La morte di Vladislav Grigorev, il 42enne che sabato scorso ha perso la vita a
causa di un colpo di fucile esploso da Palmiero Berdini, 82enne, impegnato in
una battuta di caccia nelle campagne di Montegranaro, in provincia di Fermo
sarebbe stata ripresa dal suo cellulare nel corso di una videochiamata, ora in
mano agli inquirenti. Il colpo, che ha centrato la vittima al collo, sarebbe
stato esploso per sbaglio da Berdini, operatore faunistico e guardia volontaria
venatoria, impegnato in quel momento in una battuta di caccia alla volpe.
Grigorev era uscito per cercare due cavalli, fuggiti dall’azienda in cui
lavorava come stalliere stagionale, forse proprio a causa della paura dei colpi
di fucile esplosi vicino. Incontratisi, sarebbe nato un alterco tra i due
proprio a causa della preoccupazione per i cavalli, impauriti dalle esplosioni
di colpi da parte dei cacciatori. In questo momento sarebbe esploso per sbaglio
un colpo partito dal fucile di Berdini.
Lo stalliere 42enne era in quel momento in videochiamata con la proprietaria
dell’azienda in cui lavorava, Stefania Quattrini, che avrebbe osservato gli
ultimi istanti di vita del suo dipendente. La proprietaria dell’azienda
agricola, infatti, avrebbe anche scattato degli screenshot durante la
videochiamata, proprio per identificare coloro che stavano prendendo parte alla
battuta di caccia. Gli screenshot e i video della videochiamata tra i due sono
ora prove utili agli inquirenti per ricostruire la vicenda e la dinamica
balistica dei fatti. Oggi, 18 marzo, è in programma l’autopsia.
L'articolo Ucciso durante una battuta di caccia mentre era in videochiamata: gli
ultimi istanti in un video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il piano per uccidere in deroga centinaia di migliaia di uccelli protetti
subisce una battuta d’arresto. E per il centrodestra in Regione Lombardia è una
batosta. Il Tar – Sezione seconda, presidente Gabriele Nunziata – ha dichiarato
illegittima la delibera di Giunta n. 4714 dello scorso 14 luglio che autorizzava
le doppiette ad abbattere, soltanto in Lombardia, poco meno di 100mila
fringuelli e oltre 40mila storni. Il lasso di tempo in cui è stata consentita la
mattanza, purtroppo, risale all’autunno scorso (dall’1 di ottobre al 30 di
novembre), ma la sentenza del Tribunale amministrativo segna un importante
precedente per ciò che accadrà in futuro.
La bocciatura della delibera da parte dei giudici amministrativi porta con sé
parole di un certo peso. Secondo il Tar, infatti, sono state violate la legge
157/1992 (volgarmente, la legge sulla caccia) e la Direttiva 2009/147/CE
(Direttiva Uccelli) quando si introduce il concetto di “soluzioni alternative”
alla caccia in deroga (in deroga, va da sé, alla legge), confermando
l’insussistenza dell’assenza di tale principio. Qui i giudici: “La
giurisprudenza comunitaria è costante nell’affermare che l’onere di dimostrare
l’assenza di tali soluzioni alternative grava sull’autorità che intende disporre
la deroga, la quale deve fornire una motivazione precisa, circostanziata e
adeguata, basata su dati scientifici e istruttori completi”. Spoiler: l’autorità
in questione – la Regione Lombardia – non ha fornito motivazioni adeguate basate
su dati scientifici.
In particolare gli uffici di Palazzo Lombardia hanno costruito le proprie
argomentazioni su tre aspetti, tutti bocciati dai giudici. 1) l’insussistenza di
alternative alla caccia di fringuello e storno, 2) la necessità di salvaguardare
un “retaggio storico-culturale” e un “bagaglio di tradizioni, prassi e cultura”
legati a questa specifica forma di caccia, 3) l’effetto benefico che l’attività
venatoria da appostamento fisso avrebbe sull’ambiente, attraverso gli interventi
di miglioramento ambientale realizzati dai cacciatori. Conclusione: “Il Collegio
ritiene che nessuna di queste argomentazioni superi il vaglio di legittimità“.
Per i giudici “la Regione Lombardia e le associazioni venatorie hanno posto
grande enfasi sul carattere tradizionale di questa forma di caccia. Tuttavia, la
giurisprudenza comunitaria è inequivocabile nel sancire che ‘il mantenimento di
attività tradizionali non costituisce una deroga autonoma’ e che la mera
tradizionalità di un metodo di caccia ‘non è sufficiente, di per sé, a
dimostrare che un’altra soluzione soddisfacente non possa sostituirsi a detto
metodo'”. E ancora: “L’idea che l’uccisione di” circa 100mila “esemplari di
specie protette possa essere giustificata da presunti e non provati benefici
ambientali appare in palese contrasto con la logica e le finalità della
Direttiva Uccelli”. Risultato: la delibera di Giunta è annullata.
