In Germania ci sono troppe patate tanto che gestirle è diventato un serio
problema. L’anno scorso i produttori tedeschi hanno raccolto circa 13,4 milioni
di tonnellate di patate, un dato pari a circa il 17 per cento in più rispetto
alla media degli anni precedenti. Il risultato è stato un surplus difficile da
vendere e costoso da conservare: una situazione che ha portate molte aziende a
distruggere una parte consistente del raccolto per evitare una svalutazione del
tubero e un calo dei prezzi sul mercato.
Da quest’anomalia è nato il progetto 4.000 Tonnen, letteralmente “4.000
tonnellate”, per regalare patate a Berlino e dintorni. L’iniziativa, secondo
quanto spiegato dal sito ufficiale, è promossa dal quotidiano Berliner
Morgenpost e sostenuta dal motore di ricerca ecologico Ecosia, che finanzia il
trasporto delle patate prodotte dall’azienda agricola Osterland Agrar GmbH
vicino Lipsia. Le patate vengono caricate, spostate, consegnate in città e poi
distribuite gratuitamente attraverso una rete di 174 punti di ritiro a cui
possono rivolgersi in particolare organizzazioni, enti e scuole ma anche singoli
cittadini. Le prime spedizioni sono state di 22 tonnellate e successivamente di
oltre 130, programmate nei giorni successivi per gestire meglio la catena.
Così il gesto del dono collettivo è diventato una risposta pratica allo spreco
alimentare. Tuttavia, gli organizzatori hanno dichiarato che probabilmente il
progetto non sarà in grado di coprire la distribuzione di tutta la partita per
ragioni di costo. Un’operazione che però è stata osteggiata dalle associazioni
di categoria perché, a loro avviso, minerebbe alla stabilità del settore.
In fondo al sito del progetto, vengono ribaditi i valori dell’iniziativa: “4.000
tonnellate di patate hanno lo stesso valore nutrizionale di 1.800 tonnellate di
pollo“, un tipo di allevamento che pesa sull’ambiente per l’alimentazione a base
di soia: “In Brasile – concludono – verrebbero disboscati 350 ettari di foresta
pluviale in meno” se non mangiassimo più pollo.
L'articolo Troppe le patate raccolte quest’anno in Germania: così 4mila
tonnellate verranno regalate (invece di essere distrutte) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Germania
La compagnia petrolifera statunitense Sunoco LP ha preso il controllo di
impianti di stoccaggio del petrolio e di oleodotti di importanza militare in
Germania. Il più grande operatore tedesco di stoccaggio di gas in cisterne
TanQuid GmbH & Co. KG è passato di mano, l’annuncio sul web già il 16 gennaio.
L’azienda USA, già in Europa con terminali per combustibili liquidi in località
chiave (tra cui Amsterdam e Bantry Bay, in Irlanda), entrando anche nel più
grande operatore indipendente tedesco – con 15 terminal in Germania e uno in
Polonia – espande così la sua presenza in infrastrutture critiche che
consentono, oltre alla distribuzione del carburante, anche lo stoccaggio
strategico per enti governativi.
Dietro l’operazione c’è il volto del miliardario settantenne Kelcy Warren,
amministratore delegato e presidente di Energy Transfer Partners, di cui Sunoco,
fondata come Sun Oil nel 1886 e diventata Sunoco Inc. nel 1998, è una
consociata. Finanziatore di Trump – si stima abbia donato più di 13 milioni di
dollari alla campagna del 2024 – nel 2017, pochi giorni dopo il suo
insediamento, era stato ringraziato con lo sblocco del progetto dell’oleodotto
Dakota Access. Una pipeline cui gli Standing Rock Sioux e altre comunità di
nativi americani si opponevano per i rischi che avrebbe rappresentato
all’approvvigionamento idrico e ai loro siti sacri. Con il perfezionamento
dell’ingresso in TanQuid, l’azienda di Warren controlla ora da Filadelfia circa
un quinto della capacità di stoccaggio di gas in cisterne della Germania e oltre
mille chilometri di oleodotti, nonché il 49 % del pacchetto della società di
gestione degli oleodotti detenuto dall’operatore tedesco. TanQuid rifornisce
principalmente l’industria petrolifera e clienti del settore petrolchimico; i
suoi oleodotti a lunga distanza sono tuttavia di importanza strategica perché
forniscono, tra le altre cose, cherosene agli aeroporti militari tedeschi, come
quello di Büchel, dove sono immagazzinate le armi nucleari americane, e la base
aerea di Neuburg, da cui decollano gli Eurofighter.
“Questa infrastruttura militare è estremamente importante per la capacità
operativa delle forze aeree: il fatto che ora sia posseduta al 49% da una
società statunitense è un fatto politicamente molto delicato” ha commentato alla
ZDF Jacopo Maria Pepe, della Fondazione tedesca per gli affari internazionali e
la sicurezza. Sebbene TanQuid non detenga una quota di maggioranza nella rete di
oleodotti della Nato, attraverso la sua quota nella società operativa delle
pipelines (Fernleitungs-Betriebsgesellschaft o FBG) ha comunque un peso in caso
di scontro militare. “L’acquisto fornisce agli Stati Uniti informazioni sulle
capacità e le debolezze del sistema”, ha osservato Pepe. Quand’anche il 51%
della FBG rimanga in mano al ministero della Difesa tedesco “se a causa
dell’usura o di un sabotaggio fossero necessarie delle riparazioni, gli USA
possono bloccarle”.
