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Perché lo stipendio di gennaio potrebbe essere più basso e quanto pesa il conguaglio fiscale
Lo stipendio della busta paga di gennaio potrebbe essere più basso: si corre il rischio, infatti, di dover restituire i bonus ricevuti in busta paga nel corso del 2025. Il datore di lavoro potrebbe trattenere tutto o parte dell’importo che è stato erogato. Ad inizio anno scattano le operazioni di conguaglio fiscale, destinate a concludersi il 28 febbraio: stiamo parlando, in altre parole, delle verifiche sul reddito dei lavoratori dipendenti, che determinano il diritto o meno ad accedere alle varie agevolazioni, come il trattamento integrativo (anche conosciuto come ex bonus Renzi). STIPENDIO DI GENNAIO, LE VERIFICHE SUI BONUS RICEVUTI NEL 2025 Le operazioni di conguaglio fiscali impongono ai sostituti d’imposta di verificare il rispetto dei limiti di reddito dei lavoratori per riconoscere loro, direttamente in busta paga, l’accesso ai vari bonus. Queste attività sono partite nel corso del mese di dicembre: a gennaio, però, si è entrati nel vivo delle operazioni. A finire sotto la lente d’ingrandimento sono i redditi effettivi che sono stati erogati lo scorso anno, che devono essere raffrontati con i limiti imposti dalla legge per accedere alle varie misure che riducono la pressione fiscale sui dipendenti. Sarà direttamente il datore di lavoro ad effettuare i controlli previsti per accertarsi se al lavoratore spetti o meno l’erogazione del trattamento integrativo in busta paga, che permette di ricevere fino a 1.200 euro. A finire sotto la lente d’ingrandimento è anche il nuovo bonus che è stato introdotto lo scorso anno per il taglio del cuneo fiscale, che permette di ottenere fino ad un massimo di 960 euro. Salvo rinuncia da parte del lavoratore, le due misure vengono erogate sulla base del reddito presuntivo del singolo lavoratore: solo alla fine dell’anno, però, è possibile avere un’idea precisa e dettagliata su quanto il singolo lavoratore abbia percepito. CHI DOVRÀ RESTITUIRE IL BONUS IRPEF Per comprendere chi si possa trovare nella situazione di rimborsare il bonus Irpef introdotto nel 2025 per il taglio del cuneo fiscale è bene soffermarsi un attimo sui requisiti necessari per poterlo ottenere. Ai lavoratori dipendenti con un reddito complessivo inferiore a 20mila euro viene riconosciuto ogni mese una somma, che viene calcolata sulla percentuale di tre diversi scaglioni: il 7,1% per chi guadagna meno di 8.500 euro; il 5,3% per chi ha dei redditi compresi tra 8.500 e 15.000 euro e il 4,8% per quanti guadagnano tra 15.000 e 20.000 euro. Una volta superato il tetto dei 20.000 euro e fino alla soglia dei 40.000 euro, il bonus si trasforma in un’ulteriore detrazione, pari a 1.000 euro per quanti hanno un reddito compreso tra 20.000 e 40.000 euro. Se l’ammontare del reddito è compreso tra 32.000 euro e 40.000 euro, la detrazione è pari al prodotto tra 1.000 euro e l’importo corrispondente al rapporto tra 40.000 diminuito del reddito complessivo e 8.000 euro: in altre parole oltre i 32.000 la detrazione decresce con il crescere del reddito percepito. La soglia da tenere a mente a mente è proprio 32.000 euro: chi dovesse aver superato questo limite nel corso del 2025 potrebbe trovarsi nella situazione di dover rimborsare in parte o completamente il bonus che ha percepito. Nel caso in cui la somma da restituire dovesse essere inferiore a 60 euro, il datore di lavoro la tratterrà in busta paga in un’unica soluzione. Per importi superiori a questa cifra, il recupero viene rateizzato in 10 rate mensili di pari importo, a partire dal mese di gennaio. TRATTAMENTO INTEGRATIVO IN BUSTA PAGA: SI RISCHIANO DI RESTITUIRE 1.000 EURO Alla restituzione del bonus legato al taglio del cuneo fiscale si va ad affiancare il ricalcolo del trattamento integrativo in busta paga: sono 1.200 euro che vengono erogati in via presuntiva. L’agevolazione fiscale, in questo caso, spetta ai lavoratori che hanno un reddito fino a 28.000 euro, sulla base dei redditi che sono stati percepiti: arrivano 100 euro al mese se si ha un reddito inferiore a 15.000 euro, mentre chi percepisci degli importi compresi tra 15.000 e 28.000 euro viene riconosciuta una somma pari alla differenza tra detrazione fiscali e Irpef lorda. Quanti dovessero avere un reddito superiore a 15.000 euro, in sede di conguaglio, potrebbero trovarsi nella situazione di dover restituire parte del bonus che è stato erogato e che non spetta. Anche in questo caso il recupero avviene a rate per importi superiori a 60 euro, a partire dalla retribuzione di gennaio. Il rimborso del Tir e del bonus per il taglio del cuneo fiscale potrebbe avere un impatto pesante sullo stipendio, per quanti si dovessero trovare al di sopra delle fasce reddituali di riferimento. L'articolo Perché lo stipendio di gennaio potrebbe essere più basso e quanto pesa il conguaglio fiscale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cambiano le soglie Isee per ottenere il bonus bollette: ecco tutto quello che c’è da sapere
