Il 2026 segna una svolta per la busta paga dei lavoratori, con l’introduzione di
un pacchetto di flat tax mirate e una revisione dell’Irpef che punta a rendere
il netto mensile più pesante. La manovra 2026 agisce su più fronti: dagli
aumenti contrattuali agli straordinari, fino ai premi di produzione,
introducendo regimi di tassazione sostitutiva che variano dall’1% al 15%.
Tuttavia, il beneficio non arriva per tutti allo stesso modo: mentre per la
maggior parte dei dipendenti privati l’aumento è automatico e immediato nel
cedolino, per altre categorie – come chi è senza sostituto d’imposta – il
vantaggio fiscale si concretizzerà solo con la dichiarazione dei redditi. Capire
come queste percentuali si intrecciano con il proprio reddito è fondamentale per
evitare sorprese e pianificare correttamente il proprio bilancio familiare.
AUMENTI DA RINNOVI CONTRATTUALI (FLAT TAX AL 5%)
L’applicazione della flat tax al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi dei CCNL
è un meccanismo studiato per essere fluido e quasi “invisibile” nel cedolino. Se
il reddito complessivo del lavoratore, nel corso del 2025, non ha superato la
soglia dei 33.000 euro, il beneficio fiscale scatta in modo automatico
direttamente in busta paga, senza che sia necessario presentare dei moduli o
inoltrare delle richieste formali all’azienda.
In termini pratici, il datore di lavoro agisce come sostituto d’imposta: invece
di applicare sulla quota di aumento l’aliquota Irpef ordinaria (che partirebbe
da un minimo del 23%), trattiene soltanto il 5%. Questo prelievo ridotto si
traduce immediatamente in un netto mensile più alto, garantendo che l’aumento
lordo pattuito dai sindacati non venga eroso dalla tassazione progressiva.
Cosa succede se l’azienda non riesce ad adeguare i sistemi informatici nei
primissimi mesi dell’anno? Non c’è motivo di preoccuparsi, né occorre attendere
la dichiarazione dei redditi per recuperare le somme. Il sistema prevede,
infatti, un meccanismo di conguaglio aziendale: se all’inizio del 2026 la flat
tax non è stata applicata correttamente, l’ufficio del personale provvederà a
ricalcolare gli importi e a restituire la differenza nelle buste paga
successive. In questo modo, l’intero vantaggio fiscale viene recuperato entro la
fine dell’anno, stabilizzando il potere d’acquisto del lavoratore senza alcuna
lungaggine burocratica.
STRAORDINARI, NOTTURNI E FESTIVI (FLAT TAX AL 15%)
Per i dipendenti del settore privato con un reddito fino a 40.000 euro, il 2026
conferma una corsia preferenziale per le indennità legate ai turni più gravosi.
Il lavoro notturno, festivo e le indennità di turno godono infatti di una
tassazione agevolata al 15%, applicabile fino a un tetto massimo di 1.500 euro
annui. Questa misura punta a premiare chi garantisce la continuità dei servizi,
riducendo drasticamente il prelievo fiscale rispetto alle aliquote ordinarie.
Nella maggior parte dei casi, l’aumento del netto è diretto e automatico nel
cedolino: il datore di lavoro calcola l’imposta sostitutiva senza che il
dipendente debba muovere un dito. Esistono però delle eccezioni importanti,
specialmente in ambiti specifici come il settore turistico-alberghiero. In
questi contesti, l’attivazione del beneficio potrebbe non essere automatica,
rendendo necessaria una richiesta esplicita da parte del lavoratore. È quindi
consigliabile verificare con il proprio consulente del lavoro o ufficio del
personale se sia necessaria una comunicazione scritta per assicurarsi che
l’agevolazione venga applicata correttamente mese dopo mese.
PREMI DI RISULTATO (FLAT TAX ALL’1%)
Il 2026 porta una novità sostanziale per i premi di produttività: l’imposta
sostitutiva scende al livello dell’1%, rendendo il premio in denaro quasi
totalmente esente dal prelievo fiscale. Questa agevolazione, prevista per chi ha
un reddito da lavoro dipendente fino a 80.000 euro, si applica su un tetto
massimo che sale a 5.000 euro annui, offrendo un vantaggio concreto che arriva
direttamente nelle tasche del lavoratore.
Il meccanismo è semplice: l’aliquota ridotta viene applicata automaticamente al
momento dell’erogazione del premio in busta paga. Non serve alcuna richiesta
individuale, poiché è il datore di lavoro a calcolare la tassazione minima
invece dell’IRPEF ordinaria. L’unico requisito fondamentale è che il premio sia
legato a obiettivi incrementali (come qualità o efficienza) definiti all’interno
di accordi aziendali o territoriali regolarmente depositati. In presenza di
questi contratti di secondo livello, il bonus di produzione si trasforma in un
netto quasi identico al lordo, massimizzando il valore del riconoscimento
economico ricevuto.
TAGLIO IRPEF: NUOVO SCAGLIONE 33%
Sebbene non si tratti tecnicamente di una “flat tax”, un impatto significativo
sulle buste paga del 2026 arriva dalla revisione delle aliquote Irpef, con la
riduzione dal 35% al 33% per la fascia di reddito compresa tra 28.000 e 50.000
euro. Questa sforbiciata di due punti percentuali è pensata per alleggerire il
carico fiscale del ceto medio, garantendo un risparmio che si spalma su tutto
l’anno.
L’effetto pratico è un graduale aumento del netto mensile, che può arrivare fino
a circa 35-40 euro in più per chi si trova sulla soglia superiore dello
scaglione. Il lavoratore non dovrà fare nulla per ottenere questo beneficio:
l’adeguamento è completamente automatico e viene applicato direttamente dai
software paghe nelle tabelle di calcolo mensili. Questa variazione comparirà nel
totale a pagare del cedolino, senza la necessità di attendere conguagli o
rimborsi futuri.
QUANDO IL BENEFICIO ARRIVA CON LA DICHIARAZIONE
Per chi lavora senza un sostituto d’imposta – come nel caso di colf, badanti,
baby-sitter o dipendenti di ambasciate e organismi internazionali – il panorama
cambia sensibilmente: le novità fiscali del 2026 non si traducono in un aumento
automatico dello stipendio mensile. In queste professioni, infatti, il datore di
lavoro non trattiene le tasse alla fonte, consegnando al dipendente una busta
paga che non include il calcolo dei bonus o delle agevolazioni. Il beneficio
economico non scompare, ma si trasforma in un risparmio sulle imposte da versare
l’anno successivo o in un credito da incassare.
