Siamo in Lombardia, dove la Regione sta per assumere privati in partita iva, per
un massimo di tre anni, da impiegare nell’attività ispettiva dei servizi PSAL
delle ATS (Agenzie di Tutela della Salute), le strutture pubbliche che si
occupano di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. L’obiettivo dichiarato
è quello di aumentare del 20 per cento i controlli sfruttando le risorse
accumulate con le sanzioni alle imprese negli ultimi anni. Ma il rischio,
denuncia l’Unione sindacale di base in un comunicato, è quello di sovrapporre
controllore e controllato. “Una scelta folle”, commenta Giorgio Dell’Erba,
dirigente Usb, che rilancia la preoccupazione dei colleghi delle ATS lombarde.
A fronte dell’aumento degli infortuni mortali (62 nel 2024) e per “accelerare
l’utilizzo della disponibilità finanziaria”, in Lombardia la politica ha
annunciato un “cambio di passo”. Ma siccome, ammettono, l’organico è carente, in
attesa di formare gli interni la giunta del leghista Attilio Fontana, su
proposta dell’Assessore al Welfare Guido Bertolaso, ha deciso di ricorrere agli
incarichi di prestazione d’opera professionale con partita IVA e non ai concorsi
pubblici. I bandi sono stati pubblicati proprio in questi giorni in esecuzione
della delibera regionale dell’aprile 2025. A seconda del rispettivo budget,
complessivamente di 12 milioni di euro, le varie ATS potranno assumere liberi
professionisti ai quali richiedere attività ispettive e di vigilanza, come
sopralluoghi nei luoghi di lavoro e indagini su infortuni. Medici, ingegneri,
statistici, informatici, infermieri, ma anche personale per il relativo servizio
legale come avvocati e consulenti del lavoro. A quanto è scritto nei documenti
regionali, il “cambio di passo” prevede anche la possibilità di nominare il
personale esterno come ausiliario di Polizia Giudiziaria.
Ma non è finita, anzi. I bandi delle ATS parlano di contratti per un massimo di
tre anni e 3.300 ore, 1.100 all’anno con una “logica di flessibilità funzionale”
definita d’intesa con il Direttore del Servizio. Un monte ore che, a rigor di
logica, lascia teoricamente spazio al professionista per gestire altri
committenti nel tempo rimanente. Perché ad ora non è prevista una clausola
esplicita che proibisca al libero professionista di svolgere consulenze per
aziende private o altre mansioni durante il periodo dell’incarico. A meno di
paletti inseriti nei contratti individuali al momento della sottoscrizione, i
nuovi rapporti di lavoro sembrano strutturati proprio per coesistere con
l’attività professionale autonoma. Più che un cambio di passo, una rivoluzione.
Qui sta anche il cuore della denuncia dell’Usb, secondo cui questi
professionisti opererebbero senza i vincoli deontologici tipici dei funzionari
pubblici, proprio perché rimarrebbero inseriti nel mercato delle consulenze
private.
“Un passo clamoroso verso la privatizzazione delle attività di controllo”, si
legge nel comunicato Usb, che promette “tutte le azioni politiche, sindacali ed
anche legali affinché questa vergognosa operazione venga ritirata”. Inoltre,
denunciano, la scelta lombarda metterebbe a rischio il servizio stesso.
“Probabilmente andranno ad ispezionare un’azienda per cui hanno fatto la
valutazione dei rischi: il lunedì fai consulente per la sicurezza aziendale e il
martedì assumi poteri di controllo? Una commistione di ruoli impressionante”,
riflette Dell’Erba riferendosi al documento obbligatorio per le aziende. Per il
sindacalista un altro modo di minare l’attività ispettiva: “Logica che abbiamo
già visto in questi anni anche per l’Ispettorato nazionale del lavoro, con
direttive che impongono la quantità anziché la qualità delle ispezioni,
modifiche normative che appesantiscono, favori ai consulenti e alle aziende
(diffida amministrativa, Protocollo Asse.Co. etc…), personale amministrativo
ridotto all’osso, mancanza di riconoscimento dei rischi dell’attività esterna ed
enorme scarto tra il valore delle funzioni esercitate e salario riconosciuto”.
Insomma, conclude, “per non “disturbare chi produce ricchezza”, per citare la
presidente del Consiglio, Giorgia Meloni”.
