La Libia è uno dei teatri di guerra dove mia zia e la sua vicina, una donna
implacabile che fuma sigarette slovene con le dita sbagliate, tentano di
affermare la propria egemonia. Benché in buoni rapporti diretti (ogni mattina
fanno colazione insieme sulla terrazza soleggiata del Waldorf alla Balduina, di
fronte alla piscina scintillante: alla fine dell’estate sembrano due Mare
Maionchi di mogano), sono acerrime nemiche sul piano geopolitico: in Donbass,
per dire, zia sostiene gli ucraini, mentre la vicina appoggia i russi.
In Libia facevano entrambi affari con Gheddafi in quanto azioniste Fiat, ma dopo
l’intervento Nato che nel 2011, abusando del mandato Onu, lo rovesciò, adesso là
i governi sono due: dietro quello di Abdul Hamid Dbeibeh, che ha sede a Tripoli
ed è riconosciuto dall’Onu, c’è mia zia; dietro quello di Osama Hammad, che è a
Bengasi, dove il potere militare è in mano al generale Khalifa Haftar, c’è la
vicina, amante di Haftar dai tempi in cui quello soggiornava a Langey ed era un
asset della Cia nei circoli libici anti-gheddafiani in esilio.
Haftar è il vero dominus regionale: con l’esercito controlla giacimenti e
terminal petroliferi della Libia centrale, nonché le parti strategiche della
costa mediterranea da cui partono molte rotte migratorie verso l’Europa;
gestisce inoltre diverse basi militari utilizzate anche da Paesi stranieri. Al
controllo militare del territorio Haftar aggiunge la repressione di oppositori e
attivisti: il sistema giudiziario è ampiamente influenzato dal suo apparato di
potere (grazie alle bombe Nato non c’è stato bisogno di alcun referendum
costituzionale, ma non diamo idee a Nordio).
Oltre che sulla vecchia amante, Haftar può contare sulla Russia (mercenari e
protezione diplomatica), sugli Emirati Arabi Uniti (finanziamenti e armi) e
sull’Egitto (supporto militare e intelligence). L’altro giorno, mentre le due
amiche erano nella spa dell’hotel per dei massaggi (il tempo è stato inclemente
con loro, ma zia, grazie al suo chirurgo plastico, è diventata esattamente ciò
che speravo diventasse: anche per questo mi dà tanto gusto venirle dentro), la
vicina filo-Putin, con la sua voce di ghiaia, ha accusato zia delle esplosioni
che hanno mandato alla deriva la nave metaniera russa Arctic Metagaz nelle acque
territoriali di Malta. “Hai usato dei droni marini violando il diritto
internazionale!” le ha urlato dal lettino non appena la discussione s’è
scaldata, quasi accecandola con la saliva. “La nave russa aveva dichiarato la
sua rotta e trasportava un carico metaniero dichiarato alle autorità
competenti”.
Allora zia, mentre un fisioterapista che sembrava Marco Predolin, e forse era
proprio lui, la massaggiava dappertutto secondo le indicazioni dello specialista
(Bertozzi, il luminare dell’ortopedia che in poche sedute aveva ingobbito
Andreotti, migliorandone il CX), le ha ricordato come stanno davvero le cose:
“La Arctic Metagaz non era una normale nave metaniera. Sotto sanzioni
britanniche e americane, era in viaggio verso Suez e si stava dirigendo col
transponder spento in Libia. Sai dove sono stati ricoverati i feriti della
Arctic Metagaz? A Bengasi, dal tuo amichetto Haftar. Dove Putin controlla Tobruk
e altri porti della Cirenaica con gli ex-Wagner, ora Africa Corps”. “Ma il tuo
Zelensky aiuta la Tripolitania esportandovi tonnellate di cereali. Facile usare
quelle navi mercantili per mimetizzare gli Mbek ucraini e fargli colpire la
metaniera russa. Come a dicembre con la petroliera Qendil. In questi giorni nel
Mediterraneo centrale ci sono esercitazioni Nato: sottomarini, incrociatori,
sistemi di terra, aerei spia, radar puntati dove navigava l’Arctic Metagaz”.
“Cosa vorresti insinuare?” “Dei droni vengono lanciati dalle acque libiche verso
Malta e nessuno vede niente? Erano droni ucraini?” “Lo vengo a dire a te”,
tagliò corto zia, inalando con voluttà l’odore di cipolle delle ascelle del
fisioterapista.
L'articolo Sulla Libia c’è uno scontro geopolitico in atto ogni mattina. Le
protagoniste? Mia zia e la sua vicina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Guerra Russia Ucraina
Sean Penn vince, ma non c’è. E la sua assenza diventa quasi il vero racconto
della serata. Alla 98esima edizione degli Oscar, l’attore statunitense conquista
la statuetta come miglior attore non protagonista per Una battaglia dopo
l’altra, ma decide di non presentarsi al Dolby Theatre di Los Angeles, lasciando
la platea senza uno dei discorsi più attesi della serata. Come riporta il New
York Times, tra gli impegni di Penn ci sarebbe un viaggio in Ucraina.
Ad annunciare la vittoria è stato Kieran Culkin, incaricato di consegnare il
premio. Salendo sul palco ha subito chiarito la situazione con una battuta:
“Penn non è qui con noi perché non ha potuto o non ha voluto, quindi ritirerò io
il premio al suo posto”. Un’assenza che non ha sorpreso più di tanto. Da
settimane, infatti, la presenza dell’attore alla cerimonia era considerata
improbabile. La sua stagione dei premi è stata segnata da una lunga serie di
apparizioni mancate e comportamenti imprevedibili. Penn aveva già disertato due
momenti chiave della cosiddetta award season e aveva fatto parlare di sé per
dichiarazioni provocatorie: tra queste, quella di voler fondere le proprie
statuette per trasformarle in proiettili da inviare all’Ucraina. Un gesto
simbolico, nelle sue intenzioni, per denunciare l’invasione russa e sostenere
Kiev.
