa settimana, Fidan ha dichiarato che la Turchia avrebbe
avviato una serie di consultazioni con gli attori regionali, volte a porre fine
alle ostilità in corso. I funzionari turchi hanno posto sempre maggiore enfasi
sul dialogo e sul coordinamento multilaterale, mentre le tensioni continuano ad
aumentare. Nell’ambito della sua iniziativa diplomatica, Fidan oggi si è recato
negli Emirati Arabi Uniti per colloqui incentrati sia sulle relazioni bilaterali
che sugli sviluppi regionali.
La tappa negli Emirati Arabi Uniti si inserisce in un più ampio tour del massimo
diplomatico turco, volto a esplorare le opzioni per fermare la guerra e
prevenire un’ulteriore destabilizzazione in Medio Oriente. Prima della sua
visita in Qatar, Fidan ha avuto colloqui con omologhi di diversi paesi a Riyadh
per discutere dell’intensificarsi del conflitto e delle possibili risposte
coordinate.
L'articolo Kalkan (Pkk) contrario al conflitto in corso tra Iran, Stati Uniti e
Israele: “I curdi non saranno soldati di nessuno” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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I rappresentanti del partito filo-curdo per l’Uguaglianza dei Popoli e la
Democrazia (DEM) renderanno nota oggi la seconda lettera dello storico leader
curdo fondatore del PKK, Abdullah Ocalan, da più di vent’anni in carcere
condannato all’ergastolo. Un anno dopo il suo primo appello per sottolineare
l’importanza di portare avanti il progetto di una Turchia “ libera dal
terrorismo”- cosí l’ha definito il governo turco guidato dal presidente Recep
Tayyip Erdogan – Ocalan invita i vertici del PKK a riflettere sulle azioni da
intraprendere nelle fasi successive.
La lettera del leader del PKK dovrebbe proporre un’analisi degli sviluppi dal
suo primo messaggio e sottolineare che si è ormai entrati nella seconda fase.
Nel suo primo messaggio, Ocalan ha invitato il PKK a deporre le armi e porre
fine alla lotta armata contro la Turchia. “Come nel caso di qualsiasi comunità e
partito moderno la cui esistenza non sia stata abolita con la forza, lo farebbe
volontariamente, convocate il vostro congresso e prendete una decisione; tutti i
gruppi devono deporre le armi e il PKK deve sciogliersi”, aveva affermato
Ocalan.
In linea con il messaggio, il PKK ha deciso di sciogliersi durante un congresso
tenutosi nel maggio 2025. Un primo gruppo di membri ha distrutto pubblicamente
le armi a luglio, e il PKK ha successivamente annunciato che si sarebbe ritirato
dal territorio turco a ottobre. Ma a dimostrare che ancora la situazione è assai
complessa e rischiosa per i membri del PKK, è arrivata la dichiarazione del
falco nonchè neo ministro della Giustizia, l’ex procuratore capo e fedelissimo
di Erdogan, Akın Gürlek. Il ministro ha sottolineato che il percorso verso una
Turchia “libera dal terrorismo” potrebbe essere rafforzato da alcune modifiche
legislative, tra cui la legge antiterrorismo e la legge sull’esecuzione delle
pene. “Tuttavia – ha affermato Gürlek – è essenziale osservare i passi concreti
compiuti dall’organizzazione terroristica PKK prima di concretizzare questi
cambiamenti”, riferendosi al disarmo dei membri del PKK.
Intanto un nuovo studio del Truth Justice Memory Center (Hafıza Merkezi)
intitolato “No Peace Without Justice” -non c’è pace senza giustizia – rivela
come le violazioni del diritto alla vita contro bambini e giovani nella regione
curda della Turchia, nel sud-est del paese , si siano evolute in nuove forme di
violenza di Stato tra il 2000 e il 2015. La ricerca, che ha comportato tre anni
di lavoro sul campo e analisi documentali, esamina un periodo descritto come “né
guerra né pace”.
Mentre gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una guerra a bassa intensità e
da uno stato di emergenza, i primi quindici anni del 2000 hanno visto un
passaggio dalle esecuzioni extragiudiziali alle morti causate dalla
militarizzazione degli spazi urbani e rurali. Secondo il rapporto, le violazioni
del diritto alla vita di bambini e giovani durante questo periodo non sono stati
episodi isolati, ma estensioni delle dinamiche di conflitto degli anni ’90. I
principali modelli di classificazione includono: militarizzazione urbana, ovvero
l’uso diffuso di veicoli blindati nei centri cittadini che ha causato numerose
vittime, in particolare tra i bambini investiti da questi veicoli nei loro
quartieri. Soppressione delle proteste. In quegli anni, le forze dell’ordine
hanno fatto sempre più ricorso alla logica militare per reprimere la
mobilitazione sociale e, di conseguenza, vittime per colpi d’arma da fuoco e
lacrimogeni durante le manifestazioni pubbliche. Pericoli rurali. Significa che
le morti nelle aree rurali sono state spesso causate da mine antiuomo e
munizioni militari inesplose, un’eredità diretta dell’intensa militarizzazione
degli anni ’90. Violenza di confine. Il rapporto evidenzia il massacro di
Roboskî del 2011, in cui un attacco aereo uccise 34 civili, come un esempio
lampante di violenza nelle regioni di confine. La persistenza dell’impunità.
