di Giulio Di Donato
Guardando al passato, negli anni dell’equilibrio bipolare pre-Ue il nostro Paese
ha saputo sviluppare, tra mille contraddizioni e opacità, una politica estera
relativamente e realisticamente autonoma. Con l’ordine internazionale liberale
post-1989, espressione dell’unipolarismo statunitense, e con l’Europa di
Maastricht, i margini si fanno invece molto più stretti, se non inesistenti.
Arriviamo poi ai nostri giorni: il conflitto in Ucraina segna l’inizio di una
fase nuova, che sancisce ufficialmente la realtà di un mondo nel quale sono
emerse potenze in grado di opporsi all’unilateralismo e al paninterventismo
atlantista globale e illimitato. Non è che prima non contassero i rapporti di
forza, gli interessi nazionali, ecc.: erano piuttosto coperti da un velo di
ipocrisia di matrice liberal-globalista, che mascherava il dominio egemonico di
un’unica grande potenza, oggi costretta a confrontarsi con altre potenze che le
contendono il primato. Quel che è certo è che l’alternativa a una condizione di
equilibrio di potenza non è l’integrazione cosmopolitica post-sovrana, bensì il
dominio unipolare di un’unica potenza: occorre quindi che una potenza arresti,
limiti e contenga l’altra, poiché un potere privo di bilanciamenti tende
inevitabilmente a esondare.
Quello con cui ci confrontiamo è certamente uno scenario denso di rischi, ma
anche di opportunità, se l’obiettivo è restituire nuova vitalità all’iniziativa
autonoma dei singoli Paesi europei, anche e soprattutto nel loro rapporto
reciproco, in vista di un profondo ripensamento del processo di integrazione
europea, da smontare e ricostruire daccapo su basi nuove e più ristrette.
Ad esempio, l’Italia, assieme a un nucleo ristretto di Paesi europei (nucleo che
ovviamente non comprende i baltici), mentre condanna le ingerenze di Trump nei
confronti della Groenlandia (a cui, per varie ragioni, non può essere concessa
alcuna legittimazione) dovrebbe adoperarsi più o meno sotterraneamente e in
modalità “Prima Repubblica”, in una chiave cioè realistica e consapevole dello
stato dei rapporti di forza, per ricostruire i rapporti con la Russia, provando
a sfruttare le opportunità del nuovo indirizzo di cui tu scrivi. Ma per fare
questo bisognerebbe avere chiaro il senso dei propri interessi strategici e
disporre di quella capacità di analisi e di visione che oggi manca alla classe
dirigente italiana ed europea.
L’Italia, intanto, potrebbe farlo direttamente, senza accontentarsi di essere
semplicemente graziata dai dazi di Trump, se l’obiettivo è attribuire al tema
dell’interesse nazionale un significato di più ampio respiro e restituire al
nostro Paese la capacità di svolgere una propria funzione storica nel mondo, nel
nome di una prospettiva autenticamente internazionalistica.
La prospettiva a cui guardare è dunque quella della ricerca di un equilibrio
valido soprattutto tra gli “Stati sovrani egemoni”, chiamati a misurarsi con la
necessità di coesistere pacificamente e di cooperare di fronte ad alcune grandi
sfide comuni che, pur incrociandola, trascendono la dimensione ineludibile degli
interessi nazionali. Si tratta di un modello di ordine che, pur essendo
precario, imperfetto e attraversato da molteplici tensioni, resta comunque
quello che meglio riflette e valorizza la complessità e la varietà del mondo,
contro ogni tentativo di riduzione del diverso all’uno.
In generale, per quanto aspra, carica di insidie e spesso difficile da
sostenere, la logica dell’equilibrio (oggi solo competitivo) di potenza appare
preferibile al manicheismo della contrapposizione tra democrazie e autocrazie,
alla retorica dello “scontro di civiltà”, nonché ai tentativi di reductio ad
Hitlerum dei leader delle altre potenze continentali, con i quali, proprio in
ragione di tale rappresentazione, non sarebbe possibile avviare alcun vero
negoziato dopo una fase di burrasca. Risulta infatti più produttivo operare sul
terreno del riequilibrio, per quanto conflittuale, piuttosto che su quello di un
unipolarismo ideologicamente suprematista, che restringe gli spazi della
mediazione politica e giuridica e rende più concreto il rischio di una guerra di
magnitudo estrema.
