“Dieci anni fa la nostra era una misura preventiva, un atto lungimirante da
parte della società civile, che aveva capito che un giorno l’intelligenza
artificiale sarebbe stata integrata nel settore militare. Adesso quel momento è
arrivato, l’IA è già stata integrata nei dispositivi di molte forze armate ma il
settore vive una deregulation totale, come nessun’altra forma d’arma”. Prima di
diventare direttrice esecutiva della campagna internazionale Stop Killer Robots,
l’anno scorso, Nicole van Rooijen ha lavorato per anni per la Croce rossa
internazionale Ginevra, occupandosi dell’assistenza ai civili nei teatri di
guerra, come l’Afghanistan. Giovedì van Rooijen è sbarcata a Roma, al Senato
della Repubblica su iniziativa di Archivio Disarmo in collaborazione con Rete
Italiana Pace e Disarmo, per fare il punto sulla campagna internazionale che, da
dieci anni, cerca di raggiungere un consenso tra gli Stati per un trattato
regolamentazione dell’uso delle armi autonome (o robot killer), ossia tutti quei
dispositivi bellici che non richiedono il controllo umano per operare, dai cani
robot con la mitragliatrice ai software che usano l’intelligenza artificiale per
identificare i bersagli di raid aerei e missilistici. Strumenti che da qualche
anno sono passati dalla fantascienza alla realtà più cruda, sui campi di
battaglia più caldi come quello di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan, passando il
controllo dei confini e per tutte le repressioni del dissenso in giro per il
mondo. “La nostra proposta si articola su tre punti. Proibire le armi autonome
che agiscano in modo non prevedibile e senza un controllo umano significativo in
ultima istanza. Proibire i sistemi d’arma autonomi creati per mettere nel mirino
specificamente le persone. Imporre che qualunque tipo di arma autonoma preveda
un controllo umano di ultima istanza già in fase di produzione. L’obiettivo è
che la decisione di premere il grilletto sia sempre in capo alla decisione etica
e legale di un essere umano”.
Com’è portare avanti una campagna contro le armi autonome in una fase come
questa, in cui i conflitti non fanno che aumentare?
È molto difficile, non lo nascondo. Ma anche per questo la nostra campagna è
cruciale. Molti Paesi, soprattutto occidentali, si stanno riarmando in modo
massiccio, è diffusa la percezione che il multilateralismo sia sotto minaccia,
come anche il diritto internazionale. Sostenere oggi una campagna globale contro
le armi autonome è più impegnativo che dieci anni fa, quando abbiamo iniziato.
Ma siamo convinti sia necessario, quindi rimaniamo ottimisti: è nei momenti di
incertezza che il diritto internazionale è più utile, per tutelarci dalle
aggressioni.
Il 2026 è l’anno in cui si capirà se , alla conferenza mondiale delle armi
convenzionali (Ccw) fissa a Ginevra a novembre. Qual è lo stato dell’arte delle
adesioni della campagna?
Hanno già aderito oltre 125 Paesi del mondo. Siamo felici di aver trovato un
ampio ascolto nel Sud globale: abbiamo organizzato conferenze in Costa Rica, in
Sierra Leone. Ma la situazione attuale, bisogna dirlo, è che tutti gli sforzi
sono minati da una dozzina di attori internazionali che si oppongono a ogni tipo
di regolamentazione.
E sono però le principali potenze globali e regionali…
Parliamo di Stati Uniti, Russia, Cina, Israele, India, le due Coree, la
Bielorussia e la Polonia. Sono dodici in totale, finora si sono dimostrati
indisponibili a parlare di ogni forma di regolamentazione. In questa fase ci
stiamo concentrando per convincerli a modificare le loro posizioni. Siamo forti
della stragrande maggioranza degli Stati del mondo che, invece, . Ma certo, al
Ccw c’è il problema del veto, ma poi potremo anche portare la risoluzione
all’Assemblea generale dell’Onu, dove si vota a maggioranza… La fase attuale ci
mette davanti a grande sfide, che però si possono trasformare in opportunità.
Voglio dire, la postura attuale degli Stati Uniti nel mondo sta creando molta
insicurezza nei Paesi europei e della NATO, e questo può aiutare a spingerli a
rimodellare e ridefinire il diritto internazionale, insieme ad altri Paesi
emergenti. Il trattato sulle armi autonome è una buona occasione. In fondo la
questione è molto semplice: possiamo darci un regolamento adesso, oppure
possiamo aspettare che si verifichi una catastrofe di proporzioni enormi per
correre ai ripari, come è successo con il nucleare o con altri tipi di armamenti
in passato. La traiettoria è tracciata, non c’è un altro modo in cui può finire.