L'articolo Sicurezza sul lavoro, le ispezioni? Affidate a privati in partita IVA
che intanto possono lavorare per le aziende proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il treno più lungo del mondo passa per Milano. Ieri, lunedì 26 gennaio, il
capoluogo lombardo ha ospitato il treno di cioccolato più lungo che sia mai
stato realizzato. Con i suoi 55.27 metri di lunghezza e ben 28 quintali di peso,
il dolce mezzo di locomozione – realizzato dal maestro cioccolatiere Andrew
Farrugia – ha ottenuto la coccarda del Guinness world record durante la
“Giornata dei Record”, svoltasi a Palazzo Lombardia. Il treno è composto da 22
vagoni. Oltre alla locomotiva d’epoca ci sono le carrozze passeggeri, una
carrozza ristorante con tavolini e sedie e i vagoni merci. I soldi raccolti
durante la giornata sono stati donati all’Associazione cure palliative.
L’iniziativa ha coinvolto scuole, consorzi e tante realtà del territorio.
A margine dell’evento è intervenuto Attilio Fontana, presidente della Regione
Lombardia. Ai microfoni di Lombardia Notizie ha dichiarato: “È una bellissima
iniziativa, in cui si sono sfruttate le Olimpiadi per realizzare questo nuovo
record. La cosa bella è che tramite le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono state
evidenziate alcune nostre caratteristiche, come il nostro saper fare, la nostra
creatività, la nostra capacità di saper usare tanti prodotti alimentari. E
infine, il nostro cuore d’oro. Tutti i vantaggi economici che si trarranno da
questa iniziativa saranno finalizzati a un’associazione di cure palliative. Come
sempre: determinazione, capacità, saper fare e cuore d’oro”. E ancora: “La
Lombardia è conosciuta come la regione del lavoro e dell’impresa, ma c’è anche
un tratto che forse si racconta meno: il grande cuore dei lombardi. Una comunità
che, quando c’è da sostenere chi ha bisogno, risponde sempre con generosità
concreta. Questo record dimostra che sviluppo, creatività e solidarietà possono
andare insieme
L'articolo Il treno di cioccolato più lungo del mondo è a Milano: nuovo Guinness
dei primati con 22 vagoni, 55.27 metri di lunghezza e 28 quintali di peso
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Morire e non essere sepolti. I corpi adagiati in una cella frigorifera, in un
obitorio o su una barella che nessun Comune sa dove collocare. Succede oggi, in
Italia, soprattutto ai cittadini di fede islamica, per i quali il diritto alla
sepoltura dipende dal luogo in cui si muore, dalla disponibilità di un sindaco o
da una deroga concessa all’ultimo momento. Negli ultimi giorni del 2025, il
decesso di tre persone ha riportato alla luce un tema che da anni resta ai
margini della cronaca. La Regione non è competente. I Comuni sono autonomi. Lo
Stato si limita a fissare le regole generali. Nel mezzo, il problema resta: i
morti di fede islamica non trovano un luogo dove essere sepolti, mentre le
istituzioni si rimpallano le responsabilità.
L’ultimo rimpallo di responsabilità si registra in Lombardia. Dopo l’appello
lanciato nei mesi scorsi da Abdullah Badinjki, assessore del Comune di Paullo,
l’ufficio del presidente Attilio Fontana, interpellato da ilfattoquotidiano.it,
ha risposto tramite la Direzione generale Welfare: Il riferimento è al DPR 285
del 1990, regolamento nazionale di polizia mortuaria. “La norma assegna ai
Comuni la responsabilità della costruzione dei cimiteri attraverso i piani
cimiteriali. La regione Lombardia non ha contezza degli spazi dedicati alle
sepolture, perché parte integrante dei piani comunali definiti autonomamente dai
sindaci”. Una risposta formalmente corretta, ma politicamente elusiva. La legge
italiana prevede infatti che una persona possa essere sepolta esclusivamente nel
Comune di residenza o in quello in cui è avvenuto il decesso. L’Islam, inoltre,
vieta la cremazione e la tumulazione: il corpo deve essere inumato, con il volto
rivolto verso la Mecca. Quando mancano aree dedicate, l’unica alternativa
diventa il rimpatrio della salma. Anche quando la volontà del defunto e della
famiglia è opposta.