Anche quando si è presentato agli eventi, Penn ha continuato a far discutere. Ai
Golden Globe, ad esempio, ha fumato all’interno del Beverly Hilton Hotel durante
la cerimonia, prima di perdere il premio contro Stellan Skarsgård.
Successivamente ha conquistato due riconoscimenti importanti – gli Actor Awards
e i BAFTA – ma senza essere presente a ritirarli.
La sua assenza agli Oscar rappresenta comunque una perdita per la cerimonia.
Sean Penn è infatti uno degli attori più imprevedibili e politicamente espliciti
della storia recente dell’Academy. I suoi interventi dal palco sono spesso
diventati momenti memorabili, capaci di accendere dibattiti ben oltre il mondo
del cinema. Uno degli episodi più ricordati resta il discorso pronunciato quando
vinse l’Oscar per Milk, il film dedicato all’attivista per i diritti civili
Harvey Milk. In quell’occasione Penn invitò apertamente chi aveva sostenuto il
divieto al matrimonio tra persone dello stesso sesso in California a riflettere
sulla propria eredità morale e a cambiare posizione.
Tra i momenti più discussi c’è anche quello che precedette l’annuncio della
vittoria di Alejandro González Iñárritu per Birdman. Prima di consegnare la
statuetta, Penn scherzò con una battuta destinata a far discutere: “Chi ha dato
la green card a questo figlio di pu**ana?”. Per un attimo la sala rimase gelata,
prima di sciogliersi in una risata collettiva, guidata dallo stesso Iñárritu. Il
regista, di origini messicane, replicò con ironia: “Probabilmente l’anno
prossimo il governo irrigidirà le regole sull’immigrazione per la cerimonia
degli Oscar, soprattutto per i messicani”. Un modo per chiarire subito che non
c’era alcuna offesa, anche perché la loro amicizia risale ai tempi di 21 grammi.
Non meno celebre un altro episodio, quando Penn prese le difese di Jude Law
durante una cerimonia in cui Chris Rock, nel monologo d’apertura, aveva
ironizzato sull’attore britannico. “Vuoi Tom Cruise e tutto quello che riesci ad
ottenere è Jude Law? Chi è Jude Law? Perché è in tutti i film che ho visto negli
ultimi quattro anni? È in tutto, anche nei film in cui non recita: se guardi i
titoli di coda, ha fatto dei cupcake o qualcosa del genere”, aveva scherzato
Rock. Penn salì sul palco poco dopo per ribattere: “È uno dei migliori attori
che abbiamo”.
È anche per momenti come questi che la sua assenza alla Notte degli Oscar pesa.
Penn ha costruito negli anni la reputazione di artista capace di trasformare
ogni apparizione pubblica in un evento imprevedibile, spesso politico, quasi
sempre memorabile. Questa volta, però, la scena è rimasta vuota. E la statuetta,
annunciata tra gli applausi, è stata ritirata da qualcun altro.
L'articolo Sean Penn vince l’Oscar ma diserta la cerimonia, per il New York
Times potrebbe essere in Ucraina proviene da Il Fatto Quotidiano.
La guerra nel feed arriva tra un video di cucina e un reel di viaggio. Un
bombardamento, poi un meme. Un’analisi geopolitica, poi un montaggio ironico con
una soundtrack pop. Dal conflitto in Ucraina al massacro a Gaza, fino
all’attacco israelo-americano all’Iran, sui social si moltiplicano contenuti che
trattano la guerra con il linguaggio dei meme: clip sarcastiche, video ironici
sul rischio di escalation globale, remix e parodie che trasformano il conflitto
in contenuto virale. Un fenomeno che racconta molto del modo in cui le nuove
generazioni vivono la guerra nell’era delle piattaforme. “Quando l’ansia
collettiva sale, l’umorismo online funziona spesso come una valvola di sfogo e
come una micro-pratica di controllo simbolico”, spiega a ilfattoquotidiano.it
Giovanni Boccia Artieri, professore di Sociologia dei media digitali e di
Comunicazione digitale e platform strategy all’Università di Urbino. “Nominare
la paura in forma ironica la rende, per un attimo, maneggevole”.
Nella ricerca sui meme questo fenomeno viene spesso definito “disaster-funny”.
“Ridendo non si cancella il trauma”, dice Boccia Artieri, “ma si crea sollievo,
connessione e un linguaggio comune per elaborarlo”. Per questo, spiega, è un
meccanismo particolarmente diffuso tra i più giovani, che utilizzano l’ironia
come forma di elaborazione collettiva di eventi percepiti come enormi e fuori
controllo. Ma l’ironia non nasce soltanto dal basso. Sempre più spesso anche le
istituzioni adottano linguaggi tipici dei social. “I linguaggi istituzionali
stanno incorporando formati nativi del feed – montaggi rapidi, soundtrack pop,
estetiche da short video – per rendere più digeribile e condivisibile la propria
narrazione”. Un esempio recente è stato il video pubblicato dall’account
ufficiale della Casa Bianca sugli attacchi militari, montato con la musica della
Macarena. “Quando l’istituzione parla già in codice meme”, osserva il sociologo,
“il pubblico giovane risponde intensificando quel lessico, tra riappropriazione,
parodia e scarto critico”.