Secondo documenti depositati dalla società americana presso la Commissione
statunitense di controllo della borsa, l’accordo tra TanQuid e Sunoco era stato
raggiunto fin da marzo 2025. Sunoco avrebbe pagato circa 500 milioni di euro,
facendosi al contempo carico anche di debiti per circa 300 milioni di euro della
società tedesca. Era però ancora necessario il superamento del processo di
revisione degli investimenti, in cui il ministero federale dell’Economia e
dell’Energia tedesco (BMWE) diretto da Katherina Reiche (CDU) analizzasse se
fosse a repentaglio la sicurezza della Germania, o di un altro Stato membro
dell’UE. Il 9 gennaio il BMWE ha dato sorprendentemente il via libera, seppure
condizionato. “Le condizioni di approvazione garantiscono la fornitura continua
delle capacità di stoccaggio dei serbatoi del Gruppo TanQuid” ha assicurato un
portavoce ministeriale a ZDF e Spiegel, rifiutando di rispondere alle critiche
alla cessione di impianti di importanza strategica, e se i requisiti siano
commisurati all’importanza dell’infrastruttura in termini di sicurezza politica.
“Il Governo tedesco non avrebbe mai dovuto approvare questo accordo”, ha
dichiarato invece allo Spiegel Nina Noelle di Greenpeace, secondo cui sono state
cedute infrastrutture energetiche critiche a una multinazionale statunitense di
combustibili fossili, ignorando tutte le preoccupazioni in materia di sicurezza
e politica climatica. Energy Transfer e la sua controllata, Sunoco, sarebbero
state effettivamente multate tra il 2013 e il 2020 per milioni di dollari dalle
autorità statunitensi per numerose violazioni del Clean Water Act, fuoriuscite
di petrolio e inquinamento, scrive Jasper van Teeffelen ricercatore del Centro
olandese di ricerca sulle industrie multinazionali (Somo), organizzazione che
peraltro dichiara apertamente di voler “trasformare il sistema economico
limitando il potere delle aziende e sostenendo la giustizia sociale”. Von
Teefelen sostiene che gli europei dovrebbero essere più attenti a non abdicare
agli standard climatici dando spazio al favore dell’amministrazione americana
per le aziende fossili. Anche Michael Kellner, esperto di politica energetica
dei Verdi, d’altronde ha definito la decisione del Governo tedesco del tutto
incomprensibile: “Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza dagli Stati Uniti, non
aumentarla. Importanti infrastrutture non appartengono a mani russe, americane o
cinesi” indica a Manager Magazin. I Verdi avevano già sollevato la questione in
un’interrogazione al Bundestag (la numero 21/746) l’8 luglio 2025.
L’acquisizione segna oltre a tutto un ulteriore aumento di dipendenza energetica
dagli Stati Uniti. Dopo la cessazione delle forniture di gas russo a seguito
della guerra in Ucraina e della distruzione dei gasdotti Nord Stream, la
Germania ha fatto ampio affidamento sul gas naturale liquefatto (GNL)
statunitense. Tra il 2021 e il 2025, le importazioni di GNL dagli USA verso l’UE
sono quasi quadruplicate arrivando a circa il 57%. Anche se l’Agenzia federale
tedesca per le reti sottolinea che la Germania adesso non si trova in una
situazione di carenza e ha diversificato le rotte di importazione, permane una
dipendenza strutturale. TanQuid era una struttura critica secondo la normativa
tedesca “Kritis”, a Berlino pare però abbia rilevato piuttosto che Sunoco è
un’azienda leader, esperta e operante a livello internazionale nel settore delle
infrastrutture e della distribuzione di carburante. Proprio mentre il Pentagono
dichiara che gli europei devono difendersi meglio da sé, gli USA aumentano così
significativamente il loro controllo. Tanto più che dal 2024, Energy Transfer,
attraverso la sua controllata Sunoco, ha già acquisito asset infrastrutturali
energetici europei per un valore di quasi 700 milioni di euro, come rimarcato da
Jasper van Teeffelen. L’acquisizione di TanQuid è più di un semplice cambio di
proprietà, ha messo a fuoco anche Thomas Sabin su Focus, tocca questioni di
sicurezza dell’approvvigionamento e dipendenza geopolitica. Con il vertice
europeo sullo sviluppo dell’eolico off shore indetto il 26 gennaio ad Amburgo,
il Cancelliere Merz non potrà rimediare ai rischi di dipendenza posti alla
difesa aerea.
L'articolo La società petrolifera del finanziatore di Trump compra impianti
strategici in Germania. Ed è polemica sulla sicurezza nazionale proviene da Il
Fatto Quotidiano.
L’Unione europea è chiamata a una scelta di fondo: deve decidere se essere
protagonista o spettatrice degli eventi globali, in un contesto internazionale
segnato da tensioni geopolitiche, incertezze economiche e nuove sfide alla
sicurezza del continente. È il messaggio emerso dal vertice intergovernativo tra
Italia e Germania, svoltosi a Villa Doria Pamphilj, a Roma, tra Giorgia Meloni e
Friedrich Merz. “Questo vertice cade in una congiuntura storica particolarmente
complessa, che impone all’Europa di scegliere se intenda essere protagonista del
suo destino o piuttosto subirlo”, ha detto Giorgia Meloni nel punto con la
stampa. Una fase, ha aggiunto la premier, che richiede “lucidità,
responsabilità, coraggio e soprattutto l’intelligenza necessaria a trasformare
le crisi in opportunità”.
Sul piano bilaterale, il cancelliere Merz ha rivendicato la solidità e la
profondità del rapporto tra Roma e Berlino. “Germania e Italia sono molto
vicine, come non lo sono mai state prima”, ha dichiarato, ricordando che nel
2026 ricorrerà il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.
Un legame che affonda le sue radici nella storia dell’integrazione europea, dal
momento che Italia e Germania figurano tra i Paesi fondatori della Comunità
europea. “Ci sono i presupposti per una cooperazione ancora più stretta – ha
sottolineato –. Vogliamo che il 2026 sia l’anno dell’opportunità e delle
decisioni”.