La politica estera statunitense, da sempre oscillante tra isolazionismo
imperiale e interventismo globale, ragiona oggi in termini di allineamenti
contingenti piuttosto che di alleanze strutturali e sembra assestarsi, pur tra
mille contraddizioni e incertezze (anche in ragione di evidenti contrasti
interni, come quelli tra l’anima neocon di Marco Rubio e quella MAGA di J.D.
Vance) sulla linea “versione aggiornata della Dottrina Monroe/equilibrio
competitivo di potenza, politiche di contenimento nei confronti dell’ascesa
cinese/tentativi di decoupling tra Cina e Russia”.
L’obiettivo resta, insomma, quello di affermare, questa volta senza infingimenti
retorici, l’America First, all’interno però di un quadro delle relazioni
internazionali riconosciuto come costitutivamente pluralistico e conflittuale,
che tuttavia non contempla l’ipotesi di uno scontro aperto e totale tra le
grandi potenze.
Se questo è lo scenario, l’iniziativa politica italiana ed europea, ristretta a
un nucleo di “nazioni apparentate”, dovrebbe svolgere una funzione di dialogo e
mediazione tra aree diverse, promuovendo condizioni e ragioni di cooperazione
piuttosto che di conflitto. Si tratterebbe, cioè, di lavorare sul terreno
dell’equilibrio di potenza, puntellandolo con elementi crescenti di pace,
giustizia e progresso, imprimendo dinamicità a questi stessi equilibri con il
necessario supporto di nuove e più consistenti dosi di energia politica e
spirituale, operanti tanto in basso quanto in alto, per spingere la realtà oltre
il ventaglio delle possibilità finora intraviste e introdurre, in un mondo
sempre più attraversato dal senso dell’ineluttabile e povero di aperture verso
l’alto e in avanti, un principio nuovo di speranza, fiducia e fraternità.
L'articolo L’Italia ha un’opportunità per ridefinire la propria politica estera
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Guerra Russia Ucraina
Trump aveva parlato di una tregua di una settimana negli attacchi russi
sull’Ucraina concordata con Vladimir Putin, è stato ridimensionato dal Cremlino.
Il presidente Usa, ha precisato il portavoce Dmitry Peskov, ha chiesto una
sospensione degli attacchi sulla sola Kiev, che durerà fino a domenica, quando
ad Abu Dhabi è prevista la ripresa dei negoziati di pace. Ma Trump è tornato a
dirsi fiducioso. Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “si odiano, e
questo rende le cose molto difficili, ma penso che ci stiamo avvicinando molto a
raggiungere un accordo”, ha assicurato il tycoon.
Trump aveva detto giovedì che Putin era stato “molto carino” nell’accogliere la
sua richiesta di sospendere “per una settimana” gli attacchi, in considerazione
di un’ondata di gelo prevista nei prossimi giorni sull’Ucraina, con temperature
fino a 30 gradi sotto zero. Il capo della Casa Bianca, tuttavia, non aveva
precisato né la data d’inizio della tregua, né quali infrastrutture dovrebbero
essere risparmiate dai bombardamenti. Alla domanda se la Russia avrebbe
rispettato la tregua, Peskov ha risposto in modo non del tutto chiaro: “Sì – ha
detto – c’è stato un appello personale del presidente Trump per una settimana,
fino al primo febbraio, mentre si creano le condizioni favorevoli per i
negoziati”. Un commento che ha indotto l’agenzia russa Ria Novosti a scrivere
che Mosca accoglieva la richiesta, mentre per la Tass le parole del portavoce di
Putin confermavano solo la richiesta della parte americana.
L’Aviazione ucraina ha detto che nella notte tra giovedì e venerdì i russi hanno
lanciato sull’Ucraina 111 droni, di cui 80 sono stati abbattuti, ma secondo
Zelensky “non ci sono stati attacchi sulle installazioni energetiche, mentre le
forze armate russe “si concentrano ora su raid contro obiettivi logistici”.
Comunque gli ultimi bombardamenti russi su Kiev sono avvenuti nella notte tra il
23 e il 24 gennaio. Cioè qualche ora prima dell’inizio della prima tornata di
trattative russo-ucraine a Abu Dhabi con la mediazione americana. E quindi
l’annuncio di Trump potrebbe riguardare una tregua relativa solo alla capitale
già in vigore dall’inizio dei colloqui, e destinata a durare almeno fino alla
loro ripresa, fra due giorni. Anche se Zelensky ha detto che “la data o il luogo
potrebbero cambiare” a causa delle crescenti tensioni tra gli Usa e l’Iran.
