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Orbán e Fico mettono il veto sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina: Ue approva le conclusioni con soli 25 Stati membri
Viktor Orbán e Robert Fico non mollano e bloccano l’impegno europeo di sostegno all’Ucraina, almeno fino a quando Kiev non ripristinerà le forniture di petrolio russo ai due Paesi attraverso l’oleodotto Druzhba danneggiato dai bombardamenti. A niente sono serviti gli appelli degli altri Stati membri, tantomeno le richieste delle istituzioni Ue di rispettare la parola data. E nemmeno l’impegno del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di ripristinare le forniture entro un mese e mezzo, ammorbidendo così le sue posizioni intransigenti sui flussi di petrolio russo verso l’Ue. Così, il Consiglio Ue non ha potuto far altro che approvare le conclusioni in merito solo col sostegno di 25 Stati membri su 27 l’invio del prestito da 90 miliardi a sostegno dell’Ucraina e l’imposizione del ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. La decisione finale, raccontano fonti di Bruxelles, è arrivata dopo un lungo e concitato dibattito tra i capi di Stato e di governo, la maggior parte dei quali era impegnato a cercare di convincere Budapest e Bratislava a rispettare gli accordi raggiunti lo scorso anno. Orbán, raccontano, ha fatto un breve intervento sostenendo che la propria posizione è “legalmente solida”. Parole alle quali ha replicato il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, che ha definito il suo comportamento “inaccettabile” e “contrario” al principio della leale cooperazione previsto dai Trattati. D’altra parte, il leader ungherese, che tra meno di un mese dovrà affrontare le elezioni parlamentari in patria che lo vedono, almeno stando ai sondaggi, i netto svantaggio sul suo principale avversario, Peter Magyar, lo aveva anticipato in mattinata entrando all’incontro: “La posizione ungherese è molto semplice, siamo pronti a sostenere l’Ucraina quando avremo il nostro petrolio che è bloccato da loro. Fino ad allora non ci sarà alcuna decisione favorevole per l’Ucraina”. Inutili le promesse fatte da Kiev nei giorni scorsi, giudicate dai due Paesi dell’Est Europa “una farsa“: “Noi aspettiamo il petrolio. Tutto il resto è solo una favola. Crediamo solo ai fatti. Il petrolio deve arrivare in Ungheria e poi si aprirà un nuovo capitolo. Fino ad allora non possiamo sostenere alcuna proposta pro-ucraina. Senza quel petrolio tutte le famiglie ungheresi e le aziende andranno in bancarotta. Non è uno scherzo, non è un gioco politico, Volodymyr Zelensky dovrebbe capirlo”. I temi sul tavolo del Consiglio erano tanti, dalla guerra in Iran alla nuova crisi energetica, ma molti leader hanno deciso di lanciare un appello a Ungheria e Slovacchia, prima dell’incontro, affinché tornassero sulle loro posizioni. “Se si dice di impegnarsi su qualcosa, poi quell’impegno deve essere rispettato – ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola – Questo è sempre stato lo spirito del Consiglio europeo, così come lo è lo spirito della leale cooperazione tra le istituzioni. Il Parlamento ha votato sul prestito e la decisione è stata formalizzata anche dal Consiglio, ora ci aspettiamo che venga attuata. Sarà sempre richiesto a tutti coloro che siedono attorno al tavolo” Che il clima, però, non fosse favorevole al raggiungimento dell’unanimità era chiaro a tutti. Tanto che l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, si era detta “non molto ottimista, ma so che il presidente Costa si sta davvero impegnando al massimo per trovare una soluzione con Orbán “. Nel tentativo di sbloccare la situazione, supportando l’Ucraina nel ripristino dei flussi di petrolio, l’Unione europea aveva inviato dei suoi esperti nel Paese di Volodymir Zelensky per valutare le reali condizioni delle pipeline. Uno sforzo inutile, dato che Orbán e Fico hanno deciso di non rinunciare al proprio diritto di veto. X: @GianniRosini L'articolo Orbán e Fico mettono il veto sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina: Ue approva le conclusioni con soli 25 Stati membri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Zelensky minaccia Orbán: “Dovrei fargli fare un discorso dai nostri militari”. L’Ue avverte Kiev: “Linguaggio inaccettabile”