Tra i dossier affrontati, un ruolo centrale lo ha avuto la sicurezza, a partire
dall’Artico. Con l’emergere degli appetiti americani sulla Groenlandia, Merz ha
ribadito che l’Europa deve rafforzare il proprio impegno nella regione “nel
comune interesse transatlantico”, spiegando che negli ultimi giorni i contatti
con i partner europei sulla questione dell’isola artica e della Danimarca sono
stati pressoché quotidiani. “Abbiamo affermato insieme che l’Europa deve fare di
più per la sicurezza dell’Artico”, ha detto il cancelliere, assicurando un
maggiore coinvolgimento tedesco e riaffermando la solidarietà europea “alla
Danimarca e alla popolazione della Groenlandia, nel rispetto della sovranità e
dell’integrità territoriale”.
In questo contesto, e soprattutto la minaccia – poi ritirata – da parte di
Donald Trump di imporre dazi ai paesi della Nato che nei giorni scorsi hanno
inviato le truppe in Groenlandia, Merz è stato netto. “Non vorremmo dei dazi, ma
se una politica tariffaria dovesse danneggiare l’Europa sappiano tutti che siamo
pronti a difenderci”, ha avvertito, sottolineando la necessità per l’Unione
europea di saper reagire “rapidamente, in tempo reale”. Secondo il cancelliere,
l’azione comune europea ha già prodotto risultati concreti, ricordando che
alcune minacce, anche provenienti dagli Stati Uniti, “non si sono poi tradotte
in fatti”. Da qui l’invito a rafforzare gli accordi commerciali con Paesi
affini, citando l’intesa tra Ue e Canada, e a far sentire con maggiore forza la
voce dell’Unione.
Sull’incontro ha aleggiato, inevitabile, l’ombra del presidente degli Stati
Uniti e delle sue iniziative, a partire dal “Board of Peace“. “Io già qualche
settimana fa -a spiegato Merz – dissi al presidente Trump che personalmente
sarei stato disposto ad entrare se si fosse trattato di un organismo che, come
era stato pianificato inizialmente, accompagnasse il processo di pace a Gaza,
anche in una seconda fase, che purtroppo ancora non è iniziata, per disarmare
Hamas. Come è fatto adesso il Board of Peace, a partire dalle sue strutture di
governance, per ragioni proprio di diritto costituzionale, noi non possiamo
accettarlo“.
Una posizione simile a quella espressa da Meloni: Ad oggi, lo statuto del board
“risulterebbe incostituzionale e quindi incompatibile con il nostro ordinamento.
Ritengo pertanto che si debba intervenire: è quanto ho comunicato al Presidente
degli Stati Uniti e agli interlocutori americani, chiedendo anche se vi fosse
disponibilità a riaprire questa configurazione, per andare incontro alle
esigenze non solo italiane, ma anche di altri Paesi europei”. La premier, da
parte sua, si è concentrata anche su un altro dei desideri del tycoon: “Spero
che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la
differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e quindi finalmente
anche noi potremo candidare Trump al premio”.
Il vertice ha segnato anche un passo avanti nella cooperazione sulla sicurezza
interna. “Abbiamo concluso un accordo di cooperazione in materia di riservatezza
e sicurezza”, ha annunciato Merz, precisando che l’Italia sarà l’unico Paese a
beneficiare di un’intesa di questo tipo pur non confinando con la Germania. Un
segnale, ha spiegato, del livello “particolarmente stretto” di coordinamento tra
Roma e Berlino, che si estende dai temi migratori alla sicurezza europea.
Un’intesa rafforzata, dunque, che punta a consolidare l’asse italo-tedesco, in
una fase in cui le scelte europee appaiono sempre più decisive per il futuro del
continente.
L'articolo Vertice Meloni-Merz, la premier: “L’Ue scelga se essere protagonista
o subire il destino”. Il cancelliere: “Il Board della pace? Così è
inaccettabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
No, il mercato delle auto elettriche non è pronto a reggersi sulle sue gambe.
Ecco perché il governo tedesco metterà a disposizione dei suoi cittadini fino a
6.000 euro (erogati in base alla tipologia di veicolo e al reddito
dell’acquirente) per promuovere l’acquisto di veicoli alla spina. Pure le
automobili dotate di range extender e sistemi di propulsione ibridi plug-in
potrebbero essere considerate idonee a ricevere sussidi nell’ambito del piano
per aiutare le famiglie a reddito medio-basso nell’acquisto di nuove auto
elettriche. L’obiettivo è rilanciare le vendite stagnanti in uno dei settori
industriali chiave del Paese.
L’incentivo base ammonta a 3.000 € per i veicoli elettrici e 1.500 € per le
ibride plug-in o i veicoli con range extender. Affinché i modelli PHEV (ibridi
plug-in) e i range extender possano beneficiare del contributo, devono
presentare emissioni di CO2 inferiori a 60 grammi per km o avere un’autonomia in
modalità elettrica di almeno 80 km.
Berlino ha stanziato 3 miliardi di euro per il programma, che probabilmente
coprirà 800.000 veicoli sovvenzionati fino al 2029. Il ministero ha aggiunto che
le domande possono essere presentate retroattivamente per le nuove
immatricolazioni effettuate a partire dal 1° gennaio. Le auto d’importazione?
Non saranno escluse dal programma di sostegno finanziario, incluse quelle
prodotte in Cina (principale rivale della Germania nel settore automobilistico).