Anche se confermati, non si tratterà di negoziati semplici. “Finora, non siamo
riusciti a trovare un compromesso sulla questione territoriale, in particolare
riguardo a una parte dell’est dell’Ucraina“, ha avvertito il presidente. Con un
riferimento al Donbass, di cui i russi vorrebbero appropriarsi per intero.
Zelensky ha anche accusato Mosca di avere “bloccato il processo” di scambio dei
prigionieri.
Il leader ucraino ha poi categoricamente respinto la possibilità di incontrare
Putin a Mosca, come proposto dal Cremlino, e lo ha pubblicamente invitato a
recarsi lui a Kiev, “se ha il coraggio”. Il che ha attirato la piccata risposta
del Cremlino. “Vorrei ricordare – ha chiarito Peskov – che è stato Zelensky a
chiedere un incontro. Il presidente Putin gli ha risposto: ‘Siamo pronti, ma
solo a Mosca’”.
Sul terreno, intanto, la Russia ha rivendicato la conquista di altri tre
villaggi: due nella regione di Zaporizhzhia e uno in quella di Donetsk. Mentre
nell’oblast nord-orientale di Kharkiv le autorità hanno ordinato l’evacuazione
obbligatoria delle famiglie con bambini da sette insediamenti in un territorio
situato a una cinquantina di chilometri dall’omonima città capoluogo. In
precedenza il governatore della regione aveva accusato le truppe russe di aver
provocato la morte di una persona e il ferimento di almeno altre due in raid sui
villaggi di Novoosynove e di Chorne.
L'articolo Il Cremlino ridimensiona la tregua in Ucraina chiesta dagli Usa.
Trump: “Putin e Zelensky si odiano, ma ci avviciniamo a un accordo” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Ho personalmente chiesto a Putin di non bombardare Kiev e varie altre città per
una settimana” a causa del “freddo record. E lui ha dato l’ok” . A parlare è
Donald Trump che annuncia così, durante la riunione di Gabinetto, una tregua
nella guerra in Ucraina. “Lasciatemelo dire, è stato molto gentile da parte
sua”, ha aggiunto il presidente Usa.
Per Trump la fine del conflitto è vicina: “Abbiamo messo fine a otto guerre e
credo che un’altra stia arrivando”. A parlare di progressi nei negoziati è lo
stesso inviato speciale, Steve Witkoff, intervenendo durante la stessa riunione
alla Casa Bianca: i colloqui tra Russia e Ucraina, mediati dagli Stati Uniti,
“proseguiranno tra circa una settimana” e stanno registrando sviluppi “positivi”
nelle discussioni su un possibile accordo territoriale. “Le parti – ha aggiunto
– stanno discutendo del territorio e stanno accadendo molte cose positive“, ha
sottolineato Witkoff, aggiungendo che “l’accordo sul protocollo di sicurezza è
in gran parte completato, così come quello sulla prosperità”.
Sull’annuncio della tregua, al momento, non c’è alcun commento da parte di
Mosca. Poco prima però il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, in
un’intervista al al canale televisivo turco Tgrt e al quotidiano Turkiye, aveva
dichiarato che un cessate il fuoco temporaneo nella zona di conflitto ucraina è
“inaccettabile” per la Russia. “È stato detto molte volte, e il presidente
Vladimir Putin lo ha spesso ricordato, che il cessate il fuoco che Zelensky sta
nuovamente cercando, anche se durasse almeno 60 giorni, e preferibilmente di
più, è per noi inaccettabile”, ha ribadito.