Negli ultimi due anni in cui abbiamo visto l’intelligenza artificiale dispiegata
attivamente sui terreni bellici, per esempio a Gaza ma anche in Ucraina, gli
attori statali e i produttori di armi hanno presentato queste innovazioni come
un modo per diminuire gli errori, per massimizzare gli effetti riducendo il
costo umano della guerra. Insomma, per renderla più “pulita”. Cosa pensa di
questi argomenti?
Che sono gli stessi argomenti usati per tutti i tipi di armi precedenti.
Ricordiamo il caso dei droni, il discorso sull’eliminare l’aspetto delle
reazioni emotive perché i piloti sono a chilometri di distanza dal campo di
battaglia. Avrebbero dovuto rendere i raid più razionali e precisi, mi sembra
superfluo dire che non è stato così. Sono stata in Afghanistan, ho visto come
sono stati utilizzati gli attacchi con i droni e tutti gli errori che hanno
commesso, la grande sofferenza umana che hanno causato. E non si può neanche
dire che quella guerra sia stata vinta.
Ora, è chiaro che le armi sono un business molto redditizio, e anche l’IA sta
portando molti soldi a un gruppo molto ristretto di persone, e questo spiega il
motivo per cui si sta accelerando tanto sulle armi autonome. La risposta alle
domande di sicurezza, però, non può essere la tecnologia, ma il diritto
internazionale. Il fatto è che il campo di battaglia è un ambiente altamente
mutevole, e inserire tecnologie che non si comprendono appieno, che non si
possono controllare appieno come l’intelligenza artificiale può portare a
commettere molti errori e molti danni, visto che ha la capacità di distruggere
esseri umani in massa. Inoltre, quando i governi parlano di riduzione delle
vittime civili spesso si riferiscono ai propri soldati e ai propri civili, non
considerano mai gli effetti sul nemico.
Che ruolo può avere l’Italia e quale l’Unione europea?
Penso che l’Italia svolga un ruolo importante anche all’interno delle
discussioni di Ginevra nell’ambito della Ccw, ma più in generale come attore con
un ruolo di primo piano nel garantire che si passi dalla proposta ai negoziati,
insieme ad altri Stati europei come Francia, Germania.
L’Italia è anche un produttore di armamenti importante, con aziende come
Leonardo…
È proprio ai Paesi produttori che dobbiamo chiedere di svolgere un ruolo di
primo piano. Voglio dire, tutti guardano a loro, no? I Paesi senza industrie
belliche significative possono aderire a un trattato, ma nessun regolamento sarà
efficace se quelli che producono armi autonome sono assenti dal tavolo. Quindi
sicuramente l’Italia come il Regno Unito, la Francia e la Germania, e
naturalmente gli Stati Uniti, Israele, India e Cina sono quelli che devono darsi
da fare più di tutti. Altrimenti sarà l’umanità a pagarne le conseguenze.
L'articolo IA e guerra, van Rooijen (Stop Killer Robots): “È una realtà senza
regole. Serve un trattato prima che accada una catastrofe” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Droni
Il drone RQ-170 Sentinel, soprannominato la “Bestia di Kandahar”, impiegato
nell’operazione Absolute Resolve, la missione statunitense che ha portato alla
cattura di Nicolás Maduro: la notizia circola da ore su testate militari e
internazionali, ma è ancora avvolta nel mistero. A rilanciare l’indiscrezione è
ABC News, che ha pubblicato un filmato “verificato” e condiviso da un tracker
Osint (Open source intelligence). Le immagini mostrerebbero un RQ-170 in rientro
a Porto Rico dopo aver fornito supporto alla missione. Si tratta, al momento, di
un tassello indiziario: il video attesterebbe il volo e il rientro del velivolo,
non l’esito dell’operazione né il ruolo specifico svolto.
Il RQ-170 Sentinel è un aeromobile a pilotaggio remoto stealth prodotto da
Lockheed Martin, progettato per missioni di sorveglianza e di intelligence. La
sua storia operativa — dall’Afghanistan al Medio Oriente — lo rende uno degli
asset militari più riservati dell’apparato statunitense, spesso associato a
operazioni riservate. Sul piano ufficiale, però, mancano conferme. Anche le
fonti che riportano il coinvolgimento del drone invitano alla prudenza,
sottolineando che le informazioni disponibili derivano da analisi Osint e da
media specializzati, non da comunicazioni governative. Anche se fosse vero,
operazioni di questo livello verrebbero coperte da segreto oppure sarebbero
accompagnate da smentite ufficiali.
