In Inghilterra l’allarme è ormai ufficiale: secondo la British Heart Foundation,
gli adulti consumano ogni giorno una quantità di sale pari a quella contenuta in
22 pacchetti di patatine. Un numero che fa notizia, ma che rischia di essere
liquidato come l’ennesima stranezza d’Oltremanica. In realtà, avverte il
professor Pierluigi Rossi, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università
di Siena, medico specialista in Igiene e medicina preventiva, il problema è
molto più vicino di quanto si pensi e riguarda anche l’Italia: “La vera
questione non è quanto sale aggiungiamo a tavola, ma quanto sodio ingeriamo
senza saperlo attraverso alimenti apparentemente innocui”.
Un problema europeo, non britannico
Trasferire automaticamente i dati inglesi all’Italia sarebbe scorretto, ma
ignorare il trend sarebbe ingenuo. Anche nel nostro Paese il consumo medio di
sale resta intorno ai 10 g al giorno, circa il doppio rispetto alle
raccomandazioni. Più della metà del sodio introdotto non viene dalla cucina
domestica, ma da pane, prodotti da forno, formaggi, salumi, piatti pronti e
ristorazione collettiva. Alimenti che fanno parte della quotidianità e che
raramente percepiamo come “salati”.
Il sodio come disturbatore sistemico
Ridurre il problema alla sola ipertensione significa perdere di vista il quadro
complessivo. “Il sodio in eccesso trattiene liquidi, aumenta il volume del
sangue e restringe i vasi, mettendo sotto stress cuore e reni – sottolinea Rossi
-. Ma agisce anche su altri fronti: rallenta lo svuotamento dello stomaco,
favorendo reflusso e disturbi digestivi; ostacola l’assorbimento del calcio, con
effetti progressivi su ossa e rischio di osteoporosi; altera l’equilibrio
elettrolitico, aumentando l’eliminazione di potassio e magnesio”.
EFFETTI SILENZIOSI E “SALE TRAVESTITO”
Effetti silenziosi su cervello e metabolismo
Nel tempo, questo squilibrio può tradursi in insonnia, stanchezza cronica,
ridotta tolleranza allo sforzo. Studi recenti suggeriscono anche un legame tra
consumo elevato di sodio e aumento del rischio di diabete e declino cognitivo.
“Il sodio – sottolinea il nostro esperto – entra nel sangue, nei tessuti,
perfino nel cervello, creando un disordine biochimico che spesso non avvertiamo
subito”.
Perché l’industria ama il sale
Il punto chiave resta l’industria alimentare. Il sodio è un potente stimolatore
dell’appetito: rende i cibi più desiderabili, riduce il senso di sazietà e
spinge a mangiare di più. È uno strumento commerciale formidabile. Non a caso è
onnipresente nei prodotti ultraprocessati. Un indicatore pratico? “Più
l’etichetta è lunga – osserva Rossi – più il cibo è artificiale. E il contenuto
di sale è spesso il primo segnale di junk food”.
Il sale che non riconosciamo
Il problema è aggravato dal cosiddetto “sale travestito”. Non compare solo come
cloruro di sodio, ma come glutammato monosodico, bicarbonato, fosfati, nitriti,
alginati, benzoati. Nomi tecnici che sfuggono al consumatore, ma che
contribuiscono in modo sostanziale al carico quotidiano di sodio. Saper leggere
le etichette diventa quindi una competenza di salute pubblica, non un dettaglio
da specialisti.
I BAMBINI E IL SALE: QUALE RISCHIO CORRONO?
Piccoli gesti, grandi effetti
Ridurre il sale, in ogni caso, non significa mangiare triste. Significa cambiare
abitudini. Togliere la saliera dalla tavola, non superare i 5 grammi di sale al
giorno, “usare erbe aromatiche, spezie, aceto o limone per insaporire. Il palato
si rieduca nel giro di poche settimane, anche se con l’età tende a richiedere
dosi maggiori per ottenere la stessa gratificazione. Proprio per questo
intervenire prima è decisivo”, sottolinea Rossi.
