Tag - Caccia

Tre cacciatori uccisi sui Nebrodi, la doppia pista: un errore durante la battuta o una lite. C’è un indagato
È vicina a una svolta l’inchiesta sulla morte dei tre cacciatori trovati senza vita in un bosco dei Nebrodi messinesi il 28 gennaio scorso. C’è almeno una persona indagata per il triplice omicidio: si tratta dell’amico di Antonio Gatani, 82 anni, il più anziano tra le vittime. L’uomo finito nel mirino degli investigatori, come anticipato martedì da Ilfattoquotidiano.it, era in compagnia di quest’ultimo la mattina nella quale i tre sono rimasti coinvolti nella sparatoria a Montagnareale, paesino in provincia di Messina. Gli sono state sequestrate tutte le armi in suo possesso per effettuare le perizie balistiche in grado di chiarire se qualcuno di quei fucili è tra quelli dai quali è stato fatto fuoco contro Gatani o i fratelli Devis e Giuseppe Pino, rispettivamente 26 e 44 anni. LA MATTANZA NATA PER UN ERRORE DURANTE LA CACCIA? I carabinieri, coordinati dalla procura di Patti, non hanno più alcun dubbio: sulla scena del delitto c’era almeno un’altra persona. E sospettano che fosse proprio il compagno di caccia di Gatani. Sulla dinamica, invece, è ancora necessario far luce. La pista, infatti, non è ancora univoca. Si fanno largo due ipotesi riguardo il contesto che ha portato al triplice omicidio. Da un lato è possibile che l’82enne abbia ferito per errore Devis Pino. A quel punto, il fratello maggiore avrebbe aperto il fuoco contro Gatani, uccidendolo. Il quarto uomo presente sulla scena avrebbe risposto al fuoco ammazzandolo e finendo poi il 26enne, diventato un testimone scomodo, con un secondo colpo esploso da distanza ravvicinata. Una mattanza nata da un fatale sbaglio durante una battuta di caccia. LA SECONDA PISTA: LA LITE PER IL “CONTROLLO” DELLA ZONA Ma non si esclude che le due coppie di cacciatori si siano incrociate durante la battuta e ne sia nato un diverbio. Gatani e il quarto uomo avrebbero rinfacciato ai fratelli Pino, arrivati da un paese a una cinquantina di chilometri di distanza, di essere a caccia in una zona che ritenevano una specie di propria “riserva”, essendo tra l’altro ambitissima per via del maialino nero, molto apprezzato sul mercato. Così sarebbe inizia la sparatoria al termine della quale sono rimasti tre copri a terra, a una trentina di metri l’uno dall’altro, con i propri fucili accanto. INDAGATO IL COMPAGNO DI CACCIA DI GATANI Il compagno di caccia di Gatani, ascoltato già nelle ore successive al triplice omicidio, dice di non aver visto né sentito nulla. Ha sostenuto di essere arrivato con l’82enne nella zona di caccia attorno alle 6 del mattino ma di essersi poi allontanato. Insomma, era nella zona dei delitti ma non presente al momento della sparatoria. Una versione che finora non ha convinto gli investigatori, coordinati dal procuratore Angelo Cavallo e dalla pubblico ministero Roberta Ampolo, che ora indagato formalmente su di lui. L’inchiesta ha fatto un passo avanti e ora una svolta sembra imminente, decisivi saranno gli accertamenti dei carabinieri del Ris di Messina sulle armi. L'articolo Tre cacciatori uccisi sui Nebrodi, la doppia pista: un errore durante la battuta o una lite. C’è un indagato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca Nera
Messina
Caccia
Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del gruppo interrogato dai carabinieri
Proseguono le indagini per il triplice omicidio dell’82enne Antonio Gatani di Librizzi, del 42enne Giuseppe Pino e del 26enne Davis Pino, due fratelli di San Pier Niceto. Mercoledì 28 gennaio, i tre cacciatori sono stati trovati morti in una zona boschiva di Montagnareale, in provincia di Messina. A dare l’allarme alle autorità è stato un amico di una delle tre vittime che non lo sentiva da ore. Dopo il ritrovamento dei cadaveri, il procuratore del vicino comune di Patti, Angelo Vittorio Cavallo, e i carabinieri sono rimasti fino a tardi sul posto, che è stato chiuso al pubblico. In caserma, i militari hanno interrogato per tutta la notte del 29 gennaio una persona che andava a caccia con il più anziano del gruppo. Non c’è ancora una pista dominante tra le ipotesi avanzate: per adesso può essersi trattato di un incidente di caccia oppure di una lita finita in tragedia con un doppio omicidio e infine un suicidio– quest’ultima pista, come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, secondo indiscrezioni sarebbe la più accreditata. Tutti e tre erano armati di fucile, ma da quanto si apprende ne è stato ritrovato soltanto uno. Foto d’archivio. L'articolo Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del gruppo interrogato dai carabinieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Omicidio
