Tag - Tfr

Tfs dipendenti pubblici, la Consulta rinvia la sentenza al 2027: un paradosso sul piano dei diritti
C’è una categoria di lavoratori italiani che, il giorno in cui smette di lavorare, non sa quando vedrà arrivare i soldi della liquidazione. Può aspettare un anno, tre, sette. Senza interessi. Senza rivalutazione. Sono i dipendenti pubblici, e la somma che attendono si chiama Tfs – Trattamento di Fine Servizio – l’analogo del Tfr che i colleghi del privato intascano, invece, il giorno stesso del pensionamento. Il 5 marzo si attendeva la parola definitiva della Corte Costituzionale. Tre tribunali amministrativi regionali – Marche, Lazio e Friuli-Venezia Giulia – avevano rimesso alla Consulta la questione, ritenendo che questo sistema di pagamento differito e rateizzato violasse i principi fondamentali della Costituzione. L’udienza si era tenuta il 10 febbraio. I lavoratori aspettavano. La Corte ha depositato la propria ordinanza. Ma invece di decidere, ha rinviato. L’udienza in cui verrà trattata la questione nel merito è fissata al 14 gennaio 2027. Dieci mesi ancora. Non è la prima volta che la Corte si esprime su questo tema. Nel 2019, con la sentenza n. 159, aveva già sollevato più di un dubbio sul sistema. Nel 2023, con la sentenza n. 130, era stata esplicita: il differimento del Tfs per chi lascia il lavoro per raggiunti limiti di età o di servizio contrasta con il principio costituzionale della giusta retribuzione. Parole nette. La Corte aveva anche sottolineato come la rateizzazione aggravasse ulteriormente la situazione, trattandosi di un emolumento che serve proprio a far fronte alle spese in una delle fasi più delicate della vita, quella dell’uscita dal mondo del lavoro. E aveva invitato il legislatore a intervenire. Sono passati due anni. Il Parlamento non ha fatto nulla di sostanziale. E così il 5 marzo ci si aspettava che la Corte, preso atto dell’inerzia, facesse il passo successivo: dichiarare incostituzionale la norma. Non è andata così. Dietro la decisione di rinviare ci sono, con ogni probabilità, i numeri che l’Inps ha presentato alla Corte nell’udienza di febbraio: stime sul significativo impatto sulle finanze pubbliche in termini di fabbisogno di cassa che deriverebbe da una declaratoria immediata di incostituzionalità. In sostanza: se la Corte avesse detto subito che il sistema è illegittimo, lo Stato avrebbe dovuto trovare le risorse per pagare in tempi normali milioni di dipendenti pubblici. Una cifra enorme, che evidentemente ha pesato nella valutazione. La logica è comprensibile sul piano finanziario. Ma sul piano dei diritti, è difficile non notare il paradosso: una norma che la stessa Corte ha già definito contraria alla Costituzione continua ad applicarsi perché costerebbe troppo smettere di applicarla. C’è però un elemento nuovo, rispetto ai precedenti rinvii. Questa volta la Corte ha fissato una data. Il 14 gennaio 2027 non è solo la prossima udienza: è una scadenza politica. Se entro quella data il legislatore non avrà riformato il sistema, la Consulta dichiarerà l’illegittimità costituzionale delle norme vigenti. Con tutto ciò che ne consegue sul piano giuridico e finanziario. In questo senso, l’ordinanza assomiglia a un ultimatum. Governo e Parlamento hanno circa dieci mesi per trovare una soluzione strutturale. Non i rattoppi a cui ci hanno abituato – come la misura dell’ultima legge di bilancio che anticipa di tre mesi il pagamento ma fa perdere al lavoratore la detassazione prevista per il Tfs corrisposto dopo i dodici mesi – ma una riforma vera, che riconduca il Tfs a tempi di liquidazione paragonabili a quelli del settore privato. La domanda è se questa volta l’esecutivo voglia davvero affrontare il nodo, o se preferisca aspettare il 