Dall’inizio dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l‘Iran, ma
anche nei giorni precedenti, sono numerosi i voli di droni Usa dalla base di
Sigonella verso il Golfo Persico. Decolli e atterraggi con cadenza quasi
giornaliera di un MQ-4C Triton che – dopo un viaggio di oltre 3.500 chilometri –
pattuglia per ore il tratto di mare davanti alle coste iraniane prima di
rientrare in Sicilia. Ma quali sono le caratteristiche di questo drone e,
soprattutto, qual è il suo reale utilizzo?
Il 5 marzo scorso, parlando delle basi militari Usa in Italia, la presidente del
Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato che l’utilizzo è concesso “in virtù di
accordi che risalgono al 1954″: intesa bilaterale, va precisato, per gran parte
secretata, quindi non pubblica. La premier però assicura che “ci sono delle
autorizzazioni tecniche quando si parla chiaramente di logistica e di cosiddette
operazioni non cinetiche” cioè, ha precisato, “operazioni di non bombardamento“.
Diverso sarebbe il caso di utilizzo attivo nei raid. “Se poi arrivassero
richieste di uso delle basi italiane per fare altro, la competenza sarebbe del
governo di decidere se concedere un nuovo utilizzo più esteso, ma io penso che
in quel caso dovremmo decidere noi insieme al Parlamento”, ha dichiarato.
Ma il concetto di operazioni logistiche è di difficile interpretazione
soprattutto quando si parla di un aeromobile a pilotaggio remoto, il MQ-4C
Triton, considerato uno dei più avanzati gioielli della tecnologia militare
moderna. Non si tratta di un drone armato, capace di compiere attacchi, ma le
sue caratteristiche gli permettono di essere un supporto determinante per i
bombardamenti.
Prodotto dalla statunitense Northrop Grumman, il MQ-4C Triton è divenuto
pienamente operativo per la US Navy nel 2023 e a fine marzo 2024 il primo
esemplare è arrivato alla Naval Air Station di Sigonella, nel Catanese. È stato
sviluppato con diverse caratteristiche e finalità: fornire missioni di
intelligence, sorveglianza e ricognizione in tempo reale su vaste regioni marine
e costiere, sorveglianza marittima continua, può condurre missioni di ricerca e
soccorso e anche integrare il velivolo da pattugliamento P-8 Poseidon. Un MQ-4C
Triton, secondo alcune fonti, ha un costo tra i 150 e i 200 milioni di dollari a
esemplare: l’Amministrazione Usa nel 2008 ha sottoscritto un primo contratto con
la Northrop Grumman da 1,16 miliardi di dollari solo per lo sviluppo e la
produzione del prototipo del velivolo: “Il più grande investimento della Marina
Militare in sistemi aerei senza pilota fino ad oggi”, venne definito dal
Dipartimento della Difesa Usa.
Non si tratta certo di un drone di piccole dimensioni. Ha una lunghezza di oltre
13 metri e un’apertura alare di quasi 40 metri per un peso di oltre 14mila
chili. La sua peculiarità sono le prestazioni: opera a un’altitudine superiore
ai 50mila piedi (cioè oltre 15mila metri), può contare su un’autonomia di 24 ore
e raggiungere una velocità di 610 km/h. Durante una missione di un giorno può
pattugliare un’area operativa di diversi milioni di chilometri quadrati. Per
pilotarlo da terra sono necessari 4 membri del personale militare: in realtà il
Triton è semi-autonomo, quindi gli operatori devono solo scegliere un’area
operativa e impostare velocità, altitudine e obiettivo: non serve azionare i
comandi. “Triton può vedere più lontano, volare più a lungo, agire più
rapidamente, identificare più rapidamente ed è più resistente rispetto ai
sistemi senza equipaggio a media quota meno efficienti”, scrive la Northrop
Grumman sul suo sito.
A bordo sono poi presenti tecnologie estremamente sofisticate: con il suo
sistema radar può identificare un bersaglio in tutte le condizioni
meteorologiche. Fornisce un sistema di allerta precoce delle minacce
missilistiche e un sistema di rilevamento e puntamento a distanza ravvicinata. E
può operare in collaborazione con altre strutture ed equipaggi attraverso lo
scambio tempestivo di dati. Scatta anche immagini ad alta definizione e utilizza
un software avanzato di riconoscimento delle immagini per classificarle senza
l’intervento degli operatori. Ha così la capacità di identificare, classificare
e monitorare obiettivi a distanze notevolmente superiori a quelle raggiungibili
dalle capacità di rilevamento di potenziali nemici, inclusi navi o missili
terra-aria. L’enorme mole di dati raccolti dai sensori del drone viene poi
analizzata dagli esperti dello squadrone VUP-19 “Big Red” della US Navy,
trasformandola in informazioni preziose per la Marina americana.
Quindi si tratta di un velivolo che può sia raccogliere dati utili a proteggersi
da eventuali attacchi ma che è anche capace di acquisire target. Il MQ-4C Triton
può infatti geolocalizzare bersagli marittimi e costieri, fornendo dati di
tracciamento di “qualità d’arma” (weapons-quality tracks) che vengono inviati in
tempo reale ad altre piattaforme per facilitare il raid. Il drone è in grado di
condurre ricognizioni dettagliate sull’obiettivo prima dell’attacco e,
successivamente, anche valutare i danni subiti dal nemico.
Ma allora quei voli partiti da Sigonella, per ore davanti alle coste iraniane,
sono pattugliamenti per prevenire attacchi o supporto ai bombardamenti di Usa e
Israele? Su questo non si possono avere sicurezze. Di certo però ci sono alcuni
dei dati di sorvolo visibili dalle piattaforme di monitoraggio dei velivoli: il
drone, infatti, viene spesso utilizzato rendendo visibili i suoi spostamenti.