Carabinieri
Messina
Caccia
Riforma della caccia, lo studio della Lipu: “Cambiano i tempi delle migrazioni, i calendari del governo sono insensati”
Oltre 4 milioni di dati esaminati, 23 specie cacciabili analizzate. E un risultato scientifico chiarissimo: sono sedici le specie di uccelli che avviano la cosiddetta migrazione pre-riproduttiva entro la prima o la seconda decade di gennaio. Tra questi merlo, cesena, pavoncella, allodola, mestolone, fischione, moriglione, codone, folaga, tordo sassello. Altre, invece, come il tordo bottaccio, iniziano addirittura nella terza decade di dicembre. Tempi diversi, insomma, anche rispetto all’attuale documento tecnico di riferimento dell’Unione Europea che stabilisce i periodi di inizio della migrazione prenuziale per le specie cacciabili. È il risultato di un imponente studio della Lipu e dell’Università di Milano, pubblicato sull’autorevole rivista scientifica “Wildlife Biology”, con il coordinamento di Roberto Ambrosini e la collaborazione di importanti ornitologi europei, tra cui Franz Bairlein. E che dimostra che la riforma della caccia voluta dal ministro Francesco Lollobrigida è insostenibile e che i calendari venatori vanno decisamente rivisti. Dallo studio, emergono due aspetti: da un lato un’ulteriore anticipazione rispetto alle date ufficiali della migrazione pre-riproduttiva (previste dal cosiddetto Documento Key Concepts della Commissione europea) per numerose specie, che partono per i luoghi della nidificazione con i primi contingenti rilevanti, almeno il 5% degli individui. E dall’altro una serie di rilevanti variazioni per 19 specie (pari all’83% delle specie cacciabili). “La Direttiva Uccelli, la cornice normativa che governa la protezione degli uccelli in Europa e regolamenta la caccia – vieta la caccia in due momenti”, spiega Danilo Selvaggi, Direttore Generale Lipu. “Quello della riproduzione e nidificazione, in primavera-estate, e quando gli uccelli partono verso i luoghi della riproduzione, cioè la cosiddetta migrazione pre-riproduttiva”. La migrazione pre-riproduttiva è una fase biologica particolarmente delicata per la conservazione delle specie e per questo la Direttiva vieta rigorosamente la caccia in questo periodo. I contingenti che partono per primi sono costituiti da individui con una migliore capacità riproduttiva e dunque cruciali per la conservazione delle popolazioni all’interno delle specie: “Il 5% non è dunque un capriccio scientifico, ma indica i migliori riproduttori: sparare a questi contingenti significa dunque fare un danno doppio”, nota Selvaggi. Che aggiunge: “In Italia esiste la legge 157 che oggi mette un limite massimo al 31 gennaio, oltre il quale non si può andare. I cacciatori hanno sempre contestato queste date, avrebbero voluto cacciare fino a marzo. Oggi questo studio dimostra che la caccia dovrebbe chiudersi prima del 31 gennaio per molte specie e addirittura a dicembre per alcune. Tra l’altro lo studio conferma e rilancia gli studi di Ispra, contestati spesso in maniera brutale dagli stessi cacciatori”. Ma perché gli uccelli partono prima? Con tutta probabilità a giocare un ruolo è il cambiamento climatico. “Non è escluso che si parta prima anche perché fa più caldo. Un problema che potrebbe amplificarsi ulteriormente, con il peggiorare della crisi climatica”. I dati dello studio verranno trasmessi alla Commissione Europea, a Ispra, al ministero dell’Ambiente, ma soprattutto a tutto le regioni che stabiliscono i calendari venatori. “Il paradosso è che di calendari si occupano gli Uffici Caccia degli assessorati