La crisi diplomatica tra Ungheria e Ucraina, che peggiora giorno dopo giorno dall’invasione russa, è deflagrata fino a richiedere l’intervento dell’Unione europea. Bruxelles, che si è sempre schierata al fianco di Kiev, spesso in rottura con Budapest, al fine di garantire il necessario sostegno militare ed economico negli anni del conflitto, questa volta ha dovuto redarguire pubblicamente Volodymyr Zelensky, reo di aver minacciato il premier magiaro, Viktor Orbán: il presidente ucraino ha detto che il premier si meriterebbe un avvertimento “a modo loro” dalle forze armate ucraine. Parole che hanno scatenato le proteste di Budapest e l’inevitabile presa di posizione dell’Unione europea che sta incentivando il percorso di adesione ucraino: “In relazione ai commenti fatti dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky – ha dichiarato il portavoce Olof Gill – siamo molto chiari come Commissione europea che questo tipo di linguaggio non è accettabile. Non devono esserci minacce contro gli Stati membri dell’Ue”. Fin dall’inizio della guerra in Ucraina, l’Ungheria ha rappresentato il principale ostacolo all’imposizione di sanzioni nei confronti della Russia a causa della dipendenza economica ed energetica di Budapest da Mosca. Questo ha generato nel tempo diversi episodi di scontro, come l’ultimo sul danneggiamento dell’oleodotto Druzhba, fondamentale per il flusso di petrolio russo verso l’Ungheria. Orbán ha annunciato, e lo ha poi fatto, che avrebbe bloccato il nuovo pacchetto di sanzioni a Mosca e il prestito da 90 miliardi dell’Ue a Kiev fino a quando gli ucraini non avrebbero riparato i danni fatti. Da lì l’escalation è diventata inarrestabile, fino alle ultime dichiarazioni in cui Zelensky ha detto che avrebbe fornito alle forze armate ucraine “l’indirizzo” della persona che blocca l’erogazione del prestito. “Lasciate che lo chiamino e discutano la questione con lui a modo loro”, ha detto. Dichiarazioni che hanno provocato la reazione sia del governo che del principale avversario politico del premier ungherese, Peter Magyar. Il portavoce dell’esecutivo, Zoltan Kovacs, ha parlato di “minaccia aperta. Questi ricatti hanno superato di gran lunga ogni limite accettabile. Le emozioni personali non hanno spazio in questioni come questa. L’Ungheria non può essere intimidita e non cederemo al ricatto”. Il capo dell’opposizione si è schierato col governo: “La leadership dell’Ue interrompa ogni legame con l’Ucraina finché il presidente Zelensky non chiarirà le sue parole e non si scuserà con tutti i cittadini ungheresi per le sue dichiarazioni. L’approvvigionamento energetico dell’Ungheria è una questione nazionale che trascende la politica di partito e le campagne elettorali”. Tra chi ha espresso solidarietà a Orbán c’è il premier slovacco, Robert Fico, che insieme a Budapest ha deciso di bloccare il prestito a Kiev: “Se il presidente ucraino continua così, potrebbe succedere che anche altri Stati membri dell’Ue blocchino il prestito da 90 miliardi all’Ucraina”, ha detto. Vicinanza è stata espressa anche dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ironizzato dicendo che i Paesi europei “dovrebbero applicare l’articolo 5 della Nato” a difesa di Budapest. Così, la Commissione Ue non ha potuto fare altro che condannare le parole del presidente ucraino, pur ricordando di rimanere fedele agli impegni presi: “Il nostro obiettivo più importante in questo momento è erogare il prestito concordato dal Consiglio europeo, un impegno che ci aspettiamo tutti i leader dell’Ue rispettino. Detto questo, l’escalation della retorica da tutte le parti non è né utile né favorevole al raggiungimento di questo obiettivo. Siamo in discussioni attive con tutte le parti con l’obiettivo di ridurre la retorica e realizzare gli obiettivi”. Intanto, però, si è ormai nel bel mezzo dell’escalation che il premier ungherese, in svantaggio di circa 20 punti in vista del voto del 12 aprile, cercherà di usare a fini elettorali. Così, parlando a Radio Kossuth, ha promesso di usare “ogni mezzo a sua disposizione” per ripristinare le forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba: “Smetteremo di lasciar transitare merci importanti per l’Ucraina fino a quando non riceveremo l’approvazione di Kiev per le forniture di petrolio”, ha detto. Parole che rispondono a quelle di Zelensky secondo cui l’oleodotto potrebbe essere riparato “in un mese e mezzo”, anche se non c’è “alcuna ragione tecnica o di sicurezza per farlo”: “Onestamente – ha aggiunto – non lo ripristinerei. Questa è la mia posizione. L’ho detto ai leader europei e a tutti coloro che mi hanno chiamato per discutere della questione, compresa la leadership dell’Ue, perché si tratta di petrolio russo. Ci sono alcuni princìpi che non hanno prezzo”. Come se non bastasse, a peggiorare la crisi tra i due Paesi arriva anche l’arresto e poi l’espulsione dall’Ungheria di sette cittadini ucraini, dipendenti di una banca del loro Paese, accusati di riciclaggio di denaro sporco. Le autorità fiscali di Budapest hanno “identificato i precedenti di sette ucraini detenuti in relazione a ingenti trasferimenti di denaro contante e oro in transito attraverso l’Ungheria – ha scritto su X Kovacs – L’operazione è stata supervisionata da un ex generale e maggiore dell’esercito, assistito da persone con esperienza militare. Sulla base di queste risultanze, i sette individui saranno espulsi dall’Ungheria”. In aggiunta, “il governo ungherese chiede risposte immediate all’Ucraina in merito alle ingenti spedizioni di denaro contante che transitano per