Il perno di questo sistema è la dichiarazione dei redditi (Modello 730/2027
relativo ai redditi 2026). È solo in questa sede che il software dell’Agenzia
delle Entrate applicherà i calcoli agevolati, come la flat tax al 5% sugli
aumenti contrattuali. Il risultato è un recupero a posteriori: si pagheranno
meno tasse nel saldo finale o, nel caso siano già stati versati degli acconti,
si riceverà un rimborso direttamente sul conto corrente, solitamente tra i mesi
di luglio e agosto.
Quanto abbiamo visto fino a questo momento si applica alla flat tax del 15% su
lavoro notturno e festivi, una voce molto frequente nel settore domestico.
Durante l’anno si riceve il pagamento pieno di queste ore; poi, in sede di
dichiarazione, queste somme verranno isolate e tassate con l’aliquota
sostitutiva agevolata, evitando che si sommino al reddito ordinario e facciano
scattare scaglioni Irpef più alti.
Bisogna però prestare attenzione a un nuovo elemento introdotto per i redditi
sopra i 75.000 euro: il taglio delle detrazioni basato sul numero di figli (il
cosiddetto “quoziente familiare”).
A COSA STARE ATTENTI
Per chi è senza sostituto, questo calcolo avviene esclusivamente nel 730 e
potrebbe riservare sorprese. Se si hanno poche spese detraibili o pochi
familiari a carico, il “taglio” verrà applicato direttamente sul saldo finale,
riducendo potenzialmente i vantaggi ottenuti dalle altre misure. Per questo
motivo, è fondamentale pianificare con cura gli accantonamenti mensili, sapendo
che il vero bilancio tra aumenti e tasse si chiuderà solo con la presentazione
della dichiarazione dei redditi.
L'articolo Flat tax su aumenti, straordinari e premi: ecco quando l’aumento in
busta paga è automatico e quando il rimborso arriva dopo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Parte l’iter parlamentare per valutare l’introduzione dell’ora legale permanente
in Italia. La X Commissione della Camera (Attività produttive, Commercio e
Turismo) ha approvato l’avvio di un’indagine conoscitiva dedicata agli effetti
della misura, su impulso della Società italiana di medicina ambientale (Sima),
di Consumerismo No profit e del deputato Andrea Barabotti (Lega), che aveva
presentato la proposta lo scorso novembre.
L’obiettivo è analizzare in modo sistematico le ricadute dell’eventuale
abolizione del cambio semestrale dell’ora. Nel documento approvato si legge che
“alla luce delle evidenze raccolte, appare opportuno promuovere un’indagine
conoscitiva per valutare in modo oggettivo gli impatti dell’ora legale
permanente sul territorio nazionale”. Lo studio, viene precisato, dovrà
coinvolgere enti di ricerca e organismi economici per fornire “un quadro
aggiornato sui benefici e sulle criticità della misura”.
Il tema non è nuovo. La discussione nasce dalla consultazione pubblica promossa
dalla Commissione europea nel 2018, alla quale parteciparono 4,6 milioni di
cittadini: l’84% si espresse a favore dell’abolizione del cambio d’ora. L’anno
successivo il Parlamento europeo approvò una proposta per lasciare ai singoli
Stati la scelta tra ora solare o legale permanente, ma il processo si è fermato
tra pandemia e divisioni tra i Paesi membri. La scelta dell’ora infatti spetta
agli Stati, ma deve essere coordinata: se ognuno decidesse in autonomia, si
rischierebbe infatti un fuso orario a macchia di leopardo in Europa.
Secondo i dati raccolti a livello europeo, l’eliminazione del cambio stagionale
e l’adozione di un unico orario per tutto l’anno porterebbero benefici sul piano
energetico e per il mercato interno. In Italia, i numeri forniti da Terna
indicano che tra il 2004 e il 2025 l’ora legale ha consentito “un minor consumo
di energia elettrica di oltre 12 miliardi di kWh”, traducendosi in “un risparmio
per i cittadini di circa 2,3 miliardi di euro”. Sul fronte ambientale, Sima
segnala una riduzione annua delle emissioni di CO2 tra le 160mila e le 200mila
tonnellate, equivalenti a milioni di alberi piantati.
L’indagine avviata dalla Camera punta ora a un confronto tra modelli
alternativi: mantenere il cambio stagionale o adottare l’ora legale permanente.
Tra gli obiettivi indicati figurano la valutazione degli effetti
socio-economici, l’impatto sul sistema produttivo e una possibile fase di
sperimentazione con proroga dell’ora legale. “La decisione finale non può
prescindere da una visione complessiva che tenga conto della sostenibilità
energetica e della competitività economica”, si legge ancora nel testo.
Il prossimo passo sarà l’avvio delle audizioni: saranno chiamati a esprimersi
rappresentanti istituzionali, autorità indipendenti, organismi europei e
internazionali, associazioni di categoria e dei consumatori, oltre a esperti del
mondo accademico. L’indagine si concluderà entro il 30 giugno. Sul piano
europeo, però, il dossier resta bloccato.
L'articolo Addio al cambio dell’ora: via libera della Camera all’iter per
rendere permanente l’ora legale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il bonus Giorgetti rappresenta, oggi come oggi, la principale leva finanziaria
introdotta dal governo per incentivare la permanenza in servizio dei lavoratori
più esperti che scelgono di non andare ancora in pensione.
Formalmente definito come “incentivo al posticipo del pensionamento”, questo
meccanismo permette ai lavoratori dipendenti, che hanno già maturato i requisiti
per l’uscita anticipata, di rinunciare al versamento dei propri contributi
previdenziali all’INPS per incassarli direttamente come somma netta ogni mese.
Una scelta strategica che premia la continuità lavorativa con un aumento
immediato della liquidità disponibile, eliminando il prelievo del 9% circa dallo
stipendio lordo e rendendo tale importo totalmente esentasse.
COME FUNZIONA IL BONUS GIORGETTI
Il meccanismo del bonus Giorgetti si basa sulla sospensione dei versamenti
contributivi che normalmente vengono trattenuti ogni mese dalla busta paga del
lavoratore per essere inviati all’INPS. In una situazione standard, un
lavoratore dipendente del settore privato versa all’ente previdenziale una quota
pari al 9,19% della propria retribuzione lorda (per i dipendenti pubblici
l’aliquota è all’8,80%).