all’Agricoltura, popolati di cacciatori, e non gli uffici ambientali”, continua Selvaggi. “Ogni anno noi di Lipu e delle associazioni ambientaliste impugniamo i calendari scorretti e quasi sempre vinciamo. Dopo questo studio la situazione, speriamo, cambierà ancora, ci sarà sempre meno tempo per sparare. E soprattutto si mina alla base la riforma Lollobrigida, che intende affidare alle regioni la possibilità di stabilire le date di migrazione, con il paradosso di avere date diverse a seconda appunto delle regioni”. “Le conseguenze dello studio”, spiega a sua volta e conclude Claudio Celada, direttore Conservazione natura della Lipu-BirdLife Italia, “sono importanti in molti aspetti scientifici e di conservazione, a cominciare dalla necessità di correggere i calendari venatori regionali per molte specie, tra cui turdidi e anatidi, anticipando la chiusura della caccia. Lo studio evidenzia altresì l’insostenibilità e l’inopportunità della proposta di riforma della caccia, voluta dal ministro Lollobrigida e in discussione al Senato, con il disegno di legge 1552, che vede nell’allungamento dei tempi di caccia uno dei suoi obiettivi principali. Una riforma che va abbandonata, per far posto finalmente a politiche di tutela serie e ben applicate”. L'articolo Riforma della caccia, lo studio della Lipu: “Cambiano i tempi delle migrazioni, i calendari del governo sono insensati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ambiente
Caccia
Francesco Lollobrigida
Lipu
Scambia l’amico per un cinghiale e lo uccide: uomo di 58 anni muore durante una battuta di caccia nel Nuorese
Spara al cespuglio e uccide il compagno. Il fatto è accaduto il 28 dicembre a Oliena, in provincia di Nuoro: l’allevatore Andrea Puddu, 58 anni, è morto dopo un incidente durante la battuta di caccia della domenica. Nelle campagne di Sa Serra, intorno alle 16.30, l’uscita era quasi finita. Uno dei cacciatori ha sentito dei rumori venire dalla vegetazione, ha creduto di avere un cinghiale a portata di tiro e ha aperto il fuoco con l’arma, ma ha colpito l’amico al torace. I compagni hanno chiamato i soccorsi ma il loro intervento non è servito a nulla: Andrea Puddu è deceduto sul posto. I carabinieri di Oliena e di Nuoro fatto i rilievi e raccolto le testimonianze. Secondo Vittime della caccia, che monitora gli incidenti legati all’attività venatoria su scala nazionale, dal 1° settembre al 1° dicembre 2025 si registrano 29 persone colpite da armi da caccia, con sette morti e 22 feriti. Di queste vittime, preoccupa in particolare il fatto che non tutti fossero cacciatori: tra gli estranei all’attività venatoria figurano due morti e otto feriti, compreso un minore, colpiti mentre si trovavano in aree pubbliche come sentieri e zone boschive, o addirittura vicino alle proprie abitazioni. Secondo l’associazione, gli incidenti più ricorrenti sono spesso causati da negligenza, spari incontrollati o scarsa visibilità. L'articolo Scambia l’amico per un cinghiale e lo uccide: uomo di 58 anni muore durante una battuta di caccia nel Nuorese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca Nera
Animali
Caccia
Sardegna
Incidenti
Manovra, blitz di Lega e FdI per riaprire le riserve di caccia (chiuse da 47 anni): “Business sulla pelle degli animali”
Come ogni anno, da quando è in carica il governo Meloni, ecco il regalino di Natale per i cacciatori (e la Coldiretti). Alla legge di Bilancio in discussione in questi giorni, Lega e FdI hanno accorpato due emendamenti – già approvati in commissione – per ripristinare le riserve di caccia, chiuse in Italia dal 1978. L’operazione per chi si occupa di attività venatoria e tutela della biodiversità è gigantesca: in pratica si dà la possibilità alle azienda faunistico-venatorie oggi presenti nel nostro Paese di fare business sulla pelle degli animali. Attualmente, infatti, questi istituti privati sono senza scopo di lucro. I primi firmatari dei provvedimenti sono il leghista Massimo Garavaglia e il meloniano Luca De Carlo. Siccome la riforma della legge sul prelievo venatorio giace nelle commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato – e non si ha notizia di quando