Esultano le associazioni animaliste e ambientaliste (Lac in testa, e poi Enpa,
Lav, Lipu, Lndc e Wwf): “Una vittoria netta, che mette la parola ‘fine’ alle
forzature normative della Regione Lombardia. Questa sentenza è una lezione di
civiltà. È inaccettabile che ogni anno la Regione impegni risorse pubbliche e
uffici per scrivere delibere illegittime, con l’unico scopo di accontentare una
frangia estremista del mondo venatorio. Questo ‘accanimento burocratico’ contro
specie protette non è solo un danno alla biodiversità, ma un insulto ai
cittadini che credono nel rispetto delle regole”. Le associazioni denunciano la
volontà di diverse Regioni di voler riaprire le deroghe anche per l’anno in
corso, nonostante la chiarezza dei tribunali: “Si tratta di un cortocircuito
istituzionale che espone l’Italia a onerose procedure d’infrazione europee,
pagate da tutta la collettività”.
Per Paola Pollini, consigliera regionale del M5s, la sentenza “segna un punto
destinato a fare giurisprudenza. Cade l’ultima foglia di fico, l’alibi della
tradizione, ormai ultimo appiglio di un centrodestra a corto di valide ragioni
scientifiche, viene spazzato via. Non vi è niente di tradizionale nel voler
sparare a una specie protetta, non solo, anche se tradizione vi fosse, non
rappresenta motivo sufficiente per derogare alla legge. Credo si tratti di un
segnale inequivocabile. Anche in funzione delle deroghe future sulle quali il
centrodestra è al lavoro e frettolosamente, forse troppo, già annunciate da
alcuni Consiglieri regionali di maggioranza”. Per Eleonora Evi, deputata del Pd,
“è una sentenza storica, un trionfo della ragione e della legalità Il Tar
Lombardia ha detto chiaramente ciò che ambientalisti e scienziati ripetono da
anni, a differenza di quanto propinato dal clientelare comitato tecnico
faunistico-venatorio architettato strumentalmente dal governo per fare la guerra
alla fauna selvatica: le deroghe alla tutela degli uccelli migratori non hanno
alcuna giustificazione scientifica, giuridica né etica. E ancora: “Questo è
esattamente il messaggio che anche il governo Meloni deve accettare e deve
ascoltare, e fermare il cosiddetto ddl ‘sparatutto’, un provvedimento vergognoso
che punta a stravolgere le norme europee a tutela della fauna selvatica per
accontentare le lobby armiero venatorie. Un attacco frontale alle direttive
europee, all’ambiente e alla biodiversità.”
A dare il via libera alle Regioni, lo scorso febbraio, era stata Ispra, che
aveva stabilito si potessero uccidere circa 800mila volatili (81.302 fringuelli
e 230.242 storni). Una quantità ritenuta congrua per non comportare
“significativi rischi di impatto demografico sulle popolazioni complessive delle
due specie, sempre se considerate a scala europea”. La stessa Ispra, tuttavia,
aveva espresso riserve tecniche, poiché “non risulta possibile, nel caso di
popolazioni migratrici su vasta scale, determinare la piccola quantità in modo
scientificamente attendibile, a causa della mancanza di dati affidabili per una
serie di parametri demografici che dovrebbero essere raccolti in una vasta area
geografica che ricomprende diversi Paesi europei ed extra europei”.
Successivamente la conferenza Stato-Regioni aveva assegnato a ciascuna Regione
il numero di individui cacciabili: alla Lombardia era toccata la fetta più
consistente. Ora il nuovo stop.
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L'articolo Altra tegola per il centrodestra in Lombardia, il Tar boccia la
Giunta e ferma l’uccisione in deroga di storni e fringuelli proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un pacco spedito dalla Bosnia-Erzegovina e diretto in Italia, etichettato come
“trofeo di caccia“, nascondeva al suo interno il cranio di un orso bruno privo
della documentazione necessaria per l’importazione. La scoperta è avvenuta nella
Cargo City dell’aeroporto di Malpensa, dove i finanzieri della Sezione operativa
Cites dello scalo varesino, insieme ai funzionari dell’Agenzia delle Dogane e
dei Monopoli, hanno intercettato e ispezionato la spedizione.
Il pacco di cartone era ben confezionato ed è stato aperto con un taglierino.
All’interno, oltre alla pelliccia appartenente alla specie “ursus arctos” e
regolarmente dichiarata, i controlli hanno portato alla luce l’oggetto di colore
bianco avvolto nel cellophane. Il cranio – riconducibile allo stesso tipo di
animale – non risultava indicato nella spedizione e non era accompagnato da
alcuna documentazione che ne autorizzasse la regolare importazione secondo le
norme “Cites”, ossia la Convenzione di Washington sul commercio internazionale
delle specie di fauna e flora selvatiche a rischio di estinzione.