Le soglie Isee per accedere ai bonus sociali sono state allineate all’inflazione: Arera ha portato a 9.796 euro quella per le famiglie standard (in precedenza era a 9.530 euro), mentre per i nuclei familiari numerosi è rimasta a 20.000 euro. L’aggiornamento dei parametri è stato ufficializzato attraverso la delibera n. 2/2026/r/com del 24 gennaio 2026 (qui il link): l’adeguamento avrà un impatto positivo non solo sulle utenze di casa, ma anche sulle agevolazioni previste per lo smaltimento dei rifiuti. BONUS BOLLETTE, LE NUOVE SOGLIE ISEE Indubbiamente la novità più importante della decisione dell’Arera riguarda il limite dell’Isee ordinario per le famiglie standard, il passaggio da 9.530 euro a 9.796 corrisponde ad un precisa prescrizione normativa contenuta all’interno di un Decreto emanato dal Ministero dello Sviluppo Economico il 29 dicembre 2016, attraverso il quale è stato introdotto l’obbligo di adeguare le soglie Isee per accedere ai bonus sociali all’andamento dell’inflazione, che è stato registrato nel corso dei tre anni precedenti. Nulla è cambiato per le famiglie più numerose – sono considerate tali quelle dove sono presenti almeno quattro figli a carico -: in questo caso il legislatore ritiene che i parametri attuali siano più che sufficienti a garantire un’adeguata protezione sociale. Benché la soglia Isee sia stata aggiornata, la possibilità di accedere ai bonus bollette rimane ancorata a dei parametri molto stringenti, sinonimo di povertà assoluta. Una vasta fascia di contribuenti rimangono fuori da queste agevolazioni, anche se stanno continuando a perdere potere d’acquisto. LA NECESSITÀ DI PRESENTARE LA DSU Il bonus bollette, nel 2026, viene riconosciuto automaticamente: non è necessario presentare alcuna domanda. Sul singolo contribuente, però , rimane ancora l’onere di dover presentare la dichiarazione sostitutiva unica, senza la quale non viene rilasciato l’Isee aggiornato. Senza un’attestazione in corso di validità, non è possibile accedere automaticamente all’agevolazione: l’incrocio dei dati tra Arera ed Inps non si attiva, precludendo di fatto la possibilità di ottenere gli sconti direttamente in bolletta. A QUANTO AMMONTANO I BONUS BOLLETTE PER IL 2026 Gli importi che vengono erogati per il 2026 per il bonus bollette variano a seconda della tipologia di utenza e della composizione del nucleo familiare. Per il bonus elettricità l’importo è fisso per dodici mesi e si basa sulla composizione della famiglia: per i nuclei costituiti da 1 o 2 componenti sono previsti circa 146 euro annui, per le famiglie composte da tre o quattro persone arrivano 186,15 euro, che salgono a 204,40 per quelle con più di quattro componenti. Il bonus gas, invece, non ha un valore fisso nazionale, ma viene calcolato sulla base del numero di persone che compongono la famiglia, della zona climatica – è più alto nelle zone fredde e più basso in quelle calde – e dalla destinazione d’uso. Lo sconto, infatti, aumenta nel caso in cui il gas dovesse essere utilizzato anche per il riscaldamento, oltre che per l’acqua calda e la cucina. Funziona in modo molto più semplice il bonus idrico, che consiste in una fornitura gratuita di 50 litri di acqua al giorno per usi personali: il valore monetario dell’agevolazione è condizionata dalle tariffe che vengono applicate dal gestore locale, ma viene garantito il fabbisogno minimo vitale per ogni persona che fa parte della famiglia. Diventato strutturale proprio nel 2026, il bonus Tari si applica sulla bolletta dei rifiuti ed è, molto semplicemente, uno sconto del 25% sulla quota variabile e fissa della tassa. La Tari è una tassa annuale, che viene gestita dai singoli comuni: lo sconto viene applicato solitamente una volta all’anno sull’avviso di pagamento. L'articolo Cambiano le soglie Isee per ottenere il bonus bollette: ecco tutto quello che c’è da sapere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Guida alla Tari. Quando bisogna pagare? Le scadenze fissate dai Comuni e come si calcola l’importo
Tassa sui rifiuti, quando si deve pagare? A livello nazionale la scadenza della Tari non è uniforme: ogni Comune ha la possibilità di decidere in totale autonomia il calendario dei pagamenti e in quante rate suddividere i versamenti. Nella maggior parte dei casi il primo acconto deve essere versato entro la fine del mese di aprile e il saldo tra novembre e dicembre. TARI, LE SCADENZE VARIANO IN OGNI COMUNE Anche quest’anno non c’è una data unificata a livello nazionale per versare la Tari: spetta ad ogni Comune delineare un proprio calendario e decidere quando i versamenti devono essere effettuati. È, quindi, opportuno prendere visione del regolamento locale per capire quando sia il momento corretto per effettuare il versamento. Nella maggior parte dei casi la Tari è ripartita in tre differenti tranche: il primo acconto viene richiesto entro la fine di aprile, anche se in molti casi questo versamento viene fatto slittare tra la fine di maggio e la fine di giugno. Il secondo acconto viene poi chiesto entro la fine di luglio, mentre il saldo deve essere versato entro la fine dell’anno, generalmente tra novembre e dicembre. COME SI CALCOLA L’IMPORTO CHE DEVE ESSERE VERSATO L’importo della Tari, che deve essere versato, è costituito dalla somma di una quota fissa, della quota variabile e dell’addizionale TEFA. La quota fissa serve a coprire alcuni costi sempre uguali del servizio – tra questi rientra anche lo spazzamento delle strade – e si calcola moltiplicando i metri quadrati dell’immobile nel quale il contribuente vive per una tariffa unitaria stabilita dal Comune sulla base del numero dei componenti il nucleo familiare. La quota variabile, invece, viene chiesta per coprire i costi di raccolta e smaltimento dei rifiuti. È un onere che ogni anno le famiglie devono