riprenderanno i lavori – la maggioranza ha pensato bene di staccare alcuni punti salienti del testo e abbinarli alla manovra. Il rischio, ora, è che aprendo le riserve la pressione sulle specie cacciabili – alcune popolazioni delle quali già di per sé non in salute – aumenti a dismisura. Come fa notare la Lac, peraltro, non è chiaro “se il target dei fucili” saranno “esemplari allevati, o più facilmente quelli selvatici presenti spontaneamente in natura, che però appartengono al patrimonio indisponibile dello Stato. Si realizzerebbe pertanto un lucro da parte di privati attraverso il saccheggio del bene naturale di natura pubblica”. Da una parte esulta Coldiretti, in particolare la sua Ab Agrivenatoria Biodiversitalia, che gestisce proprio gli istituti faunistici privati. Dall’altra tremano i cacciatori più legati alla caccia come fenomeno sociale di massa, con l’imbarazzo delle principali associazioni venatorie, che chinano il capo alle più potenti lobby agricole. Già, perché l’obiettivo del governo è incentivare l’attività venatoria come impresa individuale, da un lato, e per ricchi praticanti, dall’altro. Non è un caso che la già citata riforma alla legge 157/92 (legge Malan) contenga disposizioni per favorire il turismo venatorio da parte delle persone straniere (e fa niente se negli slogan bisogna sempre mettere in testa: “Prima gli italiani”). Ricordate Trump jr che uccideva specie protette nella Laguna veneta? Partito democratico e Avs hanno alzato la voce. “La maggioranza riesuma il ddl ‘caccia selvaggia’. E lo fa a colpi di blitz e forzature, chinata com’è alle assurde richieste della lobby armiero-venatoria – hanno detto le dem Eleonora Evi e Patrizia Prestipino – Così si regalano biodiversità e natura alla caccia privata, consentendo alle aziende faunistico venatorie di operare a fini di lucro e trasformandole in un vero e proprio parco giochi per ricchi per sparare a piacimento, mentre le aree protette sono sempre più derubricate, lottizzate e sempre meno finanziate nonostante la loro prioritaria funzione di conservazione e tutela della biodiversità”. Per Luana Zanella (Avs) “la destra si prepara a dare l’assalto alla Laguna veneta, cioè ad una parte fondamentale del patrimonio faunistico nazionale, regalandola ai cacciatori. L’assenza di lucro nelle attività delle aziende faunistico-venatorie è una base irrinunciabile per impedire che l’uccisione della fauna selvatiche sia associata al guadagno: così si cancellano conquiste di civiltà”. Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it Instagram L'articolo Manovra, blitz di Lega e FdI per riaprire le riserve di caccia (chiuse da 47 anni): “Business sulla pelle degli animali” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Legge di Bilancio
Caccia
Incidente di caccia in provincia di Lucca: 50enne ferito all’addome
Colpito durante una battuta di caccia e salvato dall’elisoccorso. Intorno alle 10.30 di domenica, un cacciatore cinquantenne è rimasto gravemente ferito all’addome da un colpo di arma da fuoco. Il fatto è avvenuto nella zona di Croce di Brancoli, in provincia di Lucca. La polizia sta cercando di far luce sulla dinamica dell’incidente. Dopo l’incidente sono intervenuti il 118, i vigili del fuoco e il soccorso alpino. Sul posto sono giunti anche carabinieri e polizia. Vista la natura impervia della zona, è stato necessario l’impiego dell’elisoccorso. Le operazioni di soccorso sono state lunghe e complesse ed è stato impiegato il dispositivo del verricello per far scendere il personale dall’elicottero. Il cinquantenne è stato trasportato all’ospedale Cinisello di Pisa in codice rosso. I poliziotti hanno avviato gli accertamenti per ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Incidente di caccia in provincia di Lucca: 50enne ferito all’addome proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Caccia
Incidenti
Lucca
C’è uno spot anti-caccia che scatena le polemiche: “Chi lo promuove fa business con allevamenti intensivi e petfood”