Il teschio è stato quindi sequestrato dalle fiamme gialle per la successiva
confisca, come prevede la legge. Le autorità hanno poi proceduto
all’accertamento a alla contestazione dell’illecito, contestando la violazione
amministrativa nei confronti dell’importatore. Il traffico di flora e fauna non
rappresenta una novità per l’aeroporto. Negli anni, infatti, non sono mancati
sequestri significativi: nel 2021 era stata intercettata una pelliccia di
giaguaro pronta per volare in Cina e, in un altro caso, in un bagaglio erano
stati trovati anche uccellini di specie esotiche rarissime.
L'articolo Malpensa, dentro al pacco c’era il teschio di un orso bruno:
sequestrato dalla Guardia di Finanza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con l’attuazione del decreto n. 1818 del 12.02.2026, Regione Lombardia ha messo
il sigillo finale alla sanatoria che trasforma l’avifauna selvatica — patrimonio
indisponibile dello Stato — in un buffet per il mercato nero. L’intero impianto
della delibera, basato sulla banca dati dei richiami vivi gestita dalla Regione,
è un capolavoro di falsità ideologica: un vero e proprio manuale di istruzioni
per legalizzare il bracconaggio.
Se pensavate che il segreto della longevità si trovasse in qualche sperduta
isola giapponese, vi sbagliavate: si trova nei richiami vivi detenuti dai
cacciatori lombardi e usati nei loro capanni. Nella grottesca banca dati,
allodole e tordi non muoiono mai e la biologia è considerata un’attività
sovversiva.
In questo luogo magico, gli uccelli hanno scoperto l’elisir di eterna
giovinezza. Un esempio? L’ultima cattura autorizzata di allodole in Lombardia
risale al 2013, anno in cui furono regalati ai cacciatori 330 esemplari. Ebbene,
secondo i dati ufficiali della Regione, a distanza di ben 13 anni, ben 136 di
quegli uccelli (il 41%) sarebbero ancora vivi e vegeti, pronti a cantare.
Un vero “miracolo”, considerando che anche l’Ispra (l’autorità scientifica
nazionale) mette nero su bianco che un uccello di cattura vive mediamente 2 o 3
anni. Ma in Lombardia no: qui abbiamo allodole ultratredicenni che sopravvivono
in gabbie minuscole, spesso lerce, al buio con un tasso di resistenza che
farebbe invidia a una tartaruga delle Galapagos.
Il trucco c’è e si vede: è il “riciclaggio” dei richiami. La realtà è meno
poetica e decisamente più penale. Il meccanismo è tanto banale quanto illegale:
quando l’uccello muore, il cacciatore sfila il contrassegno e lo infila sulla
zampa di un giovane esemplare catturato illegalmente all’alba con le reti dietro
casa.
E la Regione cosa fa? Invece di controllare, regala — con i soldi di tutti i
contribuenti — nuovi contrassegni (fascette di plastica e bugne aperte, ecc.) al
posto degli anelli chiusi e inamovibili previsti dalla legge. Lo fa poi
basandosi su autocertificazioni che hanno lo stesso valore di una promessa
elettorale. È la legalizzazione del bracconaggio tramite decreto.
Come se non bastasse, nel modulo di richiesta per avere i nuovi contrassegni
spunta persino la pavoncella, una specie in declino così grave che un Piano
Nazionale di gestione ne ha sospeso di fatto la caccia. Ma per la Regione
Lombardia, evidentemente, le leggi nazionali e lo stato di conservazione delle
specie sono solo fastidiosi suggerimenti da ignorare tra una polenta e uno
spiedo.
Se questo scempio non verrà fermato, migliaia di esemplari di cattura illegale
verranno ‘sanati’ definitivamente, rendendo vana ogni vigilanza futura e creando
un precedente che rischia di estendersi ad altre regioni, scardinando per sempre
il sistema della legalità e della tutela ambientale in Italia.
L'articolo Allodole immortali e contrassegni magici: così in Lombardia il
bracconaggio diventa un diritto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non è stato un agguato né un regolamento di conti. È stata, secondo l’ultima
ricostruzione investigativa, una tragica sequenza di errori e reazioni istintive
a trasformare una battuta di caccia in una strage. Un colpo sparato per sbaglio,
un altro per difesa, un terzo forse per panico. Così, nelle campagne di
Montagnareale, il 28 gennaio scorso, tre cacciatori hanno perso la vita nel giro
di pochi minuti. Dopo tre settimane di mistero e indagini serratissime, prende
così forma la ricostruzione di quel che è successo quel giorno, prima del
rinvenimento dei corpi senza vita dei tre uomini. Un mistero che da quella
tragica mattina ha tenuto col fiato sospeso i Nebrodi.
