L’armada di Donald Trump sembra pronta ad attaccare l’Iran, ma il tycoon ne
farebbe a meno, se solo arrivasse qualche segnale di “buona volontà” da Teheran,
specialmente sul nucleare. Un segnale che potrebbe arrivare oggi dalla Turchia.
Il presidente americano ha infatti incaricato Ankara – che ha il secondo
esercito per numero di soldati e droni della Nato – di tentare una mediazione.
La Turchia, Paese musulmano non arabo confinante con l’Iran e con più di 80
milioni di abitanti, non si è fatta pregare e ha subito accettato l’incarico. Lo
ha fatto da una parte per contraccambiare il favore di Trump, che sta sostenendo
l’ex tagliagole jihadista al Jolani oggi presidente ad interim della Siria con
il nome originale di Ahmed al Shaara, in realtà un burattino nelle mani
dell’autocrate turco Recep Tayyip Erdogan, dall’altra per sfoggiare il proprio
ruolo di potenza regionale, e, ultimo ma non ultimo, per vantare un credito con
Teheran sulla questione curda.
Ieri il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha incontrato Tom Barrack,
l’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia nonché l’inviato del presidente
degli Stati Uniti per la Siria. Colui che ha reso pubblica la volontà di Trump
di tradire i curdi del Rojava, l’amministrazione autonoma democratica,
comunitaria e confederalista del nord-est Siria, alleata degli Usa contro l’Isis
fino all’offensiva dell’esercito nazionale di al-Sharaa partita a metà gennaio.
Trump non ha avuto alcuna remora nel lasciare Kobane e il resto del Rojava
assediato dalle milizie jihadiste siriane e turche che stanno osservando in modo
molto blando, per usare un eufemismo, il cessate il fuoco e hanno ridotto il
Rojava a un’area ormai molto limitata e costretto i suoi difensori, le Syrian
Democratic Forces, a ripiegare.
Secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia statale Anadolu (AA), l’incontro
si è concentrato, per l’appunto, sui recenti sviluppi in Siria e sugli sforzi
per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran.
Oggi Fidan ospiterà il suo omologo iraniano Abbas Araqchi. Fonti ministeriali
citate da AA hanno indicato che Fidan dovrebbe sottolineare che le relazioni
Turchia-Iran sono fondamentali per la sicurezza, la stabilità e la prosperità.
,Ma durante il colloquio, Fidan sottolineerà il presunto ruolo del Partito della
“Vita Libera del Kurdistan” (PJAK) nelle recenti proteste avvenute in Iran che
hanno scatenato la più sanguinosa reazione del regime teocratico con circa
trentamila morti, molti proprio nel Kurdistan iraniano.
Dopo aver di fatto annichilito l’inedito esperimento sociale autonomo
democratico, socialista e confederalista del Rojava, basato sulla visione di
Abdullah Ocalan, ora la Turchia vuole “neutralizzare completamente”, come ha
sottolineato Fidan, il PJAK, anch’esso un affiliato del Partito dei Lavoratori
del Kurdistan (PKK) fondato da Ocalan. Secondo Fidan è una necessità urgente per
la sicurezza dell’Iran. Il sultano Erdogan, con il suo proverbiale cinismo,
questa volta sfrutta la carta negoziale per annichilire anche i curdi iraniani
ispirati dal Pkk. E meno male che in Turchia il sultano sta facendo finta di
trattare una sorta di pace con Ocalan, all’ergastolo da più di vent’anni. Anche
se il PKK rimane nella lista delle organizzazioni terroristiche.
L'articolo Iran, proseguono i colloqui con i mediatori turchi (su mandato Usa):
Erdogan vuole un credito per la questione curda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Feyyaz Duman, Ahu Yagtum e Caner Cindoruk che nella popolare soap turca “La
forza di una donna” interpretano i ruoli di Arif, Piril e Sarp, ieri, 24
gennaio, erano tra gli ospiti di “C’è Posta Per Te”, in onda su Canale 5. La
terza puntata del people show, condotto da Maria De Filippi, ha ottenuto una
share del 27.56% pari a 4.005.000 telespettatori. I picchi sono in valori
assoluti 4.804.000 e in share il 34.5%.
I tre attori sono stati chiamati da tre figli, Sabrina, Tania e Giovanni, per
fare una sorpresa alla madre Maria che con il suo coraggio e da sola è riuscita
a sostenere la famiglia. Dopo la separazione dal marito la donna si è rimboccata
le maniche per occuparsi dei tre figli da accudire.
“Se non ci siamo persi è merito tuo, che sei stata la nostra roccia anche quando
tutto intorno a noi sembrava crollare. – hanno detto i figli in una lettera che
è stata aperta da Maria De Filippi in studio – La nostra storia non è stata
semplice e non eravamo la famiglia che si vede in tv. La vita con papà era
diventata impossibile, sentivamo le urla dalla nostra stanza e tu hai trovato il
coraggio di lasciarlo”.