A cambiare è anche il modo in cui la guerra viene percepita. “Rispetto alle
generazioni precedenti la guerra arriva meno come notizia e più come esperienza
del feed”, spiega Boccia Artieri. Non più un racconto lineare costruito dai
media, ma una sequenza di frammenti: video brevi, volti, suoni, trend, POV e
remix. Per descrivere questo fenomeno si parla sempre più spesso di “TikTok
war”. “La testimonianza e la narrazione diventano performative e
algoritmicamente mediate”, dice il sociologo. La comprensione del conflitto si
costruisce così per clip virali più che per cornici interpretative stabili.
Questo produce una percezione ambivalente: da un lato la guerra appare più
vicina e immediata, dall’altro più discontinua e frammentata. Un video di
bombardamenti può comparire accanto a un contenuto completamente diverso, dentro
la stessa sequenza di scroll.
L’esposizione continua a immagini e notizie di guerra ha effetti complessi. “Può
produrre desensibilizzazione e stanchezza empatica, ma anche picchi d’ansia”,
spiega Boccia Artieri. Non un effetto unico, ma “un alternarsi di
iperattivazione e intorpidimento”. Le piattaforme digitali contribuiscono a
questo processo. Gli algoritmi privilegiano ciò che trattiene l’attenzione:
urgenza, shock, conflitto. Così l’utente finisce dentro “un ciclo di consumo
automatizzato di negatività”, in cui il conflitto diventa presenza costante nel
flusso dei contenuti. Trasformare la guerra in contenuto virale può avere
effetti opposti. Da un lato può creare distanza emotiva, facendo apparire il
conflitto come uno scenario lontano. Dall’altro può funzionare come un
meccanismo di difesa generazionale. “L’ironia è anche un modo per stare nel
dolore senza esserne travolti”, spiega il sociologo. “Serve a parlarne con i
propri codici”. Studi sulle piattaforme come TikTok mostrano proprio queste
funzioni psicologiche e sociali dell’umorismo durante eventi traumatici.
Il rischio di banalizzazione però esiste. “Soprattutto quando l’ironia scivola
nel cinismo o nella spettacolarizzazione”. Ma il meme può anche avere una
funzione politica: una forma di commento compresso fatto di satira, critica o
delegittimazione. “È un linguaggio che emerge con forza soprattutto quando i
media tradizionali vengono percepiti dalle nuove generazioni come lontani,
eccessivamente retorici o incapaci di intercettare la sensibilità del web “
spiega Boccia Artieri. Il cambiamento più radicale riguarda però il contesto in
cui il conflitto viene visto. “Le piattaforme tendono a trattare tutto come un
oggetto di engagement”, osserva Boccia Artieri. Così la guerra entra nello
stesso flusso dell’intrattenimento, del lifestyle e della pubblicità.
Nasce quello che il sociologo definisce “war feed”: “La guerra entra nello
stesso flusso dell’intrattenimento e viene formattata in clip, trend, reaction e
meme”. In questo contesto l’attenzione si sposta dal capire al guardare e
scrollare. Il risultato è una guerra sempre visibile ma spesso frammentata, in
competizione con qualsiasi altro contenuto. E con un ulteriore elemento di
confusione: la difficoltà di distinguere realtà e simulazione. Ci muoviamo
dentro quella che Boccia Artieri definisce una ‘fragile ecologia
dell’autenticità’: “In queste settimane circolano anche video falsi o
ricontestualizzati – immagini generate con l’intelligenza artificiale o spezzoni
di videogiochi scambiati per footage reali – che accelerano confusione e
distacco”. Nel feed globale dei social la guerra non scompare. Cambia forma. Da
evento straordinario diventa presenza continua nel flusso digitale. E tra meme,
ironia e clip virali diventa per molti giovani un linguaggio con cui provare a
tenere insieme paura, distanza e quotidianità.
L'articolo Le bombe tra un meme e un video di viaggi: le nuove generazioni e le
nuove guerre nel “war feed”. “Valvola di sfogo e linguaggio comune per
affrontare il trauma” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Naturalmente, questa conversazione è frutto di fantasia. In sostanza, però, si
basa sulle notizie degli ultimi giorni e delle ultime settimane concernenti
l’esercito russo
***
Continua da qui
Il brusio soffuso delle conversazioni e il tintinnio di posate d’argento
riempivano l’aria del Circolo Militare Centrale di Mosca. In questo rifugio
esclusivo – dove il prestigio imperiale dello storico Palazzo Saltykov esalta la
solennità militare – i marmi alle pareti sembrano isolare gli occupanti dai
fastidi del mondo esterno. Nella Sala Dorata, decorata in stile
tardo-classicismo russo con linee sobrie ma eleganti, spiccano specchi d’epoca
con cornici dorate, stucchi raffinati e applique in bronzo. Qui il Generale
Sokolov si era appena congedato dai suoi commensali.
“Non ci credo! – mormorò Volodin – Non ha nemmeno guardato il libretto del
conto. Per tutti i santi!”
Il deputato Gryzlov sollevò un pasticcino alla crema con la cautela di chi
maneggia un detonatore, l’atmosfera ancora sospesa in una leggerezza conviviale.
“Un atto di insubordinazione finanziaria senza precedenti. Boris, come
rappresentante della fazione veterana, direi che la tua anzianità ti conferisce
l’onore di questo privilegio patriottico”.