IL MOVIMENTO TRA I CESPUGLI E IL PRIMO SPARO
Tutto comincia con un movimento tra i cespugli. L’82enne Antonio Gatani
imbraccia il fucile e spara. Davanti a lui però non c’è un cinghiale, ma
Giuseppe Pino, 44 anni. Il colpo lo uccide. Anche suo fratello Denis, di 26
anni, viene ferito e risponde al fuoco uccidendo Gatani. A quel punto interviene
il quarto uomo, A.S. di 48 anni: spara anche lui e uccide il 26enne. Tre morti
in pochi istanti: è questa la dinamica emersa dopo 20 giorni di indagini.
I CADAVERI E LE INDAGINI
All’alba di quel mercoledì di gennaio, Devis e Giuseppe Pino, erano partiti
molto presto da San Pier Niceto, per andare in avanscoperta nelle campagne di
Montagnareale. In quel territorio, a 50 km di distanza dalla loro residenza, non
c’erano mai stati. Facevano parte di un’associazione venatoria ed erano andati a
esplorare quella zona, dove è molto praticata la caccia al cinghiale selvaggio,
ignari che avrebbero incontrato la morte. Lì i cinghiali sono molto aggressivi e
si va a caccia in gruppo, o almeno in due. E questo non è un dettaglio
irrilevante: Gatani, trovato morto quella mattina assieme ai fratelli Pino, non
poteva essere solo. Eppure in un primo momento era sembrato così. Ma se c’era
qualcuno insieme all’anziano, non aveva dato l’allarme. Invece, alle 11 del
mattino, a chiamare il 112 è stato un motociclista di passaggio che nota un
cadavere. Arrivano così i carabinieri che trovano anche gli altri due corpi.
SUBITO ESCLUSA LA PISTA MAFIOSA
I tre cacciatori sono a distanza di 30 metri l’uno dall’altro, disposti come su
una linea. Da un capo c’è Giuseppe Pino, dall’altro Gatani e in mezzo Devis. Nei
giorni successivi, nonostante il maltempo, sul luogo tornano i carabinieri e i
magistrati. Angelo Cavallo, capo della procura di Patti – lo stesso che seguì il
caso di Viviana e Gioele nel 2020 – assieme alla sostituta, Roberta Ampolo,
fanno sopralluoghi continui, partendo ogni giorno da Patti, sulla costa,
percorrendo i 3 km di tornanti che la separano dai monti del Messinese. Una zona
nota per essere ad alta densità mafiosa. I magistrati però sono in grado da
subito di escludere la pista mafiosa. Per il resto è nebbia fitta.
IL QUARTO UOMO
Non trapelano notizie, mentre le indagini proseguono a tamburo battente. A dare
le prime indicazioni è l’autopsia, condotta da Alessio Asmundo e Giovanni Andò.
Devis è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco a distanza ravvicinata. Da
qualcuno, dunque, che non è morto a 30 metri di distanza: per questo da quel
momento c’è la certezza della presenza di un quarto uomo. A quel punto
l’attenzione si focalizza sul compagno di caccia di Gatani. Il figlio
dell’82enne, residente nel vicino paesino di Librizzi, aveva subito dichiarato
che suo padre non poteva essere andato da solo ed ha indicato in A.S il
probabile accompagnatore.
LE AMMISSIONI E POI IL SILENZIO
Il 48enne viene, dunque, ascoltato dai magistrati come persona informata sui
fatti, all’inizio prova a negare, poi ammette di essere stato sul posto e di
avere sparato. I magistrati a quel punto fermano l’interrogatorio, perché da
quel momento A.S. doveva essere sentito con l’assistenza di un legale: è
ufficialmente indagato. Poco dopo è proprio l’avvocato d’ufficio a consigliare
al suo assistito di avvalersi della facoltà di non rispondere.
IL VIDEO DELLA BODYCAM
I vestiti del compagno di caccia di Gatani, gli stivali e il fucile vengono
sequestrati e gli viene fatto lo stub, per verificare tracce di polvere da
sparo. Prove non decisive, dal momento che A.S. è un cacciatore. Lo saranno di
più i rilievi balistici, l’esame delle tracce sul terreno, e la bodycam che
Devis Pino aveva addosso. C’è, infatti, un video di quella tragica mattina,
sebbene fosse ancora buio, e la visibilità fosse scarsa. Ma tra le immagini e il
primo racconto – non valido dal punto di vista giudiziario, dal momento che non
è avvenuto in presenza di un avvocato – la nebbia inizia a diradarsi e quel che
è successo la mattina del 28 gennaio comincia a prendere forma.