“Da quel giorno tutto è ricaduto sulle tue spalle, perché quando l’hai lasciato
lui è uscito dalla nostra casa e dalle nostre vite. – hanno continuato i figli –
Ma tu sei riuscita ad andare avanti a testa alta, anche quando tornavi a casa
con le buste della spesa con su scritto Caritas. Per riuscire a pagare tutto ti
sei trovata anche quattro lavori insieme. Correvi da una parte all’altra senza
mai fermarti”.
Poi il ricordo commosso. “Una mattina ci hai svegliato dicendo che ci avresti
portato in un posto speciale. Era un ristorante e ci entravamo per la prima
volta. Solo tempo dopo abbiamo scoperto che il proprietario di quel ristorante
era il figlio di una donna presso la quale lavoravi e che avevi rinunciato a una
settimana di paga per portarci a mangiare”.
Da qui il ringraziamento speciale con l’opportunità per la “madre coraggio” di
incontrare i suoi beniamini Feyyaz Duman, Ahu Yagtum e Caner Cindoruk che sono
scesi dalle scale a sorpresa. Un abbraccio finale collettivo ha sancito uno dei
momenti più commoventi della puntata.
L'articolo “Hai fatto quattro lavori per sostenerci. Hai rinunciato allo
stipendio per farci mangiare”: a “C’è Posta per Te” tre attori di “La forza di
una donna” per una mamma “coraggio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel sud-est della Turchia, a Nusaybin, questa settimana ci sono stati scontri
tra la polizia e centinaia di curdi che avrebbero voluto superare il confine con
la Siria per andare a combattere con i compagni a Qamislo, nel Rojava, sotto
attacco dell’esercito nazionale siriano composto anche da milizie jihadiste.
La Turchia è di fatto il mandante principale dell’offensiva in corso da parte
delle truppe del presidente siriano Ahmed al-Sharaa per distruggere l’autonomia
de facto del Rojava curdo. Perchè Ankara (che peraltro già occupa il nord ovest
siriano) non puó tollerare che di fronte al proprio confine, peraltro nella zona
a maggioranza curda, ci sia una entità curda democratica che si è ispirata alla
visione di Abdullah Ocalan, il fondatore del Pkk. L’Amministrazione Autonoma del
Nord ed Est Siria ( DAANES o Rojava) da dieci anni sta portando avanti un
esperimento di gestione democratica radicale mai sperimentata in Medio Oriente
ed è protetta dalle Syrian Democratic Forces a guida curda. Che la Turchia vuole
che confluiscano nell’esercito siriano dell’ex jihadista al -Jolani, oggi
presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa.
Il governatore della provincia curda turca di Diyarbakır ha vietato la
manifestazione “Speranza e Libertà” che il Partito filo curdo per l’Uguaglianza
dei Popoli e la Democrazia (DEM), la terza forza nel parlamento turco, aveva
programmato per chiedere la liberazione del Öcalan, attualmente all’ergastolo.
In risposta al divieto, il Partito DEM ha affermato che la misura è stata in
realtà imposta a causa della recente offensiva delle forze del governo
provvisorio siriano contro le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda in
Siria.
Il co-sindaco del distretto di Sur, Gulan Fatma Önkol, ha dichiarato che mentre
si parla di pace e democrazia, i divieti imposti, all’opposto, mostrano un
chiaro doppio standard: “Da un lato, in Turchia è in corso un processo con i
curdi in nome della convivenza; dall’altra parte, c’è una guerra in corso nella
Siria settentrionale e orientale, una guerra di genocidio contro i curdi. In
questo momento, tutti nella nostra regione sono concentrati sulla guerra in
Rojava, e c’era anche un programma incentrato sulla manifestazione in onore di
Öcalan. L’annullamento della manifestazione non sembra sincero. L’hanno
annullata perché sapevano che ci sarebbe stata anche una condanna delle azioni
in Rojava dal palco”.
A seguito dell’offensiva lanciata all’inizio di questo mese dal governo siriano
ad interim, le SDF hanno perso il controllo di alcune aree nella provincia di
Hasakah, ad eccezione di alcune zone e della città di Kobanê. Ankara ha
annunciato il pieno sostegno all’offensiva del governo ad interim siriano.
Intanto le donne curde nel mondo hanno lanciato una campagna sui social media in
seguito alla diffusione di un video che mostra un membro delle forze del governo
ad interim siriano profanare il corpo di una combattente delle Unità di
Protezione delle Donne (YPJ) in Siria. Il video mostra un uomo, identificato
come Rami El Dehesh, che tiene in mano una treccia di capelli tagliata che, a
suo dire, apparteneva a una donna uccisa negli scontri tra il governo ad interim
e i gruppi curdi a Raqqa, che fino alla scorsa settimana era sotto il controllo
delle SDF.