Scegliendo di aderire a questo incentivo dopo aver maturato i requisiti per la
pensione anticipata, il lavoratore rinuncia a versare questa fetta di contributi
e ottiene che la stessa cifra venga erogata direttamente come parte integrante
dello stipendio netto. L’aspetto fondamentale di questo passaggio è la natura
fiscale dell’importo, poiché la somma che il dipendente riceve in più è
considerata esentasse e non viene sommata al reddito imponibile ai fini del
calcolo dell’Irpef.
L’AGEVOLAZIONE DEVE ESSERE ESPRESSAMENTE RICHIESTA
L’operazione non avviene in modo automatico al raggiungimento dell’anzianità
contributiva richiesta, ma è necessario inoltrare una richiesta esplicita
all’INPS. Una volta che l’istituto abbia verificato i requisiti e dato il via
libera, l’azienda smette di trattenere i contributi a carico del lavoratore e
inizia a pagarglieli direttamente.
Dal punto di vista della pensione che il lavoratore riceverà in futuro, è
importante ricordare che mentre la quota a carico del dipendente viene dirottata
in busta paga, il datore di lavoro continua comunque a versare regolarmente la
propria parte di contributi, che costituisce circa il 24% della retribuzione
lorda.
CHI PUÒ BENEFICIARE DELL’AGEVOLAZIONE
Per poter accedere al bonus Giorgetti nel corso del 2026 il lavoratore deve
essere un dipendente del settore pubblico o di quello privato e aver maturato i
requisiti minimi previsti dalla legge per l’uscita anticipata dal mondo del
lavoro.
Il requisito principale riguarda l’anzianità contributiva ordinaria, che
richiede il raggiungimento di 42 anni e 10 mesi di versamenti per gli uomini
oppure 41 anni e 10 mesi per le donne.
Oltre a questi parametri numerici, la normativa specifica che il bonus non è
accessibile a chi sta già percependo un trattamento pensionistico diretto o a
chi ha già presentato una domanda di pensione che è stata accolta, con l’unica
eccezione rappresentata dall’assegno ordinario di invalidità che rimane
compatibile.
Un dettaglio fondamentale per il 2026 riguarda la finestra di attesa, poiché
l’incentivo può essere attivato solo dopo che è trascorso il periodo di
differimento previsto per la decorrenza della pensione, che solitamente varia
dai tre ai nove mesi a seconda della gestione previdenziale di appartenenza.
COSA È IMPORTANTE PRENDERE IN CONSIDERAZIONE
Chi dovesse decidere di attivare il bonus Giorgetti deve valutare con attenzione
il compromesso tra il guadagno immediato e la rendita futura, perché la scelta
di non versare la quota contributiva a proprio carico riduce la velocità con cui
si accumula il capitale per la propria pensione.
Anche se l’azienda continua a versare la sua parte, il montante contributivo
cresce meno rispetto a una situazione normale e questo si traduce
inevitabilmente in un assegno pensionistico mensile più basso una volta che si
dovesse smettere di lavorare. Le stime attuali indicano che per ogni anno di
permanenza in servizio con il bonus Giorgetti attivo si perdono tra i 40 e i 60
euro netti al mese sulla pensione che arriverà in futuro, una cifra che si
accumula e diventa significativa se il posticipo dura diversi anni.
Un altro aspetto fondamentale riguarda il fatto che questa somma aggiuntiva che
si riceve oggi in busta paga è esentasse, il che è un vantaggio enorme
nell’immediato poiché non alza lo scaglione Irpef di appartenenza e non fa
pagare più tasse sul resto dello stipendio. Tuttavia, proprio perché questi
soldi non sono considerati reddito imponibile, non aumenta nemmeno il calcolo
per le altre prestazioni che dipendono dal reddito, come ad esempio il calcolo
del TFR se il contratto prevede che questo sia parametrato solo alla
retribuzione imponibile.
L'articolo Bonus Giorgetti per chi posticipa la pensione, come funziona
l’aumento in busta paga e quali sono gli svantaggi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’arrivo della Certificazione Unica Inps 2026 segna l’inizio ufficiale della
stagione fiscale per milioni di cittadini che, nel corso del 2025, hanno
percepito redditi da pensione, indennità di disoccupazione (NASpI), cassa
integrazione o altre prestazioni a sostegno del reddito. Questo documento, che
l’istituto è tenuto a rilasciare obbligatoriamente entro il 16 marzo 2026, non è
una semplice ricevuta, ma la base indispensabile per navigare correttamente tra
i successivi adempimenti con il fisco. Molti utenti hanno iniziato a monitorare
il proprio Fascicolo Previdenziale MyINPS già dai primi giorni del mese,
sperando in una pubblicazione anticipata che consenta di pianificare con calma
la propria dichiarazione.
PERCHÉ LA CERTIFICAZIONE UNICA 2026 È COSÌ IMPORTANTE
Per molti pensionati, l’appuntamento di marzo con la Certificazione Unica
rappresenta un passaggio rassicurante e necessario per fare il punto sulla
propria situazione economica dopo un intero anno di gestione del bilancio
familiare. Questo documento non è solo un adempimento burocratico, ma il
riepilogo ufficiale che dà forma e certezza a quanto ricevuto mensilmente
dall’INPS, trasformando i singoli cedolini in un quadro fiscale completo e
chiaro. Ottenere la CU 2026 significa avere tra le mani la chiave per gestire
con serenità i propri diritti, assicurandosi che ogni trattenuta e ogni
detrazione siano state calcolate correttamente, proteggendo così il valore reale
della propria pensione.
La Certificazione Unica riveste infatti un ruolo strategico in quanto
rappresenta l’unico riepilogo ufficiale di tutti i redditi corrisposti dall’INPS
nel corso del 2025, siano essi pensioni, indennità NASpI o altre prestazioni.
Sebbene questi importi vengano erogati mensilmente, il documento è
indispensabile per verificare con precisione il totale delle somme lorde e
l’entità delle ritenute fiscali, delle addizionali locali e delle detrazioni
applicate dall’ente in qualità di sostituto d’imposta. Tali informazioni
verranno trasmesse direttamente all’Agenzia delle Entrate per alimentare il
Modello 730 precompilato, disponibile dal prossimo 30 aprile, permettendo così
ai contribuenti di recuperare spese mediche, bonus edilizi o altre agevolazioni
accumulate durante l’anno fiscale.
