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Come funzionano gli anticipi sul Tfr: ecco quanto si può chiedere mentre si lavora e a fine carriera (invece della rendita)
Come funzionano gli anticipi sul Trattamento di fine rapporto fatto confluire nei fondi di previdenza complementare e quali limiti bisogna rispettare? Per rispondere a questa domanda bisogna distinguere due tipologie di richieste: quelle che si presentano alla fine del rapporto di lavoro (poco prima di andare in pensione) e quelle nel corso dell’attività lavorativa. Nel primo caso, a partire da quest’anno è possibile ottenere un anticipo del 60%, mentre il restante 40% verrà percepito come rendita: è una novità introdotta dall’ultima legge di Bilancio. Fino al 31 dicembre 2025 la percentuale massima che si poteva ottenere era pari al 50%. Le regole sono un po’ diverse per gli anticipi richiesti mentre si è ancora al lavoro: in questo caso non esiste un limite massimo al numero di anticipazioni richiedibili. Il vincolo principale è di natura economica: la somma totale delle anticipazioni non può superare il 75% della posizione individuale maturata (o il 30% per esigenze non documentate). TFR AL FONDO DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE, L’ANTICIPO La legge di Bilancio permette ai lavoratori che fanno confluire il proprio Tfr in un fondo di previdenza complementare di ottenere un anticipo pari al 60% del montante finale accumulato e il resto in rendita. Nei calcoli per determinare a quanto ammonti l’importo dell’anticipo complessivo erogabile devono essere detratte le somme che sono state erogate a titolo di anticipazione e per le quali il lavoratore non abbia provveduto ad effettuare il reintegro. In questa sede non ci stiamo riferendo alle anticipazioni ordinarie del Tfr che i lavoratori possono chiedere durante il loro percorso lavorativo: l’opzione che stiamo descrivendo è riservata ai lavoratori che hanno raggiunto l’età per andare in pensione e chiedono l’erogazione di quanto dovuto. L’obiettivo è quello di fornire ai neo-pensionati una maggiore liquidità immediata per affrontare le spese legate alla nuova fase di vita o per estinguere residui di mutui o altre tipologie di debito. ALTERNATIVE ALLA RENDITA VITALIZIA Oltre all’innalzamento al 60% dell’anticipo del Tfr conferito al fondo di pensione complementare, il legislatore ha potenziato le forme di erogazione alternativa al restante 40% del montante, che non deve essere trasformato necessariamente in una rendita vitalizia classica. Tra le opzioni a disposizione dei lavoratori c’è la possibilità di ottenere una rendita erogata solo per un numero prefissato di anni (per esempio 10 o 15 anni), con una tassazione agevolata che varia tra il 9% e il 15% in base agli anni di partecipazione al fondo. In alternativa è possibile scegliere di non convertire il montante in rendita assicurativa, ma di effettuare prelievi periodici flessibili direttamente dal proprio fondo, mantenendo il capitale investito. Quando si dovesse optare per l’erogazione frazionata, la tassazione prevista è leggermente superiore, attestandosi tra il 15% e il 20%. REQUISITI E FISCALITÀ Le opzioni che abbiamo descritto fino a questo momento sono accessibili ai lavoratori che abbiano maturato almeno cinque anni di partecipazione ad un fondo di previdenza complementare e che abbiano raggiunto i requisiti per la pensione nel regime obbligatorio di appartenenza. La quota erogata in capitale (ossia l’importo che il lavoratore riceve in un’unica soluzione come anticipo) al 60% beneficia della tassazione agevolata della previdenza complementare: ritenuta a titolo d’imposta dal 9% al 15% in base all’anzianità. Quindi è più conveniente rispetto alla tassazione ordinaria Irpef del Tfr lasciato in azienda. QUANTE VOLTE SI PUÒ CHIEDERE L’ANTICIPO DEL TFR MENTRE SI LAVORA L’articolo 2120 del Codice Civile e il DLgs n. 252/2005 permettono di chiedere l’anticipo del Tfr o del montante nel fondo pensione complementare. Vengono applicate delle regole diverse sulla base di dove è accantonato il denaro. Se il Tfr è lasciato in azienda o al Fondo Tesoreria Inps, l’anticipo può essere ottenuto una sola volta nell’arco dell’intero rapporto di lavoro con lo stesso datore di lavoro. Per ottenerlo è necessario aver maturato almeno 8 anni di servizio con l’azienda ed è possibile ottenere fino al 70% della somma maturata. Può essere chiesto l’anticipo per acquistare la prima casa o per spese sanitarie straordinarie. Se il lavoratore ha aderito a un fondo pensione – per scelta individuale o per il meccanismo del silenzio assenso – la normativa è leggermente più flessibile. L’anticipo può essere richiesto più di una volta ed è possibile reintegrare la propria posizione con versamenti successivi per richiedere un ulteriore anticipo, purché non vengano superati i massimali previsti. La percentuale di erogazione varia a seconda della motivazione: per le spese sanitarie gravi si può arrivare al 75% del montante e la richiesta può essere fatta in qualsiasi momento (senza attendere gli otto anni di servizio). Per acquistare o ristrutturare la casa si può arrivare al 75%, ma è necessario far passare gli otto anni. Per ulteriori esigenze – non è necessario giustificare la spesa – si può arrivare ad ottenere il 30% dopo 8 anni. L'articolo Come funzionano gli anticipi sul Tfr: ecco quanto si può chiedere mentre si lavora e a fine carriera (invece della rendita) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Uk, una campagna spinge un fondo pensione a disinvestire dalle fossili: a quando in Italia?