Questo modello di drone è stato anche oggetto di documenti pubblicati da
WikiLeaks risalenti al dicembre del 2011, quando un Sentinel venne operato dalla
Cia per sorvegliare su siti nucleari iraniani e fu catturato quasi intatto dalle
forze di Teheran nei pressi di Kashmar, nel nord-est dell’Iran. Gli iraniani
interferirono con i suoi segnali GPS e lo indussero a un atterraggio forzato
credendo di tornare alla base di Kandahar, in Afghanistan.
L'articolo La “Bestia di Kandahar” arma decisiva nella cattura di Maduro?
L’indiscrezione e cosa è il drone è RQ-170 Sentinel proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si pensava a un drone russo, ma era il Gsm di una famiglia. La Procura di Milano
ha chiesto al Gip di archiviare l’inchiesta aperta a fine marzo dopo che
presunti voli di un drone che si pensava essere di fabbricazione russa erano
stati registrati sulla sede dell’Ispra – Istituto Superiore per la Protezione e
la Ricerca Ambientale – in provincia di Varese.
Il drone non era russo e in realtà non era neppure un drone. A sorvolare la
divisione elicotteri di Leonardo a Vergiate – a pochi chilometri dall’istituto –
non c’era nulla di anomalo. A far scattare l’allarme sarebbe stata invece una
serie di falsi positivi, come riportato dal Corriere, ossia interferenze del
sistema di sicurezza stesso sovrapposte all’attività di un amplificatore di
segnali Gsm di bassa qualità utilizzato da una famiglia nelle vicinanze per
migliorare la connessione internet della sua villetta.
L’allarme era scattato perché il software aveva segnalato delle frequenze
riconducibili a un drone ZALA 421 dello stesso gruppo. Lo ZALA Aero Group è
infatti un’azienda colpita dalle sanzioni europee dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il software di sicurezza utilizzato che ha riconosciuto le sequenze è un
programma della lettone Raw–Tech, interno al sistema di sicurezza fornito dalla
società tedesca Dedrone GmbH. Secondo l’azienda baltica l’intercettazione
sarebbe partita a causa del mancato riavvio periodico del software, condizione
che sarebbe necessaria per ridurre gli errori di analisi.
Chiarito anche un ulteriore elemento grigio nella vicenda. Vicino al centro di
ricerca era stata trovata una Cadillac di colore giallo. Risaliti al
proprietario, si era scoperto che la macchina apparteneva a un uomo in contatto
telefonico con utenze russe. Le indagini successive hanno accertato che i 14
contatti dell’uomo, un imprenditore, erano dei cittadini russi proprietari di
ville nelle vicinanze.
L'articolo Non era un drone russo quello segnalato sopra la sede dell’Ispra a
Varese: allarme scattato a causa di un segnale Gsm proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 15 gennaio 2025 l’azienda tedesca Rheinmetall ha pubblicato questa
comunicazione sul suo sito: “L’Esercito Italiano ha deciso di introdurre i
sistemi di difesa aerea Skynex di Rheinmetall. L’ordine per la fornitura di un
primo sistema, del valore complessivo di 73 milioni di euro, è stato ora
assegnato a Rheinmetall Italia SpA, Roma”.
Due giorni dopo, il sito specializzato thedefenspost.com conferma che l’Italia
ha fatto la sua scelta: “La consegna della piattaforma Skynex è prevista per il
2026. Rheinmetall ha inoltre rivelato che l’accordo prevede un’opzione per
l’Italia di acquistare altri tre sistemi Skynex, aumentando potenzialmente il
valore totale del contratto a 280 milioni di euro”.
Se è vero che a livello internazionale l’industria germanica delle armi è sempre
stata ai primi posti – basterebbe il solo esempio dell’Heckler and Koch mp5,
arma da spalla costruita negli anni ’60 ed ancora oggi in attività in corpi
speciali e polizie di mezzo mondo – con la guerra in Ucraina il comparto tedesco
ha voluto mantenere questa tradizione, tenendo presente le nuove realtà sui
campi di battaglia. E, dato che il conflitto nell’Est ha mostrato un utilizzo
massiccio di droni, ecco che l’esigenza è stata quella di progettare e rendere
operativa un’arma che potesse contrastare i velivoli senza pilota.
L’Italia, in questo contesto, ospita una delle fabbriche Rheinmetall e come la
stessa azienda sottolinea nel suo comunicato, è stato il primo Paese della Nato
a scegliere questo sistema di difesa. Il 18 dicembre scorso al Comando
Artiglieria Contraerei di Sabaudia, è avvenuta la consegna della prima batteria
in base al programma “Esigenze della Difesa in materia di contrasto alla
minaccia Indirect Fire” che prevede appunto l’acquisto di quattro sistemi
secondo il Documento Programmatico pluriennale 2025-2027.