l’Ungheria, sollevando la questione se il denaro possa essere collegato alla mafia di guerra ucraina – ha chiesto il ministro degli Esteri, Péter Szijjártó – Da gennaio sarebbero transitati attraverso l’Ungheria 900 milioni di dollari e 420 milioni di euro in contanti, oltre a 146 chili d’oro. Se si trattasse davvero di una transazione tra banche, allora sorge spontanea la domanda sul perché non viene gestita tramite bonifico e perché una quantità così enorme di denaro contante debba passare attraverso l’Ungheria. Finché Kiev non fornirà spiegazioni chiare sull’origine e lo scopo dei fondi, le autorità ungheresi condurranno un’indagine approfondita, inclusa una per riciclaggio di denaro avviata dall’amministrazione nazionale delle imposte e delle dogane”. L’arresto dei sette dipendenti della banca ucraina ha fatto scattare l’allerta per tutti i cittadini del Paese di Zelensky presenti in Ungheria. Tanto che Kiev ha sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare nello Stato del premier Orbán. X: @GianniRosini L'articolo Zelensky minaccia Orbán: “Dovrei fargli fare un discorso dai nostri militari”. L’Ue avverte Kiev: “Linguaggio inaccettabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, Zelensky sente Trump alla vigilia del bilaterale con gli Usa: “I colloqui salgano a livello di leader”
I colloqui tra Ucraina e Russia devono salire “al livello dei leader: questo è l’unico modo per risolvere tutte le questioni complesse e delicate e porre finalmente fine alla guerra”. Alla vigilia del bilaterale Ucraina-Usa in programma giovedì a Ginevra, Volodymyr Zelensky sente Donald Trump per discutere i temi sul tavolo del vertice svizzero. Ma nella telefonata, afferma il leader ucraino, sono stati discussi anche “i preparativi per il prossimo incontro dei team negoziali al completo in formato trilaterale all’inizio di marzo”, che non è ancora stato confermato, ma dovrebbe coinvolgere anche i rappresentanti di Mosca. “Ci aspettiamo che questo incontro offra l’opportunità di portare i colloqui a livello di leader. Il presidente Trump sostiene questo programma“, scrive sui social Zelensky. Alla telefonata hanno preso parte anche Steve Witkoff e Jared Kushner, gli inviati della Casa Bianca, che a Ginevra vedranno il capo negoziatore di Kiev Rustem Umerov. Gli ultimi due round negoziali si sono conclusi con un sostanziale stallo, ma la chiamata Trump-Zelensky potrebbe indicare la volontà di fare uno scatto in avanti. Il nodo è sempre quello dei territori: l’Ucraina si oppone alla cessione del Donbass e dellla regione di Zaporizhzhia, chiesta da Mosca con il beneplacito di Washington. Un tema su cui l’Unione europea di fatto non si esprime. “I nostri team lavorano intensamente e li ho ringraziati per tutto il loro lavoro e per il loro coinvolgimento attivo nelle trattative e negli sforzi per porre fine alla guerra”, scrive Zelensky. “Questo inverno è stato il più difficile per l’Ucraina, ma i missili per i sistemi di difesa aerea che acquistiamo dagli Stati Uniti ci stanno aiutando ad affrontare tutte queste sfide e a proteggere delle vite“. L'articolo Ucraina, Zelensky sente Trump alla vigilia del bilaterale con gli Usa: “I colloqui salgano a livello di leader” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, botta e risposta tra Zelensky e von der Leyen nell’anniversario dell’invasione. Dall’oleodotto Druzhba all’adesione: i punti di frizione
Non più tardi di una settimana fa, Volodymyr Zelensky e soprattutto i leader europei immaginavano la giornata del 24 febbraio come un’occasione per ribadire l’unità tra Kiev e Bruxelles contro l’invasore russo. E il messaggio di apertura della conferenza stampa nella capitale ucraina, dove il capo dello Stato ha ospitato, tra gli altri, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e quello del Consiglio Ue, Antonio Costa, andava in quella direzione: “Sappiamo che non siamo soli. Grazie per il vostro sostegno e la vostra amicizia”, ha detto il leader ucraino. Le dimostrazioni di serenità, se si fa eccezione per la ribadita promessa dell’Ue di stanziare fondi a favore dell’Ucraina, finiscono qui. Un po’ per le pressioni di Kiev che chiede certezze sul processo di adesione all’Ue che le garantirebbe, tra le altre cose, una bella fetta di fondi di coesione e anche un perimetro di sicurezza sul quale poter contare, ma soprattutto per la nuova azione ostruzionistica di Ungheria e Slovacchia che hanno deciso di bloccare il prestito da 90 miliardi fino a quando, ha spiegato il premier magiaro Viktor Orbán, l’Ucraina non avrà riparato l’oleodotto Druzhba che trasportava il greggio russo verso i due Paesi dell’Ue. TENSIONE SULL’OLEODOTTO È quest’ultimo punto quello più delicato, dato che il blocco imposto da Budapest e Bratislava è stato annunciato solo poche ore prima della trasferta di von der Leyen e Costa. La leader di Palazzo Berlaymont ha cercato di mantenere un clima disteso, rassicurando la