“Unicredit è tenuta a fare un’offerta di acquisizione, avendo superato la soglia
del 30%. Questo è prescritto dal diritto commerciale. Adesso la questione
compete ai due soggetti interessati. L’opinione politica del governo è chiara:
vogliamo mantenere l’indipendenza di Commerzbank. Ma adesso Commerzbank deve
dare una risposta e tutto il resto si vedrà nelle prossime settimane e mesi”. Se
non come un’apertura, che non c’è, il commento del cancelliere tedesco Friedrich
Merz, all’ultima mossa di Unicredit a Francoforte suona almeno come un “non
siamo d’accordo, ma se la vedano loro”.
La banca italiana ha lanciato un’offerta pubblica volontaria di scambio per
superare il 30% dell’istituto tedesco che già possiede e avere anche più
flessibilità rispetto ai piani di acquisto di azioni proprie di Commerzbank, che
comportano fluttuazioni degli italiani da una parte all’altra della soglia
rilevante del 30 per cento appunto. “Non puntiamo al controllo, ma a un dialogo
costruttivo con Commerzbank e gli altri stakeholder”, ha detto l’amministratore
delegato di Unicredit, Andrea Orcel, presentando l’operazione agli analisti. “È
giunto il momento di dialogare. Ci auguriamo quindi che questa offerta ribadisca
questo messaggio e la nostra costante disponibilità al dialogo con la dirigenza
di Commerzbank. Rimaniamo convinti del notevole valore che una soluzione
concordata potrebbe generare”, ha aggiunto il banchiere spiegando che
l’operazione “non presenta svantaggi rispetto all’obiettivo di stimolare un
dialogo costruttivo. Il nostro obiettivo con questa operazione è superare la
soglia del 30%. Possiamo raggiungerlo solo con un’offerta pubblica di acquisto
volontaria che, come previsto dalla legge tedesca, è un’offerta a tutti gli
azionisti per il 100% delle azioni. La nostra aspettativa, tuttavia, è di non
superare di molto il 30%”.
Resta ovviamente ferma la premessa alla base dell’ingresso di Unicredit in
Commerzbank: “Credo che una fusione non solo aggiungerebbe molto valore agli
azionisti, ma anche alla Germania, all’Europa, ai clienti e alle persone che
lavorano presso Commerzbank e Unicredit”, dice Orcel. E, almeno a parole,
l’Europa lo sostiene. “Per rendere l’Unione del risparmio e degli investimenti
un successo”, fanno sapere da Bruxelles senza entrare nel merito del caso
specifico, “abbiamo bisogno di banche forti, perché sono intermediari chiave nei
mercati dei capitali”, mentre le nostre banche “non hanno raggiunto una scala
sufficiente per essere competitive sul piano internazionale”. Invece “il
consolidamento nel settore bancario attraverso fusioni domestiche e
transfrontaliere contribuirebbe a migliorare l’efficienza e la redditività delle
banche”.
Ma Commerzbank non apre. “Non ci sono le basi per i colloqui”, manda a dire il
numero uno Bettina Orlopp, che si ribadisce convinta “della forza e del
potenziale della nostra strategia, che punta sull’autonomia e sulla crescita
redditizia”. E protesta perché “di fatto” non c’è “alcun premio per i nostri
azionisti”. In ogni caso il consiglio di amministrazione e il consiglio di
Sorveglianza di Commerzbank “esamineranno attentamente” l’offerta una volta
pubblicata, “agendo nel migliore interesse della banca, dei suoi azionisti, dei
dipendenti e dei clienti”. Intanto il capo del consiglio di fabbrica della
banca, Sascha Ubel annuncia un’azione di difesa “con tutte le nostre forze e i
nostri mezzi” di fronte a quello che definisce come “il passo successivo della
spudoratezza” che, “non è solo un passo non concordato, ma ostile”. E così il
portavoce del ministero delle Finanze tedesco, cui fa capo il 12% della banca,
ha buon gioco a sottolineare che “un’acquisizione ostile non sarebbe
accettabile” e quello di Unicredit “è un annuncio, di cui prendiamo atto, non
ancora una proposta”.
I base ai dettagli dell’operazione forniti dalla banca, Unicredit prevede che la
propria offerta sarà pari a 0,485 azioni proprie per ogni azione Commerzbank, il
che implica un prezzo di 30,8 euro per azione (32,1 euro a +8,6% la chiusura in
Borsa) della banca tedesca, ovvero un premio del 4% rispetto alla chiusura del
13 marzo. ll rapporto di cambio sarà determinato dalla BaFin, l’autorità di
vigilanza finanziaria tedesca, nei prossimi giorni sulla base del prezzo medio
ponderato per i volumi degli ultimi tre mesi delle azioni delle due banche. Si
prevede che l’offerta sia formalmente avviata all’inizio di maggio, con un
periodo di adesione di quattro settimane.
Per Standard & Poor’s l’offerta “è la conferma che UniCredit continua a
perseguire un accordo più ampio e trasformativo con Commerzbank”, tanto che non
si esclude che “i termini dell’offerta di scambio possano cambiare prima della
chiusura dell’operazione, prevista per giugno”. In particolare “se le
discussioni che UniCredit intende avviare con tutti gli stakeholder di
Commerzbank dovessero tradursi in un sostegno a un accordo di più ampia
portata”.
L'articolo Unicredit alle porte di Commerzbank. Merz: “Vogliamo l’indipendenza
della nostra banca, ma la risposta sta a lei” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Germania
In Germania anche il settore della logistica lamenta una carenza di manodopera
qualificata e pure le aziende di trasporto merci sono alla ricerca urgente di
camionisti. Operatori senza scrupoli sfruttano questa situazione, offrendo
autisti provenienti da tutto il mondo a prezzi stracciati, spesso senza
documenti validi.
Ogni conducente, in Italia ed altri Paesi Ue, deve essere in possesso del
cosiddetto certificato A1 rilasciato, ad esempio, dalla compagnia di
assicurazione sanitaria, con informazioni precise sull’ente assicurativo e sul
datore di lavoro. In Germania non c’è invece obbligo per i camionisti di
esibirlo a richiesta ai controlli. Solo la dogana può accedere al database
dell’Ue in cui sono registrati questi certificati; peraltro, i doganieri
controllano raramente i camionisti su strada e solo per individuare droga o
contrabbando. Per contro né la polizia, né i funzionari dell’Ufficio federale
per la logistica (Bundesamt für Logistik und Moblität BALM), responsabili delle
ispezioni dei camion, vi hanno accesso, secondo quanto riporta la tv pubblica
Ard.