È da qui che nasce l’appello di Badinjki, che non contesta la norma statale, ma
il suo effetto concreto. “Il richiamo al DPR 285/1990 è corretto, ma va
collocato nel suo perimetro reale. Il regolamento individua nei Comuni i
soggetti attuatori, ma non esaurisce il ruolo delle Regioni, che possono
integrare la disciplina attraverso indirizzo, coordinamento e programmazione”,
replica l’assessore. “La sepoltura non è un servizio tecnico: è un diritto
fondamentale che la Regione è chiamata a garantire, intervenendo dove c’è una
mancanza dei comuni. Questa non è una battaglia politica né ideologica”. Secondo
Badinjki, ridurre la questione a un problema di competenze significa ignorare il
nodo politico: “Affermare che la Regione non abbia responsabilità perché i piani
cimiteriali sono comunali significa trasformare il DPR in una norma di
esclusione. Quando emerge una criticità strutturale, il governo del sistema
impone un’assunzione di responsabilità, non un arretramento”.
Il dibattito istituzionale, però, ha conseguenze molto concrete. Negli ultimi
giorni dello scorso anno, nel Sud-Est milanese, tre cittadini musulmani sono
morti senza che fosse immediatamente disponibile un luogo di sepoltura. In un
caso, la salma è stata rimpatriata solo grazie a una colletta della comunità,
che ha raccolto tra i cinque e i seimila euro necessari. In un secondo caso, la
sepoltura è avvenuta a San Donato Milanese esclusivamente perché il decesso è
avvenuto nell’ospedale del Comune, uno dei pochi dell’area metropolitana di
Milano ad aver adeguato il piano cimiteriale. Nel terzo caso, la salma è rimasta
ferma per giorni prima di trovare posto a Bergamo, grazie a una deroga. “È
inaccettabile che la morte diventi un problema logistico”, denuncia Badinjki.
“Il diritto alla sepoltura non può dipendere dalla casualità di un ricovero o
dal Comune in cui si muore”.
Il problema non riguarda solo la Lombardia. Secondo i dati di Fondazione ISMU,
in Italia vivono circa 1,7 milioni di musulmani; 368mila risiedono in Lombardia,
pari al 26% e il problema è diffuso da nord a sud. “Parliamo di seconde e terze
generazioni”, sottolinea Badinjki. “Continuare a considerare il rimpatrio come
soluzione ordinaria è semplicemente irreale. A livello nazionale lo conferma
Yassine Baradai, presidente dell’Ucoii. “Abbiamo casi di salme ferme nelle celle
frigorifere da venti giorni, tra gli ultimi uno di questi giorni in provincia di
Padova, perché non si sa dove seppellirle. Succede in tutta Italia”, racconta.
“Non è una questione religiosa o ideologica: è il diritto al lutto. Un figlio
deve poter piangere suo padre vicino a casa”. Il quadro normativo, osserva
Baradai, già consentirebbe soluzioni: “Il DPR del 1990 prevede la possibilità di
individuare spazi per i defunti di altre confessioni. I requisiti sono minimi,
non servono lavori né costi aggiuntivi. Spesso manca solo la volontà politica”.
La richiesta è sostenuta anche da una petizione pubblica, lanciata nel 2022
sempre da Badinjki , “Musulmani, la fatica di morire ed essere seppelliti in
Italia”, che ha raccolto quasi 15 mila firme. Voci che non sembrano essere
riconosciute. “Questo tema viene rimosso dal dibattito pubblico perché non porta
consenso”, conclude Badinjki. “Ma è destinato a diventare esplosivo. Le seconde
e terze generazioni sono già qui. Continuare a ignorarlo significa accettare
che, nel 2026, in Italia si possa ancora morire senza sapere dove essere
sepolti”. Un segnale che la domanda sociale esiste. Resta la risposta delle
istituzioni. Per ora affidata a un rimpallo di competenze che, mentre si discute
di chi deve fare cosa, continua a lasciare qualcuno senza un posto dove essere
sepolto.
L'articolo Sepoltura per i cittadini musulmani, ancora ostacoli in Italia. E in
assenza di aree resta solo il rimpatrio della salma proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A seguito dell’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso lunedì a
coltellate nel parcheggio della stazione di Bologna, diversi sindacati dei
lavoratori dei trasporti hanno proclamato sciopero. Ma non si tratta dell’unica
mobilitazione in questi giorni. Trenord infatti sarà interessata da due giornate
di agitazione. Lo sciopero per l’assassinio di Ambrosio scatterà alle ore 21 di
oggi, venerdì 9 gennaio, fino alle 21 di domani 10 gennaio: è stato proclamato
dai sindacati CUB Trasporti e SGB ed è a livello nazionale, potrebbe generare
ripercussioni sulla normale circolazione della linea ferroviaria non solo
lombarda.
