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Missili come avvertimenti per Erdogan: ecco perché gli iraniani stanno prendendo di mira la Turchia
Per la seconda volta questa settimana le sirene sono risuonate dalla base aerea di Incirlik, in Turchia. La base, che è la più importante struttura Nato del suo fianco sud- orientale, è stata presa di mira da un missile balistico iraniano per la prima volta otto giorni fa. Come allora, il missile di questa mattina è stato abbattuto dalla contraerea dell’Alleanza Atlantica. Gli abitanti di Adana, che si trova a 10 chilometri dalla base, sono stati svegliati dal lugubre allarme, poco prima del comunicato diffuso da Washington in cui annunciava la chiusura del suo consolato ad Adana, esortando tutti i cittadini americani a lasciare la Turchia sudorientale. Dall’inizio della guerra, i pasdaran iraniani hanno lanciato attacchi in tutto il Medio Oriente, soprattutto contro i paesi del Golfo, ma Ankara non sembrava essere un obiettivo dato il ruolo di mediatrice nei primi colloqui tra Usa e Iran. La Turchia però è pur sempre un membro geostrategico della Nato, pertanto la mancanza di segnali che facciano presagire un’imminente fine del conflitto, l’ha fatta entrare nel mirino del regime iraniano. Che, tuttavia, non intende colpirla davvero come sta facendo con i paesi del Golfo. Si tratta di avvertimenti affinché il presidente turco Recep Tayyip Erdogan faccia pressione sull’alleato Donald Trump con il quale ha stretto un rapporto piuttosto forte. Ciò a cui stiamo assistendo in Turchia ė l’estensione del “piano Khamenei”. La Guida Suprema iraniana, prima di essere uccisa, aveva messo a punto un piano di reazione che prevede il lancio di missili in tutta l’area per indurre le leadership dei paesi colpiti a ribellarsi alla guerra israelo-americana e chiedere a Trump di finirla. I paesi del Golfo l’hanno recepito, ma Israele e Stati Uniti non sembrano voler lasciare le presa. A questo punto i pasdaran hanno fatto entrare in gioco la Turchia, nonostante gli ottimi rapporti. Il regime iraniano ora spera che il governo turco faccia tutto il possibile per fermare almeno le bombe di Trump, se non quelle israeliane. Per ora ad accogliere le speranze di Teheran è stato il leader del partito di minoranza della coalizione di governo: l’ultranazionalista ed estremista di destra Devlet Bahçeli, a capo del MHP. Il Sultano per ora preferisce mandare avanti il suo partner. Durante un iftar (cena di rottura del digiuno di ramadan) ad Ankara, a cui hanno partecipato funzionari del partito e parlamentari, Bahçeli ha chiesto un cessate il fuoco e una de-escalation immediati. “Gli Stati Uniti e Israele dovrebbero ritirarsi dall’Iran”, ha affermato, aggiungendo che “il dialogo e la diplomazia devono sostituire le armi: a parlare deve essere la politica, non i proiettili”. Il leader del MHP ha sottolineato che sono in gioco gli interessi diplomatici e di sicurezza di Ankara. “La Turchia deve essere cauta. I tentativi di trascinarla in uno scontro con l’Iran o altri Stati della regione devono essere affrontati con serietà e determinazione“. La Turchia è di nuovo al centro dello scacchiere. L'articolo Missili come avvertimenti per Erdogan: ecco perché gli iraniani stanno prendendo di mira la Turchia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Turchia, maggioranza e opposizione contrari all’intervento Usa-Israele contro l’Iran. I curdi smentiscono operazioni di terra
Prima che venisse intercettato un missile diretto verso la Turchia, e ancor prima di quello finito nell’exclave azera di Nakhchivan, al confine con la Turchia, tutti i partiti turchi hanno manifestato attraverso dichiarazioni scritte la propria contrarietà all’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non solo il partito della Giustizia e Sviluppo, AKP, del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il partito di estrema destra del Movimento Nazionalista MHP, partner di minoranza della coalizione di governo, ma anche tutti i partiti di opposizione hanno dichiarato di opporsi al conflitto israelo-americano contro il regime iraniano. Dopo che, peraltro, Erdogan aveva inviato a Teheran le condoglianze della Turchia per l’uccisione della Guida Suprema Alí Khamenei, anche i leader politici dell’opposizione hanno chiesto un ritorno alla diplomazia. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, dopo i primi attacchi contro l’Iran del 28 febbraio, ha espresso rammarico per il fallimento degli sforzi diplomatici e ha accusato Israele di provocazione. Ha condannato gli attacchi come una violazione della sovranità iraniana e, allo stesso tempo, ha criticato l’Iran per aver preso di mira le basi militari statunitensi nei paesi del Golfo durante i suoi attacchi di rappresaglia. Ozgur Özel, segretario della maggiore forza di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), ha rilasciato una dichiarazione scritta, opponendosi agli attacchi di Stati Uniti e Israele e sollecitando la ripresa dei negoziati diplomatici. “Stiamo seguendo da vicino gli sviluppi innescati dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran”, si legge nella dichiarazione. “Ci opponiamo agli attacchi condotti contro il nostro vicino Iran in palese disprezzo del diritto internazionale.” Özel ha quindi esposto la posizione del suo partito in sette punti: Rifiuto della guerra e del conflitto nella regione. Opposizione agli interventi di Stati Uniti e Israele che ignorano il diritto internazionale e prendono di mira i civili. Ribadendo inoltre che, sebbene il CHP non approvi le politiche repressive dell’Iran, il futuro dell’Iran e della regione dovrebbe essere deciso solo dal suo popolo. Preoccupazione per qualsiasi azione che possa destabilizzare la regione, che è di vitale importanza per la Turchia. Appello a tutte le parti ad agire con moderazione e alla comunità internazionale a opporsi a tutti gli interventi illegali. Avvertimento che una guerra regionale più ampia porterebbe a una distruzione