Da diversi anni, la polizia stradale di Norimberga-Feucht gestisce un’unità
speciale che opera principalmente di notte con un massimo di tre veicoli e si
concentra esclusivamente sui camion. Probabilmente unico gruppo del genere in
Germania, contesta le violazioni delle normative sull’orario di lavoro, sul
fissaggio del carico e sulla sicurezza stradale, ma anche la questione di chi è
effettivamente alla guida sta diventando sempre più centrale. Gli agenti si
imbattono spesso in asiatici – kazaki, kirghizi o nepalesi – e personale di
nazionalità africane, che non potrebbero guidare in Europa; sono ormai centinaia
i passaporti, patenti di guida e permessi di lavoro falsi sequestrati.
Un’inchiesta del programma PlusMinus della ARD ha individuato come uno dei
fulcri una rete di agenzie in Lituania. Sui siti in internet di annunci di
lavoro, rivolti in caratteri cirillici a persone provenienti dalle ex
repubbliche sovietiche, si trovano inserzioni di aziende lituane alla ricerca di
camionisti per l’Ue, esplicitamente anche “senza esperienza”. Solo a Vilnius
esisterebbe oltre una dozzina di agenzie registrate che vantano licenza di
intermediari di lavoratori a tempo riconosciuta dall’Ufficio del lavoro tedesco,
ma diverse di queste hanno indirizzi fittizi.
La convenienza del gioco è presto detta, i costi di un conducente compresi
quelli accessori è abbattuta a 145 euro al giorno; mentre in Germania chi lavora
come impiegato a tempo dovrebbe ricevere comunque il minimo di legge e, con
coperture assicurative e sociali, non costerebbe mai meno di 400 euro al giorno.
L’Italia per contro dimostra cosa è possibile fare, registrano gli stessi
giornalisti tedeschi. Da diversi anni, non solo ogni camionista deve avere un
certificato A1 in cabina, ma ogni spedizioniere è tenuto anche a presentare il
certificato prima digitalmente per ogni autista straniero che entra in Italia.
Qualsiasi agente di polizia o altro funzionario addetto ai controlli può così
verificarlo direttamente tramite cellulare o tablet. Le autorità italiane
competenti hanno illustrato ai giornalisti Ard che questi controlli sono molto
efficaci; siccome i rapporti di lavoro illegali sono automaticamente collegati
all’evasione fiscale lo Stato italiano può infliggere sanzioni per diversi
milioni di euro alle società di spedizioni. Nel solo 2025 sono stati riscossi
16,5 milioni a Kuehne & Nagel, 43 milioni a Rhenus Logistic, 46,6 milioni a
FedEx, 46,8 milioni al DHL e 121 milioni ad Amazon.
In Germania invece solo quando i casi diventano frequenti in singole aziende
iniziano indagini giudiziarie. Ma poiché non esistono segnalazioni a livello
nazionale, dato che ogni Stato federale tiene i propri registri, è raro che
emergano casi concomitanti riconducibili ad un’unica realtà. Finché non cambierà
nulla permarranno le offerte di camionisti a basso costo che continueranno a
rendere pericolose le autostrade, conclude l’inchiesta di PlusMinus,
implicitamente suggerendo che il legislatore tedesco in questo caso dovrebbe
imparare da quello italiano.
L'articolo Sorpresa: la Germania invidia l’Italia sui controlli di legalità per
i camionisti irregolari: l’inchiesta della tv pubblica proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il filosofo e sociologo tedesco Jurgen Habermas è morto all’età di 96 anni. A
renderlo noto è la sua casa editrice. I suoi studi sulla comunicazione, la
razionalità e la sociologia lo hanno reso uno dei filosofi più influenti al
mondo e una figura intellettuale chiave all’interno della Germania. La casa
editrice Suhrkamp Verlag, ha dichiarato che Habermas – tra i massimi
protagonisti della Scuola di Francoforte – è deceduto oggi a Starnberg, vicino a
Monaco di Baviera. Habermas è intervenuto spesso su questioni politiche nel
corso di diversi decenni. La sua ampia produzione scritta ha superato i confini
tra varie discipline accademiche e filosofiche, offrendo una visione della
società moderna e dell’interazione sociale. Tra le sue opere più note figura il
lavoro in due volumi ‘Teoria dell’agire comunicativo’.
Habermas era nato con una palatoschisi, una malformazione del palato che
richiese ripetute operazioni durante l’infanzia. Un’esperienza che contribuì a
influenzare le sue riflessioni successive sul linguaggio. Il filosofo affermò di
aver sperimentato l’importanza della lingua parlata come “uno strato di
comunanza senza il quale noi, come individui, non possiamo esistere”, ricordando
anche le difficoltà che aveva nel farsi comprendere. Parlò inoltre della
“superiorità della parola” e sostenne che “la forma scritta nasconde i difetti
dell’oralità”.
Nel 2021 ha rifiutato un ricco premio, 225 mila euro, intitolato a Sheikh Zaied,
ex sultano degli Emirati Arabi Uniti, destinato ogni anno a personalità mondiali
della cultura. La ragione per cui il professore tedesco non si presentò a
ritirare il premio ad Abu Dhabi fu la condizione dei diritti umani negli
Emirati, dalla tortura alle incarcerazioni dei leader dei movimenti civili. In
realtà, pare che in un primo tempo Habermas si fosse dimostrato disponibile ad
accogliere il riconoscimento. Poi un’inchiesta dello Spiegel lo ha convinto del
contrario.
L'articolo È morto Jürgen Habermas, uno dei filosofi più influenti al mondo
grazie ai suoi studi sulla comunicazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
La segnaletica stradale europea accoglie il simbolo di un rombo bianco, simile a
quello della celebre marca Renault. No, non indica la prossimità a uno
stabilimento produttivo dell’azienda francese, quanto la presenza di una corsia
riservata. Il segnale in questione sta facendo la sua comparsa sulle principali
arterie europee: la sua origine è nordamericana ed è destinato a delimitare le
corsie HOV (High Occupancy Vehicle), una novità in rapida diffusione che mira a
ottimizzare i flussi di traffico e ridurre l’impatto ambientale dei trasporti.
L’obiettivo, infatti, è riservare una specifica corsia, solitamente quella di
sorpasso posta all’estrema sinistra, a particolari categorie di utenti definiti
“ad alta occupazione”. L’accesso a queste corsie non è libero, ma rimane
strettamente limitato a veicoli che trasportano almeno due o tre persone,
requisito che può essere specificato da pannelli integrativi con le diciture
“2+” o “3+”.