L’arma anti drone è stata fornita all’Ucraina in quattro esemplari, come ha
confermato lo scorso novembre l’amministratore delegato Armin Papperger in
occasione del Capital Markets Day. Secondo lo stesso Papperger, i sistemi sono
stati posizionati a difesa delle centrali elettriche ucraine. Come sostiene la
casa madre, i sistemi Skynex “sono progettati per contrastare le minacce
provenienti da missili, artiglieria e mortai, nonché da droni e munizioni
vaganti, sia per la difesa nazionale che per la protezione dei contingenti nelle
aree operative”.
Un dato da non sottovalutare; gli Skynex consegnati a Kiev sono stati finanziati
da Berlino. Quattro ne dovevano consegnare, e quattro ne sono arrivati a
destinazione. Non è dato sapere, dunque, se l’Ucraina potrà ricevere ancora in
futuro.
Dal punto di vista tecnico, lo Skynex – come riporta il sito Army-Technology –
ha una gittata tra i 6 e i 10 chilometri, a secondo della natura del bersaglio.
Il sistema può essere equipaggiato con uno o più radar, come “il radar X-TAR3,
progettato per l’acquisizione tattica tridimensionale, rilevando efficacemente
bersagli aerei convenzionali, come aerei ad ala fissa ed elicotteri, nonché
velivoli stealth e veicoli aerei senza pilota (UAV). È particolarmente adatto al
tracciamento di razzi e colpi di mortaio, il che lo rende estremamente versatile
per missioni di contro-razzi, artiglieria e mortaio”.
Skynex può abbattere droni e missili nemici utilizzando due cannoni da 35
millimetri chiamati Oerlikon Revolver Gun Mk3 e l’Oerlikon Twin Gu. Il
cannoncino Mk3 può sparare fino a 1.000 colpi al minuto con una gittata di 4.000
metri. Si tratta di proiettili che esplodono appena prima di raggiungere il
bersaglio, rilasciando un gruppo di proiettili più piccoli al tungsteno. Un
sistema che aumenta le probabilità di distruggere il drone. Lo Skynex ha in
dotazione anche il sistema missilistico SkyKnight C-Ram che ha una gittata fino
a 10 chilometri.
Attualmente, Skynex è in servizio, oltre che in Ucraina, anche in Romania, Qatar
e Austria, ma è ovviamente il Paese dell’Est dove si saggia l’efficacia del
sistema antidrone. Nel luglio 2025 l’Aeronautica militare di Kiev ha diffuso un
video su Telegram dal titolo “Risultati impeccabili”. Non si rivela il luogo, ma
si vedono i soldati ucraini che grazie a Skynet abbattono droni russi.
“Obiettivo colpito. Obiettivo distrutto”, ripete un operatore mentre il cannone
mobile rende inoffensivi sette droni russi di tipo Shahed.
Foto dal sito di Rheinmetall
L'articolo Skynex, ecco il sistema anti droni tedesco costruito in Italia e
messo alla prova sui campi di battaglia ucraini proviene da Il Fatto Quotidiano.
È scattato l’allarme anti-drone nella base sottomarina dell’Ile Longue, nella
rada di Brest, all’estremo ovest della Francia. Nella serata di giovedì, cinque
velivoli, dei quali non si conosce la provenienza, sono stati intercettati nei
cieli sopra l’avamposto dove sono dislocati i sottomarini nucleari lanciamissili
della dissuasione nucleare francese, come riferito dalla gendarmeria locale.
Immediata la reazione del battaglione di artiglieria marittima che, si aggiunge,
“ha effettuato diversi tiri antidrone“.
La base francese gode di una protezione di primo livello. Al suo interno sono
dislocati 120 gendarmi della Marina che si coordinano con un battaglione di
fucilieri. Questo dispiegamento di forze è legato soprattutto alla presenza di
quattro sottomarini di cui viene assicurata la manutenzione, almeno uno dei
quali è in permanenza in mare per garantire la dissuasione nucleare. Non è la
prima volta che scatta un allarme simile, nonostante il sorvolo in questa zona
sia vietato per le informazioni sensibili presenti all’interno della struttura
militare. Nella notte fra il 17 e il 18 novembre, ad esempio, ne era stato
segnalato un altro “al di sopra della penisola di Crozon“, di cui fa parte l’Ile
Longue.
Se gli episodi simili e noti riguardanti la base francese si limitano a due,
sorvoli di mezzi, da droni a caccia stranieri, o presunti sconfinamenti di
sottomarini nelle acque del Mare del Nord si sono registrati più volte in
passato. In alcuni casi, la responsabilità è stata attribuita alla Russia, in
altri si è rimasti senza conoscere i responsabili, in altri ancora, infine, si è
trattato di errori commessi da Paesi alleati tra loro.