Domenica 8 marzo, ad esempio, ha condotto assieme a un Boeing P-8A Poseidon una
missione coordinata sul Golfo Persico settentrionale, concentrandosi sulla costa
iraniana vicino a Bushehr. La rotta seguita dal drone mostra un lungo sorvolo
nei pressi della costa e anche vicino all’isola iraniana di Kharg, il principale
terminal petrolifero iraniano. Come sottolinea ItaMilRadar, un progetto di
intelligence open source, questo è un aspetto molto rilevante in un contesto in
cui Washington sta valutando opzioni che coinvolgono proprio l’isola al largo di
Bushehr: indiscrezioni parlano anche dell’intenzione degli Usa di occupare, con
una forza terrestre, l’isola dove transita il 90% del petrolio di Teheran e
prendere così il controllo dello stretto di Hormuz. E per questo i dati raccolti
dal drone potrebbero risultare fondamentali per l’assalto.
Nella foto un MQ-4C Triton a Sigonella (di Dvids)
L'articolo Quali sono i droni Usa che decollano da Sigonella e a cosa servono:
dalla protezione contro gli attacchi dell’Iran al supporto ai raid proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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Il pacchetto comprende droni in grado di neutralizzare gli Shahed, oltre a
tecnici e istruttori per utilizzarli. Volodymyr Zelensky tenta di entrare nella
partita iraniana offrendo ai paesi del Golfo finiti sotto il fuoco di Teheran
quanto di meglio l’Ucraina può offrire sul piano bellico. La partenza di un
gruppo di addestratori è prevista per oggi, ha detto ieri il presidente ucraino
ieri durante un incontro con il primo ministro olandese Rob Jetten, mettendo sul
piatto il surplus produttivo ucraino di velivoli senza pilota: “Siamo pronti a
vendere il volume che il nostro esercito non sta utilizzando. In linea di
principio, è abbastanza grande. Tre paesi sono sicuramente pronti ad
acquistare”. Con gli Stati Uniti, invece, la collaborazione sarebbe già avviata.
Giovedì, ha spiegato il leader ucraino al New York Times, Washington ha
presentato una richiesta di aiuto a Kiev e venerdì una squadra di addestratori è
decollata alla volta della Giordania con il compito di studiare il modo di
proteggere le basi militari Usa.
La proposta di Kiev parte da lontano. Subito dopo l’invasione russa, l’Ucraina
ha utilizzato costosi missili o ancora più dispendiosi intercettori Patriot per
abbattere i droni iraniani utilizzati dall’esercito russo. Una strategia che ben
presto si è rivelata insostenibile economicamente: se uno Shahed costa tra i
50.000 e i 100.000 dollari, per un Patriot made in Usa ne servono tra i 3 e i 4
milioni. Così nel corso degli anni Kiev ha sviluppato intercettori a basso costo
il cui prezzo si aggira tra i 1.000 e i 2.000 dollari – anche se per chi
acquista dall’estero si sale considerando il costo degli istruttori e dei
programmi di addestramento -, portando i sistemi dal prototipo alla produzione
di massa. E ora si dice convinta di riuscire a mettere a disposizione degli
Stati Uniti e dei loro alleati in Medio Oriente l’esperienza appresa negli
ultimi 4 anni di guerra.
I missili intercettori infatti sono merce non solo costosa, ma anche abbastanza
rara. A inizio gennaio Lockheed Martin, tra i principali fornitori delle Forze
armate statunitensi, ha dichiarato di aver toccato il record di 600 intercettori
PAC-3 MSE per le batterie Patriot assemblati in tutto il 2025. Il progetto è di
arrivare a 2.000 entro il 2032, ma la prima settimana di guerra contro l’Iran è
bastata a sollevare forti dubbi sulla durata delle scorte Usa. In questo
contesto un contributo ucraino fatto di droni a basso costo facili e veloci da
produrre sarebbe determinante. Ma se Kiev ha messo in piedi negli anni un buon
apparato di produzione di droni, non ha mai costruito in house sistemi di difesa
contro i missili balistici e ottenere i missili Patriot in grado di contrastare
questi ultimi rimane la vera sfida. Così Zelensky propone uno “scambio” ai
partner: “Vorremmo ricevere in modo discreto i missili Patriot di cui siamo
carenti e fornire loro in cambio un numero corrispondente di droni
intercettori”.
Il sistema produttivo, affermano le aziende, sarebbe in grado di affrontare le
richieste. SkyFall, nota per il suo drone bombardiere Vampire e per
l’intercettore P1-SUN specializzato nell’abbattimento di droni kamikaze come gli
Shahed, ha stimato di riuscire a produrre fino a 50.000 velivoli intercettori al
mese ed esportarne da 5.000 a 10.000 senza interferire con le esigenze
dell’esercito ucraino. Oleksandr Yakovenko, fondatore di TAF Industries, ha
dichiarato al Financial Times che gli Emirati Arabi Uniti hanno richiesto 5.000
droni, il Qatar 2.000, e anche il Kuwait si è detto interessato: “Vogliono
capire come integrare i nostri velivoli nei loro sistemi di difesa, perché non
basta affidarsi solo ai Patriot”. Lo Ukrainian Council of Defence Industry, che
riunisce le principali aziende del settore, ha stimato che oggi i produttori di
droni intercettori ne costruiscono circa il doppio di quelli necessari
all’esercito ucraino nella guerra con la Russia.
Per vendere all’estero, tuttavia, serviranno alcuni provvedimenti legislativi.
Dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022, Kiev ha imposto un embargo
sulle esportazioni di armi allo scopo di destinare tutte le forniture alle
proprie forze armate. Il 28 ottobre Zelensky ha incaricato il ministero della
Difesa di avviare “l’esportazione controllata” di armi all’estero e il 9
febbraio ha annunciato la volontà di aprire 10 centri di esportazione di armi in
tutta Europa, dalla Germania – dove è stato avviato un progetto da 100 milioni
di euro in joint venture con l’azienda tedesca Quantum Systems – al Regno Unito,
con il quale Kiev ha firmato un accordo di licenza per la produzione in serie
del drone intercettore Octopus. “Abbiamo bisogno di qualcosa di più di semplici
dichiarazioni- ha detto all’Associated Press Yevhen Mahda, direttore esecutivo
dell’Institute of World Policy, think tank di Kiev specializzato nell’analisi
della politica estera e della sicurezza nazionale -, Come possiamo parlare di
esportazioni se ufficialmente non vendiamo ancora nulla?”.
L'articolo Guerra all’Iran, il progetto di Zelensky: vendere a Usa e paesi del
Golfo droni per bloccare gli Shahed in cambio di missili Patriot proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Ha tentato di spiare la sua ex compagna utilizzando un drone, facendolo volare
fino al balcone dell’abitazione della donna. Ma il piano è fallito quando il
velivolo si è schiantato contro la finestra, permettendo ai Carabinieri di
identificarlo e arrestarlo poco dopo. Protagonista della vicenda un 28enne, ora
ai domiciliari con l’accusa di atti persecutori.
L’episodio è avvenuto alla periferia di Napoli nel quartiere di San Giovanni a
Teduccio. Secondo quanto ricostruito, l’uomo avrebbe fatto decollare il drone
con l’obiettivo di controllare la donna, tentando di posizionarlo davanti al
balcone dell’abitazione. Tuttavia, per cause ancora in corso di accertamento –
forse il vento o un errore di manovra – il dispositivo ha perso il controllo
finendo contro la finestra della donna.
A quel punto il 28enne si è dato alla fuga, lasciando il drone sul posto. La
vittima, che aveva assistito alla scena, aveva già contattato il 112. I militari
della Stazione Carabinieri di San Giovanni a Teduccio sono intervenuti,
sequestrando il velivolo e analizzando i filmati registrati dalla telecamera di
bordo. Le immagini si sono rivelate decisive. Nei video, infatti, compariva
chiaramente il volto dell’uomo in primo piano e in alta definizione, inquadrato
mentre sistemava gli ultimi dettagli prima del decollo. Rintracciato poco dopo
presso la propria abitazione, il giovane è stato arrestato in flagranza
differita per atti persecutori. Attualmente si trova agli arresti domiciliari,
in attesa di giudizio.
Foto d’archivio
L'articolo Spia la ex con un drone, ma il velivolo si schianta contro la
finestra: arrestato 28enne proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Dieci anni fa la nostra era una misura preventiva, un atto lungimirante da
parte della società civile, che aveva capito che un giorno l’intelligenza
artificiale sarebbe stata integrata nel settore militare. Adesso quel momento è
arrivato, l’IA è già stata integrata nei dispositivi di molte forze armate ma il
settore vive una deregulation totale, come nessun’altra forma d’arma”. Prima di
diventare direttrice esecutiva della campagna internazionale Stop Killer Robots,
l’anno scorso, Nicole van Rooijen ha lavorato per anni per la Croce rossa
internazionale Ginevra, occupandosi dell’assistenza ai civili nei teatri di
guerra, come l’Afghanistan. Giovedì van Rooijen è sbarcata a Roma, al Senato
della Repubblica su iniziativa di Archivio Disarmo in collaborazione con Rete
Italiana Pace e Disarmo, per fare il punto sulla campagna internazionale che, da
dieci anni, cerca di raggiungere un consenso tra gli Stati per un trattato
regolamentazione dell’uso delle armi autonome (o robot killer), ossia tutti quei
dispositivi bellici che non richiedono il controllo umano per operare, dai cani
robot con la mitragliatrice ai software che usano l’intelligenza artificiale per
identificare i bersagli di raid aerei e missilistici. Strumenti che da qualche
anno sono passati dalla fantascienza alla realtà più cruda, sui campi di
battaglia più caldi come quello di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan, passando il
controllo dei confini e per tutte le repressioni del dissenso in giro per il
mondo. “La nostra proposta si articola su tre punti. Proibire le armi autonome
che agiscano in modo non prevedibile e senza un controllo umano significativo in
ultima istanza. Proibire i sistemi d’arma autonomi creati per mettere nel mirino
specificamente le persone. Imporre che qualunque tipo di arma autonoma preveda
un controllo umano di ultima istanza già in fase di produzione. L’obiettivo è
che la decisione di premere il grilletto sia sempre in capo alla decisione etica
e legale di un essere umano”.
Com’è portare avanti una campagna contro le armi autonome in una fase come
questa, in cui i conflitti non fanno che aumentare?
È molto difficile, non lo nascondo. Ma anche per questo la nostra campagna è
cruciale. Molti Paesi, soprattutto occidentali, si stanno riarmando in modo
massiccio, è diffusa la percezione che il multilateralismo sia sotto minaccia,
come anche il diritto internazionale. Sostenere oggi una campagna globale contro
le armi autonome è più impegnativo che dieci anni fa, quando abbiamo iniziato.
Ma siamo convinti sia necessario, quindi rimaniamo ottimisti: è nei momenti di
incertezza che il diritto internazionale è più utile, per tutelarci dalle
aggressioni.
Il 2026 è l’anno in cui si capirà se , alla conferenza mondiale delle armi
convenzionali (Ccw) fissa a Ginevra a novembre. Qual è lo stato dell’arte delle
adesioni della campagna?
Hanno già aderito oltre 125 Paesi del mondo. Siamo felici di aver trovato un
ampio ascolto nel Sud globale: abbiamo organizzato conferenze in Costa Rica, in
Sierra Leone. Ma la situazione attuale, bisogna dirlo, è che tutti gli sforzi
sono minati da una dozzina di attori internazionali che si oppongono a ogni tipo
di regolamentazione.