Dall’altra parte dell’Atlantico, invece, la musica è totalmente diversa:
l’amministrazione Trump punta ad abbassare i prezzi delle auto eliminando le
normative sulle emissioni, ovvero scommette su una deregulation delle norme
ambientali che devono rispettare i costruttori di automobili per migliorare
l’accessibilità economica delle vetture. Secondo la società di ricerca Cox
Automotive, a dicembre i prezzi medi per le auto nuove hanno raggiunto il record
di 50.326 dollari: gli americani acquistano autocarri e Suv più costosi, mentre
le case automobilistiche offrono sempre meno veicoli entry-level. Nonostante i
cambiamenti politici e i nuovi dazi, però, le vendite di nuovi veicoli negli
Stati Uniti sono aumentate del 2,2% nel 2025, raggiungendo i 16,35 milioni di
unità.
Per il Segretario ai Trasporti Sean Duffy, le strategie di deregolazione
ambientale “porteranno a una riduzione dei prezzi delle auto e permetteranno
alle case automobilistiche di offrire prodotti che gli americani vogliono
acquistare”. Duffy spiega che “questa non è affatto una guerra ai veicoli
elettrici”, specificando però che gli stessi non dovrebbero essere per forza
favoriti: “Non dovremmo usare la politica governativa per incoraggiare
l’acquisto di elettriche penalizzando al contempo i motori a combustione”.
L’amministrazione Trump ha oltretutto revocato in modo aggressivo gli incentivi
– un credito d’imposta di 7.500 dollari – sui veicoli elettrici promossi dall’ex
presidente Joe Biden, revocato le norme green della California e annullato le
sanzioni per le case automobilistiche che non soddisfano i requisiti di
efficienza precedentemente fissati.
Se da un lato la deregulation è una boccata di ossigeno per le case
automobilistiche, dall’altro le stesse devono affrontare i pesanti dazi imposti
da Trump sui veicoli e i componenti importati. Per il capo dell’Agenzia per la
Protezione dell’Ambiente (EPA) Lee Zeldin, il governo “non dovrebbe forzare,
richiedere o imporre che il mercato vada in una direzione diversa da quella
richiesta dal consumatore americano”.
A dicembre, il Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti (USDOT) ha proposto
di revocare gli standard di efficienza dell’era Biden, che avevano spinto le
aziende automobilistiche a produrre più elettriche per conformarsi alle leggi.
Si prevede inoltre che l’EPA finalizzerà nelle prossime settimane una norma che
eliminerà i requisiti sulle emissioni allo scarico dei veicoli. L’USDOT stima
che la sua proposta ridurrebbe i costi iniziali medi dei veicoli di 930 dollari,
ma aumenterebbe il consumo di carburante fino a 100 miliardi di galloni entro il
2050, costando agli americani fino a ulteriori 185 miliardi di dollari in
carburante.
La buona notizia è che, nonostante The Donald sia palesemente ostile alle
politiche green, tra i consumatori statunitensi l’interesse per i veicoli ibridi
continua a crescere: tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo trimestre
del 2025, la quota di nuove immatricolazioni di veicoli ibridi è balzata dal
3,1% al 16,3%. Nello stesso periodo, anche la quota di EV è aumentata, ma a un
ritmo decisamente più lento, passando dall’1,4% all’8,6%.
L'articolo Non solo Groenlandia. Usa e Germania divise anche dalle politiche
sulle auto elettriche proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le catene olandesi stanno guadagnando fette di mercato In Germania. L’espansione
darà loro la possibilità di raggiungere una fascia di clientela molto più ampia,
a fronte di bassi costi di logistica. Molte catene dei Paesi Bassi, d’altronde,
forti di maggiore elasticità nelle gerarchie interne, hanno gettato le basi già
nei primi anni 2000, offrendo prodotti di qualità a costi più economici. Ad
esempio, nella profumeria, dove ci sono articoli che anche in tempo di crisi
trovano buona accoglienza perché molti si concedono ancora piccoli lussi anche
quando non possono più permettersi grosse spese. E l’olandese Rituals ha ormai
260 punti commerciali a fronte dei 340 del concorrente tedesco Douglas.
La tendenza, peraltro, si vede anche nei discounter di abbigliamento e
casalinghi: Hunkemöller, rivenditore specializzato in biancheria intima, calze e
lingerie, ha oltre 330 filiali; il rivenditore di abbigliamento discount Zeeman
ne vanta più di 100; il marchio di moda G-Star Raw, poi, annovera 40 negozi; il
rivenditore di elettronica Coolblue ne ha già sette e conta di aggiungerne altri
30 entro il 2029; mentre la catena di vendita di prodotti per casa, giardino e
cucina Dille & Kamille ha aperto già undici punti vendita.
L’emittente tedesca ZdF evidenzia d’altronde il successo, in Germania, anche dei
servizi online olandesi, come Picnic che consegna di generi alimentari a clienti
in 250 città; Shop Apotheke che distribuisce medicinali; ma anche la piattaforma
Lieferando, dell’olandese Just Eat Takeaway. La distribuzione tedesca al
dettaglio ha invece subito la chiusura di almeno 4.500 punti vendita nel 2025. I
negozianti hanno dapprima perso clienti con la pandemia, poi molti acquirenti
sono rimasti legati agli acquisiti in rete. Esaurito l’ossigeno di aiuti dallo
Stato, sono così rimati schiacciati da affitti sempre più cari, soprattutto nei
centri storici con clienti scoraggiati anche dalla mancanza di parcheggi.
Quand’anche l’Ufficio federale di statistica abbia registrato nell’anno appena
concluso un insperato aumento di fatturato di circa il 2,4%, secondo gli esperti
del settore è stato l’effetto della ristrutturazione di Amazon che ha generato
vendite mai registrate prima in Germania. E il commercio online, pur ritornato
inferiore alle vendite al dettaglio, ha registrato un aumento di quasi l’11%.