Sono garantiti i treni con partenza prevista – sempre da far riferimento da
orario ufficiale – entro le 21 di oggi e con arrivo previsto non oltre le 22.
Fasce di garanzie invece previste il 10: dalle ore 6 alle ore 9 e dalle ore 18
alle ore 21. In questi orari, assicurati i treni presenti nella lista –
consultabile online – dei “Servizi Minimi Garantiti”. Per il trasporto
aeroportuale, bus sostitutivi e senza fermate intermedie tra Milano Cadorna
(partenza via Paleocapa 1) e Malpensa Aeroporto – per il Malpensa Express – e
tra Stabio e Malpensa Aeroporto per la S50 con la stessa tratta.
Per quanto riguarda lunedì 12 gennaio, lo sciopero avrà inizio alle ore 03 e
terminerà alle ore 02 di martedì 13. La mobilitazione è stata proclamata dal
sindacato ORSA e avrà probabili ripercussioni sui servizi regionali, suburbani,
aeroportuale e lunga percorrenza di Trenord. Le fasce di garanzia sono le stesse
dello sciopero del 10, con o treni dei servizi minimi assicurati dalle 6 alle 9
e dalle 18 alle 21.
Anche il trasporto aeroportuale seguirà la stessa organizzazione, ovvero Milano
Cadorna-Malpensa Aeroporto partendo da via Paleocapa 1 e Stabio-Malpensa
Aeroporto a sostituire la S50. In entrambi i casi, non vi saranno anche qui
fermate intermedie. Trenord invita i passeggeri a controllare gli aggiornamenti
in tempo reale sul sito e sull’app specifica, e a prestare attenzione agli
annunci sonori e ai tabelloni in stazione. Ad ogni modo, l’impatto dello
sciopero dipende – come sempre – dall’adesione del personale alle mobilitazioni.
L'articolo Sciopero Trenord il 10 e 12 gennaio: orari, fasce garantite e
motivazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Valle di Adamè, gioiello del Parco Regionale dell’Adamello lombardo compreso
nella Rete europea Natura 2000, ospita da alcuni anni una centralina
idroelettrica realizzata dai gestori dell’omonima baita a 2100 m di quota. Il
progetto, nato tra il 2016 e il 2017 per l’esigenza del rifugio di sostituire i
gruppi elettrogeni (alimentati a combustibili fossili trasportati in elicottero)
puntando invece a generare in loco energia rinnovabile e silenziosa, ha ottenuto
l’autorizzazione nel 2022 con una serie di rigide prescrizioni da rispettare:
copertura immediata degli scavi, strutture in muratura compatibili con
l’ambiente circostante, e così via.
L’impianto insiste su un’area di elevata sensibilità ambientale. La presenza
delle torbiere, delicati ecosistemi particolarmente tutelati anche alla luce
della recente Nature Restoration Law approvata in Europa, è stata sottovalutata
dalla valutazione d’incidenza che non ha studiato le ripercussioni legate alla
modifica del regime idrico del sito, liquidando gli impatti come “non
significativi” senza alcun monitoraggio; la stessa documentazione appare
lacunosa ed incompleta anche su altri aspetti, dalla mancata segnalazione della
presenza di fauna alpina protetta all’omissione di ulteriori habitat interessati
in modo diretto o indiretto che risultano dunque esenti da valutazione.
La centralina ha una produzione attesa di 52 MWh/anno, quando per la baita – che
peraltro è già dotata di pannelli fotovoltaici – si stima un fabbisogno
stagionale di circa 10 MWh. Nelle norme tecniche di attuazione del Piano
Territoriale di Coordinamento è espressamente vietata la realizzazione di nuovi
impianti idroelettrici e nuove derivazioni o captazioni d’acqua, con deroga per
l’eventuale autoconsumo in loco (“fatta salva la piena compatibilità ambientale
delle opere”); l’impianto realizzato è evidentemente sovradimensionato, uscendo
dai termini della deroga. La misurazione del Deflusso Minimo Vitale (DMV), o
deflusso ecologico, risulta effettuata tramite un’apparecchiatura che non
soddisfa la necessità di teletrasmissione continua dei dati richiesta dalla
normativa vigente.