E sono però le principali potenze globali e regionali…
Parliamo di Stati Uniti, Russia, Cina, Israele, India, le due Coree, la
Bielorussia e la Polonia. Sono dodici in totale, finora si sono dimostrati
indisponibili a parlare di ogni forma di regolamentazione. In questa fase ci
stiamo concentrando per convincerli a modificare le loro posizioni. Siamo forti
della stragrande maggioranza degli Stati del mondo che, invece, . Ma certo, al
Ccw c’è il problema del veto, ma poi potremo anche portare la risoluzione
all’Assemblea generale dell’Onu, dove si vota a maggioranza… La fase attuale ci
mette davanti a grande sfide, che però si possono trasformare in opportunità.
Voglio dire, la postura attuale degli Stati Uniti nel mondo sta creando molta
insicurezza nei Paesi europei e della NATO, e questo può aiutare a spingerli a
rimodellare e ridefinire il diritto internazionale, insieme ad altri Paesi
emergenti. Il trattato sulle armi autonome è una buona occasione. In fondo la
questione è molto semplice: possiamo darci un regolamento adesso, oppure
possiamo aspettare che si verifichi una catastrofe di proporzioni enormi per
correre ai ripari, come è successo con il nucleare o con altri tipi di armamenti
in passato. La traiettoria è tracciata, non c’è un altro modo in cui può finire.
Negli ultimi due anni in cui abbiamo visto l’intelligenza artificiale dispiegata
attivamente sui terreni bellici, per esempio a Gaza ma anche in Ucraina, gli
attori statali e i produttori di armi hanno presentato queste innovazioni come
un modo per diminuire gli errori, per massimizzare gli effetti riducendo il
costo umano della guerra. Insomma, per renderla più “pulita”. Cosa pensa di
questi argomenti?
Che sono gli stessi argomenti usati per tutti i tipi di armi precedenti.
Ricordiamo il caso dei droni, il discorso sull’eliminare l’aspetto delle
reazioni emotive perché i piloti sono a chilometri di distanza dal campo di
battaglia. Avrebbero dovuto rendere i raid più razionali e precisi, mi sembra
superfluo dire che non è stato così. Sono stata in Afghanistan, ho visto come
sono stati utilizzati gli attacchi con i droni e tutti gli errori che hanno
commesso, la grande sofferenza umana che hanno causato. E non si può neanche
dire che quella guerra sia stata vinta.
Ora, è chiaro che le armi sono un business molto redditizio, e anche l’IA sta
portando molti soldi a un gruppo molto ristretto di persone, e questo spiega il
motivo per cui si sta accelerando tanto sulle armi autonome. La risposta alle
domande di sicurezza, però, non può essere la tecnologia, ma il diritto
internazionale. Il fatto è che il campo di battaglia è un ambiente altamente
mutevole, e inserire tecnologie che non si comprendono appieno, che non si
possono controllare appieno come l’intelligenza artificiale può portare a
commettere molti errori e molti danni, visto che ha la capacità di distruggere
esseri umani in massa. Inoltre, quando i governi parlano di riduzione delle
vittime civili spesso si riferiscono ai propri soldati e ai propri civili, non
considerano mai gli effetti sul nemico.
Che ruolo può avere l’Italia e quale l’Unione europea?
Penso che l’Italia svolga un ruolo importante anche all’interno delle
discussioni di Ginevra nell’ambito della Ccw, ma più in generale come attore con
un ruolo di primo piano nel garantire che si passi dalla proposta ai negoziati,
insieme ad altri Stati europei come Francia, Germania.
L’Italia è anche un produttore di armamenti importante, con aziende come
Leonardo…
È proprio ai Paesi produttori che dobbiamo chiedere di svolgere un ruolo di
primo piano. Voglio dire, tutti guardano a loro, no? I Paesi senza industrie
belliche significative possono aderire a un trattato, ma nessun regolamento sarà
efficace se quelli che producono armi autonome sono assenti dal tavolo. Quindi
sicuramente l’Italia come il Regno Unito, la Francia e la Germania, e
naturalmente gli Stati Uniti, Israele, India e Cina sono quelli che devono darsi
da fare più di tutti. Altrimenti sarà l’umanità a pagarne le conseguenze.
L'articolo IA e guerra, van Rooijen (Stop Killer Robots): “È una realtà senza
regole. Serve un trattato prima che accada una catastrofe” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il drone RQ-170 Sentinel, soprannominato la “Bestia di Kandahar”, impiegato
nell’operazione Absolute Resolve, la missione statunitense che ha portato alla
cattura di Nicolás Maduro: la notizia circola da ore su testate militari e
internazionali, ma è ancora avvolta nel mistero. A rilanciare l’indiscrezione è
ABC News, che ha pubblicato un filmato “verificato” e condiviso da un tracker
Osint (Open source intelligence). Le immagini mostrerebbero un RQ-170 in rientro
a Porto Rico dopo aver fornito supporto alla missione. Si tratta, al momento, di
un tassello indiziario: il video attesterebbe il volo e il rientro del velivolo,
non l’esito dell’operazione né il ruolo specifico svolto.
Il RQ-170 Sentinel è un aeromobile a pilotaggio remoto stealth prodotto da
Lockheed Martin, progettato per missioni di sorveglianza e di intelligence. La
sua storia operativa — dall’Afghanistan al Medio Oriente — lo rende uno degli
asset militari più riservati dell’apparato statunitense, spesso associato a
operazioni riservate. Sul piano ufficiale, però, mancano conferme. Anche le
fonti che riportano il coinvolgimento del drone invitano alla prudenza,
sottolineando che le informazioni disponibili derivano da analisi Osint e da
media specializzati, non da comunicazioni governative. Anche se fosse vero,
operazioni di questo livello verrebbero coperte da segreto oppure sarebbero
accompagnate da smentite ufficiali.