2027 e lasciare alla Corte l’onere – e la responsabilità politica – di una sentenza che costerebbe assai di più di una riforma ragionata e graduale. Sarebbe un calcolo miope. Nel frattempo, ogni anno centinaia di migliaia di dipendenti pubblici lasciano il lavoro senza sapere quando rivedranno i loro soldi. Anni di sentenze, moniti, appelli al legislatore. Adesso almeno c’è una data. Mancano dieci mesi. L'articolo Tfs dipendenti pubblici, la Consulta rinvia la sentenza al 2027: un paradosso sul piano dei diritti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Blog
Corte Costituzionale
Tfr
Dipendenti Pubblici
Tfr, nuove regole sul versamento al fondo di tesoreria dell’Inps. E cambia l’adesione alla previdenza complementare
Ampliato l’obbligo di versare il Tfr direttamente al Fondo di tesoreria Inps. La legge di Bilancio 2026 ha previsto che, a partire dal 1° gennaio di quest’anno, venga estesa la platea delle aziende obbligate a versare il trattamento di fine rapporto all’istituto: il legislatore ha introdotto un sistema dinamico basato sulla crescita aziendale, che supera in blocco quello che è stato introdotto nel 2006. A fornire le indicazioni operative è stato direttamente l’Inps, attraverso la circolare n. 12 del 5 febbraio 2026. CHI DEVE VERSARE IL TFR ALL’INPS DA QUEST’ANNO Con la legge n. 199/2025 sono state riscritte completamente le regole del Fondo di Tesoreria Inps: è stato superato il vecchio criterio statico del 2006. L’obbligo non riguarda più solo le aziende con almeno 50 dipendenti (regola valida fino al 2025), ma si tiene conto della media dei dipendenti impiegati nel precedente anno solare. Nello specifico nel 2026 e nel 2027 sono tenuti a versare il Tfr all’Inps i datori di lavoro con almeno 60 dipendenti. La soglia cambia nel periodo compreso tra il 2028 ed il 2031, quando si scende a 50, per poi coinvolgere le aziende con almeno 40 dipendenti a partire dal 2031. Per il 2026 ed il 2027, le aziende, che hanno tra i 50 ed i 60 dipendenti e che già versavano il Tfr al Fondo di Tesoreria Inps (lo prevedevano le vecchie regole) sono obbligate a continuare a versarlo. Nonostante la soglia per i nuovi obblighi sia stata innalzata a 60 dipendenti per il biennio 2026-2027, vige il principio del mantenimento dell’obbligo per le imprese già soggette alla normativa COME SI CALCOLA LA FORZA AZIENDALE Il parametro principale per stabilire se scatta o meno l’obbligo di versare il Tfr al Fondo di Tesoreria dell’Inps è, quindi, il numero dei dipendenti. I criteri di computo seguono una logica di media annuale basata sull’anno solare precedente. Per capire se un’azienda, nel corso del 2026, raggiunge la soglia dei 60 dipendenti devono essere sommate le unità lavorative seguendo queste regole: vanno conteggiati tutti i lavoratori legati da un contratto di lavoro subordinato, indipendentemente dalle loro mansioni. Anche i lavoratori a tempo parziale (ossia i part-time) vengono considerati come un’unità intera, ma sono computati in proporzione all’orario svolto rispetto all’orario normale previsto dal contratto collettivo. A differenza di quanto accade per le altre normative, ai fini del Fondo Tesoreria sono calcolati anche gli apprendisti. I lavoratori intermittenti sono computati in proporzione all’orario di lavoro che svolgono effettivamente. LA STRETTA SUL SILENZIO-ASSENSO Uno degli obiettivi della riforma introdotta con la legge di Bilancio 2026 è quello di convogliare la liquidità del Tfr verso la previdenza complementare, riducendo in modo drastico i tempi di decisione per il lavoratore. Quanti verranno assunti a partire dal 1° luglio 2026 avranno 60 giorni di tempo per esprimere la propria volontà sulla destinazione del Tfr (prima erano 180 giorni): nel caso in cui il