versare, il cui ammontare cresce con l’aumentare del numero degli occupanti dell’immobile (in questo caso i metri quadrati della casa non vengono considerati). L’ultima voce della Tari è composta dal TEFA o Tributo Provinciale: è sostanzialmente una percentuale – generalmente pari al 5% – che viene applicata alla quota fissa e variabile, che viene destinata alla Provincia o alla Città Metropolitana. CHI DEVE PAGARE LA TASSA RIFIUTI NEL 2026 Nel 2026 la Tari deve essere pagata da qualsiasi persona che sia proprietaria o detenga a qualsiasi titolo un immobile o delle aree scoperte che possano produrre dei rifiuti urbani. I soggetti obbligati ad effettuare il pagamento sono: i proprietari residenti, in caso di locazione l’inquilino (se quest’ultimo non paga il Comune può rivalersi sul proprietario), il comodatario e gli utilizzatori degli immobili non domestici (tra questi rientrano le aziende, gli uffici e i negozi che occupano un qualsivoglia locale per la propria attività). LE ESENZIONI PREVISTE PER IL 2026 In alcuni casi è possibile evitare di pagare la Tari. Ne sono esentati gli immobili vuoti, ma solo e soltanto se lo stesso è completamente privo di arredi e le utenze siano state disattivate: quando si vengono a verificare queste situazioni si ritiene che l’immobile non sia in grado di produrre dei rifiuti e la Tari non è dovuta. La tassa deve essere versata se l’immobile è arredato o le utenze sono attive, anche se è disabitato. Quando l’immobile viene dato in locazione a degli inquilini per meno di sei mesi nel corso dello stesso anno solare, la tassa deve essere dal proprietario: in questo caso il pagamento non deve essere effettuato dall’utilizzatore (è il caso degli affitti brevi). COME DEVE ESSERE PAGATA LA TARI Così come avviene per il calendario dei pagamenti, anche gli strumenti per effettuare il versamento possono variare da Comune a Comune. Nella maggior parte dei casi viene permesso di utilizzare un modello F24 (deve essere utilizzato codice tributo 3944, che ve essere inserito nel sezione IMU ed altri tributi locali), il bollettino postale, il Mav o il bollettino PagoPa. L'articolo Guida alla Tari. Quando bisogna pagare? Le scadenze fissate dai Comuni e come si calcola l’importo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bonus giovani under 35, come funziona per le partite Iva. I requisiti per accedere e come presentare la domanda
Il bonus giovani under 35 permette di accedere ad un contributo complessivo pari a 18mila euro, che viene erogato in 36 rate mensili di 500 euro. Introdotta ufficialmente dal Decreto Coesione, la misura viene prorogata fino a marzo con un’importante novità: adesso vi possono accedere anche chi svolge un’attività come libero professionista e sia dotato di una partita Iva. Con il messaggio 270/2026, l’Inps ha confermato l’estensione della platea ed ha spiegato che sono stati riaperti i termini per presentare la domanda per accedere all’agevolazione: chi ha avviato un’attività libero professionale nel 2025 lo può fare nel periodo compreso tra il 31 gennaio ed il 2 marzo 2026. I requisiti per accedere – Non riguardano unicamente l’età (avere meno di 35 anni): il richiedente deve essere stato in un’oggettiva condizione di svantaggio lavorativo. Il contributo viene erogato a quanti sono stati disoccupati: prima dell’apertura dell’attività dovevano essere iscritti ai centri per l’impiego con rilascio della dichiarazione di immediata disponibilità. Lo possono richiedere, inoltre, chi risultava essere inattivo – ossia quanti non sono occupati e non cercano attivamente lavoro – e i lavoratori che erano in condizioni di marginalità, ossia le persone che rientravano nei criteri del programma “Garanzia Occupabilità Lavoratori”, inclusi i percettori di ammortizzatori sociali. La finestra per i professionisti – Una delle novità più rilevanti del messaggio Inps riguarda quanti sono titolari di una partita Iva: il contributo copre quanti l’abbiano aperta dal 1° luglio 2024, purché l’attività sia stata effettivamente avviata entro lo scorso 31 dicembre 2025. Questo significa che hanno la possibilità di presentare l’istanza per ottenere l’agevolazione solo i liberi professionisti che siano già in possesso dei requisiti previsti: quanti hanno avviato l’attività nel 2026 devono attendere l’approvazione definitiva del decreto Milleproroghe e la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. L’Inps, inoltre, ha specificato quali codici Ateco possono fare richiesta del contributo. Il libero professionista, infatti, deve operare in alcuni settori ben specifici, tra i quali ci sono: i servizi veterinari; pubblicità e ricerche di mercato; ricerca scientifica e sviluppo; attività degli studi di architettura e d’ingegneria; attività legali e contabilità; attività di direzione aziendale e di consulenza gestionale e altre attività professionali, scientifiche e tecniche. Come viene erogato il contributo – Il bonus giovani under 35, a differenza di altre agevolazioni, è un contributo che viene erogato annualmente in anticipo, sulla base dei mesi di attività previsti nel corso dell’anno. La misura è completamente compatibile con il regime forfettario: è un contributo esentasse, che non va ad aumentare la base imponibile. Ma non può essere richiesto nel caso in cui il beneficiario stia già percependo degli altri incentivi per l’autoimpiego o se ha già sfruttato degli esoneri contributivi per la stessa attività. Obbligo