Questo modello di drone è stato anche oggetto di documenti pubblicati da
WikiLeaks risalenti al dicembre del 2011, quando un Sentinel venne operato dalla
Cia per sorvegliare su siti nucleari iraniani e fu catturato quasi intatto dalle
forze di Teheran nei pressi di Kashmar, nel nord-est dell’Iran. Gli iraniani
interferirono con i suoi segnali GPS e lo indussero a un atterraggio forzato
credendo di tornare alla base di Kandahar, in Afghanistan.
L'articolo La “Bestia di Kandahar” arma decisiva nella cattura di Maduro?
L’indiscrezione e cosa è il drone è RQ-170 Sentinel proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si pensava a un drone russo, ma era il Gsm di una famiglia. La Procura di Milano
ha chiesto al Gip di archiviare l’inchiesta aperta a fine marzo dopo che
presunti voli di un drone che si pensava essere di fabbricazione russa erano
stati registrati sulla sede dell’Ispra – Istituto Superiore per la Protezione e
la Ricerca Ambientale – in provincia di Varese.
Il drone non era russo e in realtà non era neppure un drone. A sorvolare la
divisione elicotteri di Leonardo a Vergiate – a pochi chilometri dall’istituto –
non c’era nulla di anomalo. A far scattare l’allarme sarebbe stata invece una
serie di falsi positivi, come riportato dal Corriere, ossia interferenze del
sistema di sicurezza stesso sovrapposte all’attività di un amplificatore di
segnali Gsm di bassa qualità utilizzato da una famiglia nelle vicinanze per
migliorare la connessione internet della sua villetta.
L’allarme era scattato perché il software aveva segnalato delle frequenze
riconducibili a un drone ZALA 421 dello stesso gruppo. Lo ZALA Aero Group è
infatti un’azienda colpita dalle sanzioni europee dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il software di sicurezza utilizzato che ha riconosciuto le sequenze è un
programma della lettone Raw–Tech, interno al sistema di sicurezza fornito dalla
società tedesca Dedrone GmbH. Secondo l’azienda baltica l’intercettazione
sarebbe partita a causa del mancato riavvio periodico del software, condizione
che sarebbe necessaria per ridurre gli errori di analisi.
Chiarito anche un ulteriore elemento grigio nella vicenda. Vicino al centro di
ricerca era stata trovata una Cadillac di colore giallo. Risaliti al
proprietario, si era scoperto che la macchina apparteneva a un uomo in contatto
telefonico con utenze russe. Le indagini successive hanno accertato che i 14
contatti dell’uomo, un imprenditore, erano dei cittadini russi proprietari di
ville nelle vicinanze.
L'articolo Non era un drone russo quello segnalato sopra la sede dell’Ispra a
Varese: allarme scattato a causa di un segnale Gsm proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 15 gennaio 2025 l’azienda tedesca Rheinmetall ha pubblicato questa
comunicazione sul suo sito: “L’Esercito Italiano ha deciso di introdurre i
sistemi di difesa aerea Skynex di Rheinmetall. L’ordine per la fornitura di un
primo sistema, del valore complessivo di 73 milioni di euro, è stato ora
assegnato a Rheinmetall Italia SpA, Roma”.
Due giorni dopo, il sito specializzato thedefenspost.com conferma che l’Italia
ha fatto la sua scelta: “La consegna della piattaforma Skynex è prevista per il
2026. Rheinmetall ha inoltre rivelato che l’accordo prevede un’opzione per
l’Italia di acquistare altri tre sistemi Skynex, aumentando potenzialmente il
valore totale del contratto a 280 milioni di euro”.
Se è vero che a livello internazionale l’industria germanica delle armi è sempre
stata ai primi posti – basterebbe il solo esempio dell’Heckler and Koch mp5,
arma da spalla costruita negli anni ’60 ed ancora oggi in attività in corpi
speciali e polizie di mezzo mondo – con la guerra in Ucraina il comparto tedesco
ha voluto mantenere questa tradizione, tenendo presente le nuove realtà sui
campi di battaglia. E, dato che il conflitto nell’Est ha mostrato un utilizzo
massiccio di droni, ecco che l’esigenza è stata quella di progettare e rendere
operativa un’arma che potesse contrastare i velivoli senza pilota.
L’Italia, in questo contesto, ospita una delle fabbriche Rheinmetall e come la
stessa azienda sottolinea nel suo comunicato, è stato il primo Paese della Nato
a scegliere questo sistema di difesa. Il 18 dicembre scorso al Comando
Artiglieria Contraerei di Sabaudia, è avvenuta la consegna della prima batteria
in base al programma “Esigenze della Difesa in materia di contrasto alla
minaccia Indirect Fire” che prevede appunto l’acquisto di quattro sistemi
secondo il Documento Programmatico pluriennale 2025-2027.
L’arma anti drone è stata fornita all’Ucraina in quattro esemplari, come ha
confermato lo scorso novembre l’amministratore delegato Armin Papperger in
occasione del Capital Markets Day. Secondo lo stesso Papperger, i sistemi sono
stati posizionati a difesa delle centrali elettriche ucraine. Come sostiene la
casa madre, i sistemi Skynex “sono progettati per contrastare le minacce
provenienti da missili, artiglieria e mortai, nonché da droni e munizioni
vaganti, sia per la difesa nazionale che per la protezione dei contingenti nelle
aree operative”.
Un dato da non sottovalutare; gli Skynex consegnati a Kiev sono stati finanziati
da Berlino. Quattro ne dovevano consegnare, e quattro ne sono arrivati a
destinazione. Non è dato sapere, dunque, se l’Ucraina potrà ricevere ancora in
futuro.
