Lo stipendio della busta paga di gennaio potrebbe essere più basso: si corre il
rischio, infatti, di dover restituire i bonus ricevuti in busta paga nel corso
del 2025. Il datore di lavoro potrebbe trattenere tutto o parte dell’importo che
è stato erogato. Ad inizio anno scattano le operazioni di conguaglio fiscale,
destinate a concludersi il 28 febbraio: stiamo parlando, in altre parole, delle
verifiche sul reddito dei lavoratori dipendenti, che determinano il diritto o
meno ad accedere alle varie agevolazioni, come il trattamento integrativo (anche
conosciuto come ex bonus Renzi).
STIPENDIO DI GENNAIO, LE VERIFICHE SUI BONUS RICEVUTI NEL 2025
Le operazioni di conguaglio fiscali impongono ai sostituti d’imposta di
verificare il rispetto dei limiti di reddito dei lavoratori per riconoscere
loro, direttamente in busta paga, l’accesso ai vari bonus. Queste attività sono
partite nel corso del mese di dicembre: a gennaio, però, si è entrati nel vivo
delle operazioni. A finire sotto la lente d’ingrandimento sono i redditi
effettivi che sono stati erogati lo scorso anno, che devono essere raffrontati
con i limiti imposti dalla legge per accedere alle varie misure che riducono la
pressione fiscale sui dipendenti.
Sarà direttamente il datore di lavoro ad effettuare i controlli previsti per
accertarsi se al lavoratore spetti o meno l’erogazione del trattamento
integrativo in busta paga, che permette di ricevere fino a 1.200 euro. A finire
sotto la lente d’ingrandimento è anche il nuovo bonus che è stato introdotto lo
scorso anno per il taglio del cuneo fiscale, che permette di ottenere fino ad un
massimo di 960 euro.
Salvo rinuncia da parte del lavoratore, le due misure vengono erogate sulla base
del reddito presuntivo del singolo lavoratore: solo alla fine dell’anno, però, è
possibile avere un’idea precisa e dettagliata su quanto il singolo lavoratore
abbia percepito.
CHI DOVRÀ RESTITUIRE IL BONUS IRPEF
Per comprendere chi si possa trovare nella situazione di rimborsare il bonus
Irpef introdotto nel 2025 per il taglio del cuneo fiscale è bene soffermarsi un
attimo sui requisiti necessari per poterlo ottenere.
Ai lavoratori dipendenti con un reddito complessivo inferiore a 20mila euro
viene riconosciuto ogni mese una somma, che viene calcolata sulla percentuale di
tre diversi scaglioni: il 7,1% per chi guadagna meno di 8.500 euro; il 5,3% per
chi ha dei redditi compresi tra 8.500 e 15.000 euro e il 4,8% per quanti
guadagnano tra 15.000 e 20.000 euro.
Una volta superato il tetto dei 20.000 euro e fino alla soglia dei 40.000 euro,
il bonus si trasforma in un’ulteriore detrazione, pari a 1.000 euro per quanti
hanno un reddito compreso tra 20.000 e 40.000 euro. Se l’ammontare del reddito è
compreso tra 32.000 euro e 40.000 euro, la detrazione è pari al prodotto tra
1.000 euro e l’importo corrispondente al rapporto tra 40.000 diminuito del
reddito complessivo e 8.000 euro: in altre parole oltre i 32.000 la detrazione
decresce con il crescere del reddito percepito.
La soglia da tenere a mente a mente è proprio 32.000 euro: chi dovesse aver
superato questo limite nel corso del 2025 potrebbe trovarsi nella situazione di
dover rimborsare in parte o completamente il bonus che ha percepito.
Nel caso in cui la somma da restituire dovesse essere inferiore a 60 euro, il
datore di lavoro la tratterrà in busta paga in un’unica soluzione. Per importi
superiori a questa cifra, il recupero viene rateizzato in 10 rate mensili di
pari importo, a partire dal mese di gennaio.
TRATTAMENTO INTEGRATIVO IN BUSTA PAGA: SI RISCHIANO DI RESTITUIRE 1.000 EURO
Alla restituzione del bonus legato al taglio del cuneo fiscale si va ad
affiancare il ricalcolo del trattamento integrativo in busta paga: sono 1.200
euro che vengono erogati in via presuntiva.
L’agevolazione fiscale, in questo caso, spetta ai lavoratori che hanno un
reddito fino a 28.000 euro, sulla base dei redditi che sono stati percepiti:
arrivano 100 euro al mese se si ha un reddito inferiore a 15.000 euro, mentre
chi percepisci degli importi compresi tra 15.000 e 28.000 euro viene
riconosciuta una somma pari alla differenza tra detrazione fiscali e Irpef
lorda.
Quanti dovessero avere un reddito superiore a 15.000 euro, in sede di
conguaglio, potrebbero trovarsi nella situazione di dover restituire parte del
bonus che è stato erogato e che non spetta.
Anche in questo caso il recupero avviene a rate per importi superiori a 60 euro,
a partire dalla retribuzione di gennaio.
Il rimborso del Tir e del bonus per il taglio del cuneo fiscale potrebbe avere
un impatto pesante sullo stipendio, per quanti si dovessero trovare al di sopra
delle fasce reddituali di riferimento.
