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Far sparire la minoranza curda in Siria: l’appoggio di Erdogan all’offensiva miliare. Arrestato e picchiato un giornalista
Il giornalista Nedim Oruç è stato arrestato ieri mentre seguiva una protesta nella provincia sud-orientale turca di Şırnak, a maggioranza curda. La manifestazione era stata organizzata per denunciare i recenti attacchi ai quartieri curdi di Aleppo, in Siria. Oruç, reporter del notiziario curdo Ajansa Welat, è stato picchiato dalle forze di sicurezza turche prima di essere portato via a bordo di un veicolo blindato. L’arresto è avvenuto nel distretto di Cizre, mentre centinaia di giovani tenevano una manifestazione con fuochi d’artificio e slogan come “Bijî Berxwedana Rojava” (Lunga vita al Rojava, il nome in lingua curda della regione siriana nord -orientale dove i curdi hanno realizzato una enclave basata su un esperimento sociale peculiare e democratico). Gli scontri tra manifestanti e polizia sono continuati dopo l’arresto del giornalista. L’offensiva militare lanciata dal governo ad interim siriano – sostenuto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan – ha come scopo il sovvertimento del quadro etnico-demografico di Aleppo, la seconda città della Siria, per renderlo del tutto arabo. Che tradotto significa far sparire la minoranza curda. L’assalto dei gruppi jihadisti che fanno parte del nuovo esercito siriano controllato dal presidente siriano Ahmad al Shaara (ex leader delle milizie quaediste durante la guerra civile) ha preso il controllo dei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, scatenando la reazione anche dei turchi di etnia curda, ma non solo. Anche il partito turco repubblicano Chp, il secondo per numero di deputati, ha espresso la propria contrarietà e preoccupazione. Le forze governative siriane sono entrate ad Ashrafieh il 9 gennaio e da allora stanno tentando di conquistare le ultime zone di Sheikh Maqsoud. La maggior parte degli abitanti curdi dei due quartieri di Aleppo sono ora profughi nel Rojava. L’escalation in Siria si verifica mentre i colloqui di integrazione tra le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, che controllano la Siria settentrionale e orientale e il governo di Damasco sono in stallo. Ankara ha espresso sostegno alle azioni del governo di Damasco e sostiene che le SDF dovrebbero sciogliersi, citando l’apparente processo di pace curdo in corso in Turchia. Le SDF intanto continuano a chiedere per legge un sistema amministrativo decentralizzato per il Rojava. Diversi gruppi curdi anche in altre zone della Turchia hanno organizzato proteste in risposta al conflitto in corso ad Aleppo. L'articolo Far sparire la minoranza curda in Siria: l’appoggio di Erdogan all’offensiva miliare. Arrestato e picchiato un giornalista proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dieci anni dopo l’attentato a Istanbul, Erdogan usa la lotta all’Isis per recuperare consensi
Dieci anni fa il terribile attentato dell’Isis ad Istanbul segnò profondamente il paese turco. Da allora l’Isis si è fatta sentire in altre occasioni fino a due settimane fa quando le forze di sicurezza turche hanno fermato 170 persone sospettate di legami con il gruppo terroristico nel corso di operazioni antiterrorismo condotte in 32 province. I sospettati sono accusati di aver operato in passato all’interno dell’Isis o di averne sostenuto le attività attraverso aiuti finanziari. Al momento 10 persone sono state poste in stato di arresto, mentre altre 15 sono state rilasciate con misure di controllo giudiziario. Le procedure legali per gli altri fermati sono ancora in corso. Le operazioni, coordinate sotto la supervisione delle procure, hanno coinvolto l’Organizzazione Nazionale di Intelligence (MIT), la Direzione dell’Intelligence della Polizia e i reparti antiterrorismo. Le unità di polizia provinciale hanno effettuato raid in diverse città, tra cui