irreversibile.Critica al sistema internazionale emergente che consente a Stati Uniti e Israele di intervenire in qualsiasi paese a piacimento, come si è visto in Palestina, Venezuela e Groenlandia. È importante sottolineare che anche il Partito filo curdo per l’Uguaglianza e la Democrazia Popolare, DEM, terzo partito per numero di seggi in Parlamento ha condannato “un intervento che non riguarda la democrazia”. Il DEM, in un documento intitolato “Libertà e pace” scrive: “È chiaro che le potenze globali e regionali non stanno perseguendo la democrazia o le libertà in Iran, ma stanno invece cercando di stabilire un nuovo ordine che non rappresenti più una minaccia per loro, proprio come si è visto in altri momenti della storia”. La dichiarazione sostiene che i continui attacchi aerei non saranno d’aiuto alle aspirazioni a una vita più libera delle diverse comunità etniche iraniane, tra cui curdi, beluci, cristiani, azeri e persiani. “Crediamo che una terza via sia possibile e che sia anche la più etica per la popolazione dell’Iran. Le comunità in Iran, attingendo alle loro esperienze storiche e alla loro convivenza, possono costruire un modello di autogoverno”, ha affermato. Il partito ha comunque ribadito il proprio sostegno ai movimenti democratici in Iran e ha condannato la storia di repressione della Repubblica Islamica. “Non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo le uccisioni di Jina Mahsa Amini, Mücahid Kurkur, Dr. Qasimlo, Ramin Hüseyin Penahi e decine di migliaia di altre persone da parte del regime clericale”, ha affermato. “Tuttavia, crediamo anche che il cambiamento in Iran debba venire dall’interno, attraverso la volontà collettiva del suo popolo, non attraverso imposizioni esterne”. La posizione dei filo curdi e dei curdi di Turchia è in linea con i vicini del Kurdistan iracheno (dove rimangono alcune cellule del PKK, seppur auto- disarmatosi lo scorso anno) che hanno smentito di voler unirsi ai curdi iraniani che dovrebbero costituire la fanteria degli americani e israeliani, come accaduto nel 2014 nel nord-est della Siria quando i curdi del Rojava vennero usati sul terreno dalla coalizione a guida americana contro l’Isis. Neanche due mesi fa, le forze curde della regione de facto autonoma democratica e confederale del Nord Est Siria (Rojava) sono state tradite proprio dall’amministrazione americana che non ha voluto impedire all’esercito dell’ex jihadista, nonchè presidente ad interim della Siria, Ahmet al Shaara, di attaccare i curdi prima nei loro quartieri di Aleppo per indurli ad andarsene dalla città e, in seguito, nel Rojava stesso che ha dovuto cedere parte della conquistata autonomia a prezzo di annosi sacrifici. Ieri il presidente della Regione semi autonoma del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, ha ribadito che la Regione “non si impegnerà in alcun conflitto o escalation militare” che metta a rischio la sicurezza e la vita della sua popolazione. Pur avendo già sperimentato questa settimana attacchi con missili e droni su Erbil (capitale del Kurdistan iracheno) e dintorni dal confinante Iran, Barzani ha confermato: “Riaffermiamo che la Regione del Kurdistan fungerà costantemente da pilastro della pace e non si impegnerà in alcun conflitto o escalation militare che metta a repentaglio la vita e la sicurezza del nostro popolo”. Hemn Hawrami, membro del Politburo del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), fondato dal clan Barzani, al potere nella regione, ha respinto le notizie in un post su X secondo cui la regione del Kurdistan o i curdi in Iraq ” farebbero parte di un piano per armare e sostenere l’opposizione curda iraniana che avrebbe voluto attraversare i confini con l’Iran”. Nell’est del Kurdistan iracheno ci sono infatti alcune cellule dei guerriglieri separatisti curdi-iraniani che usano questo confine poroso per entrare e uscire facilmente dall’Iran. “Non facciamo parte di questa guerra e il nostro obiettivo è preservare, mantenere la pace e la sicurezza nella nostra regione e oltre”, ha detto ancora Barzani. I rapporti circolati mercoledì e giovedì mattina suggerivano che le forze curde avessero lanciato un’operazione di terra in Iran dal confine occidentale del Paese. “La salvaguardia dello status della regione del Kurdistan e dei nostri successi costituzionali può essere realizzata solo attraverso l’unità, la solidarietà e una responsabilità nazionale collettiva tra tutti i partiti politici e le comunità del Kurdistan”, ha affermato Barzani. La scorsa settimana, i partiti di opposizione curdi iraniani hanno annunciato una nuova coalizione politica – la Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano – volta a unificare i loro sforzi contro la repubblica islamica e a promuovere l’autodeterminazione curda. In seguito all’annuncio dell’alleanza, il Ministero degli Interni della Regione del Kurdistan iracheno ha rilasciato una dichiarazione in cui ha preso le distanze da questi gruppi armati curdi iraniani e ha ribadito che il proprio territorio non sarebbe stato utilizzato contro l’Iran. I pasdaran iraniani però non sembrano credere alla messa al bando da parte di Erbil delle cellule curde-iraniane posizionate lungo il confine tra Kurdistan iracheno e lo stesso Iran. L’agenzia di stampa Reuters questa mattina ha riferito che l’Iran ha effettuato attacchi con droni contro le organizzazioni di opposizione al regime iraniano situate nel Kurdistan iracheno. È utile ricordare che il clan Barzani, alla testa del Kurdistan iracheno da quando è diventato semi-autonomo nel 1991, è alleato della Turchia, a cui vende fas e petrolio. Gli attacchi da parte dell’Iran hanno già indotto Erbil a diminuire le estrazioni per questioni di sicurezza. Una notizia che preoccupa ulteriormente Ankara priva di idrocarburi fossili. L'articolo Turchia, maggioranza e opposizione contrari all’intervento Usa-Israele contro l’Iran. I curdi smentiscono operazioni di terra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Turchia, secondo appello di Ocalan per la fine della lotta armata: ma per il PKK la situazione resta complessa