“La mia anzianità mi conferisce solo il diritto di essere sbalordito dalla tua
sfacciataggine, Vyacheslav!” ribatté Zyuganov, mentre stappava con un colpo
secco la bottiglia di vodka che attendeva nel secchiello del ghiaccio. “Io non
pagherò che la mia zolletta di zucchero!” Il tappo volò via, rimbalzò su un
vassoio di frutta esotica e finì dritto su un tavolo vicino, fra le risate
generali.
Mentre i tre si lanciavano occhiate, rimescolando il caffè, e cercando di
spingere il conto l’uno verso l’altro, Volodin scorse una figura che aveva
appena varcato la soglia del salone, e si guardava intorno con aria leggermente
smarrita. Richiamò la sua attenzione con ampi gesti. “Dottore! Rybakov! Qui!”.
Il Colonnello Yevgeny Rybakov si avvicinò. Occhiaie profonde tradivano una
stanchezza cronica.
“Presidente! Spero di non interrompere la degustazione di questo splendido
dessert” disse, facendo un leggero inchino. “Dottore! Si sieda subito” esclamò
Volodin, facendo cenno a un cameriere di portare un altro coperto. “Gradisce del
tortino? Abbiamo appena aperto una bottiglia che merita attenzione”.
“Grazie – rispose Rybakov – Un po’ di vodka sarà perfetta. Aiuterà a dimenticare
il freddo che ho ancora nelle ossa”. Gryzlov gli versò da bere, osservandolo con
curiosità. “Siete appena rientrato dal fronte? Sperate di restare a Mosca per un
po’? Come se la passano i ragazzi laggiù?” Rybakov strinse il bicchiere tra le
mani come per scaldarsi e lo mandò giù d’un fiato. Il suo sorriso svanì
lentamente.
“Volete sapere?” Fece una risatina amara. “Abbiamo un’emergenza sanitaria … Ma
gli alti comandi spediscono anche i medici a combattere in prima linea! Ecco! La
salute, la vita dei soldati, alla Patria, non interessa!»”. Gryzlov smise di
tamponarsi una macchia di vodka sulla camicia. “Spiegatevi, Colonnello”.
Rybakov sospirò: «Poveretti! Le trincee sono ormai la loro unica casa: luoghi
umidi, saturi di fango e dei detriti putrescenti della guerra. È un’esistenza
antica e brutale. I topi sono ovunque, a decine; corrono sugli uomini mentre
cercano di dormire, e si deve lottare con loro persino per una lattina di latte
condensato. Le loro deiezioni sono ovunque, mescolate al fango; l’odore è così
forte da far lacrimare gli occhi. Ma presto quel bruciore viene sostituito da
qualcosa di peggiore: il sangue”. Fece una pausa, misurando l’impatto delle sue
parole. La vodka cominciava ad infervorarlo. Poi riprese: “La chiamano ‘febbre
del topo’; il vero nome è Febbre Emorragica con Sindrome Renale. La malattia,
veicolata dalla saliva e dalle urine dei roditori, inizia con una febbre che
molti ignorano. Poi arrivano vomito e dolori addominali così forti da piegare un
uomo in due. I comandanti li accusano di pigrizia, minacciano di destinarli a
cariche suicide, ma i soldati sono immobilizzati dal dolore. La pressione
arteriosa crolla e il sangue inizia a colare dalle orbite, prima che i reni
cedono definitivamente. Il Battaglione Akhmat è stato decimato da questa piaga”.
“E gli ucraini?!” chiese Zyuganov. “Certo, anche! Ma loro curano i soldati”.
Volodin, leggermente a disagio, si agitò sulla sedia.
Il tono di Rybakov divenne ancora più cupo: “Il Ministero, per colmare i vuoti,
arruola sistematicamente uomini affetti da Hiv ed epatite C. I reggimenti 1435 e
1436 sono composti quasi interamente da questi soldati. I casi di Hiv tra i
militari sono aumentati di 15 volte rispetto ai dati pre-guerra. I soldati
infetti indossano braccialetti o bende speciali per avvisare i compagni di non
toccare il loro sangue”.
Rybakov continuò tutto d’un fiato: “Nei rari ospedali da campo mancano le
forniture di base; le siringhe monouso vengono riutilizzate su più pazienti,
accelerando il contagio. Dietro c’è la Strategia Wagner: reclutare malati,
tossicodipendenti e criminali promettendo farmaci che non arrivano mai al
fronte, usandoli come carne da cannone per esaurire le risorse nemiche o
addirittura per infettare il nemico nel contatto ravvicinato”.
“Per fortuna – azzardò Zyuganov – abbiamo molte riserve…”. Rybakov guardò il
deputato dritto negli occhi. “Il tasso di natalità nel nostro Paese è ai minimi
storici, circa 1,41 figli per donna. E ora i soldati riportano a casa le
epidemie. Migliaia di uomini infetti, che spesso non sanno di esserlo,
torneranno dalle mogli”. Il medico si sporse in avanti. “In Russia, meno della
metà delle persone affette da Hiv riceve cure. Stiamo piantando i semi di un
disastro sanitario che durerà decenni”.
D’improvviso Rybakov tacque. Il silenzio nel circolo era ora assoluto. La
bottiglia di vodka era vuota, i dolci finiti. “C’èst la guerre” sussurrò infine
Volodin, guardando il decreto di mobilitazione accanto al conto non pagato: “Due
milioni di potenziali vettori – pensò – per un’apocalisse interna”.
L'articolo Le epidemie stanno colpendo l’esercito russo: si rischia un disastro
sanitario nei prossimi anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Stefano Briganti
Finirà presto la guerra in Ucraina? I negoziati giungeranno ad un accordo in
tempi brevi? Non sembrerebbe, se si ascolta ciò che il 24 febbraio a Kiev hanno
detto i leader europei assieme a Zelensky e quello che ha detto Putin da Mosca.