Alla domanda sul perché le avesse tagliato la treccia, El Dehesh risponde:
“Tanto è morta, cosa ne farebbe?”, secondo una traduzione fornita da Channel 8,
un’emittente con sede nel nord della Siria. In risposta, donne curde anche di
religione yazida hanno condiviso video di loro stesse mentre si intrecciano i
capelli usando gli hashtag #kezî (treccia) e #KeziyênMeTirsaWe. I deputati del
Partito filo-curdo DEM si sono uniti alla protesta. La portavoce del partito,
Ayşegül Doğan, si è intrecciata i capelli durante una seduta parlamentare.
“Questa persona è un membro dell’esercito siriano. Questa persona porta con sé
la mentalità dell’Isis ed è stato precedentemente rivelato che era un membro
dell’Isis”, ha detto Doğan durante una trasmissione su İlke TV. “Quando dà la
treccia al suo amico, dice che era la sua unica parte intatta”.
Anche i deputati del DEM Pervin Buldan e Meral Danış-Beştaş si sono uniti alla
protesta e in un video hanno lanciato lo slogan: “Ogni ciocca dei nostri capelli
rafforza la nostra resistenza”. La campagna ha ottenuto anche il sostegno del
mondo dell’arte e della società civile. La soprana curda Pervin Chakar e
l’artista Dashni Murad hanno condiviso messaggi di solidarietà. “Quando tagli
una treccia, ne intrecciamo milioni”, ha detto Murad nel suo video. L’avvocata
per i diritti umani Eren Keskin e la piattaforma We Will Stop Femicide hanno
partecipato alla protesta. Presentatrici di diversi canali televisivi sono
apparse in diretta con i capelli intrecciati per mostrare solidarietà.
L'articolo La Turchia vieta ai curdi di andare in Siria per sostenere i loro
fratelli contro l’esercito dell’ex jihadista Jolani proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Avevo scritto sul mio blog, lo scorso settembre, che l’accordo di difesa firmato
tra Arabia Saudita e Pakistan non era una notizia qualsiasi. Allora molti lo
liquidarono come l’ennesimo patto regionale destinato a restare sulla carta.
Oggi, con la Turchia pronta a entrare nell’intesa, mi sento di dire che non era
un’esagerazione parlare di qualcosa di “storico”. Anzi: forse siamo davanti alla
nascita di una sorta di Nato islamica. Un’espressione forte, lo so, ma sempre
più difficile da ignorare.
Partiamo dai fatti. Islamabad e Riad hanno firmato un patto di mutua assistenza
militare: se uno dei due viene attaccato, l’altro interviene. Un meccanismo
semplice, diretto, che ricorda da vicino l’Articolo 5 della Nato. Ora Ankara è
impegnata in negoziati avanzati per aderire formalmente a questo schema. Se
l’accordo andrà in porto, non parleremo più solo di cooperazione bilaterale o di
esercitazioni congiunte, ma di un vero pilastro di sicurezza tra Medio Oriente e
Asia meridionale.
La cosa che colpisce di più, a mio avviso, è il profilo dei protagonisti. La
Turchia non è un Paese qualunque, è membro della Nato, ha il secondo esercito
più grande dell’Alleanza dopo quello statunitense e negli ultimi anni ha
dimostrato di saper usare lo strumento militare con decisione, dalla Siria al
Caucaso. Vederla guardare altrove, o quantomeno affiancare alla Nato un nuovo
ombrello di sicurezza, dovrebbe far riflettere più di una cancelleria
occidentale.
Perché Ankara lo fa? Io credo che la risposta stia in una parola che si sente
sempre più spesso, anche se pochi la pronunciano apertamente: sfiducia. Sfiducia
nell’impegno americano, nella prevedibilità di Washington, nella capacità della
Nato di restare davvero coesa in un mondo che cambia. Non è un caso se questo
avvicinamento avviene mentre gli Stati Uniti appaiono concentrati su altro e
l’Europa fatica a parlare con una sola voce.
Arabia Saudita e Pakistan, dal canto loro, non si muovono per ideologia, ma per
calcolo. Riad porta soldi e influenza, Islamabad porta qualcosa di ben più
pesante: l’arma nucleare, i missili, un esercito numeroso e abituato a vivere in
uno stato di tensione permanente. La Turchia aggiunge esperienza operativa e
un’industria della difesa che cresce a vista d’occhio. Messa così, l’alleanza
non è solo simbolica: è concreta, credibile, potenzialmente deterrente.
E qui, vi ricordo, c’è un elemento che spiega bene perché il Pakistan sia
diventato così centrale agli occhi di Arabia Saudita e Turchia: la sua
credibilità militare nel confronto con l’India. Islamabad ha costruito negli
anni una deterrenza solida, fatta di forze armate esperte, missili e capacità
nucleare, dimostrando nelle crisi con Nuova Delhi di saper reagire con rapidità
e controllo. Questa postura ha rafforzato la percezione del Pakistan come attore
affidabile e capace di reggere il confronto con una potenza regionale molto più
grande. È una credibilità che pesa, e che rende Islamabad un partner di
sicurezza appetibile per chi vuole costruire un’alleanza militare realmente
efficace.