Scaricare tempestivamente il modello significa, quindi, accertarsi che l’INPS
abbia applicato correttamente le aliquote Irpef e i carichi di famiglia,
evitando spiacevoli conguagli a debito o sanzioni dovute a errori nei calcoli.
Oltre alla dichiarazione dei redditi, il possesso della CU aggiornata è un
requisito fondamentale per il calcolo dell’ISEE 2026, lo strumento chiave per
determinare la situazione economica del nucleo familiare e accedere a
prestazioni sociali agevolate, esenzioni dai ticket sanitari o sconti sulle
bollette. Infine, il documento funge da prova ufficiale della propria capacità
reddituale, risultando necessario in caso di richieste di finanziamenti, mutui o
per la stipula di nuovi contratti di locazione.
COME SCARICARE LA CU 2026 ONLINE
Il percorso per ottenere la Certificazione Unica INPS 2026 inizia ufficialmente
a metà marzo, termine entro il quale l’ente è tenuto a mettere a disposizione
dei contribuenti il riepilogo dei redditi percepiti l’anno precedente dai
contribuenti.
Il metodo più rapido e immediato consiste nell’accedere al portale ufficiale
Inps attraverso il proprio pc o tablet utilizzando un’identità digitale forte.
Una volta effettuata l’autenticazione tramite Spid di livello 2, Carta di
Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS), è sufficiente
digitare Certificazione Unica nella barra di ricerca globale del sito per essere
indirizzati alla pagina del servizio dove, selezionando l’annualità 2026, si
potrà visualizzare e salvare il documento in formato PDF.
Per chi preferisce la gestione in mobilità, l’applicazione Inps Mobile offre una
sezione dedicata ai servizi fiscali che permette di scaricare il modello
direttamente nella memoria dello smartphone con pochi tocchi, garantendo la
stessa validità legale della versione cartacea. I pensionati godono di una
flessibilità ulteriore, poiché possono recuperare il documento navigando
all’interno del proprio Fascicolo Previdenziale del Cittadino, consultando la
sezione dei modelli fiscali o quella relativa allo storico dei cedolini, dove la
CU viene spesso aggregata per facilitare il controllo degli importi netti e
lordi percepiti durante l’anno fiscale.
I CANALI ALTERNATIVI PER SCARICARE LA CU
Qualora l’accesso digitale tramite portale o applicazione non fosse
percorribile, l’INPS garantisce diverse soluzioni alternative che permettono di
ottenere la Certificazione Unica 2026 sfruttando canali fisici, telefonici o
assistiti.
Una delle opzioni più diffuse riguarda l’utilizzo del Contact Center integrato,
che risponde al numero verde gratuito 803 164 per chi chiama da rete fissa
oppure allo 06 164 164 per chi utilizza il cellulare: attraverso questi contatti
è possibile richiedere che il documento venga spedito direttamente al proprio
indirizzo di residenza in formato cartaceo.
In aggiunta, è attivo un numero verde specifico dedicato esclusivamente alla
Certificazione Unica, l’800 434 320, che dispone di un risponditore automatico
attivo h24 per velocizzare le operazioni di invio senza attese prolungate con un
operatore.
Per chi preferisce un supporto umano o necessita di assistenza nella
compilazione della successiva dichiarazione dei redditi, i Centri di Assistenza
Fiscale e i Patronati rappresentano la soluzione ideale, poiché questi
intermediari hanno il mandato legale per scaricare e stampare il modello per
conto del cittadino previa presentazione di una delega e di un documento di
identità.
Anche le sedi territoriali dell’INPS restano un punto di riferimento
fondamentale, in particolare attraverso gli sportelli veloci che permettono il
ritiro immediato del documento senza appuntamenti complessi, una modalità
pensata soprattutto per le fasce di utenza meno digitalizzate o per i cittadini
di età superiore ai 75 anni che possono godere di canali di comunicazione
privilegiati.
Infine, per chi possiede una casella di Posta Elettronica Certificata ma non
desidera navigare nel sito dell’Istituto, è possibile inoltrare una richiesta
formale all’indirizzo dedicato
richiestacertificazioneunica@postacert.inps.gov.it, allegando il proprio
documento d’identità per ricevere la certificazione direttamente nella propria
casella PEC. Queste opzioni assicurano che ogni contribuente, indipendentemente
dalle proprie competenze tecnologiche o dalle dotazioni strumentali, possa
entrare in possesso dei dati fiscali necessari entro i termini previsti per gli
adempimenti con l’Agenzia delle Entrate.
L'articolo Arriva la certificazione unica Inps su pensioni, indennità e
prestazioni di sostegno al reddito. Come scaricarla e cosa controllare proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Le visite fiscali seguono le stesse regole quando il dipendente lavora in smart
working o in presenza: quando è in malattia deve essere reperibile presso
l’indirizzo indicato sul certificato medico. Da un punto di vista pratico non ci
sono differenze tra chi lavora per il pubblico o per il privato, se ci si deve
recare in azienda o se si è concordato il telelavoro. È obbligatorio rispettare
le fasce di reperibilità: tra le 10 e le 12 del mattino e tra le 17 e le 19 del
pomeriggio – tutti i giorni, anche il sabato, la domenica e i festivi – è
necessario farsi trovare in casa.
CHI È IN MALATTIA NON PUÒ LAVORARE DA CASA
Da un punto di vista strettamente giuridico lo smart working e la malattia sono
due stati giuridici incompatibili tra loro. Per chi è ufficialmente in malattia
la prestazione lavorativa è sospesa per legge: durante il periodo coperto da
certificato medico, non è possibile svolgere alcuna attività lavorativa, nemmeno
da casa. Lo smart working è una modalità di esecuzione del lavoro, mentre la
malattia è una causa di giustificata assenza per incapacità temporanea.
Questo significa che non è possibile lavorare “solo un po’” mentre si è in
malattia: nel caso in cui il dipendente venga trovato a lavorare nel corso di
una visita fiscale, l’Inps può contestare lo stato di inabilità temporanea e
annullare completamente l’indennità.
Chi dovesse sentirsi in grado di riprendere lo smart working prima della
scadenza del certificato di malattia, non può loggarsi semplicemente al computer
e iniziare a lavorare. Come prima cosa si deve recare dal medico che ha emesso
il certificato originale e richiedere l’invio telematico di un certificato di
rettifica all’Inps per accorciare il periodo di prognosi.