“A Kiev per la decima volta dall’inizio della guerra. Per ribadire che l’Europa
è al fianco dell’Ucraina, finanziariamente, militarmente… per inviare un
messaggio chiaro sia al popolo ucraino che all’aggressore: non ci arrenderemo
finché non sarà ristabilita la pace. La pace alle condizioni dell’Ucraina.”
(Ursula Von der Leyen)
“A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, i leader della Coalizione dei
Volenterosi… hanno offerto il loro pieno e incrollabile sostegno all’Ucraina
nella sua lotta per la sovranità e l’integrità territoriale… hanno ribadito che
i confini internazionali non devono essere alterati con la forza” e hanno
“esortato la Russia a impegnarsi in modo costruttivo nei colloqui e ad accettare
un cessate il fuoco completo e incondizionato” ribadendo “l’impegno a
intensificare la pressione economica sulla Russia, anche attraverso ulteriori
sanzioni…” (E. Macron).
Credo sia evidente a chiunque che parlare di “cessate il fuoco russo
incondizionato”, di “non ci arrenderemo” finché Mosca non accetterà le
condizioni ucraine e di irrinunciabile integrità territoriale, che poi è come
dire “i russi devono tornare oltre i confini ucraini del 1991” di quattro anni
fa (superata da Zelensky il 18 dicembre 2023 quando ammise di non avere la forza
per riconquistare i territori perduti), equivale a dire che la guerra deve
continuare.
Tutti sanno che l’integrità territoriale non è difendibile (tant’è vero che oggi
si sta negoziando anche per i territori ucraini), che Mosca non accetterà mai un
cessate il fuoco incondizionato e neppure tutte le condizioni che pone Zelensky
inclusi i militari Nato in Ucraina. Perciò tutti, compreso Zelensky, decidono di
far continuare la guerra dell’Europa/Nato contro la Russia.
Da Mosca la posizione è più netta: “gli obiettivi dell’operazione speciale non
sono raggiunti e perciò il conflitto continuerà” essendo gli obiettivi quelli
stabiliti nel 2022.
A questo si deve aggiungere che l’Europa non ha alcuna intenzione di chiudere la
sua guerra economica contro la Russia anche dopo la firma di un accordo – quando
questo avverrà. Bruxelles sta infatti decidendo di presentare il 15 aprile una
proposta di legge per vietare definitivamente le importazioni di petrolio russo
costruendo una legislazione che rimanga in vigore anche se un accordo di pace
sulla guerra in Ucraina portasse alla revoca delle sanzioni da parte dell’Ue.
Però c’è un angolo poco illuminato su questo palcoscenico che perciò fa ben
sperare. Si deve guardare agli incontri paralleli a quelli sull’accordo di pace.
Delineare e blindare il dopo-conflitto è fondamentale per Zelensky e sarà
decisivo per giungere ad un accordo di fine guerra. Il presidente ucraino, prima
di approvare concessioni nelle trattative, vuole assicurarsi qualcosa di
sostanzioso da portare agli ucraini come risarcimento per ciò che l’Ucraina
lascerà al tavolo negoziale e soprattutto deve dire a chi ha perso parenti o è
rimasto invalido nel conflitto che il loro sacrificio non è stato vano.
Prima vorrà avere in tasca gli impegni di investimenti multimiliardari Ue e Usa
per la ricostruzione dell’Ucraina. Vorrà avere assicurato in modo irrevocabile
l’ingresso nella Ue in tempi rapidissimi. Vorrà avere le garanzie di sicurezza
legalmente vincolanti dai “volenterosi europei” e un flusso di soldi costante
per diventare un “porcospino d’acciaio” magari con qualche aculeo nucleare.
Perché di fronte alle centinaia di migliaia di vittime non basta dire “abbiamo
vinto moralmente” ma dovrà poter affermare: “la vostra morte ha permesso la
nascita di una Ucraina territorialmente nuova, menomata e no-Nato, d’accordo, ma
sicura e nuova di zecca” e parafrasando M. Albright: “è valsa la pena tutto il
sangue versato”. Insomma una non sconfitta che salvi il presidente.
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L'articolo La guerra in Ucraina continuerà: ora Zelensky ha bisogno di una
non-sconfitta proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sono vietati testi di inni nazionali, parole motivazionali, messaggi
pubblici/politici o slogan legati all’identità nazionale. Una mappa di un paese
rientra in questa categoria“. Con queste parole il comitato internazionale
paralimpico ha vietato all’Ucraina di indossare l’uniforme presentata per le
Paralimpiadi di Milano–Cortina 2026. Una nuova battaglia “politica” dopo il
precedente del casco dello skeletonista Vladyslav Heraskevych. Il motivo?
Sull’uniforme è raffigurata la mappa dell’Ucraina, con tutte le unità
amministrative e territoriali – comprese Crimea e Donbass, regioni contese dai
russi – e ciò è stato interpretato dal comitato internazionale paralimpico come
una violazione delle norme della manifestazione.
Tutto è avvenuto dopo che il Comitato paralimpico ucraino ha postato sui social
la foto di come sarebbe dovuta essere l’uniforme in questione dei suoi atleti
impegnati alle Paralimpiadi di Milano–Cortina. Il comitato internazionale
paralimpico ha visto questo atto come una violazione e ha vietato al team
ucraino di indossarla. Molto dura la reazione del presidente del Comitato
paralimpico ucraino, Valeriy Sushkevych. Secondo il presidente, è una decisione
che impedisce all’Ucraina di presentarsi come uno Stato nella sua integrità
territoriale, senza occupazioni. Parole che evocano apertamente il conflitto in
corso con la Russia. “Ci sono soggetti della burocrazia dell’IPC seduti lì, che
stanno osservando per impedire all’Ucraina di dichiararsi un paese senza
occupazione e che combatterà in questa forma contro il paese aggressore”.