C’è poi un elemento che considero tutt’altro che secondario: il valore
simbolico. Per anni Turchia e Arabia Saudita si sono guardate con sospetto,
rivali nella leadership del mondo sunnita. Oggi sembrano aver deciso che la
competizione lascia spazio alla cooperazione. Il primo incontro navale
bilaterale, tenuto di recente ad Ankara, è un segnale chiaro. Quando i simboli
cambiano, spesso la politica segue.
Qualcuno obietterà che i tre Paesi hanno interessi divergenti, che le differenze
restano, che l’Iran è una variabile ingestibile. È vero. Ma è altrettanto vero
che Ankara e Riad, pur diffidando di Teheran, sembrano preferire il dialogo allo
scontro aperto. E condividono dossier cruciali: la Siria, la questione
palestinese, la stabilità regionale. Non è poco, in un’area del mondo dove
spesso basta una scintilla per accendere un incendio.
Sul versante asiatico, poi, il legame tra Turchia e Pakistan è già solido: navi,
caccia, droni, cooperazione industriale. L’idea di coinvolgere entrambi nel
programma Kaan, il caccia di nuova generazione turco, va letta come un
investimento politico prima ancora che militare.
Il contesto, infine, è tutt’altro che rassicurante. Le tensioni tra India e
Pakistan, l’instabilità afghana, le fratture mediorientali: tutto spinge verso
nuove architetture di sicurezza. Quando le vecchie non bastano più, le nuove
nascono quasi naturalmente.
E allora torno alla domanda iniziale, quella che molti preferiscono evitare:
stiamo davvero assistendo alla nascita di una Nato islamica? Forse sì, forse no.
Ma una cosa mi sembra certa: ignorare questo processo sarebbe un errore. Perché
non è solo un’alleanza in più. È il segnale che il mondo sta cambiando assetto.
E la vera domanda, a questo punto, è chi ha davvero compreso la portata di
questo cambiamento.
L'articolo La Turchia chiede di entrare nell’alleanza militare tra Pakistan e
Arabia Saudita: è la nascita di una Nato islamica? proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Svolta storica nel nord-est della Siria, dove le fazioni agli ordini del leader
siriano Ahmad Sharaa, sostenuto da Stati Uniti e Turchia, mettono la parola fine
alla decennale esperienza semi-autonomista curda del cosiddetto “Rojava“,
strappando senza quasi combattere alle forze curdo-siriane il controllo dei
territori a est dell’Eufrate, ricchi di petrolio, acqua e grano e centrali per
l’equilibrio regionale. L’offensiva delle forze di Damasco, avviata nei giorni
scorsi contro le roccaforti curde di Aleppo, si è conclusa con la presa delle
due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il
controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.
Dopo la sconfitta ad Aleppo nei primi giorni di gennaio, le forze curde non
avevano opposto particolare resistenza all’avanzata verso est. Sotto forti
pressioni statunitensi e dopo aver ottenuto da Damasco il riconoscimento dei
diritti civili dei curdi siriani (non accadeva dal 1962 in questi termini),
l’azione militare si è limitata a fare da cornice alla firma, in serata, di un
accordo da più parti definito storico. Come richiesto da tempo da Washington, il
governo di Sharaa assume così il controllo dell’intero nord-est: risorse
naturali, istituzioni, confini e valichi, oltre alle prigioni dove sono detenuti
circa 20mila sospetti dell’Isis e ai campi che ospitano da anni donne e minori
di decine di nazionalità diverse considerati legati allo Stato islamico. La
“lotta al terrorismo” quindi prosegue secondo la narrativa Usa, ma cambia il
partner locale: non più le forze curdo-siriane che liberarono Raqqa e
resistettero a Kobane dieci anni fa, bensì i nuovi governativi agli ordini di
Sharaa, fino all’estate scorsa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di
Stato per i suoi trascorsi qaedisti.
L’accordo è stato siglato a Damasco da Sharaa, dal capo delle forze
curdo-siriane Mazlum Abdi e dal mediatore Usa Thomas Barrack, che ha definito
l’intesa “un punto di svolta cruciale”. Restano da chiarire numerose questioni,
a partire da come avverrà l’annunciata integrazione delle forze curde
nell’esercito governativo: su base individuale, senza “battaglioni curdi”. Il
testo non affronta il destino delle migliaia di combattenti donne curde, che
saranno probabilmente escluse da un esercito dominato dalla componente araba e
culturalmente maschilista. Invariata la divisione amministrativa del nord-est,
ma dopo oltre dieci anni cambiano le bandiere: via i manifesti di Ocalan e
spazio ai vessilli della “Siria liberata” filo-turca. Damasco prende il pieno
controllo di Raqqa e Deir ez-Zor, mentre ai curdi potrebbe restare la gestione
civile del governatorato di Hasake, incastonato tra Turchia e Iraq.