L'articolo Perché lo stipendio di gennaio potrebbe essere più basso e quanto
pesa il conguaglio fiscale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Usi & Consumi
Le soglie Isee per accedere ai bonus sociali sono state allineate
all’inflazione: Arera ha portato a 9.796 euro quella per le famiglie standard
(in precedenza era a 9.530 euro), mentre per i nuclei familiari numerosi è
rimasta a 20.000 euro. L’aggiornamento dei parametri è stato ufficializzato
attraverso la delibera n. 2/2026/r/com del 24 gennaio 2026 (qui il link):
l’adeguamento avrà un impatto positivo non solo sulle utenze di casa, ma anche
sulle agevolazioni previste per lo smaltimento dei rifiuti.
BONUS BOLLETTE, LE NUOVE SOGLIE ISEE
Indubbiamente la novità più importante della decisione dell’Arera riguarda il
limite dell’Isee ordinario per le famiglie standard, il passaggio da 9.530 euro
a 9.796 corrisponde ad un precisa prescrizione normativa contenuta all’interno
di un Decreto emanato dal Ministero dello Sviluppo Economico il 29 dicembre
2016, attraverso il quale è stato introdotto l’obbligo di adeguare le soglie
Isee per accedere ai bonus sociali all’andamento dell’inflazione, che è stato
registrato nel corso dei tre anni precedenti. Nulla è cambiato per le famiglie
più numerose – sono considerate tali quelle dove sono presenti almeno quattro
figli a carico -: in questo caso il legislatore ritiene che i parametri attuali
siano più che sufficienti a garantire un’adeguata protezione sociale. Benché la
soglia Isee sia stata aggiornata, la possibilità di accedere ai bonus bollette
rimane ancorata a dei parametri molto stringenti, sinonimo di povertà assoluta.
Una vasta fascia di contribuenti rimangono fuori da queste agevolazioni, anche
se stanno continuando a perdere potere d’acquisto.
LA NECESSITÀ DI PRESENTARE LA DSU
Il bonus bollette, nel 2026, viene riconosciuto automaticamente: non è
necessario presentare alcuna domanda. Sul singolo contribuente, però , rimane
ancora l’onere di dover presentare la dichiarazione sostitutiva unica, senza la
quale non viene rilasciato l’Isee aggiornato. Senza un’attestazione in corso di
validità, non è possibile accedere automaticamente all’agevolazione: l’incrocio
dei dati tra Arera ed Inps non si attiva, precludendo di fatto la possibilità di
ottenere gli sconti direttamente in bolletta.
A QUANTO AMMONTANO I BONUS BOLLETTE PER IL 2026
Gli importi che vengono erogati per il 2026 per il bonus bollette variano a
seconda della tipologia di utenza e della composizione del nucleo familiare. Per
il bonus elettricità l’importo è fisso per dodici mesi e si basa sulla
composizione della famiglia: per i nuclei costituiti da 1 o 2 componenti sono
previsti circa 146 euro annui, per le famiglie composte da tre o quattro persone
arrivano 186,15 euro, che salgono a 204,40 per quelle con più di quattro
componenti.
Il bonus gas, invece, non ha un valore fisso nazionale, ma viene calcolato sulla
base del numero di persone che compongono la famiglia, della zona climatica – è
più alto nelle zone fredde e più basso in quelle calde – e dalla destinazione
d’uso. Lo sconto, infatti, aumenta nel caso in cui il gas dovesse essere
utilizzato anche per il riscaldamento, oltre che per l’acqua calda e la cucina.
Funziona in modo molto più semplice il bonus idrico, che consiste in una
fornitura gratuita di 50 litri di acqua al giorno per usi personali: il valore
monetario dell’agevolazione è condizionata dalle tariffe che vengono applicate
dal gestore locale, ma viene garantito il fabbisogno minimo vitale per ogni
persona che fa parte della famiglia.
Diventato strutturale proprio nel 2026, il bonus Tari si applica sulla bolletta
dei rifiuti ed è, molto semplicemente, uno sconto del 25% sulla quota variabile
e fissa della tassa. La Tari è una tassa annuale, che viene gestita dai singoli
comuni: lo sconto viene applicato solitamente una volta all’anno sull’avviso di
pagamento.
L'articolo Cambiano le soglie Isee per ottenere il bonus bollette: ecco tutto
quello che c’è da sapere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tassa sui rifiuti, quando si deve pagare? A livello nazionale la scadenza della
Tari non è uniforme: ogni Comune ha la possibilità di decidere in totale
autonomia il calendario dei pagamenti e in quante rate suddividere i versamenti.
Nella maggior parte dei casi il primo acconto deve essere versato entro la fine
del mese di aprile e il saldo tra novembre e dicembre.
TARI, LE SCADENZE VARIANO IN OGNI COMUNE
Anche quest’anno non c’è una data unificata a livello nazionale per versare la
Tari: spetta ad ogni Comune delineare un proprio calendario e decidere quando i
versamenti devono essere effettuati. È, quindi, opportuno prendere visione del
regolamento locale per capire quando sia il momento corretto per effettuare il
versamento.
Nella maggior parte dei casi la Tari è ripartita in tre differenti tranche: il
primo acconto viene richiesto entro la fine di aprile, anche se in molti casi
questo versamento viene fatto slittare tra la fine di maggio e la fine di
giugno. Il secondo acconto viene poi chiesto entro la fine di luglio, mentre il
saldo deve essere versato entro la fine dell’anno, generalmente tra novembre e
dicembre.
COME SI CALCOLA L’IMPORTO CHE DEVE ESSERE VERSATO
L’importo della Tari, che deve essere versato, è costituito dalla somma di una
quota fissa, della quota variabile e dell’addizionale TEFA. La quota fissa serve
a coprire alcuni costi sempre uguali del servizio – tra questi rientra anche lo
spazzamento delle strade – e si calcola moltiplicando i metri quadrati
dell’immobile nel quale il contribuente vive per una tariffa unitaria stabilita
dal Comune sulla base del numero dei componenti il nucleo familiare.