Già a un anno di distanza dall’inizio dei lavori le prime ispezioni
istituzionali avevano segnalato il mancato completamento dei ripristini
ambientali: tubazioni ancora scoperte, mancati rinverdimenti, deposito di
materiale di cantiere, uso massiccio di calcestruzzo, cattiva gestione dei
rifiuti. A seguito di ciò da parte della Comunità Montana, ente gestore del
Parco Adamello, è arrivata una diffida al concessionario che intimava il
rispetto delle prescrizioni. Mentre il cronoprogramma dei lavori prevedeva di
arrivare a conclusione nel termine di 5-11 settimane, un sopralluogo
indipendente nel luglio 2025 ha evidenziato ancora un cantiere permanente non
perimetrato, con misure di sicurezza deficitarie. Sono inoltre state rilevate
ulteriori criticità: carenza di manutenzione, incongruenze con il progetto
presentato, rifiuti bruciati in loco, gestione non corretta del gruppo
elettrogeno e del suo carburante, presenza di telecamere non in conformità con i
termini di tutela della privacy.
Nell’ottobre 2025 il Comune di Saviore dell’Adamello ha disposto un’ordinanza
per la demolizione delle opere non autorizzate e non conformi, con il ripristino
dei luoghi nell’area della centralina idroelettrica e la rimozione di tutto ciò
che è stato costruito senza autorizzazione o in modo diverso dal progetto
approvato. Tra gli interventi contestati rientrano opere nel letto del torrente
(muri e deviazioni del corso d’acqua non previste), la realizzazione di un
bacino artificiale in cemento al posto dell’invaso più naturale autorizzato,
tratti di tubazioni posati in modo non conforme e rifiniture mai completate. A
dare impulso all’azione delle istituzioni è stata la relazione
tecnico-ambientale del Comitato per la Difesa del Parco dell’Adamello: il lavoro
di monitoraggio, analisi ed informazione pubblica del Comitato – basato sul
volontariato – ha evidenziato presunte difformità esecutive e criticità rispetto
alle tutele vigenti, chiedendo il pieno rispetto delle regole.
Il caso in esame evidenzia la distanza tra l’obiettivo di riduzione degli
impatti energetici del rifugio e le condizioni stringenti di tutela di un sito
Natura 2000 d’alta quota; un’azione volta a portare benefici ambientali non
dovrebbe andare a discapito dell’ambiente stesso, altrimenti sembra solo
destinata a perseguire un interesse economico che, seppur lecito, non è
collettivo.
L'articolo Il caso della centralina idroelettrica nella Valle di Adamè: se una
scelta green minaccia l’ambiente stesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’Università in Italia è ormai una spesa proibitiva ecco perché crescono sempre
più le telematiche”. A riassumere in una battuta il dodicesimo rapporto
nazionale sui costi degli atenei italiani, elaborato dalla Fondazione Iscoon con
Federconsumatori, è Sabrina Soffiantini che ha curato dato per dato il dossier
presentato in queste ore.
Non c’è inflazione che tenga, non c’è considerazione per il blocco degli
stipendi: a livello nazionale le rette nell’ultimo anno sono salite del 6%. Una
percentuale che lascia perplesso il numero uno della Fondazione Mario Govoni.
Necessaria una premessa per capire i numeri: per ciascuna delle tre macro aree
geografiche italiane (Nord, Centro e Sud), sono state esaminate le due maggiori
università delle tre regioni che in ciascuna zona contano il maggior numero di
studenti: Lombardia, Piemonte e Veneto per il Nord, Emilia- Romagna, Toscana e
Lazio per il Centro e Campania, Puglia e Sicilia per il Sud.
Sono state considerate cinque fasce di reddito Isee standard calcolando
l’importo previsto per ciascuna fascia. Infine, le rette prese in
considerazione, non riguardano la cosiddetta “tax area” ovvero le agevolazioni
destinate agli studenti a basso reddito e agli studenti meritevoli. Qual è il
quadro che emerge? Per quanto riguarda la tassazione, le università del Nord
Italia risultano ancora una volta più onerose rispetto alle altre: le cifre
superano del 27% l’importo massimo medio rilevato negli atenei del Sud Italia e
del 21% quello delle università del Centro. Rispetto allo scorso anno è quindi
leggermente sceso il divario tra Nord e Sud ma esponenzialmente è aumentato
quello tra Nord e Centro che è salito dal 15% al 21,3%.