L'articolo Siria, Al Sharaa si prende l’intero nord est: i curdi si arrendono e
firmano l’accordo, finisce l’esperienza del Rojava proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sta rientrando in Italia il latitante Luciano Camporesi, dopo aver trascorso
mesi in un centro di accoglienza in Turchia in attesa del rilascio, da parte
delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità. È il
suo avvocato Gioacchino Genchi ad annunciare che Camporesi, accompagnato dalla
polizia turca, è stato imbarcato a Istanbul in un volo per l’Italia e atterrerà
oggi a Fiumicino dove sarà preso in consegna dalla polizia italiana.
Qualcosa, evidentemente, si è mosso dalle parti del ministero degli Esteri e del
ministero della Giustizia. Nei giorni scorsi la vicenda è stata raccontata dal
Fatto Quotidiano: l’Italia si è “dimenticata” di estradare Camporesi, rimasto
bloccato in Turchia senza documenti, libero ma in “confinamento amministrativo”.
Nato 51 anni fa a Rimini, era ricercato dal 2018 quando è sfuggito
all’operazione “Pollino” dove, su richiesta della Dda di Reggio Calabria, il gip
aveva disposto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico
internazionale di droga gestito dalle cosche della Locride. Condannato in primo
grado a 22 anni e 9 mesi di carcere, Camporesi deve adesso essere processato in
secondo grado. La sua posizione è stata stralciata da quella degli altri
imputati coinvolti nella maxi-inchiesta antidroga.
Durante la sua latitanza, il presunto trafficante di droga era stato arrestato
in Turchia perché trovato in possesso di un documento di identità falso.
Scontato un anno e mezzo di carcere, nel penitenziario di massima sicurezza ad
Ankara, è stato trasferito in un centro per migranti irregolari, prima ad
Antalya e poi di nuovo ad Ankara.
Mentre in Italia, la Dda di Reggio Calabria lo aspettava per processarlo,
Camporesi è stato per 14 mesi l’unico italiano recluso in una delle 82 strutture
per migranti finanziate dall’Unione Europea, pagate anche dalla collettività
italiana.
Il tutto “in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari,
di un valido documento di identità”, ha spiegato il suo legale Genchi in una
memoria inviata nelle settimane scorse alla Procura generale di Reggio Calabria,
anticipando l’intenzione del suo assistito di costituirsi. Cosa che dovrebbe
avvenire da qui a poco. Quando Camporesi scenderà dall’aereo, sarà arrestato
dalla polizia di stato e accompagnato in carcere.
L'articolo Il latitante “dimenticato” in Turchia rientra in Italia: Luciano
Camporesi atteso a Fiumicino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un aereo della Turkish Airlines, partito da Istanbul e diretto a Barcellona, è
stato costretto a un atterraggio d’emergenza in seguito a un presunto allarme
bomba. Ieri, 15 gennaio, il velivolo è stato scortato fino all’aeroporto di
Barcellona El Prat alle 11.50 circa da due caccia militari, alzatisi in volo
dall’aeroporto militare di Saragoza. L’operatore aeroportuale Aena ha reso noto
che i passeggeri del volo sono sbarcati uno alla volta, come da procedura.
L’ente ha dichiarato: “Sono stati attivati i protocolli di sicurezza e le Forze
di Sicurezza stanno valutando la situazione”. Dopo approfondite verifiche
effettuate dalle forze di sicurezza, le autorità hanno accertato che a bordo
dell’aereo non erano presenti ordigni e che l’allarme bomba che ha coinvolto
l’Airbus A321 della Turkish Airlines era falso. Il panico era scaturito da un
messaggio scritto per scherzo da un passeggero. La persona seduta accanto a lui
ha sbirciato il telefono del vicino, ha letto l’sms e ha avvisato l’equipaggio.
La Protezione Civile della Catalogna ha avviato in via precauzionale il piano
Aerocat, previsto per le emergenze negli aeroporti. Il ragazzo che ha inviato il
messaggio incriminato è stato successivamente interrogato dalla Guardia Civil.
Il passeggero ha dichiarato: “Non pensavo che qualcuno avrebbe preso sul serio
quella frase”. L’incidente ha causato ritardi a catena in diversi aeroporti
europei. Almeno sei voli programmati da El Prat tra le 12 e le 14 sono stati
posticipati. La Turkish Airlines ha annunciato che farà una relazione interna
sull’episodio. La compagnia aerea turca ha dichiarato: “La sicurezza viene prima
di tutto, ma serve anche responsabilità da parte dei passeggeri”.
L'articolo Allarme bomba e paura a bordo di un aereo della Turkish Airlines:
atterraggio d’emergenza all’aeroporto di Barcellona per un falso allarme bomba.
La causa era un sms sospetto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Can Yaman ha voluto far sentire la sua voce dopo il blitz antidroga della
polizia a Istanbul, dove è stato arrestato e poi rilasciato. L’attore è
rientrato in Italia e più precisamente a Roma, dove ha posato davanti al
Colosseo e poi ha diramato una comunicazione social con la sua versione dei
fatti.
