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Sulla Libia c’è uno scontro geopolitico in atto ogni mattina. Le protagoniste? Mia zia e la sua vicina
La Libia è uno dei teatri di guerra dove mia zia e la sua vicina, una donna implacabile che fuma sigarette slovene con le dita sbagliate, tentano di affermare la propria egemonia. Benché in buoni rapporti diretti (ogni mattina fanno colazione insieme sulla terrazza soleggiata del Waldorf alla Balduina, di fronte alla piscina scintillante: alla fine dell’estate sembrano due Mare Maionchi di mogano), sono acerrime nemiche sul piano geopolitico: in Donbass, per dire, zia sostiene gli ucraini, mentre la vicina appoggia i russi. In Libia facevano entrambi affari con Gheddafi in quanto azioniste Fiat, ma dopo l’intervento Nato che nel 2011, abusando del mandato Onu, lo rovesciò, adesso là i governi sono due: dietro quello di Abdul Hamid Dbeibeh, che ha sede a Tripoli ed è riconosciuto dall’Onu, c’è mia zia; dietro quello di Osama Hammad, che è a Bengasi, dove il potere militare è in mano al generale Khalifa Haftar, c’è la vicina, amante di Haftar dai tempi in cui quello soggiornava a Langey ed era un asset della Cia nei circoli libici anti-gheddafiani in esilio. Haftar è il vero dominus regionale: con l’esercito controlla giacimenti e terminal petroliferi della Libia centrale, nonché le parti strategiche della costa mediterranea da cui partono molte rotte migratorie verso l’Europa; gestisce inoltre diverse basi militari utilizzate anche da Paesi stranieri. Al controllo militare del territorio Haftar aggiunge la repressione di oppositori e attivisti: il sistema giudiziario è ampiamente influenzato dal suo apparato di potere (grazie alle bombe Nato non c’è stato bisogno di alcun referendum costituzionale, ma non diamo idee a Nordio). Oltre che sulla vecchia amante, Haftar può contare sulla Russia (mercenari e protezione diplomatica), sugli Emirati Arabi Uniti (finanziamenti e armi) e sull’Egitto (supporto militare e intelligence). L’altro giorno, mentre le due amiche erano nella spa dell’hotel per dei massaggi (il tempo è stato inclemente con loro, ma zia, grazie al suo chirurgo plastico, è diventata esattamente ciò che speravo diventasse: anche per questo mi dà tanto gusto venirle dentro), la vicina filo-Putin, con la sua voce di ghiaia, ha accusato zia delle esplosioni che hanno mandato alla deriva la nave metaniera russa Arctic Metagaz nelle acque territoriali di Malta. “Hai usato dei droni marini violando il diritto internazionale!” le ha urlato dal lettino non appena la discussione s’è scaldata, quasi accecandola con la saliva. “La nave russa aveva dichiarato la sua rotta e trasportava un carico metaniero dichiarato alle autorità competenti”. Allora zia, mentre un fisioterapista che sembrava Marco Predolin, e forse era proprio lui, la massaggiava dappertutto secondo le indicazioni dello specialista (Bertozzi, il luminare dell’ortopedia che in poche sedute aveva ingobbito Andreotti, migliorandone il CX), le ha ricordato come stanno davvero le cose: “La Arctic Metagaz non era una normale nave metaniera. Sotto sanzioni britanniche e americane, era in viaggio verso Suez e si stava dirigendo col transponder spento in Libia. Sai dove sono stati ricoverati i feriti della Arctic Metagaz? A Bengasi, dal tuo amichetto Haftar. Dove Putin controlla Tobruk e altri porti della Cirenaica con gli ex-Wagner, ora Africa Corps”. “Ma il tuo Zelensky aiuta la Tripolitania esportandovi tonnellate di cereali. Facile usare quelle navi mercantili per mimetizzare gli Mbek ucraini e fargli colpire la metaniera russa. Come a dicembre con la petroliera Qendil. In questi giorni nel Mediterraneo centrale ci sono esercitazioni Nato: sottomarini, incrociatori, sistemi di terra, aerei spia, radar puntati dove navigava l’Arctic Metagaz”. “Cosa vorresti insinuare?” “Dei droni vengono lanciati dalle acque libiche verso Malta e nessuno vede niente? Erano droni ucraini?” “Lo vengo a dire a te”, tagliò corto zia, inalando con voluttà l’odore di cipolle delle ascelle del fisioterapista. L'articolo Sulla Libia c’è uno scontro geopolitico in atto ogni mattina. Le protagoniste? Mia zia e la sua vicina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sean Penn vince l’Oscar ma diserta la cerimonia, per il New York Times potrebbe essere in Ucraina
Sean Penn vince, ma non c’è. E la sua assenza diventa quasi il vero racconto della serata. Alla 98esima edizione degli Oscar, l’attore statunitense conquista la statuetta come miglior attore non protagonista per Una battaglia dopo l’altra, ma decide di non presentarsi al Dolby Theatre di Los Angeles, lasciando la platea senza uno dei discorsi più attesi della serata. Come riporta il New York Times, tra gli impegni di Penn ci sarebbe un viaggio in Ucraina. Ad annunciare la vittoria è stato Kieran Culkin, incaricato di consegnare il premio. Salendo sul palco ha subito chiarito la situazione con una battuta: “Penn non è qui con noi perché non ha potuto o non ha voluto, quindi ritirerò io il premio al suo posto”. Un’assenza che non ha sorpreso più di tanto. Da settimane, infatti, la presenza dell’attore alla cerimonia era considerata improbabile. La sua stagione dei premi è stata segnata da una lunga serie di apparizioni mancate e comportamenti imprevedibili. Penn aveva già disertato due momenti chiave della