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“Su Gaza la Berlinale tace e censura”: la lettera aperta di Tilda Swinton e altri 81 artisti. Accuse anche a Wim Wenders: “I registi non devono tenersi fuori dalla politica”
Oltre 80 partecipanti attuali ed ex partecipanti alla Berlinale, capitanati da Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno firmato una lettera aperta in cui condannano il “silenzio” del festival su Gaza. Il proclama è giunto dopo che nei giorni scorsi, durante la conferenza stampa di apertura del Festival di Berlino (12-22 febbraio 2026), il presidente della giuria Wim Wenders si era espresso sull’annoso e forzato tema “cinema e politica”. Il regista di Il cielo sopra Berlino pressato dalla solita domanda dei cronisti bisognosi di titoli polemici per gli articoli da pubblicare aveva dato una spiegazione articolata e finanche condivisibile riguardo il conflitto tra Israele e Gaza e sul sostegno del governo tedesco a Israele, ma che nella vulgata di rilancio delle grandi testate è diventata: “i registi dovrebbero tenersi fuori dalla politica”. A quel punto l’autrice indiana Arundhati Roy si è ritirata dalla giuria della Berlinale, mentre la direttrice del festival, Tricia Tuttle, ha rilasciato una dichiarazione sacrosanta più in linea sulla generale libertà di espressione degli artisti che oramai ad ogni conferenza stampa vengono pressati sempre e solo su questioni politiche e sociali: “Gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di parola come preferiscono”, ha affermato Tuttle. “Non ci si dovrebbe aspettare che commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, su cui non hanno alcun controllo. Né ci si dovrebbe aspettare che parlino di ogni questione politica che viene loro sollevata, a meno che non lo desiderino”. A questo punto è sbucata la lettera degli 80 – tra questi i registi Mike Leigh, Lukas Dhont, Nan Goldin, Miguel Gomes, Avi Mograbi – dove è stata accusata la Berlinale di “censurare” gli artisti che si sono espressi sul tema palestinese, e dove si afferma di essere “fervidamente in disaccordo” con le opinioni di Wenders su cinema e politica. “Non si può separare l’una dall’altra”, hanno affermato, aggiungendo che “la tendenza sta cambiando nel mondo del cinema internazionale” citando i 5mila lavoratori del cinema, tra cui diversi nomi del cinema hollywoodiano, che si rifiutano di collaborare con società e istituzioni cinematografiche israeliane. E ancora: “Invitiamo la Berlinale a compiere il suo dovere morale e a dichiarare chiaramente la sua opposizione al genocidio di Israele, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra contro i palestinesi, e a porre fine completamente al suo coinvolgimento nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di responsabilità”. Come riporta il Guardian, nei giorni scorsi dopo le prime proiezioni alla Berlinale ogni artista in conferenza stampa è stato bombardato di domande su Palestina, Trump, fascismo, ecc… “con scarsi collegamenti con i film che promuovevano”, come ad esempio all’attore statunitense Neil Patrick Harris o al britannico Rupert Grint, ai quali è stato chiesto se il cinema potesse combattere il fascismo, o all’attrice malese Michelle Yeoh, a cui è stato chiesto il solito parere su Trump. Chiudiamo di nuovo con le parole della direttrice Tuttle: “I registi vengono criticati se non riescono a condensare pensieri complessi in un breve frammento sonoro quando un microfono viene piazzato davanti a loro, mentre pensano di parlare di qualcos’altro”. L'articolo “Su Gaza la Berlinale tace e censura”: la lettera aperta di Tilda Swinton e altri 81 artisti. Accuse anche a Wim Wenders: “I registi non devono tenersi fuori dalla politica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Blackout a Berlino, guerra di rivendicazioni: si indaga su gruppo di estrema sinistra. “Nessuna prova che sia coinvolta la Russia”
Un incendio che ha lasciato oltre 40mila famiglie a Berlino senza corrente elettrica per quasi una settimana, tre rivendicazioni su cui indaga la polizia. È un caso l’attacco alla rete avvenuto il 3 gennaio a un ponte per cavi nel distretto di Steglitz-Zehlendorf, nella zona Sud-Ovest della città. Dopo quasi sei giorni e dopo che è intervenuto addirittura l’esercito per distribuire pasti caldi alla popolazione, l’energia è stata ripristinata. La Procura federale tedesca indaga per terrorismo e sabotaggio e ancora non è chiaro chi abbia messo in ginocchio parte della capitale tedesca: al momento gli inquirenti tengono sotto osservazione il gruppo Vulkan, di estrema sinistra, che ha