Un’espansione del fatturato al dettaglio d’altronde non basta a mascherare le
incertezze economiche generali. Il Cancelliere Friedrich Merz all’inizio
dell’anno ha scritto agli alleati esortandoli a trovare la coesione necessaria
per realizzare il rilancio. Quanto gli possa riuscire è ancora difficile da
dire: le componenti del tripartito hanno visioni molto diverse. Basti rimarcare
che il capo della Cancelleria Thorsten Frei (CDU) si è pronunciato per una
revisione del contratto di governo e il capogruppo parlamentare della SPD
Matthias Miersch ha replicato che si devono ancora realizzare tutti i programmi
sottoscritti. La SPD, ad esempio, vorrebbe un aggravio dell’imposta di
successione e tolleranza per immigrati con un impiego o prospettive di averlo,
la CDU/CSU invece vorrebbe una riduzione delle imposte alle imprese e una
politica di respingimenti più rigida. Mentre il governo è già stato sull’orlo
del collasso con la riforma, in effetti solo abbozzata, delle pensioni.
Il Bundesverband der Deutschen Industrie, la Confindustria tedesca, non è
soddisfatto “si sta facendo troppo poco a livello politico e troppo lentamente”,
manda a dire. La base industriale tedesca è “in caduta libera”, ha affermato
recentemente in un’intervista il presidente del BDI Peter Leibinger, la
flessione della produzione industriale per quattro anni consecutivi non è “un
calo ciclico, ma un declino strutturale”. Anche Helena Melnikov, amministratore
delegato della Camera di commercio e industria tedesca, vede chiari segnali di
deindustrializzazione: “Dal 2019, abbiamo perso 400.000 posti di lavoro solo
nell’industria. Non torneranno così rapidamente e dietro di loro ci sono persone
che non hanno più quel lavoro”, ha dichiarato alla ARD, sottolineando anche il
numero record di fallimenti: “Perdiamo 60 aziende al giorno, che chiudono
definitivamente”.
Lo Stato punta alla crescita attraverso investimenti finanziati dal debito: non
solo l’industria bellica, ma anche il settore edile possono aspettarsi maggiori
ordinativi. Tuttavia, senza riforme la situazione non migliorerà ammoniscono gli
economisti, per i quali è indispensabile abbattere le imposte sui costi
energetici e i redditi di impresa, frenare i costi salariali e gli accessori
burocratici. Anche le piccole e medie imprese nell’incertezza si asterranno da
nuovi progetti.
In controtendenza, peraltro, le aziende tedesche hanno registrato per il terzo
mese di fila un aumento degli ordinativi e ci sono segnali positivi nella
nascita di nuove start-up: secondo l’associazione di categoria nell’anno appena
concluso ne sono state fondate più di 3.500 e riguardano soprattutto le
tecnologie di intelligenza artificiale. Segnali che danno ossigeno al governo.
Il tessuto economico tedesco, fortemente orientato alle esportazioni, trarrà
anche prevedibilmente complessivamente vantaggio dall’accordo con il Mercosur.
L'articolo Profumi, intimo, casalinghi e perfino food delivery: in Germania il
commercio “mangiato” dalle catene olandesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jena non è soltanto una città universitaria: è uno dei crocevia fondamentali del
pensiero critico e della filosofia, un laboratorio intellettuale che ha
influenzato la Germania e il mondo. Da Marx a Hegel, da Schelling a Kant:
giganti del pensiero sono passati da qui. Avranno inciso, quegli insegnamenti,
anche su Georg Buschner, nato a Gera esattamente cento anni fa, il 26 dicembre
1925, e che ha legato il suo nome alla storia del calcio in quella che fu la
DDR, alla città di Jena e ovviamente alla sua Università.
Papà funzionario ferroviario, mamma casalinga, vive un’infanzia serena,
cominciando a giocare a calcio ed entrando già a dieci anni nelle giovanili
della squadra della sua città, l’SV Gera 04. Ma è il 1936, sono anni particolari
per la Germania e il giovane Georg, intanto diventato un buon difensore, deve
mettere il pallone da parte e servire nella Luftwaffe. A guerra finita si
ritrova in una città occupata dalle forze sovietiche: può fare poco e allora
comincia a lavorare come operaio edile.
Il richiamo del calcio però torna presto, non da solo: comincia a giocare nella
BSG Motor Gera e inoltre si iscrive all’Università. È qui che entra in scena
Jena. L’obiettivo di Georg, in linea con quelli che propone la Germania Est, è
insegnare e, se possibile, formare sportivi eccellenti. Lui si sente portato, e
allora studia pedagogia, assieme a scienze motorie, ma segue anche lezioni di
storia.
A Jena impara che non c’è eccellenza senza disciplina, che accanto alle doti
fisiche e tecniche serve metterci rigore e che il calcio, in particolare, deve
essere un percorso collettivo, mai un’esibizione individuale. Continua a giocare
nel Motor Jena, diventandone un veterano, e appese le scarpette al chiodo ne
diventa l’allenatore, proprio quando la squadra cambia nome e diventa Carl Zeiss
Jena.
È un cambiamento epocale: il club, con la sua guida, passa dall’avere una
dimensione prettamente regionale a diventare una delle forze calcistiche
principali nella DDR e non solo. Dopo un secondo posto arriva la vittoria della
Coppa nazionale e, in Coppa delle Coppe, il Carl Zeiss dà filo da torcere a
tutte, fermandosi in semifinale contro l’Atlético Madrid, che poi avrebbe vinto
il trofeo.
Forma calciatori come Peter Ducke, di cui dice: “Se fosse nato in Germania Ovest
avrebbe combattuto per un posto tra le leggende come Gerd Müller”. Questo al
netto di metodi di allenamento massacranti: corsa, sci di fondo, preparazioni
nel gelo del Baltico. Ma nonostante i metodi rigidi, Buschner godeva di grande
rispetto tra i suoi: lo chiamavano “Il Conte” per lo stile, ma era anche
empatico e pronto a risolvere problemi per i suoi ragazzi.
