Con l’attuazione del decreto n. 1818 del 12.02.2026, Regione Lombardia ha messo
il sigillo finale alla sanatoria che trasforma l’avifauna selvatica — patrimonio
indisponibile dello Stato — in un buffet per il mercato nero. L’intero impianto
della delibera, basato sulla banca dati dei richiami vivi gestita dalla Regione,
è un capolavoro di falsità ideologica: un vero e proprio manuale di istruzioni
per legalizzare il bracconaggio.
Se pensavate che il segreto della longevità si trovasse in qualche sperduta
isola giapponese, vi sbagliavate: si trova nei richiami vivi detenuti dai
cacciatori lombardi e usati nei loro capanni. Nella grottesca banca dati,
allodole e tordi non muoiono mai e la biologia è considerata un’attività
sovversiva.
In questo luogo magico, gli uccelli hanno scoperto l’elisir di eterna
giovinezza. Un esempio? L’ultima cattura autorizzata di allodole in Lombardia
risale al 2013, anno in cui furono regalati ai cacciatori 330 esemplari. Ebbene,
secondo i dati ufficiali della Regione, a distanza di ben 13 anni, ben 136 di
quegli uccelli (il 41%) sarebbero ancora vivi e vegeti, pronti a cantare.
Un vero “miracolo”, considerando che anche l’Ispra (l’autorità scientifica
nazionale) mette nero su bianco che un uccello di cattura vive mediamente 2 o 3
anni. Ma in Lombardia no: qui abbiamo allodole ultratredicenni che sopravvivono
in gabbie minuscole, spesso lerce, al buio con un tasso di resistenza che
farebbe invidia a una tartaruga delle Galapagos.
Il trucco c’è e si vede: è il “riciclaggio” dei richiami. La realtà è meno
poetica e decisamente più penale. Il meccanismo è tanto banale quanto illegale:
quando l’uccello muore, il cacciatore sfila il contrassegno e lo infila sulla
zampa di un giovane esemplare catturato illegalmente all’alba con le reti dietro
casa.
E la Regione cosa fa? Invece di controllare, regala — con i soldi di tutti i
contribuenti — nuovi contrassegni (fascette di plastica e bugne aperte, ecc.) al
posto degli anelli chiusi e inamovibili previsti dalla legge. Lo fa poi
basandosi su autocertificazioni che hanno lo stesso valore di una promessa
elettorale. È la legalizzazione del bracconaggio tramite decreto.
Come se non bastasse, nel modulo di richiesta per avere i nuovi contrassegni
spunta persino la pavoncella, una specie in declino così grave che un Piano
Nazionale di gestione ne ha sospeso di fatto la caccia. Ma per la Regione
Lombardia, evidentemente, le leggi nazionali e lo stato di conservazione delle
specie sono solo fastidiosi suggerimenti da ignorare tra una polenta e uno
spiedo.
Se questo scempio non verrà fermato, migliaia di esemplari di cattura illegale
verranno ‘sanati’ definitivamente, rendendo vana ogni vigilanza futura e creando
un precedente che rischia di estendersi ad altre regioni, scardinando per sempre
il sistema della legalità e della tutela ambientale in Italia.
L'articolo Allodole immortali e contrassegni magici: così in Lombardia il
bracconaggio diventa un diritto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Specie protette uccise a fucilate, pulli rubati dal nido sugli alberi perché
vengano venduti come richiami vivi, e poi il business criminale del traffico
illecito di fauna selvatica. Benvenuti in uno dei peggiori hotspot del
bracconaggio a livello europeo, benvenuti nell’area delle Prealpi che
attraversano la Lombardia e vanno a finire in Veneto. Dove succede tutto questo
e molto di più. Per esempio soltanto pochi giorni due rarissimi ibis eremita (vi
abbiamo raccontato la loro storia straordinaria qui) hanno scavalcato le Alpi,
dall’Austria, per svernare nel nostro Paese. Il tempo di pochi chilometri e sono
stati ammazzati a fucilate a Dubino, in provincia di Sondrio. Erano muniti di
Gps e sappiamo tutto della loro tragica fine. Ma che il bracconaggio sia in
crescita ce lo raccontano i dati. Mentre, allargando lo sguardo, la politica –
nazionale e regionale – nella migliore delle ipotesi si nasconde. E, coi fatti,
lo incentiva.
DOPING AI VOLATILI E FUCILATE IN AUMENTO – Valpredina, Oasi del Wwf. Ci troviamo
a Cenate Sopra, in provincia di Bergamo. Qui c’è uno dei principali Cras (Centro
recupero animali selvatici) del Nord Italia. La ragione? Riceve gli animali
feriti e/o sequestrati ai bracconieri, li cura e, se riesce, li libera di nuovo
in natura. Matteo Mauri, il responsabile, ha raccontato al Pirellone che cosa
sta accadendo quest’anno. Un fenomeno mai visto, almeno con queste proporzioni.
Con la stagione venatoria ancora in corso, gli animali protetti uccisi rispetto
al 2024 segnano un +52%, e stupisce fino a un certo punto che il 91% delle morti
certificate si verifichi proprio durante i mesi in cui è possibile cacciare.