L'articolo Trump annuncia tregua di una settimana in Ucraina: “Ho chiesto a
Putin di non attaccare per il freddo record. Ha dato l’ok” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Prima solida esterna, diritto lungolinea ad aprirsi il campo e diritto
incrociato dal centro a chiudere il match. Poi un’espressione sospetta quasi a
favor di telecamera che sembra proprio un “f*ck you”. Così la tennista
bielorussa Aryna Sabalenka ha chiuso la sua semifinale contro la collega ucraina
Elina Svitolina agli Australian Open (6-2, 6-3 in un’ora e 17 minuti di gioco) e
sfiderà adesso Elena Rybakina in finale. Una vittoria netta, ma – come
preventivabile alla vigilia della sfida – a prendersi la scena è quanto accaduto
prima e dopo la partita: le due non avevano fatto la foto insieme e non si sono
strette di nuovo la mano. Questa volta a fine match è stata Sabalenka a evitare
l’incrocio con l’avversaria, andando diretta a stringerla al giudice di sedia.
Nel corso del match, sul maxischermo della Rod Laver Arena era apparso un
annuncio: “Al termine dell’incontro, non ci sarà alcuna stretta di mano tra le
giocatrici. Apprezziamo il vostro rispetto per entrambe durante e dopo il
match”. Svitolina era stata protagonista di un episodio simile già agli ottavi
di finale del torneo, dopo aver battuto la russa Mirra Andreeva. Con Sabalenka,
invece, c’è già un precedente: le due non si erano strette la mano ai quarti del
Roland Garros 2023, quando la bielorussa aveva atteso a rete l’avversaria, che
aveva rifiutato il saluto.
Questa volta però Sabalenka si è lasciata andare anche a un’espressione colorita
nei confronti dell’avversaria. Dopo aver chiuso il match e mentre si dirigeva
verso il giudice di sedia, la bielorussa – pescata in primo piano dalle
telecamere – ha esclamato un “f*ck you” piuttosto chiaro dal labiale. Svitolina
fin dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina si è schierata apertamente a
difesa del suo popolo con una serie di iniziative umanitarie. Motivo per cui ha
spesso protestato in modo simile nel corso dei match contro avversarie russe o
bielorusse che ormai da diverso tempo giocano da atleti neutrali, senza
bandiera.
> Huge congrats to @SabalenkaA she is through to the AO final after a
> masterclass against Elina Svitolina.
>
> This was a high level performance by Sabalenka and cruises into the final
> without losing a set!
>
> Ukraines Svitolina refused to shake Sabalenkas hand.pic.twitter.com/YKxHy4LaAM
>
> — Pavvy G (@pavyg) January 29, 2026
L'articolo Sabalenka-Svitolina, gelo tra la bielorussa e l’ucraina agli
Australian Open: né foto né stretta di mano. E un labiale sospetto proviene da
Il Fatto Quotidiano.
La Nato a guida americana ci difende o ci mette in pericolo? Che cosa aspettano
gli europei a rivedere i rapporti con la Nato? A causa dell’articolo 5 della
Nato invocato dal presidente americano George W. Bush i nostri soldati sono
(malauguratamente) andati in guerra in Afghanistan per combattere contro il
terrorismo. Tuttavia oggi l’Afghanistan è in mano ai talebani e l’attuale
presidente americano Donald Trump ha addirittura deriso e insultato le truppe
europee che valorosamente si sono battute nella guerra voluta dagli Stati Uniti:
i morti italiani sono stati 52 e 700 i feriti. Tutto questo per soccorrere gli
americani in una guerra inutile – perché il terrorismo certamente non si
sconfigge con la guerra – che è stata persa.
Mark Rutte, il capo della Nato, chiama Trump “paparino” ma Trump vuole
conquistare la Groenlandia, territorio danese e quindi europeo: è chiaro che non
soccorrerà mai l’Europa in caso di attacco. L’alleanza tra Europa e Usa è già
finita. La Nato ormai serve agli americani soprattutto per vendere armi.
Per colpa dell’espansione a est della Nato e del tentativo della Nato di mettere
le sue basi militari anche in Ucraina, dove è nata la Russia e dove si parla
russo, l’Europa e l’Italia soffrono una gravissima crisi economica ed
energetica. La Russia prima del febbraio 2022 era un preziosissimo partner
commerciale dell’Unione Europea: oggi invece l’Ue, assecondando le pretese della
Nato di installare le sue basi militari alla frontiera della Federazione Russa,
ha trasformato la Russia, la prima potenza atomica mondiale, da amica a nemica.
La Ue si è sparata sui piedi.
