René Redzepi lascia il Noma. Lo chef di uno dei ristoranti più rinomati al mondo
fa un passo indietro e in un post sui social comunica la propria decisione,
maturata dopo il ‘polverone’ sollevatosi in seguito alle testimonianze di ex
dipendenti che hanno denunciato presunti abusi e maltrattamenti.
LE DIMISSIONI COMUNICATE SUI SOCIAL
Soltanto pochi giorni fa Redzepi aveva diramato una nota in cui ammetteva parte
di quanto gli veniva contestato e porgeva le proprie scuse: “A coloro che hanno
sofferto sotto la mia guida, il mio cattivo giudizio o la mia rabbia, dico: sono
profondamente dispiaciuto e ho lavorato per cambiare”, erano state le sue
parole. Ma le scuse non bastano, come dice lui stesso in un nuovo post, ed ecco
arrivare anche le dimissioni. “Nelle ultime settimane sul nostro ristorante, sul
settore e sulla mia leadership passata si sono concentrate conversazioni e
attenzioni”, scrive. “Ho lavorato per diventare un leader migliore e il Noma ha
fatto grandi passi per trasformare la propria cultura nel corso degli anni.
Riconosco che questi cambiamenti non riparano il passato. Le scuse non sono
sufficienti: mi assumo la responsabilità delle mie azioni. Dopo oltre due
decenni trascorsi a costruire e guidare questo ristorante, ho deciso di fare un
passo indietro e permettere ai nostri straordinari leader di guidare il
ristorante nel suo prossimo capitolo”.
IL FUTURO DEL NOMA
Ma non è tutto. Lo chef infatti prosegue così: “Mi sono anche dimesso dal
consiglio di amministrazione di MAD, l’organizzazione no-profit che ho fondato
nel 2011. A chi si chiede cosa significhi questo per il ristorante, lasciate che
lo dica chiaramente: il Noma di oggi è più forte e più stimolante che mai. Siamo
aperti da 23 anni e sono incredibilmente orgoglioso delle nostre persone, della
nostra creatività e della direzione in cui sta andando“. Quindi Redzepi spende
parole per illustrare quale sarà il futuro del ristorante danese: “Questo team
porterà avanti il lavoro durante la nostra residenza a Los Angeles. Sarà un
momento importante per loro, per mostrare ciò per cui hanno lavorato e per
accogliere gli ospiti in qualcosa di davvero speciale. La missione di Noma per
il futuro è continuare a esplorare idee, scoprire nuovi sapori e immaginare cosa
il cibo potrà diventare nei decenni a venire. Noma è sempre stato più grande di
una sola persona. E questo prossimo passo onora proprio questa convinzione.
René”. Ad accompagnare il post è un video in cui lo chef comunica la propria
decisione al team. E tra i tanti dipendenti in religioso silenzio mentre
ascoltano il commiato di Redzepi non è difficile scorgere qualche traccia di
commozione.
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L'articolo “Le scuse non bastano, faccio un passo indietro”: lo chef René
Redzepi lascia il ristorante Noma dopo le accuse di abusi e maltrattamenti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Chef
Lo hanno truffato portandogli via gran parte del patrimonio. Più che la perdita
economica, però, a pesare per Fredy Girardet è il tradimento della fiducia. Il
grande chef svizzero, oggi 89enne e considerato uno dei maestri della cucina
contemporanea, sarebbe stato raggirato per anni da un uomo che si presentava
come un amico e condivideva con lui la passione per i vini da collezione.
LA TRUFFA
Girardet, per decenni alla guida del celebre Restaurant de l’Hôtel de Ville,
premiato con tre stelle Michelin, si era ritirato nel 1996 dopo una carriera
prestigiosa. Secondo quanto ricostruito dal settimanale svizzero Le Matin
Dimanche, a guadagnarsi la sua fiducia sarebbe stato un gestore finanziario oggi
54enne, conosciuto solo con il nome di battesimo, Sébastien. I due erano
diventati molto amici: telefonate quotidiane e la decisione dello chef di
affidargli la gestione dei propri beni.
Nel 2008, come riporta Repubblica, l’uomo iniziò a investire, almeno sulla
carta, in una società olandese produttrice di guanti medicali. Allo chef mostrò
un rendiconto da 5,5 milioni di franchi svizzeri, quando in realtà il patrimonio
ammontava a circa 4,4 milioni. Per anni Sébastien avrebbe presentato estratti
conto falsi: bastava incollare il logo della banca su un foglio, fotocopiarlo e
aggiungere cifre inventate.
IL CONTO SVUOTATO
La truffa non ha colpito solo Girardet: almeno altre 30 persone sarebbero finite
nella rete dell’uomo, arrestato nel 2015. Per lo chef il danno è stato enorme:
il patrimonio si è ridotto a circa 740 mila franchi, con una perdita di 3,6
milioni. Oggi Girardet preferisce non parlare più della vicenda. A un passo dai
90 anni ha rinunciato all’avvocato e attende che la giustizia faccia il suo
corso.