LA BATTAGLIA LEGALE
Quel movimento tra i cespugli avrebbe ingannato la vista dell’82enne che ha
sparato con un calibro 12 a pallini, ovvero un fucile da cui esce una cartuccia
che si apre mentre i pallini si disperdono formando la “rosa di colpi”. Uno di
questi uccide Giuseppe, un altro ferisce Devis, che a quel punto risponde al
fuoco, uccidendo a sua volta Gatani, a quel punto A.S, potrebbe avere agito
d’impulso, in preda al panico, dando il colpo finale a Devis, per poi andare
via. Questa sarebbe al momento l’ipotesi più accreditata ma ancora si attendono
gli esiti degli esami del Ris di Messina, mentre entro venerdì il 48enne sarà
interrogato nuovamente dai magistrati, stavolta alla presenza dei suoi legali,
Tommaso Calderone e Filippo Barbera, che hanno rinunciato all’incidente
probatorio e annunciato un esposto per violazione del segreto istruttorio. La
battaglia legale è già iniziata.
L'articolo Il movimento tra i cespugli, il primo sparo e la reazione a catena:
come sono morti i tre cacciatori a Montagnareale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Campagna italiana, tra i boschi. È metà settembre, un’escursionista sta andando
a funghi, con sé a un coltellino pieghevole da sei centimetri che le serve per
eliminare terra e parassiti da un porcino. Poco più in là un cacciatore ha
montato sulla carabina un soppressore di suono, nello zaino ha il visore
notturno. Cambiamo scenario: spiaggia, sempre metà settembre. Una famiglia è
appena arrivata in riva al mare, e siccome resta fuori per il pranzo, ha tutto
l’occorrente per mangiare, compreso il classico coltello seghettato per il pane.
A poche decine di metri, una doppietta è nascosta nella vegetazione, in attesa
di sparare a un uccello migratore.
Ecco cosa accade nel favoloso mondo disegnato dal governo di Giorgia Meloni: nel
primo scenario, la nostra escursionista rischia un arresto in flagranza e un
processo per direttissima, poiché non esiste alcun “giustificato motivo” perché
abbia in tasca quel coltellino. Nel secondo, invece, la famiglia viene
“schedata” contestualmente all’acquisto in negozio del coltello da cucina. E lo
sarà per ben 25 anni (la spiegazione di quest’assurdità è qui). E i due
cacciatori? Niente, per loro solo “vantaggi”: il soppressore di suono (oggi
reato per la 57/92), il visore notturno (vietato dalla Convenzione di Berna,
sottoscritta dal nostro Paese) e la possibilità di sparare lungo spiagge e
litorali, persino quelli in cui sono presenti stabilimenti balneari. Ah, a casa
possono detenere un numero illimitato di fucili e – almeno – 1.500 cartucce.
Se è vero che per diventare cacciatori e mantenere la licenza è necessario avere
la fedina penale pulita – e che la maggior parte di chi pratica attività
venatoria rispetta le regole – è altrettanto vero che in Italia esiste 1) un
problema enorme, largamente diffuso, legato al bracconaggio, dall’avifauna alle
specie protette fino a orsi e lupi 2) gli incidenti di caccia, purtroppo,
causano ogni anno decine di morti e feriti e 3) nei casi di omicidi e violenze
domestiche l’arma utilizzata è di fatto sempre regolarmente denunciata: il che
significa che è legalmente detenuta per finalità legate alla caccia o al tiro
sportivo.
Dunque il decreto Sicurezza, da una parte, provoca il paradosso per cui persino
chi per lavoro deve girare con un coltellino o un cutter da edilizia rischia il
carcere, dall’altra la riforma della caccia – che giace nelle commissioni
Ambiente e Agricoltura in Senato – con gli emendamenti del centrodestra
aumenterebbe il pericolo per l’incolumità pubblica: spari di notte, lungo le
coste (persino da barche in movimento, pratica oggi vietata), in aree protette,
addirittura tutto l’anno (sì, c’è un emendamento che sopprime la data di
chiusura della caccia). Ma non finisce qui.
Il governo più orgogliosamente sovranista della storia repubblicana propone,
attraverso i gruppi di maggioranza parlamentare, di facilitare il turismo
venatorio per chi viene dall’estero, anche da Paesi extra Ue. Che cosa
significa? Vuol dire avere persone sul nostro territorio che noleggiano i fucili
per sparare ma che ignorano le nostre leggi, che sono difficilmente perseguibili
in caso di illeciti (ricordate il caso di Trump jr in Laguna?) e che non
ricevono alcuna formazione in merito alle regole che fissano i confini
dell’attività venatoria. Cosa accade se chi partecipa a una battuta di caccia
non conosce, per esempio, il limite dalle abitazioni – 150 metri – al di sotto
del quale non è possibile sparare? Va da sé che il corso per ottenere la licenza
di caccia serva proprio a questo.