controparte sul fatto che “il prestito dell’Unione europea da 90 miliardi di euro lo chiamiamo il prestito ‘porcospino d’acciaio‘ perché dovrebbe dare all’Ucraina la forza di un porcospino d’acciaio indigesto per potenziali invasori. Voglio essere molto chiara e anche il presidente del Consiglio lo ha detto. Il prestito è stato concordato da 27 capi di Stato e di governo in seno al Consiglio europeo che hanno dato la loro parola. Questa parola non può essere infranta, quindi manterremo il prestito in un modo o nell’altro. Voglio essere molto chiara, abbiamo diverse opzioni e le utilizzeremo”. E per dar forza alle proprie parole ha ricordato che “in questi quattro anni l’Unione europea ha fornito quasi 200 miliardi di euro in supporto militare e finanziario, più di qualsiasi altro partner, e ce ne saranno altri in arrivo”. La questione poteva chiudersi qui, almeno pubblicamente, ma Zelensky non aveva evidentemente intenzione di far passare il tema senza chiarire la propria posizione e quella del suo governo. L’Ue, ha detto all’inizio del suo intervento, “è stata con noi in questi anni difficili”, ma “c’è ancora molto da fare. Non ci deve essere posto per la flotta ombra russa nell’Ue. E non deve esserci posto per il petrolio russo sui mercati Ue”. Le sue parole, che in linea di principio sono condivise dai vertici delle istituzioni europee, hanno però costretto von der Leyen e Costa in un angolo, tra la necessità di dimostrare e garantire la volontà di continuare a sostenere Kiev e quella di arrivare il prima possibile a un punto d’incontro con Ungheria e Slovacchia per sbloccare il prestito in tempi rapidi. Anche per questo, la forzatura di Zelensky ha provocato la risposta secca della presidente della Commissione, secondo cui l’Ucraina dovrebbe “accelerare” la riparazione dell’oleodotto. Ha poi condannato, comunque, “gli attacchi russi” contro la pipeline, attacchi che mettono a rischio la “sicurezza energetica” dell’Ue. Per questo, ha aggiunto, “ringrazio il primo ministro croato Andrej Plenkovic per i suoi sforzi per aumentare il trasporto di petrolio verso Ungheria, Slovacchia e Serbia tramite la Adriatic Pipeline“. Le parole di von der Leyen trovano forza in un altro non-detto, ossia che i danni all’oleodotto sono frutto anche degli attacchi dei droni ucraini. Ma Zelensky ha comunque deciso di tenere il punto replicando nuovamente alla politica tedesca: l’oleodotto, ha detto, “è stato distrutto dalla Russia. Non è la prima né l’ultima distruzione causata dai russi. Abbiamo le foto, le immagini satellitari. Sta a Viktor Orbán parlare con Vladimir Putin, non può essere che la Russia distrugge, l’Ucraina ripara e poi la Russia attacca ancora mentre stiamo riparando. Quando arriva la nostra squadra di riparazione, la Russia attacca ancora per ammazzare la gente. Dovremmo riparare per cosa? Per perdere gente? È un prezzo molto alto“. ZELENSKY PRESSA PER ENTRARE NELL’UE I soldi sono importanti per Kiev, è stata la leadership ucraina a ribadirlo più volte: senza l’aiuto americano ed europeo la sua sopravvivenza sarebbe impossibile. Ma c’è anche un altro aspetto sul quale Kiev ha fretta di arrivare a una conclusione storica: l’adesione all’Unione europea. Nei giorni scorsi, diversi esponenti dei governi e delle istituzioni Ue, compreso anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno ribadito che il processo di adesione del Paese non può avvenire a discapito di altri Stati che stanno lavorando da molto tempo per rispettare tutti gli standard richiesti, come quelli dei Balcani occidentali. Dichiarazioni come queste hanno forse preoccupato il presidente ucraino che ha colto l’occasione della presenza di von der Leyen e Costa per mettere ulteriore pressione sulle istituzioni Ue: è di importanza “vitale” il fatto che “abbiamo iniziato a lavorare sui dettagli di una garanzia di sicurezza geopolitica chiave per l’Ucraina, una data chiara di adesione all’Ue. L’anno 2027 è molto importante per noi, spero che sia fattibile, in modo che Vladimir Putin non blocchi la nostra adesione per decenni”, ha detto. Anche in questo caso, però, all’accelerata di Zelensky è seguita la frenata di von der Leyen: “Capisco benissimo che per voi sia importante anche una data chiara. La data che stabilite è il punto di riferimento che volete raggiungere. Sapete che da parte nostra le date, di per sé, non sono possibili da stabilire. Ma naturalmente, da parte nostra è assolutamente chiaro che potete contare sul nostro supporto per raggiungere il vostro obiettivo”. Distensione e diplomazia da parte di von der Leyen, quindi, che ha comunque fatto capire a Zelensky che ulteriori forzature, al momento, non possono essere giustificate. “L’Ucraina è sulla buona strada per diventare membro dell’Unione europea – ha poi concluso ricordando, però, gli impegni che proprio Kiev è chiamata a rispettare – Sapete tutti che questo è un processo basato sui meriti. Deve esserlo. Ma questo significa anche che la velocità dipende dal Paese candidato“. X: @GianniRosini L'articolo Ucraina, botta e risposta tra Zelensky e von der Leyen nell’anniversario dell’invasione. Dall’oleodotto Druzhba all’adesione: i punti di frizione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, i paletti di Bruxelles per l’ingresso nell’Ue: “Potenziare gli organi anti-corruzione” (gli stessi che Zelensky ha provato a smantellare)