di mantenimento e coerenza del progetto – Onde evitare di dover restituire le somme percepite, l’attività deve essere mantenuta per almeno tre anni. Nel caso in cui la partita Iva dovesse essere chiusa anticipatamente, l’Inps procederà con il recupero delle quote che sono state erogate e che, a questo punto, non spettano più. L’attività avviata, inoltre, si deve focalizzare sulla transizione digitale o ecologica. Il business plan o il codice Ateco devono dimostrare il potenziale impatto tecnologico o di sostenibilità ambientale che si ha intenzione di perseguire, come lo sviluppo di software, la consulenza energetica o l’economia circolare. Come presentare la domanda – La richiesta deve essere presentata telematicamente attraverso il portale Inps, al quale è possibile accedere attraverso le proprie credenziali digitali. Sul sito dovrà essere cercata la voce “Incentivo Decreto Coesione” nel Punto d’accesso alle prestazioni non pensionistiche. La domanda può essere presentata a partire dal 31 gennaio fino al 2 marzo 2026. L'articolo Bonus giovani under 35, come funziona per le partite Iva. I requisiti per accedere e come presentare la domanda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bonus mamme lavoratrici, come chiedere il contributo che quest’anno sale a 720 euro
La legge di Bilancio 2026 ha ufficialmente confermato il potenziamento del bonus mamme lavoratrici. L’importo mensile, che verrà erogato dall’Inps, passerà da 40 euro a 60 euro: il tetto massimo, quindi, aumenterà a 720 euro, contro i 480 euro del 2025. Per ottenere il contributo è necessario presentare una domanda subito dopo la nascita del bambino, una volta che sia stato ottenuto il suo codice fiscale. QUANDO FARE DOMANDA Al momento non sono state aperte finestre specifiche per il 2026 per presentare la domanda sul portale dell’Inps. Nel caso in cui dovesse essere seguita la stessa prassi del 2025 – quando è stato previsto che la domanda venisse presentata entro il mese di dicembre – si può ritenere che la procedura si possa attivare verso la fine dell’anno e che il pagamento venga erogato in un’unica soluzione. Quanti avessero maturato i requisiti per accedere al bonus mamme entro il 31 dicembre 2025, hanno tempo fino al 31 gennaio per presentare la domanda dell’anno precedente e ricevere il contributo entro la fine del mese di febbraio 2026. COME DEVE ESSERE PRESENTATA LA DOMANDA Non appena saranno aperte le finestre, per ottenere il bonus mamme 2026 sarà necessario inoltrare la domanda telematicamente, attraverso i canali ufficiali: il portale dell’Inps, utilizzando le proprie credenziali digitali (Spid, Cie o Cns). In alternativa è possibile chiamare il contact center dell’Inps al numero verde 803.164 (gratuito da rete fissa) o 06.164164 se si chiama da cellulare. In alternativa è possibile rivolgersi a un patronato autorizzato per ottenere l’assistenza gratuita necessaria per presentare la domanda. DURATA DEL BENEFICIO IN BASE AL NUMERO DEI FIGLI La durata del bonus mamme è differenziata sulla base della composizione del nucleo familiare: la protezione economica si estende un po’ di più nel tempo nel momento in cui aumentano le responsabilità genitoriali. Per le donne lavoratrici con due figli, il contributo rimane valido fino a quando il figlio più piccolo compie dieci anni. È una finestra temporale che copre pienamente il periodo della scuola primaria: un arco di tempo nel quale i bambini hanno necessità di assistenza e i costi per il tempo pieno risultano essere maggiori. E anche perché le spese per le attività extra-scolastiche, generalmente, risultano essere più elevate. Il bonus è più robusto per le famiglie nelle quali ci sono tre o più figli: il legislatore ha previsto che la misura rimanga attiva fino al raggiungimento del diciottesimo compleanno del figlio più giovane. Un’estensione del sussidio che lo trasforma in una misura di lungo periodo, in grado di accompagnare la madre lavoratrice nell’intero percorso di crescita dei figli (ossia fino al raggiungimento della maggiore età del più piccolo) contribuendo a ridurre l’impatto economico che la presenza di più minori ha sul reddito a disposizione. LE ALTRE AGEVOLAZIONI PER CHI È APPENA DIVENTATA MAMMA Le novità per le donne che diventeranno mamme nel corso del 2026 sono diverse: hanno come oggetto i bonus e i congedi. Il congedo parental si estende fino al compimento dei 14 anni del figlio e permette di assentarsi dal lavoro percependo sino all’80% della retribuzione per tre mesi, che scendono al 30% nel corso dei successivi 9 mesi. Viene confermato, inoltre, il bonus nuovi nati, che permette di ottenere un contributo una tantum da 1.000 euro e l’aumento dei giorni di malattia pagati. L'articolo Bonus mamme lavoratrici, come chiedere il contributo che quest’anno sale a 720 euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bonus mamme lavoratrici, come cambia il contributo nel 2026 e quando presentare la domanda