cosiddetta award season e aveva fatto parlare di sé per dichiarazioni provocatorie: tra queste, quella di voler fondere le proprie statuette per trasformarle in proiettili da inviare all’Ucraina. Un gesto simbolico, nelle sue intenzioni, per denunciare l’invasione russa e sostenere Kiev. Anche quando si è presentato agli eventi, Penn ha continuato a far discutere. Ai Golden Globe, ad esempio, ha fumato all’interno del Beverly Hilton Hotel durante la cerimonia, prima di perdere il premio contro Stellan Skarsgård. Successivamente ha conquistato due riconoscimenti importanti – gli Actor Awards e i BAFTA – ma senza essere presente a ritirarli. La sua assenza agli Oscar rappresenta comunque una perdita per la cerimonia. Sean Penn è infatti uno degli attori più imprevedibili e politicamente espliciti della storia recente dell’Academy. I suoi interventi dal palco sono spesso diventati momenti memorabili, capaci di accendere dibattiti ben oltre il mondo del cinema. Uno degli episodi più ricordati resta il discorso pronunciato quando vinse l’Oscar per Milk, il film dedicato all’attivista per i diritti civili Harvey Milk. In quell’occasione Penn invitò apertamente chi aveva sostenuto il divieto al matrimonio tra persone dello stesso sesso in California a riflettere sulla propria eredità morale e a cambiare posizione. Tra i momenti più discussi c’è anche quello che precedette l’annuncio della vittoria di Alejandro González Iñárritu per Birdman. Prima di consegnare la statuetta, Penn scherzò con una battuta destinata a far discutere: “Chi ha dato la green card a questo figlio di pu**ana?”. Per un attimo la sala rimase gelata, prima di sciogliersi in una risata collettiva, guidata dallo stesso Iñárritu. Il regista, di origini messicane, replicò con ironia: “Probabilmente l’anno prossimo il governo irrigidirà le regole sull’immigrazione per la cerimonia degli Oscar, soprattutto per i messicani”. Un modo per chiarire subito che non c’era alcuna offesa, anche perché la loro amicizia risale ai tempi di 21 grammi. Non meno celebre un altro episodio, quando Penn prese le difese di Jude Law durante una cerimonia in cui Chris Rock, nel monologo d’apertura, aveva ironizzato sull’attore britannico. “Vuoi Tom Cruise e tutto quello che riesci ad ottenere è Jude Law? Chi è Jude Law? Perché è in tutti i film che ho visto negli ultimi quattro anni? È in tutto, anche nei film in cui non recita: se guardi i titoli di coda, ha fatto dei cupcake o qualcosa del genere”, aveva scherzato Rock. Penn salì sul palco poco dopo per ribattere: “È uno dei migliori attori che abbiamo”. È anche per momenti come questi che la sua assenza alla Notte degli Oscar pesa. Penn ha costruito negli anni la reputazione di artista capace di trasformare ogni apparizione pubblica in un evento imprevedibile, spesso politico, quasi sempre memorabile. Questa volta, però, la scena è rimasta vuota. E la statuetta, annunciata tra gli applausi, è stata ritirata da qualcun altro. L'articolo Sean Penn vince l’Oscar ma diserta la cerimonia, per il New York Times potrebbe essere in Ucraina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le bombe tra un meme e un video di viaggi: le nuove generazioni e le nuove guerre nel “war feed”. “Valvola di sfogo e linguaggio comune per affrontare il trauma”
La guerra nel feed arriva tra un video di cucina e un reel di viaggio. Un bombardamento, poi un meme. Un’analisi geopolitica, poi un montaggio ironico con una soundtrack pop. Dal conflitto in Ucraina al massacro a Gaza, fino all’attacco israelo-americano all’Iran, sui social si moltiplicano contenuti che trattano la guerra con il linguaggio dei meme: clip sarcastiche, video ironici sul rischio di escalation globale, remix e parodie che trasformano il conflitto in contenuto virale. Un fenomeno che racconta molto del modo in cui le nuove generazioni vivono la guerra nell’era delle piattaforme. “Quando l’ansia collettiva sale, l’umorismo online funziona spesso come una valvola di sfogo e come una micro-pratica di controllo simbolico”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giovanni Boccia Artieri, professore di Sociologia dei media digitali e di Comunicazione digitale e platform strategy all’Università di Urbino. “Nominare la paura in forma ironica la rende, per un attimo, maneggevole”. Nella ricerca sui meme questo fenomeno viene spesso definito “disaster-funny”. “Ridendo non si cancella il trauma”, dice Boccia Artieri, “ma si crea sollievo, connessione e un linguaggio comune per elaborarlo”. Per questo, spiega, è un meccanismo particolarmente diffuso tra i più giovani, che utilizzano l’ironia come forma di elaborazione collettiva di eventi percepiti come enormi e fuori controllo. Ma l’ironia non nasce soltanto dal basso. Sempre più spesso anche le istituzioni adottano linguaggi tipici dei social. “I linguaggi istituzionali stanno incorporando formati nativi del feed – montaggi rapidi, soundtrack pop, estetiche da short video – per rendere più digeribile e condivisibile la propria narrazione”. Un esempio recente è stato il video pubblicato dall’account ufficiale della Casa Bianca sugli attacchi militari, montato con la musica della Macarena. “Quando l’istituzione parla già in codice meme”, osserva il sociologo, “il pubblico giovane risponde intensificando quel lessico, tra riappropriazione, parodia e scarto critico”. A