Negli anni successivi il Carl Zeiss, sotto la guida di Buschner, consolida il
proprio status. Non è più soltanto una bella realtà della DDR, ma un modello:
una squadra riconoscibile per identità, organizzazione e rigore. Arrivano altri
piazzamenti di vertice, presenze costanti nelle competizioni europee, una
reputazione che supera i confini della Germania Est. Jena diventa un laboratorio
calcistico, quasi una traduzione sul campo di ciò che l’Università è sempre
stata sul piano intellettuale: metodo, continuità, lavoro.
È proprio questa credibilità a portare Buschner, non senza resistenze personali,
sulla panchina della Nazionale della DDR. Lui, che avrebbe preferito restare
lontano dai riflettori politici, si ritrova alla guida di una squadra che lo
Stato considera uno strumento di rappresentanza. Accetta, più per necessità che
per ambizione, e applica anche lì la sua idea di calcio: essenziale, collettivo,
disciplinato.
Il punto più alto — e più noto — arriva nel Mondiale del 1974, l’unica
partecipazione della Germania Est a una Coppa del Mondo. Il destino, o la
storia, vuole che il torneo si giochi in Germania Ovest e che il girone metta di
fronte le due Germanie. L’1-0 firmato da Jürgen Sparwasser non è soltanto una
vittoria sportiva: è una scossa simbolica, un evento che travalica il calcio.
Buschner, però, resta fedele a sé stesso. Niente enfasi, niente retorica. Alla
fine della partita dichiara semplicemente: “Abbiamo vinto una partita
importante. Nient’altro”. Una frase che racconta più di mille discorsi il suo
rapporto con il potere e con il calcio.
Persino lo scambio di maglie, gesto naturale tra calciatori, diventa un
problema: avviene lontano dalle telecamere, nei corridoi degli spogliatoi, per
evitare immagini che possano sembrare troppo concilianti tra Est e Ovest. Anche
lì, Buschner osserva e tace, consapevole di trovarsi in un sistema dove il
pallone pesa sempre meno della politica. La sua nazionale, però, resta nella
storia. Non solo per quel risultato, ma perché sotto la sua guida la DDR
conquista anche il bronzo olimpico a Monaco 1972 e l’oro a Montréal 1976, il
vertice assoluto del calcio est-tedesco.
Quando l’esperienza in nazionale si chiude, non senza amarezze, Buschner esce
lentamente di scena. Il tempo, i sistemi politici, i confini cambiano. Resta
però un filo rosso che lega tutto il suo percorso: Jena. Perché se Jena è stata
la città del pensiero critico, della filosofia, dei grandi sistemi teorici,
Buschner ne è stato una versione concreta, terrena. Ha tradotto l’idea di
formazione dell’uomo in disciplina sportiva, ha portato il metodo dal libro al
campo, dalla cattedra allo spogliatoio. E forse è proprio questo il senso ultimo
della sua storia: in una città che ha insegnato all’Europa a pensare, Georg
Buschner ha insegnato a una squadra — e a un Paese — a stare in piedi, insieme,
dentro il gioco e dentro la Storia.
L'articolo Ti ricordi… Georg Buschner: l’uomo che guidò la DDR alla storica
vittoria contro la Germania Ovest proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si può fare. La frase va pronunciata gridando come faceva Gene Wilder nel
capolavoro di Mel Brooks, Frankenstein Junior. Anche se in questo caso di comico
non c’è proprio niente, visto che si parla di scommesse on-line illegali e
criminalità organizzata. Ma dalla Germania arriva un esempio che può innescare
un circolo virtuoso, in grado di spezzare quel miscuglio di omertà e ignavia che
caratterizza i club calcistici nell’ignorare il background di alcuni propri
partner commerciali, specialmente quelli legati al betting.
Il Borussia Mönchengladbach, infatti, ha deciso di interrompere la propria
collaborazione con uno sponsor cinese, la società di scommesse AYX, dopo
un’inchiesta andata in onda sull’emittente ZDF sulle “Crime Factories” (questo
il titolo del documentario), le fabbriche del crimine asiatiche che utilizzano
le società di betting per attecchire ed espandersi nel mondo del calcio.
Nella serie documentaria “Die Spur”, la pista, nella quale è contenuta “Crime
Factories”, i giornalisti Lucas Eiler e Sebastian Galle hanno fatto luce sulle
attività criminali che si svolgono dietro le mura dei campi di lavoro forzato
nel Sud-est asiatico. Il cuore pulsante è rappresentato da un’organizzazione
criminale informatica cinese, il Gruppo Yabo, da cui dipendono tre società di
scommesse che posseggono attualmente legami commerciali con società di
Bundesliga: AYX, Kayiun e Xing Kong, partner rispettivamente di Borussia
Mönchengladbach, Bayer Leverkusen e Borussia Dortmund.
Yabo è accusata di riciclaggio di denaro, tratta di esseri umani e schiavitù
moderna. Uno dei luoghi citati nel documentario è il complesso Jinshui di
Sihanoukville, in Cambogia, “che soddisfa tutti gli standard internazionali
applicabili alla definizione di schiavitù moderna”, come affermato da Lindsey
Kennedy dell’organizzazione “The Eyewitness Project”, che si occupa di
violazione dei diritti umani.