L'articolo Si finge suo amico e gli svuota il conto: così lo chef stellato Fredy
Girardet ha perso quasi 4 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
René Redzepi, il celebre chef del Noma, uno dei ristoranti più influenti al
mondo, risponde alle accuse di abusi di molti ex dipendenti emerse in rete il
mese scorso e ad altre raccolte in un nuovo articolo del New York Times. In
particolare, l’articolo della testata americana si è concentrato sui racconti di
35 ex dipendenti, tra cui presunti casi di “abuso psicologico, intimidazioni,
body shaming e scherno pubblico“, oltre a episodi di violenza fisica
verificatisi tra il 2009 e il 2017. “Andare al lavoro era come andare in guerra”
ha fatto sapere una chef impiegata nel locale danese.
IL POST DI SCUSE DELLO CHEF
Sia Redzepi che i rappresentanti del Noma affermano che queste accuse riflettono
il passato del ristorante e non la situazione attuale, e che l’organizzazione ha
implementato diversi sistemi, tra cui nuove procedure per le risorse umane, il
pagamento degli stagisti e “miglioramento degli orari e dei permessi”. Sui
social lo chef in un lungo post si scusa con le persone coinvolte. “Sebbene non
riconosca tutti i dettagli di queste storie, vedo abbastanza del mio
comportamento passato riflesso in esse da capire che le mie azioni hanno
danneggiato le persone che lavoravano con me” scrive Redzepi. “A coloro che
hanno sofferto sotto la mia guida, il mio cattivo giudizio o la mia rabbia,
dico: sono profondamente dispiaciuto e ho lavorato per cambiare“.
René Redzepi fa sapere di aver introiettato dalla propria gavetta un certo modo
di comportarsi in cucina: “Quando ho iniziato io, ho lavorato in cucine dove le
urla, le umiliazioni e la paura erano parte della cultura. Ricordo di aver
pensato che se avessi mai avuto una mia cucina un giorno, non mi sarei mai
comportato così. Ma dopo che abbiamo aperto Noma e la pressione ha iniziato ad
aumentare, mi sono trovato a diventare il tipo di chef che una volta avevo
promesso a me stesso che non sarei mai stato. Non importa quanto mi sembrasse
reale questa pressione ai tempi, non dovrebbe mai giustificare la perdita della
calma”.
UN PERCORSO DI CAMBIAMENTO
E ancora: “Non ero in grado di reggere la pressione, i piccoli errori potevano
sembrarmi enormi, e ho reagito in modi di cui mi pento profondamente oggi.
Sapevo di dover cambiare e volevo cambiare. Da allora, sono stato determinato a
comprendere la mia rabbia e ad affrontarla in modo diverso”. Lo chef spiega di
aver fatto un percorso non ancora concluso: “Negli ultimi dieci anni ciò ha
significato terapia, riflessione profonda e un allontanamento dalla gestione
quotidiana della cucina. Ho trovato modi migliori per gestire la mia rabbia e
sto ancora imparando a farlo”.
Oggi lo scenario nel locale sarebbe ben diverso: “L’organizzazione che siamo
oggi è molto diversa da quella con cui abbiamo iniziato” prosegue Redzepi. “Sono
grato al nostro team e al modo in cui ha contribuito a trasformare la cultura
della nostra cucina e alla loro dedizione nel far progredire il settore”. E
chiude con queste parole: “Non posso cambiare chi ero allora. Ma me ne assumo la
responsabilità e continuerò a impegnarmi per migliorare”.
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L'articolo “Mi scuso con chi ha sofferto, non riuscivo a reggere la pressione.
Oggi sto imparando a gestire la rabbia”: lo chef del Noma conferma gli abusi e i
maltrattamenti nel ristorante stellato proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ricordo quella volta che una stagista di 19 anni si bruciò la faccia e tutto lo
staff ha riso fin quando non li ho costretti a chiamare un’ambulanza”. È questa
la denuncia lanciata sui social da Jason Ignacio White, dal 2017 al 2022
responsabile e direttore del laboratorio di fermentazioni del “Noma”, ristorante
di Copenhagen con tre stelle Michelin e per quattro volte al numero uno della
classifica “World’s 50 Best Restaurants”. L’ex dipendente si scaglia proprio
contro la celebre insegna danese, tra le più rinomate e apprezzate al mondo per
la sperimentazione e l’innovazione gastronomica, cercando di far luce sui
presunti comportamenti manipolatori e violenti che, secondo i racconti di
alcuni, sarebbero la norma in moltissime cucine, anche stellate.