“La possibilità di attenuare sensibilmente il rumore dello sparo, specialmente
per le carabine, rende assai più insidiosa l’arma, come ben sanno i bracconieri
– scrive in una nota la Lac – Si possono abbattere, ad esempio più cervidi,
approfittando della possibilità di ripetere il colpo mancato o sparando a più
animali, giocando sulla minore tempestività di fuga delle possibili prede,
grazie alla soppressione del rumore”. Ricostruzione che i cacciatori di
selezione respingono: il silenziatore ridurrebbe di molto la velocità della
palla, diminuendone l’efficacia. D’altra parte la Lac parla espressamente di
“bracconieri”. E ancora: “E poi veramente si vorrebbe consentire ad una platea
di 450mila cacciatori di acquistare e avere a disposizione un silenziatore? Con
quali ripercussioni sulla pubblica sicurezza?”. Difficile ipotizzare che la
maggioranza di governo sia così confusa da introdurre restrizioni, in senso
securitario, da una parte, e dall’altra porti avanti la liberalizzazione
dell’attività venatoria, con rischi per l’incolumità dei cittadini.
Semplicemente, le due misure rispondono a due diverse esigenze elettorali.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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L'articolo Coltellini vietati ma fucili in spiaggia per la caccia, silenziatori
e visori notturni: il paradosso del governo “a due teste” di Meloni proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Nel novembre del 2023 viene sorpreso dai carabinieri mentre sta sparando agli
uccellini dal suo capanno di caccia. I militari controllano i richiami vivi che
sta utilizzando (le esche che servono per attirare, col loro canto, altri
volatili, che poi il cacciatore abbatte) e si accorgono che gli anellini –
stando alle loro verifiche – sono contraffatti. Risultato: multa più denuncia
(alterazione e contraffazione di sigilli). Proprio ieri il protragonista di
questa vicenda, il consigliere regionale di Fratelli d’Italia e vicepresidente
della commissione Agricoltura, Carlo Bravo, ha depositato una mozione per
chiedere che vengano riaperti i roccoli. I roccoli sono impianti di cattura di
avifauna, ufficialmente chiusi dal 2019 dopo l’intervento del Consiglio di
Stato, vietati dalla legge italiana e dalle normative europee.
È dall’inizio della legislatura, in Regione Lombardia, che politici e funzionari
lavorano per allentare le regole relative all’attività venatoria. E uno degli
obiettivi dichiarati è proprio la riapertura dei roccoli, una vicenda che
all’Italia costò una procedura d’infrazione dell’Unione europea. Solo pochi
giorni fa, intervistato dal portale Caccia&Dintorni, l’assessore all’Agricoltura
Alessandro Beduschi dichiarava che sì, i roccoli sono una priorità. E che ora
che a capo dell’Ispra – organo scientifico e in teoria indipendente – il
centrodestra ha nominato la ex senatrice di Forza Italia, Alessandra Gallone, il
traguardo è maggiormente alla portata.
Non è un caso che Bravo se ne sia uscito col provvedimento proprio mercoledì 3
febbraio: “La chiusura dei roccoli del 2013 è stata una decisione politica
assunta dalla Commissione europea, che sollecitata da posizioni ideologiche
anticaccia, ha tenuto la Lombardia sotto procedura. Oggi però il vento è
cambiato“. Infatti. Non contento Bravo ha anche proposto di 1) promuovere i
roccoli nei programmi scolastici 2) candidarli a patrimonio Unesco.
Ed ecco, a stretto giro, il plauso di un altro politico bresciano, sempre di
Fratelli d’Italia, che in questo caso però siede a Strasburgo: si tratta di
Paolo Inselvini. Anche per lui “la chiusura” dei roccoli “è stata una scelta
politica ideologica della Commissione europea, non una necessità scientifica.
Oggi però lo scenario è cambiato e l’Europa non può girarsi dall’altra parte.
Serve agire ed è per questo che mi congratulo con il consigliere Bravo che con
la sua mozione in consiglio ha finalmente rimesso la questione sul tavolo”.
Intanto l’avvocato Alberto Scapaticci, esperto in materia venatoria e difensore
di numerosi cacciatori, ha fatto sapere a ilFattoQuotidiano.it che le indagini
nei confronti del consigliere di FdI sono concluse. E che al momento non si sa
se Bravo sia stato rinviato a giudizio o archiviato (in mezzo ha provato a
riavere i suoi richiami vivi sequestrati, ma la Cassazione gli ha dato torto).
Il suo fascicolo giace in qualche cassetto della Procura (o del Tribunale) di
Brescia, insieme a tanti altri fascicoli a carico di altre persone, accusate di
reati legati all’attività venatoria, che con buona probabilità non vedranno mai
la luce del sole.
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L'articolo Denunciato per reati legati alla caccia, consigliere regionale di FdI
deposita mozione per riaprire i roccoli (vietati dalla legge) proviene da Il
Fatto Quotidiano.