In “Crime Factories” scorrono diverse testimonianze che parlano di abusi e
torture. Una persona, chiamata in maniera fittizia Roy, racconta di essere stato
adescato nel 2022 mediante una falsa offerta di lavoro e di essersi ritrovato
nelle mani della mafia cinese. Ha parlato di percosse per chi si rifiuta di
lavorare, con l’utilizzo anche dell’elettroshock. Un’altra, Lu, descrive il
complesso di Sihanoukville parlando di una serie di stabili nei quali c’è tutto:
uffici amministrativi e finanziari, luoghi di formazione, sale video.
Nell’inchiesta compare anche il giornalista sportivo investigativo Philippe
Auclair, collaboratore del Guardian e del magazine norvegese Josimar, già citato
a più riprese su questo sito per il suo instancabile lavoro di ricerca sui
luoghi oscuri delle società di scommesse on-line che finanziano il calcio.
“Nessuna delle aziende che collabora con i club della Bundesliga ha una licenza
adeguata”, dice Auclair. “Abbiamo a che fare con persone che violano
sistematicamente la legge”.
L’inchiesta della ZDF ha fatto rumore, anche se non tutti hanno reagito nello
stesso modo. Il Gladbach, attraverso il proprio amministratore delegato Markus
Aretz, è stato quello più reattivo. Attraverso una dichiarazione al Rheinische
Post, Aretz ha detto: “Abbiamo deciso di porre fine alla nostra collaborazione
con il partner, decidendo di adottare questa misura sulla base delle
segnalazioni disponibili, poiché proseguire la collaborazione non è più
compatibile con i principi del nostro club”.
Per ora AYX è ancora presente come partner internazionale sul sito del Gladbach,
che non ha specificato quando il provvedimento entrerà in vigore. Quanto meno,
però, la società si è mossa, ponendo sotto i riflettori una questione, quella
della collaborazione con le società di betting asiatiche, poco sentita dal
pubblico, e specialmente dai tifosi. Non solo in Germania ma un po’ ovunque
questi casi vengono alla luce, dall’Inghilterra all’Italia, e dei quali
ilfattoquotidiano.it ha più volte parlato.
Se il Gladbach ha cominciato ad esporsi, Borussia Dortmund e Bayer Leverkusen
hanno finora attuato strategie opposte. Silenzio totale per il Dortmund, imitato
anche dalla DFL (Deutsche Fußball Liga), che si è rifiutata di commentare sia le
decisioni prese dalle citate società, sia le potenziali conseguenze
dell’indagine. Il Leverkusen invece ha dichiarato che non farà passi indietro,
in quanto i contenuti critici presentati nel programma “sono basati su prove
circostanziali e dichiarazioni anonime, senza alcun riferimento diretto al
nostro partner.
Inoltre, non vi è alcuna indicazione di procedimenti giudiziari o di polizia in
corso per tali fatti, ne vengono riportate prese di posizione ufficiali di
alcuna autorità competente”. Una motivazione banalmente preconfezionata e già
sentita a più riprese. Come già scritto in passato, occhio non vede, cuore (e
soprattutto portafoglio) non duole.
L'articolo “Schiavitù e torture”. Il caso delle “Crime factories” dietro gli
sponsor del betting in Germania: il Gladbach dice stop proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Con una volata finale il Bundesrat, il secondo ramo del Parlamento tedesco, sono
state approvate venerdì una serie di leggi, tra cui la nuova disciplina del
servizio militare. Da metà gennaio chi compie 18 anni nel 2026 riceverà un
codice QR con un link al questionario della nuova immatricolazione militare.
Dodici domande a cui le femmine potranno rispondere, mentre i maschi dovranno
invece obbligatoriamente compilare il modulo entro un mese. Se, anche dopo
ripetute richieste, non vi procederanno saranno multati, così come sarà
perseguibile il conferimento intenzionale di informazioni false.
Il modulo digitale apparirà al candidato già intestato con i dati forniti
dall’anagrafe, potrà poi aggiungere volontariamente, in caso di interesse per il
servizio militare, un indirizzo e-mail o un numero di telefono per essere
ricontatto più rapidamente. L’intero questionario, riporta la ZdF illustrandolo,
è progettato per essere completato in 15 minuti, con testi esplicativi per ogni
domanda. Un menù di selezione richiederà di riportare il titolo di studio più
elevato e l’eventuale formazione professionale, iniziata o già completata. In
quest’ultimo caso verranno sollecitate anche informazioni sul settore
lavorativo. Sarà domandato anche l’eventuale possesso della patente di guida e
l’indicazione delle competenze linguistiche.
Per consentire una stima iniziale dell’idoneità agli impieghi militari, saranno
domandati altezza e peso, informazioni su eventuali gravi disabilità e
un’autovalutazione della propria forma fisica generale in una scala da uno a
dieci. Permettendo così di pronosticare se possa essere più indicato indirizzare
il candidato, ad esempio, a servizi di logistica che di sicurezza.
Dato che il servizio militare in Germania potrebbe costituire reato per i
cittadini con doppia cittadinanza, verrà domandato esplicitamente se si è già
prestato in un altro Paese, o se se ne ha l’obbligo, o se il candidato sia
attualmente soldato o soldatessa. Fondamentale sarà la dichiarazione del proprio
interesse al servizio in uniforme. All’intervistato sarà chiesto di indicarla in
un punteggio da zero, indice di mancanza assoluta, a dieci, in caso di forte
motivazione. Se il candidato sceglierà un punteggio sopra lo zero dovrà
specificare la durata desiderata del servizio, salvo la possibilità di precisare
“non lo so ancora”, la branca di maggior interesse ed infine la data preferita
per l’entrata in servizio. Coloro che risponderanno “il prima possibile”
verranno naturalmente contattati prima. Anche coloro che inizialmente
indicassero il periodo di servizio minimo di sei mesi potrebbero optare
successivamente per un impegno più lungo, fino alla carriera di ufficiale.