cambiare è anche il modo in cui la guerra viene percepita. “Rispetto alle generazioni precedenti la guerra arriva meno come notizia e più come esperienza del feed”, spiega Boccia Artieri. Non più un racconto lineare costruito dai media, ma una sequenza di frammenti: video brevi, volti, suoni, trend, POV e remix. Per descrivere questo fenomeno si parla sempre più spesso di “TikTok war”. “La testimonianza e la narrazione diventano performative e algoritmicamente mediate”, dice il sociologo. La comprensione del conflitto si costruisce così per clip virali più che per cornici interpretative stabili. Questo produce una percezione ambivalente: da un lato la guerra appare più vicina e immediata, dall’altro più discontinua e frammentata. Un video di bombardamenti può comparire accanto a un contenuto completamente diverso, dentro la stessa sequenza di scroll. L’esposizione continua a immagini e notizie di guerra ha effetti complessi. “Può produrre desensibilizzazione e stanchezza empatica, ma anche picchi d’ansia”, spiega Boccia Artieri. Non un effetto unico, ma “un alternarsi di iperattivazione e intorpidimento”. Le piattaforme digitali contribuiscono a questo processo. Gli algoritmi privilegiano ciò che trattiene l’attenzione: urgenza, shock, conflitto. Così l’utente finisce dentro “un ciclo di consumo automatizzato di negatività”, in cui il conflitto diventa presenza costante nel flusso dei contenuti. Trasformare la guerra in contenuto virale può avere effetti opposti. Da un lato può creare distanza emotiva, facendo apparire il conflitto come uno scenario lontano. Dall’altro può funzionare come un meccanismo di difesa generazionale. “L’ironia è anche un modo per stare nel dolore senza esserne travolti”, spiega il sociologo. “Serve a parlarne con i propri codici”. Studi sulle piattaforme come TikTok mostrano proprio queste funzioni psicologiche e sociali dell’umorismo durante eventi traumatici. Il rischio di banalizzazione però esiste. “Soprattutto quando l’ironia scivola nel cinismo o nella spettacolarizzazione”. Ma il meme può anche avere una funzione politica: una forma di commento compresso fatto di satira, critica o delegittimazione. “È un linguaggio che emerge con forza soprattutto quando i media tradizionali vengono percepiti dalle nuove generazioni come lontani, eccessivamente retorici o incapaci di intercettare la sensibilità del web “ spiega Boccia Artieri. Il cambiamento più radicale riguarda però il contesto in cui il conflitto viene visto. “Le piattaforme tendono a trattare tutto come un oggetto di engagement”, osserva Boccia Artieri. Così la guerra entra nello stesso flusso dell’intrattenimento, del lifestyle e della pubblicità. Nasce quello che il sociologo definisce “war feed”: “La guerra entra nello stesso flusso dell’intrattenimento e viene formattata in clip, trend, reaction e meme”. In questo contesto l’attenzione si sposta dal capire al guardare e scrollare. Il risultato è una guerra sempre visibile ma spesso frammentata, in competizione con qualsiasi altro contenuto. E con un ulteriore elemento di confusione: la difficoltà di distinguere realtà e simulazione. Ci muoviamo dentro quella che Boccia Artieri definisce una ‘fragile ecologia dell’autenticità’: “In queste settimane circolano anche video falsi o ricontestualizzati – immagini generate con l’intelligenza artificiale o spezzoni di videogiochi scambiati per footage reali – che accelerano confusione e distacco”. Nel feed globale dei social la guerra non scompare. Cambia forma. Da evento straordinario diventa presenza continua nel flusso digitale. E tra meme, ironia e clip virali diventa per molti giovani un linguaggio con cui provare a tenere insieme paura, distanza e quotidianità. L'articolo Le bombe tra un meme e un video di viaggi: le nuove generazioni e le nuove guerre nel “war feed”. “Valvola di sfogo e linguaggio comune per affrontare il trauma” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le epidemie stanno colpendo l’esercito russo: si rischia un disastro sanitario nei prossimi anni
Naturalmente, questa conversazione è frutto di fantasia. In sostanza, però, si basa sulle notizie degli ultimi giorni e delle ultime settimane concernenti l’esercito russo *** Continua da qui Il brusio soffuso delle conversazioni e il tintinnio di posate d’argento riempivano l’aria del Circolo Militare Centrale di Mosca. In questo rifugio esclusivo – dove il prestigio imperiale dello storico Palazzo Saltykov esalta la solennità militare – i marmi alle pareti sembrano isolare gli occupanti dai fastidi del mondo esterno. Nella Sala Dorata, decorata in stile tardo-classicismo russo con linee sobrie ma eleganti, spiccano specchi d’epoca con cornici dorate, stucchi raffinati e applique in bronzo. Qui il Generale Sokolov si era appena congedato dai suoi commensali. “Non ci credo! – mormorò Volodin – Non ha nemmeno guardato il libretto del conto. Per tutti i santi!” Il deputato Gryzlov sollevò un pasticcino alla crema con la cautela di chi maneggia un detonatore, l’atmosfera ancora sospesa in una leggerezza conviviale. “Un atto di insubordinazione finanziaria senza precedenti. Boris, come rappresentante della fazione veterana, direi che la tua anzianità ti conferisce l’onore di questo privilegio patriottico”. “La mia anzianità mi conferisce solo il diritto di essere sbalordito dalla tua sfacciataggine, Vyacheslav!” ribatté Zyuganov, mentre stappava con un colpo secco la bottiglia di vodka che attendeva nel secchiello del ghiaccio. “Io non pagherò che la mia zolletta di zucchero!” Il tappo volò via, rimbalzò su un vassoio di frutta esotica e finì dritto su un tavolo vicino, fra le risate generali. Mentre i tre si lanciavano occhiate, rimescolando il caffè, e cercando di spingere il conto l’uno verso l’altro, Volodin scorse una figura che aveva appena varcato la soglia del salone, e si guardava intorno con aria leggermente smarrita. Richiamò la sua attenzione con ampi gesti. “Dottore! Rybakov! Qui!”