La quota variabile, invece, viene chiesta per coprire i costi di raccolta e
smaltimento dei rifiuti. È un onere che ogni anno le famiglie devono versare, il
cui ammontare cresce con l’aumentare del numero degli occupanti dell’immobile
(in questo caso i metri quadrati della casa non vengono considerati).
L’ultima voce della Tari è composta dal TEFA o Tributo Provinciale: è
sostanzialmente una percentuale – generalmente pari al 5% – che viene applicata
alla quota fissa e variabile, che viene destinata alla Provincia o alla Città
Metropolitana.
CHI DEVE PAGARE LA TASSA RIFIUTI NEL 2026
Nel 2026 la Tari deve essere pagata da qualsiasi persona che sia proprietaria o
detenga a qualsiasi titolo un immobile o delle aree scoperte che possano
produrre dei rifiuti urbani. I soggetti obbligati ad effettuare il pagamento
sono: i proprietari residenti, in caso di locazione l’inquilino (se quest’ultimo
non paga il Comune può rivalersi sul proprietario), il comodatario e gli
utilizzatori degli immobili non domestici (tra questi rientrano le aziende, gli
uffici e i negozi che occupano un qualsivoglia locale per la propria attività).
LE ESENZIONI PREVISTE PER IL 2026
In alcuni casi è possibile evitare di pagare la Tari. Ne sono esentati gli
immobili vuoti, ma solo e soltanto se lo stesso è completamente privo di arredi
e le utenze siano state disattivate: quando si vengono a verificare queste
situazioni si ritiene che l’immobile non sia in grado di produrre dei rifiuti e
la Tari non è dovuta. La tassa deve essere versata se l’immobile è arredato o le
utenze sono attive, anche se è disabitato.
Quando l’immobile viene dato in locazione a degli inquilini per meno di sei mesi
nel corso dello stesso anno solare, la tassa deve essere dal proprietario: in
questo caso il pagamento non deve essere effettuato dall’utilizzatore (è il caso
degli affitti brevi).
COME DEVE ESSERE PAGATA LA TARI
Così come avviene per il calendario dei pagamenti, anche gli strumenti per
effettuare il versamento possono variare da Comune a Comune. Nella maggior parte
dei casi viene permesso di utilizzare un modello F24 (deve essere utilizzato
codice tributo 3944, che ve essere inserito nel sezione IMU ed altri tributi
locali), il bollettino postale, il Mav o il bollettino PagoPa.
L'articolo Guida alla Tari. Quando bisogna pagare? Le scadenze fissate dai
Comuni e come si calcola l’importo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il bonus giovani under 35 permette di accedere ad un contributo complessivo pari
a 18mila euro, che viene erogato in 36 rate mensili di 500 euro. Introdotta
ufficialmente dal Decreto Coesione, la misura viene prorogata fino a marzo con
un’importante novità: adesso vi possono accedere anche chi svolge un’attività
come libero professionista e sia dotato di una partita Iva. Con il messaggio
270/2026, l’Inps ha confermato l’estensione della platea ed ha spiegato che sono
stati riaperti i termini per presentare la domanda per accedere
all’agevolazione: chi ha avviato un’attività libero professionale nel 2025 lo
può fare nel periodo compreso tra il 31 gennaio ed il 2 marzo 2026.
I requisiti per accedere – Non riguardano unicamente l’età (avere meno di 35
anni): il richiedente deve essere stato in un’oggettiva condizione di svantaggio
lavorativo. Il contributo viene erogato a quanti sono stati disoccupati: prima
dell’apertura dell’attività dovevano essere iscritti ai centri per l’impiego con
rilascio della dichiarazione di immediata disponibilità. Lo possono richiedere,
inoltre, chi risultava essere inattivo – ossia quanti non sono occupati e non
cercano attivamente lavoro – e i lavoratori che erano in condizioni di
marginalità, ossia le persone che rientravano nei criteri del programma
“Garanzia Occupabilità Lavoratori”, inclusi i percettori di ammortizzatori
sociali.
La finestra per i professionisti – Una delle novità più rilevanti del messaggio
Inps riguarda quanti sono titolari di una partita Iva: il contributo copre
quanti l’abbiano aperta dal 1° luglio 2024, purché l’attività sia stata
effettivamente avviata entro lo scorso 31 dicembre 2025. Questo significa che
hanno la possibilità di presentare l’istanza per ottenere l’agevolazione solo i
liberi professionisti che siano già in possesso dei requisiti previsti: quanti
hanno avviato l’attività nel 2026 devono attendere l’approvazione definitiva del
decreto Milleproroghe e la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. L’Inps,
inoltre, ha specificato quali codici Ateco possono fare richiesta del
contributo. Il libero professionista, infatti, deve operare in alcuni settori
ben specifici, tra i quali ci sono: i servizi veterinari; pubblicità e ricerche
di mercato; ricerca scientifica e sviluppo; attività degli studi di architettura
e d’ingegneria; attività legali e contabilità; attività di direzione aziendale e
di consulenza gestionale e altre attività professionali, scientifiche e
tecniche.
Come viene erogato il contributo – Il bonus giovani under 35, a differenza di
altre agevolazioni, è un contributo che viene erogato annualmente in anticipo,
sulla base dei mesi di attività previsti nel corso dell’anno. La misura è
completamente compatibile con il regime forfettario: è un contributo esentasse,
che non va ad aumentare la base imponibile. Ma non può essere richiesto nel caso
in cui il beneficiario stia già percependo degli altri incentivi per
l’autoimpiego o se ha già sfruttato degli esoneri contributivi per la stessa
attività.