Gli europei hanno servito l’America bombardando illegalmente la Serbia,
intervenendo militarmente in Afghanistan e in Iraq, e poi per difendere
l’Ucraina con armi e soldi. L’Europa ha finanziato Kiev per 200 miliardi e i
contribuenti europei ne sborseranno altri 90 nei prossimi due anni: ma il
presidente ucraino Zelensky – il tiranno che ha trascinato il popolo ucraino
alla rovina solo per aprire le porte del suo paese alla Nato, che ha nominato un
governo di ministri corrotti, che ha messo fuori legge tutti i partiti di
opposizione, e che già prima della guerra aveva portato i suoi capitali nel
paradiso (fiscale) di Panama – al Forum di Davos ha avuto la sfrontatezza di
dare la colpa agli europei perché sta perdendo la guerra. Gli stupidi politici
dell’Unione Europea non solo perdono le guerre seguendo la Nato ma vengono anche
sbeffeggiati.
Immaginiamoci che cosa accadrà a quello che resta della democrazia europea se e
quando l’Ucraina – che non ha mai conosciuto la democrazia – entrerà nella Ue,
come vuole il genio della politica europea Ursula von der Leyen. Ursula è sempre
andata dietro al tiranno Zelensky. La guerra è persa ma la Ue vuole continuare
ad armarsi contro la Russia, la quale però non ha alcuna intenzione di attaccare
l’Europa, mentre Trump al contrario vuole conquistare la Groenlandia. L’Ue ha
sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare in Ucraina, e sbaglia ancora, sia
verso la Russia che verso la Nato e l’America.
Gli europei dovrebbero cominciare a riconoscere che la Nato non ha difeso la
democrazia ma gli interessi imperiali americani, prima contro il comunismo e
dopo contro la Russia. L’America ha sempre avuto il timore di un’Europa forte
grazie al rapporto con la Russia: la sua prima preoccupazione era di rompere
questa relazione pericolosa grazie all’espansione della Nato a est. La Nato ha
sostenuto il Portogallo del dittatore Salazar, ha preparato il colpo di Stato
dei Colonnelli in Grecia, ha come socio forte la Turchia di Erdogan, ha
alimentato la strategia della tensione in Italia con la creazione della P2 di
Lucio Gelli. E’ ora che gli europei riflettano sulle cattive amicizie.
La National Security Strategy di Trump spiega che la Nato non deve più
espandersi e continuare a minacciare la Russia. Ma le teste d’uovo Giorgia
Meloni, Friedrich Merz, Emmanuel Macron, per non parlare dell’impresentabile
Kaja Kallas – la ministra degli esteri dell’Ue che voleva addirittura spazzare
via la Russia e tramutarla in tante piccole regioni – invece di prendere al volo
l’opportunità della svolta di Trump e correre a fare la pace con la Russia,
vogliono trasformare l’Ucraina in un “porcospino armato” e continuare la guerra
con Mosca come l’ultimo dei giapponesi.
La sinistra europea e italiana ha sempre abbracciato le cause perse della Nato e
della Ue ed è dunque complice delle loro politiche belliciste e fallimentari.
Speriamo che prima o poi, oltre ai 5 Stelle, qualcuno a sinistra si accorga che
occorre rivedere tutta la politica internazionale. Le basi militari nel
territorio italiano ci difendono o ci trasformano in un potenziale bersaglio? E’
ora di cominciare a emanciparsi dalla Nato americana.
L'articolo La Nato non difende più l’Europa, finita l’alleanza con gli Usa: è
ora di cominciare a emanciparsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Domani la Commissione Esteri della Camera darà il via al decreto Riarmo, che poi
arriverà in Aula la settimana successiva. Nel titolo non si parlerà di aiuti
“militari” all’Ucraina, ma nel testo sì. La parola, infatti, è stata espunta
mercoledì dopo il voto di un emendamento presentato dalla maggioranza e passato
tra le proteste delle opposizioni. Con i dem Lia Quartapelle e Enzo Amendola in
prima linea nel sostenere che tale modifica fosse inammissibile, visto che
trasforma radicalmente il contenuto del decreto legge.
LE OPPOSIZIONI: “UNA BUFFONATA”
Se il Pd durante la seduta (lo scorso mercoledì) ha voluto criticare
l’emendamento a prima firma del leghista Zoffili perché presupporrebbe un
disimpegno dell’Italia nei confronti di Kiev (vedi l’intervento di Piero Fassino
nella stessa riunione), Avs e i Cinque Stelle lo hanno letto semplicemente come
una “buffonata” da parte del governo, un gioco di prestigio, per tenere dentro
sia chi è per il sostegno all’Ucraina senza se e senza ma e chi non è d’accordo
(leggi la Lega). Gli equilibrismi di Giorgia Meloni in politica estera di questa
settimana hanno avuto un risvolto anche a livello parlamentare. Con il Pd a
puntellare, anche di fronte a qualche vuoto nel centrodestra.