. Il Colonnello Yevgeny Rybakov si avvicinò. Occhiaie profonde tradivano una stanchezza cronica. “Presidente! Spero di non interrompere la degustazione di questo splendido dessert” disse, facendo un leggero inchino. “Dottore! Si sieda subito” esclamò Volodin, facendo cenno a un cameriere di portare un altro coperto. “Gradisce del tortino? Abbiamo appena aperto una bottiglia che merita attenzione”. “Grazie – rispose Rybakov – Un po’ di vodka sarà perfetta. Aiuterà a dimenticare il freddo che ho ancora nelle ossa”. Gryzlov gli versò da bere, osservandolo con curiosità. “Siete appena rientrato dal fronte? Sperate di restare a Mosca per un po’? Come se la passano i ragazzi laggiù?” Rybakov strinse il bicchiere tra le mani come per scaldarsi e lo mandò giù d’un fiato. Il suo sorriso svanì lentamente. “Volete sapere?” Fece una risatina amara. “Abbiamo un’emergenza sanitaria … Ma gli alti comandi spediscono anche i medici a combattere in prima linea! Ecco! La salute, la vita dei soldati, alla Patria, non interessa!»”. Gryzlov smise di tamponarsi una macchia di vodka sulla camicia. “Spiegatevi, Colonnello”. Rybakov sospirò: «Poveretti! Le trincee sono ormai la loro unica casa: luoghi umidi, saturi di fango e dei detriti putrescenti della guerra. È un’esistenza antica e brutale. I topi sono ovunque, a decine; corrono sugli uomini mentre cercano di dormire, e si deve lottare con loro persino per una lattina di latte condensato. Le loro deiezioni sono ovunque, mescolate al fango; l’odore è così forte da far lacrimare gli occhi. Ma presto quel bruciore viene sostituito da qualcosa di peggiore: il sangue”. Fece una pausa, misurando l’impatto delle sue parole. La vodka cominciava ad infervorarlo. Poi riprese: “La chiamano ‘febbre del topo’; il vero nome è Febbre Emorragica con Sindrome Renale. La malattia, veicolata dalla saliva e dalle urine dei roditori, inizia con una febbre che molti ignorano. Poi arrivano vomito e dolori addominali così forti da piegare un uomo in due. I comandanti li accusano di pigrizia, minacciano di destinarli a cariche suicide, ma i soldati sono immobilizzati dal dolore. La pressione arteriosa crolla e il sangue inizia a colare dalle orbite, prima che i reni cedono definitivamente. Il Battaglione Akhmat è stato decimato da questa piaga”. “E gli ucraini?!” chiese Zyuganov. “Certo, anche! Ma loro curano i soldati”. Volodin, leggermente a disagio, si agitò sulla sedia. Il tono di Rybakov divenne ancora più cupo: “Il Ministero, per colmare i vuoti, arruola sistematicamente uomini affetti da Hiv ed epatite C. I reggimenti 1435 e 1436 sono composti quasi interamente da questi soldati. I casi di Hiv tra i militari sono aumentati di 15 volte rispetto ai dati pre-guerra. I soldati infetti indossano braccialetti o bende speciali per avvisare i compagni di non toccare il loro sangue”. Rybakov continuò tutto d’un fiato: “Nei rari ospedali da campo mancano le forniture di base; le siringhe monouso vengono riutilizzate su più pazienti, accelerando il contagio. Dietro c’è la Strategia Wagner: reclutare malati, tossicodipendenti e criminali promettendo farmaci che non arrivano mai al fronte, usandoli come carne da cannone per esaurire le risorse nemiche o addirittura per infettare il nemico nel contatto ravvicinato”. “Per fortuna – azzardò Zyuganov – abbiamo molte riserve…”. Rybakov guardò il deputato dritto negli occhi. “Il tasso di natalità nel nostro Paese è ai minimi storici, circa 1,41 figli per donna. E ora i soldati riportano a casa le epidemie. Migliaia di uomini infetti, che spesso non sanno di esserlo, torneranno dalle mogli”. Il medico si sporse in avanti. “In Russia, meno della metà delle persone affette da Hiv riceve cure. Stiamo piantando i semi di un disastro sanitario che durerà decenni”. D’improvviso Rybakov tacque. Il silenzio nel circolo era ora assoluto. La bottiglia di vodka era vuota, i dolci finiti. “C’èst la guerre” sussurrò infine Volodin, guardando il decreto di mobilitazione accanto al conto non pagato: “Due milioni di potenziali vettori – pensò – per un’apocalisse interna”. L'articolo Le epidemie stanno colpendo l’esercito russo: si rischia un disastro sanitario nei prossimi anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La guerra in Ucraina continuerà: ora Zelensky ha bisogno di una non-sconfitta