L'articolo Cinque droni sorvolano una base nucleare francese: scatta l’allarme
sicurezza. “Effettuati tiri per abbatterli” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un attacco informatico della Nato, preventivo, nei confronti della Russia?
“Prenderebbe di mira la rete elettrica, i trasporti pubblici ma anche i voli
aerei, oppure la finanza con possibili blocchi ai prelievi dei contanti da parte
dei cittadini comuni, con bancomat e carte. I civili sono le prime vittime in
una guerra ibrida”. Michele Colajanni dipinge scenari in bilico sull’apocalisse,
analizzando il monito bellicoso affidato al Financial Times dall’ammiraglio
Giuseppe Cavo Dragone, il più alto ufficiale militare dell’Alleanza Atlantica.
La Nato sta valutando di essere “più aggressiva” contro la Russia, nel
rispondere agli attacchi informatici, ai sabotaggi e alle violazioni dello
spazio aereo: ovvero, l’intero arsenale della guerra ibrida. Secondo l’ufficiale
della Nato, neppure “l’attacco preventivo” contro Mosca è escluso, perché
sarebbe “un’azione difensiva”. Colajanni, tra i massimi esperti italiani di
sicurezza informatica, docente di scienze informatiche all’università di Bologna
e Reggio Emilia, è stupito dalle parole dell’Ammiraglio: “Di solito, queste cose
si fanno ma non si dicono, è così che agisce Putin. In una guerra ibrida, i
civili sono le prime vittime”.
Professor Colajanni, torna alla memoria la teoria della “guerra preventiva” con
cui Bush giustificò l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan dopo l’attentato di
Al Qaeda alle torri gemelle.
Quella era la guerra tradizionale ma oggi è sempre meno in voga, soppiantata
dalla guerra ibrida. Cavo Dragone evoca uno scenario distantissimo dal conflitto
tradizionale.
In cosa consiste la guerra ibrida?
Attacchi informatici, droni per invadere lo spazio aereo, disinformazione, ma
anche il sabotaggio fisico. Queste opzioni hanno una cosa in comune: la mano del
colpevole è sempre invisibile ed è quasi impossibile attribuire responsabilità
in modo certo. È una guerra che non si svolge in mimetica, sparando col fucile o
lanciando i missili: in questo caso non c’è il radar a svelare l’origine del
raid. I confini della guerra ibrida con le attività civili sono molto sfumati e
fluidi
Se non si può sapere chi ha commesso l’attacco ibrido, Nato ed Europa come
possono essere certe che il colpevole sia Putin?
Infatti non hanno prove definitive contro Mosca, né sugli attacchi informatici
né sui droni che violano lo spazio aereo. Anche per questo l’Occidente e la Nato
sono in difficoltà. Per il diritto internazionale – largamente in declino con
l’Onu ridotto a spettatore – puoi reagire solo se il responsabile è chiaramente
individuato. Invece in questi casi è sempre occulto, soprattutto per gli
attacchi informatici commessi da delinquenti esperti, presumibilmente manovrati
dagli Stati.
Eppure gli esperti sono concordi, nell’attribuire alla Russia un numero
sconfinato di attacchi cibernetici contro l’Occidente.
È dimostrata la responsabilità di gruppi criminali russi, in numerosissimi
attacchi informatici contro Paesi democratici. Però manca la prova della
connessione tra i colpevoli e gli apparati militari e statali del Cremlino.
L’Occidente come si adatta alla nuova guerra ibrida?
La Nato è rimasta alla guerra “guerreggiata” e alle teorie di von Clausewitz, ma
non funzionano nello scenario odierno. Infatti le parole di Cavo Dragone
annunciano un cambio di rotta e la volontà di attrezzarsi alla guerra ibrida,
abbandonando la tradizione. Il sabotaggio, ad esempio, non è più un’esclusiva
dei terroristi, ma anche degli Stati: ne sono un esempio gli attacchi ai
gasdotti Nord Stream e ai cavi nel Mar Baltico.
Dunque Cavo Dragone, per vincere la guerra contro la Russia, dice che dobbiamo
fare come la Russia?
Sì, in buona sintesi, almeno nel modo di fare la guerra dovremmo imitare il
Cremlino abbandonando lo scontro aperto. Del resto, la guerra ibrida è stata
teorizzata dalla Russia almeno dal 2013, già prima dell’invasione russa in
Crimea, con la dottrina Gerasimov.
In cosa consiste la dottrina elaborata dal generale russo Valerij Gerasimov?
Un conflitto asimmetrico e mai aperto, condotto in modo che l’aggressore abbia
sempre il vantaggio dell’anonimato, perché sarebbe impossibile risalire al
colpevole di un attacco informatico, oppure al pilota di un drone manovrato a
distanza. Per non parlare delle attività di disinformazione, quasi sempre
avvolte nel mistero.