Mentre prosegue sottotraccia l’inchiesta “Midas” e si inasprisce lo scontro istituzionale tra i massimi uffici giudiziari del paese, Bruxelles fissa alcuni paletti sul percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue. Due di questi prevedono che Kiev rafforzi gli organi anti-corruzione e li sottragga del tutto al controllo della politica. L’accelerazione è il frutto della svolta arrivata nel dicembre 2025 nei negoziati, fino ad allora bloccati dal veto posto dell’Ungheria all’ingresso di Kiev nell’Unione. Ben sapendo che prima delle elezioni Viktor Orban non lo avrebbe revocato, i restanti 26 Stati hanno avviato trattative sostanziali senza attendere l’ok di Budapest. Lo stratagemma è consistito nel gettare la palla nel campo dell’Ucraina chiedendole di procedere più velocemente sui requisiti tecnici e sulle riforme necessarie per l’adesione in modo che, quando il blocco politico cadrà, il Paese potrà avviare la negoziazione vera e propria senza ulteriori ritardi. Così nelle scorse settimane Bruxelles ha inviato a Kiev una serie di documenti, pubblicati dalla European Pravda, uno per ciascuno dei capitoli negoziali previsti in questo nuovo iter. Uno di questi, il “Capitolo 23 – Giustizia e diritti fondamentali” riguarda la lotta alla corruzione, piaga endemica della pubblica amministrazione ucraina come dimostra l’inchiesta “Midas” condotta dall’Ufficio nazionale (Nabu) e dalla Procura specializzata anti-corruzione (Sapo) sul maxi-giro di tangenti che alla fine del 2025 ha portato alla rimozione di due ministri e del capo dello staff di Volodymyr Zelensky. Quella del contrasto alle tangenti è una delle principali condizioni poste da Bruxelles fin dall’inizio dei negoziati, necessaria per garantire la sicurezza e la continuità degli investimenti stranieri nel paese. E viene ribadita proprio nel Capitolo 23, che chiede espressamente a Kiev di “rafforzare l’indipendenza, l’efficacia del mandato e la capacità operativa delle istituzioni specializzate nella lotta alla corruzione” e più nello specifico di “estendere la giurisdizione della Nabu a tutte le cariche pubbliche ad alto rischio” e di “assegnare alla Sapo i poteri necessari per avviare procedimenti penali contro i membri del Parlamento senza la previa approvazione del Procuratore generale“, che viene nominato dal presidente. Ma anche di “rendere la procedura di selezione e licenziamento” di quest’ultimo “più trasparente e basata sul merito”. Le richieste sono precise e si basano su alcuni fatti accaduti nel 2025. Lo Ukraine Report 2025, il rapporto annuale che analizza lo stato di avanzamento delle riforme richieste a Kiev, ricorda che “a luglio (il 22, ndr) il Parlamento ha adottato una legge che smantella importanti garanzie per l’indipendenza della Nabu e della Sapo e pone il loro lavoro operativo sotto l’autorità del Procuratore generale, nominato politicamente. Tali modifiche avrebbero gravemente indebolito il quadro anticorruzione dell’Ucraina”. Il governo aveva subito fatto marcia indietro di fronte alle più grandi proteste di piazza scoppiate nel paese dall’inizio della guerra e alle minacce dell’Ue di tagliare diversi programmi di finanziamento, che avevano indotto Zelensky in persona a presentare una nuova legge che ripristinava l’indipendenza dei due enti, ma che non affronta “molte altre problematiche, comprese quelle che (…) garantiscono al Procuratore Generale l’accesso a qualsiasi materiale di indagine preliminare (ad eccezione di quelli di Nabu e Sapo). Tali disposizioni compromettono la meritocrazia all’interno del servizio giudiziario e aumentano i rischi di indebite interferenze nei procedimenti penali”. L’Ue insiste sulla figura del Procuratore generale, e non è un caso. Il 21 luglio, 24 ore prima dell’approvazione della controversa legge, era accaduto un altro fatto. Ruslan Kravchenko, capo della Procura generale nominato appena un mese prima proprio da Zelensky, aveva inviato i Servizi di sicurezza interni (SBU) negli uffici della Nabu che già stava indagando sul maxi-giro di tangenti per 100 milioni di euro che di lì a qualche mese avrebbe investito il governo, facendo sequestrare materiale relativo a diverse inchieste e arrestare due importanti investigatori, scarcerati qualche mese dopo per insufficienza di prove, con l’accusa di avere legami con la Russia. La mossa era stata interpretata da diversi osservatori come un attacco frontale di Zelensky a Nabu Sapo, che aveva dato inizio allo scontro istituzionale tutt’ora in corso tra il Procuratore generale e le due agenzie anti-corruzione. “Il ruolo del Procuratore generale rimane politicizzato“, rimarca lo Ukraine Report 2025, mentre al Paese occorre “un quadro anti-corruzione solido e indipendente“. Se Kiev intende proseguire nel suo cammino di adesione all’Ue deve porre rimedio, è il messaggio di Bruxelles. L'articolo Ucraina, i paletti di Bruxelles per l’ingresso nell’Ue: “Potenziare gli organi anti-corruzione” (gli stessi che Zelensky ha provato a smantellare) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina. Il fondo ai Caraibi, le società alle Marshall, le banche in Svizzera: così l’ex ministro Galushchenko & C. riciclavano le tangenti del settore energetico