Tra queste, secondo White, c’è anche il “Noma” di Copenhagen, guidato dallo chef
René Redzepi. Tutto comincia con un primo post pubblicato da Jason lo scorso 6
febbraio sul suo profilo Instagram, @microbes_vibes, in cui riporta un suo
commento a una IG story del ristorante dove raccontava di uno specifico episodio
a cui lui dichiara di aver assistito: “Ricordo quella volta in cui una stagista
di 19 anni si è bruciata la faccia e tutto lo staff rideva”. E poi ancora, nella
descrizione al post, “Sento ancora le urla ogni tanto. Brutti porci in quel
posto”, accusa White. L’ex responsabile del Fermentation Lab, inoltre, fa il
nome di Paolo Soto, attuale head chef del “Noma”, accusato nel commento di aver
assistito alla scena senza fare nulla. Anzi, “Paolo Soto rideva”, sottolinea
ancora.
Questa, però, sarebbe soltanto la punta dell’iceberg. Perché dopo la
pubblicazione del post il profilo di White viene inondato di messaggi e presunte
testimonianze di persone che dichiarano di aver vissuto un’esperienza simile
lavorando al “Noma” o in altri ristoranti di alto profilo. Si tratta di presunti
ex dipendenti tra stagisti, giardinieri, chef, responsabili di laboratorio, che
raccontano di aver sofferto di crisi di panico o di essere stati sottoposti a
turni di lavoro massacranti di 14 o 16 ore con pressioni psicologiche costanti.
Racconti che Jason, dunque, comincia a postare sui social, oscurando i nomi,
sotto la categoria “Noma Abuse”.
C’è chi, ad esempio, scrive: “Lo scorso anno mi è stato diagnosticato un
disturbo da stress post-traumatico. Il Noma mi ha distrutto in così tanti modi,
non so neanche da dove cominciare per dire i modi in cui mi sono lasciato ferire
da loro. Dal bullismo a René (Redzepi, ndr) che mi dà pugni sulle costole per
abbassare il volume nella Prep Kitchen. René non è mai cambiato e con lui la sua
cucina”. O, ancora, un altro utente: “(Redzepi, ndr) non poteva prendere a
schiaffi il personale durante il servizio, quindi li infilzava sotto al tavolo
con un forchettone per il barbecue”. E così via per un totale di 23 post, alcuni
dei quali caroselli pieni di screen di messaggi simili. C’è anche chi denuncia
abusi sessuali, come ad esempio un altro utente: “Le persone piangevano
costantemente, e ne sono successe molte altre lì. Anche abusi sessuali su una
delle stagiste. Non è stato fatto nulla”, si legge in uno dei post. E c’è chi
sintetizza in poche parole ciò che sembrerebbe emergere leggendo i racconti dei
presunti ex dipendenti: “Il Noma non è un ristorante, è una scena del crimine”.
Nel frattempo, sui social, numerosi utenti hanno iniziato a parlare
pubblicamente dell’accaduto, raccontando apertamente le proprie esperienze. Su
Reddit, ad esempio, è stata aperta una conversazione pubblica sull’argomento,
intitolata “Le controversie sugli abusi del Noma, parliamone”, che ha ricevuto
oltre 150 commenti. Oltre a White, anche un’altra chef, Sophia Hoffmann, ha
deciso di raccontare quella che sarebbe stata la propria esperienza in un
laboratorio biologico di Copenhagen: “Quello che ho vissuto è stato innocuo
rispetto alle accuse rivolte a Redzepi – scrive -. e al team del Noma, ma mi ha
mostrato quanto siano tossiche certe strutture. In una cucina con 18 uomini, ero
l’unica donna. Le rigide strutture gerarchiche non consentivano una cultura in
cui si potesse imparare dagli errori. Se uno chef mi diceva di fare qualcosa in
un certo modo, dieci minuti dopo ne arrivava un altro e criticava immediatamente
come l’avevo fatto. Se rispondevo che lo chef XY mi aveva mostrato di fare così,
mi veniva detto di stare zitta. Il fatto che mangiassi vegetariano veniva deriso
pubblicamente ogni giorno. Durante i pasti di squadra nessuno mi rivolgeva la
parola; ero completamente isolata a livello sociale. Ricordo di essere stata in
piedi in quella cucina, percependo quasi fisicamente la mascolinità tossica, e
di aver pensato: ‘La mia anima morirà se devo restare qui un altro giorno’. Ho
pianto molto”, ha raccontato.