Questa dottrina però non è in un documento ufficiale del Cremlino, bensì una
ricostruzione degli analisti occidentali.
È vero che non è un documento ufficiale, ma Gerasimov ne scrisse in un articolo
del 2013, dopo le primavere arabe. Lui attribuiva l’origine della guerra ibrida
all’intelligence americana. Nel frattempo, i russi si suppone l’abbiano messa in
pratica, gli americani meno. Ma forse ora anche la Nato e l’Occidente si stanno
adeguando.
Perché la Nato ha minacciato pubblicamente la Russia, invece di attaccarla senza
dirlo?
Le parole di Cavo Dragone sembrano anche un segnale di frustrazione occidentale,
per non riuscire a inchiodare Putin alle sue responsabilità. Ma forse è un
messaggio con diversi destinatari: alla Russia dice di stare attenta, alzando
l’asticella della deterrenza, perché l’Occidente potrebbe attaccare con una
strategia da guerra ibrida; ai cittadini e a chi si oppone, dice chiaramente che
anche la Nato può essere più aggressiva e attaccare per prima. Questa sembra la
direzione.
Ci sono segnali che l’Occidente stia abbracciando la guerra ibrida?
Certo e li possiamo osservare in casa nostra. Crosetto ha detto chiaramente che
“l’Italia è già in una guerra ibrida”. Infatti vuole assumere 1500 soldati da
scrivania, quelli che fanno la guerra con gli attacchi informatici. Il generale
Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, invece ha dichiarato: “chi non
possiede la superiorità tecnologica è destinato a soccombere. Il cyber non è più
un supporto, ma un dominio di manovra al pari di terra, mare e cielo”.
L'articolo “Attacchi informatici a reti elettriche, banche e anche aerei. È la
guerra ibrida Nato-Russia evocata dall’ammiraglio Cavo Dragone” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Le forze armate tedesche si dotano di droni d’attacco e prevedono di schierare
sei unità equipaggiate nei prossimi anni. “Abbiamo iniziato i test”, ha
dichiarato l’ispettore dell’esercito, il tenente generale Christian Freuding,
alla ARD. La prima batteria a medio raggio dovrebbe essere operativa entro il
2027, seguita da altre cinque entro il 2029. Sono in corso sperimentazioni per
sistemi noti come “munizioni vaganti”, riporta l’emittente tedesca: droni
d’attacco che possono volteggiare sopra il campo di battaglia per poi
schiantarsi contro il nemico. Entro il 2029 è prevista la creazione di un’unità
delle dimensioni di una compagnia dotata di sistemi d’arma a lungo raggio o
-come precisa ARD – “Ground Based Deep Precision Strike”. Con l’approvazione del
bilancio 2026, la spesa per la difesa della Germania salirà a 108,2 miliardi di
euro il prossimo anno (21,85 miliardi in più rispetto al 2025), raggiungendo un
nuovo record dalla fine della Guerra Fredda. Gli aumenti sono resi possibili
solo dal fondo speciale per la Bundeswehr, pari a 100 miliardi di euro, deciso
dal Bundestag nel 2022.
Il tenente generale Christian Freuding ne ha parlato alla serata
dell’Associazione di supporto dell’esercito con i membri del Parlamento. Navid
Linnemann su defence-network.com ha riassunto il suo intervento: la propaganda
russa, le operazioni di sabotaggio e i voli dei droni sul territorio della NATO
dimostrano chiaramente che la Russia è in conflitto con l’Occidente. La Germania
deve essere pronta al combattimento e capace di vincere. “Il fattore cruciale
sarà sopraffare il nemico con una moltitudine di effetti coordinati in tutte le
dimensioni, per poi sconfiggerlo con una guerra altamente dinamica”. Se questa
strategia avrà successo, anche la superiorità quantitativa non sarà di alcuna
utilità per il potenziale nemico.
Freuding ha formulato quindi sei principi guida per gli acquisti indirizzati a
modernizzare l’esercito tedesco. L’alta tecnologia rimane essenziale, ma per
essere pronta al combattimento dev’essere robusta, disponibile in grandi
quantità e rapidamente sostituibile. Occorre sviluppare fin dal progetto sistemi
in collaborazione con i soldati perché siano affidabili e intuitivi, impiegando
un’architettura aperta e standardizzata ampiamente applicabile. L’industria deve
garantire affidabilità assoluta in termini di tempi di consegna e qualità; i
ritardi comportano una perdita di reale capacità operativa. Per ovviarvi le
lacune debbono poter essere colmate immediatamente, se necessario anche
attraverso sistemi esteri collaudati. Deve subentrare una nuova logica
economica: produzione di massa, scalabilità, catene di fornitura solide e
gestione coerente del ciclo di vita come base per la sostenibilità e la
redditività finanziaria.