Obbligo di mantenimento e coerenza del progetto – Onde evitare di dover
restituire le somme percepite, l’attività deve essere mantenuta per almeno tre
anni. Nel caso in cui la partita Iva dovesse essere chiusa anticipatamente,
l’Inps procederà con il recupero delle quote che sono state erogate e che, a
questo punto, non spettano più. L’attività avviata, inoltre, si deve focalizzare
sulla transizione digitale o ecologica. Il business plan o il codice Ateco
devono dimostrare il potenziale impatto tecnologico o di sostenibilità
ambientale che si ha intenzione di perseguire, come lo sviluppo di software, la
consulenza energetica o l’economia circolare.
Come presentare la domanda – La richiesta deve essere presentata telematicamente
attraverso il portale Inps, al quale è possibile accedere attraverso le proprie
credenziali digitali. Sul sito dovrà essere cercata la voce “Incentivo Decreto
Coesione” nel Punto d’accesso alle prestazioni non pensionistiche. La domanda
può essere presentata a partire dal 31 gennaio fino al 2 marzo 2026.
L'articolo Bonus giovani under 35, come funziona per le partite Iva. I requisiti
per accedere e come presentare la domanda proviene da Il Fatto Quotidiano.
La legge di Bilancio 2026 ha ufficialmente confermato il potenziamento del bonus
mamme lavoratrici. L’importo mensile, che verrà erogato dall’Inps, passerà da 40
euro a 60 euro: il tetto massimo, quindi, aumenterà a 720 euro, contro i 480
euro del 2025.
Per ottenere il contributo è necessario presentare una domanda subito dopo la
nascita del bambino, una volta che sia stato ottenuto il suo codice fiscale.
QUANDO FARE DOMANDA
Al momento non sono state aperte finestre specifiche per il 2026 per presentare
la domanda sul portale dell’Inps. Nel caso in cui dovesse essere seguita la
stessa prassi del 2025 – quando è stato previsto che la domanda venisse
presentata entro il mese di dicembre – si può ritenere che la procedura si possa
attivare verso la fine dell’anno e che il pagamento venga erogato in un’unica
soluzione.
Quanti avessero maturato i requisiti per accedere al bonus mamme entro il 31
dicembre 2025, hanno tempo fino al 31 gennaio per presentare la domanda
dell’anno precedente e ricevere il contributo entro la fine del mese di febbraio
2026.
COME DEVE ESSERE PRESENTATA LA DOMANDA
Non appena saranno aperte le finestre, per ottenere il bonus mamme 2026 sarà
necessario inoltrare la domanda telematicamente, attraverso i canali ufficiali:
il portale dell’Inps, utilizzando le proprie credenziali digitali (Spid, Cie o
Cns). In alternativa è possibile chiamare il contact center dell’Inps al numero
verde 803.164 (gratuito da rete fissa) o 06.164164 se si chiama da cellulare.
In alternativa è possibile rivolgersi a un patronato autorizzato per ottenere
l’assistenza gratuita necessaria per presentare la domanda.
DURATA DEL BENEFICIO IN BASE AL NUMERO DEI FIGLI
La durata del bonus mamme è differenziata sulla base della composizione del
nucleo familiare: la protezione economica si estende un po’ di più nel tempo nel
momento in cui aumentano le responsabilità genitoriali. Per le donne lavoratrici
con due figli, il contributo rimane valido fino a quando il figlio più piccolo
compie dieci anni. È una finestra temporale che copre pienamente il periodo
della scuola primaria: un arco di tempo nel quale i bambini hanno necessità di
assistenza e i costi per il tempo pieno risultano essere maggiori. E anche
perché le spese per le attività extra-scolastiche, generalmente, risultano
essere più elevate.
Il bonus è più robusto per le famiglie nelle quali ci sono tre o più figli: il
legislatore ha previsto che la misura rimanga attiva fino al raggiungimento del
diciottesimo compleanno del figlio più giovane. Un’estensione del sussidio che
lo trasforma in una misura di lungo periodo, in grado di accompagnare la madre
lavoratrice nell’intero percorso di crescita dei figli (ossia fino al
raggiungimento della maggiore età del più piccolo) contribuendo a ridurre
l’impatto economico che la presenza di più minori ha sul reddito a disposizione.
LE ALTRE AGEVOLAZIONI PER CHI È APPENA DIVENTATA MAMMA
Le novità per le donne che diventeranno mamme nel corso del 2026 sono diverse:
hanno come oggetto i bonus e i congedi. Il congedo parental si estende fino al
compimento dei 14 anni del figlio e permette di assentarsi dal lavoro percependo
sino all’80% della retribuzione per tre mesi, che scendono al 30% nel corso dei
successivi 9 mesi. Viene confermato, inoltre, il bonus nuovi nati, che permette
di ottenere un contributo una tantum da 1.000 euro e l’aumento dei giorni di
malattia pagati.
L'articolo Bonus mamme lavoratrici, come chiedere il contributo che quest’anno
sale a 720 euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
La legge di Bilancio 2026 ha ufficialmente confermato il potenziamento del bonus
mamme lavoratrici. L’importo mensile, che verrà erogato dall’Inps, passerà da 40
euro a 60 euro: il tetto massimo, quindi, aumenterà a 720 euro, contro i 480
euro del 2025. Per ottenere il contributo è necessario presentare una domanda
subito dopo la nascita del bambino, una volta che sia stato ottenuto il suo
codice fiscale.