Un’attenzione particolare va data agli atenei lombardi che si confermano quelli
in cui la tassazione risulta più elevata, con una media regionale di 3775,28
euro. l’Università di Milano resta, come lo scorso anno, al primo posto, subito
seguita da quella di Pavia. La prima prevede, infatti, come importo massimo da
corrispondere 3.360,00 euro per le facoltà umanistiche e 4.257,12 euro per i
corsi di laurea dell’area scientifica, con un importo massimo medio di 3.808,56
euro mentre la seconda richiede ai suoi studenti di corrispondere un massimo di
3.343,00 euro per le facoltà umanistiche e 4.141,00 euro per quelle
scientifiche, con un importo massimo medio di 3.742,00 euro.
Seguono il Politecnico di Torino (3.761,00 euro sia per le facoltà umanistiche
che per quelle scientifiche), l’Università del Salento (3.206,00 euro sia per le
facoltà umanistiche che per quelle scientifiche) e l’Università di Padova
(2.955,00 euro per le facoltà umanistiche e 3.155,00 euro per le facoltà
scientifiche, con una media di 3.055,00 euro).
Rispondere a come mai Milano continua ad essere al top, nonostante il costo
degli affitti, è una lettura non facile ma secondo i ricercatori poter vantare
nel curriculum una laurea al Politecnico o alla Cattolica del capoluogo milanese
è un buon biglietto da visita. In questo contesto crescono sempre più il numero
di studenti che scelgono l’università telematica (quelle autorizzate dal
ministero sono undici). Gli iscritti all’ateneo online sono passati da 140.319
nel 2019/20 a 305.012 nell’ultimo anno accademico. Una decisione resa
obbligatoria dal portafoglio: “In genere, le spese per il materiale didattico
sono ridotte, dato che gran parte dei contenuti è disponibile online, limitando
l’acquisto di libri di testo a pochi casi. In termini economici, è possibile
stimare che i costi mensili per un’università telematica oscillino tra 200 e 400
euro, considerando tutte le spese sopra elencate”, spiega la ricerca.
Soffiantini aggiunge a “Il Fatto Quotidiano.it”: “E’ chiaro che in questo modo
non si paga nemmeno l’affitto o si riducono i costi di trasporto”.
E nel resto dell’Europa? Il dossier mette in evidenza le differenze tra il
nostro Stato e gli altri. La Germania e le nazioni scandinave adottano politiche
di assenza di tasse universitarie, consentendo agli studenti, anche
internazionali, di iscriversi ai corsi senza sostenere costi significativi: la
quasi totalità degli atenei pubblici richiede soltanto un contributo
amministrativo che è generalmente compreso tra 150 e 250 euro. Anche l’Austria
permette agli studenti dell’Unione Europea di frequentare l’università senza
tasse, mentre in Norvegia l’istruzione superiore è gratuita per tutti, sebbene
il costo della vita sia elevato. Molti programmi sono erogati nella lingua
locale, negli ultimi anni si è diffusa un’ampia offerta di master e dottorati in
inglese, che mantengono comunque le stesse condizioni di gratuità.
Dal 2017 la Finlandia applica una tassa universitaria agli studenti non Ue
iscritti ai corsi di laurea triennale e magistrale, lasciando però gratuiti i
percorsi di dottorato. In Islanda, invece, le università pubbliche non impongono
tasse, limitandosi a una quota annuale di iscrizione. A queste possibilità si
affiancano numerose borse di studio messe a disposizione dai governi europei.
Tra le più prestigiose figurano le Swiss Government Excellence Scholarships e le
borse Ares del Belgio, rivolte a studenti internazionali interessati a percorsi
di laurea triennale e magistrale.
Anche fuori dall’Europa esistono programmi di rilievo: in Asia, il Giappone
sostiene gli studenti stranieri attraverso il Japanese Government Scholarship
Program, che copre le tasse e offre un’indennità mensile; in Australia,
l’Australian Government Research Training Program finanzia master e dottorati.
In Nord America, il Vanier Canada Graduate Scholarship Program garantisce un
supporto economico molto elevato ai dottorandi, con borse da 50.000 dollari
l’anno. “Purtroppo – sottolinea Soffiantini – da noi mancano forme di credito
per sostenere le spese”.,
L'articolo L’università costa troppo, quelle del Nord sono le più onerose.