“Cara stampa italiana, – ha esordito – da sempre la stampa turca è cattiva con
me, ma non è una novità! Pero voi no! Per favore non fate anche voi l’errore di
fare copia e incolla delle notizie che arrivano dal Bosforo. Ma vi pare che vado
in giro nei locali con delle sostanze in un periodo dove la polizia fa indagini
a tappeto arrestando molte persone famose? Se fosse stato minimamente vero, non
sarei stato rilasciato in cosi poco tempo e in grado di tornare in Italia il
giorno dopo. Vi voglio bene”.
Can Yaman era a Istanbul in compagnia di altre persone, alcune delle quali
attrici e volti noti della televisione turca come Selen Görgüzel, Ayse Saglam,
Ceren Alper, quando si è trovato braccato dalle forze dell’ordine in una
perquisizione che si è conclusa con il suo arresto per possesso di droga.
Secondo le prime ricostruzioni, l’intervento sarebbe stato eseguito nell’ambito
di un’indagine della procura di Istanbul che ha portato a una vasta operazione
antidroga con un blitz in vari locali notturni della metropoli.
Secondo quanto scrive ‘Hurriyet’ l’attore, famoso fra le varie cose in Italia
per il suo recente ruolo da protagonista nel remake della saga di Sandokan,
sarebbe stato condotto all’Istituto di medicina legale per gli esami del sangue
necessari per verificare l’effettivo consumo di sostante stupefacenti.
In seguito è stato rilasciato dopo aver fornito la sua testimonianza agli
inquirenti. Nel corso della stessa operazione sono stati presi in custodia anche
i proprietari e i gestori di alcuni dei locali perquisiti, tra i fermati ci
sarebbero anche influencer. Sempre secondo ‘Hürriyet’, la procura non aveva
emesso un mandato di arresto per Can Yaman, ci sarebbe stata però una soffiata:
qualcuno avrebbe segnalato alla forze dell’ordine che l’attore, presente
all’interno di uno dei locali perquisiti, aveva fatto uso di droga.
Successivamente Yaman è stato perquisito e gli sarebbe stata trovata addosso
della sostanza stupefacente.
Ai controlli hanno preso parte circa 100 agenti della sezione antidroga della
polizia di Istanbul, con il supporto della gendarmeria. Le forze dell’ordine
hanno temporaneamente chiuso gli accessi ai locali ed effettuato perquisizioni
personali e ambientali. In una nota ufficiale riportata dai media locali la
procura di Istanbul ha reso noto che durante le operazioni sono stati
sequestrati diversi tipi di sostanze stupefacenti, tra cui cocaina, cannabis,
pasticche e liquidi sospetti. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di
possesso di sostanze stupefacenti a uso personale, favoreggiamento e
agevolazione dell’uso di droga, nonché mediazione e favoreggiamento della
prostituzione. Secondo un servizio trasmesso dall’emittente
A Haber, uno dei luoghi perquisiti, il Bebek Otel, sarebbe finito al centro
dell’inchiesta per presunte attività illegali. Le autorità avrebbero individuato
una stanza nascosta, che sarebbe stata utilizzata per incontri riservati e
registrazioni. Le accuse sono al vaglio degli inquirenti.
L'articolo “Ma vi pare che vado in giro nei locali con delle sostanze, in un
periodo dove la polizia fa indagini a tappeto arrestando molte persone famose?”:
Can Yaman si difende dopo l’arresto e il rilascio proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dieci anni fa il terribile attentato dell’Isis ad Istanbul segnò profondamente
il paese turco. Da allora l’Isis si è fatta sentire in altre occasioni fino a
due settimane fa quando le forze di sicurezza turche hanno fermato 170 persone
sospettate di legami con il gruppo terroristico nel corso di operazioni
antiterrorismo condotte in 32 province. I sospettati sono accusati di aver
operato in passato all’interno dell’Isis o di averne sostenuto le attività
attraverso aiuti finanziari.
Al momento 10 persone sono state poste in stato di arresto, mentre altre 15 sono
state rilasciate con misure di controllo giudiziario. Le procedure legali per
gli altri fermati sono ancora in corso. Le operazioni, coordinate sotto la
supervisione delle procure, hanno coinvolto l’Organizzazione Nazionale di
Intelligence (MIT), la Direzione dell’Intelligence della Polizia e i reparti
antiterrorismo.
Le unità di polizia provinciale hanno effettuato raid in diverse città, tra cui
Istanbul, Ankara, Smirne, Gaziantep, Diyarbakır, Şanlıurfa, Hatay, Antalya e
Kocaeli. Parallelamente, la Procura Generale di Istanbul ha reso nota
un’operazione mirata contro presunte reti di finanziamento dell’Isis. Secondo i
magistrati cinque individui avrebbero inviato fondi al gruppo e ai suoi membri
mascherandoli da aiuti umanitari, con l’obiettivo di sostenere le attività
dell’organizzazione e impedirne la disgregazione.