Istanbul, Ankara, Smirne, Gaziantep, Diyarbakır, Şanlıurfa, Hatay, Antalya e Kocaeli. Parallelamente, la Procura Generale di Istanbul ha reso nota un’operazione mirata contro presunte reti di finanziamento dell’Isis. Secondo i magistrati cinque individui avrebbero inviato fondi al gruppo e ai suoi membri mascherandoli da aiuti umanitari, con l’obiettivo di sostenere le attività dell’organizzazione e impedirne la disgregazione. La Turchia ha dichiarato l’Isis un’organizzazione terroristica nel 2013. Da allora fino al 2023, le autorità hanno arrestato più di 19.000 persone per presunte affiliazioni al gruppo, secondo i dati della presidenza turca. In questo periodo sono stati espulsi anche più di 7.600 cittadini stranieri sospettati di aver preso parte ad attività di gruppi armati stranieri. La recente operazione però evidenzia un cambiamento qualitativo nell’approccio turco: innanzitutto la capillarità territoriale. Il fatto di intervenire in diverse province simultaneamente dimostra una capacità dell’intelligence radicata, segno che le cellule non sono più concentrate solo nelle zone di confine, ma infiltrate nel tessuto urbano e industriale. Secondo aspetto, il blocco al finanziamento: l’arresto dei 5 individui a Istanbul che utilizzavano aiuti umanitari come copertura è cruciale. Colpire il “money laundering” e i canali informali di trasferimento fondi (hawala) è un modo per impedire la riorganizzazione delle cellule dormienti. Infine il contenimento dei “Lupi Solitari”. Negli ultimi anni la Turchia ha rafforzato in modo significativo le proprie misure antiterrorismo, concentrandosi in particolare sulle cellule operative e sulle reti di finanziamento in un contesto di crescenti preoccupazioni per la sicurezza regionale. A settembre 2025 tre agenti di polizia sono stati uccisi durante un attacco a una stazione di polizia a Smirne, compiuto da un uomo armato che si ritiene fosse un adolescente radicalizzato. Nel 2024, due sospettati legati a Daesh hanno inoltre attaccato una chiesa a Istanbul, causando la morte di un uomo. Le operazioni contro il gruppo si sono ulteriormente intensificate dopo il 2015 anche attraverso interventi in Siria che hanno portato all’eliminazione di figure di vertice dell’organizzazione. La lotta al terrorismo non è solo una questione di sicurezza, ma un tassello fondamentale per la sopravvivenza politica del presidente Erdogan che punta sul sentimento nazionalista, presentandosi come l’unico leader capace di garantire l’ordine e la grandezza del Paese. La lotta al terrorismo in Turchia oggi ha un doppio risvolto: per i gruppi radicali è un modo per contestare la politica pro-occidentale di Ankara; per Erdogan è l’occasione per riaffermare un controllo ferreo e recuperare consensi. L'articolo Dieci anni dopo l’attentato a Istanbul, Erdogan usa la lotta all’Isis per recuperare consensi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Turchia di Erdogan vuole la pace con il Pkk solo a parole: il caso emblematico di Ahmet Türk, il sindaco filo-curdo di Mardin
Nonostante la coalizione di destra al vertice del governo turco sostenga di voler arrivare a un accordo di pace con il Pkk, nei fatti mostra il contrario. Il Ministero dell’Interno ha infatti prorogato di altri due mesi il mandato del governatore di Mardin, Tuncay Akkoyun, come amministratore fiduciario nominato dallo Stato pur essendo stata pronunciata tre mesi fa l’assoluzione del sindaco eletto, Ahmet Türk, nel caso che ha portato alla sua sospensione. Türk, eletto sindaco nelle consultazioni locali del marzo 2024 come candidato del partito filo-curdo Uguaglianza Popolare e Democrazia (DEM), è stato rimosso dall’incarico nel novembre 2024 in seguito all’accusa di “propaganda terroristica“. Si tratta dell’accusa che la magistratura turca – al guinzaglio del presidente-autocrate Recep Tayyip Erdogan – utilizza più frequentemente per mettere fuori gioco i partiti di opposizione e, in generale, gli