Un fondo di investimento in un paradiso fiscale ai Caraibi. Due società in un’isola nell’Oceano Pacifico che investivano nel fondo attraverso tre banche in Svizzera. Al centro dello schema l’ex moglie e i 4 figli di Herman Galushchenko, l’ex ministro ucraino dell’Energia coinvolto nell’inchiesta “Midas” e arrestato domenica mentre tentava di fuggire all’estero. Un complicato gioco di scatole cinesi usato, secondo l’Ufficio nazionale (Nabu) e la Procura specializzata anti-corruzione (Sapo), per riciclare oltre 100 milioni di dollari frutto delle tangenti imposte sugli appalti del settore energetico, già in ginocchio dopo anni di bombardamenti russi. Tutto comincia nel febbraio 2021 quando sull’isola di Anguilla, territorio britannico d’oltremare nei Caraibi orientali con giurisdizione a tassazione nulla, viene registrato un fondo “che avrebbe dovuto attrarre circa 100 milioni di dollari di investimenti”, specificano i pm. L’operazione è orchestrata dal gruppo che gravita attorno a Timur Mindich, ex socio di Volodymyr Zelensky e deus ex machina di quella che gli inquirenti chiamano la “lavanderia“. Il fondo viene intestato a un conoscente di lunga data dell’organizzazione, un cittadino delle Seychelles e di Saint Kitts e Nevis, lo Stato sovrano più piccolo dell’emisfero occidentale situato come Anguilla nelle Piccole Antille, che aveva il compito di riciclare le mazzette. Tra gli “investitori” del fondo figura anche la famiglia di Galushchenko. La sua partecipazione è schermata attraverso due società create dall’altra parte del globo, nelle Isole Marshall, integrate nella struttura di un trust registrato a Saint Kitts e Nevis e tra i cui beneficiari figurano l’ex moglie e i quattro figli dell’ex ministro. Queste due società iniziano a investire nel fondo di Anguilla acquistandone le azioni e i membri della “lavanderia”, “nell’interesse del sospettato” specificano i pm, trasferiscono soldi sui conti del fondo aperti presso tre banche svizzere. Il meccanismo alla base del riciclaggio è riassunto in uno schema elaborato dai magistrati. Il denaro frutto delle tangenti incassate sugli appalti di Energoatom, il colosso statale dell’energia, viene raccolto da “Rocket“, nome con il quale nelle chat dell’organizzazione viene indicato Ihor Myroniuk, ex consigliere di Galushchenko, e trasferito nella “lavanderia” in cui operano “Carlson” (ovvero Mindich), “Che Guevara” (l’ex vicepremier Oleksiy Chernyshov) e “Sugarman”, ovvero Oleksandr Tsukerman, incaricato della gestione tecnica del riciclaggio. Il totale raccolto, per gli inquirenti che in questa indagine collaborano con i colleghi di altri 15 paesi, è di 112 milioni di dollari in contanti. I soldi vengono quindi convertiti in criptovalute su piattaforme internazionali, trasferiti nel fondo sull’isola di Anguilla che è partecipato dalle due società intestate intestate all’ex moglie e ai quattro figli di Galushchenko, che acquistano quote del fondo diventandone “investitori”. A quel punto i capitali risultano apporti privati e sono perfettamente ripuliti. Da lì, il denaro prende la via della Svizzera. Secondo l’accusa, sui conti elvetici intestati al fondo sarebbero arrivati 7,4 milioni di dollari. Altri oltre 1,3 milioni di franchi svizzeri e 2,4 milioni di euro sarebbero stati consegnati in contanti alla famiglia dell’ex ministro. Parte di questi, sottolineano i pm, “è stata spesa per pagare l’istruzione dei figli in prestigiosi istituti svizzeri ed è stata depositata sui conti dell’ex moglie. Il resto è stato collocato su depositi bancari, dai quali la famiglia dell’alto funzionario riceveva redditi aggiuntivi e li spendeva per esigenze personali”. Il 15 febbraio Galushchenko è stato fermato dai detective della Nabu mentre tentava di lasciare l’Ucraina. Ora è accusato di riciclaggio e associazione a delinquere. L'articolo Ucraina. Il fondo ai Caraibi, le società alle Marshall, le banche in Svizzera: così l’ex ministro Galushchenko & C. riciclavano le tangenti del settore energetico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il Comitato olimpico per paura della verità semina il caos”: l’attacco di Zelensky dopo l’esclusione dell’atleta Heraskevych