Oltre alle auto in carpooling, il transito è consentito ai mezzi di trasporto
pubblico, ai taxi e ai veicoli al servizio di persone con mobilità ridotta. Un
occhio di riguardo è rivolto pure alla transizione ecologica: i veicoli
elettrici o a bassissime emissioni, identificabili attraverso sistemi di
certificazione come il bollino Crit’Air adottato in Francia, possono usufruire
di questo corridoio preferenziale. Naturalmente, rimangono esentati dai vincoli
i mezzi di soccorso e le forze dell’ordine in servizio.
In molti contesti, il segnale del rombo non è fisso a bordo strada ma viene
visualizzato su pannelli luminosi a messaggio variabile. In questi casi, la
limitazione è in vigore esclusivamente quando il pannello risulta acceso, mentre
ulteriori cartelli possono definire specifiche fasce orarie di attivazione.
Attualmente, la Francia è il Paese europeo dove la presenza di questa
segnaletica è più capillare, avendo adottato il sistema in via definitiva dopo
una fase sperimentale. Negli ultimi mesi, tuttavia, il rombo bianco è apparso
con frequenza crescente anche sulle strade di Germania e Spagna.
Proprio in Spagna le autorità hanno intensificato le campagne informative per
educare i cittadini, dato l’aumento delle sanzioni per l’uso improprio di queste
corsie. Le multe per chi trasgredisce sono severe: si parte da un massimo di 135
euro in territorio francese per arrivare ai 200 euro previsti dalla normativa
spagnola. A rendere quasi inevitabile la sanzione interviene la tecnologia,
poiché i trasgressori vengono individuati automaticamente da telecamere ad alta
risoluzione capaci di contare con precisione il numero di occupanti all’interno
dell’abitacolo.
Nonostante il rombo bianco non sia ancora stato codificato all’interno del
Codice della Strada italiano, è estremamente probabile che faccia il suo debutto
nel prossimo futuro. Le corsie HOV sono infatti riconosciute a livello
internazionale come uno strumento normativo e strutturale di grande efficacia
per contrastare la congestione stradale nelle ore di punta. L’obiettivo a lungo
termine è ambizioso: abbattere i livelli di inquinamento atmosferico nelle aree
metropolitane, disincentivando l’abitudine di utilizzare l’auto con il solo
conducente a bordo e promuovendo soluzioni di mobilità condivisa e sostenibile.
L'articolo Quel rombo bianco sull’asfalto che incuriosisce gli automobilisti.
Ecco cosa significa proviene da Il Fatto Quotidiano.
La guerra in Medio Oriente tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran – e la
risposta di Teheran verso i paesi del Golfo – ha riportato drammaticamente al
centro dell’attenzione la sicurezza energetica globale, con pesanti
ripercussioni sui mercati del petrolio e del gas. La situazione, già delicata
per le tensioni nello Stretto di Hormuz, sta spingendo i principali paesi
consumatori a intervenire per stabilizzare i prezzi e garantire forniture
strategiche.
INTERVENTI STRAORDINARI SULLE RISERVE STRATEGICHE
In risposta al rapido aumento dei prezzi, il Giappone ha annunciato che libererà
le proprie riserve petrolifere già da lunedì. La prima ministra Sanae Takaichi
ha sottolineato l’urgenza di ridurre la pressione sui mercati senza attendere
una decisione formale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie). “Il
Giappone intende assumere un ruolo guida nel bilanciare domanda e offerta nel
mercato energetico internazionale”, ha dichiarato Takaichi, riferendosi al
rilascio delle scorte strategiche a partire dal 16 marzo. Anche la Germania sta
procedendo con lo svincolo di parte delle proprie riserve nazionali, seguendo le
preoccupazioni espresse dai membri del G7 per i rincari legati alla guerra in
Iran.
“L’approvvigionamento energetico della Germania è garantito” ha detto la
ministra dell’Economia e dell’Energia Catherina Reiche a Berlino, in un incontro
con la stampa, annunciando di aver dato seguito alla richiesta dell’Agenzia
internazionale dell’energia di liberare parte delle riserve petrolifere
nazionali. “Seguiremo questa richiesta”, ha affermato, sottolineando che Berlino
non vuole tirarsi indietro nella solidarietà internazionale.
Parallelamente, l’Aie starebbe valutando il più grande rilascio di riserve
petrolifere della sua storia: circa 400 milioni di barili, più del doppio dello
svincolo effettuato nel 2022 in risposta alla guerra in Ucraina. L’obiettivo è
ridurre il prezzo del greggio, che ha registrato forti rialzi: il WTI americano
è salito del 4,65% a 87,50 dollari al barile, mentre il Brent ha guadagnato il
4,04% toccando 91,35 dollari.
LO STRETTO DI HORMUZ, NODO CRITICO PER L’ENERGIA MONDIALE
Al centro della crisi energetica globale rimane lo Stretto di Hormuz, largo
appena 33 chilometri tra Iran e Oman, attraverso cui transitano ogni giorno
circa 17-18 milioni di barili di petrolio – pari a circa il 20% della domanda
mondiale – e oltre un quarto delle esportazioni globali di gas naturale
liquefatto, soprattutto dal Qatar. Il rischio di blocchi o attacchi lungo questa
via marittima ha effetti immediati sui mercati: dopo l’inizio del conflitto, il
petrolio Brent ha superato quota 95 dollari al barile, con punte oltre i 100
dollari nelle fasi di maggiore tensione. Anche il gas naturale europeo ha
mostrato forti oscillazioni, arrivando a sfiorare 45-50 euro per megawattora.
In Italia, le ripercussioni si sono tradotte in un aumento dei prezzi alla
pompa: la benzina ha superato 1,95 euro al litro, mentre il diesel si è
avvicinato a 1,90 euro, con incrementi medi di 10-15 centesimi rispetto ai
valori di gennaio.
Giuseppe Spadafora, vicepresidente del Centro studi Unimpresa, sottolinea che
“Hormuz è il termometro della sicurezza energetica mondiale. Ogni tensione in
quell’area si traduce immediatamente in instabilità economica globale. Per
l’Europa la lezione è chiara: servono investimenti più rapidi nella
diversificazione delle fonti, nelle infrastrutture energetiche e nell’autonomia
strategica”. La crisi mette in evidenza la vulnerabilità dei mercati energetici
di fronte ai conflitti geopolitici e rafforza la necessità di strategie
coordinate tra paesi consumatori e produttori.