Quelle rivolte a Redzepi e allo staff del ristorante tristellato di Copenhagen
sono accuse da parte di utenti (la maggior parte anonimi) dei quali non è stato
possibile verificarne l’attendibilità, né la veridicità delle loro storie. E la
vicenda, al momento, non ha avuto alcun riscontro giudiziario né sarebbero state
avviate delle indagini nei confronti di un dipendente o del ristorante stesso,
che non ha commentato pubblicamente la situazione. Non è la prima volta, però,
che il locale riceve accuse del genere. Il Financial Times, ad esempio, in un
articolo pubblicato nel 2022, aveva raccolto una serie di scambi sui social tra
ex dipendenti che accusavano vari ristoranti danesi, tra cui il “Noma”, di non
pagare gli stage o di aggredire fisicamente e verbalmente i propri dipendenti,
oltre a quello che il giornale britannico definisce “blacklisting”: “Se parli
male di uno chef e loro lo scoprono, significa che potresti non lavorare più qui
di nuovo”, si legge nell’articolo del 2022. Un tema trattato anche dal New York
Times l’anno successivo, quando Redzepi annunciava la possibile chiusura del
ristorante per via di “costi insostenibili”. Una situazione raccontata anche da
White, sostenendo che “loro non dicono che stavano chiudendo perché sta stavano
fallendo, ma lo dicono perché hanno dovuto pagare gli stagisti dopo che
l’articolo sugli abusi (probabilmente quello del Financial Times, ndr) era
uscito”: “I proprietari preferirebbero cambiare rotta e vendere aceti a 30
dollari piuttosto che pagare equamente per un turno di 16 ore”, aggiunge.
Ad aggiungere altra carne al fuoco, inoltre, ci sarebbe un saggio a firma dello
stesso Redzepi, intitolato “La cultura della cucina: René Redzepi” e pubblicato
nel 2015, in cui lui stesso ammetteva pubblicamente di aver spesso bullizzato i
suoi dipendenti: “Ho visto chef – i miei e di altri – usare bullismo e
umiliazione per spremere risultati dai propri cuochi. Dentro di me pensavo:
perché è necessario? Io non sarò mai così. Poi però sono diventato chef. Avevo
il mio ristorante, con i miei soldi investiti, con il peso di tutte le
aspettative del mondo sulle spalle. E nel giro di pochi mesi ho iniziato a
sentire qualcosa ribollire dentro di me. Lo sentivo crescere, crescere,
crescere. Finché un giorno il coperchio è saltato via. Le infrazioni più piccole
mi facevano esplodere in una rabbia furiosa: perché diavolo non hai pulito il
timo nel modo corretto? Perché hai stracotto il pesce? Cosa c’è che non va in
te? All’improvviso andavo fuori di testa per la mise en place di qualcuno o per
una sciocchezza detta male. Era così che mi avevano insegnato a cucinare, ed era
l’unico modo che conoscevo per far passare un messaggio. Non posso dire che per
un certo periodo non abbia funzionato. Il Noma ha avuto un successo ben oltre
qualsiasi cosa avrei potuto immaginare”.
Al contrario, però, ci sono chef, alcuni dei quali italiani, che dichiarano di
essersi trovati benissimo durante la loro esperienza lavorativa al “Noma”: “È
stata l’esperienza che più mi ha formata e che più ricordo in maniera positiva.
È stato un ambiente di lavoro stimolante, con persone di nazionalità diverse,
c’era una grandissima attenzione all’inclusione, al dialogo tra culture e al
rispetto”; racconta ad esempio la pasticcera Martina Peluso, che nel locale
danese ha lavorato per diversi anni, in un’intervista a La Repubblica.
Non è chiaro, dunque, se le accuse di White e quelle di altri presunti ex
dipendenti siano vere o meno, dal momento che non sembrerebbero essere state
aperte inchieste da parte delle autorità competenti. Al momento, il ristorante
tristellato della capitale danese si trova in una fase di transizione verso un
modello più sostenibile chiamato “Noma 3.0” ed ha momentaneamente traslocato a
Los Angeles, dove ha aperto un pop-up store da 42 coperti e cene da mille
dollari fino a giugno 2026. E lo stesso Jason ha dichiarato, sempre su
Instagram, di volersi recare proprio nella Città degli Angeli per protestare
contro Redzepi e il ristorante “per i vent’anni di abusi fisici e psicologici
ben documentati, nonché per lo sfruttamento di stagisti non retribuiti,
personale e membri della società Noma”.
L'articolo “Lo chef li infilzava con il forchettone da barbecue. Quando una
stagista 19enne si bruciò il volto, tutti ridevano. Sento ancora le urla”: il
ristorante stellato “Noma” accusato di abusi e maltrattamenti proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Davide Oldani è uno degli chef più rinomati al mondo e porta alta la bandiera
italiana con la sua cucina internazionale. Nel 20o3 è tornato in Italia per
aprire il “D’O”, poi è nato un secondo ristorante “Olmo” e un laboratorio per i
lievitati “Next D’Oor”. Eppure, forse non tutti lo sanno, ma il mondo dell’alta
cucina forse avrebbe potuto perdere Oldani.