Nonostante un periodo di relativa apertura politica grazie alla tregua stipulata
con il PKK nel 2013 e fallita due anni dopo per volere di Erdogan, allora primo
ministro, lo studio ha rilevato che i meccanismi strutturali dell’impunità sono
rimasti intatti. Le battaglie legali delle famiglie si sono spesso scontrate con
ostacoli sistematici, tra cui la mancanza di indagini efficaci e l’uso di limiti
temporali per archiviare i casi. Accesso impossibile alla giustizia. Il rapporto
rileva che in molti casi il contesto legale è diventato il “simbolo di accesso
impossibile alla giustizia”. Le famiglie intervistate per lo studio hanno
sottolineato che la punizione dei colpevoli non è una questione di vendetta, ma
una condizione necessaria per garantire che tali violazioni non si ripetano mai
più. Memoria come resistenza. La ricerca esplora anche come lo Stato turco abbia
preso di mira la memoria collettiva. I monumenti dedicati alle vittime, come la
statua del dodicenne Uğur Kaymaz a Mardin, sono stati rimossi da amministratori
nominati dal governo dopo il 2016.
L'articolo Turchia, secondo appello di Ocalan per la fine della lotta armata: ma
per il PKK la situazione resta complessa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante la coalizione di destra al vertice del governo turco sostenga di
voler arrivare a un accordo di pace con il Pkk, nei fatti mostra il contrario.
Il Ministero dell’Interno ha infatti prorogato di altri due mesi il mandato del
governatore di Mardin, Tuncay Akkoyun, come amministratore fiduciario nominato
dallo Stato pur essendo stata pronunciata tre mesi fa l’assoluzione del sindaco
eletto, Ahmet Türk, nel caso che ha portato alla sua sospensione.
Türk, eletto sindaco nelle consultazioni locali del marzo 2024 come candidato
del partito filo-curdo Uguaglianza Popolare e Democrazia (DEM), è stato rimosso
dall’incarico nel novembre 2024 in seguito all’accusa di “propaganda
terroristica“. Si tratta dell’accusa che la magistratura turca – al guinzaglio
del presidente-autocrate Recep Tayyip Erdogan – utilizza più frequentemente per
mettere fuori gioco i partiti di opposizione e, in generale, gli avversari
politici. Dopo l’assoluzione di Türk, lo scorso ottobre, ci si aspettava che
venisse reintegrato, ma la recente decisione significa che la municipalità
continuerà a essere amministrata dall’ufficio del governatore provinciale almeno
fino a marzo.
Il Ministero dell’Interno ha deciso di mantenere Akkoyun al comando, nonostante
la Corte Penale abbia stabilito che non vi erano prove sufficienti per
condannare Türk per le accuse a suo carico. Il sindaco, alla sua terza
legislatura, era tra gli imputati nel processo di Kobanê ed è stato rimosso
dall’incarico dopo essere stato condannato a 10 anni di carcere. Il Comune è
sotto l’amministrazione del governatore Akkoyun da quasi due anni.
Secondo la legge turca, il Ministero dell’Interno può rimuovere i funzionari
locali eletti che si trovano ad affrontare indagini o procedimenti penali. Dal
2016, questo potere è stato regolarmente esercitato contro i Comuni governati
dal Partito DEM e dai suoi predecessori ( HDP) perché dichiaratamente filo
curdi. L’estensione del mandato del fiduciario avviene nel contesto del processo
di pace curdo in corso e dello scioglimento dichiarato del Partito dei
Lavoratori del Kurdistan (PKK). Questi sviluppi avevano fatto prevedere che la
politica statale in materia di fiduciari potesse venire gradualmente
abbandonata, ma questa decisione fa supporre che il nuovo anno non porterá, in
realtá, ad alcun cambiamento.
L'articolo La Turchia di Erdogan vuole la pace con il Pkk solo a parole: il caso
emblematico di Ahmet Türk, il sindaco filo-curdo di Mardin proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il sesto Forum per la Pace e la Sicurezza in Medio Oriente (MEPS 2025) si è
riunito il 18 novembre a Duhok, cittá che fa parte del Governo Regionale semi
autonomo del Kurdistan (KRG) iracheno, situato nord del paese. L’incontro è
stato ad alto livello con la partecipazione del presidente del KRG, Nechirvan
Barzani, del primo ministro Masrour Barzani – la tribù curda dei Barzani è
alleata della Turchia a cui vende regolarmente da anni gas e petrolio – del
primo ministro iracheno Mohammed Shia al-Sudani, oltre a numerosi leader
politici, diplomatici e accademici.