L'articolo Iran – Giappone e Germania liberano le riserve petrolifere. L’Agenzia
dell’Energia valuta il più grande rilascio: 400 milioni di barili proviene da Il
Fatto Quotidiano.
C’è chi pensa che il Var sia utile, chi vorrebbe tornare alle origini senza
tecnologia, chi vorrebbe perfezionarne il funzionamento e chi drasticamente lo
manomette. È successo in Germania, durante una partita della seconda divisione,
quando un tifoso è entrato in campo e ha staccato la spina al monitor del Var,
rendendo impossibile la revisione dell’azione da parte dell’arbitro. La notizia
ha in breve tempo fatto il giro del mondo. Tutto è avvenuto ieri, durante il
match tra Preussen Munster ed Hertha Berlino (vinto dagli ospiti per 2-1). Nel
secondo tempo del match c’è stato un contatto in area fra Niko Koulis e il
centrocampista berlinese Michaël Cuisance. Per l’arbitro Felix Bickel il
contatto era regolare, per il Var no.
Al termine dell’azione il direttore di gara è quindi stato richiamato al monitor
per valutare meglio la dinamica del contatto fra i due. E lì la sorpresa: un
tifoso con il viso coperto da una calza verde è sceso in campo, ha staccato la
spina del monitor e poi – grazie al sostegno degli “amici” tifosi – è riuscito a
tornare sugli spalti. E contemporaneamente, in quel settore, è stato esposto uno
striscione con scritto: “Staccare la spina al Var“. Detto, fatto. In Germania i
gruppi organizzati sono da sempre a difesa del calcio tradizionale. Protestano
spesso contro anticipi e posticipi in giorni non abituali – come per esempio le
partite che si giocano di lunedì o venerdì – e non hanno mai nascosto la loro
opposizione alla tecnologia in campo.
La decisione è stata successivamente presa direttamente dal Var Katrin Rafalski
che l’ha comunicata all’arbitro, il quale ha assegnato il penalty poi realizzato
dall’Hertha. “Abbiamo valutato un possibile contatto falloso in area di rigore.
La mia collega Katrin Rafalski ha stabilito che il numero 24 del Münster abbia
colpito chiaramente Cuisance alla caviglia. Per questo la mia decisione finale
è: rigore”, ha dichiarato l’arbitro.
“Uno spettatore è entrato illegalmente in campo e ha staccato la spina
dell’attrezzatura tecnica“, ha dichiarato il Preussen Munster in una nota in cui
ha espresso “rammarico per l’accaduto” e assicurato che “farà tutto il possibile
per identificare e assicurare alla giustizia i responsabili”.
L'articolo Tifoso entra in campo e stacca la spina al Var durante la revisione:
l’arbitro si ritrova lo schermo nero proviene da Il Fatto Quotidiano.
Schemi matematici messi a punto dall’Università Tecnica di Monaco di Baviera
(TUM) mostrano che, per effetto dell’aumento della temperatura, le foreste come
le conosciamo oggi potrebbero non esistere più. Gli incendi e le infestazioni di
parassiti entro il 2100 potrebbero più che raddoppiare, e se a ciò si
aggiungeranno venti più forti si creerà un cocktail che cambierà radicalmente le
foreste d’Europa.
Allo studio, pubblicato sulla rivista Science e diretto per la TUM da Rupert
Seidl, hanno partecipato accademici di dieci Paesi diversi, che hanno raccolto
dati satellitari per 13.000 aree forestali europee e condotto simulazioni al
computer per diversi scenari climatici. Nel peggiore, con un riscaldamento di
oltre tre gradi Celsius, entro il 2100 la frequenza di incendi e danni causati
da insetti sarà più che raddoppiata e le tempeste aumenteranno del 20%. Questi
fattori si verificheranno in combinazione, quindi l’impatto sulle foreste
sarebbe drammatico: il calore e la scarsità d’acqua indeboliranno gli alberi,
impedendo loro di produrre abbastanza resina per tenere lontani i parassiti. Le
foreste come le conosciamo oggi non esisteranno più.
Vengono allestiti sempre più appezzamenti sperimentali con l’obiettivo di
determinare quali combinazioni di alberi funzioneranno meglio e dove. Già ora,
d’altronde, quattro alberi su cinque in Germania sono malati. Tra qualche
decennio esisteranno ancora ampie aree boschive in Europa, il loro aspetto sarà
però diverso, più aperto e a quote più basse, con alberi più piccoli in grado di
resistere al caldo e alla siccità, con specie arboree differenti, finora tipiche
di altri climi, come l’abete di Douglas del Nord America o il cedro del
Mediterraneo. Ci saranno meno specie di funghi e più rapaci o cinghiali. Gli
studiosi si dicono fiduciosi: la foresta ha già resistito a molti cambiamenti,
animali e piante si adatteranno alle nuove condizioni; chi soffrirà di più
saranno gli esseri umani.
Le foreste sono una riserva idrica vitale. In Germania, circa il 70% dell’acqua
potabile proviene da falde acquifere e sorgenti. Se le foreste montane
scompaiono, scompare anche la protezione contro frane e valanghe. A questo si
aggiunge l’aspetto economico: i danni e la riconversione delle foreste
potrebbero costare all’industria del legno e ai proprietari forestali 250
miliardi di euro. Le foreste coprono il 40% della superficie terrestre dell’UE e
assorbono enormi quantità di carbonio; sono perciò una componente cruciale degli
obiettivi climatici UE. Tuttavia, già oggi le foreste tedesche rilasciano più
CO2 di quanta ne assorbano, e questo fenomeno, per il cambiamento climatico e i
conseguenti danni ambientali, è destinato ad intensificarsi in futuro.
Se riusciremo tuttavia a limitare il riscaldamento globale a due gradi Celsius,
a partire dalla metà del secolo la foresta si riprenderà. Questo è il messaggio
più importante per gli autori dello studio: se riusciamo a mitigare
significativamente i cambiamenti climatici, ridurremo significativamente i danni
alle foreste. In quest’ottica appaiono del tutto contraddittorie le scelte del
ministero tedesco per l’Economia, diretto da Katherina Reiche (CDU). Nei punti
quadro della futura legge sulla modernizzazione negli edifici, che si intende
approvare al Bundestag entro luglio, si riapre alla possibilità di impiegare
caldaie a gas o gasolio, pur imponendo che dal 2029 siano alimentate con almeno
il 10% di biocombustibili.