di Stefano Briganti Finirà presto la guerra in Ucraina? I negoziati giungeranno ad un accordo in tempi brevi? Non sembrerebbe, se si ascolta ciò che il 24 febbraio a Kiev hanno detto i leader europei assieme a Zelensky e quello che ha detto Putin da Mosca. “A Kiev per la decima volta dall’inizio della guerra. Per ribadire che l’Europa è al fianco dell’Ucraina, finanziariamente, militarmente… per inviare un messaggio chiaro sia al popolo ucraino che all’aggressore: non ci arrenderemo finché non sarà ristabilita la pace. La pace alle condizioni dell’Ucraina.” (Ursula Von der Leyen) “A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, i leader della Coalizione dei Volenterosi… hanno offerto il loro pieno e incrollabile sostegno all’Ucraina nella sua lotta per la sovranità e l’integrità territoriale… hanno ribadito che i confini internazionali non devono essere alterati con la forza” e hanno “esortato la Russia a impegnarsi in modo costruttivo nei colloqui e ad accettare un cessate il fuoco completo e incondizionato” ribadendo “l’impegno a intensificare la pressione economica sulla Russia, anche attraverso ulteriori sanzioni…” (E. Macron). Credo sia evidente a chiunque che parlare di “cessate il fuoco russo incondizionato”, di “non ci arrenderemo” finché Mosca non accetterà le condizioni ucraine e di irrinunciabile integrità territoriale, che poi è come dire “i russi devono tornare oltre i confini ucraini del 1991” di quattro anni fa (superata da Zelensky il 18 dicembre 2023 quando ammise di non avere la forza per riconquistare i territori perduti), equivale a dire che la guerra deve continuare. Tutti sanno che l’integrità territoriale non è difendibile (tant’è vero che oggi si sta negoziando anche per i territori ucraini), che Mosca non accetterà mai un cessate il fuoco incondizionato e neppure tutte le condizioni che pone Zelensky inclusi i militari Nato in Ucraina. Perciò tutti, compreso Zelensky, decidono di far continuare la guerra dell’Europa/Nato contro la Russia. Da Mosca la posizione è più netta: “gli obiettivi dell’operazione speciale non sono raggiunti e perciò il conflitto continuerà” essendo gli obiettivi quelli stabiliti nel 2022. A questo si deve aggiungere che l’Europa non ha alcuna intenzione di chiudere la sua guerra economica contro la Russia anche dopo la firma di un accordo – quando questo avverrà. Bruxelles sta infatti decidendo di presentare il 15 aprile una proposta di legge per vietare definitivamente le importazioni di petrolio russo costruendo una legislazione che rimanga in vigore anche se un accordo di pace sulla guerra in Ucraina portasse alla revoca delle sanzioni da parte dell’Ue. Però c’è un angolo poco illuminato su questo palcoscenico che perciò fa ben sperare. Si deve guardare agli incontri paralleli a quelli sull’accordo di pace. Delineare e blindare il dopo-conflitto è fondamentale per Zelensky e sarà decisivo per giungere ad un accordo di fine guerra. Il presidente ucraino, prima di approvare concessioni nelle trattative, vuole assicurarsi qualcosa di sostanzioso da portare agli ucraini come risarcimento per ciò che l’Ucraina lascerà al tavolo negoziale e soprattutto deve dire a chi ha perso parenti o è rimasto invalido nel conflitto che il loro sacrificio non è stato vano. Prima vorrà avere in tasca gli impegni di investimenti multimiliardari Ue e Usa per la ricostruzione dell’Ucraina. Vorrà avere assicurato in modo irrevocabile l’ingresso nella Ue in tempi rapidissimi. Vorrà avere le garanzie di sicurezza legalmente vincolanti dai “volenterosi europei” e un flusso di soldi costante per diventare un “porcospino d’acciaio” magari con qualche aculeo nucleare. Perché di fronte alle centinaia di migliaia di vittime non basta dire “abbiamo vinto moralmente” ma dovrà poter affermare: “la vostra morte ha permesso la nascita di una Ucraina territorialmente nuova, menomata e no-Nato, d’accordo, ma sicura e nuova di zecca” e parafrasando M. Albright: “è valsa la pena tutto il sangue versato”. Insomma una non sconfitta che salvi il presidente. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo La guerra in Ucraina continuerà: ora Zelensky ha bisogno di una non-sconfitta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paralimpiadi, il comitato vieta all’Ucraina la divisa con la mappa del Paese: “Propaganda politica”
“Sono vietati testi di inni nazionali, parole motivazionali, messaggi pubblici/politici o slogan legati all’identità nazionale. Una mappa di un paese rientra in questa categoria“. Con queste parole il comitato internazionale paralimpico ha vietato all’Ucraina di indossare l’uniforme presentata per le Paralimpiadi di Milano–Cortina 2026. Una nuova battaglia “politica” dopo il precedente del casco dello skeletonista Vladyslav Heraskevych. Il motivo? Sull’uniforme è raffigurata la mappa dell’Ucraina, con tutte le unità amministrative e territoriali – comprese Crimea e Donbass, regioni contese dai russi – e ciò è stato interpretato dal comitato internazionale paralimpico come una violazione delle norme della manifestazione. Tutto è avvenuto dopo che il Comitato paralimpico ucraino ha postato sui social la foto di come sarebbe dovuta essere l’uniforme in questione dei suoi atleti impegnati alle Paralimpiadi di Milano–Cortina. Il comitato internazionale paralimpico ha visto questo atto come una violazione e ha vietato al team ucraino di indossarla. Molto dura la reazione del presidente del Comitato paralimpico ucraino, Valeriy Sushkevych. Secondo il presidente, è una decisione che impedisce all’Ucraina di presentarsi come uno Stato nella sua integrità territoriale, senza occupazioni. Parole che evocano apertamente il conflitto in corso con la Russia. “Ci sono soggetti della burocrazia dell’IPC seduti lì, che stanno osservando per impedire all’Ucraina