QUANDO FARE DOMANDA BONUS MAMMA 2026?
Anche per il 2026 è stato confermato il bonus mamma, per il quale è stato
previsto un aumento dell’importo mensile, che passerà a 60 euro dai 40 euro che
erano previsti nel 2025. Al momento non sono state aperte delle finestre
specifiche per il 2026 per presentare la domanda sul portale dell’Inps. Nel caso
in cui dovesse essere seguita la stessa prassi del 2025 – quando è stato
previsto che la domanda venisse presentata entro il mese di dicembre – si può
ritenere che la procedura si possa attivare verso la fine dell’anno e che il
pagamento venga erogato in un’unica soluzione.
Quanti avessero maturato i requisiti per accedere al bonus mamme entro il 31
dicembre 2025, hanno tempo fino al 31 gennaio 2026 per presentare la domanda
dell’anno precedente e ricevere il contributo entro la fine del mese di febbraio
2026.
COME DEVE ESSERE PRESENTATA LA DOMANDA
Non appena saranno aperte le finestre, per ottenere il bonus mamme 2026 sarà
necessario inoltrare la domanda telematicamente, attraverso i canali ufficiali:
il portale dell’Inps, utilizzando le proprie credenziali digitali (Spid, Cie o
Cns). In alternativa è possibile chiamare il contact center dell’Inps al numero
verde 803.164 (gratuito da rete fissa) o 06.164164 se si chiama da cellulare. In
alternativa è possibile rivolgersi ad un patronato autorizzato per ottenere
l’assistenza gratuita necessaria per presentare la domanda.
DURATA DEL BENEFICIO IN BASE AL NUMERO DEI FIGLI
La durata del bonus mamme è differenziata sulla base della composizione del
nucleo familiare: la protezione economica si estende un po’ di più nel tempo nel
momento in cui aumentano le responsabilità genitoriali. Se le donne lavoratrici
hanno due figli, il contributo rimane valido fino a quando il figlio più piccolo
compie dieci anni. È una finestra temporale che copre pienamente il periodo
della scuola primaria: un arco di tempo nel quale i bambini hanno necessità di
assistenza e i costi per il tempo pieno risultano essere maggiori. E anche
perché le spese per le attività extra-scolastiche, generalmente, risultano
essere più elevate.
Il bonus mamme inizia ad essere più robusto per le famiglie nelle quali sono
presenti tre o più figli: il legislatore ha previsto che la misura rimanga
attiva fino al raggiungimento del diciottesimo compleanno del figlio più
giovane. Un’estensione del sussidio che lo trasforma in una misura di lungo
periodo, in grado di accompagnare la madre lavoratrice nell’intero percorso di
crescita dei figli (ossia fino al raggiungimento della maggiore età del più
piccolo).
LE ALTRE AGEVOLAZIONI PER CHI È APPENA DIVENTATA MAMMA
Le novità per le donne che diventeranno mamme nel corso del 2026 sono diverse:
hanno come oggetto i bonus e i congedi. Partiamo dal congedo parentale, che si
estende fino al compimento dei 14 anni del figlio e permette di assentarsi dal
lavoro percependo sino all’80% della retribuzione per tre mesi, che scendono al
30% nel corso dei successivi 9 mesi. Viene confermato, inoltre, il bonus nuovi
nati, che permette di ottenere un contributo una tantum da 1.000 euro e
l’aumento dei giorni di malattia pagati.
L'articolo Bonus mamme lavoratrici, come cambia il contributo nel 2026 e quando
presentare la domanda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ufficialmente operativo a partire dal 15 gennaio, l’arbitro assicurativo si va
ad inserire nel sistema delle tutele stragiudiziali presenti in Italia, che
includono l’arbitro bancario finanziario incaricato di gestire le controversie
bancarie e gestito da Banca d’Italia e l’arbitro per le controversie
finanziarie, a cui rivolgersi per i problemi che riguardano gli investimenti ed
i prodotti finanziari (gestito da Consob).
Il nuovo organismo serve a risolvere le controversie tra clienti e imprese di
assicurazione: come le altre due permette di accedere a una procedura online a
costi ridotti, attraverso la quale vengono emesse decisioni non vincolanti ma
che impattano sulla reputazione della società di assicurazioni. I tre arbitri si
distinguono per l’autorità di riferimento e l’ambito di competenza.
ARBITRO ASSICURATIVO COSA FA E COS’È
Il compito dell’arbitro assicurativo è quello di prendere delle decisioni su
controversie che hanno come oggetto dei contratti di assicurazione vita e danni,
comprese le eventuali violazioni alle regole di comportamento nella
distribuzione dei prodotti assicurativi.
Le competenze economiche di questa nuova figura sono limitate dalla tipologia di
polizza: per quelle vita caso morte il tetto è pari a 300.000 euro, per le altre
polizze vita 150.000 euro, per le polizze danni (come casa, salute e viaggi) è
25.000 euro, che scende a 2.500 nel caso di azione diretta del danneggiato nei
confronti dell’impresa in caso di sinistro stradale.
COME FUNZIONA IL PROCEDIMENTO
Rivolgersi all’arbitro assicurativo permette di accedere ad un iter
stragiudiziale semplificato, che viene svolto interamente online utilizzando il
Portale AAS. L’accesso al procedimento prevede delle regole ben precise, che
devono essere seguite nel dettaglio. Prima di rivolgersi all’arbitro è
necessario aver presentato un reclamo formale all’ufficio preposto della
compagnia assicurativa ed aver atteso 45 giorni per la risposta dell’impresa.