Come ha raccontato lo chef in una intervista a La Stampa infatti a 15 anni era
un promessa del calcio, militava alla Rhodense che era in C2, ma un giorno,
spinto dagli amici, ha partecipato a un incontro amatoriale e lì è accaduto il
“fattaccio”. “La mia carriera calcistica? Un giorno l’uscita spericolata di un
portiere la terminò: tibia e perone fecero crac. Frattura esposta e scomposta”,
ha rivelato.
Da lì la svolta: “Frequentavo l’alberghiero. Dopo l’infortunio, papà, grazie a
un amico, seppe di un grande cuoco che anni prima aveva aperto un ristorante
importante a Milano. Era Gualtiero Marchesi. Mi disse ‘Vieni quando vuoi’. E io
andati: due-tre volte alla settimana, d’estate: bicicletta fino a Rho, poi
treno, la metro, il bus fino al al dehor del ristorante, a pulire ricci di
mare”.
Il ricordo del maestro Marchesi è di grande stima e rispetto: “Era un gran
signore: mai visto urlare. Quando sbagliavo a tagliare la carne, si avvicinava:
‘Guarda non fare così – diceva – l’esempio è la più alta forma di insegnamenti’.
Per me è stato un secondo padre”.
A 22 anni lo sbarco a Londra al tristellato “Le Gavroche” di Albert Roux:
“Eravamo in 23 suddivisi in sei partite. In dodici mesi vidi andarsene diversi
chef (…) C’era Gordon Ramsay lui ai pesci, io alle carni. All’inizio facevamo a
gara per chi arrivava prima per nascondere le padelle che servivano per il
sevizio”. Insomma il rapporto tra i due era di goliardia pura.
L'articolo “La mia carriera calcistica? Un giorno l’uscita spericolata di un
portiere la terminò: tibia e perone fecero crac. Frattura esposta e scomposta.
Poi l’incontro con Marchesi”: lo rivela chef Davide Oldani proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È morto il, 4 febbraio pomeriggio, lo chef e giornalista 64enne Davide Di
Corato. L’uomo è stato travolto, in un tragico incidente a Chiaramonte Gulfi,
nel Ragusano, e ucciso da un bancale di pannelli fotovoltaici che gli sono
caduti addosso mentre venivano scaricati nella sua abitazione. Di Corato è morto
subito. A nulla sono serviti i soccorsi. Indaga la Procura di Ragusa per
chiarire come sia avvenuto l’incidente. L’uomo abitava da circa dieci anni
Chiaramonte Gulfi, dove aveva avviato un home restaurant. Era noto nel
giornalismo enogastronomico italiano. Aveva anche diretto e ideato il mensile
“Chef” e collaborava con diverse riviste di settore.
“Più di tutto mi mancherà la sua risata e la sua ironia nella risata”, sono le
parole di Pino Cuttaia, chef due stelle Michelin del ristorante La Madia di
Licata, ricorda il suo “amico, prima ancora che collega“.
“Davide era una persona squisita, di valore, di compagnia, di risate – ha
ricordato lo chef all’AdnKronos – Io e lui ci guardavamo e ridevamo. Abbiamo
fatto tanti eventi insieme, abbiamo cucinato insieme. Tante serate nei locali
dove non c’era rigore, era sempre un divertimento. Lui aveva sempre la battuta
facile e tu dovevi stare al passo, saperle raccogliere al volo”.
Un’amicizia, quella fra lo chef Cuttaia e Di Corato, di oltre vent’anni, fatta
di cucina, spezie e storie personali che si intrecciano fra di loro. “Ricordo
quando ha scelto di non fare più il giornalista e con sua moglie ha deciso di
trasferirsi in Sicilia, a Chiaramonte – ha detto – Quando andai a trovarlo per
la prima volta mi colpì il fatto che si era emozionato alla vista del frutto del
fico nell’albero… una cosa che per me, che vivo in Sicilia, era del tutto
normale e che per lui invece, abituato a Milano, era una cosa straordinaria.
Osservare la vita della natura, vivere la stagionalità”.
Fra i ricordi anche la gara di caponata organizzata nelle cantine Cos. “Lo presi
in giro perché aveva messo il coriandolo nella caponata – ha raccontato – Gli
dissi: ‘Ma cosa c’entra il coriandolo? Sei proprio un milanesè… del resto lui
veniva da Milano, una città ‘contaminatà, ed io invece ero un talebano della
caponata”.
Le contaminazioni, i sapori, gli accostamenti, erano il tratto della cucina di
Di Corato. “Avendo lavorato per anni come giornalista e avendo mangiato in tutte
le tavole in giro per il mondo, per lui osare era una cosa normale – ha spiegato
Cuttaia – Quando ha deciso di fare il cuoco ovviamente la sua regola era osare
perché lui vedeva i contrasti, gli abbinamenti, ne parlavamo sempre insieme”.