di dichiararsi un paese senza occupazione e che combatterà in questa forma contro il paese aggressore”. IL PRECEDENTE ALLE OLIMPIADI È già il secondo caso nel 2026 in cui un’atleta si scontra per motivi politici (e sempre ucraini) con il comitato olimpico. Il primo caso è quello che riguarda lo skeletonista Vladyslav Heraskevych, che aveva dovuto rinunciare a un casco che riportava i volti di sportivi e allenatori morti dall’inizio del conflitto. In questo caso era intervenuto il Comitato Olimpico Internazionale, richiamando il divieto di espressioni politiche o di propaganda sul campo di gara. L’atleta ucraino era successivamente stato squalificato dalla competizione. L'articolo Paralimpiadi, il comitato vieta all’Ucraina la divisa con la mappa del Paese: “Propaganda politica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il petrolio e la “battaglia per l’Amicizia”: Orban sfida l’Europa dopo l’interruzione del greggio russo
Anche se va avanti da tempo (da quando l’infrastruttura è stata bersagliata da missili e droni numerose volte dall’inizio della guerra), è cominciata ufficialmente adesso la battaglia per l’Amicizia – questo in russo significa Druzhba, il nome dell’oleodotto che rifornisce l’Ungheria pompando petrolio direttamente dal territorio della Federazione. Viktor Orban accusa Kiev di aver imposto un “blocco petrolifero” e chiede all’Unione Europea ora di verificare i danni alla struttura con una “missione conoscitiva con la partecipazione di esperti delegati slovacchi e ungheresi”; in una lettera inviata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa scrive: “La mia iniziativa mira anche a facilitare la risoluzione di questa questione entro i tempi previsti” — un riferimento esplicito al prestito all’Ucraina da novanta miliardi di euro che Budapest ha osteggiato alla vigilia del quarto anniversario di guerra con il suo veto, che potrebbe però cadere alla condizione che riprendano i flussi energetici. Oltre al sostegno per i gialloblù, il magiaro ha bloccato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Il Druzhba – arteria petrolifera strategica che, dicono i dati della russa Transneft, pompa oltre un milione di barili al giorno, ovvero oltre l’1% della fornitura mondiale di petrolio – sta in piedi dall’era sovietica e trasporta greggio, via Ucraina, all’Europa orientale; il flusso si è interrotto a fine gennaio a causa dei danni causati dai bombardamenti di cui Russia e Ucraina si accusano a vicenda. Non è ancora chiara l’entità del disastro, ma sono evidenti invece i rischi delle operazioni per eventuali riparazioni mentre gli attacchi sono ancora in corso. La dinamica strategica magiara è sempre la stessa: un gioco di veti e blocchi, giravolte usate per ottenere leve negoziali. In questo valzer Budapest non è sola: anche Bratislava ha sospeso la fornitura di energia elettrica a Kiev nel quadro della disputa legata al Druzhba. Non è solo una questione energetica per il primo alleato di Mosca in Europa: Orban accusa Kiev e Bruxelles – oltre che l’opposizione che gli rimane in patria – di “coordinare gli sforzi per portare al potere un governo filo-ucraino” durante le elezioni che si terranno il prossimo 12 aprile in Ungheria dove, da 16 anni, è al potere il suo partito Fidesz. Alla Commissione europea sono rimaste poche opzioni: in effetti, solo due. Ieri ha sollecitato Kiev ad accelerare i lavori di riparazione all’oleodotto nel tentativo di disinnescare la crisi, ma sta anche valutando la possibilità di far arrivare il petrolio di Mosca attraverso l’Adria, l’oleodotto croato. Secondo la Commissione, Zagabria potrebbe “accettare legittimamente il greggio russo nel suo porto, sia in base alle sanzioni Ue che quelle Usa”. La decisione definitiva arriverà a giorni. L'articolo Il petrolio e la “battaglia per l’Amicizia”: Orban sfida l’Europa dopo l’interruzione del greggio russo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cacciari: “Putin vuole invaderci? Delirio di deficienti. Ma se è come Hitler, Ue crei l’esercito comune e dichiari guerra alla Russia”
“Putin vuole invadere l’Europa o arrivare a Varsavia e a Berlino? Puro delirio di qualche deficiente. Ma se i ceti politici europei ritengono che Putin rappresenti una minaccia paragonabile a quella di Hitler, creino un esercito europeo e dichiarino guerra alla Russia“. È la sfida che il filosofo Massimo Cacciari, ospite di Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus, lancia ai leader europei che si ostinano a non fermare la guerra in Ucraina con un negoziato. L’ex sindaco di Venezia denuncia a chiare lettere la mancanza di visione politica e diplomatica da parte dell’Occidente. Fin dai primi mesi della campagna militare russa, Cacciari aveva avvertito che lo scontro avrebbe assunto una portata estesa, una previsione basata sulla comprensione delle dinamiche geopolitiche in gioco. “Come si poteva pensare che potesse non assumere un valore globale?”, si domanda il filosofo, ricordando come i piani per installare basi Nato a ridosso di Mosca e le tensioni mai sopite in Donbass e Crimea fossero micce pronte a esplodere. Secondo Cacciari, la comunità internazionale avrebbe dovuto agire d’anticipo, aprendo “un tavolo di pace al massimo livello” per costringere le parti a un accordo prima dell’escalation. Esistono, spiega il filosofo, due modi per porre fine a