“Niente giustifica la caccia”. Si intitola così la campagna di comunicazione che Fondazione Capellino ha avviato da qualche settimana – corredata da una petizione – per chiedere che venga fermata la riforma della legge sulla tutela della fauna selvatica e sul prelievo venatorio (157/92) voluta dal ministro Francesco Lollobrigida e dal centrodestra unito. E dunque spot (al momento sono due, apparsi sulle reti nazionali), ma anche sondaggi, dibattiti pubblici e – non ultimo – attività di lobbying, dichiarata, nei confronti dei parlamentari italiani. Insomma, come si vede, un’ampia strategia, che si pone in antitesi con ciò che, dall’altra parte della “barricata”, fa da anni e con successo Fondazione Una, il think tank dei cacciatori. Fin qui tutto legittimo. E, nei contenuti, meritorio, dal momento che come scritto da ilFattoQuotidiano.it il ddl Malan (e gli emendamenti del centrodestra) liberalizza la caccia, costituendo un pericolo per la fauna selvatica, la biodiversità e l’incolumità delle persone. Il problema è che le associazioni venatorie – e Fondazione Una stessa – hanno puntato il dito contro il business su cui si basa Fondazione Capellino. Fondazione Capellino è proprietaria al 100% di Almo Nature, famosa azienda che si occupa di petfood. L’accusa, dunque, riguarda il cortocircuito etico: “Attaccano l’attività venatoria ma poi macellano gli animali“. Da quanto appreso da ilFatto.it, e confermato dalla Fondazione stessa, la filiera della produzione di carne per cani e gatti di cui si serve Almo Nature è la medesima di altre grandi aziende dello stesso settore. Si tratta, in buona sostanza, di allevamenti intensivi – come spiegato dalla stessa Fondazione – di cui è difficile conoscere il livello di benessere degli animali. “Con una precisazione – fa sapere l’azienda – Almo Nature si affida alla filiera della carne destinata all’uomo, dunque non aumenta il numero di animali uccisi per il petfood“. Di quali animali parliamo? Polli, maiali, manzi, tacchini, tonni e, seppur in misura minore (5% del totale), cinghiali. Questi ultimi provenienti, secondo Federcaccia, da “scarti di attività venatoria”. Con, complessivamente, il 56% della carne che arriva da Paesi extra-Ue. Da qualche settimana tra la principale associazione venatoria italiana, supportata da Fondazione Una, e Fondazione Capellino è in corso una battaglia di dossier e contro-dossier. In pratica, vicendevoli accuse. I cacciatori chiedono, per esempio, quanti animali uccisi vengano utilizzati da Almo Nature ogni anno o “quali sono gli standard sanitari riconosciuti per petfood di provenienza extra-Ue, come la Thailandia?”. Il presidente Pier Giovanni Capellino ha risposto in parte alle critiche, sottolineando che la campagna contro la caccia non ha l’obiettivo “di fare soldi” o marketing, dal momento che, per statuto, la Fondazione ha deciso di reinvestire i proventi di Almo Nature – al netto di stipendi e costi vari – in progetti di tutela della biodiversità (per esempio, il progetto Yellowstone to Yukon o quello di Villa Fortuna) e “in favore di dipendenti e lavoratori lungo tutta la nostra filiera”. Nel 2018, in un’intervista, Capellino aveva dichiarato che mettendo in piedi la Fondazione avrebbe creato “uno strumento economico a disposizione degli animali, della biodiversità e di coloro che condividono l’idea che sia necessario un nuovo patto degli umani con tutte le altre vite”. Ma per i detrattori non è sufficiente: “È paradossale che un’azienda che produce alimenti che si basano sull’utilizzo intensivo e industriale di proteine animali fomenti i consumatori contro la caccia quando, in casa propria, fa business sugli animali”. Qui la riposta dell’azienda data a ilFatto.it: “Migliorare il sistema dall’interno è una strada possibile, soprattutto se si riesce ad essere etici e sostenibili e il modello della Reintegration Economy punta a questo. Ci sono altre strade possibili? Se ci fossero e se venissero proposte si valuterebbero certamente”. E ancora: “Il rischio di scelte più estreme può portare a fallire a lungo termine perché l’offerta al pubblico lieviterebbe e il petfood costerebbe 4-5 volte tanto. Meglio migliorare operando dall’interno, accettando in parte la contraddizione ma impegnandosi per fare la differenza”. E poiché Fondazione Capellino promette di lanciare altre battaglie, qui siamo soltanto alla prima puntata. Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it Instagram L'articolo C’è uno spot anti-caccia che scatena le polemiche: “Chi lo promuove fa business con allevamenti intensivi e petfood” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ambiente