È vicina a una svolta l’inchiesta sulla morte dei tre cacciatori trovati senza
vita in un bosco dei Nebrodi messinesi il 28 gennaio scorso. C’è almeno una
persona indagata per il triplice omicidio: si tratta dell’amico di Antonio
Gatani, 82 anni, il più anziano tra le vittime. L’uomo finito nel mirino degli
investigatori, come anticipato martedì da Ilfattoquotidiano.it, era in compagnia
di quest’ultimo la mattina nella quale i tre sono rimasti coinvolti nella
sparatoria a Montagnareale, paesino in provincia di Messina. Gli sono state
sequestrate tutte le armi in suo possesso per effettuare le perizie balistiche
in grado di chiarire se qualcuno di quei fucili è tra quelli dai quali è stato
fatto fuoco contro Gatani o i fratelli Devis e Giuseppe Pino, rispettivamente 26
e 44 anni.
LA MATTANZA NATA PER UN ERRORE DURANTE LA CACCIA?
I carabinieri, coordinati dalla procura di Patti, non hanno più alcun dubbio:
sulla scena del delitto c’era almeno un’altra persona. E sospettano che fosse
proprio il compagno di caccia di Gatani. Sulla dinamica, invece, è ancora
necessario far luce. La pista, infatti, non è ancora univoca. Si fanno largo due
ipotesi riguardo il contesto che ha portato al triplice omicidio. Da un lato è
possibile che l’82enne abbia ferito per errore Devis Pino. A quel punto, il
fratello maggiore avrebbe aperto il fuoco contro Gatani, uccidendolo. Il quarto
uomo presente sulla scena avrebbe risposto al fuoco ammazzandolo e finendo poi
il 26enne, diventato un testimone scomodo, con un secondo colpo esploso da
distanza ravvicinata. Una mattanza nata da un fatale sbaglio durante una battuta
di caccia.
LA SECONDA PISTA: LA LITE PER IL “CONTROLLO” DELLA ZONA
Ma non si esclude che le due coppie di cacciatori si siano incrociate durante la
battuta e ne sia nato un diverbio. Gatani e il quarto uomo avrebbero rinfacciato
ai fratelli Pino, arrivati da un paese a una cinquantina di chilometri di
distanza, di essere a caccia in una zona che ritenevano una specie di propria
“riserva”, essendo tra l’altro ambitissima per via del maialino nero, molto
apprezzato sul mercato. Così sarebbe inizia la sparatoria al termine della quale
sono rimasti tre copri a terra, a una trentina di metri l’uno dall’altro, con i
propri fucili accanto.
INDAGATO IL COMPAGNO DI CACCIA DI GATANI
Il compagno di caccia di Gatani, ascoltato già nelle ore successive al triplice
omicidio, dice di non aver visto né sentito nulla. Ha sostenuto di essere
arrivato con l’82enne nella zona di caccia attorno alle 6 del mattino ma di
essersi poi allontanato. Insomma, era nella zona dei delitti ma non presente al
momento della sparatoria. Una versione che finora non ha convinto gli
investigatori, coordinati dal procuratore Angelo Cavallo e dalla pubblico
ministero Roberta Ampolo, che ora indagato formalmente su di lui. L’inchiesta ha
fatto un passo avanti e ora una svolta sembra imminente, decisivi saranno gli
accertamenti dei carabinieri del Ris di Messina sulle armi.
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la battuta o una lite. C’è un indagato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Proseguono le indagini per il triplice omicidio dell’82enne Antonio Gatani di
Librizzi, del 42enne Giuseppe Pino e del 26enne Davis Pino, due fratelli di San
Pier Niceto. Mercoledì 28 gennaio, i tre cacciatori sono stati trovati morti in
una zona boschiva di Montagnareale, in provincia di Messina. A dare l’allarme
alle autorità è stato un amico di una delle tre vittime che non lo sentiva da
ore.
Dopo il ritrovamento dei cadaveri, il procuratore del vicino comune di Patti,
Angelo Vittorio Cavallo, e i carabinieri sono rimasti fino a tardi sul posto,
che è stato chiuso al pubblico. In caserma, i militari hanno interrogato per
tutta la notte del 29 gennaio una persona che andava a caccia con il più anziano
del gruppo.
Non c’è ancora una pista dominante tra le ipotesi avanzate: per adesso può
essersi trattato di un incidente di caccia oppure di una lita finita in tragedia
con un doppio omicidio e infine un suicidio– quest’ultima pista, come già
raccontato da ilfattoquotidiano.it, secondo indiscrezioni sarebbe la più
accreditata. Tutti e tre erano armati di fucile, ma da quanto si apprende ne è
stato ritrovato soltanto uno.
Foto d’archivio.