Educazione precoce e scelte collettive
Un capitolo a parte riguarda i bambini. “Il gusto per il salato non è innato: si
forma nei primi mesi di vita”, ci ricorda il professor Rossi. Abituare fin da
subito a sapori meno salati significa investire in salute futura. Ma la
responsabilità non può essere solo individuale. Etichette chiare, limiti al
contenuto di sale nei prodotti industriali e nella ristorazione collettiva
incidono sulla salute pubblica molto più delle singole scelte isolate”. In
definitiva, il sale non è un nemico da demonizzare. L’eccesso quotidiano sì. E
oggi il vero problema non è quello che aggiungiamo consapevolmente al piatto, ma
quello che ingeriamo ogni giorno senza accorgercene, convinti di mangiare
“normale”.
L'articolo “Attenzione agli effetti silenziosi del sale, soprattutto quello
‘travestito’: è come mangiare 22 pacchetti di patatine al giorno”: l’allarme
della British Heart Foundation proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cucina Italiana
“La mia eliminazione è stata ingiusta. Doveva uscire Iolanda, ma rispetto la
decisione dei giudici”. Eros Monforte abbandona MasterChef con il ricordo di una
bella esperienza e qualche sassolino nella scarpa. L’aspirante cuoco siciliano è
il terzo eliminato di questa edizione di MasterChef.
In un’intervista a Leggo, il ragazzo ha fatto un bilancio della sua esperienza:
“Sono molto fiero di essere entrato. MasterChef non è un’esperienza facile, non
è da tutti stare lì dentro. Solo sapere di cucinare davanti a Cannavacciuolo ti
mette addosso una tensione enorme”.
Monforte fatica ad accettare la sua eliminazione dal cooking show: “Un po’ di
rabbia l’ho provata. Ero convinto di arrivare in finale”. E ancora: “Anche sui
social molte persone dicevano che non dovevo uscire io”. Eros ha un’idea precisa
su chi avrebbe meritato di togliere il grembiule e tornare a casa: “Iolanda. Per
me la prova era già sbagliata in partenza. Però rispetto le decisioni dei
giudici“.
L’eliminazione dal programma non cancella la passione di Eros per la cucina: “Io
cucino sempre, a casa, con la mia famiglia. Mi piace inventare piatti,
MasterChef non cambia la mia passione: continuerò sempre a cucinare“. Il ragazzo
ha fissato gli obiettivi futuri: “Lavorare come chef privato e crescere sui
social. Poi in futuro aprire un locale, se ci sarà l’occasione”.
IL RAPPORTO CON I GIUDICI
Eros Monforte ha raccontato a Leggo il rapporto avuto con i giudici di
MasterChef. Il siciliano ha descritto Cannavacciuolo come un idolo, ma lo chef
che lo ha impressionato maggiormente è Giorgio Locatelli “ha un’eleganza che
percepisci quando ti sta vicino“. “Fare meno preparazioni. Ho perso tempo con
cose che poi non sono riuscito a impiattare”, questo è il consiglio che il
giovane cuoco darebbe a se stesso prima di entrare a MasterChef Italia.
A tal proposito ha aggiunto: “Una gelificazione di pesca si è congelata per
errore e da lì è andato tutto storto”. Monforte ha concluso con una presa di
consapevolezza: “Ho rischiato molto più degli altri concorrenti. Molti hanno
fatto il “compitino” per salvarsi. Ho visto piatti che sembravano acqua più che
insalata”.
L'articolo “La mia eliminazione da MasterChef Italia? È stata ingiusta, ho
provato rabbia. Doveva uscire Iolanda, prova sbagliata in partenza”: Eros
Monforte si sfoga proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto a 89 anni Sergio Lorenzi, chef stellato, ristoratore e instancabile
promotore della cucina italiana nel mondo, passato alla storia come l’inventore
della celebre tagliata di manzo. Lorenzi amava definirsi un “missionario della
cucina italiana”. Una missione che ha contribuito a portare il nostro Paese,
come lui stesso affermava, “alla pari, se non oltre, dei cugini francesi”.