Ma soprattutto il datore di lavoro non può pretendere che il dipendente lavori
da casa finché non riceve la rettifica: sarebbe responsabile in caso di
infortunio durante il periodo in cui è, almeno formalmente, ancora malato.
CONTROLLI DEL DATORE DI LAVORO
Quando il dipendente in regime di smart working dovesse essere ufficialmente in
malattia, il potere di controllo del datore di lavoro subisce una trasformazione
radicale: non lo può controllare come “lavoratore” perché la prestazione è
sospesa, ma può far scattare le verifiche sul suo stato di “infermo”. I
controlli si basano su tre differenti pilastri.
Il primo è costituito dalla visita fiscale (ossia il controllo attraverso
l’Inps). Il datore di lavoro non può inviare dei medici privati presso il
domicilio del dipendente, ma deve passare obbligatoriamente attraverso il
portale dell’Inps presentando una richiesta mirata, che può essere inoltrata fin
dal primo giorno. Nel caso in cui l’azienda dovesse sospettare che il dipendente
stia lavorando per altri o stia svolgendo delle attività incompatibili con la
guarigione, può segnalarlo all’Inps e richiedere dei controlli mirati.
Il secondo pilastro è costituito dai controlli investigativi, che vengono
effettuati attraverso agenzie private. La prassi giurisprudenziale permette al
datore di lavoro di assoldare investigatori privati se sospetta una truffa ai
danni dell’Inps o dell’azienda. Questi professionisti possono pedinare il
lavoratore all’esterno dell’abitazione per verificare se compie degli atti che
contraddicono la patologia dichiarata (se, per esempio, il lavoratore è in mutua
per forte depressione ma va in discoteca). Non possono, però, entrare in casa o
monitorare cosa il dipendente sta facendo con il computer privato.
Il terzo pilastro è il monitoraggio degli accessi informatici. Nel momento in
cui il lavoratore è in malattia l’azienda può verificare se si è loggato ai
sistemi aziendali: nel caso in cui dovesse essere attivo sui software aziendali
durante la malattia, il datore di lavoro può procedere con una contestazione
disciplinare per “simulazione di malattia”.
Durante la malattia, infatti, il lavoratore ha diritto alla disconnessione
totale: non è tenuto a rispondere a chiamate o email; farlo, come abbiamo visto,
potrebbe paradossalmente essere usato contro di lui come prova del fatto che non
è così malato da non poter lavorare.
LA COMUNICAZIONE DEL DOMICILIO
Uno dei diritti dei lavoratori in smart working è quello di poter svolgere il
proprio lavoro dove meglio credono, purché il luogo sia concordato
preventivamente con il datore. La situazione cambia in caso di malattia: fa fede
esclusivamente l’indirizzo inserito dal medico nel certificato telematico. Se il
dipendente si ammala mentre è nella casa al mare (luogo diverso dalla
residenza), deve assicurarsi che il medico indichi correttamente quell’indirizzo
per evitare sanzioni per assenza durante la visita fiscale.
Se il medico fiscale non dovesse trovare nel domicilio comunicato il dipendente
e questo non dovesse avere una giustificazione valida per l’assenza (come, per
esempio una visita medica urgente documentata), il lavoratore rischia di perdere
l’indennità di malattia e delle azioni disciplinari da parte dell’azienda, che
possono arrivare, nei casi più gravi, fino al licenziamento per giusta causa.
L'articolo Malattia, come funzionano visite fiscali e controlli dell’azienda per
chi lavora in smart working proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 15 marzo è la giornata mondiale dei diritti dei consumatori, istituita nel
1983, su ispirazione del presidente John F. Kennedy che al Congresso degli Stati
Uniti il 15 marzo del 1962, affrontò, per la prima volta, l’argomento. La trave
nel piatto è che il primo diritto che i consumatori hanno, è quello di non
consumare. Sottrarsi alla condizione di consumatore: figura inserita a pieno
titolo nel velocissimo ciclo produzione/consumo/scarto, necessaria a una
produzione eccedentaria che implica lo spreco. Figura che viene definita
consumatore suo malgrado, anche se non acquista nulla: solo perché potrebbe
farlo.
E se mettessimo in discussione questa condizione passiva e imposta? Se
diventassimo parte attiva? Se invece che consumare, creassimo? Ci serve compiere
delle rotture. Al contrario degli industriali, che in una logica competitiva di
mercato, salvaguardano comunque i loro interessi facendo fronte comune per
indirizzare le scelte dei consumatori, questi ultimi raramente si percepiscono
nella dimensione collettiva. Il falso mito che la domanda determini l’offerta è
smentito dai fatti: siamo inconsapevoli protagonisti della famosa frase di Henry
Ford: “I miei clienti possono scegliere il colore dell’automobile che
desiderano, purché sia nero”. Infatti la nostra società consumistica ha imposto
un modello che ha bisogno della monocoltura e della monocultura: serve che ci
assomigliamo tutti, che abbiamo gusti simili da un capo all’altro del mondo per
massimizzare le economie di scala. L’acquisto compulsivo lenisce per pochi
minuti il disagio che proviamo, per poi, come in ogni dipendenza, farci
ripiombare nel malessere.
Eppure, ci sono percorsi concreti e alternativi che si possono sperimentare con
una certa facilità: unirsi a un gruppo di acquisto, dove si stabilisce una
relazione nuova e diretta con i contadini; cercare e sostenere le botteghe di
quartiere, che animano i paesi e le città contrastando quei deserti alimentari
già così diffusi in America; acquistare prodotti alimentari presso i mercati
contadini, luoghi di incontro tra società civile e produttori. Allora, il primo
diritto dei consumatori è di non esserlo, smettere di consumare per iniziare a
produrre scelte consapevoli, pensieri nuovi e pomodori sul balcone! Diventare
soggetti attivi significa partecipare: non in quanto anello estraneo e
inconsapevole di un processo, ma come parte influente di un altro modo di stare
al mondo.