un conflitto: la pace del vincitore assoluto, come è avvenuto per le due guerre mondiali, e la “pace patto”, che nasce da un compromesso tra interessi definiti. “Questa era una situazione in cui il compromesso era certamente raggiungibile se da una parte e dall’altra si fosse ragionato”, afferma, sottolineando che non vi era una reale volontà russa di occupare l’Europa, né un’intenzione occidentale di attaccare la Russia partendo dall’Ucraina. La soluzione, già delineata negli accordi di Minsk del 2015, consisteva nel sistemare l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica in modo non minaccioso per Mosca e risolvere la questione del Donbass. Poi non usa mezzi termini per descrivere l’attuale gestione del conflitto. Accusa l’Europa di “vigliaccheria” politica nel fornire armi senza scendere direttamente in campo, prolungando così un’agonia senza fine. “Mandiamo le armi, ma non andiamo in guerra. Gli ucraini continuano a farsi massacrare e noi ad armarli affinché continuino a essere massacrati“, attacca Cacciari, stigmatizzando la via di mezzo europea del logoramento, che non tiene conto della realtà dei fatti. “Sarà una guerra infinita – avverte il filosofo – L’Ucraina, per conto suo, per quanto noi l’armiamo, non potrà mai sconfiggere la Russia. È pura logica, è matematica“. Lapidario il suo commento su coloro che danno del “putiniano” a chiunque osi contraddire la narrativa dominante, dallo storico Alessandro Barbero al Fatto Quotidiano: “Come reagire? Basta tenere la testa sulle spalle e lasciar perdere queste chiacchiere e questa propaganda. Il grembo di colei che partorisce utili o inutili idioti, propagandisti, demagoghi eccetera, è sempre fecondo. Non c’è niente da fare“. E aggiunge: “Quello che ci deve interessare è che chi ci governa, ma anche certi dirigenti della finanza e della tecnologia, comprendano l’importanza del riprendere il filo della trattativa. Il rischio di un conflitto mondiale è pressoché nullo al momento, perché gli Stati Uniti hanno detto con chiarezza che per loro l’Ucraina non è assolutamente determinante. Per loro contano il Medio Oriente, l’Iran e in prospettiva la Cina. Quindi, o giungiamo a un compromesso oppure avverrà che la guerra in Ucraina continua per chissà quanto tempo con distruzioni, morte e feriti”. Cacciari ribadisce che Putin non arriverà mai a Kiev, né potrà mai occupare l’Ucraina: “La Russia non è più l’Urss. Se avesse quelle ambizioni, verrebbe massacrata. Quindi, non ha nessuna intenzione di scatenare una guerra mondiale“. Quindi, conclude provocatoriamente che, se non si vuole scegliere la via della diplomazia, l’unica alternativa coerente sarebbe la discesa in campo dell’Europa: “Dobbiamo fare la guerra alla Russia. Non c’è alternativa, perché la Russia non si ritira e contro l’Ucraina vince per forza” L'articolo Cacciari: “Putin vuole invaderci? Delirio di deficienti. Ma se è come Hitler, Ue crei l’esercito comune e dichiari guerra alla Russia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, Zelensky sente Trump alla vigilia del bilaterale con gli Usa: “I colloqui salgano a livello di leader”
I colloqui tra Ucraina e Russia devono salire “al livello dei leader: questo è l’unico modo per risolvere tutte le questioni complesse e delicate e porre finalmente fine alla guerra”. Alla vigilia del bilaterale Ucraina-Usa in programma giovedì a Ginevra, Volodymyr Zelensky sente Donald Trump per discutere i temi sul tavolo del vertice svizzero. Ma nella telefonata, afferma il leader ucraino, sono stati discussi anche “i preparativi per il prossimo incontro dei team negoziali al completo in formato trilaterale all’inizio di marzo”, che non è ancora stato confermato, ma dovrebbe coinvolgere anche i rappresentanti di Mosca. “Ci aspettiamo che questo incontro offra l’opportunità di portare i colloqui a livello di leader. Il presidente Trump sostiene questo programma“, scrive sui social Zelensky. Alla telefonata hanno preso parte anche Steve Witkoff e Jared Kushner, gli inviati della Casa Bianca, che a Ginevra vedranno il capo negoziatore di Kiev Rustem Umerov. Gli ultimi due round negoziali si sono conclusi con un sostanziale stallo, ma la chiamata Trump-Zelensky potrebbe indicare la volontà di fare uno scatto in avanti. Il nodo è sempre quello dei territori: l’Ucraina si oppone alla cessione del Donbass e dellla regione di Zaporizhzhia, chiesta da Mosca con il beneplacito di Washington. Un tema su cui l’Unione europea di fatto non si esprime. “I nostri team lavorano intensamente e li ho ringraziati per tutto il loro lavoro e per il loro coinvolgimento attivo nelle trattative e negli sforzi per porre fine alla guerra”, scrive Zelensky. “Questo inverno è stato il più difficile per l’Ucraina, ma i missili per i sistemi di difesa aerea che acquistiamo dagli Stati Uniti ci stanno aiutando ad affrontare tutte queste sfide e a proteggere delle vite“. L'articolo Ucraina, Zelensky sente Trump alla vigilia del bilaterale con gli Usa: “I colloqui salgano a livello di leader” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Leone XIV è più vicino all’Ucraina ma su un punto Papa Francesco continua ad essere profetico