avversari politici. Dopo l’assoluzione di Türk, lo scorso ottobre, ci si aspettava che venisse reintegrato, ma la recente decisione significa che la municipalità continuerà a essere amministrata dall’ufficio del governatore provinciale almeno fino a marzo. Il Ministero dell’Interno ha deciso di mantenere Akkoyun al comando, nonostante la Corte Penale abbia stabilito che non vi erano prove sufficienti per condannare Türk per le accuse a suo carico. Il sindaco, alla sua terza legislatura, era tra gli imputati nel processo di Kobanê ed è stato rimosso dall’incarico dopo essere stato condannato a 10 anni di carcere. Il Comune è sotto l’amministrazione del governatore Akkoyun da quasi due anni. Secondo la legge turca, il Ministero dell’Interno può rimuovere i funzionari locali eletti che si trovano ad affrontare indagini o procedimenti penali. Dal 2016, questo potere è stato regolarmente esercitato contro i Comuni governati dal Partito DEM e dai suoi predecessori ( HDP) perché dichiaratamente filo curdi. L’estensione del mandato del fiduciario avviene nel contesto del processo di pace curdo in corso e dello scioglimento dichiarato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Questi sviluppi avevano fatto prevedere che la politica statale in materia di fiduciari potesse venire gradualmente abbandonata, ma questa decisione fa supporre che il nuovo anno non porterá, in realtá, ad alcun cambiamento. L'articolo La Turchia di Erdogan vuole la pace con il Pkk solo a parole: il caso emblematico di Ahmet Türk, il sindaco filo-curdo di Mardin proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Turchia minaccia le milizie curde in Siria: “Devono integrarsi nell’esercito, non ci costringano alle armi”
Ankara continua ad aumentare le minacce contro le Forze Democratiche Siriane (Sdf) la coalizione di milizie arabe-curde a guida curda, operative nell’area nord e centro orientale della Siria, che nel 2015 divennero note per la battaglia di Kobane in cui sconfissero l’Isis e per essere state la fanteria della coalizione occidentale nella guerra contro gli uomini del califfo nero al-Baghdadi. Coalizione a cui formalmente partecipava la Turchia che, però, anziché bombardare i tagliagole jihadisti, prendeva di mira le milizie curde Ypg e Jpg. Nonostante le dichiarazioni turche contro lo Stato Islamico, allora e oggi, l’autocrate Recep Tayyip Erdogan non tollera che l’Sdf rimanga autonoma. Soprattutto mentre sembra che l’Isis stia risorgendo, non solo in seguito all’attentato di questa settimana nel deserto vicino a Palmira in cui sono stati uccisi 2 soldati e il loro interprete americani, da un ex membro dell’Isis confluito nell’esercito siriano (sotto la guida del presidente ad interim Ahmad al Sharaa), Il Sultano vuole infatti a ogni costo che l’Sdf confluisca nell’esercito siriano e aderisca alla politica della Siria post Assad. L’ULTIMATUM DI ANKARA: “PAZIENZA STA FINENDO” La Turchia ieri ha ribadito il proprio monito alla milizia arabo-curda, affinché attui rapidamente e pienamente l’accordo del 10 marzo con il governo siriano, sottolineando che “la pazienza degli attori interessati sta per esaurirsi”. L’ultimo avvertimento è arrivato dal Ministro degli Esteri Hakan Fidan in un’intervista a TRT World. “Certamente, non siamo soddisfatti del ritmo del processo. Noi, i siriani e alcuni altri partner pensiamo che le SDF stiano cercando di guadagnare tempo”, ha dichiarato Fidan in risposta a una domanda sull’attuazione dell’accordo che prevede l’integrazione delle SDF con l’esercito nazionale siriano entro la fine dell’anno. “Le SDF sperano di trarre vantaggio da alcune opportunità, sia attraverso una crisi regionale che attraverso le politiche espansionistiche di Israele nei confronti della Siria”, ha affermato Fidan, richiamando l’attenzione sul fatto che anche gli Stati Uniti ne sono consapevoli. “Tutti i gruppi armati, ad eccezione delle SDF, hanno accettato di unirsi