*l’autrice è presidente di SlowFood Italia
L'articolo Il primo diritto del consumatore? Non consumare. Consigli per (i non)
acquisti | La trave nel piatto, la rubrica di SlowFood proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Arriva ufficialmente il via libera alla ricongiunzione dei contributi tra la
gestione separata Inps e le casse professionali private. Con la circolare n. 15
del 9 febbraio 2026, l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale ha fornito le
indicazioni necessarie per avviare la procedura, andando a recepire un
consolidato orientamento giurisprudenziale. La ricongiunzione è a pagamento: in
alternativa è possibile ottenere gratuitamente il cosiddetto “cumulo“, che
consente di raggiungere i requisiti contributivi minimi richiesti per la
pensione sommando i contributi di gestioni diverse. Ma in quel caso l’assegno è
calcolato “pro quota” da ciascuna gestione.
RICONGIUNZIONE DEI CONTRIBUTI, L’AMBITO DI APPLICAZIONE
In linea con quanto previsto dalla Legge n. 45/1990, la circolare Inps n.
15/2026 spiega come i liberi professionisti iscritti alle Casse private possono
ricongiungere i contributi che sono stati versati nella Gestione Separata Inps.
Possono effettuare l’operazione anche i superstiti prima di iniziare a percepire
la pensione, accentrando, in questo modo, la contribuzione, anche se è
necessario mettere in conto un costo calcolato dalla cassa di destinazione.
I PERIODI INTERESSATI DAL RICONGIUNGIMENTO
Ad essere coinvolti dalla ricongiunzione sono i periodi a partire dal 1° gennaio
1996. Le nuove regole, che si possono applicare anche alle domande giacenti,
gestiscono le eventuali sovrapposizioni contributive senza alterare l’anzianità
contributiva, valorizzando questi periodi col metodo contributivo a percentuale.
CALCOLO DELL’ONERE
Il calcolo dell’onere per la ricongiunzione tra la Gestione separata e le Casse
professionali segue delle logiche differenziate in base al sistema di calcolo
applicabile ai periodi da ricongiungere. Poiché la Gestione separata è nata nel
1996, la totalità dei periodi ricade nel sistema contributivo. In questo caso,
l’onere non si basa sulla riserva matematica (tipica del retributivo), ma su un
calcolo proporzionale: come base di calcolo si deve prendere come riferimento la
retribuzione (o reddito) degli ultimi 12 mesi precedenti la domanda. Si applica,
quindi, l’aliquota contributiva vigente presso la gestione di destinazione al
momento della richiesta.
La formula semplificata da utilizzare è la seguente: Reddito di riferimento x
Aliquota cassa x Anni da ricongiungere. Il calcolo deve comunque rispettare i
minimali e i massimali di reddito previsti dalla normativa vigente.
COME VANNO GESTITE LE DOMANDE PENDENTI
Le nuove istruzioni si applicano non solo alle nuove istanze, ma anche a tutte
le domande giacenti e non ancora definite alla data di pubblicazione della
circolare. L’Inps provvederà a fornire, con delle comunicazioni ad hoc, le
indicazioni necessarie per gestire queste pratiche.
PAGAMENTO DEGLI ONERI DI RICONGIUNZIONE
Il pagamento dell’onere di ricongiunzione segue regole precise per garantire la
copertura assicurativa presso la cassa di destinazione. Una volta ricevuta la
comunicazione dell’onere (il cosiddetto “prospetto di debito“), il
professionista ha 60 giorni di tempo per effettuare il pagamento dell’intero
importo in un’unica soluzione o versare la prima rata (nel caso di scelta della
rateizzazione), il che equivale all’accettazione della ricongiunzione stessa.
L’aspetto economico più rilevante è costituito dal fatto che le somme versate
per la ricongiunzione sono integralmente deducibili dal reddito complessivo ai
fini Irpef.
CONVIENE DAVVERO QUESTA OPERAZIONE?
La scelta tra ricongiunzione onerosa e cumulo gratuito non è scontata: dipende
dagli obiettivi dei singoli professionisti, che possono essere anticipare la
pensione o aumentare il suo importo e dalla loro capienza fiscale.
La ricongiunzione onerosa è una scelta ideale se si punta a massimizzare
l’assegno pensionistico: tutti i contributi della Gestione Separata vengono
trasformati in contributi della Cassa professionale. Se quella di riferimento ha
un metodo di calcolo più generoso dell’Inps, la pensione finale sarà più alta.
Conviene il cumulo gratuito (introdotto dalla Legge 232/2016) se si ha un budget
limitato, perché non richiede alcun esborso economico immediato. Serve solo a
sommare i periodi per raggiungere i requisiti temporali (per esempio i 42 anni e
10 mesi per la pensione anticipata), ma ogni ente calcola la sua quota pro-rata
con le proprie regole.
L'articolo Ok alla ricongiunzione dei contributi tra casse professionali private
e gestione separata Inps: ecco come funziona proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gestire un Isee errato è un’operazione che richiede precisione e tempestività,
poiché la Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu) rappresenta l’unico documento
ufficiale che certifica la situazione economica del nucleo familiare di fronte
allo Stato. Se un contribuente si dovesse rendere conto che i dati trasmessi non
corrispondono alla realtà, magari perché si è dimenticato di indicare un conto
corrente dormiente o ha sbagliato a riportare il valore di un immobile, è
importante ricordare che l’Inps e l’Agenzia delle Entrate incrociano
costantemente le banche dati e le difformità emergono quasi sempre in
automatico. Tra l’altro la Guardia di Finanza ha libero accesso all’Anagrafe dei
rapporti finanziari, quindi ogni tentativo di occultare risparmi, titoli di
stato, buoni fruttiferi o carte prepagate è destinato a fallire.
ISEE SBAGLIATO, COME SANARE LA PROPRIA POSIZIONE
La strada principale per mettersi in regola è la presentazione di una nuova Dsu
che vada a correggere quella precedente. Questo passaggio è fondamentale se gli
errori sono strutturali o riguardano più elementi del patrimonio.
In alternativa, se il contribuente si è affidato a un intermediario, può
richiedere una rettifica tramite Centro di Assistenza Fiscale per correggere
eventuali sviste materiali commesse durante l’inserimento dei dati. Esiste anche
la possibilità di utilizzare il modello integrativo FC3, specifico per
comunicare informazioni che erano state del tutto omesse nella prima
dichiarazione, come ad esempio rapporti finanziari non segnalati inizialmente.