IL PRECEDENTE ALLE OLIMPIADI
È già il secondo caso nel 2026 in cui un’atleta si scontra per motivi politici
(e sempre ucraini) con il comitato olimpico. Il primo caso è quello che riguarda
lo skeletonista Vladyslav Heraskevych, che aveva dovuto rinunciare a un casco
che riportava i volti di sportivi e allenatori morti dall’inizio del conflitto.
In questo caso era intervenuto il Comitato Olimpico Internazionale, richiamando
il divieto di espressioni politiche o di propaganda sul campo di gara. L’atleta
ucraino era successivamente stato squalificato dalla competizione.
L'articolo Paralimpiadi, il comitato vieta all’Ucraina la divisa con la mappa
del Paese: “Propaganda politica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Anche se va avanti da tempo (da quando l’infrastruttura è stata bersagliata da
missili e droni numerose volte dall’inizio della guerra), è cominciata
ufficialmente adesso la battaglia per l’Amicizia – questo in russo significa
Druzhba, il nome dell’oleodotto che rifornisce l’Ungheria pompando petrolio
direttamente dal territorio della Federazione. Viktor Orban accusa Kiev di aver
imposto un “blocco petrolifero” e chiede all’Unione Europea ora di verificare i
danni alla struttura con una “missione conoscitiva con la partecipazione di
esperti delegati slovacchi e ungheresi”; in una lettera inviata al presidente
del Consiglio europeo Antonio Costa scrive: “La mia iniziativa mira anche a
facilitare la risoluzione di questa questione entro i tempi previsti” — un
riferimento esplicito al prestito all’Ucraina da novanta miliardi di euro che
Budapest ha osteggiato alla vigilia del quarto anniversario di guerra con il suo
veto, che potrebbe però cadere alla condizione che riprendano i flussi
energetici. Oltre al sostegno per i gialloblù, il magiaro ha bloccato il
ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Il Druzhba – arteria petrolifera strategica che, dicono i dati della russa
Transneft, pompa oltre un milione di barili al giorno, ovvero oltre l’1% della
fornitura mondiale di petrolio – sta in piedi dall’era sovietica e trasporta
greggio, via Ucraina, all’Europa orientale; il flusso si è interrotto a fine
gennaio a causa dei danni causati dai bombardamenti di cui Russia e Ucraina si
accusano a vicenda. Non è ancora chiara l’entità del disastro, ma sono evidenti
invece i rischi delle operazioni per eventuali riparazioni mentre gli attacchi
sono ancora in corso.
La dinamica strategica magiara è sempre la stessa: un gioco di veti e blocchi,
giravolte usate per ottenere leve negoziali. In questo valzer Budapest non è
sola: anche Bratislava ha sospeso la fornitura di energia elettrica a Kiev nel
quadro della disputa legata al Druzhba. Non è solo una questione energetica per
il primo alleato di Mosca in Europa: Orban accusa Kiev e Bruxelles – oltre che
l’opposizione che gli rimane in patria – di “coordinare gli sforzi per portare
al potere un governo filo-ucraino” durante le elezioni che si terranno il
prossimo 12 aprile in Ungheria dove, da 16 anni, è al potere il suo partito
Fidesz.
Alla Commissione europea sono rimaste poche opzioni: in effetti, solo due. Ieri
ha sollecitato Kiev ad accelerare i lavori di riparazione all’oleodotto nel
tentativo di disinnescare la crisi, ma sta anche valutando la possibilità di far
arrivare il petrolio di Mosca attraverso l’Adria, l’oleodotto croato. Secondo la
Commissione, Zagabria potrebbe “accettare legittimamente il greggio russo nel
suo porto, sia in base alle sanzioni Ue che quelle Usa”. La decisione definitiva
arriverà a giorni.
L'articolo Il petrolio e la “battaglia per l’Amicizia”: Orban sfida l’Europa
dopo l’interruzione del greggio russo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Putin vuole invadere l’Europa o arrivare a Varsavia e a Berlino? Puro delirio
di qualche deficiente. Ma se i ceti politici europei ritengono che Putin
rappresenti una minaccia paragonabile a quella di Hitler, creino un esercito
europeo e dichiarino guerra alla Russia“. È la sfida che il filosofo Massimo
Cacciari, ospite di Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, lancia ai leader
europei che si ostinano a non fermare la guerra in Ucraina con un negoziato.
L’ex sindaco di Venezia denuncia a chiare lettere la mancanza di visione
politica e diplomatica da parte dell’Occidente. Fin dai primi mesi della
campagna militare russa, Cacciari aveva avvertito che lo scontro avrebbe assunto
una portata estesa, una previsione basata sulla comprensione delle dinamiche
geopolitiche in gioco. “Come si poteva pensare che potesse non assumere un
valore globale?”, si domanda il filosofo, ricordando come i piani per installare
basi Nato a ridosso di Mosca e le tensioni mai sopite in Donbass e Crimea
fossero micce pronte a esplodere.
Secondo Cacciari, la comunità internazionale avrebbe dovuto agire d’anticipo,
aprendo “un tavolo di pace al massimo livello” per costringere le parti a un
accordo prima dell’escalation. Esistono, spiega il filosofo, due modi per porre
fine a un conflitto: la pace del vincitore assoluto, come è avvenuto per le due
guerre mondiali, e la “pace patto”, che nasce da un compromesso tra interessi
definiti.