Nel caso in cui la risposta dovesse dimostrarsi insoddisfacente o se dovesse
mancare del tutto, il ricorso all’arbitro deve essere presentato entro 12 mesi
dal reclamo. La controversia non deve coinvolgere dei fatti avvenuti più di tre
anni prima della presentazione.
La procedura può essere avviata direttamente dal portale online: per farlo non è
necessario essere seguiti da un avvocato. È previsto un contributo spese pari a
20 euro, che verrà rimborsato al cliente nel caso in cui il ricorso dovesse
essere accettato.
L’intero procedimento è puramente documentale: non sono previste delle audizioni
di testimoni o delle perizie tecniche nel corso della fase arbitrale.
Ma quali sono i tempi della procedura? Una volta che l’arbitro assicurativo ha
ricevuto il ricorso, la segreteria tecnica – che è stata istituita direttamente
presso Ivass – deve appurare che sia valida. Da parte sua la compagnia di
assicurazioni ha pieno diritto a presentare le proprie controdeduzioni, sempre
attraverso il portale.
La decisione deve essere presa entro 90 giorni dal completamento del fascicolo:
nel caso in cui dovessero esserci dei casi particolarmente complessi, il termine
può essere prorogato di altri 90, arrivando ad un massimo di 180 giorni.
GLI ESITI E L’INADEMPIMENTO
La decisione dell’arbitro assicurativo può dare ragione al cliente o rigettare
completamente il ricorso. È importante sottolineare che qualsiasi giudizio
espresso non è vincolante come una sentenza del tribunale: le parti hanno
diritto a rivolgersi ad un giudice ordinario in un secondo momento.
Nel caso in cui la compagnia assicurativa non dovesse rispettare la decisione
favorevole al cliente, l‘inadempimento viene pubblicato sul portale dell’Ivass e
può essere diffuso attraverso dei comunicati stampa, causando un danno
d’immagine all’impresa.
QUALI SONO LE DIFFERENZE OPERATIVE CON GLI ALTRI ARBITRI
L’arbitro assicurativo va a completare il quadro dei sistemi alternativi per
risolvere le dispute in campo finanziario nel nostro paese. Si affianca
all’arbitro bancario finanziario, attraverso il quale vengono gestite le
controversie bancarie, e all’arbitro per le controversie finanziarie, che
interviene quando sono coinvolti degli investimenti e dei prodotti finanziari.
Prodotti ibridi, come Polizze Unit-Linked e Index-Linked, possono vedere
coinvolte due figure diverse, a seconda della controversia che si è venuta ad
aprire. Se la contestazione coinvolge le caratteristiche finanziarie della
polizza – come la perdita di valore dell’investimento o la carenza informativa –
la competenza è dell’arbitro per le controversie finanziarie. Se invece la
questione riguarda la gestione del contratto o aspetti tipicamente assicurativi,
interviene l’arbitro assicurativo.
Quest’ultimo è l’unico specializzato nella gestione dei sinistri: può essere
interpellato per la valutazione della liquidazione dei danni o nel comportamento
dei periti assicurativi.
L'articolo Nasce l’arbitro assicurativo: come presentare ricorso per
controversie con le compagnie sulle polizze proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come funzionano gli anticipi sul Trattamento di fine rapporto fatto confluire
nei fondi di previdenza complementare e quali limiti bisogna rispettare? Per
rispondere a questa domanda bisogna distinguere due tipologie di richieste:
quelle che si presentano alla fine del rapporto di lavoro (poco prima di andare
in pensione) e quelle nel corso dell’attività lavorativa.
Nel primo caso, a partire da quest’anno è possibile ottenere un anticipo del
60%, mentre il restante 40% verrà percepito come rendita: è una novità
introdotta dall’ultima legge di Bilancio. Fino al 31 dicembre 2025 la
percentuale massima che si poteva ottenere era pari al 50%.
Le regole sono un po’ diverse per gli anticipi richiesti mentre si è ancora al
lavoro: in questo caso non esiste un limite massimo al numero di anticipazioni
richiedibili. Il vincolo principale è di natura economica: la somma totale delle
anticipazioni non può superare il 75% della posizione individuale maturata (o il
30% per esigenze non documentate).
TFR AL FONDO DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE, L’ANTICIPO
La legge di Bilancio permette ai lavoratori che fanno confluire il proprio Tfr
in un fondo di previdenza complementare di ottenere un anticipo pari al 60% del
montante finale accumulato e il resto in rendita. Nei calcoli per determinare a
quanto ammonti l’importo dell’anticipo complessivo erogabile devono essere
detratte le somme che sono state erogate a titolo di anticipazione e per le
quali il lavoratore non abbia provveduto ad effettuare il reintegro.
In questa sede non ci stiamo riferendo alle anticipazioni ordinarie del Tfr che
i lavoratori possono chiedere durante il loro percorso lavorativo: l’opzione che
stiamo descrivendo è riservata ai lavoratori che hanno raggiunto l’età per
andare in pensione e chiedono l’erogazione di quanto dovuto. L’obiettivo è
quello di fornire ai neo-pensionati una maggiore liquidità immediata per
affrontare le spese legate alla nuova fase di vita o per estinguere residui di
mutui o altre tipologie di debito.
ALTERNATIVE ALLA RENDITA VITALIZIA
Oltre all’innalzamento al 60% dell’anticipo del Tfr conferito al fondo di
pensione complementare, il legislatore ha potenziato le forme di erogazione
alternativa al restante 40% del montante, che non deve essere trasformato
necessariamente in una rendita vitalizia classica.