COSA SUCCEDE SE A SBAGLIARE È IL CAF
Altro aspetto fondamentale riguarda la responsabilità del Caf. Se il cittadino
ha fornito la documentazione corretta ma il Caf ha commesso un errore materiale
nell’inserimento dei dati, il contribuente può rivalersi sul Caf stesso. È
obbligatorio che il professionista corregga l’errore gratuitamente inviando una
segnalazione di rettifica all’Inps. Questo non esime il cittadino dal controllo,
poiché la firma sulla Dsu finale resta sua, ma permette di dimostrare la buona
fede in caso di accertamento.
La prevenzione resta l’arma migliore. Prima di sottoscrivere la Dichiarazione
Sostitutiva Unica è necessario verificare che siano stati inclusi tutti i
componenti del nucleo familiare (comprese le persone a carico ai fini Irpef
anche se non conviventi, in certi casi), tutti i fabbricati posseduti (anche
pro-quota) e, soprattutto, l’intero patrimonio mobiliare. Non basta dichiarare
il conto corrente principale: vanno indicati conti deposito, polizze vita a
contenuto finanziario e persino le giacenze medie dei libretti postali
dimenticati.
Se il contribuente dovesse ricevere una comunicazione dall’Inps che lo invita a
regolarizzare la propria posizione, è meglio non aspettare i canonici 15 giorni
per la scadenza, ma è fondamentale agire entro 48 ore. Una nuova Dsu correttiva
annulla il rischio di sanzioni penali se presentata prima che l’accertamento sia
formalmente iniziato.
I RISCHI DI UN ISEE SBAGLIATO
Le conseguenze di un Isee errato possono essere pesanti e non riguardano solo
l’aspetto economico immediato. Secondo il Testo Unico sulla Documentazione
Amministrativa (il Dpr n. 445 del 28 dicembre 2000), chi dichiara il falso
decade dai benefici ottenuti. Questo significa che l’Inps ha il potere di
revocare immediatamente prestazioni come l‘Assegno unico, il Bonus psicologo o
le riduzioni sulle tasse universitarie, chiedendo la restituzione integrale di
tutte le somme percepite indebitamente nel corso degli ultimi cinque anni.
Oltre al recupero del credito, scattano sanzioni amministrative pecuniarie che,
a seconda della gravità, possono variare da un minimo di 5.164 euro fino a un
massimo di 25.822 euro, arrivando talvolta a triplicare il valore del beneficio
ricevuto se l’evasione è stata significativa.
Il rischio maggiore, però, è di natura penale. Se l’importo indebitamente
percepito supera la soglia di 3.999,96 euro, si configura il reato di indebita
percezione di erogazioni a danno dello Stato, che prevede la reclusione da sei
mesi a tre anni. Anche per importi inferiori, si può essere accusati di falsa
attestazione a pubblico ufficiale.
COME TUTELARSI ULTERIORMENTE DA EVENTUALI PROBLEMI
Per evitare problemi con l’Isee, il consiglio è di verificare sempre con cura
l’attestazione che l’Inps rilascia dopo circa dieci giorni dall’invio della Dsu.
Se si dovesse notare la dicitura “omissioni o difformità“, significa che l’ente
ha già rilevato una discrepanza: in questo caso, il diretto interessato ha poco
tempo per regolarizzare la propria posizione prima che partano le procedure di
recupero. Una volta inviata la nuova documentazione corretta, il sistema
richiede solitamente dalle 24 alle 48 ore per elaborare i nuovi dati, ma la
tranquillità di essere in regola con il fisco vale sicuramente lo sforzo di una
rapida revisione burocratica.
L'articolo Isee, cosa fare se i dati trasmessi sono sbagliati o manca qualcosa.
La rettifica e il modello integrativo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dichiarazione tardiva o dichiarazione omessa? A quali rischi si va incontro se
non si è adempiuto ai propri obblighi fiscali in tempo? La riforma fiscale
introdotta con il DLgs. n. 87/2024 ha ridisegnato il sistema sanzionatorio
italiano con l’obiettivo dichiarato di renderlo più proporzionato e meno
punitivo per i contribuenti che si regolarizzano. A partire dal 1° settembre
2024, le nuove regole si applicano a tutte le violazioni commesse da quella data
in poi, portando cambiamenti significativi sia per chi agisce entro i primi tre
mesi, sia per chi supera la soglia critica dell’omissione.
METTERSI IN REGOLA ENTRO 90 GIORNI: LA DICHIARAZIONE TARDIVA
Presentare la dichiarazione entro i 90 giorni dalla scadenza significa muoversi
in una zona franca dove il fisco considera il documento ancora valido a tutti
gli effetti, ma punisce la pigrizia con una piccola “multa” simbolica. Per
regolarizzare la propria posizione il contribuente deve utilizzare lo strumento
del ravvedimento operoso, che permette di versare spontaneamente una sanzione
ridotta di soli 25 euro, pari a un decimo del minimo edittale, utilizzando il
codice tributo 8911 all’interno del Modello F24.
Il discorso si complica se dalla dichiarazione emerge che il contribuente
avrebbe dovuto pagare delle tasse. In quel caso, oltre ai 25 euro per il ritardo
formale, è necessario versare le imposte vere e proprie (quelle che si sarebbe
dovuto pagare a tempo con la presentazione della dichiarazione dei redditi)
aggiungendo gli interessi legali, che per il 2026 sono fissati all’1,60%, e una
sanzione ridotta calcolata sui giorni di effettivo ritardo nel pagamento. Se ad
esempio dovesse essere versato tutto tra il trentunesimo e il novantesimo
giorno, la sanzione sulle tasse è dell’1,67% (la base su cui effettuare i
calcoli sono le tasse che il contribuente avrebbe dovuto pagare).
ASPETTARE OLTRE 90 GIORNI: QUANDO LA DICHIARAZIONE È OMESSA
Quando si superano i 90 giorni dalla scadenza ordinaria, la dichiarazione entra
ufficialmente nel regime dell’omissione e le conseguenze diventano molto più
gravose poiché non è più possibile utilizzare il ravvedimento operoso per sanare
la violazione in modo autonomo.
La sanzione amministrativa principale, a seguito della riforma fiscale entrata
in vigore a settembre 2024, è stabilita nella misura fissa del 120% delle
imposte dovute, con un importo minimo di 250 euro. Se non risultano tasse da
pagare, la sanzione si attesta in una forbice compresa tra i 250 e i 1.000 euro,
cifra che può raddoppiare in caso di dichiarazioni Iva.