VIA LIBERA A SETTE DECRETI PER UN MILIARDO
Oggi c’è stato l’ennesimo passaggio sul riarmo nelle Commissioni Difesa di
Camera e Senato: sono stati votati sette decreti. Si va dagli obici ruotati
della tedesca Krauss-Maffei Wegmann – sia nuovi che da ammodernare – ai razzi
Mlrs a lunga gittata dell’americana Lockheed Martin, dai droni-bomba
dell’israeliana Uvision ai lanciarazzi della svedese Saab, dai mortai della
francese Thomson-Brandt alle batterie contraeree del consorzio a maggioranza
anglo-francese Mbda, più un centinaio di droni da sorveglianza di Leonardo.
L’impegno di spesa pluriennale da approvare è di oltre un miliardo di euro. Il
Pd in Senato ha detto sì, alla Camera si è astenuto (tranne sul decreto sui
droni di ricognizione sul quale ha detto sì, lo stesso sul quale i Cinque Stelle
si sono astenuti, invece di votare no come sugli altri sei).
I 5 STELLE: “PD PILATESCO”
A motivare l’astensione è stato Stefano Graziano: “Chiediamo al governo che
venga messa sul tavolo una discussione seria tra spese per il personale, spese
per l’esercizio e spese per gli investimenti. Non è accettabile che il governo
propenda e si preoccupi solo degli investimenti senza pensare al personale delle
forze armate e relativi esercizi. Il rapporto dovrebbe essere 50% investimenti,
25% personale e 25% esercizio. Oggi siamo completamente sbilanciati, 50-10-40”.
Un atteggiamento “pilatesco” quello del Pd secondo i Cinque Stelle.
D’altra parte, martedì scorso in Commissione Difesa sui sei decreti ministeriali
relativi a programmi di armamento per un impegno pluriennale di spesa prossimo
ai 4 miliardi di euro, il Pd aveva espresso parere favorevole. Lo stesso
Graziano intervenendo in Commissione aveva sottolineato come i programmi in
questione abbiano carattere difensivo e di ammodernamento tecnologico. E dunque,
come il gruppo del Pd abbia “una postura favorevole” rispetto alle necessità,
cui si dà risposta mediante i programmi in esame, di “implementare le capacità
antidroni, il pilotaggio da remoto e i sistemi di guerra elettronica”, poiché
“rispondono a esigenze di protezione del Paese”. Questo pur evidenziando la
necessità di un equilibrio della spesa per la Difesa. Da sottolineare che lo
stesso Graziano aveva denunciato l’assenza del governo mercoledì scorso in
Commissione Difesa, quando erano stati presentati i decreti su cui si è votato
oggi. Un tentativo di far emergere le difficoltà del governo di mettere la
faccia sul riarmo.
L'articolo Decreto Riarmo, il gioco di prestigio del governo: “aiuti militari”
nel testo, non nel titolo. Le opposizioni: “Buffonata” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L'articolo Ucraina, oggi il trilaterale Usa-Russia-Kiev. “Raid di Mosca nella
notte con oltre 100 droni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Manca la “volontà politica” dell’Unione europea nei confronti di Vladimir Putin.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel suo discorso a Davos, punta il
dito contro gli alleati del vecchio continente. “L’Europa sembra persa nel
tentativo di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare. Ma lui non
cambierà”, ha aggiunto poco dopo avere incontrato, per circa un’ora, lo stesso
Donald Trump. C’è poi un annuncio rilevante: venerdì e sabato negli Emirati
Arabi Uniti si terrà il primo incontro trilaterale tra Stati Uniti, Russia e
Ucraina. “Spero che gli Emirati ne siano a conoscenza. Sì. A volte riceviamo
delle sorprese da parte americana”, ha detto rispondendo ad una domanda.
L’incontro di oggi con Donald Trump è stato “positivo”. “I documenti volti a
porre fine a questa guerra sono quasi pronti, e questo è davvero importante.