“Questa era una situazione in cui il compromesso era certamente raggiungibile se
da una parte e dall’altra si fosse ragionato”, afferma, sottolineando che non vi
era una reale volontà russa di occupare l’Europa, né un’intenzione occidentale
di attaccare la Russia partendo dall’Ucraina. La soluzione, già delineata negli
accordi di Minsk del 2015, consisteva nel sistemare l’Ucraina nell’Alleanza
Atlantica in modo non minaccioso per Mosca e risolvere la questione del Donbass.
Poi non usa mezzi termini per descrivere l’attuale gestione del conflitto.
Accusa l’Europa di “vigliaccheria” politica nel fornire armi senza scendere
direttamente in campo, prolungando così un’agonia senza fine. “Mandiamo le armi,
ma non andiamo in guerra. Gli ucraini continuano a farsi massacrare e noi ad
armarli affinché continuino a essere massacrati“, attacca Cacciari,
stigmatizzando la via di mezzo europea del logoramento, che non tiene conto
della realtà dei fatti.
“Sarà una guerra infinita – avverte il filosofo – L’Ucraina, per conto suo, per
quanto noi l’armiamo, non potrà mai sconfiggere la Russia. È pura logica, è
matematica“.
Lapidario il suo commento su coloro che danno del “putiniano” a chiunque osi
contraddire la narrativa dominante, dallo storico Alessandro Barbero al Fatto
Quotidiano: “Come reagire? Basta tenere la testa sulle spalle e lasciar perdere
queste chiacchiere e questa propaganda. Il grembo di colei che partorisce utili
o inutili idioti, propagandisti, demagoghi eccetera, è sempre fecondo. Non c’è
niente da fare“.
E aggiunge: “Quello che ci deve interessare è che chi ci governa, ma anche certi
dirigenti della finanza e della tecnologia, comprendano l’importanza del
riprendere il filo della trattativa. Il rischio di un conflitto mondiale è
pressoché nullo al momento, perché gli Stati Uniti hanno detto con chiarezza che
per loro l’Ucraina non è assolutamente determinante. Per loro contano il Medio
Oriente, l’Iran e in prospettiva la Cina. Quindi, o giungiamo a un compromesso
oppure avverrà che la guerra in Ucraina continua per chissà quanto tempo con
distruzioni, morte e feriti”.
Cacciari ribadisce che Putin non arriverà mai a Kiev, né potrà mai occupare
l’Ucraina: “La Russia non è più l’Urss. Se avesse quelle ambizioni, verrebbe
massacrata. Quindi, non ha nessuna intenzione di scatenare una guerra mondiale“.
Quindi, conclude provocatoriamente che, se non si vuole scegliere la via della
diplomazia, l’unica alternativa coerente sarebbe la discesa in campo
dell’Europa: “Dobbiamo fare la guerra alla Russia. Non c’è alternativa, perché
la Russia non si ritira e contro l’Ucraina vince per forza”
L'articolo Cacciari: “Putin vuole invaderci? Delirio di deficienti. Ma se è come
Hitler, Ue crei l’esercito comune e dichiari guerra alla Russia” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
I colloqui tra Ucraina e Russia devono salire “al livello dei leader: questo è
l’unico modo per risolvere tutte le questioni complesse e delicate e porre
finalmente fine alla guerra”. Alla vigilia del bilaterale Ucraina-Usa in
programma giovedì a Ginevra, Volodymyr Zelensky sente Donald Trump per discutere
i temi sul tavolo del vertice svizzero. Ma nella telefonata, afferma il leader
ucraino, sono stati discussi anche “i preparativi per il prossimo incontro dei
team negoziali al completo in formato trilaterale all’inizio di marzo”, che non
è ancora stato confermato, ma dovrebbe coinvolgere anche i rappresentanti di
Mosca. “Ci aspettiamo che questo incontro offra l’opportunità di portare i
colloqui a livello di leader. Il presidente Trump sostiene questo programma“,
scrive sui social Zelensky. Alla telefonata hanno preso parte anche Steve
Witkoff e Jared Kushner, gli inviati della Casa Bianca, che a Ginevra vedranno
il capo negoziatore di Kiev Rustem Umerov.
Gli ultimi due round negoziali si sono conclusi con un sostanziale stallo, ma la
chiamata Trump-Zelensky potrebbe indicare la volontà di fare uno scatto in
avanti. Il nodo è sempre quello dei territori: l’Ucraina si oppone alla cessione
del Donbass e dellla regione di Zaporizhzhia, chiesta da Mosca con il
beneplacito di Washington. Un tema su cui l’Unione europea di fatto non si
esprime. “I nostri team lavorano intensamente e li ho ringraziati per tutto il
loro lavoro e per il loro coinvolgimento attivo nelle trattative e negli sforzi
per porre fine alla guerra”, scrive Zelensky. “Questo inverno è stato il più
difficile per l’Ucraina, ma i missili per i sistemi di difesa aerea che
acquistiamo dagli Stati Uniti ci stanno aiutando ad affrontare tutte queste
sfide e a proteggere delle vite“.
L'articolo Ucraina, Zelensky sente Trump alla vigilia del bilaterale con gli
Usa: “I colloqui salgano a livello di leader” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 25 febbraio 2022 papa Francesco lasciò il Vaticano per recarsi all’ambasciata
russa. Intendeva aprire – confessò – una “finestra di dialogo” con Putin, forse
nella speranza che si ripetesse quanto Giovanni XXIII aveva reso possibile nella
crisi di Cuba del 1962: portare Usa e Urss ad un accordo in extremis.