I rappresentanti del partito filo-curdo per l’Uguaglianza dei Popoli e la Democrazia (DEM) renderanno nota oggi la seconda lettera dello storico leader curdo fondatore del PKK, Abdullah Ocalan, da più di vent’anni in carcere condannato all’ergastolo. Un anno dopo il suo primo appello per sottolineare l’importanza di portare avanti il progetto di una Turchia “ libera dal terrorismo”- cosí l’ha definito il governo turco guidato dal presidente Recep Tayyip Erdogan – Ocalan invita i vertici del PKK a riflettere sulle azioni da intraprendere nelle fasi successive. La lettera del leader del PKK dovrebbe proporre un’analisi degli sviluppi dal suo primo messaggio e sottolineare che si è ormai entrati nella seconda fase. Nel suo primo messaggio, Ocalan ha invitato il PKK a deporre le armi e porre fine alla lotta armata contro la Turchia. “Come nel caso di qualsiasi comunità e partito moderno la cui esistenza non sia stata abolita con la forza, lo farebbe volontariamente, convocate il vostro congresso e prendete una decisione; tutti i gruppi devono deporre le armi e il PKK deve sciogliersi”, aveva affermato Ocalan. In linea con il messaggio, il PKK ha deciso di sciogliersi durante un congresso tenutosi nel maggio 2025. Un primo gruppo di membri ha distrutto pubblicamente le armi a luglio, e il PKK ha successivamente annunciato che si sarebbe ritirato dal territorio turco a ottobre. Ma a dimostrare che ancora la situazione è assai complessa e rischiosa per i membri del PKK, è arrivata la dichiarazione del falco nonchè neo ministro della Giustizia, l’ex procuratore capo e fedelissimo di Erdogan, Akın Gürlek. Il ministro ha sottolineato che il percorso verso una Turchia “libera dal terrorismo” potrebbe essere rafforzato da alcune modifiche legislative, tra cui la legge antiterrorismo e la legge sull’esecuzione delle pene. “Tuttavia – ha affermato Gürlek – è essenziale osservare i passi concreti compiuti dall’organizzazione terroristica PKK prima di concretizzare questi cambiamenti”, riferendosi al disarmo dei membri del PKK. Intanto un nuovo studio del Truth Justice Memory Center (Hafıza Merkezi) intitolato “No Peace Without Justice” -non c’è pace senza giustizia – rivela come le violazioni del diritto alla vita contro bambini e giovani nella regione curda della Turchia, nel sud-est del paese , si siano evolute in nuove forme di violenza di Stato tra il 2000 e il 2015. La ricerca, che ha comportato tre anni di lavoro sul campo e analisi documentali, esamina un periodo descritto come “né guerra né pace”. Mentre gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una guerra a bassa intensità e da uno stato di emergenza, i primi quindici anni del 2000 hanno visto un passaggio dalle esecuzioni extragiudiziali alle morti causate dalla militarizzazione degli spazi urbani e rurali. Secondo il rapporto, le violazioni del diritto alla vita di bambini e giovani durante questo periodo non sono stati episodi isolati, ma estensioni delle dinamiche di conflitto degli anni ’90. I principali modelli di classificazione includono: militarizzazione urbana, ovvero l’uso diffuso di veicoli blindati nei centri cittadini che ha causato numerose vittime, in particolare tra i bambini investiti da questi veicoli nei loro quartieri. Soppressione delle proteste. In quegli anni, le forze dell’ordine hanno fatto sempre più ricorso alla logica militare per reprimere la mobilitazione sociale e, di conseguenza, vittime per colpi d’arma da fuoco e lacrimogeni durante le manifestazioni pubbliche. Pericoli rurali. Significa che le morti nelle aree rurali sono state spesso causate da mine antiuomo e munizioni militari inesplose, un’eredità diretta dell’intensa militarizzazione degli anni ’90. Violenza di confine. Il rapporto evidenzia il massacro di Roboskî del 2011, in cui un attacco aereo uccise 34 civili, come un esempio lampante di violenza nelle regioni di confine. La persistenza dell’impunità. Nonostante un periodo di relativa apertura politica grazie alla tregua stipulata con il PKK nel 2013 e fallita due anni dopo per volere di Erdogan, allora primo ministro, lo studio ha rilevato che i meccanismi strutturali dell’impunità sono rimasti intatti. Le battaglie legali delle famiglie si sono spesso scontrate con ostacoli sistematici, tra cui la mancanza di indagini efficaci e l’uso di limiti temporali per archiviare i casi. Accesso impossibile alla giustizia. Il rapporto rileva che in molti casi il contesto legale è diventato il “simbolo di accesso impossibile alla giustizia”. Le famiglie intervistate per lo studio hanno sottolineato che la punizione dei colpevoli non è una questione di vendetta, ma una condizione necessaria per garantire che tali violazioni non si ripetano mai più. Memoria come resistenza. La ricerca esplora anche come lo Stato turco abbia preso di mira la memoria collettiva. I monumenti dedicati alle vittime, come la statua del dodicenne Uğur Kaymaz a Mardin, sono stati rimossi da amministratori nominati dal governo dopo il 2016. L'articolo Turchia, secondo appello di Ocalan per la fine della lotta armata: ma per il PKK la situazione resta complessa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il guardalinee annulla un gol e viene colpito da una bicicletta per bambini | Domeniche Bestiali