L’Ucraina sta lavorando con assoluta onestà”, ha detto Zelensky aggiungendo che
“la Russia deve essere pronta a porre fine” al conflitto.
Il presidente ucraino ringrazia l’Europa per aver congelato gli asset russi ma
afferma che “quando è arrivato il momento” di utilizzare tali beni per aiutare a
difendere l’Ucraina, la decisione è stata “bloccata“. E non ci sono stati “veri
progressi” sull’istituzione di un tribunale per l’aggressione russa, insiste
chiedendo: “È una questione di tempo o di volontà politica?“. “Stiamo lavorando
attivamente sulle garanzie di sicurezza, ma quelle serviranno dopo, una volta
che la guerra sarà finita. E ringrazio la Coalizione dei Volenterosi. Siamo
tutti positivi, ma c’è sempre un ma, serve l’impegno del presidente Trump e
ancora una volta le garanzie di sicurezza non possono funzionare senza
l’America”, ha aggiunto.
Zelensky ha iniziato il suo discorso a Davos paragonando la situazione in
Ucraina al film “Il giorno della Marmotta“. “Nessuno vorrebbe vivere così,
ripetendo la stessa cosa per settimane, mesi e, naturalmente, quattro anni –
afferma – È esattamente così che ci piace vivere adesso. Ed è la nostra vita.
Proprio l’anno scorso, qui a Davos, ho concluso il mio discorso con le parole:
l’Europa deve sapere come difendersi. È passato un anno e nulla è cambiato.
Siamo ancora in una situazione in cui devo dire le stesse parole”.
L’incontro con il capo della Casa Bianca, durato circa un’ora, è stato
“positivo, produttivo e sostanziale”, ha detto il presidente ucraino: “Abbiamo
discusso del lavoro dei nostri team e praticamente ogni giorno ci sono riunioni
o comunicazioni. I documenti ora sono preparati ancora meglio”, ha proseguito
Zelensky in un post su X, precisando che “oggi abbiamo anche parlato della
difesa aerea dell’Ucraina. Il nostro precedente incontro con il presidente Trump
ha contribuito a rafforzare la protezione dei nostri cieli e spero che anche
questa volta riusciremo a rafforzarla ulteriormente”. Di incontro positivo ha
anche parlato lo stesso Trump aggiungendo poi un “vediamo come va a finire”.Il
tycoon ai giornalisti che gli chiedevano quale è il suo messaggio per Vladimir
Putin – che oggi riceverà i suoi inviati, Steve Witkoff e Jared Kushner – ha
replicato: “Questa guerra deve finire“.
L'articolo Zelensky incontra Trump e annuncia il primo trilaterale con Mosca.
Critiche all’Europa: “Non ha volontà politica verso Putin” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Il posto in cui si nasce è importante: non cambio cittadinanza per la guerra”.
A parlare è Daniil Medvedev dopo aver raggiunto il terzo turno degli Australian
Open. In queste settimane è infatti tornata d’attualità nel tennis di nuovo la
polemica sulla guerra in Ucraina. Martedì infatti la tennista ucraina Oleksandra
Oliynikova ha tirato fuori una maglietta per i bambini uccisi nel conflitto e ha
parlato del padre soldato (“Mio padre è un soldato. Per quanto mi riguarda io
sono qui da sola, mentre prima viaggiavo con lui”), aggiungendo poi la richiesta
di bandire dal circuito i tennisti russi e bielorussi.
Da parte sua, il tennista russo – finalista agli Australian Open nel 2024 – ha
risposto in conferenza stampa alle domande sui tanti connazionali che per
protesta hanno cambiato nazionalità. “Capisco e rispetto al 100% quella scelta –
ha detto Medvedev, nato a Mosca e residente a Montecarlo – è qualcosa che si può
fare, soprattutto nello sport. Ma personalmente non ci ho mai pensato, perché
credo che il luogo in cui si nasca sia importante. Ma ripeto, molti giocatori
cambiano e io sono loro amico. Sono amico di molti giocatori nello spogliatoio,
quindi la scelta è loro”, ha concluso il tennista russo.