Allevamenti Intensivi
Caccia
Le città di Roma e Bologna chiedono di fermare il ddl caccia di Lollobrigida: “Rischio per l’incolumità pubblica”
Si moltiplicano da Nord a Sud le prese di posizione istituzionali contro il disegno di legge (a prima firma Lucio Malan) che intende stravolgere la 157/92, liberalizzando l’attività venatoria e riducendo le tutele della fauna selvatica (e dei cittadini). Mentre il provvedimento giace in commissione al Senato – è lì dovrebbe stare almeno fino a gennaio – prima il Comune di Roma e poi quello di Bologna hanno approvato due diversi atti – una mozione, nel primo caso, e un ordine del giorno nel secondo – per chiedere che il ddl voluto da Francesco Lollobrigida venga fermato. Nella Capitale l’iniziativa è stata presa dal consigliere Rocco Ferraro (lista civica Gualtieri sindaco) e la mozione è stata approvata coi voti del Pd, Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 stelle e con quello della consigliera di Forza Italia, Rachele Mussolini. “La norma va in sfregio a qualunque logica ed etica per quanto riguarda il rispetto degli animali, oltre al fatto che presenta un rischio per l’incolumità pubblica” ha detto Ferrero, puntando sul pericolo per “turisti, escursionisti, ciclisti e cittadini” che frequentano boschi, campagne, aree demaniali e – se venissero approvati alcuni emendamenti proposti da Lega e Fratelli d’Italia, come denunciato da ilFattoQuotidiano.it – spiagge. Nel capoluogo emiliano è stata invece la consigliera dem Mary De Martino a presentare l’ordine del giorno contro il ddl Malan, poi approvato. “Raccogliamo con grande entusiasmo questa espressione di una volontà che accomuna la stragrande maggioranza di cittadini italiani, da sempre contrari alla caccia – dichiara Massimo Vitturi, responsabile Area Animali Selvatici della Lav– La netta posizione di contrarietà ribadisce ancora una volta e con ancora più forza quanto emerso dai recenti sondaggi che confermano che quasi l’80% degli italiani vorrebbe che la caccia fosse dichiarata finalmente illegale”. Lav che, insieme ad altre associazioni animaliste, ha presentato in Parlamento una legge di iniziativa popolare per chiedere l’abolizione della caccia; mentre il Wwf ha promosso una petizione, che ha superato le 100mila firme, proprio per fermare il disegno di legge voluto dal ministro dell’Agricoltura. Oltre a Roma e Bologna, in questi mesi altri Comuni hanno fatto sentire la propria voce, come nel caso di Avigliano, in provincia di Torino. Il sindaco Andrea Archinà, intervistato dalla Lav, ha spiegato che “il nostro territorio è ad alta attrazione turistica: i troviamo lungo il percorso della via Francigena, perciò abbiamo tantissimi camminatori, escursionisti e appassionati di outdoor, amanti della bicicletta. Se il ddl venisse approvato, il rischio di incidenti diventerebbe ancora più elevato. Abbiamo ricevuto molte segnalazioni da parte dei cittadini, soprattutto abitanti delle borgate e delle zone periferiche, che hanno mostrato preoccupazione per gli spari vicino casa a qualsiasi ora del giorno”. Per la cronaca, anche a Pescara c’è stato un tentativo, col consigliere Paolo Sola (M5s). L’assemblea a trazione centrodestra però ha bocciato l’ordine del giorno. Gli occhi, ora, sono puntati sulla legge di Bilancio. Col ddl fermo in Senato, infatti, c’è il timore che pezzi del provvedimento entrino nella manovra (e vengano approvati) come successo nel 2022 con il noto “emendamento Foti”, che aveva dato avvio alla caccia selvaggia in parchi e aree urbane. Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it Instagram L'articolo Le città di Roma e Bologna chiedono di fermare il ddl caccia di Lollobrigida: “Rischio per l’incolumità pubblica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roma
Ambiente
Caccia
Francesco Lollobrigida