Il fine giustifica i mezzi? Naturalmente no, certo la tentazione può venire, il problema è che poi naturalmente nelle Domeniche Bestiali si equivoca e si trovano un sacco di mezzi, quello sì, ma per fare cose ingiustificabili. Ad esempio le biciclettine per bambini volanti, o magari monopattini, oppure gli apparecchi per le pulizie, pure quelli riescono a diventare protagonisti nelle domeniche bestiali, e ovviamente i cronometri con relativi libretti d’istruzioni. Tutto ammissibile, salvo gli anelli, quelli si sa, sempre pericolosissimi. EXTRA TIME I tempi nel calcio sono fondamentali, pure nelle domeniche bestiali. Eh sì che viviamo tempi liquidi, ma in Guatemala forse si esagera: Derrikson Quiros, giocatore dello Xelaju ha dato vita al solito siparietto ormai in voga sui campi da gioco, chiedendo alla fidanzata di sposarlo durante la partita, davanti ai tifosi, con lei che ha detto sì. Questo è accaduto domenica. Mercoledì lo stesso calciatore ha annunciato la fine della storia con la stessa ragazza attraverso i social. SO DIEGO, TI SPIEGO In realtà il protagonista di questo episodio si chiama Matteo, però faceva più effetto il titoletto con “Diego”. Perché ha tutta l’aria dello “spiegone” il dirigente del Bagnasco Calcio Asd, Seconda Categoria Piemonte, squalificato fino al 20 marzo perché: “Per continue e reiterate proteste nei confronti dell’arbitro, mostrando una condotta irrispettosa e petulante verso lo stesso, giungendo fino a tenergli il braccio per mostrare, a suo dire, il corretto uso del cronometro. Il comportamento del dirigente, inoltre, proprio perché continuo, assillante e ripetitivo ha acceso gli animi dei calciatori anche dopo il termine della partita e del pubblico, in una partita che, fino ai minuti finali era stata sostanzialmente corretta in campo e fuori. Ciò ha comportato una serie di provvedimenti disciplinari che, in un clima di maggiore serenità, avrebbero potuto essere evitati”. RAGE AGAINST MACHINE O verso la pulizia? È questo il dubbio che viene nel leggere la multa comminata al Don Bosco Spezia Calcio, Promozione Liguria. Il club dovrà infatti pagare 200 euro perché: “Per la condotta di un proprio tesserato non identificato che, al termine della gara, rompeva un apparecchio per pulire di proprietà della struttura del campo. Si dispone il rimborso della riparazione previa fattura della società proprietaria”. E.T. Già, per la scena meravigliosa che Spielberg ha posto alla fine del suo capolavoro, quella in cui i bimbi volano con le biciclettine. Quella scena fu girata a Los Angeles, mentre in Turchia le biciclette per bambini volano, sì, ma in campo. È accaduto infatti in una serie minore turca, durante la partita tra Darendespor e Hekimhan Belediyesi Girmanaspor che una biciclettina per bambini (ma potrebbe essere un monopattino) sia volata dagli spalti addosso a un assistente arbitrale dopo un gol annullato per fuorigioco. Dopo essere stato medicato con punti di sutura non ha telefonato casa, ma giustamente le forze dell’ordine per denunciare il teppista. L'articolo Il guardalinee annulla un gol e viene colpito da una bicicletta per bambini | Domeniche Bestiali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Turchia, retata contro i curdi: arrestati 37 minorenni. Il partito Dem presenta una denuncia per torture nel carcere di Hatay
Non si ferma la furia contro la minoranza curda in Turchia. In questi giorni è emerso che almeno 37 minori sono stati arrestati nella provincia sud-orientale di Şırnak, a maggioranza curda, tra l’8 e il 27 gennaio, durante numerose operazioni di polizia mirate a contrastare le proteste contro l’offensiva militare del governo siriano ad interim nel Rojava, l’amministrazione autonoma democratica confederale del Nord Est Siria. Nel tentativo di bloccare a priori eventuali proteste, la polizia turca ha effettuato raid domiciliari che hanno portato all’arresto di decine di minori di età compresa tra 15 e 17 anni. Dodici di loro sono stati successivamente trasferiti nel carcere minorile di Hatay, situato a circa 700 chilometri dalla loro città natale. Newroz Uysal Aslan, deputato di Şırnak del partito filo curdo “Uguaglianza Popolare e Democrazia” (DEM, terzo partito per seggi ) ha quindi presentato una denuncia ufficiale alla Commissione d’inchiesta parlamentare sui diritti umani chiedendo un’indagine in loco sulle accuse di tortura e maltrattamenti presso il carcere minorile di Hatay. Secondo la petizione, i minori hanno riferito di essere stati sottoposti a violenza fisica durante l’arresto. Molti hanno anche affermato di essere stati costretti a firmare documenti, sotto la supervisione di agenti in borghese, senza conoscerne il contenuto. Le testimonianze dei minori riportano torture, minacce, umiliazioni e intimidazioni durante la custodia. Anche il processo di trasferimento ha sollevato preoccupazioni. Nelle dichiarazioni riportano di essere stati confinati per lunghi periodi in veicoli scarsamente ventilati, di essere stati privati del cibo, di essere stati trasportati ammanettati ed esposti al fumo di sigaretta all’interno dei veicoli. Alcuni minori hanno affermato di essere stati trasferiti in prigioni a centinaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie senza il loro consenso. La petizione ha rilevato che in seguito alla detenzione è stato violato il loro diritto all’istruzione, ovvero non hanno potuto frequentare le lezioni scolastiche. I minori sono stati dunque sottoposti a perquisizioni corporali all’ingresso in carcere, sono stati tagliati loro i capelli con la forza e aggrediti fisicamente. Un minore ha ricordato che durante le perquisizioni corporali, il personale carcerario prendeva in giro gli altri, costretti ripetutamente a sedersi e stare in piedi nudi. I bisogni primari sarebbero stati insoddisfatti. Alcuni minori hanno affermato di non aver ricevuto vestiti o oggetti personali inviati dalle loro famiglie. Per quanto riguarda la vita quotidiana all’interno del carcere, la denuncia citava il sovraffollamento, con alcuni minori costretti a dormire nelle aree comuni. La ventilazione sarebbe stata inadeguata e le lavatrici rotte avrebbero costretto a lavare i vestiti a mano. I minori avrebbero avuto accesso ad attività sportive solo due volte a settimana e non avrebbero potuto usufruire di programmi educativi o sociali regolari. Inoltre non è stato garantito un adeguato supporto psicologico, previsto per legge. Secondo le testimonianze, i minori hanno avuto una sola breve seduta con lo psicologo del carcere, durante la quale è stato chiesto loro se avessero tatuaggi. “Le accuse devono essere