“Ho già parlato più volte di questo, posso solo dire che anche io desidero la
pace e se potessi fare qualcosa per ottenerla lo farei: di più, non posso dire,
non parlo di politica”, ha risposto invece oggi Aryna Sabalenka, bielorussa,
numero 1 Wta, dopo aver battuto la cinese Bai Zhuoxuan 6-3 6-1. Il tennis, a
differenza di altri sport, consente sin dall’invasione russa dell’Ucraina ai
giocatori russi di competere, ma da neutrali, ovvero senza bandiera e nome della
nazione di appartenenza.
L'articolo “Non cambio cittadinanza per la guerra in Ucraina”: così il russo
Medvedev dopo le polemiche agli Australian Open proviene da Il Fatto Quotidiano.
A un mese dal quarto anniversario del conflitto la Russia ha lanciato l’ennesimo
attacco sull’Ucraina con l’intento di colpire le infrastrutture energetiche.
Come spesso è accaduto nelle vicende storiche, Mosca utilizza il “generale
inverno” a proprio favore; stavolta lo scenario non è interno, ma l’obiettivo
resta uguale: far soffrire l’avversario nella stagione più rigorosa dell’anno.
Sotto missili e droni sono finite diverse regioni ucraine, compresa la capitale
Kiev e le sottostazioni collegate alle centrali nucleari: sono state registrate
molteplici interruzioni di elettricità, forniture idriche e riscaldamento. Il
bilancio, in termini di vittime, è di un morto e tre feriti. Il direttore
generale dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica), Rafael Grossi
su X conferma la gravità della situazione: “Diverse sottostazioni elettriche
ucraine fondamentali per la sicurezza nucleare sono state colpite questa mattina
da intense attività militari”. La centrale nucleare di Chernobyl ha perso tutta
l’alimentazione esterna e anche le linee elettriche verso altre centrali
nucleari sono state colpite”.
Gli allarmi hanno risuonato negli oblast di Zaporizhia, Rivne, Odessa, Kharkiv,
Poltava e Dnipropetrovsk. L’aeronautica militare ucraina ha segnalato che i
russi hanno utilizzato 18 missili balistici, 15 missili da crociera, tra cui lo
Zirkon, 339 droni, tra cui 250 Shahed: le difese – secondo il resoconto
ufficiale – hanno neutralizzato 27 missili e 315 droni.
Secondo Vitaliy Zaichenko, amministratore delegato dell’operatore della rete
elettrica statale ucraina Ukrenergo, la cui testimonianza è stata raccolta da
Kiev Indipendent, i russi avevano l’obiettivo di interrompere i collegamenti tra
le sottostazioni e le centrali nucleari, ma questo intento non è andato in
porto. Resta il fatto che il presidente Zelensky ha dovuto convocare una
riunione d’urgenza, verificando che un buon numero di civili sono rimasti senza
riscaldamento con temperature che variano da -7 a -14. Le cifre le ha fornite
DTEK, la compagnia privata più grande in Ucraina: fino alle 10 di stamane
335.000 persone erano rimaste senza elettricità a Kiev, poi la corrente è stata
ripristinata in 162.000 abitazioni, 173.000 sono rimaste senza servizio.
Il raid avvenuto nella notte era stato in qualche modo intuito dai servizi di
intelligence ucraini tanto che nello scorso fine settimana l’HUR (il servizio
militare) aveva indicato che la Russia avrebbe cercato di rendere inutilizzabili
le sottostazioni collegate a tre centrali nucleari. Non è andata meglio lontano
dalla capitale. Nella parte occidentale dell’oblast di Rivne oltre 10.000
persone sono rimaste senza elettricità. A Kharkiv il sindaco Ihor Terekhov –
come riporta Kiev Indipendent – segnala che la Russia ha intensificato gli
attacchi missilistici contro le infrastrutture energetiche locali negli ultimi
giorni, colpendo spesso ripetutamente gli stessi obiettivi. Stesso scenario a
Dnipro.
Il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha invita l’Aeia a prendere
provvedimenti contro la Russia: “Chiediamo di convocare con urgenza una riunione
del Consiglio dei governatori per decidere in merito alla presenza della Russia
nel Consiglio. La nostra posizione è che uno Stato terrorista che crea
deliberatamente rischi per la sicurezza nucleare non ha posto in tale sede”.
L'articolo Ucraina, missili russi sulle infrastrutture energetiche. Aiea:
“Colpite sottostazioni fondamentali, Chernobyl senza alimentazione esterna”
proviene da Il Fatto Quotidiano.