pubblicamente rivendicato l’azione. Ma è spuntato un terzo messaggio da parte di alcuni presunti fondatori del gruppo che prendono le distanze dall’iniziativa. Intanto le autorità escludono “il coinvolgimento di Stati stranieri“. TRE RIVENDICAZIONI E ANCORA NESSUN RESPONSABILE Dopo che, in un primo momento, in rete sono circolate versioni mai confermate di coinvolgimenti di non precisati ambienti russi nell’attacco, nel giro di poco meno di una settimana sono arrivate ben tre diverse lettere. Alla prima lettera di assunzione di responsabilità per l’attacco ai cavi – all’indomani dell’azione di sabotaggio di sabato – da parte del movimento estremista di sinistra Vulkangruppe, ne è seguita il 7 gennaio, una seconda, di puntualizzazione. Poi ne è emersa un’altra sulla piattaforma Indymedia, di presa di distanza dagli attacchi più recenti a firma di un cosiddetto nucleo originario del gruppo. Che cambia ancora le carte in tavola. Il Vulkangruppe aveva inizialmente rivendicato di aver “sabotato con successo” una centrale elettrica a gas a Lichterfelde. L’obiettivo principale era colpire l’industria dei combustibili fossili. La rivendicazione era considerata autentica dalle autorità berlinesi. Il secondo messaggio è arrivato il 7 gennaio ed è stato diffuso per confutare, tra le altre cose, le illazioni sul coinvolgimento di uno Stato straniero, ovvero la Russia. “Il fatto che qui si possano attaccare le infrastrutture non si adatta alla narrativa sulla sicurezza di politici e autorità”, si legge. “Quindi si sta fabbricando un nemico esterno”, scrivono su knack.news, secondo quanto ricostruisce Der Spiegel. E ancora, scrivevano: “In merito alle insinuazioni circolanti su una presunta ‘operazione false flag’ di uno Stato straniero, affermiamo chiaramente: queste speculazioni non sono altro che un tentativo di mascherare la propria impotenza. Chi dietro ogni forma di sabotaggio sospetta un servizio segreto straniero, si rifiuta di riconoscere la realtà dei conflitti sociali interni”. Infine oggi è arrivato il terzo messaggio per mano di quello che si autodefinisce il gruppo del 2011, secondo la ricostruzione della Taz che ricorda come quell’anno ci fu effettivamente il primo attacco doloso a Berlino su cavi presso la stazione di Ostkreuz, rivendicato da un gruppo che nel nome si richiamava al vulcano islandese Eyjafjallajökull. Seguirono poco meno di 12 altri attacchi incendiari a Berlino. L’attuale lettera del presunto nucleo originario afferma che il nome del gruppo è stato “inserito in un contesto che non è nostro” e in nome di una continuità che non esiste. “I testi e le azioni degli ultimi anni contraddicono ciò che rappresentavamo e il perché abbiamo agito”. Contemporaneamente, sui social network si sono diffuse teorie secondo cui la seconda lettera di rivendicazione sia stata scritta dall’intelligenza artificiale e sia derivata da una traduzione dal cirillico, la lingua russa. Ne riporta alcuni passaggi il quotidiano Taz: ad esempio, il nome del vicepresidente statunitense Vance è scritto erroneamente come “Vans”, che corrisponderebbe anche alla traduzione in cirillico. Anche la senatrice per gli Affari Economici di Berlino, Franziska Giffey (SPD), è scritta erroneamente come “Giffay”. Al momento però restano solo teorie. Sempre il Der Spiegel infatti, citando fonti di sicurezza, oggi scrive che le autorità tedesche non hanno prove che l’attacco sia stato un’operazione “false flag” da parte di un servizio segreto straniero. Lo stesso vice capo della polizia di Berlino, Marco Langner, ha sottolineato, riferendosi alla Russia: “Finora non c’è assolutamente alcuna indicazione in tal senso”. “Le indagini che abbiamo condotto in collaborazione con l’Ufficio Federale di Polizia Criminale (BKA) – ha proseguito – puntano chiaramente a questo gruppo. Riteniamo che questa lettera di rivendicazione sia autentica e possiamo affermare che proviene dall’ambiente estremista di sinistra”. L’INCENDIO L’incendio è stato segnalato alle 6.45 del 3 gennaio da un passante, nella Bremer Strasse, ed è stato spento rapidamente. Ma è bastato per mettere in ginocchio parte della Capitale: 45mila famiglie sono rimaste senza corrente e ancor peggio, in tantissimi casi, prive di riscaldamento, dal momento che gli impianti sono spesso collegati. Colpiti anche 2200 siti di attività economiche e commerciali, diverse strutture sanitarie, e case di cura, in qualche caso evacuate. I tre grandi ospedali delle zone colpite sono rimasti attivi, ma le autorità cittadine hanno chiesto di fare a meno di ricorrere ai pronti soccorsi. “Se conoscete anziani in difficoltà, non esitate a chiamarci”, è stato l’appello di un agente sui social. Ai berlinesi rimasti al buio è stato chiesto di farsi aiutare da amici e parenti, di preferire le torce alle candele, e di procurarsi coperte calde. Sono stati anche allestiti centri di accoglienza per chi era in difficoltà. L'articolo Blackout a Berlino, guerra di rivendicazioni: si indaga su gruppo di estrema sinistra. “Nessuna prova che sia coinvolta la Russia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Berlino, blackout elettrico: dopo tre giorni ancora 25mila famiglie senza luce