indagate in modo indipendente”, chiedono i rappresentanti del partito DEM. Nella sezione conclusiva della denuncia, Aslan ha sottolineato che diversi minori avevano descritto esperienze simili in modo indipendente, suggerendo che le presunte violazioni potrebbero essere state sistematiche. Ha sostenuto che le testimonianze dovrebbero essere valutate alla luce della Costituzione turca, della Legge sulla protezione dell’infanzia, del Codice di procedura penale e delle convenzioni internazionali di cui la Turchia è parte. “Il divieto di tortura e maltrattamenti è assoluto”, si legge nella petizione, sottolineando l’obbligo legale dello Stato di condurre un’indagine indipendente e imparziale sulle accuse. Aslan ha chiesto alla commissione parlamentare di indagare nel dettaglio sulle procedure di arresto, trasferimento e detenzione, di condurre un’ispezione in loco e di avviare azioni amministrative e legali contro i responsabili. L'articolo Turchia, retata contro i curdi: arrestati 37 minorenni. Il partito Dem presenta una denuncia per torture nel carcere di Hatay proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sfonda la gioielleria con un muletto e scappa in sella all’asino: “Ero ubriaco, mi servivano soldi”
Sembra la scena di una commedia surreale, invece è successo davvero. A Kayseri, in Turchia, un uomo di 26 anni è stato arrestato dopo aver svaligiato una gioielleria utilizzando una combinazione di mezzi più unica che rara: un “muletto” per fare irruzione e un asino per dileguarsi col bottino. LA DINAMICA: IL MULETTO “RUBATO” E L’ASSALTO ALLE 4 DEL MATTINO I fatti si sono svolti nella notte tra lunedì e martedì scorsi. Erano circa le 4:00 del mattino quando le telecamere di sorveglianza della zona hanno ripreso l’intera sequenza. Il giovane, che vagava per il centro città in stato di ebbrezza, ha notato un carrello elevatore parcheggiato in strada con i cavi di accensione esposti. Senza esitare, ha avviato il mezzo pesante e lo ha guidato fino alla vetrina di una gioielleria. Con una lucidità inaspettata per le sue condizioni, il 26enne ha utilizzato le forche del muletto per sollevare e sfondare la saracinesca del negozio, aprendosi un varco. Una volta dentro, ha arraffato tutto ciò che gli è capitato a tiro: orologi, collane e orecchini, per un totale di circa 150 grammi d’oro. LA FUGA IN SELLA ALL’ASINO E L’ARRESTO Mentre l’allarme iniziava a suonare richiamando le forze dell’ordine, il ladro ha abbandonato il mezzo pesante sul posto e ha optato per una via di fuga decisamente più silenziosa ed ecologica: è salito in sella al suo asino, con cui era arrivato in centro, e si è allontanato tranquillamente prima dell’arrivo delle pattuglie. Quando la polizia è giunta sul luogo del crimine, ha trovato solo il carrello elevatore incastrato nella vetrina. Tuttavia, agli investigatori è bastato visionare i filmati delle telecamere di sicurezza della zona per ricostruire l’accaduto e identificare il sospettato. LA CONFESSIONE: “CERCAVO ALCOL, MI SONO RICORDATO DEI DEBITI” Raggiunto nella sua abitazione poche ore dopo il colpo, il 26enne non ha potuto far altro che confessare, permettendo agli agenti di recuperare l’intera refurtiva che aveva nascosto in un sacco all’interno del fienile, proprio accanto all’asino “complice” della fuga. Davanti agli inquirenti, l’uomo ha fornito una spiegazione disarmante: “Sono andato in centro con l’asino. Ero ubriaco e volevo bere di nuovo, ma il negozio di alcolici era chiuso”, ha raccontato nella sua deposizione. “Poi ho visto il carrello elevatore sulla strada con i cavi scoperti e l’ho avviato. Sono salito sul mezzo per andare in un altro negozio a comprare alcolici, ma lì vicino ho visto la gioielleria e mi sono ricordato delle difficoltà economiche che stavo attraversando. Così ho deciso di entrare”. Il bottino è stato restituito al legittimo proprietario, mentre per il “ladro a cavallo d’asino” sono scattate le manette. L'articolo Sfonda la gioielleria con un muletto e scappa in sella all’asino: “Ero ubriaco, mi servivano soldi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sabato di lotta al fianco del popolo curdo: basta con l’assedio a Kobane
Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della liberazione di Kobane. La città, sita nel nord della Siria, venne liberata dalle milizie Curde, JPG e YPG ed era assediata da mesi dai tagliagole dell’ISIS sotto la supervisione del governo turco. Oggi Kobane è nuovamente sotto assedio. Sempre da parte delle forze dell’ISIS che però non sono più considerate dall’occidente una formazione terroristica. Infatti l’ISIS nel frattempo, grazie all’aiuto di Turchia, Israele e Stati Uniti, ha preso il controllo della Siria cacciando il Presidente Bashar al-Assad. I paesi occidentali hanno preferito i terroristi islamici al regime siriano amico della Russia e così al-Jolani, tagliagole e capobanda dell’ISIS, è da circa un anno il Presidente della Siria. Presidente riverito in tutto il mondo e ricevuto in pompa magna anche dalla presidente del Consiglio Meloni. A fare le spese di questa giravolta occidentale – che considera centrale la lotta al terrorismo solo fino a quando i terroristi non gli tornano utili – sono le popolazioni curde della Siria che dopo un periodo di relativa tranquillità sono nuovamente nell’occhio del ciclone. (vedi anche qui). E’ inoltre utile sottolineare come l’Osservatorio sui diritti civili in Siria, ha reso noto nelle settimane scorse che i Curdi siriani sarebbero stati “scaricati” dagli Stati Uniti perché si erano rifiutati di intervenire militarmente in Iraq contro alcune milizie scite. In altre parole l’operazione militare israeliana – e quindi statunitense – contro l’Iran, aveva previsto l’utilizzo dei curdi come una forza mercenaria contro gli sciti in Iraq e di fronte al rifiuto dei Curdi di svolgere questo ruolo, questi sarebbero stati scaricati e dati in pasto all’esercito siriano controllato dall’Isis. Così funziona l’Occidente, non da oggi, e quindi oggi