Sulla pietanza che amava di più cucinare, lo chef non ha dubbi: “Davide amava
cucinare la carne, era la sua sfida”.
“Davide era una bella persona, un buono – ha concluso commosso – Una volta il
mio cane si è ammalato di lesmaniosi. Era agosto e io non riuscivo a trovare le
medicine da nessuna parte, Lui le ha trovate a Chiaramonte e me le ha fatte
mandare… era questo il rapporto che avevamo, questo era Davide”.
Il Consorzio Chiaramonte su Instagram ha speso parole di vicinanza e di affetto:
“”La notizia della scomparsa di Davide ci addolora profondamente, un amico e un
professionista straordinario. Chef e giornalista, originario di Torino, Davide
viveva da oltre dieci anni nella nostra città; l’aveva scelta come sua seconda
casa dopo essersi innamorato della cultura enogastronomica chiaramontana. La sua
perdita lascia in tutti noi un vuoto incolmabile”.
E ancora: “Figura di spicco del giornalismo enogastronomico italiano – già
direttore di importanti riviste di settore (tra cui il mensile Chef da lui
ideato) – e riconosciuto come chef di talento, Davide ha messo tutta la sua
esperienza e passione al servizio della nostra comunità. Partecipando da
protagonista ad eventi come il Laboratorio del Gusto e il concorso
enogastronomico Terra Matta, oltre che a tante serate di degustazione, ha
contribuito a promuovere Chiaramonte e i suoi prodotti ben oltre i confini
locali. Lui stesso considerava queste iniziative “pregevoli perché aprono le
cucine e insegnano anche a chi sta a casa i segreti dei grandi chef”, convinto
che l’obiettivo fosse far conoscere ovunque l’eccellenza della cucina
chiaramontana e dei suoi prodotti unici, come l’olio e il vino”.
Infine: “La sua scomparsa lascia un grande vuoto. Ricorderemo sempre il suo
entusiasmo contagioso, la generosità con cui condivideva conoscenze e aneddoti,
e la sua profonda umanità. Doti che lo hanno reso non solo un riferimento
autorevole per la gastronomia, ma anche un amico per tanti di noi. Tutti coloro
che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, consapevoli di aver perso un uomo
di straordinaria passione e sensibilità. In questo momento di dolore, il
Consorzio Chiaramonte si stringe attorno alla famiglia di Davide, ai suoi amici
e a tutti i suoi cari, porgendo le più sentite condoglianze. Il ricordo di ciò
che Davide ci ha insegnato e donato continuerà a vivere in noi e in ogni futura
iniziativa enogastronomica del nostro territorio. Grazie di cuore, Davide”.
L'articolo È morto Davide Di Corato, lo chef e giornalista travolto e ucciso da
un bancale di pannelli fotovoltaici proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Un anno e mezzo fa pesavo 110 chili, ho dovuto mettere tre stent coronarici. Mi
sentivo sempre stanco, fuori forma”. Parte da qui il racconto di Claudio Sadler,
storico chef milanese, che in un’intervista al Corriere della Sera ha spiegato
perché ha deciso di iniziare una terapia con tirzepatide, il farmaco utilizzato
per la gestione del peso. Oggi pesa 90 chili: “Ho perso 20 chili in un anno. Ora
sono stabile e mi sento molto meglio”.
Sadler, che compirà 70 anni il prossimo giugno, è uno dei nomi centrali della
ristorazione milanese: la prima stella Michelin nel 1991 all’“Osteria di Porta
Cicca”, oggi il ristorante stellato “Sadler” a Casa Baglioni, in Brera, e una
lunga carriera che gli è valsa anche l’Ambrogino d’Oro nel 2018. Attualmente
trascorre gran parte del suo tempo nello spazio Incontri in via Sforza, dedicato
a corsi di cucina, eventi e divulgazione gastronomica. Alla base della scelta
terapeutica, spiega lo chef, c’è una dinamica comune a molti colleghi: “Pensavo
sempre al cibo, volevo assaggiare tutto quello che vedevo. Per uno con il mio
lavoro era facile ingrassare: mi sono trovato a 110 chili senza accorgermene”.
Oltre al peso, erano comparsi anche problemi metabolici: “Cominciavo ad avere
problemi di colesterolo”. La svolta arriva dopo l’intervento cardiaco. Sadler
inizia la cura con tirzepatide sotto controllo medico: “Sono seguito da un
endocrinologo e da una cardiologa”. Il farmaco, racconta, ha avuto un effetto
immediato sul rapporto con il cibo: “Ti toglie il desiderio continuo. All’inizio
mangiare ti dà proprio fastidio, poi pian piano il corpo si abitua”.