Al termine della compilazione al candidato sarà sottoposto un riepilogo per la
revisione. Dopo l’invio riceverà insieme alla conferma due link: uno alla pagina
delle carriere militari, l’altro alla pagina informativa “Volontariato Sì” che
presenta anche i servizi nazionali di servizio civile. Le Forze Armate tedesche
(Bundeswehr) con il questionario intendono raccogliere l’interesse per il
servizio volontario in divisa o nei servizi sociali. L’obiettivo è passare dagli
attuali circa 280mila a 460mila soldati, principalmente attraverso il
reclutamento di volontari. Non è però escluso che, se non si raccoglieranno
sufficienti adesioni, il Parlamento possa reintrodurre la leva obbligatoria,
così i dati serviranno anche per la successiva coscrizione forzata.
L'articolo Leva militare in Germania, dal titolo di studio alla forma fisica:
ecco le dodici domande alle quali dovranno rispondere i 18enni proviene da Il
Fatto Quotidiano.
C’è un grande sconfitto a chiusura dell’ultimo Consiglio europeo nel quale gli
Stati membri hanno deciso in che modo finanziare la riparazione dell’Ucraina. Un
Paese che proprio nel panorama europeo è poco abituato alle sconfitte: la
Germania. Friedrich Merz era stato il capo di governo che più di tutti gli altri
si era esposto per l’utilizzo dei 210 miliardi di asset russi congelati,
cercando di alzare la pressione sul Belgio, Stato che ne detiene ben 185 e che
quindi era maggiormente esposto a possibili contenziosi legali da parte dei
titolari dei beni immobilizzati, e opponendosi invece a un nuovo debito comune.
Ma il gruppo dei 27 ha deciso di optare per quest’ultima opzione.
Alla vigilia del summit, Berlino, insieme ai vertici della Commissione Ue,
ostentava sicurezza: “Un accordo è vicino”, “esiste una larga maggioranza a
favore dell’uso degli asset”, erano le dichiarazioni. Ma poche ore prima
dell’inizio del vertice il clima stava cambiando: mentre Merz escludeva la
creazione di nuovo debito comune, l’opzione tornava a circolare tra le fonti
locali e la stampa, per poi tornare ufficialmente sul tavolo con le parole di
Ursula von der Leyen. Così quella maggioranza sbandierata poche ore prima si è
presto dissolta, con Ungheria e Slovacchia contrarie all’uso degli asset e altri
Paesi, tra cui anche l’Italia, non disposte a condividere i rischi legali
dell’operazione.
Ma tra i Paesi che si sono opposti alla soluzione tedesca ce n’è uno che pesa
più di tutti, non solo per la sua importanza nel panorama europeo, ma
soprattutto per lo stretto legame con la Repubblica Federale: la Francia. A
incrinare il consolidato asse franco-tedesco sono prima di tutto gli interessi
contrastanti. Proprio Parigi aveva fatto sapere di non essere disposto a
concedere l’uso dei circa 19 miliardi di asset russi immobilizzati nel suo
Paese. Ma Merz non ci ha sentito, un po’ come di fronte alle rimostranze del
Belgio, e ha tirato dritto, convinto di riuscire nel suo intento di ottenere una
maggioranza sufficiente ad autorizzare l’uso dei beni. Calcolo sbagliato che lo
ha visto tornare da sconfitto sul volo Bruxelles-Berlino.
X: @GianniRosini
L'articolo Asset russi, Merz il grande sconfitto nel Consiglio Ue. A ‘tradirlo’
anche l’alleato Macron proviene da Il Fatto Quotidiano.
Volkswagen ferma la produzione di auto a Dresda da martedì 16 dicembre: lo
stabilimento interromperà l’assemblaggio di veicoli elettrici rappresentando la
prima chiusura di una fabbrica in Germania in 88 anni di storia. Lo stop arriva
in un momento particolare per Volkswagen, il più grande produttore
automobilistico europeo: la casa costruttrice è sotto il fuoco incrociato della
debolezza delle vendite in Europa, dei dazi Usa che pesano sulle vendite negli
Stati Uniti e dell’arrivo sul mercato continentale dei veicoli elettrici cinesi.
Dal 2002, quando venne inaugurato, fino a oggi la fabbrica ha assemblato 200mila
veicoli. Da sempre è stato lo stabilimento dedicato alle produzioni di alta
gamma. Per anni a Desdra è stata sfornata la VW Phaeton. La produzione di questo
modello era cessato nel 2016 e da quel momento era arrivata l’assegnazione della
ID.3 a batteria, modello simbolo degli sforzi di Volkswagen per
l’elettrificazione.
La direzione aziendale ha trovato un’intesa con le rappresentanze sindacali per
implementare misure di sostegno per i circa 250 lavoratori impiegati nella
“fabbrica di vetro” di Dresda. Chi accetterà il trasferimento in altri siti del
gruppo riceverà un incentivo economico di 30.000 euro: un “assegno” pensato per
mitigare le conseguenze sociali della chiusura, assicurando ai dipendenti e alle
loro famiglie un passaggio meno traumatico nella nuova destinazione.
La casa tedesca non abbandonerà completamente la fabbrica, ma trasformerà l’area
in un polo di ricerca e sviluppo in collaborazione con il Politecnico di Dresda.
Il centro si concentrerà su tecnologie all’avanguardia come intelligenza
artificiale, robotica e semiconduttori, grazie a un investimento di 50 milioni
di euro su sette anni. Come noto, Volkswagen ha deciso di ridurre il proprio
piano di investimenti quinquennale da 180 a 160 miliardi di euro, con
l’obiettivo di migliorare il flusso di cassa per il 2025.
L'articolo Volkswagen chiude una fabbrica in Germania per la prima volta in 88
anni proviene da Il Fatto Quotidiano.