ci ritroviamo nuovamente di fronte all’assedio di Kobane e alla messa in discussione dell’esperienza di autogoverno del Rojava. Nelle settimane scorse, dopo un primo attacco delle forze governative ad Aleppo, è stato raggiunto un accordo tra Curdi e governo siriano. Questo accordo ad oggi non è però rispettato, così come una serie di cittadine curde in Siria sono tutt’ora occupate dall’esercito turco che tratta la Siria come un suo protettorato. Inoltre, in Turchia, nonostante la decisione di Ocalan e del PKK di abbandonare la lotta armata e di scegliere la strada del dialogo, il governo turco continua a tenere Ocalan sepolto vivo nella prigione dell’isola di Imrali e tiene praticamente ferme le trattative. In questa situazione i Curdi hanno lanciato per sabato 14 febbraio una giornata di mobilitazione europea a sostegno del popolo Curdo, per sostenere la richiesta che gli accordi firmati in Siria vengano rispettati e venga tolto l’assedio a Kobane, per chiedere la liberazione di Ocalan e dei prigionieri politici da parte del governo turco, per chieder la fine dell’occupazione militare turca sulle cittadine Curde in Siria, per rilanciare il processo di pacificazione che Ocalan e il PKK hanno proposto al governo turco, per difendere e rilanciare l’esperienza del confederalismo democratico, che è la proposta politica che i Curdi propongono per garantire la pace nell’area. In Italia avremo tre manifestazioni, a Roma, Milano e Cagliari e voglio invitare tutti e tutte a partecipare. La mobilitazione europea è infatti uno dei pochi punti di forza per il popolo Curdo, in balia com’è degli interessi delle medie e grandi potenze della zona. Visto che ogni porcheria in quell’area accade grazie al consenso attivo o passivo delle potenze occidentali, la nostra mobilitazione è una delle poche cose che si possono fare per i governi occidentali che sono palesemente complici degli israeliani e dei turchi. So bene che si possono discutere le singole scelte compiute dai Curdi in ambito geopolitico, ma è del tutto evidente che i Curdi sono attaccati proprio perché hanno mantenuto la dignità di popolo e perché avanzano una proposta – quella del confederalismo democratico – che è rivoluzionaria in una area come quella mediorientale ove Israele e gli Stati Uniti puntano ad alimentare odi divisioni al fine di alimentare la guerra e la destabilizzazione dell’area. Il sostegno al popolo Curdo è quindi un sostegno alla pace e alla giustizia sociale oltre che al suo sacrosanto diritto all’autodeterminazione. Vi invito quindi a partecipare alle manifestazioni che sono state convocate a Roma alle 14,30 in Piazza Indipendenza, a Milano alle ore 14,30 in Piazza Cairoli e a Cagliari alle ore 17 in Piazza Garibaldi. L'articolo Sabato di lotta al fianco del popolo curdo: basta con l’assedio a Kobane proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Turchia, il nuovo ministro e la stretta sulla Giustizia. Il giornalista Dundar: “Erdogan vuole impedire all’opposizione di vincere le elezioni”
C’è un nuovo ministro della Giustizia in Turchia con un passato che non promette nulla di buono. Si tratta di Akin Gurlek, l’ex procuratore capo di Istanbul, noto per avere condotto indagini prefabbricate che hanno portato all’arresto di numerose figure dell’opposizione. Gli esempi più eclatanti della sua attività riguardano il leader del partito filo curdo HDP (oggi DEM, terza forza in parlamento) Selahattin Demirtas, in carcere dal 2016 con l’accusa di essere affiliato al PKK, ed Ekrem Imamoglu, il sindaco di Istanbul rimosso dall’incarico dopo l’arresto per corruzione nel marzo del 2025. Da allora Imamoglu è in custodia cautelare in attesa di giudizio. Ma Gurlek non aveva risparmiato neanche la stampa indipendente: negli anni scorsi aveva ordinato l’arresto dell’ex direttore dell’autorevole quotidiano Cumhuriyet, il giornalista investigativo Can Dundar. Dundar, perché Erdoğan ha nominato Gurlek proprio ora? A mio avviso, Erdoğan si sta preparando a passare dalla categoria di “autocrazia competitiva” a un sistema pienamente autoritario. Per smantellare gli ultimi resti di democrazia deve attivare due istituzioni chiave: la magistratura e la polizia. Nominare esponenti della linea dura in questi due ministeri è significativo in tal senso. A solo un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali tutti i sondaggi suggeriscono che, in una competizione leale, l’opposizione vincerebbe. Impedire che ciò accada è diventato essenziale per il presidente. Ekrem İmamoğlu, ampiamente considerato il principale rivale di Erdoğan alle elezioni presidenziali del 2028, rimane in custodia cautelare. Qual è il piano di Erdoğan nei confronti dell’ex sindaco di Istanbul? Tenerlo in carcere il più a lungo possibile – se possibile, a vita – e impedirgli di diventare il candidato dell’opposizione alle presidenziali. Perché in quasi tutti i sondaggi d’opinione, İmamoğlu appare ancora in vantaggio su Erdoğan. Una condanna potrebbe bloccare del tutto la sua candidatura. Poiché il leader curdo Selahattin Demirtas è tra le figure dell’opposizione indagate da Gurlek, quindi arrestato e incarcerato esattamente 10 anni fa in seguito alle indagini dell’ex procuratore, cosa segnala la sua nomina in merito al cosiddetto dialogo in corso tra il governo di coalizione e il PKK, a cui Demirtas è stato affiliato pur avendolo sempre negato? Demirtaş è visto come un serio ostacolo alle ambizioni politiche di Erdoğan, motivo per cui non è stato rilasciato. Allo stesso tempo, tuttavia, Erdoğan sta cercando di attrarre voti curdi nel caso in cui rischiasse di perdere le future elezioni. Per questo motivo, invece di Demirtaş – che considera un avversario radicale – sembra aver optato per perseguire un processo negoziale con Abdullah Öcalan, percepito come più aperto al compromesso. Il dilemma è questo: i leader autoritari spesso governano creandosi nemici. Anche Erdoğan lo fa e per questa ragione ha lanciato operazioni militari contro i gruppi curdi in Siria