Dal punto di vista tecnico, lo Skynex – come riporta il sito Army-Technology –
ha una gittata tra i 6 e i 10 chilometri, a secondo della natura del bersaglio.
Il sistema può essere equipaggiato con uno o più radar, come “il radar X-TAR3,
progettato per l’acquisizione tattica tridimensionale, rilevando efficacemente
bersagli aerei convenzionali, come aerei ad ala fissa ed elicotteri, nonché
velivoli stealth e veicoli aerei senza pilota (UAV). È particolarmente adatto al
tracciamento di razzi e colpi di mortaio, il che lo rende estremamente versatile
per missioni di contro-razzi, artiglieria e mortaio”.
Skynex può abbattere droni e missili nemici utilizzando due cannoni da 35
millimetri chiamati Oerlikon Revolver Gun Mk3 e l’Oerlikon Twin Gu. Il
cannoncino Mk3 può sparare fino a 1.000 colpi al minuto con una gittata di 4.000
metri. Si tratta di proiettili che esplodono appena prima di raggiungere il
bersaglio, rilasciando un gruppo di proiettili più piccoli al tungsteno. Un
sistema che aumenta le probabilità di distruggere il drone. Lo Skynex ha in
dotazione anche il sistema missilistico SkyKnight C-Ram che ha una gittata fino
a 10 chilometri.
Attualmente, Skynex è in servizio, oltre che in Ucraina, anche in Romania, Qatar
e Austria, ma è ovviamente il Paese dell’Est dove si saggia l’efficacia del
sistema antidrone. Nel luglio 2025 l’Aeronautica militare di Kiev ha diffuso un
video su Telegram dal titolo “Risultati impeccabili”. Non si rivela il luogo, ma
si vedono i soldati ucraini che grazie a Skynet abbattono droni russi.
“Obiettivo colpito. Obiettivo distrutto”, ripete un operatore mentre il cannone
mobile rende inoffensivi sette droni russi di tipo Shahed.
Foto dal sito di Rheinmetall
L'articolo Skynex, ecco il sistema anti droni tedesco costruito in Italia e
messo alla prova sui campi di battaglia ucraini proviene da Il Fatto Quotidiano.
È scattato l’allarme anti-drone nella base sottomarina dell’Ile Longue, nella
rada di Brest, all’estremo ovest della Francia. Nella serata di giovedì, cinque
velivoli, dei quali non si conosce la provenienza, sono stati intercettati nei
cieli sopra l’avamposto dove sono dislocati i sottomarini nucleari lanciamissili
della dissuasione nucleare francese, come riferito dalla gendarmeria locale.
Immediata la reazione del battaglione di artiglieria marittima che, si aggiunge,
“ha effettuato diversi tiri antidrone“.
La base francese gode di una protezione di primo livello. Al suo interno sono
dislocati 120 gendarmi della Marina che si coordinano con un battaglione di
fucilieri. Questo dispiegamento di forze è legato soprattutto alla presenza di
quattro sottomarini di cui viene assicurata la manutenzione, almeno uno dei
quali è in permanenza in mare per garantire la dissuasione nucleare. Non è la
prima volta che scatta un allarme simile, nonostante il sorvolo in questa zona
sia vietato per le informazioni sensibili presenti all’interno della struttura
militare. Nella notte fra il 17 e il 18 novembre, ad esempio, ne era stato
segnalato un altro “al di sopra della penisola di Crozon“, di cui fa parte l’Ile
Longue.
Se gli episodi simili e noti riguardanti la base francese si limitano a due,
sorvoli di mezzi, da droni a caccia stranieri, o presunti sconfinamenti di
sottomarini nelle acque del Mare del Nord si sono registrati più volte in
passato. In alcuni casi, la responsabilità è stata attribuita alla Russia, in
altri si è rimasti senza conoscere i responsabili, in altri ancora, infine, si è
trattato di errori commessi da Paesi alleati tra loro.
L'articolo Cinque droni sorvolano una base nucleare francese: scatta l’allarme
sicurezza. “Effettuati tiri per abbatterli” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un attacco informatico della Nato, preventivo, nei confronti della Russia?
“Prenderebbe di mira la rete elettrica, i trasporti pubblici ma anche i voli
aerei, oppure la finanza con possibili blocchi ai prelievi dei contanti da parte
dei cittadini comuni, con bancomat e carte. I civili sono le prime vittime in
una guerra ibrida”. Michele Colajanni dipinge scenari in bilico sull’apocalisse,
analizzando il monito bellicoso affidato al Financial Times dall’ammiraglio
Giuseppe Cavo Dragone, il più alto ufficiale militare dell’Alleanza Atlantica.
La Nato sta valutando di essere “più aggressiva” contro la Russia, nel
rispondere agli attacchi informatici, ai sabotaggi e alle violazioni dello
spazio aereo: ovvero, l’intero arsenale della guerra ibrida. Secondo l’ufficiale
della Nato, neppure “l’attacco preventivo” contro Mosca è escluso, perché
sarebbe “un’azione difensiva”. Colajanni, tra i massimi esperti italiani di
sicurezza informatica, docente di scienze informatiche all’università di Bologna
e Reggio Emilia, è stupito dalle parole dell’Ammiraglio: “Di solito, queste cose
si fanno ma non si dicono, è così che agisce Putin. In una guerra ibrida, i
civili sono le prime vittime”.
Professor Colajanni, torna alla memoria la teoria della “guerra preventiva” con
cui Bush giustificò l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan dopo l’attentato di
Al Qaeda alle torri gemelle.
Quella era la guerra tradizionale ma oggi è sempre meno in voga, soppiantata
dalla guerra ibrida. Cavo Dragone evoca uno scenario distantissimo dal conflitto
tradizionale.