Il miracolo non si realizzò.
Terminato il quarto anno di guerra, a Mosca circola una battuta feroce: “In tre
anni Stalin arrivò a Berlino, mentre Putin è a Pokrovsk”. La Russia ha fallito
gli obiettivi della cosiddetta “Operazione speciale”: Zelensky non è stato
rovesciato, Kyiv non è stata conquistata, l’Ucraina non è stata sottomessa e non
lo sarà mai. In questi anni la popolazione ha mostrato una resilienza
straordinaria, i militari hanno dimostrato un’efficienza, un coraggio e una
determinazione eccezionali ed è nata un’industria militare all’avanguardia nella
nuova guerra dei droni e in altri settori.
Tutto questo rende peraltro improbabili gli annunci allarmistici su ulteriori
invasioni russe. Nessuna delle parti in campo è tuttavia stata capace di vincere
quella che il politologo statunitense Ian Bremmer ha lucidamente definito una
“guerra ibrida tra Nato e Russia”.
Resterà nella storia il pesante interrogativo se non era meglio che Washington e
Londra appoggiassero i negoziati tenuti a febbraio-marzo 2022 tra russi e
ucraini, che stavano portando ad una soluzione. (No all’ingresso di Kyiv nella
Nato, nessun ostacolo per l’adesione all’Unione europea, riduzione dell’esercito
ucraino, situazione della Crimea congelata per 15 anni). Restavano aperti i
capitoli dedicati alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e i meccanismi di
difesa in caso di aggressione. Ci voleva un supplemento di pazienza e tenacia.
Invece da Londra arrivò a Kyiv il premier Boris Johnson che esortò a lasciar
perdere e combattere per mettere la Russia in ginocchio.
Lo stesso anno un progetto di pace, elaborato dall’Accademia pontificia delle
scienze sociali, fu accolto gelidamente dai governi europei e dalla Nato come un
inutile disturbo. Eppure quelle proposte erano in parte migliori di quelle sul
tavolo oggi. Fermo restando lo stop all’ingresso nella Nato e il sì all’adesione
all’Ue, l’Ucraina rimaneva in possesso del Donbass (cui dare un’autonomia
finanziaria, amministrativa e culturale tipo Alto Adige).
Il bilancio è sotto gli occhi di tutti: due milioni tra morti, feriti, dispersi.
Se Francesco aveva collocato la Santa Sede in una posizione di equidistanza,
accompagnata da un forte impegno per aiuti umanitari all’Ucraina, papa Leone si
è silenziosamente posizionato su una linea più vicina a Kyiv. In Vaticano
contano sempre le sfumature. Domenica scorsa all’Angelus Leone ha evocato la
guerra “contro l’Ucraina” e ha invitato a pregare “per il martoriato popolo
ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra” (laddove
Bergoglio citava sempre il dolore delle “mamme ucraine e delle mamme russe”.
Un’altra volta il pontefice ha tenuto a sottolineare che la “Nato non ha
cominciato nessuna guerra”. Soprattutto sul tema del cessate il fuoco Leone XIV
si è collocato vicino a Kyiv e al gruppo dei volonterosi guidati da Macron e da
Starmer. “Si giunga senza indugio a un cessate il fuoco – ha esclamato domenica
– e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace”.
A dire il vero in nessuna delle guerre svoltesi negli ultimi ottant’anni si è
mai avuto un cessate il fuoco di trenta o addirittura sessanta giorni prima
dell’inizio delle trattative. Al contrario, spesso si è negoziato segretamente
nel perdurare delle ostilità. Ma i governi europei si sono impuntati su questa
richiesta, anche per frenare Trump intenzionato ad affrettare un accordo di
pace.
Trump in campagna elettorale sosteneva di poter risolvere il conflitto in 48
ore. Una sbruffonata. Diceva anche che se fosse stato presidente nel 2022, la
guerra non sarebbe mai scoppiata. E ha ragione. Negli ambienti della diplomazia
vaticana – dove nulla si dimentica – si ha ben chiaro il rifiuto di Washington
nell’autunno 2021 di garantire nero su bianco a Putin che l’Ucraina non sarebbe
entrata nella Nato. Trump lo avrebbe fatto.
D’altronde non esiste il diritto astratto di una nazione ad aderire a blocchi
militari. Esistono sempre sulla scena internazionale interessi da soppesare. Per
molto meno gli Stati Uniti hanno preteso dal governo italiano (premier Meloni)
di sciogliere l’accordo commerciale “Via della seta”, stretto con la Cina.
Su un punto Francesco continua ad essere profetico: nel definire “pazzia!” la
cieca corsa agli armamenti. Non si tratta di far “vedere i denti”, disse già nel
2022, la vera risposta “non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze
politico-militari…ma un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato…
un modo diverso di impostare le relazioni internazionali”. Concetto più valido
che mai nell’era della de-strutturazione trumpiana delle relazioni
internazionali.
Dal Vaticano si vede spesso lontano. Anche per Leone XIV è necessario “fare
tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti”. Deve
affermarsi, ha scandito recentemente, un’ “etica condivisa… capace di rendere la
pace un patrimonio custodito da tutti”.
Si riaffaccia qui un’intuizione bergogliana. Impegnarsi per un nuovo Accordo di
Helsinki globale per garantire convivenza e cooperazione tra gli stati nel XXI
secolo.
L'articolo Leone XIV è più vicino all’Ucraina ma su un punto Papa Francesco
continua ad essere profetico proviene da Il Fatto Quotidiano.