prima delle ultime cinque elezioni. Se dovesse concludere che un processo di pace con il Pkk non serva ai suoi obiettivi politici, potrebbe porre fine al dialogo. La nomina di Gürlek segnala che i falchi potrebbero sostituire le colombe. La trattativa avviata dal governo con il PKK dunque non è genuina? Questo è stato un processo che ha avuto inizio con l’opportunità creata dagli sviluppi in Siria. Dopo gli ultimi avvenimenti, ovvero l’ascesa al potere a Damasco del jihadista Ahmed al Sharaa e la messa alle strette dei curdi di Siria, Erdoğan potrebbe non sentire più la necessità di negoziare. Cosa vuole fare Erdogan della vita di Öcalan? Öcalan ha promesso lo scioglimento del PKK e un impegno per il disarmo. Tuttavia, Ankara lo ritiene insufficiente, sostenendo di aver già sconfitto militarmente l’organizzazione. Ora lo sta spingendo a fare pressione sui curdi in Siria affinché si sottomettano al regime e depongano le armi. È improbabile che Öcalan abbia il potere di raggiungere questo obiettivo. Qual è la sua opinione sul tentativo di Ankara di sopprimere l’autonomia del Rojava? Si tratta di uno sviluppo che Ankara auspicava da anni, ma che gli Stati Uniti non avevano approvato. Ora, con la nuova leadership siriana allineata a Washington e i detenuti dell’Isis trasferiti in Iraq, i curdi hanno perso la loro influenza. Gli Usa hanno dato il via libera alla richiesta di Ankara e i curdi del Rojava sono stati costretti a sottomettersi a uno stringente compromesso con Damasco In un’intervista al nostro giornale, Salih Muslim, il fondatore dell’autoproclamata Amministrazione autonoma del Nord Est Siria, nota come Rojava curdo, ha affermato che la recente offensiva militare lanciata del presidente siriano ad interim al Sharaa è una cospirazione della Turchia per provocare una guerra tra le tribù arabe e curde che abitano il territorio fino al mese scorso sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane a guida curda. Qual è la sua opinione? “Dividi et impera” è una tattica indispensabile per tutti i regimi autoritari. La mia preoccupazione è che una strategia volta a contrapporre arabi e curdi possa gradualmente creare una frattura anche tra turchi e curdi. Temo che il fuoco che questa dinamica accenderebbe non rimarrebbe confinato alla Siria. Il trasferimento di armi turche alle milizie jihadiste siriane durante il lungo conflitto siriano, da lei rivelato quando era direttore di Cumhuriyet, riguardava anche la milizia dell’attuale presidente siriano ad interim al Sharaa, allora noto con il suo nome di guerra al Jolani? Certo. Le armi andavano in gran parte ad al-Nusra, che all’epoca era guidata da al Jolani. Infatti, Nuri Gökhan Bozkır, che si procurò le armi per conto del governo turco, si riferì ad al Jolani come “mio amico” durante una delle sue udienze in tribunale e ammise che gli avevano fornito grandi quantità di armi. L’ascesa al potere di al Jolani è, per molti versi, il risultato di anni di investimenti da parte di Ankara. Quanto a me, sono stato condannato a 28 anni e mezzo di carcere per aver raccontato questo fatto e vivo in esilio. L'articolo Turchia, il nuovo ministro e la stretta sulla Giustizia. 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Turchia, Erdogan prende di mira gli oppositori politici, difensori del Rojava curdo: maxi retata con 96 arresti
La difesa del Rojava curdo-siriano ha provocato l’ennesimo giro di vite in Turchia. La “democratura” turca, sfruttando la recente offensiva – orchestrata dalla stessa Ankara- dell’esercito nazionale siriano contro l’Amministrazione Autonoma curda democratica del Nord-Est Siria, ha accelerato la marcia verso la meta prefissata da anni dal suo presidente Recep Tayyip Erdogan, il reìs: la dittatura. Questa settimana Ankara ne ha fornito due esempi eclatanti. Il primo, in ordine temporale: la polizia ha arrestato 96 persone durante numerose retate effettuate in 22 province, prendendo di mira partiti politici, sindacati e organi di stampa. Il ministro degli Interni Ali Yerlikaya ha spiegato che le operazioni facevano parte di un’indagine sul Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP), fuorilegge. I raid hanno preso di mira anche il Partito Socialista degli Oppressi (ESP), la Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste (SGDF), i Consigli Socialisti delle Donne (SKM) e l’Unione Limter-İş. Gli agenti hanno quindi fatto irruzione anche nelle sedi dell’Agenzia di Stampa Etkin (ETHA), della Fondazione per la Ricerca scientifica, Istruzione, Estetica, Cultura e Arte (BEKSAV) e dell’Ufficio Legale degli Oppressi (EHB). Tra gli arrestati c’è l’ex parlamentare e co-presidente dell’ESP Murat Çepni e i giornalisti dell’ETHA Nadiye Gürbüz, Pınar Gayıp, Elif Bayburt, Müslüm Koyun e Züleyha Müldür, oltre ad ambientalisti e sindacalisti. La Procura Generale di Istanbul ha dichiarato di aver emesso mandati di cattura per 110 persone, sostenendo che le organizzazioni prese di mira fanno parte della struttura del MLKP. L’indagine si basa su dichiarazioni di testimoni, materiali digitali di precedenti operazioni, rapporti del Financial Crimes Investigation Board (MASAK) e dati di riunioni online tenute su Google Meet. Per entrare negli uffici delle organizzazioni, la polizia in assetto antisommossa ha sfondato le porte, confiscato tutte le attrezzature tecniche e imposto una limitazione di 24 ore all’accesso degli arrestati agli avvocati. “È perché abbiamo difeso il Rojava” ha denunciato Çiçek Otlu, parlamentare del Partito filo-curdo per l’Uguaglianza e la Democrazia Popolare (DEM) nonchè portavoce delle Assemblee Socialiste delle Donne (SKM). “Vogliamo uguaglianza e libertà in questo Paese. Vogliamo che i diritti del lavoro e la lotta per la libertà delle donne siano riconosciuti”, ha aggiunto la deputata della terza forza politica per numero di seggi. A riprova, Otlu ha citato alcune dichiarazioni del ministro degli Esteri Hakan Fidan: il 30 gennaio aveva dichiarato ad Al Jazeera che circa 300 membri