lavoratore dovesse comunicare di voler mantenere il Tfr in azienda (o al Fondo di tesoreria Inps se ci sono più di 60 dipendenti) la scelta è definitiva. Se entro lo stesso periodo non viene fornita alcuna indicazione, scatta il silenzio-assenso e il Tfr viene trasferito automaticamente alla previdenza complementare. Con l’obiettivo di mitigare l’effetto del silenzio-assenso sono state introdotte due agevolazioni. La prima è un aumento del limite di deducibilità fiscale dei contributi versati, che adesso sale a 5.300 euro annui (prima era 5.164,57 euro). La seconda, invece, rende più facile ottenere un anticipo dal fondo pensione per l’acquisto della prima casa o per sostenere le spese sanitarie. DOVE È PIÙ SICURO TENERE IL TFR? ALL’INPS O IN AZIENDA? Tfr all’Inps o in azienda? Il dilemma affligge molti lavoratori che si domandano dove sia preferibile versare il trattamento di fine rapporto. In termini di sicurezza, indubbiamente, il versamento al Fondo di Tesoreria Inps offre garanzie superiori, specialmente in scenari di crisi. Nel malaugurato caso in cui l’azienda nella quale il lavoratore è impiegato fallisca, se il Tfr viene versato all’Inps il capitale è totalmente protetto. Le somme sono state girate all’istituto mensilmente: qualsiasi cosa dovesse accadere non fanno più parte del patrimonio aziendale. In caso di fallimento dell’azienda, il lavoratore riceve il Tfr direttamente dall’Inps, senza dover attendere le lunghe tempistiche delle procedure concorsuali o sperare che ci siano dei beni da pignorare. Se, invece, il Tfr viene lasciato in azienda, in caso di insolvenza il lavoratore si deve insinuare al passivo del fallimento. Nel caso in cui l’azienda non dovesse avere liquidità, interviene, comunque vada, il Fondo di Garanzia Inps, ma l’iter burocratico è molto più lento. L'articolo Tfr, nuove regole sul versamento al fondo di tesoreria dell’Inps. E cambia l’adesione alla previdenza complementare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Usi & Consumi
Fondi Pensione
Tfr
Come funzionano gli anticipi sul Tfr: ecco quanto si può chiedere mentre si lavora e a fine carriera (invece della rendita)
Come funzionano gli anticipi sul Trattamento di fine rapporto fatto confluire nei fondi di previdenza complementare e quali limiti bisogna rispettare? Per rispondere a questa domanda bisogna distinguere due tipologie di richieste: quelle che si presentano alla fine del rapporto di lavoro (poco prima di andare in pensione) e quelle nel corso dell’attività lavorativa. Nel primo caso, a partire da quest’anno è possibile ottenere un anticipo del 60%, mentre il restante 40% verrà percepito come rendita: è una novità introdotta dall’ultima legge di Bilancio. Fino al 31 dicembre 2025 la percentuale massima che si poteva ottenere era pari al 50%. Le regole sono un po’ diverse per gli anticipi richiesti mentre si è ancora al lavoro: in questo caso non esiste un limite massimo al numero di anticipazioni richiedibili. Il vincolo principale è di natura economica: la somma totale delle anticipazioni non può superare il 75% della posizione individuale maturata (o il 30% per esigenze non documentate). TFR AL FONDO DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE, L’ANTICIPO La legge di Bilancio permette ai lavoratori che fanno confluire il proprio Tfr in un fondo di previdenza complementare di ottenere un anticipo pari al 60% del montante finale accumulato e il resto in rendita. Nei calcoli per determinare a quanto ammonti l’importo dell’anticipo complessivo erogabile devono essere detratte le somme che sono state erogate a titolo di anticipazione e per le quali il lavoratore non abbia provveduto ad effettuare il reintegro. In questa sede non ci stiamo riferendo alle anticipazioni