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha attaccato il Comitato olimpico per la decisione di escludere l’atleta di skeleton Vladyslav Heraskevych dalle Olimpiadi invernali, sottolineando che questo “non ha nulla a che fare con la pace”. L’atleta 27enne, specialista di skeleton e portabandiera della delegazione ucraina alla cerimonia di apertura, è stato squalificato perché il suo casco viola l’articolo 50 della Carta Olimpica, che proibisce qualsiasi forma di “propaganda politica” nei luoghi di gara, nel Villaggio Olimpico o durante le cerimonie di premiazione. L'articolo “Il Comitato olimpico per paura della verità semina il caos”: l’attacco di Zelensky dopo l’esclusione dell’atleta Heraskevych proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, l’Ufficio nazionale anti-corruzione: “I servizi segreti hanno spiato un investigatore del caso Midas”
Qualcuno ha piazzato “cimici” in casa di un investigatore della Nabu, l’Ufficio nazionale anti-corruzione, che lavora all’inchiesta “Midas“. La notizia è arrivata dalla stessa Nabu su Telegram e il suo direttore Semen Kryvonos ha fornito ulteriori dettagli durante la presentazione della relazione delle attività dell’ufficio per il secondo semestre del 2025. L’indagine sul presunto maxi-giro di tangenti per 100 milioni di dollari che è costato la poltrona a due ministri e al braccio destro del presidente Volodymyr Zelensky continua a riservare colpi di scena. “Nell’abitazione di un capo dell’unità investigativa della Nabu, che indaga sulla corruzione nel settore della difesa, sono stati trovati dispositivi per la raccolta clandestina di informazioni”, ha reso noto la Nabu il 10 febbraio. In particolare, “l’unità sta indagando su truffe nell’acquisto di droni e il suo responsabile fa parte del gruppo di investigatori del caso ‘Midas'”. “Secondo i dati preliminari, il tentativo di installare i dispositivi di intercettazione è stato effettuato da membri di un organo di polizia – prosegue la nota -. Il Bureau nazionale ha già avviato un’indagine preliminare su questo fatto”. “I dipendenti di una delle forze dell’ordine hanno installato delle apparecchiature senza alcuna autorizzazione del tribunale – ha spiegato Kryvonos poco dopo, come riferito dall’Ukrainska Pravda -. Ora stiamo esaminando la questione in dettaglio. Cosa pensavano di ascoltare a casa della responsabile della divisione? Hanno commesso un reato. Voglio solo che sappiano che siamo a conoscenza di ciò che hanno fatto. Continuano a tramare, a esercitare pressioni sulle persone. Conosciamo i nomi di questi signori e chi è coinvolto” nell’operazione. A spiegare chi potrebbe aver collocato le “cimici” è stato Oleksandr Klymenko, direttore del Sapo, la Procura specializzata anticorruzione che lavora in parallelo con la Nabu, che ha puntato il dito contro l’Sbu (Sluzhba Bezpeky Ukrainy) il Servizio di Sicurezza ucraino. “Nel Paese è in corso un’invasione su vasta scala e allo stesso tempo il Servizio di sicurezza sta dedicando risorse enormi all’indagine sulla mancata dichiarazione di alcuni beni da parte di un detective. Eppure non è di loro competenza, è una violazione della legge”, ha detto Klymenko durante il briefing-presentazione del rapporto semestrale. Kryvonos ha aggiunto che nelle ultime settimane diverse forze dell’ordine hanno lavorato per raccogliere informazioni sulla Nabu e che i dipendenti dell’ufficio sono nel mirino: “Che si tratti di insinuazioni o di preparativi per qualcos’altro, è in corso un’ondata di diffamazione contro queste persone”. L'articolo Ucraina, l’Ufficio nazionale anti-corruzione: “I servizi segreti hanno spiato un investigatore del caso Midas” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Volodymyr Zelensky
Financial Times: “Il 24 febbraio Zelensky vuole annunciare le elezioni presidenziali e il referendum sull’accordo di pace”
C’è una data per l’annuncio delle elezioni presidenziali e del referendum in Ucraina. Il 24 febbraio il presidente Zelensky dovrebbe parlare alla nazione, nel giorno del quarto anniversario dell’invasione. Lo scrive il Financial Times citando funzionari ucraini ed europei. Secondo la testata londinese, il governo ucraino vorrebbe chiamare il popolo alle urne, lo stesso giorno, per le elezioni politiche e il referendum su un eventuale accordo di pace con la Russia. La scelta è seguita alle pressioni di Donald Trump, affinché entrambe le votazioni si tenessero entro il 15 maggio, pena la perdita delle garanzie di sicurezza proposte dagli Usa. Il presidente Usa vorrebbe porre fine alla guerra entro l’estate, per correre alle elezioni di midterm senza il fardello della guerra in Ucraina. “Gli ucraini hanno questa idea radicata che tutto debba essere legato alla rielezione di Zelensky”, ha affermato un funzionario occidentale, riferendosi al possibile referendum sull’accordo di pace. Secondo il Financial Times, il governo sarebbe disposto a soddisfare rapidamente le richieste americane, nonostante i sondaggi indichino un