di gruppi di sinistra con base in Turchia operavano in aree controllate dalle Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, ovvero la milizia-ombrello che difende il Rojava. “Il loro unico compito è cercare opportunità per attaccare i soldati e le forze di sicurezza turche”, aveva tuonato Fidan, ex capo dell’intelligence turca e fedelissimo di Erdogan. Il secondo esempio riguarda Ekrem Imamoglu, in carcerazione preventivo dal marzo scorso. La procura di Istanbul ha presentato un nuovo atto di accusa contro il sindaco della città, figura di spicco del partito repubblicano di centro sinistra ( CHP), il più forte all’opposizione, rimosso dall’incarico nel marzo del 2025 dopo essere stato arrestato per corruzione. Secondo le nuove accuse, alcune persone vicine a Imamoglu avrebbero avuto accesso a dati personali di numerosi cittadini di Istanbul e avrebbero fornito questi dati a servizi segreti stranieri con lo scopo di manipolare i risultati delle elezioni municipali del 2019, che furono vinte da Imamoglu. “Sulla base delle prove esistenti e della confessione, è stato stabilito che Ekrem Imamoglu, all’interno della catena gerarchica, ha ottenuto informazioni personali di cittadini sfruttando la propria influenza e le ha trasferite ad agenti dei servizi segreti stranieri”, ha dichiarato la procura di Istanbul, come riferito dalla tv di Stato Trt. “Il reato di ‘spionaggio politico’ è stato commesso con l’obiettivo di manipolare le elezioni locali del 2019, in particolare per garantire la vittoria del sospettato Ekrem Imamoglu”, si legge nell’atto d’accusa che chiede pene detentive dai 15 ai 20 per gli imputati. Imamoglu dall’anno scorso è il candidato del CHP per le elezioni presidenziali del 2028 ed è considerato, sulla base dei sondaggi, pur non ufficiali, il principale rivale di Erdogan e probabile vincitore. Il suo arresto provocò settimane di proteste anti governative a Istanbul e in altre città turche. Mentre la prima udienza del principale caso in cui è imputato è in programma per marzo, nei mesi scorsi la procura di Istanbul ha presentato un atto d’accusa che chiede oltre 2.500 anni di reclusione per 26 reati. L'articolo Turchia, Erdogan prende di mira gli oppositori politici, difensori del Rojava curdo: maxi retata con 96 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, proseguono i colloqui con i mediatori turchi (su mandato Usa): Erdogan vuole un credito per la questione curda
L’armada di Donald Trump sembra pronta ad attaccare l’Iran, ma il tycoon ne farebbe a meno, se solo arrivasse qualche segnale di “buona volontà” da Teheran, specialmente sul nucleare. Un segnale che potrebbe arrivare oggi dalla Turchia. Il presidente americano ha infatti incaricato Ankara – che ha il secondo esercito per numero di soldati e droni della Nato – di tentare una mediazione. La Turchia, Paese musulmano non arabo confinante con l’Iran e con più di 80 milioni di abitanti, non si è fatta pregare e ha subito accettato l’incarico. Lo ha fatto da una parte per contraccambiare il favore di Trump, che sta sostenendo l’ex tagliagole jihadista al Jolani oggi presidente ad interim della Siria con il nome originale di Ahmed al Shaara, in realtà un burattino nelle mani dell’autocrate turco Recep Tayyip Erdogan, dall’altra per sfoggiare il proprio ruolo di potenza regionale, e, ultimo ma non ultimo, per vantare un credito con Teheran sulla questione curda. Ieri il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha incontrato Tom Barrack, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia nonché l’inviato del presidente degli Stati Uniti per la Siria. Colui che ha reso pubblica la volontà di Trump di tradire i curdi del Rojava, l’amministrazione autonoma democratica, comunitaria e confederalista del nord-est Siria, alleata degli Usa contro l’Isis fino all’offensiva dell’esercito nazionale di al-Sharaa partita a metà gennaio. Trump non ha avuto alcuna remora nel lasciare Kobane e il resto del Rojava assediato dalle milizie jihadiste siriane e turche che stanno osservando in modo molto blando, per usare un eufemismo, il cessate il fuoco e hanno ridotto il Rojava a un’area ormai molto limitata e costretto i suoi difensori, le Syrian Democratic Forces, a ripiegare. Secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia statale Anadolu (AA), l’incontro si è concentrato, per l’appunto, sui recenti sviluppi in Siria e sugli sforzi per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran. Oggi Fidan ospiterà il suo omologo iraniano Abbas Araqchi. Fonti ministeriali citate da AA hanno indicato che Fidan dovrebbe sottolineare che le relazioni Turchia-Iran sono fondamentali per la sicurezza, la stabilità e la prosperità. ,Ma durante il colloquio, Fidan sottolineerà il presunto ruolo del Partito della “Vita Libera del Kurdistan” (PJAK) nelle recenti proteste avvenute in Iran che hanno scatenato la più sanguinosa reazione del regime teocratico con circa trentamila morti, molti proprio nel Kurdistan iraniano. Dopo aver di fatto annichilito l’inedito esperimento sociale autonomo democratico, socialista e confederalista del Rojava, basato sulla visione di Abdullah Ocalan, ora la Turchia vuole “neutralizzare completamente”, come ha sottolineato Fidan, il PJAK, anch’esso un affiliato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) fondato da Ocalan. Secondo Fidan è una necessità urgente per la sicurezza dell’Iran. Il sultano Erdogan, con il suo proverbiale cinismo, questa volta sfrutta la carta negoziale per annichilire anche i curdi iraniani ispirati dal Pkk. E meno male che in Turchia il sultano sta facendo finta di trattare una sorta di pace con Ocalan, all’ergastolo da più di vent’anni. Anche se il PKK rimane nella lista delle organizzazioni terroristiche. L'articolo Iran, proseguono i colloqui con i mediatori turchi (su mandato Usa): Erdogan vuole un credito per la questione curda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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