Circa un terzo delle emissioni totali di CO2 proviene dal settore edilizio, e
Katharina Dröge, capogruppo parlamentare dei Verdi, contesta: “Di fatto, questa
coalizione sta abbandonando completamente gli obiettivi climatici della
Germania”. Sibylle Braungardt dell’Öko-Institut calcola, rispondendo alla ZDF,
la seconda televisione tedesca, che l’obiettivo vigente del 65% di energie
rinnovabili nel settore del riscaldamento potrebbe far risparmiare circa 30
milioni di tonnellate di CO2 tra il 2024 e il 2030; verrà completamente abolito
per sostituirlo con una quota di gas e petrolio “verdi” per il funzionamento di
sistemi di riscaldamento convenzionali. E Kai Niebert, presidente del Deutscher
Naturschutzring, principale e storica rete di associazioni ambientaliste,
evidenzia che tanto biogas nemmeno esiste: occorrerebbe piantumare una
superficie almeno nove volte Berlino.
La ministra Reiche, alla priorità per pompe di calore e rinnovabili, contrappone
per contro “apertura tecnologica”, “flessibilità” e “accessibilità economica” e
indica che anche se i sistemi ad energie fossili non vengono più vietati, sono
comunque progressivamente resi più cari. Nel frattempo, L’UE chiede un parco
immobiliare a impatto climatico zero entro il 2050, e che la transizione
energetica sia imboccata con maggiore decisione. Invece la ministra intende
eliminare anche i sussidi allo sviluppo di pannelli solari sui balconi. Non
solo: forte dell’esperienza come ex responsabile della filiale E.ON Westenergie,
vecchio nome della principale controllata regionale del gruppo energetico
tedesco E.ON, per gestire meglio i rischi di sovraccarico delle reti la ministra
vuole anche intervenire nel sistema di assegnazione delle connessioni di fonti
di energie rinnovabili. Ad oggi gli allacciamenti avvengono in ordine di
richiesta, mentre Reiche vuole che in futuro siano i gestori a poter decidere:
dove ci sono già molti impianti di rinnovabili sarà più difficile ottenere
l’allacciamento.
Inoltre, i gestori dovrebbero poter imporre sussidi per i costi di costruzione.
Un regalo a fronte di ritardi di almeno sette anni nello sviluppo delle reti di
distribuzione. L’effetto per gli sviluppatori di impianti rinnovabili sarà
invece di perdere per anni gli indennizzi pagati dai gestori quando staccano un
parco eolico o solare dalla loro rete per sovraccarico, e quindi un elemento di
sicurezza alla pianificazione di nuovi parchi di collettori. D’altronde, coi
prezzi del carburante oltre i due euro al litro in seguito al conflitto in Medio
Oriente e ai problemi nello Stretto di Hormuz, si stanno già risvegliando le
paure del caro energia che nel 2022 portarono la Germania in recessione. Anche
se il Paese oggi è più preparato, non deve fallire la transizione energetica.
L'articolo Addio ai boschi come li conosciamo: l’allarme dello studio tedesco
sul clima mentre Berlino rilancia le caldaie fossili proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Verdi in testa, Cdu solo seconda. Terza l’estrema destra di AfD che quasi
raddoppia il risultato. Secondo le prime proiezioni della Zdf, il partito del
cancelliere Friedrich Merz si avvia alla sconfitta nella regione del
Baden-Württemberg. Nonostante l’ampio vantaggio degli scorsi mesi, il partito
dei Verdi è riuscito nella rimonta arrivando davanti alla Cdu: 31,7 contro il
30,3 per cento dei consensi. Come già previsto dai sondaggi, AfD festeggia
guadagnando almeno 8 punti percentuali rispetto alla scorsa tornata e arrivando
al 17,9. Crollo invece disastroso dei socialisti della Spd che erano dati sotto
al 10 e invece stanno a malapena sopra la soglia di sbarramento del 5%. Restano
fuori sia i liberali che la sinistra della Die Linke che puntava al primo
ingresso nel Parlamento regionale.
La terra delle auto, patria delle case automobilistiche Porsche e Mercedes,
sceglie di premiare i Verdi già al governo da 15 anni. Finita l’era di Winfried
Kretschmann al governo dal 2011, ora tocca all’ex ministro dell’Agricoltura Cem
Ozdemir che diventa il secondo presidente ecologista della regione nella storia
tedesca e il primo in assoluto di origini turche. Il suo nome è riuscito a
permettere la risalita del partito, già al governo in coalizione con la Cdu. A
dargli un ulteriore spinta, lo scandalo che ha colpito l’avversario Manuel Hagel
nelle ultime settimane: la diffusione di un video, vecchio di nove anni, in cui
pronunciava frasi sessiste su una classe di ragazzine dove era appena stato a
parlare. E’ stata una botta nella corsa del giovane candidato, a cui si è unita
l’incapacità di convincere l’elettorato più a destra.
Per Merz è una sconfitta, in una terra di grande ricchezza, ma anche di grandi
preoccupazioni per il futuro economico tra licenziamenti, crisi geopolitiche e
competizione con la Cina. Ma al tempo stesso, è anche un segnale interno al
partito: il 38enne Hagel è considerato molto vicino a uno dei possibili
avversari di Merz, Hendrick Wust presidente del Nord-Reno Westfalia.
Chi stasera può dirsi soddisfatta è sicuramente l’AfD che, come previsto dai
sondaggi, fa un altro balzo in avanti e consolida la sua presenza anche nella
zona Ovest della Germania. “Siamo i vincitori della serata, il nostro è un
grande successo”, ha commentato il co-leader del partito Tino Chrupalla alla
Zdf. Il partito non ha raggiunto la soglia del 20%, superata da tempo nei
Laender dell’Est, ma si accredita come una delle opzioni in campo anche in una
delle zone dove meno erano presenti. E soprattutto, si conferma molto forte tra
i giovani: secondo gli exit poll trasmessi in queste ore, AfD è il secondo
partito più votato nella fascia tra i 16 e i 24 anni, subito dietro i Verdi.
Proprio questa era la prima tornata in cui gli under 16 potevano votare alle
elezioni del Baden-Württemberg.