Tra le opzioni a disposizione dei lavoratori c’è la possibilità di ottenere una
rendita erogata solo per un numero prefissato di anni (per esempio 10 o 15
anni), con una tassazione agevolata che varia tra il 9% e il 15% in base agli
anni di partecipazione al fondo.
In alternativa è possibile scegliere di non convertire il montante in rendita
assicurativa, ma di effettuare prelievi periodici flessibili direttamente dal
proprio fondo, mantenendo il capitale investito. Quando si dovesse optare per
l’erogazione frazionata, la tassazione prevista è leggermente superiore,
attestandosi tra il 15% e il 20%.
REQUISITI E FISCALITÀ
Le opzioni che abbiamo descritto fino a questo momento sono accessibili ai
lavoratori che abbiano maturato almeno cinque anni di partecipazione ad un fondo
di previdenza complementare e che abbiano raggiunto i requisiti per la pensione
nel regime obbligatorio di appartenenza.
La quota erogata in capitale (ossia l’importo che il lavoratore riceve in
un’unica soluzione come anticipo) al 60% beneficia della tassazione agevolata
della previdenza complementare: ritenuta a titolo d’imposta dal 9% al 15% in
base all’anzianità. Quindi è più conveniente rispetto alla tassazione ordinaria
Irpef del Tfr lasciato in azienda.
QUANTE VOLTE SI PUÒ CHIEDERE L’ANTICIPO DEL TFR MENTRE SI LAVORA
L’articolo 2120 del Codice Civile e il DLgs n. 252/2005 permettono di chiedere
l’anticipo del Tfr o del montante nel fondo pensione complementare. Vengono
applicate delle regole diverse sulla base di dove è accantonato il denaro.
Se il Tfr è lasciato in azienda o al Fondo Tesoreria Inps, l’anticipo può essere
ottenuto una sola volta nell’arco dell’intero rapporto di lavoro con lo stesso
datore di lavoro. Per ottenerlo è necessario aver maturato almeno 8 anni di
servizio con l’azienda ed è possibile ottenere fino al 70% della somma maturata.
Può essere chiesto l’anticipo per acquistare la prima casa o per spese sanitarie
straordinarie.
Se il lavoratore ha aderito a un fondo pensione – per scelta individuale o per
il meccanismo del silenzio assenso – la normativa è leggermente più flessibile.
L’anticipo può essere richiesto più di una volta ed è possibile reintegrare la
propria posizione con versamenti successivi per richiedere un ulteriore
anticipo, purché non vengano superati i massimali previsti. La percentuale di
erogazione varia a seconda della motivazione: per le spese sanitarie gravi si
può arrivare al 75% del montante e la richiesta può essere fatta in qualsiasi
momento (senza attendere gli otto anni di servizio). Per acquistare o
ristrutturare la casa si può arrivare al 75%, ma è necessario far passare gli
otto anni. Per ulteriori esigenze – non è necessario giustificare la spesa – si
può arrivare ad ottenere il 30% dopo 8 anni.
L'articolo Come funzionano gli anticipi sul Tfr: ecco quanto si può chiedere
mentre si lavora e a fine carriera (invece della rendita) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Confermata anche per il 2026 la Carta Acquisti, grazie alla quale vengono messi
a disposizione 480 euro per fare la spesa, acquistare medicinali e pagare le
bollette. Gli accrediti vengono effettuati nei mesi dispari (gennaio, marzo,
maggio, luglio, settembre, novembre). Chi vuole ricevere il contributo senza
interruzione da inizio anno dovrebbe aggiornare l’Isee il prima possibile. Il
ministero dell’Economia e delle Finanze, negli ultimi giorni, ha provveduto a
pubblicare all’interno del proprio portale i moduli necessari per ottenere la
Carta Acquisti e il relativo contributo.
A COSA SERVE LA CARTA ACQUISTI
Attraverso la Carta Acquisti viene messo a disposizione delle famiglie in
difficoltà economica un sostegno per acquistare i generi di prima necessità.
Vengono accreditati 80 euro ogni due mesi – 40 euro al mese – per un totale
annuo complessivo pari a 480 euro. I beneficiari hanno la possibilità di
utilizzare il contributo per acquistare prodotti alimentari, per pagare le
utenze di luce e gas e per sostenere le spese mediche.
A partire dal 1° gennaio 2026 sono entrati in vigore i nuovi requisiti per poter
continuare ad accedere alla Carta Acquisti: sono stati aggiornati tenendo conto
del tasso di inflazione che è stato rilevato dall’Istat nel corso del 2025. Il
valore dell’indicatore Isee è stato fissato a 8.230,31 euro, soglia che deve
essere applicata ai nuclei familiari composti unicamente da adulti sia a quelli
nei quali sono presenti dei minori con un’età inferiore a tre anni.
La Carta Acquisti viene rilasciata ai genitori di bimbi con meno di tre anni e
alle persone che abbiano compiuto almeno 65 anni, con un’importante
differenziazione: fermo restando il requisito Isee di 8.230,31 euro, chi ha meno
di 69 anni deve avere un reddito complessivo inferiore a 8.230,81 euro, mentre
chi ha più di 70 anni il limite reddituale da non superare sale a 10.974,42 euro
l’anno.
COME SI FA A CHIEDERE IL CONTRIBUTO
La domanda per ottenere la Carta Acquisti può essere presentata presso un
qualsiasi ufficio postale, dove devono essere compilati i moduli scaricabili dal
portale del ministero dell’Economia e delle Finanze.