La legge di Bilancio 2026 ha ufficialmente confermato il potenziamento del bonus mamme lavoratrici. L’importo mensile, che verrà erogato dall’Inps, passerà da 40 euro a 60 euro: il tetto massimo, quindi, aumenterà a 720 euro, contro i 480 euro del 2025. Per ottenere il contributo è necessario presentare una domanda subito dopo la nascita del bambino, una volta che sia stato ottenuto il suo codice fiscale. QUANDO FARE DOMANDA BONUS MAMMA 2026? Anche per il 2026 è stato confermato il bonus mamma, per il quale è stato previsto un aumento dell’importo mensile, che passerà a 60 euro dai 40 euro che erano previsti nel 2025. Al momento non sono state aperte delle finestre specifiche per il 2026 per presentare la domanda sul portale dell’Inps. Nel caso in cui dovesse essere seguita la stessa prassi del 2025 – quando è stato previsto che la domanda venisse presentata entro il mese di dicembre – si può ritenere che la procedura si possa attivare verso la fine dell’anno e che il pagamento venga erogato in un’unica soluzione. Quanti avessero maturato i requisiti per accedere al bonus mamme entro il 31 dicembre 2025, hanno tempo fino al 31 gennaio 2026 per presentare la domanda dell’anno precedente e ricevere il contributo entro la fine del mese di febbraio 2026. COME DEVE ESSERE PRESENTATA LA DOMANDA Non appena saranno aperte le finestre, per ottenere il bonus mamme 2026 sarà necessario inoltrare la domanda telematicamente, attraverso i canali ufficiali: il portale dell’Inps, utilizzando le proprie credenziali digitali (Spid, Cie o Cns). In alternativa è possibile chiamare il contact center dell’Inps al numero verde 803.164 (gratuito da rete fissa) o 06.164164 se si chiama da cellulare. In alternativa è possibile rivolgersi ad un patronato autorizzato per ottenere l’assistenza gratuita necessaria per presentare la domanda. DURATA DEL BENEFICIO IN BASE AL NUMERO DEI FIGLI La durata del bonus mamme è differenziata sulla base della composizione del nucleo familiare: la protezione economica si estende un po’ di più nel tempo nel momento in cui aumentano le responsabilità genitoriali. Se le donne lavoratrici hanno due figli, il contributo rimane valido fino a quando il figlio più piccolo compie dieci anni. È una finestra temporale che copre pienamente il periodo della scuola primaria: un arco di tempo nel quale i bambini hanno necessità di assistenza e i costi per il tempo pieno risultano essere maggiori. E anche perché le spese per le attività extra-scolastiche, generalmente, risultano essere più elevate. Il bonus mamme inizia ad essere più robusto per le famiglie nelle quali sono presenti tre o più figli: il legislatore ha previsto che la misura rimanga attiva fino al raggiungimento del diciottesimo compleanno del figlio più giovane. Un’estensione del sussidio che lo trasforma in una misura di lungo periodo, in grado di accompagnare la madre lavoratrice nell’intero percorso di crescita dei figli (ossia fino al raggiungimento della maggiore età del più piccolo). LE ALTRE AGEVOLAZIONI PER CHI È APPENA DIVENTATA MAMMA Le novità per le donne che diventeranno mamme nel corso del 2026 sono diverse: hanno come oggetto i bonus e i congedi. Partiamo dal congedo parentale, che si estende fino al compimento dei 14 anni del figlio e permette di assentarsi dal lavoro percependo sino all’80% della retribuzione per tre mesi, che scendono al 30% nel corso dei successivi 9 mesi. Viene confermato, inoltre, il bonus nuovi nati, che permette di ottenere un contributo una tantum da 1.000 euro e l’aumento dei giorni di malattia pagati. L'articolo Bonus mamme lavoratrici, come cambia il contributo nel 2026 e quando presentare la domanda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nasce l’arbitro assicurativo: come presentare ricorso per controversie con le compagnie sulle polizze
Ufficialmente operativo a partire dal 15 gennaio, l’arbitro assicurativo si va ad inserire nel sistema delle tutele stragiudiziali presenti in Italia, che includono l’arbitro bancario finanziario incaricato di gestire le controversie bancarie e gestito da Banca d’Italia e l’arbitro per le controversie finanziarie, a cui rivolgersi per i problemi che riguardano gli investimenti ed i prodotti finanziari (gestito da Consob). Il nuovo organismo serve a risolvere le controversie tra clienti e imprese di assicurazione: come le altre due permette di accedere a una procedura online a costi ridotti, attraverso la quale vengono emesse decisioni non vincolanti ma che impattano sulla reputazione della società di assicurazioni. I tre arbitri si distinguono per l’autorità di riferimento e l’ambito di competenza. ARBITRO ASSICURATIVO COSA FA E COS’È Il compito dell’arbitro assicurativo è quello di prendere delle decisioni su controversie che hanno come oggetto dei contratti di assicurazione vita e danni, comprese le eventuali violazioni alle regole di comportamento nella distribuzione dei prodotti assicurativi. Le competenze economiche di questa nuova figura sono limitate dalla tipologia di polizza: per quelle vita caso morte il tetto è pari a 300.000 euro, per le altre polizze vita 150.000 euro, per le polizze danni (come casa, salute e viaggi) è 25.000 euro, che scende a 2.500 nel caso di azione diretta del danneggiato nei confronti dell’impresa in caso di sinistro stradale. COME FUNZIONA IL PROCEDIMENTO Rivolgersi all’arbitro assicurativo permette di accedere ad un iter stragiudiziale semplificato, che viene svolto interamente online utilizzando il Portale AAS. L’accesso al procedimento prevede delle regole ben precise, che devono essere seguite nel dettaglio. Prima di rivolgersi all’arbitro è necessario aver presentato un reclamo formale all’ufficio preposto della compagnia assicurativa ed aver atteso 45 giorni per la risposta dell’impresa. Nel caso in cui la risposta dovesse dimostrarsi insoddisfacente o se dovesse mancare del tutto, il ricorso all’arbitro deve essere presentato