L'articolo Germania, la Cdu di Merz verso la sconfitta nel primo test regionale:
Verdi primi, terza Afd che quasi raddoppia i consensi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Michael stringe con le mani sudate la bandiera rossa della giovanile dei
socialisti e fissa la piazza da dietro il cordone della polizia. Al centro, nel
cuore di Stoccarda, un centinaio di persone sventola i colori della Germania e
del Baden-Württemberg. Sono gruppi legati all’estrema destra e tra loro si
mescola di tutto: no vax, complottisti e – spesso – anche neonazisti. Li
circondano una distesa di forze dell’ordine. Di fronte, i manifestanti venuti
per contestarli intonano “siamo tutti antifascisti”. Michael aspetta che si apra
un varco per infilarsi: “Siamo più di loro”, dice. A pochi metri, famiglie
affollano i tavolini dei bar per godersi il sole primaverile, mentre al mercato
i politici si affannano per distribuire gli ultimi volantini. Mancano 24 ore
alle elezioni regionali, quelle dove il cancelliere Merz si gioca il primo test
dell’anno con la Cdu e i Verdi a rubarsi i voti testa a testa. Dietro incombe,
intorno al 20 per cento, la destra estrema di AfD che punta a raddoppiare il suo
ultimo risultato anche qui, nella regione più ricca d’Europa, già patria
dell’industria automobilistica di Porsche e Mercedes-Benz e dei colossi
familiari come Bosch e Mahle. Una terra di eccellenze, costretta a gestire i
licenziamenti e finita sotto scacco della Cina e delle crisi geopolitiche. Ma
anche di un modello che non è stato riconvertito in tempo e ora si aggrappa
disperatamente all’intelligenza artificiale o al riarmo.
LE PIAZZE E GLI APPELLI AL VOTO. ANCHE AGLI ELETTORI AFD
La piazza che rivendica “libertà” assicura di essere apartitica, ma difficile
trovare qualcuno con dei dubbi: “Alle urne voterò AfD”, dice Gertrud che al
collo ha un cartello con un messaggio per la pace nel mondo. “Lavoro come
centralinista, sento cosa chiedono le persone e come stanno. I politici dicono
che andrà tutto bene, ma non è vero”. Nella contro-manifestazione, si invoca la
difesa della democrazia: “Bloccare i nazisti ovunque appaiono”, dicono i
cartelli. Michael è lì per la Spd, il partito di governo che qui è dato
addirittura sotto al 10%: “Ma non li voterò neppure io”, confessa. “Meglio dare
il mio sostegno ancora più a sinistra alla Die Linke per sperare che superino lo
sbarramento. I socialisti hanno le risposte, ma non sono stati capaci di
comunicarle a chi ha paura”.
A pochi chilometri di distanza, i candidati si sfidano tra i banchi del mercato,
sotto gli occhi della statua austera del poeta Schiller. La Cdu, data in
vantaggio per mesi, ha visto assottigliarsi il risultato fino a essere ridotta a
contendersi i voti con i compagni di coalizione dei Verdi. In un comizio di
chiusura che trasudava preoccupazione a Ravensburg, il candidato Manuel Hagel ha
implorato: “Convincete almeno tre persone a testa”. Merz, venuto da Berlino solo
per l’occasione, ha preso gli applausi ribadendo che “mai e poi mai faremo
accordi con l’AfD”. Seppur sperando che i loro sostenitori, alle urne, cambino
idea. Klaus Wenk è consigliere comunale della Cdu e ha passato la mattina a
volantinare: “So che una persona su cinque vota AfD, ma so anche che uno su
cinque non è stupido. Spero alla fine si schiereranno per noi”. Tra i banchi del
mercato a fermare le persone, di loro non si vede nessuno. “Non li ho mai
incontrati qui”, dice Wenk. “Non hanno bisogno di questo tipo di campagne e
preferiscono stare nell’ombra”. Sono come fantasmi: non si vedono, ma tutti ne
parlano. A venti metri di distanza, nell’angolo sotto il sole, non si ferma un
minuto la Verde Muhterem Aras. Origini curde, già presidente dell’assemblea
legislativa regionale, è finita tra i politici da proteggere per aver espulso
dall’Aula due esponenti di AfD. “Da poco la situazione si è calmata”, dice. “Ho
ricevuto molte minacce e sono stata più volte scortata dalla polizia”. Ora è uno
dei volti più attivi per la rimonta: i passanti si fermano, fanno domande. È un
viavai di mani strette. Richard, emigrato dal Giappone da più di 20 anni, li
osserva in disparte: “Non so chi vincerà, ma so che serve più coraggio dei
politici”, dice. “La gente vuole dei cambiamenti”.
LA TERRA DELLE AUTOMOBILI CON LO SPETTRO DEL RIARMO
Il Baden-Württemberg è la terra delle auto. Qui sono nate le case
automobilistiche più famose della Germania e, di conseguenza, le fabbriche di
fornitori di componenti. “L’aria è sempre inquinata”, racconta una signora, “per
le industrie e perché tutti amano guidare la propria macchina. La città è dentro
una conca”. Il centro lindo, con le aiuole ordinate e la raccolta differenziata,
non basta e l’unica cosa che la ricchezza non è riuscita a cambiare è la qualità
dell’aria. Ma in questi anni di paure per il futuro, il clima è diventato
l’ultimo dei problemi: qui entro il 2030 si potrebbero perdere fino a 66mila
posti di lavoro nel settore automobilistico. Solo Porsche, entro il 2029 ne
taglierà 1900. Il tasso di disoccupazione è del 4,8%: un dato che non dice molto
al resto del mondo a fronte di una Regione che ha il Pil pro capite tra i più
alti dell’Ue (superiore del 29% rispetto alla media), ma che qui è il peggiore
dal 2007.
E per chi voti se hai paura del licenziamento? La sintesi la fa uno dei cartelli
usati dall’AfD: “La tua auto voterebbe per noi”. Hanno la risposta più
immediata: ritorno al motore a combustione, energia nucleare e obbligo per i
cittadini di comprare auto tedesche. Tutto il contrario di quello che hanno
fatto i Verdi, che qui sono noti per il loro “pragmatismo” e che hanno governato
negli ultimi 15 anni con Winfried Kretschmann. La sfida ora passa al successore
Cem Özdemir: ex ministro federale dell’agricoltura, origine turca, gode di una
grande popolarità e piace anche fuori dal suo elettorato. A dargli un mano ci ha
pensato poi, un video scandalo dell’avversario Hagel: parlando con un
giornalista locale pronuncia frasi sessiste su una classe di ragazzine che ha
appena incontrato in un evento. Risale a nove anni fa, quando di anni ne aveva
29, ma è diventato virale e per un po’ è passata in secondo piano la discussione
economica, che però resta centrale e influenzerà il voto. E cosa propongono i
leader? Özdemir punta sull’elettrico. Hagel vuole diversificare e pensa alla
difesa, quindi fare in modo che sempre più aziende investano sul riarmo.