Avete mai sentito parlare di carbon bubble e stranded asset? Forse no, legittimamente. Basti dire che per la loro portata rivoluzionaria c’è chi ha proposto di assegnare il premio Nobel per l’Economia a chi ha introdotto questi concetti. Sono stati anche alla radice del movimento per il fossil fuel divestment, il più grande fenomeno dal basso di sempre nella storia della finanza etica. Nel 2011 il think tank britannico Carbon Tracker, una non profit, pubblicò lo studio Unburnable Carbon. Il rapporto diceva che il mondo già allora aveva utilizzato una quota cospicua del carbon budget rimanente. Vale a dire della quantità di carbonio che può essere ancora emessa per mantenere il riscaldamento globale entro certi limiti, cioè il famoso +2°C rispetto all’era pre-industriale, poi acquisito dall’Accordo di Parigi del 2015. Per stare dentro quel budget, si può bruciare solo una determinata quantità di combustibili fossili, mentre le riserve accertate di combustibili fossili scritte nei libri contabili delle società fossili eccedono di molto tale quantità. C’è dunque un eccesso di combustibili fossili che non si può bruciare e un eccesso di valore scritto nei libri contabili. Da cui la carbon bubble (bolla del carbonio), che prima o poi scoppierà, e gli stranded asset (investimenti incagliati) legati allo sfruttamento di quei combustibili fossili in eccesso, che prima o poi dovranno essere svalutati. Mark Campanale è il fondatore di Carbon Tracker. È anche nel Comitato direttivo del Fossil fuel Treaty, l’iniziativa per un Trattato globale di Non-Proliferazione dei combustibili fossili. Ho avuto il piacere di incontrarlo in qualche occasione. Quando un personaggio con questa storia alle spalle e con queste competenze si scomoda per dire qualcosa, beh, è saggio ascoltarlo. Dal punto di vista finanziario e anche reputazionale. Giorni fa l’opinione di Mark Campanale è stata riportata da una rivista britannica sul settore pensionistico. L’argomento era il modello con cui il fondo pensione West Yorkshire Pension Fund (Wypf) valutava i rischi legati alla crisi climatica e il loro potenziale impatto sul fondo, che ha oltre 300mila iscritti e gestisce asset per circa 20 miliardi di sterline. In sostanza il fondo prevedeva di poter ottenere buoni rendimenti anche – udite udite – in uno scenario climatico +4°C. Cioè in un inferno climatico. Le previsioni del fondo erano state criticate dalla campagna Fossil Free Wypf, che dal 2015 chiede che il fondo disinvesta completamente dalle fossili. Mark Campanale ha detto che un modello che giunge a risultati del genere è molto debole. Che l’idea di un’economia che cresca in uno scenario +4°C cozza con le prove scientifiche. Che tale approccio può portare a scarsi risultati di investimento. E che solleva dubbi sulla capacità del fondo di proteggere le sue performance di lungo termine, cioè di fare gli interessi degli iscritti. La questione è arrivata alle orecchie di rappresentanti politici locali e nazionali, che hanno criticato il fondo pensione. Il tutto è stato amplificato dal fatto che in Uk è in corso una riforma dei regimi pensionistici degli enti locali (Lgps), cui Wypf appartiene. Il fondo si è detto consapevole del fatto che il modello semplificava eccessivamente e ha annunciato che lo avrebbe migliorato. Di fatto un mea culpa. La mia domanda è: a quando in Italia una campagna che metta il fiato sul collo su un fondo pensione perché disinvesta dalle fossili? Quando le decisioni di un fondo pensione innescheranno un dibattito pubblico, obbligando i rappresentanti politici a prendere posizione? Quando si capirà che le scelte di un fondo pensione e in generale degli attori finanziari sono cruciali per contrastare il collasso climatico? Anni fa a un convegno sulla finanza etica ascoltai un docente universitario che fra i tanti prestigiosissimi ruoli che ricopriva ne aveva uno apicale all’interno nientemeno che di Ipcc. Disse che, a chi gli chiedeva che c’azzecca la finanza col clima, rispondeva: “Tutto”. Chi è iscritto a un fondo pensione o ha comunque investimenti finanziari, specie se si augura per figli o nipoti un futuro senza inferno climatico, è ora che chieda a chi glieli gestisce: hai mai sentito parlare di carbon bubble e stranded asset? Come rinforzo suggerisco le parole del Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres: “Investire in nuove infrastrutture per i combustibili fossili è una follia morale ed economica“. L'articolo Uk, una campagna spinge un fondo pensione a disinvestire dalle fossili: a quando in Italia? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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