In cosa consiste la guerra ibrida?
Attacchi informatici, droni per invadere lo spazio aereo, disinformazione, ma
anche il sabotaggio fisico. Queste opzioni hanno una cosa in comune: la mano del
colpevole è sempre invisibile ed è quasi impossibile attribuire responsabilità
in modo certo. È una guerra che non si svolge in mimetica, sparando col fucile o
lanciando i missili: in questo caso non c’è il radar a svelare l’origine del
raid. I confini della guerra ibrida con le attività civili sono molto sfumati e
fluidi
Se non si può sapere chi ha commesso l’attacco ibrido, Nato ed Europa come
possono essere certe che il colpevole sia Putin?
Infatti non hanno prove definitive contro Mosca, né sugli attacchi informatici
né sui droni che violano lo spazio aereo. Anche per questo l’Occidente e la Nato
sono in difficoltà. Per il diritto internazionale – largamente in declino con
l’Onu ridotto a spettatore – puoi reagire solo se il responsabile è chiaramente
individuato. Invece in questi casi è sempre occulto, soprattutto per gli
attacchi informatici commessi da delinquenti esperti, presumibilmente manovrati
dagli Stati.
Eppure gli esperti sono concordi, nell’attribuire alla Russia un numero
sconfinato di attacchi cibernetici contro l’Occidente.
È dimostrata la responsabilità di gruppi criminali russi, in numerosissimi
attacchi informatici contro Paesi democratici. Però manca la prova della
connessione tra i colpevoli e gli apparati militari e statali del Cremlino.
L’Occidente come si adatta alla nuova guerra ibrida?
La Nato è rimasta alla guerra “guerreggiata” e alle teorie di von Clausewitz, ma
non funzionano nello scenario odierno. Infatti le parole di Cavo Dragone
annunciano un cambio di rotta e la volontà di attrezzarsi alla guerra ibrida,
abbandonando la tradizione. Il sabotaggio, ad esempio, non è più un’esclusiva
dei terroristi, ma anche degli Stati: ne sono un esempio gli attacchi ai
gasdotti Nord Stream e ai cavi nel Mar Baltico.
Dunque Cavo Dragone, per vincere la guerra contro la Russia, dice che dobbiamo
fare come la Russia?
Sì, in buona sintesi, almeno nel modo di fare la guerra dovremmo imitare il
Cremlino abbandonando lo scontro aperto. Del resto, la guerra ibrida è stata
teorizzata dalla Russia almeno dal 2013, già prima dell’invasione russa in
Crimea, con la dottrina Gerasimov.
In cosa consiste la dottrina elaborata dal generale russo Valerij Gerasimov?
Un conflitto asimmetrico e mai aperto, condotto in modo che l’aggressore abbia
sempre il vantaggio dell’anonimato, perché sarebbe impossibile risalire al
colpevole di un attacco informatico, oppure al pilota di un drone manovrato a
distanza. Per non parlare delle attività di disinformazione, quasi sempre
avvolte nel mistero.
Questa dottrina però non è in un documento ufficiale del Cremlino, bensì una
ricostruzione degli analisti occidentali.
È vero che non è un documento ufficiale, ma Gerasimov ne scrisse in un articolo
del 2013, dopo le primavere arabe. Lui attribuiva l’origine della guerra ibrida
all’intelligence americana. Nel frattempo, i russi si suppone l’abbiano messa in
pratica, gli americani meno. Ma forse ora anche la Nato e l’Occidente si stanno
adeguando.
Perché la Nato ha minacciato pubblicamente la Russia, invece di attaccarla senza
dirlo?
Le parole di Cavo Dragone sembrano anche un segnale di frustrazione occidentale,
per non riuscire a inchiodare Putin alle sue responsabilità. Ma forse è un
messaggio con diversi destinatari: alla Russia dice di stare attenta, alzando
l’asticella della deterrenza, perché l’Occidente potrebbe attaccare con una
strategia da guerra ibrida; ai cittadini e a chi si oppone, dice chiaramente che
anche la Nato può essere più aggressiva e attaccare per prima. Questa sembra la
direzione.
Ci sono segnali che l’Occidente stia abbracciando la guerra ibrida?
Certo e li possiamo osservare in casa nostra. Crosetto ha detto chiaramente che
“l’Italia è già in una guerra ibrida”. Infatti vuole assumere 1500 soldati da
scrivania, quelli che fanno la guerra con gli attacchi informatici. Il generale
Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, invece ha dichiarato: “chi non
possiede la superiorità tecnologica è destinato a soccombere. Il cyber non è più
un supporto, ma un dominio di manovra al pari di terra, mare e cielo”.
L'articolo “Attacchi informatici a reti elettriche, banche e anche aerei. È la
guerra ibrida Nato-Russia evocata dall’ammiraglio Cavo Dragone” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Le forze armate tedesche si dotano di droni d’attacco e prevedono di schierare
sei unità equipaggiate nei prossimi anni. “Abbiamo iniziato i test”, ha
dichiarato l’ispettore dell’esercito, il tenente generale Christian Freuding,
alla ARD. La prima batteria a medio raggio dovrebbe essere operativa entro il
2027, seguita da altre cinque entro il 2029. Sono in corso sperimentazioni per
sistemi noti come “munizioni vaganti”, riporta l’emittente tedesca: droni
d’attacco che possono volteggiare sopra il campo di battaglia per poi
schiantarsi contro il nemico. Entro il 2029 è prevista la creazione di un’unità
delle dimensioni di una compagnia dotata di sistemi d’arma a lungo raggio o
-come precisa ARD – “Ground Based Deep Precision Strike”. Con l’approvazione del
bilancio 2026, la spesa per la difesa della Germania salirà a 108,2 miliardi di
euro il prossimo anno (21,85 miliardi in più rispetto al 2025), raggiungendo un
nuovo record dalla fine della Guerra Fredda. Gli aumenti sono resi possibili
solo dal fondo speciale per la Bundeswehr, pari a 100 miliardi di euro, deciso
dal Bundestag nel 2022.