A Berlino sono ancora senza corrente elettrica 25.500 famiglie e 1200 aziende dopo il blackout di sabato 3 gennaio. L’emergenza, tre giorni dopo l’incendio doloso, potrà rientrare solo giovedì, quando sarà ripristinata la luce in tutte le aree colpite. Il sindaco di Berlino Kai Wegner in una conferenza stampa ha annunciato che tutti i supermercati sono aperti ed è stata ripristinata la rete mobile. Inoltre, i cittadini che hanno fatto ricorso in questi giorni agli alberghi perché nelle loro abitazioni non era possibile attivare il riscaldamento saranno rimborsati dalle municipalità. La causa dell’interruzione di corrente è stata un incendio doloso appiccato ai cavi della rete elettrica nel distretto di Steglitz-Zehlendorf, rivendicato da un gruppo di estrema sinistra “Vulkangruppe”. Sulla rivendicazione è attualmente al lavoro la polizia della capitale tedesca. Sabato mattina, nella zona sud-ovest di Berlino, inizialmente 45.000 famiglie e 2.200 aziende sono rimaste senza corrente. Le biblioteche pubbliche hanno invitato tutte le persone colpite dall’interruzione di corrente nella zona sud-ovest di Berlino a trovare rifugio nei loro locali. Altre iniziative di solidarietà sono state realizzate anche dalle piscine comunali che hanno aperto i propri spazi per quanti non possono ancora tornare a casa. Da oggi la Bundeswehr, l’esercito tedesco, distribuirà pasti caldi presso il municipio di Wannsee e Huettenweg, nella zona sud-ovest di Berlino. Il governo tedesco è intervenuto per “condannare con forza” l’attacco. “I responsabili di questa azione hanno messo in conto dei rischi per tanti pazienti ricoverati nelle strutture sanitarie, per anziani e famiglie con bambini”, ha affermato il portavoce del cancelliere Friedrich Merz, Sebastian Hille, sottolineando l’importanza delle indagini e del corso della giustizia. “Il governo assicura sostegno al comune di Berlino”, ha aggiunto, ricordando che tante famiglie “si trovano in una situazione difficile, senza corrente e senza riscaldamento”. Intanto, non manca chi come la senatrice berlinese delegata all’Economia, Franziska Giffey (SPD), ha chiesto di approfondire le indagini: “La domanda è: si tratta solo di gruppi e attivisti di sinistra che agiscono in giro o c’è di più dietro?”. Le intenzioni dei responsabili dell’azione di sabotaggio sono “altamente pericolose”, ha aggiunto, “non si tratta solo di un attacco alle nostre infrastrutture, sotto attacco è la nostra libera società”. I tre grandi ospedali delle zone colpite sono rimasti attivi, ma le autorità cittadine hanno chiesto di fare a meno di ricorrere ai pronti soccorsi. Il tratto andato a fuoco rifornisce più quartieri del sudovest della capitale: Nikolassee, Zehlendorf, Wannsee e Lichterfeld. Vaste aree residenziali, nei giorni scorsi sono piombate in un’atmosfera spettrale col calar della sera, quando tante persone hanno deciso di lasciar casa facendo i bagagli al lume di candela, mentre le strade continuavano a coprirsi di neve. L'articolo Berlino, blackout elettrico: dopo tre giorni ancora 25mila famiglie senza luce proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Droni sospetti, la Germania accelera: ora l’esercito può fornire armi alla polizia per abbattere quelli che sorvolano aree sensibili
Le forze armate tedesche saranno in grado di fornire supporto alla polizia, se necessario anche con l’impiego delle armi, contro droni che ostacolino il traffico aereo o sorvolino aree sensibili. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri accogliendo una proposta del titolare degli Interni Alexander Dobrindt (CSU). Nelle ultime settimane in diversi Paesi europei sono stati ripetutamente avvistati droni senza pilota sorvolare aree militari, impianti industriali ed aeroporti. Bruxelles, Copenaghen, Berlino e Monaco tra le altre città toccate. La coalizione di governo tedesca tra Cristiano-Democratici e Socialdemocratici ha adottato mercoledì una bozza di proposta del Ministero dell’Interno volta a modificare la legge sulla sicurezza aerea. Il disegno di legge prevede innanzitutto che le autorità di polizia federali verranno meglio attrezzate per difendersi dai droni e, se necessario, potranno richiedere aiuto in via amministrativa alle Forze Armate. Il supporto dell’Esercito sarà in via principale di fornitura di tecnologie di ricognizione e intervento. Tuttavia, qualora si temesse un attacco particolarmente grave attraverso i droni, il disegno di legge prevede che la Bundeswehr possa anche “impiegare le armi o altri mezzi d’azione”. Tra questi ultimi si annoverano i cosiddetti jammer, dispositivi che interrompono il contatto tra il drone e il suo radiocomando. Ciò sarebbe consentito, tuttavia, solo se si può presumere che il drone “sia destinato a essere utilizzato contro la vita umana o contro un’infrastruttura critica” potendo distruggerla, e che l’impiego della forza armata “sia l’unico mezzo per contrastare questa minaccia imminente”. In Germania l’esercito gode di poteri ampi unicamente in caso di difesa nazionale. L’impiego delle Forze Armate in tempi di pace all’interno del territorio invece ha un corsetto molto rigido, delineato soprattutto nell’articolo 87a della Costituzione che lo ammette sostanzialmente solo come assistenza in caso di catastrofi, pandemie, o a supporto della polizia. Tuttavia, secondo il ministro degli Interni Alexander Dobrindt, la modifica della legge sulla sicurezza aerea non implicherà la necessità di una riforma costituzionale, perché prevede lo strumento di un’assistenza in via amministrativa. Konstantin von Notz, membro dei Verdi della Commissione parlamentare affari interni, per contro ha recentemente sostenuto che l’impiego delle Forze Armate per la difesa dai droni non sarebbe possibile senza un emendamento costituzionale. “Anche se venisse dichiarato lo stato di tensione, consentendo alle Forze Armate tedesche di assumere il controllo, sarebbe necessaria una maggioranza di due terzi nel Bundestag”, ne cita le parole ZdF. Riferendosi al recente aumento dei sorvoli di droni, il Ministro Dobrindt ha indicato però che la Germania deve essere più preparata: anche se non ogni avvistamento rappresenta automaticamente una minaccia, può potenzialmente comportarla. In particolare, in riferimento ai dispositivi più grandi, che sono spesso al di là delle capacità della polizia, il progetto di legge prevede che l’esercito li potrà “combattere, intercettare e persino abbattere”. La legge ridurrà notevolmente “i processi di coordinamento e decisionali” ha assicurato Dobrindt. Normalmente sull’eventuale dispiegamento delle Forze Armate può decidere solo il Ministero della Difesa, e per le operazioni di assistenza interna è richiesto un accordo con il dicastero degli Interni. Il progetto di legge prevede invece che in casi particolarmente gravi di difesa dai droni, dove è anche urgente scoprire chi li sta controllando, per consentire rapidità d’intervento questo requisito possa essere derogato, e la richiesta di supporto avanzata a livello gerarchico inferiore a quello ministeriale. Anche se l’esercito può fornire assistenza solo nella misura in cui ciò non comprometta la propria missione di difesa nazionale e dell’Alleanza, che hanno sempre la precedenza, la prevenzione delle violazioni della sovranità statale ha finalità difensive ed è perciò anch’essa “un compito originario delle Forze Armate”. Questa sarebbe la base giuridica, secondo il diritto internazionale e costituzionale, che consentirebbe ai militari di abbattere i droni appartenenti a una potenza straniera che violino lo spazio aereo tedesco. Uno dei problemi sollevati fin qui all’assistenza dell’Esercito è tuttavia che per parlarsi di intervento difensivo si dovrebbe essere sicuri che il drone venga dall’esterno, non ci sarebbe invece legittimità ad un’azione militare se messo in volo dallo spazio aereo nazionale. Il tema delle minacce ibride è stato affrontato mercoledì pomeriggio dal ministro dell’Interno Dobrindt anche nella conferenza autunnale dell’Ufficio federale di polizia criminale (BKA). Dal Ministero degli Interni si chiedono da tempo anche norme più severe nei confronti degli attivisti che accedono senza autorizzazione alle piste degli aeroporti e resta aperto se saranno incluse anch’esse nel testo di riforma della legge sulla sicurezza aerea. I privati che utilizzano droni acquistati in un negozio di ferramenta non avranno comunque nulla di cui preoccuparsi, a condizione che abbiano registrato il dispositivo e rispettino le regole di distanza stabilite, ad esempio intorno agli aeroporti. 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