all’esercito nazionale siriano, poiché nessuno stato sovrano può tollerare l’esistenza di due o più entità armate all’interno dei propri confini, ha affermato il ministro. “Vogliamo che i problemi vengano risolti attraverso il dialogo e i negoziati, e in modo pacifico. Non vogliamo essere costretti a ricorrere nuovamente a mezzi militari. Ma le SDF dovrebbero rendersi conto che la pazienza si sta esaurendo”, ha sottolineato Fidan. PERICOLO ISIS A una domanda sulla presenza persistente dell’Isis, Fidan ha descritto l’organizzazione terroristica come una minaccia molto grave e ha sottolineato che Turchia, Siria e altri paesi della regione possono certamente farvi fronte. “Dopo la fine della guerra civile, Turchia e altri partner regionali potrebbero stabilire una cooperazione più solida con Damasco nella lotta al terrorismo”, ha quindi affermato Fidan. “Questa cooperazione è stata molto utile per creare una diversa consapevolezza nei nostri partner siriani, perché conoscono perfettamente la minaccia rappresentata dall’Isis”, ha sottolineato Fidan, sottolineando anche l’importanza dell’adesione della Siria alla coalizione internazionale anti-Isis. Il presidente siriano ad interim al-Sharaa, che l’8 dicembre dello scorso anno prese il potere a Damasco defenestrando il dittatore Bashar al-Assad, era a capo della più potente milizia jihadista nota come versione siriana di al-Qaeda. Grazie al sostegno della Turchia al-Sharaa è riuscito a mettere in fuga Assad. Ma il suo potere è sotto il controllo di Ankara. L'articolo La Turchia minaccia le milizie curde in Siria: “Devono integrarsi nell’esercito, non ci costringano alle armi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Turchia, l’atto d’accusa contro Imamoglu, principale avversario di Erdogan: 142 reati per migliaia di anni di carcere
Mentre prosegue il tentativo del governo turco di realizzare un accordo di pace definitivo con i curdi, molto probabilmente per ottenere dal partito filo curdo per la democrazia e l’ uguaglianza dei popoli, DEM – terzo partito per numero di seggi in Parlamento – l’ok a un referendum per cambiare la Costituzione e permettere al presidente-autocrate Recep Tayyip Erdogan di presentarsi per la terza volta alle presidenziali del 2028, la magistratura assesta un ulteriore colpo, finora inedito, contro il principale rivale del Sultano proprio alle presidenziali: il sindaco sospeso di Istanbul, Ekrem Imamoglu, in carcerazione preventiva dallo scorso marzo. Ieri è stato finalizzato l’atto di accusa nell’ambito di un’indagine, prefabbricata, per corruzione nella Municipalità Metropolitana di Istanbul, controllata dall’opposizione, che include Ekrem İmamoglu tra i 402 imputati, 105 dei quali sono attualmente in stato di arresto. L’atto di accusa, lungo 3.700 pagine, accusa İmamoğlu di 142 reati distinti e richiede una pena detentiva compresa tra 828 e 2.352 anni. Tra le accuse figurano “costituzione e direzione di un’organizzazione criminale”, nonché “corruzione” e “accettazione di tangenti”. Mai si era vista finora avanzare una richiesta di pena detentiva di migliaia di anni. Si tratta di una richiesta insensata oltre che provocatoria. İmamoglu, dato per vincente alle prossime presidenziali, secondo i sondaggi, è l’esponente più popolare e di spicco del Partito Popolare Repubblicano (CHP), la formazione socialdemocratica e kemalista che rappresenta il maggior partito di opposizione; è stato arrestato assieme a decine di altre persone, tra cui dipendenti comunali e imprenditori. Pochi giorni dopo l’arresto di İmamoğlu, che ha scatenato proteste in tutto il paese, il CHP lo ha dichiarato candidato alle elezioni presidenziali del 2028. Da quando è diventato sindaco di Istanbul nel 2019, İmamoğlu è emerso come una figura di spicco all’interno del CHP ed è ampiamente considerato un rivale politico di Erdogan. L’atto d’accusa, presentato davanti alla 40ª Corte Penale di Istanbul, utilizza ripetutamente