Il campo di battaglia del futuro sarà interconnesso e basato sui dati,
asimmetrico, e influenzato dalle applicazioni dell’intelligenza artificiale, ha
spiegato il tenente generale. I dati diventeranno una risorsa centrale,
“virtualmente le munizioni della guerra”. Il campo di battaglia del futuro sarà
definito da scudi difensivi concorrenti. L’obiettivo sarà quello di mantenere
permanentemente il proprio scudo, penetrando contemporaneamente quello nemico.
Freuding ha espresso perciò insoddisfazione per l’avanzamento del progetto di
comunicazioni digitalizzate tra i mezzi di combattimento. Un progetto “decisivo
per la guerra” ha dichiarato a Deutschlandfunk, alla luce dello sviluppo delle
capacità russe nella guerra elettronica di intercettazione, disturbo, o
reimpiego dei dati delle comunicazioni avversarie per contrattacchi, emersi
nella guerra contro l’Ucraina. I ritardi hanno “ripercussioni significative
sulla prontezza operativa delle nostre unità e formazioni” avrebbe ancora
commentato.
Nonostante gli impegni il nuovo sistema radio digitale per le forze armate
costato 20 miliardi di euro presenta infatti gravi problemi di installazione nei
diversi veicoli e il software non funziona ancora correttamente. Sono stati
chiamati consulenti esterni con costi aggiuntivi per 156 milioni di euro. La
divisione 2025 di pronto intervento NATO non avrà però il nuovo sistema, secondo
quanto riportato da ARD e confermato dal generale Freuding a Deutschlandfunk,
fino alla fine del 2027.
Per ognuno dei circa 200 veicoli e infatti necessario sviluppare un progetto
specifico per integrare i modelli; uno sforzo che era stato sottovalutato anche
dall’industria ha spiegato il tenente generale Michael Vetter, capodipartimento
innovazioni e cyber, a Deutschlandfunk. I problemi con il software che avevano
causato in una prima fase di prova comunicazioni sfasate sarebbero stati
risolti, ma permarrebbero ancora per la trasmissione sul campo di dati, come
cartografie. Si è molto lontani da un sistema di comunicazioni digitali idoneo
all’impiego ha criticato Niklas Wagener, esperto di difesa dei Verdi, in
un’intervista al RedaktionsNetzwerk Deutschland: allo stato non ci sarebbe una
connessione wireless stabile con oltre venti partecipanti e si sarebbe quindi
ben lontani dalla digitalizzazione di un’intera brigata.
Se non ci saranno altri imprevisti ad ogni modo, la prossima settimana il
Bundestag approverà la legge sul nuovo servizio militare. Il piano prevede la
chiamata dei diciottenni a partire dal 2027, con l’obiettivo di attrarre un
numero sufficiente di volontari a paga mensile lorda di 2.600 euro, con
indennità per i coscritti di lunga data, bonus per la patente di guida e una
formazione di alta qualità. Dopo le elezioni federali del 2029 – sussume Markus
Decker su RND – potrebbe essere reintrodotto il servizio militare obbligatorio.
Mercoledì è iniziata a Brema la riunione del Consiglio ministeriale dell’ESA in
cui potrebbe emergere anche un percorso più incisivo in materia di sicurezza, a
integrazione dell’attenzione prevalentemente civile dell’agenzia spaziale. La
ministra tedesca per lo spazio Dorothee Bär (CSU) la scorsa settimana insieme al
ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD), ha già annunciato il varo della
prima “Strategia per la sicurezza spaziale” tedesca ed auspicato maggiore
attenzione al “dual use”.
L'articolo L’esercito tedesco ora punta sui droni d’attacco: “Abbiamo iniziato i
test”. Spesa per la difesa da record: salirà a 108,2 miliardi di euro proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Le forze armate tedesche saranno in grado di fornire supporto alla polizia, se
necessario anche con l’impiego delle armi, contro droni che ostacolino il
traffico aereo o sorvolino aree sensibili. Lo ha deciso il Consiglio dei
ministri accogliendo una proposta del titolare degli Interni Alexander Dobrindt
(CSU). Nelle ultime settimane in diversi Paesi europei sono stati ripetutamente
avvistati droni senza pilota sorvolare aree militari, impianti industriali ed
aeroporti. Bruxelles, Copenaghen, Berlino e Monaco tra le altre città toccate.
La coalizione di governo tedesca tra Cristiano-Democratici e Socialdemocratici
ha adottato mercoledì una bozza di proposta del Ministero dell’Interno volta a
modificare la legge sulla sicurezza aerea.