Eppure, negli ultimi dieci anni la legge regionale è stata modificata ben 28
volte con l’obiettivo di liberalizzare il più possibile l’attività venatoria e,
in alcuni casi, per rendere più difficili i controlli. Alcuni esempi? L’obbligo
per le guardie venatorie di indossare “capi ad alta visibilità” o la grande
sanatoria sui richiami vivi.
A questi numeri si aggiungono le migliaia di uccelli sequestrati dalle forze di
polizia perché detenute illegalmente, spesso per essere usate come richiami
vivi. Ogni anno è l’Operazione Pettirosso dei carabinieri forestali (Sezione
operativa antibracconaggio, SOARDA) a confermarlo: in poche settimana nelle
province di Brescia, Bergamo, Mantova, Padova, Venezia, Verona e Vicenza sono
state denunciate 135 persone, sono stati sequestrati 2.467 uccelli (tra vivi e
morti) appartenenti a specie cacciabili, protette e particolarmente protette,
1.110 dispositivi illegali di caccia, 135 armi da fuoco, 13.330 munizioni e 73
confezioni di farmaci dopanti, utilizzati per “migliorare” la prestazione canora
dei richiami vivi. Sono dati impressionanti, sì, ma che mettono in luce soltanto
la punta dell’iceberg di un fenomeno difficilmente misurabile.
I DANNI ALL’AMBIENTE E LA POLITICA CHE RESTA A GUARDARE – “Dietro il
bracconaggio non ci sono più solo singoli individui, ma vere e proprie
organizzazioni criminali che hanno capito che investire in questo settore
significa fare affari d’oro rischiando pochissimo”, ha dichiarato in conferenza
stampa, al Pirellone, Domenico Aiello, responsabile Tutela giuridica della
natura del Wwf Italia e componente della cabina di regia MASE per il contrasto
dei crimini contro gli uccelli selvatici. “La sottovalutazione della gravità del
fenomeno – che danneggia la biodiversità, la salute umana e l’economia legale –
rende inefficaci gli strumenti di prevenzione e repressione: controlli sul
territorio, indagini, processi e sanzioni. In questo senso il ruolo della
politica è fondamentale: deve tradurre la sensibilità dell’opinione pubblica e
le evidenze di un crimine in crescita, non cedere alle pressioni di chi chiede
di ridurre i controlli e favorire concessioni alle lobby venatorie, ma
dimostrare senso di responsabilità nella tutela degli interessi comuni e dei
principi sanciti dall’articolo 9 della Costituzione. Al contrario molte regioni
hanno via via demolito la tutela della fauna selvatica”.
A livello nazionale è il disegno di legge Malan, vale a dire la riforma voluta
da Lollobrigida per stravolgere la legge sulla protezione della fauna selvatica
e il prelievo venatorio (157/92), a preoccupare. E lo fa innanzitutto perché non
prevede nulla per il contrasto al bracconaggio. Molti emendamenti del
centrodestra, poi, non fanno altro che peggiorare la situazione: dalla caccia a
specie protette o in cattivo stato di conservazione, all’obbligo per le guardie
venatorie di monitorare campagne e boschi solo in presenza di agenti delle forze
dell’ordine (cosa, ovviamente, infattibile), alla potenziale apertura della
caccia dodici mesi all’anno. “Il ddl Malan toglie protezione alla fauna
selvatica e si profila come un intervento pericoloso e gravissimo” ha detto la
deputata del Pd, Eleonora Evi, molto vicina al mondo ambientalista e animalista.
“E per la lotta al bracconaggio non prevede nulla, generando un forte allarme da
parte della società”. Evi ha sottolineato come spesso la politica lombarda
anticipi ciò che accade a livello nazionale. Un esempio? Il caso dei valichi
montani, deflagrato proprio in Lombardia – grazie alla Lac – e “risolto” con la
legge sulla montagna di Roberto Calderoli.
“I dati confermano l’aumento del bracconaggio” ha detto la consigliera del M5s,
Paola Pollini. “Siamo di fronte a un fenomeno radicato e organizzato, che
devasta ecosistemi e mina l’immagine del nostro Paese. Eppure, invece che
contrastarlo, le politiche regionali – avallate dal governo – indeboliscono i
presidi di tutela ambientale e allargano le maglie normative. Il costo del
bracconaggio, in termini ambientali, non può più essere sostenuto dalla
collettività a favore dell’interesse di pochi. Serve un cambio di rotta
immediato: leggi, investimenti e tutela di chi opera per i controlli sul
territorio. Ci vuole la volontà politica di non barattare la tutela ambientale.
Il bracconaggio non cala perché non lo si contrasta adeguatamente“. Per Michela
Palestra di Patto Civico “si sposta sempre un po’ più in là l’asticella
dell’impunità, il non rispetto delle leggi diventa così centrale. Ormai lo
possiamo dire: c’è una precisa intenzione nel voler attaccare l’ambiente e la
biodiversità e, nel caso specifico, ciò che la legge definisce patrimonio
indisponibile dello Stato”.
Video: vigilanza venatoria Wwf Italia in Lombardia
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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“Incentivato dalla politica, la legge del centrodestra aggrava il fenomeno”
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