Tra le presenze più significative figuravano il comandante generale delle Forze
Democratiche Siriane (SDF), il curdo Mazloum Abdi, e Ilham Ahmed, co-presidente
del Dipartimento per le Relazioni Estere dell’Amministrazione Autonoma della
Siria Settentrionale e Orientale (AANES), meglio conosciuta con il nome curdo di
Rojava. Nei loro discorsi, entrambi i leader hanno sottolineato che
l’amministrazione autonoma curda in Siria non rappresenta una minaccia per
Ankara e hanno espresso il proprio sostegno al processo di pace curdo in corso
in Turchia. Cengiz Çandar, parlamentare del Partito turco filo-curdo per
l’Uguaglianza e la Democrazia Popolare (DEM), che ha partecipato all’evento, ha
descritto la loro presenza come uno sviluppo diplomatico e politico di grande
importanza.
“Entrambi hanno sottolineato di essere al lavoro per attuare l’accordo del 10
marzo scorso firmato con Damasco entro la fine dell’anno e caldeggiato dall’
presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il mentore e più forte alleato della
nuova dirigenza siriana post Assad. L’accordo prevede che le Sdf (a guida curda)
confluiscano nell’esercito siriano zeppo di ex quedisti e uomini vicini
all’Isis, contro i quali le Sdf avevano combattuto a lungo. Una delle grandi
battaglie fu quella di Kobane. I due guerriglieri a capo delle Sdf e delle
relazioni esterne del Rojava hanno affermato di essere disposti a visitare la
Turchia a questo scopo, di non nutrire intenzioni ostili nei confronti di
nessuno e di aver portato armi solo per proteggere il proprio popolo”, ha
dichiarato Çandar. “La loro accoglienza di alto livello a Duhok è stata
interpretata come un segnale che il KRG potrebbe prepararsi ad avviare
iniziative diplomatiche sia con Damasco che con Ankara”.
Çandar ha osservato che sia Abdi che Ahmed, così come Masrour Barzani, hanno
espresso il loro forte sostegno al processo di pace interno in corso in Turchia
con il Pkk di Ocalan. Ha inoltre affermato di aver avuto la possibilità di
incontrare Abdi e Ahmed durante il forum, aggiungendo: “Si aspettano un invito
dalla Turchia. Non sarebbe sorprendente vederli in Turchia nel prossimo futuro”.
La questione chiave però è il modello di governance in Siria. I colloqui
sull’integrazione delle SDF nell’esercito del governo islamista di Damasco,
capeggiato dal presidente ad interim Ahmet al Sharaa ( ex membro di al Qaeda ed
ex Isis) sono visti come un aspetto indiretto del processo di pace in Turchia,
poiché Ankara considera le SDF un’estensione del Partito dei Lavoratori del
Kurdistan (PKK), che ha annunciato il proprio scioglimento nell’ambito degli
sforzi di pace in corso.
Tuttavia, secondo Çandar, la questione chiave non è l’integrazione delle SDF.
Commentando i messaggi trasmessi dai due leader curdi, ha spiegato: “Il
principale disaccordo con Damasco riguarda il modello di governo. I curdi
siriani sostengono che una Siria decentralizzata garantirebbe la futura
stabilità del Paese. Considerano il dialogo e il negoziato la via da seguire. La
questione non riguarda l’integrazione delle SDF nell’esercito siriano. Se ci
sarà un accordo su questioni costituzionali, questo seguirà naturalmente. Poiché
le SDF non rappresentano una minaccia per nessuno, l’integrazione nell’esercito
è una questione tecnica da risolvere attraverso i colloqui”.
Rispondendo alle domande sull’approccio del KRG al processo di pace in Turchia e
sulle sue dichiarazioni al forum, Çandar ha dichiarato: “La presenza militare
del PKK, seppur dissolto in Turchia, si trova sul territorio del KRG. Pertanto,
i funzionari del KRG sono ansiosi di vedere il processo avanzare rapidamente e
produrre risultati positivi e sono inclini a offrire il supporto necessario a
tal fine”. Çandar ha anche commentato il panel a cui ha preso parte, incentrato
sull’approccio dell’Europa all’Iraq. “Ho sostenuto che un rapporto simile a
quello tra Turchia e KRG potrebbe benissimo essere instaurato in futuro tra
Turchia e curdi siriani. Un esito positivo del processo turco avrebbe un impatto
positivo sull’intera regione”. Lanciato nel 2019, il Forum MEPS è diventato uno
degli eventi annuali più significativi per il Governo Regionale del Kurdistan
(KRG) e l’Iraq, offrendo una piattaforma per discussioni aperte e dirette sulle
urgenti sfide che il Medio Oriente e il Nord Africa devono affrontare.
L'articolo Siria, il futuro dei curdi resta incerto tra voglia di autonomia e
prospettive di ritrovarsi in un esercito pieno di ex jihadisti proviene da Il
Fatto Quotidiano.