Il disegno di legge prevede innanzitutto che le autorità di polizia federali
verranno meglio attrezzate per difendersi dai droni e, se necessario, potranno
richiedere aiuto in via amministrativa alle Forze Armate. Il supporto
dell’Esercito sarà in via principale di fornitura di tecnologie di ricognizione
e intervento. Tuttavia, qualora si temesse un attacco particolarmente grave
attraverso i droni, il disegno di legge prevede che la Bundeswehr possa anche
“impiegare le armi o altri mezzi d’azione”. Tra questi ultimi si annoverano i
cosiddetti jammer, dispositivi che interrompono il contatto tra il drone e il
suo radiocomando. Ciò sarebbe consentito, tuttavia, solo se si può presumere che
il drone “sia destinato a essere utilizzato contro la vita umana o contro
un’infrastruttura critica” potendo distruggerla, e che l’impiego della forza
armata “sia l’unico mezzo per contrastare questa minaccia imminente”.
In Germania l’esercito gode di poteri ampi unicamente in caso di difesa
nazionale. L’impiego delle Forze Armate in tempi di pace all’interno del
territorio invece ha un corsetto molto rigido, delineato soprattutto
nell’articolo 87a della Costituzione che lo ammette sostanzialmente solo come
assistenza in caso di catastrofi, pandemie, o a supporto della polizia.
Tuttavia, secondo il ministro degli Interni Alexander Dobrindt, la modifica
della legge sulla sicurezza aerea non implicherà la necessità di una riforma
costituzionale, perché prevede lo strumento di un’assistenza in via
amministrativa. Konstantin von Notz, membro dei Verdi della Commissione
parlamentare affari interni, per contro ha recentemente sostenuto che l’impiego
delle Forze Armate per la difesa dai droni non sarebbe possibile senza un
emendamento costituzionale. “Anche se venisse dichiarato lo stato di tensione,
consentendo alle Forze Armate tedesche di assumere il controllo, sarebbe
necessaria una maggioranza di due terzi nel Bundestag”, ne cita le parole ZdF.
Riferendosi al recente aumento dei sorvoli di droni, il Ministro Dobrindt ha
indicato però che la Germania deve essere più preparata: anche se non ogni
avvistamento rappresenta automaticamente una minaccia, può potenzialmente
comportarla. In particolare, in riferimento ai dispositivi più grandi, che sono
spesso al di là delle capacità della polizia, il progetto di legge prevede che
l’esercito li potrà “combattere, intercettare e persino abbattere”. La legge
ridurrà notevolmente “i processi di coordinamento e decisionali” ha assicurato
Dobrindt. Normalmente sull’eventuale dispiegamento delle Forze Armate può
decidere solo il Ministero della Difesa, e per le operazioni di assistenza
interna è richiesto un accordo con il dicastero degli Interni. Il progetto di
legge prevede invece che in casi particolarmente gravi di difesa dai droni, dove
è anche urgente scoprire chi li sta controllando, per consentire rapidità
d’intervento questo requisito possa essere derogato, e la richiesta di supporto
avanzata a livello gerarchico inferiore a quello ministeriale.
Anche se l’esercito può fornire assistenza solo nella misura in cui ciò non
comprometta la propria missione di difesa nazionale e dell’Alleanza, che hanno
sempre la precedenza, la prevenzione delle violazioni della sovranità statale ha
finalità difensive ed è perciò anch’essa “un compito originario delle Forze
Armate”. Questa sarebbe la base giuridica, secondo il diritto internazionale e
costituzionale, che consentirebbe ai militari di abbattere i droni appartenenti
a una potenza straniera che violino lo spazio aereo tedesco. Uno dei problemi
sollevati fin qui all’assistenza dell’Esercito è tuttavia che per parlarsi di
intervento difensivo si dovrebbe essere sicuri che il drone venga dall’esterno,
non ci sarebbe invece legittimità ad un’azione militare se messo in volo dallo
spazio aereo nazionale. Il tema delle minacce ibride è stato affrontato
mercoledì pomeriggio dal ministro dell’Interno Dobrindt anche nella conferenza
autunnale dell’Ufficio federale di polizia criminale (BKA). Dal Ministero degli
Interni si chiedono da tempo anche norme più severe nei confronti degli
attivisti che accedono senza autorizzazione alle piste degli aeroporti e resta
aperto se saranno incluse anch’esse nel testo di riforma della legge sulla
sicurezza aerea. I privati che utilizzano droni acquistati in un negozio di
ferramenta non avranno comunque nulla di cui preoccuparsi, a condizione che
abbiano registrato il dispositivo e rispettino le regole di distanza stabilite,
ad esempio intorno agli aeroporti.
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alla polizia per abbattere quelli che sorvolano aree sensibili proviene da Il
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