Aumentano gli iscritti agli atenei telematici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Specie protette uccise a fucilate, pulli rubati dal nido sugli alberi perché
vengano venduti come richiami vivi, e poi il business criminale del traffico
illecito di fauna selvatica. Benvenuti in uno dei peggiori hotspot del
bracconaggio a livello europeo, benvenuti nell’area delle Prealpi che
attraversano la Lombardia e vanno a finire in Veneto. Dove succede tutto questo
e molto di più. Per esempio soltanto pochi giorni due rarissimi ibis eremita (vi
abbiamo raccontato la loro storia straordinaria qui) hanno scavalcato le Alpi,
dall’Austria, per svernare nel nostro Paese. Il tempo di pochi chilometri e sono
stati ammazzati a fucilate a Dubino, in provincia di Sondrio. Erano muniti di
Gps e sappiamo tutto della loro tragica fine. Ma che il bracconaggio sia in
crescita ce lo raccontano i dati. Mentre, allargando lo sguardo, la politica –
nazionale e regionale – nella migliore delle ipotesi si nasconde. E, coi fatti,
lo incentiva.
DOPING AI VOLATILI E FUCILATE IN AUMENTO – Valpredina, Oasi del Wwf. Ci troviamo
a Cenate Sopra, in provincia di Bergamo. Qui c’è uno dei principali Cras (Centro
recupero animali selvatici) del Nord Italia. La ragione? Riceve gli animali
feriti e/o sequestrati ai bracconieri, li cura e, se riesce, li libera di nuovo
in natura. Matteo Mauri, il responsabile, ha raccontato al Pirellone che cosa
sta accadendo quest’anno. Un fenomeno mai visto, almeno con queste proporzioni.
Con la stagione venatoria ancora in corso, gli animali protetti uccisi rispetto
al 2024 segnano un +52%, e stupisce fino a un certo punto che il 91% delle morti
certificate si verifichi proprio durante i mesi in cui è possibile cacciare.
Eppure, negli ultimi dieci anni la legge regionale è stata modificata ben 28
volte con l’obiettivo di liberalizzare il più possibile l’attività venatoria e,
in alcuni casi, per rendere più difficili i controlli. Alcuni esempi? L’obbligo
per le guardie venatorie di indossare “capi ad alta visibilità” o la grande
sanatoria sui richiami vivi.
A questi numeri si aggiungono le migliaia di uccelli sequestrati dalle forze di
polizia perché detenute illegalmente, spesso per essere usate come richiami
vivi. Ogni anno è l’Operazione Pettirosso dei carabinieri forestali (Sezione
operativa antibracconaggio, SOARDA) a confermarlo: in poche settimana nelle
province di Brescia, Bergamo, Mantova, Padova, Venezia, Verona e Vicenza sono
state denunciate 135 persone, sono stati sequestrati 2.467 uccelli (tra vivi e
morti) appartenenti a specie cacciabili, protette e particolarmente protette,
1.110 dispositivi illegali di caccia, 135 armi da fuoco, 13.330 munizioni e 73
confezioni di farmaci dopanti, utilizzati per “migliorare” la prestazione canora
dei richiami vivi. Sono dati impressionanti, sì, ma che mettono in luce soltanto
la punta dell’iceberg di un fenomeno difficilmente misurabile.
I DANNI ALL’AMBIENTE E LA POLITICA CHE RESTA A GUARDARE – “Dietro il
bracconaggio non ci sono più solo singoli individui, ma vere e proprie
organizzazioni criminali che hanno capito che investire in questo settore
significa fare affari d’oro rischiando pochissimo”, ha dichiarato in conferenza
stampa, al Pirellone, Domenico Aiello, responsabile Tutela giuridica della
natura del Wwf Italia e componente della cabina di regia MASE per il contrasto
dei crimini contro gli uccelli selvatici. “La sottovalutazione della gravità del
fenomeno – che danneggia la biodiversità, la salute umana e l’economia legale –
rende inefficaci gli strumenti di prevenzione e repressione: controlli sul
territorio, indagini, processi e sanzioni. In questo senso il ruolo della
politica è fondamentale: deve tradurre la sensibilità dell’opinione pubblica e
le evidenze di un crimine in crescita, non cedere alle pressioni di chi chiede
di ridurre i controlli e favorire concessioni alle lobby venatorie, ma
dimostrare senso di responsabilità nella tutela degli interessi comuni e dei
principi sanciti dall’articolo 9 della Costituzione. Al contrario molte regioni
hanno via via demolito la tutela della fauna selvatica”.