Quanti stiano già percependo il contributo e siano ancora in possesso dei
requisiti necessari per continuare ad riceverlo, continueranno a percepire
l’accredito bimestrale di 80 euro direttamente sulla carta elettronica dedicata:
in questo caso non è necessario presentare una nuova richiesta.
Per ottenere la Carta Acquisti, oltre al modulo fornito dal Ministero
debitamente compilato, è necessario allegare copia dell’Isee in corso di
validità: il documento può essere richiesto al Comune di residenza, presso gli
sportelli Inps presenti sul territorio o recandosi al più vicino Centro di
Assistenza Fiscale (Caf).
I beneficiari potranno utilizzare la carta nei negozi alimentari abilitati al
circuito Mastercard. Oltre che per acquistare i prodotti di prima necessità, lo
strumento permette di ottenere una serie di sconti nei negozi convenzionati che
sostengono il programma Carta Acquisti. È possibile, inoltre, accedere alla
tariffa elettrica agevolata.
La Carta Acquisti non deve essere confusa con la Carta Dedicata a Te, che è
stata confermata per il 2026 con un importo pari a 500 euro: quest’ultima è
destinata ai nuclei familiari con un Isee fino a 15.000 euro e per la quale non
si deve presentare un’apposita domanda, ma si viene selezionati direttamente dai
Comuni.
L'articolo Carta acquisti 2026, quali sono i requisiti e come va richiesto il
contributo da 480 euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
A ridosso della scadenza della tessera sanitaria, generalmente, ne arriva una
nuova all’indirizzo di residenza dell’interessato. Può capitare, però, che debba
essere lo stesso contribuente ad attivarsi per riceverla: è necessario farlo
quando, benché quella vecchia sia scaduta da un po’ di tempo, quella sostitutiva
non è stata recapitata. In quel caso occorre recarsi all’Asl competente e
accertarsi del motivo.
A COSA SERVE LA TESSERA SANITARIA
Documento indispensabile per accedere ai servizi messi a disposizione dal
servizio sanitario nazionale, la tessera sanitaria serve anche per acquistare i
farmaci da portare in detrazione e deve essere impiegata per accedere alle cure
e alle prestazioni mediche che si ricevono all’estero.
La tessera sanitaria scade generalmente dopo sei anni dalla sua emissione, anche
se ci sono casi particolari: chi, per esempio, cambia il medico di base
scegliendone uno in una regione diversa da quella di residenza avrà un documento
con una scadenza annuale. In una situazione simile si trovano i cittadini
extracomunitari, la cui tessera sanitaria ha la stessa validità del loro
permesso di soggiorno.
Ad ogni modo anche in caso di scadenza non si perde il diritto ad accedere alle
prestazioni del servizio sanitario nazionale: chi deve recarsi all’estero ne
deve deve chiedere una nuova o può farsi rilasciare un certificato sostitutivo
della Team (Tessera Europea Assicurazione Malattia).
COME RINNOVARE IL DOCUMENTO
Per rinnovare la tessera sanitaria è necessario recarsi all’Asl territorialmente
competente o in un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate, che
provvederanno a rilasciare un certificato sostitutivo da utilizzare fino a
quando non viene recapitato un documento in corso di validità.
Sarà direttamente l’Asl a comunicare al sistema Tessera Sanitaria la richiesta
di rinnovo: quella nuova verrà recapitata all’indirizzo associato al codice
fiscale.
Chi avesse la necessità di verificare lo stato della richiesta può accedere al
portale del Sistema Tessera Sanitaria dove, inserendo il proprio codice fiscale,
l’esito della ricerca darà i seguenti risultati: “Non sono presenti Tessere
Sanitarie”, “In corso di emissione” o “Spedita”. Se appare la prima o l’ultima
voce (ma non è arrivato nulla) è necessario rivolgersi all’Asl per capire cosa
stia accadendo. Se, invece, è in corso di emissione si deve attendere che
arrivi.
PERCHÉ NON È ARRIVATA A CASA
Perché la tessera sanitaria risulta spedita, ma non è mai arrivata a casa? Il
disguido potrebbe essere determinato da un errore nella comunicazione del codice
fiscale, situazione che rende impossibile all’Agenzia delle Entrate individuare
in modo preciso e corretto il contribuente e quindi a rinnovare tempestivamente
il documento.
Altro motivo che potrebbe portare al blocco della sua emissione è la mancata
iscrizione all’Asl: questo può accadere nel momento in cui nel corso dell’anno
precedente sia stato modificato il medico di base per motivi di studio o lavoro.
Qualche cosa nella pratica si è inceppato: per sciogliere il problema è
necessario rivolgersi all’Asl.
A complicare l’invio potrebbe essersi messo di mezzo un cambio di residenza
proprio a ridosso della scadenza della tessera sanitaria: il nuovo indirizzo non
è stato comunicato nei tempi utili per il suo invio.
CHI NON L’HA MAI RICEVUTA
Situazione estrema e particolarmente rara è quella nella quale si trova chi non
ha mai ricevuto una tessera sanitaria: anche in questo caso siamo davanti ad
un’evidenza anomalia, che può essere determinata da un errore nella
comunicazione dei dati o di iscrizione all’Asl.
Perché la tessera sanitaria venga emessa e inviata, infatti, si devono
verificare due condizioni: il cittadino deve avere un codice fiscale corretto
attribuito dall’AdE e deve essere iscritto all’Asl. Quando ci dovessero essere
degli errori in una di queste voci tutto il sistema si blocca: è opportuno,
quindi, controllare che tutto sia corretto per poter ricevere il documento.
L'articolo Tessera sanitaria scaduta, cosa fare se non si riceve a casa quella
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