ordinarie del Tfr che i lavoratori possono chiedere durante il loro percorso lavorativo: l’opzione che stiamo descrivendo è riservata ai lavoratori che hanno raggiunto l’età per andare in pensione e chiedono l’erogazione di quanto dovuto. L’obiettivo è quello di fornire ai neo-pensionati una maggiore liquidità immediata per affrontare le spese legate alla nuova fase di vita o per estinguere residui di mutui o altre tipologie di debito. ALTERNATIVE ALLA RENDITA VITALIZIA Oltre all’innalzamento al 60% dell’anticipo del Tfr conferito al fondo di pensione complementare, il legislatore ha potenziato le forme di erogazione alternativa al restante 40% del montante, che non deve essere trasformato necessariamente in una rendita vitalizia classica. Tra le opzioni a disposizione dei lavoratori c’è la possibilità di ottenere una rendita erogata solo per un numero prefissato di anni (per esempio 10 o 15 anni), con una tassazione agevolata che varia tra il 9% e il 15% in base agli anni di partecipazione al fondo. In alternativa è possibile scegliere di non convertire il montante in rendita assicurativa, ma di effettuare prelievi periodici flessibili direttamente dal proprio fondo, mantenendo il capitale investito. Quando si dovesse optare per l’erogazione frazionata, la tassazione prevista è leggermente superiore, attestandosi tra il 15% e il 20%. REQUISITI E FISCALITÀ Le opzioni che abbiamo descritto fino a questo momento sono accessibili ai lavoratori che abbiano maturato almeno cinque anni di partecipazione ad un fondo di previdenza complementare e che abbiano raggiunto i requisiti per la pensione nel regime obbligatorio di appartenenza. La quota erogata in capitale (ossia l’importo che il lavoratore riceve in un’unica soluzione come anticipo) al 60% beneficia della tassazione agevolata della previdenza complementare: ritenuta a titolo d’imposta dal 9% al 15% in base all’anzianità. Quindi è più conveniente rispetto alla tassazione ordinaria Irpef del Tfr lasciato in azienda. QUANTE VOLTE SI PUÒ CHIEDERE L’ANTICIPO DEL TFR MENTRE SI LAVORA L’articolo 2120 del Codice Civile e il DLgs n. 252/2005 permettono di chiedere l’anticipo del Tfr o del montante nel fondo pensione complementare. Vengono applicate delle regole diverse sulla base di dove è accantonato il denaro. Se il Tfr è lasciato in azienda o al Fondo Tesoreria Inps, l’anticipo può essere ottenuto una sola volta nell’arco dell’intero rapporto di lavoro con lo stesso datore di lavoro. Per ottenerlo è necessario aver maturato almeno 8 anni di servizio con l’azienda ed è possibile ottenere fino al 70% della somma maturata. Può essere chiesto l’anticipo per acquistare la prima casa o per spese sanitarie straordinarie. Se il lavoratore ha aderito a un fondo pensione – per scelta individuale o per il meccanismo del silenzio assenso – la normativa è leggermente più flessibile. L’anticipo può essere richiesto più di una volta ed è possibile reintegrare la propria posizione con versamenti successivi per richiedere un ulteriore anticipo, purché non vengano superati i massimali previsti. La percentuale di erogazione varia a seconda della motivazione: per le spese sanitarie gravi si può arrivare al 75% del montante e la richiesta può essere fatta in qualsiasi momento (senza attendere gli otto anni di servizio). Per acquistare o ristrutturare la casa si può arrivare al 75%, ma è necessario far passare gli otto anni. Per ulteriori esigenze – non è necessario giustificare la spesa – si può arrivare ad ottenere il 30% dopo 8 anni. L'articolo Come funzionano gli anticipi sul Tfr: ecco quanto si può chiedere mentre si lavora e a fine carriera (invece della rendita) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Usi & Consumi
Fondi Pensione
Tfr