Il tenente generale Christian Freuding ne ha parlato alla serata
dell’Associazione di supporto dell’esercito con i membri del Parlamento. Navid
Linnemann su defence-network.com ha riassunto il suo intervento: la propaganda
russa, le operazioni di sabotaggio e i voli dei droni sul territorio della NATO
dimostrano chiaramente che la Russia è in conflitto con l’Occidente. La Germania
deve essere pronta al combattimento e capace di vincere. “Il fattore cruciale
sarà sopraffare il nemico con una moltitudine di effetti coordinati in tutte le
dimensioni, per poi sconfiggerlo con una guerra altamente dinamica”. Se questa
strategia avrà successo, anche la superiorità quantitativa non sarà di alcuna
utilità per il potenziale nemico.
Freuding ha formulato quindi sei principi guida per gli acquisti indirizzati a
modernizzare l’esercito tedesco. L’alta tecnologia rimane essenziale, ma per
essere pronta al combattimento dev’essere robusta, disponibile in grandi
quantità e rapidamente sostituibile. Occorre sviluppare fin dal progetto sistemi
in collaborazione con i soldati perché siano affidabili e intuitivi, impiegando
un’architettura aperta e standardizzata ampiamente applicabile. L’industria deve
garantire affidabilità assoluta in termini di tempi di consegna e qualità; i
ritardi comportano una perdita di reale capacità operativa. Per ovviarvi le
lacune debbono poter essere colmate immediatamente, se necessario anche
attraverso sistemi esteri collaudati. Deve subentrare una nuova logica
economica: produzione di massa, scalabilità, catene di fornitura solide e
gestione coerente del ciclo di vita come base per la sostenibilità e la
redditività finanziaria.
Il campo di battaglia del futuro sarà interconnesso e basato sui dati,
asimmetrico, e influenzato dalle applicazioni dell’intelligenza artificiale, ha
spiegato il tenente generale. I dati diventeranno una risorsa centrale,
“virtualmente le munizioni della guerra”. Il campo di battaglia del futuro sarà
definito da scudi difensivi concorrenti. L’obiettivo sarà quello di mantenere
permanentemente il proprio scudo, penetrando contemporaneamente quello nemico.
Freuding ha espresso perciò insoddisfazione per l’avanzamento del progetto di
comunicazioni digitalizzate tra i mezzi di combattimento. Un progetto “decisivo
per la guerra” ha dichiarato a Deutschlandfunk, alla luce dello sviluppo delle
capacità russe nella guerra elettronica di intercettazione, disturbo, o
reimpiego dei dati delle comunicazioni avversarie per contrattacchi, emersi
nella guerra contro l’Ucraina. I ritardi hanno “ripercussioni significative
sulla prontezza operativa delle nostre unità e formazioni” avrebbe ancora
commentato.
Nonostante gli impegni il nuovo sistema radio digitale per le forze armate
costato 20 miliardi di euro presenta infatti gravi problemi di installazione nei
diversi veicoli e il software non funziona ancora correttamente. Sono stati
chiamati consulenti esterni con costi aggiuntivi per 156 milioni di euro. La
divisione 2025 di pronto intervento NATO non avrà però il nuovo sistema, secondo
quanto riportato da ARD e confermato dal generale Freuding a Deutschlandfunk,
fino alla fine del 2027.
Per ognuno dei circa 200 veicoli e infatti necessario sviluppare un progetto
specifico per integrare i modelli; uno sforzo che era stato sottovalutato anche
dall’industria ha spiegato il tenente generale Michael Vetter, capodipartimento
innovazioni e cyber, a Deutschlandfunk. I problemi con il software che avevano
causato in una prima fase di prova comunicazioni sfasate sarebbero stati
risolti, ma permarrebbero ancora per la trasmissione sul campo di dati, come
cartografie. Si è molto lontani da un sistema di comunicazioni digitali idoneo
all’impiego ha criticato Niklas Wagener, esperto di difesa dei Verdi, in
un’intervista al RedaktionsNetzwerk Deutschland: allo stato non ci sarebbe una
connessione wireless stabile con oltre venti partecipanti e si sarebbe quindi
ben lontani dalla digitalizzazione di un’intera brigata.
Se non ci saranno altri imprevisti ad ogni modo, la prossima settimana il
Bundestag approverà la legge sul nuovo servizio militare. Il piano prevede la
chiamata dei diciottenni a partire dal 2027, con l’obiettivo di attrarre un
numero sufficiente di volontari a paga mensile lorda di 2.600 euro, con
indennità per i coscritti di lunga data, bonus per la patente di guida e una
formazione di alta qualità. Dopo le elezioni federali del 2029 – sussume Markus
Decker su RND – potrebbe essere reintrodotto il servizio militare obbligatorio.
Mercoledì è iniziata a Brema la riunione del Consiglio ministeriale dell’ESA in
cui potrebbe emergere anche un percorso più incisivo in materia di sicurezza, a
integrazione dell’attenzione prevalentemente civile dell’agenzia spaziale. La
ministra tedesca per lo spazio Dorothee Bär (CSU) la scorsa settimana insieme al
ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD), ha già annunciato il varo della
prima “Strategia per la sicurezza spaziale” tedesca ed auspicato maggiore
attenzione al “dual use”.
L'articolo L’esercito tedesco ora punta sui droni d’attacco: “Abbiamo iniziato i
test”. Spesa per la difesa da record: salirà a 108,2 miliardi di euro proviene
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