Oggi lo chef non parla di rinunce drastiche, ma di quantità diverse: “Mangio di
tutto, ma in quantità molto ridotte rispetto a prima”. La perdita di peso è
stata rapida nella fase iniziale: “Prima perdevo anche un chilo e mezzo a
settimana”, poi è arrivata la stabilizzazione. Alla domanda se dovrà
interrompere la terapia, Sadler risponde con cautela: “Per ora no, il medico
dice che posso andare avanti”. E non nasconde di non avere fretta di smettere:
“Non ho nessuna intenzione di interrompere adesso. In questi mesi ho comunque
migliorato la mia alimentazione: oltre a mangiare meno, mangio più leggero”.
La cura ha un costo significativo: “Circa 100 euro a settimana, 400 euro al
mese. Però per la salute li spendo volentieri”. Un investimento che Sadler
considera giustificato dai benefici ottenuti. Nel mondo della ristorazione,
soprattutto all’estero, alcuni locali hanno iniziato a ridurre le porzioni per
andare incontro ai clienti che assumono farmaci dimagranti. Sadler, però, non
pensa di cambiare il suo approccio: “Non sono mai stato un fan delle cavalcate
infinite. Il mio menu ha cinque portate, per me il numero perfetto”. A suo
avviso, anche chi è in terapia non ha bisogno di piatti più piccoli:
“Semplicemente mangia quello che si sente, senza strafare”. A Milano, farmaci
come tirzepatide o semaglutide sono spesso usati con discrezione. Sadler ha
scelto invece di parlarne apertamente: “Sì, l’ho detto. Non ho niente da
nascondere”. E conclude con una motivazione chiara: “Se quello che ho fatto io
può ispirare qualcuno, ben venga”.
L'articolo “Pesavo 120 chili, ne ho persi 20 in un anno. Per uno con il mio
lavoro è facile ingrassare, dopo tre stent coronarici ho iniziato la
tirzepatide”: parla lo chef Claudio Sadler proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo chef Mauro Uliassi ha partecipato al convegno annuale sulla gastronomia
internazionale Madrid Fusión, dove si è lasciato andare a qualche considerazione
sul mestiere dello chef. Mauro Uliassi ha iniziato la sua carriera professionale
come docente all’istituto alberghiero locale.
La svolta professionale è avvenuta nel 1990, quando insieme alla sorella Catia
ha deciso di aprire il Ristorante Uliassi a Senigallia, in quella che
originariamente era una modesta struttura bianca situata direttamente sulla
spiaggia. Il ristorante ha ottenuto la prima stella Michelin nel 1994, la
seconda nel 2009 e la prestigiosa terza stella nel 2018. Nel 2022, il ristorante
è stato classificato al 12esimo posto nella lista The World’s 50 Best
Restaurants. Oggi il suo ristorante ha all’attivo Tre Stelle Michelin e Tre
Forchette del Gambero Rosso.
“Mangiare diventa un po’ come fare l’amore, è un atto di fiducia, è un atto di
affidarsi. Il cuoco prepara uno stato potenziale, il commensale lo porta a
compimento – ha detto lo chef come riporta Gambero Rosso -. Capire questo
concetto a volte può essere complicato e difficile, soprattutto per i cuochi”.
Il motivo? “Perché i cuochi hanno un ego grosso come una casa. Noi amiamo molto
cucinare per gli altri, ma molto spesso anche per compiacere noi stessi. Un cibo
cucinato, fino a che non è mangiato, è soltanto una possibilità. La cucina non è
mai uguale non perché cambi il piatto, ma perché chi lo mangia non è mai lo
stesso”.
E infine: “Il piacere non è democratico, appartiene solo e soltanto a chi lo
mangia. Gli occhi socchiusi, la testa che scuote come se ascoltasse la musica.
Il pregiudizio nasce prima del primo boccone. Può essere alimentato dalle
aspettative, dai social, dalle parole dette o scritte. E può far amare un piatto
mediocre oppure rifiutare quello che può essere un capolavoro (…) Il cuoco non
cucina solamente piatti, ma cucina condizioni, prepara uno spazio in cui
qualcosa può e deve accadere”
L'articolo “I cuochi hanno un ego grosso come una casa. Noi amiamo molto
cucinare per gli altri, ma molto spesso anche per compiacere noi stessi”: lo
rivela chef Mauro Uliassi proviene da Il Fatto Quotidiano.
E’ sempre la stessa storia: chi ha un ristorante o un locale, fatica a trovare
personale di cucina e sala. A denunciare la criticità, in un’intervista
rilasciata al Corriere della Sera, è ora Andrea Alfieri, executive chef
dell’Hotel Majestic (4 stelle superior). Alfieri, rientrato nella località
trentina lo scorso giugno dopo le esperienze a Courmayeur e Milano, ha affidato
ai social un appello dettagliato per completare la propria brigata, offrendo
contratti commisurati all’esperienza, vitto e alloggio.