calo dei consensi per il presidente. Ma sia la road map che l’ultimatum degli Stati Uniti non è detto che saranno rispettati, secondo funzionari ucraini e occidentali sentiti dal Financial Times. La grande incognita risiede nei progressi verso un accordo di pace con il presidente russo Vladimir Putin. Secondo il calendario di lavoro, il Parlamento ucraino fra marzo e aprile dovrebbe lavorare alle modifiche legislative necessarie per consentire il voto in condizioni di guerra. La legge marziale vieta all’Ucraina di tenere elezioni nazionali durante un conflitto armato. Secondo la testata, Zelensky vorrebbe massimizzare le sue prospettive di rielezione, rassicurando al contempo Donald Trump che Kiev non sta rallentando un accordo di pace. Sul campo, intanto, le truppe russe sarebbero avanzate nelle ultime 24 ore, soprattutto in due aree della Repubblica Popolare di Donetsk: Ilyinivka e Stepanivka. Lo ha dichiarato alla Tass l’esperto militare Andrei Marochko. Secondo quest’ultimo, le forze ucraine stanno cercando di riconquistare posizioni perse nei pressi della stazione ferroviaria della città, dove i combattimenti sono descritti come “feroci, intensi e tesi”. La scorsa settimana, Mosca aveva ampliato la sua area di controllo fino a 1,5 km attorno a tre insediamenti vicini a Kostiantynivka. I raid russi non si fermano. Un attacco nella regione orientale di Kharkiv ha ucciso tre bambini e un adulto, ha annunciato il capo dell’amministrazione militare locale Oleg Synegubov. Secondo un rapporto della Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina (Hrmmu) pubblicato all’inizio di gennaio, quasi 15.000 civili ucraini sono stati uccisi e 40.600 feriti dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio 2022. Il rapporto afferma che il 2025 è stato l’anno più mortale dopo il 2022, con oltre 2.500 civili uccisi. L'articolo Financial Times: “Il 24 febbraio Zelensky vuole annunciare le elezioni presidenziali e il referendum sull’accordo di pace” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Zelensky: “Possibile accordo Usa-Russia da 12 trilioni. Non sosterremo mai decisioni sull’Ucraina prese senza di noi”
Usa e Russia potrebbero firmare accordi di cooperazione economica dal valore di 12 trilioni di dollari, e non è escluso che gli affari si conducano sulla pelle dell’Ucraina. Il monito sarebbe stato lanciato da Zelensky durante una conversazione con i giornalisti, secondo la testata Ukrinform. IL PRESIDENTE: “GLI ACCORDI NON VIOLINO LEGGI E COSTITUZIONE DI KIEV” “L’intelligence mi ha mostrato il cosiddetto ‘pacchetto Dmitriev’, che lui ha mostrato negli Stati Uniti, il volume è di circa 12 trilioni di dollari”, le parole del leader ucraino. “Si tratta presumibilmente di un pacchetto di cooperazione economica tra America e Russia”. Secondo Ukrinform, il presidente teme che questi documenti potrebbero contenere anche questioni relative all’Ucraina, almeno a giudicare dai segnali sui media. “Dimostriamo chiaramente che l’Ucraina non sosterrà eventuali accordi tra le parti su di noi senza di noi”, avrebbe detto Zelensky ai cronisti. Poi avrebbe spiegato i paletti posti dalla delegazione di Kiev ai negoziati di pace: “Se ci saranno accordi bilaterali tra Russia e Stati Uniti, i punti che saranno correlati all’Ucraina non potranno contraddire la Costituzione ucraina, le leggi ucraine e non dovrebbero essere discussi senza l’Ucraina. L’Ucraina mostrerà la sua reazione in caso di tali rischi”. “MOSCA POTREBBE TRASCINARE IN GUERRA LA BIELORUSSIA CON I MISSILI ORESHNIK” Zelensky è preoccupato anche per il possibile ingresso della Bielorussia nel conflitto. I missili balistici Oreshnik, della Russia, arriveranno sul suolo di Minsk minacciando anche l’Europa. “Stiamo dicendo al popolo bielorusso che sta venendo trascinato in una guerra contro l’Ucraina”, ha detto il presidente. Aggiungendo: “Questo regime è alleato dell’aggressore, ma in Bielorussia ci sono persone che non prendono parte direttamente alla guerra. Tuttavia crediamo che ci siano rischi”. Il leader ha ricordato i corridoi aerei sfruttati da Putin in Bielorussia, per attaccare con i droni il settore energetico e lasciare i civili ucraini al freddo: “Si tratta di supporto tecnico, attrezzature tecniche sulle antenne in Bielorussia che hanno aiutato i droni. L’Ucraina ha affrontato la questione e ha trovato il modo di utilizzare alcune antenne per ridurre la portata degli attacchi contro di noi. Ma non possiamo affrontare la questione Oreshnik con la stessa discrezione con cui abbiamo affrontato la questione delle antenne in Bielorussia”, ha spiegato Zelensky. Secondo lui, i lavori preparatori per l’invio di Oreshnik in Bielorussia sono già stati svolti. L'articolo Zelensky: “Possibile accordo Usa-Russia da 12 trilioni. Non sosterremo mai decisioni sull’Ucraina prese senza di noi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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