l’espressione “come i tentacoli di una piovra” per descrivere la presunta rete criminale guidata da İmamoglu, un’espressione spesso utilizzata dal presidente Erdogan. I pubblici ministeri accusano inoltre İmamoglu di aver tentato di “prendere il controllo del CHP” e di “aver formato un’organizzazione per raccogliere fondi per la propria campagna presidenziale”. L’atto d’accusa sostiene che la presunta rete criminale abbia causato perdite pubbliche per 160 miliardi di lire e 24 milioni di dollari. La prima sezione dell’atto di accusa descrive la “struttura generale e le caratteristiche” della presunta organizzazione criminale. La seconda sezione fornisce una sintesi dell’indagine. La terza sezione si concentra sul periodo in cui İmamoglu è stato sindaco del distretto di Beylikdüzü tra il 2014 e il 2019, descrivendolo come il “leader dell’organizzazione”. La quarta sezione descrive in dettaglio le presunte azioni compiute durante il suo mandato come sindaco di Istanbul, affermando che la rete si è estesa “in tutta la città come i tentacoli di una piovra”. La quinta e la sesta sezione affrontano le accuse relative alle filiali del comune di Istanbul. L’ultima sezione classifica le accuse contro i sospettati e delinea gli articoli pertinenti del codice penale. L’atto di accusa elenca 92 individui come “membri dell’organizzazione”, inclusi sei “leader”, mentre centinaia di altri sono descritti come “collegati all’organizzazione ma non membri” e chiede la punizione per 142 atti criminali presumibilmente commessi da İmamoglu, tra cui “costituzione di un’organizzazione criminale”, 12 capi d’imputazione per “corruzione”, sette capi d’imputazione per “riciclaggio di denaro”, sei capi d’imputazione per “frode contro istituzioni pubbliche”, cinque capi d’imputazione per “truffa di appalti pubblici”, due capi d’imputazione ciascuno per “falsificazione di documenti ufficiali”, “occultamento e diffusione di documenti ufficiali” e “distruzione di prove penali”, nonché “danneggiamento di proprietà pubblica” (quattro capi d’imputazione), “diffusione di informazioni fuorvianti al pubblico” (tre capi d’imputazione) e violazioni relative ai dati personali (sette capi d’imputazione in totale). Ulteriori accuse includono la mancata segnalazione alla Commissione Investigativa sui Reati Finanziari (MASAK), il riciclaggio di beni ottenuti tramite contrabbando, l’inquinamento ambientale e le violazioni della Legge Forestale e del Codice Civile. Una serie di accuse che sarebbero ridicole se non fossero tragiche perchè Imamoglu rischia di passare ancora degli anni in carcere, almeno fin oltre le presidenziali del 2028, così che non potrá presentare la propria candidatura permettendo a Erdogan di rimanere al potere dopo più di vent’anni. Il leader del CHP, Özgür Özel, ha respinto l’atto d’accusa definendolo “scritto da Erdogan”, descrivendo la detenzione di Imamoglu come un colpo di Stato. “Questo non è un atto d’accusa, ma un memorandum dei golpisti che prende di mira la politica”, ha affermato. “Ciò che stiamo vivendo non è di natura legale, ma puramente il risultato dell’ambizione politica di una persona”. Imamoglu ha anche risposto sui social media, affermando: “L’atto d’accusa che avete scritto consiste in menzogne estorte attraverso minacce, coercizione e calunnia, che legano le persone in catene di paura”. “Avete davvero il coraggio? Allora vi sfido!”, ha aggiunto. “Trasmettete il processo in diretta. Lasciate che il pubblico assista alle vostre bugie e calunnie. Confidate per una volta nella coscienza della società e nel senso di giustizia della gente. Lasciate che sia la gente a decidere: siamo noi i criminali o quelli che conducono questa indagine illegale?” L'articolo Turchia, l’atto d’accusa contro Imamoglu, principale avversario di Erdogan: 142 reati per migliaia di anni di carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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