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gruppo interrogato dai carabinieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Oltre 4 milioni di dati esaminati, 23 specie cacciabili analizzate. E un
risultato scientifico chiarissimo: sono sedici le specie di uccelli che avviano
la cosiddetta migrazione pre-riproduttiva entro la prima o la seconda decade di
gennaio. Tra questi merlo, cesena, pavoncella, allodola, mestolone, fischione,
moriglione, codone, folaga, tordo sassello. Altre, invece, come il tordo
bottaccio, iniziano addirittura nella terza decade di dicembre. Tempi diversi,
insomma, anche rispetto all’attuale documento tecnico di riferimento dell’Unione
Europea che stabilisce i periodi di inizio della migrazione prenuziale per le
specie cacciabili.
È il risultato di un imponente studio della Lipu e dell’Università di Milano,
pubblicato sull’autorevole rivista scientifica “Wildlife Biology”, con il
coordinamento di Roberto Ambrosini e la collaborazione di importanti ornitologi
europei, tra cui Franz Bairlein. E che dimostra che la riforma della caccia
voluta dal ministro Francesco Lollobrigida è insostenibile e che i calendari
venatori vanno decisamente rivisti.
Dallo studio, emergono due aspetti: da un lato un’ulteriore anticipazione
rispetto alle date ufficiali della migrazione pre-riproduttiva (previste dal
cosiddetto Documento Key Concepts della Commissione europea) per numerose
specie, che partono per i luoghi della nidificazione con i primi contingenti
rilevanti, almeno il 5% degli individui. E dall’altro una serie di rilevanti
variazioni per 19 specie (pari all’83% delle specie cacciabili). “La Direttiva
Uccelli, la cornice normativa che governa la protezione degli uccelli in Europa
e regolamenta la caccia – vieta la caccia in due momenti”, spiega Danilo
Selvaggi, Direttore Generale Lipu. “Quello della riproduzione e nidificazione,
in primavera-estate, e quando gli uccelli partono verso i luoghi della
riproduzione, cioè la cosiddetta migrazione pre-riproduttiva”.
La migrazione pre-riproduttiva è una fase biologica particolarmente delicata per
la conservazione delle specie e per questo la Direttiva vieta rigorosamente la
caccia in questo periodo. I contingenti che partono per primi sono costituiti da
individui con una migliore capacità riproduttiva e dunque cruciali per la
conservazione delle popolazioni all’interno delle specie: “Il 5% non è dunque un
capriccio scientifico, ma indica i migliori riproduttori: sparare a questi
contingenti significa dunque fare un danno doppio”, nota Selvaggi. Che aggiunge:
“In Italia esiste la legge 157 che oggi mette un limite massimo al 31 gennaio,
oltre il quale non si può andare. I cacciatori hanno sempre contestato queste
date, avrebbero voluto cacciare fino a marzo. Oggi questo studio dimostra che la
caccia dovrebbe chiudersi prima del 31 gennaio per molte specie e addirittura a
dicembre per alcune. Tra l’altro lo studio conferma e rilancia gli studi di
Ispra, contestati spesso in maniera brutale dagli stessi cacciatori”.
Ma perché gli uccelli partono prima? Con tutta probabilità a giocare un ruolo è
il cambiamento climatico. “Non è escluso che si parta prima anche perché fa più
caldo. Un problema che potrebbe amplificarsi ulteriormente, con il peggiorare
della crisi climatica”.
I dati dello studio verranno trasmessi alla Commissione Europea, a Ispra, al
ministero dell’Ambiente, ma soprattutto a tutto le regioni che stabiliscono i
calendari venatori. “Il paradosso è che di calendari si occupano gli Uffici
Caccia degli assessorati all’Agricoltura, popolati di cacciatori, e non gli
uffici ambientali”, continua Selvaggi. “Ogni anno noi di Lipu e delle
associazioni ambientaliste impugniamo i calendari scorretti e quasi sempre
vinciamo. Dopo questo studio la situazione, speriamo, cambierà ancora, ci sarà
sempre meno tempo per sparare. E soprattutto si mina alla base la riforma
Lollobrigida, che intende affidare alle regioni la possibilità di stabilire le
date di migrazione, con il paradosso di avere date diverse a seconda appunto
delle regioni”.
“Le conseguenze dello studio”, spiega a sua volta e conclude Claudio Celada,
direttore Conservazione natura della Lipu-BirdLife Italia, “sono importanti in
molti aspetti scientifici e di conservazione, a cominciare dalla necessità di
correggere i calendari venatori regionali per molte specie, tra cui turdidi e
anatidi, anticipando la chiusura della caccia. Lo studio evidenzia altresì
l’insostenibilità e l’inopportunità della proposta di riforma della caccia,
voluta dal ministro Lollobrigida e in discussione al Senato, con il disegno di
legge 1552, che vede nell’allungamento dei tempi di caccia uno dei suoi
obiettivi principali. Una riforma che va abbandonata, per far posto finalmente a
politiche di tutela serie e ben applicate”.
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migrazioni, i calendari del governo sono insensati” proviene da Il Fatto
Quotidiano.