La dirigente sindacale dei metalmeccanici Ig Metall Barbara Resch chiede una
svolta. “Serve un nuovo piano industriale”. L’errore, dice, è stato “adagiarsi
sul fatto che siamo leader mondiali”. Il problema è che si investe sulla
mobilità del futuro, ma non c’è la domanda. E quindi arrivano i tagli. “Però non
credo allo scenario catastrofico di Stoccarda trasformata in una nuova Detroit.
Sono convinta che sia possibile fare diversamente”. Ma secondo Resch non è il
riarmo la via d’uscita: “Abbiamo 42.000 occupati nel settore della difesa in
Baden-Württemberg, mentre nell’industria automobilistica sono circa 400mila.
Quindi la difesa non può risolvere i problemi occupazionali”.
Lo dice anche Trumpf, l’azienda leader nel mondo per la tecnologia laser. Al
momento davanti ai cinesi, ma la consapevolezza è che può non essere così per
sempre. La sede è alle porte della città e ospita alcune delle macchine più
potenti al mondo, la cui maggior parte sono top secret. Intanto, a fine 2025,
hanno annunciato un progetto per inserire la tecnologia sui droni. “Non è una
scelta opportunista, ma fatta perché abbiamo un obbligo di difesa del Paese”,
spiega Hagen Zimer, ceo del laser. “Siamo forse l’unico produttore di sistemi
laser ad alte prestazioni in Europa, che può garantire in modo credibile e
continuativo la disponibilità di questa tecnologia per abbattere droni. Avevamo
una responsabilità morale e sociale”. E la decisione, ci tiene a dirlo, non è
stata presa a cuor leggero, ma è arrivata dopo lunga discussione del consiglio
dopo la quale si “è deciso di entrare in questo business per fornire al Paese la
tecnologia giusta per affrontare eventuali guerre future”. Ma, interviene Nicola
Leibinger-Kammuller – amministratrice delegata, gestrice dell’azienda di
famiglia e una delle donne miliardarie al mondo – “non è certo un business a
breve termine. Ci aspettiamo ricavi non prima di tre o quattro anni. E per noi
non è un salvagente, continuiamo a occuparci anche degli altri settori”. Che non
sia l’inizio di un coinvolgimento ancora più massiccio nella difesa lo
ribadiscono: “Tutti i posti di lavoro che si liberano nel settore
automobilistico e nella filiera dei fornitori automobilistici non saranno in
alcun modo compensati dal settore della difesa”, chiude Zimer. “Stiamo vivendo
un effetto bolla. Sarebbe fatale se tutta questa quantità di persone si
spostasse verso un’economia di guerra, e spero davvero per tutti noi che ciò non
avvenga”.
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA CORSA CONTRO IL TEMPO
La realtà è che nessuna delle opzioni messe in campo finora è riuscita ad
arginare le perdite. Soprattutto non in breve tempo. Alle porte della città
universitaria di Tubingen, sorge la Cyber Valley. Campus all’americana, immerso
nel verde e a due passi dal laboratorio di eccellenza del Max Planck Institute.
Qui si lavora a tempo pieno sugli usi possibili dell’intelligenza artificiale,
ma la competizione con l’esterno è spietata. “Alcune navi sono salpate, altre
potrebbero partire ancora”, commenta Philip Henning del Tubingen Ai Center. Una
corsa contro il tempo, nonostante la regione sia “la terza per innovazione al
mondo”, dice il ceo Florian K. Mayer. Oltre 100 le startup coinvolte, ma non
abbastanza per rimediare ai licenziamenti in corso nelle fabbriche. L’attenzione
particolare va all’automotivo, ma anche alla difesa. “Siamo coinvolti nel campus
di ricerca militare dell’università di Stoccarda che finanzia il ministero”. Una
scelta recente che ha suscitato poche reazioni. Qui, raccontano, si respira
un’aria internazionale e progressista, tanto che quando nel cluster dei
finanziamenti è entrato Amazon c’è stata la rivolta. Ma ora che si parla di
start up che possono servire per le armi? “Stranamente nessuno ha protestato”,
dice Mayer. Tra i fiori all’occhiello c’è la startup di Anand Waghmare, capace
di mettere in ordine e raccogliere le immagini che arrivano dai satelliti.
Quindi, volendo, individuare truppe. “Alcuni militari hanno già manifestato il
loro interesse”, racconta. “Io sono aperto alla discussione”. Con quali limiti?
“Sono di origine indiana e sono grato a quello che mi ha dato la Germania, per
molto tempo saremo focalizzati sull’Europa”. Per ora, è così.
UN’IDENTITÀ CROLLATA E IL BALZO AFD
In questo scenario di paure si muovono i candidati. Cercando di dare risposte
mentre le guerre si sommano l’una all’altra e con queste arrivano nuove paure.
Che Stoccarda e il Baden-Württemberg perdano la centralità è una. In questo
scenario l’AfD è raddoppiata, almeno nei sondaggi: è più bassa che nel resto
della Germania, ma comunque raggiunge cifre impossibili da immaginare qualche
anno fa. Il candidato AfD Steffen Deggler ripete tutti i punti chiave: la
remigrazione, che deve riguardare chi non rispetta la Germania, gli allarmi per
la sicurezza, ma anche la fine del sostegno all’Ucraina che deve accettare la
perdita di territori. La forza su cui gioca è il potersi presentare come quelli
che al potere non ci sono mai stati: “Cdu e Verdi hanno governato insieme negli
ultimi dieci anni”, dice, “ora Hagel parla di espulsioni e di cambiamenti
economici: sta adottando gran parte delle posizioni dell’AfD. Ma chi le può
attuare? Noi”. Mentre parla, il suo candidato presidente Markus Frohnmaier è in
visita a Washington. “Ma il sostegno di Musk non ha avuto alcun effetto su di
noi”, sostiene. Più crescono e più il dibattito su quella che loro stesso
chiamano “Melonification” si presenta, ovvero il rischio di dover fare troppi
compromessi se si arriva al potere: “Io non giudico i leader di altri Paesi”,
dice. “Certamente Giorgia Meloni ha avuto molte buone idee per cui è stata
eletta. Ne ha realizzate molte, altre no”. E, naturalmente, non è la fine che
vogliono fare dalle parti di AfD: “Noi manterremo le promesse”, è l’illusione.