L’ULTIMA CHANCE PER REGOLARIZZARSI
Esiste tuttavia un importante àncora di salvataggio introdotta per incentivare
la regolarizzazione spontanea anche dopo i primi tre mesi: se il contribuente
ritardatario dovesse decidere di presentare la dichiarazione omessa entro i
termini di accertamento e, soprattutto, prima che l’Agenzia delle Entrate gli
notifichi delle contestazioni o avvii dei controlli, la sanzione sulle imposte
viene ridotta al 75%.
Questo sconto è fondamentale per ridurre l’impatto economico di un errore
prolungato nel tempo, specialmente nel 2026, anno in cui il fisco applica queste
nuove percentuali agevolate rispetto al passato. Oltre alla sanzione, dovranno
essere calcolati gli interessi legali che per il 2026 sono fissati all’1,60%
(mentre per il 2025 erano al 2%).
Presentare la dichiarazione entro il termine di quella dell’anno successivo,
provvedendo al pagamento integrale di tutto il debito (imposte, sanzioni e
interessi), può costituire una causa di non punibilità per il reato di omessa
dichiarazione, a patto che non siano già iniziate le attività ispettive da parte
dell’Agenzia delle Entrate.
ATTENZIONE AI REDDITI ESTERI
Quando si entra nel campo dei redditi prodotti all’estero, il fisco italiano
adotta un approccio decisamente più severo, partendo dal presupposto che queste
fattispecie nascondano un rischio di evasione più elevato.
Nel caso delle attività finanziarie o degli immobili detenuti oltre confine, la
normativa prevede che le sanzioni ordinarie per l’omessa dichiarazione siano
aumentate di un terzo. Questo significa che la sanzione base del 120% sale
automaticamente al 160% dell’imposta dovuta, a cui si aggiungono le specifiche
sanzioni legate al modulo RW, quello dedicato al monitoraggio fiscale.
In questo contesto, dimenticare di dichiarare un conto corrente estero o una
casa di proprietà in un altro Stato non comporta solo un rincaro della tassa non
versata, ma espone il contribuente a un cumulo di penalità che possono diventare
estremamente pesanti se non si interviene tempestivamente.
L'articolo Dichiarazione dei redditi presentata in ritardo, quanto si paga? Le
sanzioni e la soglia critica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le detrazioni per le ristrutturazioni caleranno progressivamente nel corso dei
prossimi anni. Nel 2026 l’aliquota è pari al 50% per la prima casa e al 36% per
gli altri immobili: dal prossimo anno passeranno, rispettivamente, al 36% e al
30% (è confermato per il biennio 2026-27 il tetto massimo di spesa a 96.000
euro). Dal 2028 l’aliquota scenderà al 30% per tutti gli immobili (anche per la
prima casa) con limite di spesa a 48.000 euro.
A fare il punto della situazione sui bonus casa e sulle regole per potervi
accedere ci ha pensato una recente guida pubblicata dall’Agenzia delle Entrate.
CHI PUÒ ACCEDERE AI BONUS CASA
Uno dei punti più sensibili e delicati sono i potenziali beneficiari delle
agevolazioni: se in possesso di requisiti ben precisi e delineati non ne
usufruiscono solo i proprietari diretti dell’immobile.
Vi possono accedere, per esempio, l’inquilino o il comodatario, ma per poter
detrarre le spese non devono semplicemente utilizzare l’immobile: devono essere
in possesso di un titolo registrato, come il contratto di locazione o di
comodato d’uso gratuito. I documenti devono essere stati registrati presso
l’Agenzia delle Entrate prima che i lavori abbiano avuto inizio. Ma non solo: è
necessaria una dichiarazione di consenso all’esecuzione dei lavori da parte del
proprietario.
La detrazione spetta anche ai familiari, ma solo se c’è una convivenza effettiva
nel momento in cui sono iniziati i lavori o nel momento in cui vengono sostenute
le spese.
L’immobile, inoltre, deve essere a disposizione – quindi non deve essere stato
concesso in locazione ad un terzo soggetto -, ma non è necessario che
costituisca l’abitazione principale del familiare. I bonifici e le fatture
devono essere intestate al familiare pagante, anche se le abilitazioni comunali
– tipo la Cila – devono essere a nome del proprietario.
A partire dal 2016 anche il convivente more uxorio ha la possibilità di accedere
alle detrazioni alle stesse condizioni dei familiari conviventi, purché la
convivenza risulti da una certificazione anagrafica.
I NUOVI LIMITI BASATI SUI REDDITI
I tetti al reddito sono stati introdotti attraverso la Legge di bilancio 2025:
si è passati da un sistema di detrazioni illimitate – tutti vi avevano diritto
ad accedere – ad uno che si basa sul reddito e sulla composizione familiare.
Chi ha un reddito fino a 75.000 euro può accedere all’agevolazione piena. Quanti
dovessero averne uno che supera questa cifra, pur rimanendo al di sotto dei
100.000 euro, hanno diritto ad una detrazione massima di 14.000 euro, che scende
ad 8.000 euro con un reddito che supera i 100.000.
Le cifre che abbiamo visto devono essere moltiplicate per un coefficiente
determinato dal numero dei figli a carico: con nessun figlio si applica il
moltiplicatore 0,50. Questo significa che gli 8.000 euro indicati in precedenza
devono essere dimezzati a 4.000 euro totali. Con un figlio il moltiplicatore è
0,70, due figli 0,85 e con tre o più figli è 1,00.
Non tutte le detrazioni fiscali rientrano in questo limite: sono escluse quelle
sanitarie, che restano sempre al 100%.
COMUNICAZIONE ENEA E DOCUMENTI DA CONSERVARE
Per alcuni interventi (tra i quali rientrano gli infissi, le caldaie e le
coibentazioni che riguardano l’efficientamento energetico) è necessario, entro
novanta giorni dalla fine dei lavori, inviare una comunicazione telematica
all’Enea.
In caso di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate è, inoltre, necessario
conservare le abilitazioni amministrative – come Cila, Scia e qualsiasi altra
documentazione richiesta -, le fatture intestate a chi ha effettuato e pagato i
lavori, le ricevute dei bonifici e la dichiarazione di consenso del
proprietario, nei casi in cui è richiesta (serve quando a ristrutturare è
l’inquilino).
L'articolo Bonus casa, le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate su aliquote di
detrazione e nuovi limiti proviene da Il Fatto Quotidiano.