Il 25 febbraio 2022 papa Francesco lasciò il Vaticano per recarsi all’ambasciata russa. Intendeva aprire – confessò – una “finestra di dialogo” con Putin, forse nella speranza che si ripetesse quanto Giovanni XXIII aveva reso possibile nella crisi di Cuba del 1962: portare Usa e Urss ad un accordo in extremis. Il miracolo non si realizzò. Terminato il quarto anno di guerra, a Mosca circola una battuta feroce: “In tre anni Stalin arrivò a Berlino, mentre Putin è a Pokrovsk”. La Russia ha fallito gli obiettivi della cosiddetta “Operazione speciale”: Zelensky non è stato rovesciato, Kyiv non è stata conquistata, l’Ucraina non è stata sottomessa e non lo sarà mai. In questi anni la popolazione ha mostrato una resilienza straordinaria, i militari hanno dimostrato un’efficienza, un coraggio e una determinazione eccezionali ed è nata un’industria militare all’avanguardia nella nuova guerra dei droni e in altri settori. Tutto questo rende peraltro improbabili gli annunci allarmistici su ulteriori invasioni russe. Nessuna delle parti in campo è tuttavia stata capace di vincere quella che il politologo statunitense Ian Bremmer ha lucidamente definito una “guerra ibrida tra Nato e Russia”. Resterà nella storia il pesante interrogativo se non era meglio che Washington e Londra appoggiassero i negoziati tenuti a febbraio-marzo 2022 tra russi e ucraini, che stavano portando ad una soluzione. (No all’ingresso di Kyiv nella Nato, nessun ostacolo per l’adesione all’Unione europea, riduzione dell’esercito ucraino, situazione della Crimea congelata per 15 anni). Restavano aperti i capitoli dedicati alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e i meccanismi di difesa in caso di aggressione. Ci voleva un supplemento di pazienza e tenacia. Invece da Londra arrivò a Kyiv il premier Boris Johnson che esortò a lasciar perdere e combattere per mettere la Russia in ginocchio. Lo stesso anno un progetto di pace, elaborato dall’Accademia pontificia delle scienze sociali, fu accolto gelidamente dai governi europei e dalla Nato come un inutile disturbo. Eppure quelle proposte erano in parte migliori di quelle sul tavolo oggi. Fermo restando lo stop all’ingresso nella Nato e il sì all’adesione all’Ue, l’Ucraina rimaneva in possesso del Donbass (cui dare un’autonomia finanziaria, amministrativa e culturale tipo Alto Adige). Il bilancio è sotto gli occhi di tutti: due milioni tra morti, feriti, dispersi. Se Francesco aveva collocato la Santa Sede in una posizione di equidistanza, accompagnata da un forte impegno per aiuti umanitari all’Ucraina, papa Leone si è silenziosamente posizionato su una linea più vicina a Kyiv. In Vaticano contano sempre le sfumature. Domenica scorsa all’Angelus Leone ha evocato la guerra “contro l’Ucraina” e ha invitato a pregare “per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra” (laddove Bergoglio citava sempre il dolore delle “mamme ucraine e delle mamme russe”. Un’altra volta il pontefice ha tenuto a sottolineare che la “Nato non ha cominciato nessuna guerra”. Soprattutto sul tema del cessate il fuoco Leone XIV si è collocato vicino a Kyiv e al gruppo dei volonterosi guidati da Macron e da Starmer. “Si giunga senza indugio a un cessate il fuoco – ha esclamato domenica – e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace”. A dire il vero in nessuna delle guerre svoltesi negli ultimi ottant’anni si è mai avuto un cessate il fuoco di trenta o addirittura sessanta giorni prima dell’inizio delle trattative. Al contrario, spesso si è negoziato segretamente nel perdurare delle ostilità. Ma i governi europei si sono impuntati su questa richiesta, anche per frenare Trump intenzionato ad affrettare un accordo di pace. Trump in campagna elettorale sosteneva di poter risolvere il conflitto in 48 ore. Una sbruffonata. Diceva anche che se fosse stato presidente nel 2022, la guerra non sarebbe mai scoppiata. E ha ragione. Negli ambienti della diplomazia vaticana – dove nulla si dimentica – si ha ben chiaro il rifiuto di Washington nell’autunno 2021 di garantire nero su bianco a Putin che l’Ucraina non sarebbe entrata nella Nato. Trump lo avrebbe fatto. D’altronde non esiste il diritto astratto di una nazione ad aderire a blocchi militari. Esistono sempre sulla scena internazionale interessi da soppesare. Per molto meno gli Stati Uniti hanno preteso dal governo italiano (premier Meloni) di sciogliere l’accordo commerciale “Via della seta”, stretto con la Cina. Su un punto Francesco continua ad essere profetico: nel definire “pazzia!” la cieca corsa agli armamenti. Non si tratta di far “vedere i denti”, disse già nel 2022, la vera risposta “non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari…ma un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato… un modo diverso di impostare le relazioni internazionali”. Concetto più valido che mai nell’era della de-strutturazione trumpiana delle relazioni internazionali. Dal Vaticano si vede spesso lontano. Anche per Leone XIV è necessario “fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti”. Deve affermarsi, ha scandito recentemente, un’ “etica condivisa… capace di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”. Si riaffaccia qui un’intuizione bergogliana. Impegnarsi per un nuovo Accordo di Helsinki globale per garantire convivenza e cooperazione tra gli stati nel XXI secolo. L'articolo Leone XIV è più vicino all’Ucraina ma su un punto Papa Francesco continua ad essere profetico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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