La Turchia ha dichiarato l’Isis un’organizzazione terroristica nel 2013. Da
allora fino al 2023, le autorità hanno arrestato più di 19.000 persone per
presunte affiliazioni al gruppo, secondo i dati della presidenza turca. In
questo periodo sono stati espulsi anche più di 7.600 cittadini stranieri
sospettati di aver preso parte ad attività di gruppi armati stranieri.
La recente operazione però evidenzia un cambiamento qualitativo nell’approccio
turco: innanzitutto la capillarità territoriale. Il fatto di intervenire in
diverse province simultaneamente dimostra una capacità dell’intelligence
radicata, segno che le cellule non sono più concentrate solo nelle zone di
confine, ma infiltrate nel tessuto urbano e industriale. Secondo aspetto, il
blocco al finanziamento: l’arresto dei 5 individui a Istanbul che utilizzavano
aiuti umanitari come copertura è cruciale. Colpire il “money laundering” e i
canali informali di trasferimento fondi (hawala) è un modo per impedire la
riorganizzazione delle cellule dormienti.
Infine il contenimento dei “Lupi Solitari”. Negli ultimi anni la Turchia ha
rafforzato in modo significativo le proprie misure antiterrorismo,
concentrandosi in particolare sulle cellule operative e sulle reti di
finanziamento in un contesto di crescenti preoccupazioni per la sicurezza
regionale. A settembre 2025 tre agenti di polizia sono stati uccisi durante un
attacco a una stazione di polizia a Smirne, compiuto da un uomo armato che si
ritiene fosse un adolescente radicalizzato. Nel 2024, due sospettati legati a
Daesh hanno inoltre attaccato una chiesa a Istanbul, causando la morte di un
uomo. Le operazioni contro il gruppo si sono ulteriormente intensificate dopo il
2015 anche attraverso interventi in Siria che hanno portato all’eliminazione di
figure di vertice dell’organizzazione.
La lotta al terrorismo non è solo una questione di sicurezza, ma un tassello
fondamentale per la sopravvivenza politica del presidente Erdogan che punta sul
sentimento nazionalista, presentandosi come l’unico leader capace di garantire
l’ordine e la grandezza del Paese. La lotta al terrorismo in Turchia oggi ha un
doppio risvolto: per i gruppi radicali è un modo per contestare la politica
pro-occidentale di Ankara; per Erdogan è l’occasione per riaffermare un
controllo ferreo e recuperare consensi.
L'articolo Dieci anni dopo l’attentato a Istanbul, Erdogan usa la lotta all’Isis
per recuperare consensi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La Turchia potrebbe fornire supporto militare al governo provvisorio siriano,
se richiesto, in seguito al perdurare degli scontri tra le forze del regime
siriano e i gruppi a guida curda nel nord di Aleppo”, ha affermato un portavoce
del ministero della Difesa Nazionale.
“La sicurezza della Siria è la nostra sicurezza. La Turchia segue da vicino gli
sviluppi in Siria”, ha dichiarato il Contrammiraglio Zeki Aktürk durante un
briefing settimanale di oggi. “Il nostro Paese sostiene la lotta contro le
organizzazioni terroristiche sulla base dell’unità e dell’integrità territoriale
della Siria, in linea con il principio ‘uno Stato, un esercito’. In questo
contesto, la Turchia fornirà il supporto necessario se la Siria ne farà
richiesta”. Aktürk ha definito le forze curde “organizzazioni terroristiche” e
ha affermato che i recenti combattimenti sono iniziati dopo quelli che ha
descritto come attacchi alle forze di sicurezza siriane da parte di questi
gruppi.
Gli attuali scontri sono scoppiati il 6 gennaio, mentre i colloqui di
integrazione tra l’amministrazione di Damasco e le Forze Democratiche Siriane
(SDF) a guida curda, che controllano l’est del Paese (Rojava) sono giunti a un
punto morto. I quartieri, che hanno continuato a rimanere sotto il controllo
curdo dopo la caduta del regime Baathista del deposto dittatore Bashar al Assad
lo scorso anno, sono sotto assedio da parte delle forze governative siriane del
presidente ad interim, l’ex – in teoria – quaedista Ahmad al-Sharaa, dal 27
dicembre.
Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR) con sede a Londra,
almeno 10 civili sono stati uccisi e decine sono rimasti feriti a causa della
violenta escalation del 6 gennaio.
Le forze governative hanno preso di mira Sheikh Maqsoud (quartiere di Aleppo a
maggioranza curda) con l’artiglieria pesante dopo una scaramuccia in cui era
morto un soldato. L’osservatorio ha sottolineato che anche l’ospedale Osman ad
Ashrafieh (l’altro quartiere di Aleppo a maggioranza curda) è stato preso di
mira da un drone kamikaze, causando il panico. La Direzione per gli Affari
Sociali di Aleppo ha riferito che oltre 45.000 persone sono state sfollate,
molte delle quali sono in fuga verso la regione di Afrin, più a nord, che è
sotto il controllo da anni della Turchia.