entro 12 mesi dal reclamo. La controversia non deve coinvolgere dei fatti avvenuti più di tre anni prima della presentazione. La procedura può essere avviata direttamente dal portale online: per farlo non è necessario essere seguiti da un avvocato. È previsto un contributo spese pari a 20 euro, che verrà rimborsato al cliente nel caso in cui il ricorso dovesse essere accettato. L’intero procedimento è puramente documentale: non sono previste delle audizioni di testimoni o delle perizie tecniche nel corso della fase arbitrale. Ma quali sono i tempi della procedura? Una volta che l’arbitro assicurativo ha ricevuto il ricorso, la segreteria tecnica – che è stata istituita direttamente presso Ivass – deve appurare che sia valida. Da parte sua la compagnia di assicurazioni ha pieno diritto a presentare le proprie controdeduzioni, sempre attraverso il portale. La decisione deve essere presa entro 90 giorni dal completamento del fascicolo: nel caso in cui dovessero esserci dei casi particolarmente complessi, il termine può essere prorogato di altri 90, arrivando ad un massimo di 180 giorni. GLI ESITI E L’INADEMPIMENTO La decisione dell’arbitro assicurativo può dare ragione al cliente o rigettare completamente il ricorso. È importante sottolineare che qualsiasi giudizio espresso non è vincolante come una sentenza del tribunale: le parti hanno diritto a rivolgersi ad un giudice ordinario in un secondo momento. Nel caso in cui la compagnia assicurativa non dovesse rispettare la decisione favorevole al cliente, l‘inadempimento viene pubblicato sul portale dell’Ivass e può essere diffuso attraverso dei comunicati stampa, causando un danno d’immagine all’impresa. QUALI SONO LE DIFFERENZE OPERATIVE CON GLI ALTRI ARBITRI L’arbitro assicurativo va a completare il quadro dei sistemi alternativi per risolvere le dispute in campo finanziario nel nostro paese. Si affianca all’arbitro bancario finanziario, attraverso il quale vengono gestite le controversie bancarie, e all’arbitro per le controversie finanziarie, che interviene quando sono coinvolti degli investimenti e dei prodotti finanziari. Prodotti ibridi, come Polizze Unit-Linked e Index-Linked, possono vedere coinvolte due figure diverse, a seconda della controversia che si è venuta ad aprire. Se la contestazione coinvolge le caratteristiche finanziarie della polizza – come la perdita di valore dell’investimento o la carenza informativa – la competenza è dell’arbitro per le controversie finanziarie. Se invece la questione riguarda la gestione del contratto o aspetti tipicamente assicurativi, interviene l’arbitro assicurativo. Quest’ultimo è l’unico specializzato nella gestione dei sinistri: può essere interpellato per la valutazione della liquidazione dei danni o nel comportamento dei periti assicurativi. L'articolo Nasce l’arbitro assicurativo: come presentare ricorso per controversie con le compagnie sulle polizze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Assicurazioni
Come funzionano gli anticipi sul Tfr: ecco quanto si può chiedere mentre si lavora e a fine carriera (invece della rendita)
Come funzionano gli anticipi sul Trattamento di fine rapporto fatto confluire nei fondi di previdenza complementare e quali limiti bisogna rispettare? Per rispondere a questa domanda bisogna distinguere due tipologie di richieste: quelle che si presentano alla fine del rapporto di lavoro (poco prima di andare in pensione) e quelle nel corso dell’attività lavorativa. Nel primo caso, a partire da quest’anno è possibile ottenere un anticipo del 60%, mentre il restante 40% verrà percepito come rendita: è una novità introdotta dall’ultima legge di Bilancio. Fino al 31 dicembre 2025 la percentuale massima che si poteva ottenere era pari al 50%. Le regole sono un po’ diverse per gli anticipi richiesti mentre si è ancora al lavoro: in questo caso non esiste un limite massimo al numero di anticipazioni richiedibili. Il vincolo principale è di natura economica: la somma totale delle anticipazioni non può superare il 75% della posizione individuale maturata (o il 30% per esigenze non documentate). TFR AL FONDO DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE, L’ANTICIPO La legge di Bilancio permette ai lavoratori che fanno confluire il proprio Tfr in un fondo di previdenza complementare di ottenere un anticipo pari al 60% del montante finale accumulato e il resto in rendita. Nei calcoli per determinare a quanto ammonti l’importo dell’anticipo complessivo erogabile devono essere detratte le somme che sono state erogate a titolo di anticipazione e per le quali il lavoratore non abbia provveduto ad effettuare il reintegro. In questa sede non ci stiamo riferendo alle anticipazioni ordinarie del Tfr che i lavoratori possono chiedere durante il loro percorso lavorativo: l’opzione che stiamo descrivendo è riservata ai lavoratori che hanno raggiunto l’età per andare in pensione e chiedono l’erogazione di quanto dovuto. L’obiettivo è quello di fornire ai neo-pensionati una maggiore liquidità immediata per affrontare le spese legate alla nuova fase di vita o per estinguere residui di mutui o altre tipologie di debito. ALTERNATIVE ALLA RENDITA VITALIZIA Oltre all’innalzamento al 60% dell’anticipo del Tfr conferito al fondo di pensione complementare, il legislatore ha potenziato le forme di erogazione alternativa al restante 40% del montante, che non deve essere trasformato necessariamente in una rendita vitalizia