Secondo lo chef, la difficoltà nel reperire dipendenti è un fenomeno strutturale
in peggioramento: “Non è il primo anno che ho questo problema. Già a Milano
facevo fatica, e ogni anno è sempre peggio”, ha dichiarato al quotidiano.
Alfieri individua la causa principale in un mutamento generazionale
dell’approccio al lavoro: “I ragazzi oggi non hanno più voglia di fare
sacrifici. Questo lavoro richiede impegno durante le festività, ma oggi molti
pretendono di fare il minimo indispensabile”.
L’intervista analizza nel dettaglio l’aspetto economico, che Alfieri definisce
“secondario” rispetto al problema della disponibilità: “Un commis, che è il più
giovane della brigata, prende sui 1.600-1.700 euro, mentre un capo partita
viaggia dai 1.900 ai 2.200 euro per 8 ore giornaliere con il riposo
settimanale”, precisa. Oltre allo stipendio, la struttura mette a disposizione
del personale tre diverse sistemazioni in condomini definiti confortevoli, con
camere doppie dotate di servizi: “Cerchiamo di far stare il personale nelle
migliori condizioni possibili”, ha ribadito lo chef che lamenta poi il
comportamento dei candidati. Molti infatti sparirebbero dopo il colloquio,
attratti da offerte economicamente superiori presso altre strutture: “Purtroppo
alcuni dopo il colloquio spariscono. Succedeva anche a Milano, perché sono molto
ricercati: si presentano a una decina di colloqui e poi scelgono chi offre un
po’ di più. Dobbiamo far quadrare i conti con i prezzi delle materie prime
andati alle stelle e il costo del personale altissimo. Un’azienda deve essere
sostenibile economicamente, non solo nel piatto”.
L'articolo “Offriamo fino a 2.200 euro di stipendio con vitto e alloggio, ma
molti candidati spariscono dopo il primo colloquio. I giovani pretendono di fare
il minimo indispensabile”: lo sfogo dello chef Alfieri proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Sugo pieno ed elegante”. “No, è un topo ed è vietato mangiarlo”. La guerra tra
chef per la carne di nutria sta diventando una pietanza stucchevole. Sulle
pagine di Mowmag è apparso un nuovo aggiornamento sul tema “quanto è buona da
mangiare la nutria” dopo la provocatoria esondazione post natalizia dello chef
veronese Daniele Pivatello. Il 58enne che usa la nutria per condire i bigoli
aveva dichiarato in un’intervista al Corriere che la nutria è “un piatto
popolare”, simile “allo spezzatino”, che a New Orleans “è un piatto come un
altro” e generalmente in Louisiana “convive nei menù con i gamberi killer”.
Su Mowmag, peraltro, viene fatta una specifica precisa che anticipa tutta la
questione più gustativa: “La commercializzazione della nutria è vietata e in
Italia ne è permesso solo l’autoconsumo. La questione nutria sì/nutria no ha
reiterati precedenti social e comunicativi in genere a partire dalla
provocazione radiofonica di Giuseppe Cruciani e fino all’ultimo video online del
consigliere regionale veneto Valdegamberi (!) con un arrosto fumante di nutria
nel piatto. “Mangiare nutria equivale a mangiare topi”, spiega lo chef Guido
Mori su Mowmag. Mori ricorda quindi che la normativa alimentare in materia si
“muove lungo due direzioni: la prima è quella della sicurezza alimentare,
l’altra quella delle autorizzazioni. Lo chef spiega che per servire qualcosa la
legge deve considerarlo alimentare e che i clienti non possono essere truffati.
Mori fa l’esempio della “crema al tartufo” che richiede per legge la presenza di
tartufo e non olio e un vago sentore aromatico: “Entrambe queste trasgressioni
sono punite per legge e contemplano perfino l’arresto”.
In pratica la nutria non rientra nemmeno tra la cacciagione, quindi non ha
procedure standard di controllo obbligatorie prima di una eventuale
commercializzazione. “Che tracciabilità ha una nutria? Qual è il veterinario che
dice che la puoi mangiare? – chiosa Mori – dai, questi stanno mangiando topi”.
Il 47enne cuoco fiorentino ricorda infine che si tratta di “roditori importati
più di un secolo fa e che si trattava, semmai si fosse mangiato all’epoca, un
“piatto della povertà assoluta, della disperazione e della fame: “Negli anni
ottanta dalle mie parti c’è stato un ristorante che salì agli onori della
cronaca perché preparava questo ragù con la nutria del fiume. Quando li hanno
beccati, gli hanno chiuso il locale e gli hanno fatto un mazzo tale che hanno
dovuto vendere”.
L'articolo “La pasta con il ragù di nutria? Stanno mangiando topi giganti, ed è
vietato per legge”: la stoccata dello chef Guido Mori proviene da Il Fatto
Quotidiano.