L’ufficio del governatore di Aleppo ha annunciato la riapertura dei corridoi
umanitari per i civili che desiderano lasciare i quartieri colpiti. Le autorità
locali hanno inoltre dichiarato il coprifuoco a partire dalle 13:30 ora locale
in vista di “operazioni intensive” contro le SDF.
Tuttavia, le SDF hanno negato la loro presenza ad Aleppo in una dichiarazione
rilasciata ieri. “Sottolineiamo chiaramente che le SDF non hanno alcuna presenza
militare ad Aleppo. Ci siamo ritirati dalla regione in base a un accordo chiaro
e le responsabilità della sicurezza sono state trasferite alle Forze di
Sicurezza Interna (Asayish)”, si legge nella dichiarazione.
Le SDF hanno avvertito che le continue aggressioni contro i civili avrebbero
portato a “gravi conseguenze” e potrebbero trascinare l’intera Siria in una
guerra aperta.
L’amministrazione di Damasco ha risposto affermando che l’ammissione da parte
delle SDF di non avere alcuna presenza militare conferma che la responsabilità
della sicurezza della città ricade esclusivamente sullo Stato siriano. Il
governo sostiene che le sue azioni mirano a garantire “sovranità e integrità
territoriale” e a prevenire attività armate nelle aree residenziali.
Oggi intanto ad Ankara i parlamentari filo curdi del Partito per l’Uguaglianza e
la Democrazia Popolare (DEM) si sono riuniti all’ingresso stampa del Parlamento
per protestare contro gli attacchi ai quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh ad
Aleppo. Il vicepresidente del gruppo del partito DEM, Sezai Temelli, ha
dichiarato che finora almeno 10 persone sono state uccise e quasi 60 ferite,
descrivendo la situazione come un crimine contro l’umanità. “Tutti sono rimasti
in silenzio. Cosa state aspettando? Aspettate che vengano massacrate 10.000
persone invece di 10?” ha detto Temelli.
Il vice presidente ha invitato la Turchia e gli altri Paesi garanti ad assumersi
le proprie responsabilità. Ha criticato quindi le dichiarazioni del ministero
della Difesa Nazionale e del ministero degli Esteri turchi che attribuivano gli
scontri alle SDF e che potrebbero, per l’appunto, fornire supporto militare se
richiesto dall’amministrazione di Damasco. “Sentiamo dichiarazioni che di fatto
dinamizzano la situazione e cercano di distruggere la pace sociale. Questo è
inaccettabile”, ha detto Temelli.
“Il Rojava è coscienza, resistenza e libertà. Non può essere domato”, recita lo
striscione esposto durante la manifestazione a Diyarbakır, la città capoluogo
dell’est turco nonché capitale de facto del Kurdistan “turco”. Ma le proteste si
stanno diffondendo anche ad altre in corso province della Turchia a maggioranza
curda, tra cui Hakkari, Bingöl, Şırnak, Van, Mardin e Dersim. I manifestanti
hanno marciato dal parco Koşuyolu fino ad AZC Plaza, scandendo slogan contro il
gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS) che era, ed è, la milizia jihadista erede di
al Qaeda di cui era leader l’attuale presidente ad interim siriano. Milizia
sostenuta e finanziata da anni proprio da Ankara. Di fatto oggi HTS si è
trasformata nel cosiddetto esercito regolare siriano guidato da al-Sharaa.
La co-presidente del Partito delle Regioni Democratiche (DBP), Keskin Bayındır,
si è unita alla marcia a Diyarbakır e ha affermato che gli attacchi erano
pianificati. Bayındır ha criticato il silenzio della comunità internazionale e
della Turchia, tracciando parallelismi con il passato sostegno all’ISIS. “Coloro
che hanno sostenuto l’Iis nel periodo 2013-2015 vogliono sostenere le bande di
HTS oggi”, ha affermato Bayındır. Ha osservato che l’Amministrazione Autonoma
della Siria Settentrionale e Orientale ha costruito una vita paritaria per 13
anni, nonostante blocchi e minacce anche da parte del presidente turco Recep
Tayyip Erdogan.
Nel distretto di Nusaybin a Mardin, migliaia di persone si sono radunate al
parco Kader Ortakaya Kardeşlik, vicino al confine con la città di Qamishlo,
controllata dai curdi. Il co-presidente provinciale del DBP di Mardin,
Abdülselam Turan, ha dichiarato durante la marcia che “il popolo curdo non è
solo, indifeso o impotente di fronte a questi attacchi”.
L'articolo Siria in lotta contro il regime: almeno 10 morti e decine di feriti,
45mila sfollati. La Turchia affonda: “Pronti a dare supporto militare al governo
provvisorio” proviene da Il Fatto Quotidiano.