Tra le tante contestazioni al partito di Alice Weidel, c’è quella di controllare
la comunicazione sui social network. “In realtà c’è una bolla di sinistra online
a cui noi ci contrapponiamo”, sostiene l’uomo ombra di Deggler che segue i
video. Riescono su un campo decisivo e, considerato che in questa elezione
votano per la prima volta anche i 16enni, la questione spaventa tutti gli altri.
Ma non basta per vincere. Li osserva con ansia anche Peter Friedrich, presidente
della camera dell’artigianato con un passato di dirigente per Spd: “AfD riesce a
rivolgersi a un gruppo enorme di persone che si era ritirato dalla politica. Per
me è un voto di protesta perché ci sono sostenitori in alcune delle aree più
ricche. Credo sia una questione di identità. Eravamo i migliori, ora ci sono
altri che fanno le stesse cose. E si scelgono gli estremi”. Al lato opposto di
AfD, la sinistra Die Linke cerca di avere un posto nel Parlamento regionale. “La
nostra è stata una campagna porta a porta”, dice Andre Dorr, uno dei membri
della segreteria, mentre gira in bicicletta con gli ultimi volantini. “Abbiamo
visitato più di 100 case e chiesto a tutti cosa non va. La risposta? Gli affitti
insostenibili. Il problema sociale non può più essere ignorato”. Lo dice anche
l’esponente dei Verdi Arras: “I nemici della democrazia fanno discorsi semplici,
noi non possiamo parlare con la loro stessa voce, altrimenti gli elettori
sceglieranno l’originale”. Lo slogan che campeggiava alle spalle di Merz durante
l’ultimo comizio era: “In tempi incerti, sempre conservatore”. Ovvero non
cambiare, o almeno non troppo. Ora resta solo da vedere cosa decideranno gli
elettori.
L'articolo Elezioni in Germania, viaggio nella patria delle auto tra paura della
crisi e balzo AfD. “Produrre armi per evitare licenziamenti? Così non basta”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il luogo è simbolico. Il presidente Macron, dall’Ile Longue, base di quattro
sottomarini atomici francesi, annuncia un cambio di passo sul piano della difesa
militare nucleare, definendola “deterrenza avanzata”. “Dobbiamo rafforzare la
nostra deterrenza nucleare di fronte alle molteplici minacce e dobbiamo
considerare la nostra strategia di deterrenza nella dimensione europea, nel
pieno rispetto della nostra sovranità” perchè “è la sicurezza dell’Europa ad
essere in gioco”. Per questo motivo il presidente annuncia: “Ho ordinato di
aumentare il numero di testate nucleari del nostro arsenale”.
Le parole di Macron in qualche modo erano state preannunciate; il 27 febbraio
l’Eliseo aveva dichiarato che il discorso sarebbe stato incentrato su “alcuni
cambiamenti e sviluppi significativi”, al contempo sottolineando che l’offerta
nucleare della Francia “non è in alcun modo in competizione con la Nato”. Macron
ha mantenuto fede alla premessa: Parigi offre protezione nucleare e nel contempo
lavora con gli alleati a progetti di missili a lunga gittata. Alleato
fondamentale risulta essere la Germania: a confermarlo è il cancelliere Merz che
sui social scrive: “Emmanuel Macron e io abbiamo istituito un gruppo direttivo
sul nucleare in cui coordiniamo le questioni relative alla deterrenza.
Intendiamo adottare misure concrete entro la fine dell’anno, tra cui la
partecipazione convenzionale della Germania alle esercitazioni nucleari
francesi”.
Ma non solo Berlino entra a far parte di questo sistema. Il presidente francese
ha confermato che sono otto i Paesi interessati al progetto: Regno Unito,
Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. Macron ha
precisato che la Francia consentirà il dispiegamento temporaneo dei suoi aerei
dotati di armi nucleari nelle basi alleate ma non ci sarà alcuna condivisione
delle decisioni con altre nazioni riguardo all’uso delle armi atomiche. In
questo modo le forze francesi potranno “diffondersi in tutto il continente
europeo” per “complicare i calcoli dei nostri avversari”. Il piano potrebbe
anche prevedere “la partecipazione convenzionale di forze alleate alle nostre
attività nucleari”, come è successo nelle “recenti esercitazioni militari cui
hanno partecipato forze britanniche”.
Durante il suo discorso, Macron ha richiamato i principi di collaborazione con
Londra e Berlino “nel quadro della cosiddetta iniziativa Elsa (European Long
Range Strike Approach) lanciata nel 2024 e che include anche Italia, Polonia e
Svezia”. Per quanto riguarda i progetti sui missili a lungo raggio, questi
saranno formulati da Francia, Gran Bretagna e Germania. Insomma, per il
presidente francese è tempo che l’Europa si affranchi dalla dipendenza
americana, ora più che mai viste le dichiarazioni altalenanti
dell’amministrazione Trump sulla guerra su larga scala in Ucraina iniziata
quattro anni fa con l’invasione russa. Per Macron è ora che “l’Europa riprenda
in mano il proprio destino” ed ha concluso così: “Dobbiamo essere potenti,
dobbiamo essere uniti, dobbiamo essere liberi”. La giornata nella base dei
sottomarini si è chiusa con l’annuncio di un nuovo u-boot nucleare lanciamissili
che sarà operativo nel 2036 e si chiamerà Invincible.
Di altro tenore l’atmosfera in Spagna. Il premier Sanchez ha negato agli Stati
Uniti le basi gestite in modo comune – Rota e Moron – per l’utilizzo
nell’operazione contro l’Iran. Sanchez scrive sui social che “la violenza genera
solo altra violenza” e che “le bombe colpiscono obiettivi militari, ma anche
strade, aeroporti, scuole e case di civili innocenti. È necessario fermare
immediatamente questa spirale di violenza e tornare al quadro della diplomazia e
del dialogo”.
Parole di condanna, dunque, per tutti gli attori del conflitto: “Nelle ultime
ore l’Iran ha attaccato Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Cipro, Emirati Arabi
Uniti, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait e Oman. Condanniamo con forza tutti gli
attacchi illegali e indiscriminati contro i paesi del Consiglio di cooperazione
del Golfo e altri paesi della regione. Condanniamo anche il lancio di missili da
parte di Hezbollah e l’attacco di Israele al Libano”.
L'articolo Macron annuncia un piano di deterrenza nucleare: “Ho ordinato di
aumentare il nostro arsenale, in gioco c’è la sicurezza dell’Europa” proviene da
Il Fatto Quotidiano.