A livello nazionale è il disegno di legge Malan, vale a dire la riforma voluta
da Lollobrigida per stravolgere la legge sulla protezione della fauna selvatica
e il prelievo venatorio (157/92), a preoccupare. E lo fa innanzitutto perché non
prevede nulla per il contrasto al bracconaggio. Molti emendamenti del
centrodestra, poi, non fanno altro che peggiorare la situazione: dalla caccia a
specie protette o in cattivo stato di conservazione, all’obbligo per le guardie
venatorie di monitorare campagne e boschi solo in presenza di agenti delle forze
dell’ordine (cosa, ovviamente, infattibile), alla potenziale apertura della
caccia dodici mesi all’anno. “Il ddl Malan toglie protezione alla fauna
selvatica e si profila come un intervento pericoloso e gravissimo” ha detto la
deputata del Pd, Eleonora Evi, molto vicina al mondo ambientalista e animalista.
“E per la lotta al bracconaggio non prevede nulla, generando un forte allarme da
parte della società”. Evi ha sottolineato come spesso la politica lombarda
anticipi ciò che accade a livello nazionale. Un esempio? Il caso dei valichi
montani, deflagrato proprio in Lombardia – grazie alla Lac – e “risolto” con la
legge sulla montagna di Roberto Calderoli.
“I dati confermano l’aumento del bracconaggio” ha detto la consigliera del M5s,
Paola Pollini. “Siamo di fronte a un fenomeno radicato e organizzato, che
devasta ecosistemi e mina l’immagine del nostro Paese. Eppure, invece che
contrastarlo, le politiche regionali – avallate dal governo – indeboliscono i
presidi di tutela ambientale e allargano le maglie normative. Il costo del
bracconaggio, in termini ambientali, non può più essere sostenuto dalla
collettività a favore dell’interesse di pochi. Serve un cambio di rotta
immediato: leggi, investimenti e tutela di chi opera per i controlli sul
territorio. Ci vuole la volontà politica di non barattare la tutela ambientale.
Il bracconaggio non cala perché non lo si contrasta adeguatamente“. Per Michela
Palestra di Patto Civico “si sposta sempre un po’ più in là l’asticella
dell’impunità, il non rispetto delle leggi diventa così centrale. Ormai lo
possiamo dire: c’è una precisa intenzione nel voler attaccare l’ambiente e la
biodiversità e, nel caso specifico, ciò che la legge definisce patrimonio
indisponibile dello Stato”.
Video: vigilanza venatoria Wwf Italia in Lombardia
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“Incentivato dalla politica, la legge del centrodestra aggrava il fenomeno”
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La Regione in cui gli eletti provano a aumentarsi gli stipendi (dopo aver
reintrodotto il vitalizio) fa cassa sui collaboratori precari. Succede in
Lombardia, e il concetto, pur brutalizzato, fa riferimento a una comunicazione
mandata la scorsa settimana dagli uffici tecnici del Consiglio regionale ai vari
partiti rappresentati in aula. La richiesta è semplice: i contratti dei
collaboratori in scadenza il 31 dicembre 2025 (giornalisti, esperti di
comunicazione, staff legislativo che lavorano coi gruppi) siano rinnovati “senza
previsione del trattamento accessorio” o “con trattamento accessorio ridotto”.
Insomma, un taglio ai compensi di chi lavora coi consiglieri, e che ora, a poco
più di un mese dalla scadenza, tratta il rinnovo con questa pesante variabile
chiesta dal Consiglio.
L’amarezza degli staff diventa una beffa se il pensiero va ai numerosi tentativi
(alcuni riusciti) di ritoccare – ma all’insù – il trattamento economico degli
eletti, nonostante tra indennità e rimborsi portino già a casa più di 10 mila
euro al mese. In questa legislatura il Consiglio ha ripristinato il vitalizio,
seppure in maniera light rispetto al carrozzone del passato (si parte da poco
più di 600 euro, poi però si sale a seconda di vari criteri), e soprattutto in
estate i consiglieri hanno provato a alzarsi lo stipendio di circa 500 euro al
mese, fallendo una volta che il blitz era divenuto pubblico.
L’argomentazione tecnica con cui il Consiglio chiede un sacrificio agli staff fa
riferimento al giudizio di parificazione che ogni anno la Corte dei Conti
esprime sul bilancio della Regione. In effetti, tra le varie anomalie segnalate
dai giudici contabili, c’è anche quella di un eccesso di spesa per i
collaboratori. Ma è altrettanto vero che da tempo la Corte rileva sprechi per
miliardi di euro, dalla Pedemontana al call center caro ai La Russa. Tutte
denunce rimaste lettera morta, senza che la Lombardia abbia rimediato in alcun
modo. Sui collaboratori, evidentemente, è più facile intervenire.
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hanno provato ad aumentarsi lo stipendio proviene da Il Fatto Quotidiano.