classica. Tra le opzioni a disposizione dei lavoratori c’è la possibilità di ottenere una rendita erogata solo per un numero prefissato di anni (per esempio 10 o 15 anni), con una tassazione agevolata che varia tra il 9% e il 15% in base agli anni di partecipazione al fondo. In alternativa è possibile scegliere di non convertire il montante in rendita assicurativa, ma di effettuare prelievi periodici flessibili direttamente dal proprio fondo, mantenendo il capitale investito. Quando si dovesse optare per l’erogazione frazionata, la tassazione prevista è leggermente superiore, attestandosi tra il 15% e il 20%. REQUISITI E FISCALITÀ Le opzioni che abbiamo descritto fino a questo momento sono accessibili ai lavoratori che abbiano maturato almeno cinque anni di partecipazione ad un fondo di previdenza complementare e che abbiano raggiunto i requisiti per la pensione nel regime obbligatorio di appartenenza. La quota erogata in capitale (ossia l’importo che il lavoratore riceve in un’unica soluzione come anticipo) al 60% beneficia della tassazione agevolata della previdenza complementare: ritenuta a titolo d’imposta dal 9% al 15% in base all’anzianità. Quindi è più conveniente rispetto alla tassazione ordinaria Irpef del Tfr lasciato in azienda. QUANTE VOLTE SI PUÒ CHIEDERE L’ANTICIPO DEL TFR MENTRE SI LAVORA L’articolo 2120 del Codice Civile e il DLgs n. 252/2005 permettono di chiedere l’anticipo del Tfr o del montante nel fondo pensione complementare. Vengono applicate delle regole diverse sulla base di dove è accantonato il denaro. Se il Tfr è lasciato in azienda o al Fondo Tesoreria Inps, l’anticipo può essere ottenuto una sola volta nell’arco dell’intero rapporto di lavoro con lo stesso datore di lavoro. Per ottenerlo è necessario aver maturato almeno 8 anni di servizio con l’azienda ed è possibile ottenere fino al 70% della somma maturata. Può essere chiesto l’anticipo per acquistare la prima casa o per spese sanitarie straordinarie. Se il lavoratore ha aderito a un fondo pensione – per scelta individuale o per il meccanismo del silenzio assenso – la normativa è leggermente più flessibile. L’anticipo può essere richiesto più di una volta ed è possibile reintegrare la propria posizione con versamenti successivi per richiedere un ulteriore anticipo, purché non vengano superati i massimali previsti. La percentuale di erogazione varia a seconda della motivazione: per le spese sanitarie gravi si può arrivare al 75% del montante e la richiesta può essere fatta in qualsiasi momento (senza attendere gli otto anni di servizio). Per acquistare o ristrutturare la casa si può arrivare al 75%, ma è necessario far passare gli otto anni. Per ulteriori esigenze – non è necessario giustificare la spesa – si può arrivare ad ottenere il 30% dopo 8 anni. L'articolo Come funzionano gli anticipi sul Tfr: ecco quanto si può chiedere mentre si lavora e a fine carriera (invece della rendita) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carta acquisti 2026, quali sono i requisiti e come va richiesto il contributo da 480 euro
Confermata anche per il 2026 la Carta Acquisti, grazie alla quale vengono messi a disposizione 480 euro per fare la spesa, acquistare medicinali e pagare le bollette. Gli accrediti vengono effettuati nei mesi dispari (gennaio, marzo, maggio, luglio, settembre, novembre). Chi vuole ricevere il contributo senza interruzione da inizio anno dovrebbe aggiornare l’Isee il prima possibile. Il ministero dell’Economia e delle Finanze, negli ultimi giorni, ha provveduto a pubblicare all’interno del proprio portale i moduli necessari per ottenere la Carta Acquisti e il relativo contributo. A COSA SERVE LA CARTA ACQUISTI Attraverso la Carta Acquisti viene messo a disposizione delle famiglie in difficoltà economica un sostegno per acquistare i generi di prima necessità. Vengono accreditati 80 euro ogni due mesi – 40 euro al mese – per un totale annuo complessivo pari a 480 euro. I beneficiari hanno la possibilità di utilizzare il contributo per acquistare prodotti alimentari, per pagare le utenze di luce e gas e per sostenere le spese mediche. A partire dal 1° gennaio 2026 sono entrati in vigore i nuovi requisiti per poter continuare ad accedere alla Carta Acquisti: sono stati aggiornati tenendo conto del tasso di inflazione che è stato rilevato dall’Istat nel corso del 2025. Il valore dell’indicatore Isee è stato fissato a 8.230,31 euro, soglia che deve essere applicata ai nuclei familiari composti unicamente da adulti sia a quelli nei quali sono presenti dei minori con un’età inferiore a tre anni. La Carta Acquisti viene rilasciata ai genitori di bimbi con meno di tre anni e alle persone che abbiano compiuto almeno 65 anni, con un’importante differenziazione: fermo restando il requisito Isee di 8.230,31 euro, chi ha meno di 69 anni deve avere un reddito complessivo inferiore a 8.230,81 euro, mentre chi ha più di 70 anni il limite reddituale da non superare sale a 10.974,42 euro l’anno. COME SI FA A CHIEDERE IL CONTRIBUTO La domanda per ottenere la Carta Acquisti può essere presentata presso un qualsiasi ufficio postale, dove devono essere compilati i moduli scaricabili dal portale del ministero dell’Economia e delle Finanze. Quanti stiano già percependo il contributo e siano ancora in possesso dei requisiti necessari per continuare ad riceverlo, continueranno a percepire l’accredito bimestrale di 80 euro direttamente sulla carta elettronica dedicata: in questo caso non è necessario presentare una nuova richiesta. Per ottenere la Carta Acquisti, oltre al modulo fornito dal Ministero debitamente compilato, è necessario allegare copia dell’Isee in corso di validità: il documento può essere richiesto al Comune di residenza, presso gli sportelli Inps presenti sul territorio o recandosi al più vicino Centro di Assistenza Fiscale (Caf). I beneficiari potranno utilizzare la carta nei negozi alimentari abilitati al circuito Mastercard. Oltre che per acquistare i prodotti di prima necessità, lo strumento permette di ottenere una serie di sconti nei negozi convenzionati che sostengono il programma Carta Acquisti. È possibile, inoltre, accedere alla tariffa elettrica agevolata. La Carta Acquisti non deve essere confusa con la Carta Dedicata a Te, che è stata confermata per il 2026 con un importo pari a 500 euro: quest’ultima è destinata ai nuclei familiari con un Isee fino a 15.000 euro e per la quale non si deve presentare un’apposita domanda, ma si viene selezionati direttamente dai Comuni. L'articolo Carta acquisti 2026, quali sono i requisiti e come va richiesto il contributo da 480 euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tessera sanitaria scaduta, cosa fare se non si riceve a casa quella nuova
A ridosso della scadenza della tessera sanitaria, generalmente, ne arriva una nuova all’indirizzo di residenza dell’interessato. Può capitare, però, che debba essere lo stesso contribuente ad attivarsi per riceverla: è necessario farlo quando, benché quella vecchia sia scaduta da un po’ di tempo, quella sostitutiva non è stata recapitata. In quel caso occorre recarsi all’Asl competente e accertarsi del motivo. A COSA SERVE LA TESSERA SANITARIA Documento indispensabile per accedere ai servizi messi a disposizione dal servizio sanitario nazionale, la tessera sanitaria serve anche per acquistare i farmaci da portare in detrazione e deve essere impiegata per accedere alle cure e alle prestazioni mediche che si ricevono all’estero. La tessera sanitaria scade generalmente dopo sei anni dalla sua emissione, anche se ci sono casi particolari: chi, per esempio, cambia il medico di base scegliendone uno in una regione diversa da quella di residenza avrà un documento con una scadenza annuale. In una situazione simile si trovano i cittadini extracomunitari, la cui tessera sanitaria ha la stessa validità del loro permesso di soggiorno. Ad ogni modo anche in caso di scadenza non si perde il diritto ad accedere alle prestazioni del servizio sanitario nazionale: chi deve recarsi all’estero ne deve deve chiedere una nuova o può farsi rilasciare un certificato sostitutivo della Team (Tessera Europea Assicurazione Malattia). COME RINNOVARE IL DOCUMENTO Per rinnovare la tessera sanitaria è necessario recarsi all’Asl territorialmente competente o in un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate, che provvederanno a rilasciare un certificato sostitutivo da utilizzare fino a quando non viene recapitato un documento in corso di validità. Sarà direttamente l’Asl a comunicare al sistema Tessera Sanitaria la richiesta di rinnovo: quella nuova verrà recapitata all’indirizzo associato al codice fiscale. Chi avesse la necessità di verificare lo stato della richiesta può accedere al portale del Sistema Tessera Sanitaria dove, inserendo il proprio codice fiscale, l’esito della ricerca darà i seguenti risultati: “Non sono presenti Tessere Sanitarie”, “In corso di emissione” o “Spedita”. Se appare la prima o l’ultima voce (ma non è arrivato nulla) è necessario rivolgersi all’Asl per capire cosa stia accadendo. Se, invece, è in corso di emissione si deve attendere che arrivi. PERCHÉ NON È ARRIVATA A CASA Perché la tessera sanitaria risulta spedita, ma non è mai arrivata a casa? Il disguido potrebbe essere determinato da un errore nella comunicazione del codice fiscale, situazione che rende impossibile all’Agenzia delle Entrate individuare in modo preciso e corretto il contribuente e quindi a rinnovare tempestivamente il documento. Altro motivo che potrebbe portare al blocco della sua emissione è la mancata iscrizione all’Asl: questo può accadere nel momento in cui nel corso dell’anno precedente sia stato modificato il medico di base per motivi di studio o lavoro. Qualche cosa nella pratica si è inceppato: per sciogliere il problema è necessario rivolgersi all’Asl. A complicare l’invio potrebbe essersi messo di mezzo un cambio di residenza proprio a ridosso della scadenza della tessera sanitaria: il nuovo indirizzo non è stato comunicato nei tempi utili per il suo invio. CHI NON L’HA MAI RICEVUTA Situazione estrema e particolarmente rara è quella nella quale si trova chi non ha mai ricevuto una tessera sanitaria: anche in questo caso siamo davanti ad un’evidenza anomalia, che può essere determinata da un errore nella comunicazione dei dati o di iscrizione all’Asl. Perché la tessera sanitaria venga emessa e inviata, infatti, si devono verificare due condizioni: il cittadino deve avere un codice fiscale corretto attribuito dall’AdE e deve essere iscritto all’Asl. Quando ci dovessero essere degli errori in una di queste voci tutto il sistema si blocca: è opportuno, quindi, controllare che tutto sia corretto per poter ricevere il documento. L'articolo Tessera sanitaria scaduta, cosa fare se non si riceve a casa quella nuova proviene da Il Fatto Quotidiano.
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