Nato a Camaiore (Lucca) ma pisano d’adozione, Lorenzi è stato una figura chiave
nell’evoluzione della ristorazione italiana dal secondo dopoguerra fino al pieno
riconoscimento internazionale.
Sergio Lorenzi era il cuoco dei grandi personaggi. Nelle sue sale pisane hanno
mangiato presidenti della Repubblica come Giovanni Gronchi e Giorgio Napolitano,
scienziati di fama mondiale, politici, artisti e star internazionali come Frank
Sinatra. Ma dietro il successo e i riconoscimenti c’è una storia personale
segnata da sacrifici, talento precoce e una passione incrollabile per la cucina.
Nato in una famiglia poverissima della Versilia, Lorenzi iniziò a lavorare in
cucina a soli 13 anni. L’infanzia e l’adolescenza furono segnate anche dagli
orrori della guerra: da ragazzo assistette all’eccidio nazista di Sant’Anna di
Stazzema del 12 agosto 1944 e la sua famiglia rischiò molto per aver dato
ospitalità ad alcuni ebrei. Esperienze che lo segnarono profondamente e che,
come raccontò più volte, contribuirono a formare il suo carattere rigoroso ma
generoso.
Con un vero e proprio esercito di allievi sparsi nel mondo – tra cui Pino
Posteraro a Vancouver – Lorenzi ha lasciato un’impronta profonda anche come
maestro. La sua eredità è raccolta nel libro “La cucina di Sergio Lorenzi” (Cld
Libri, 2015), volume che unisce autobiografia, memoria storica e oltre 250
ricette, molte delle quali legate alla tradizione pisana e toscana. Un’opera
arricchita da un glossario, capitoli dedicati alle salse madri e una vasta
documentazione fotografica che lo ritrae accanto a figure come i gastronomi
Luigi Carnacina, Luigi Veronelli, Vincenzo Buonassisi e artisti come Gregory
Peck, Eduardo De Filippo, Andrea Bocelli e Roberto Benigni.
Per compiere il definitivo salto di qualità, nel 1977 Lorenzi a Pisa rilevò un
antico ristorante sul Lungarno Pacinotti, cedendo il primo locale. Una scelta
rischiosa: la zona era allora uno dei simboli della contestazione studentesca,
con frequenti scontri e lanci di lacrimogeni. Nonostante tutto, la cucina di
Lorenzi seppe imporsi per rigore, eleganza e coerenza. Nel 1978 arrivò il
riconoscimento più ambito: la stella Michelin, che il ristorante “Da Sergio”
mantenne ininterrottamente fino alla chiusura.
Da quel momento il locale divenne un punto di riferimento assoluto. Ai tavoli di
Lorenzi sedevano capi di Stato, ministri, attori, cantanti, scienziati e
intellettuali provenienti da tutto il mondo. La vicinanza con la Scuola Normale
Superiore favorì l’incontro con studiosi di fama internazionale, mentre il clima
culturale della città contribuì a rendere il ristorante un vero e proprio
salotto del pensiero e del gusto.
Negli anni Ottanta, mentre la sua tagliata veniva imitata ovunque – spesso
snaturata – Sergio Lorenzi guardava già oltre. Convinto che la cucina italiana
dovesse conquistare il ruolo che meritava sulla scena globale, nel 1984 fu tra i
fondatori dell’Ordine dei Ristoratori Professionisti Italiani. L’associazione
riunì il meglio della ristorazione italiana all’estero: da Tony May a Lydia
Bastianich, fino a Massimo Ferrari, storico ambasciatore della cucina italiana
in Brasile. Lorenzi ne fu prima segretario generale e poi presidente,
contribuendo per oltre trent’anni a diffondere i prodotti e la cultura
gastronomica italiana nei cinque continenti.
L'articolo È morto Sergio Lorenzi, lo chef è stato l’inventore della tagliata di
manzo. Ha cucinato per Gregory Peck, Eduardo De Filippo, Frank Sinatra e Roberto
Benigni proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Licenziai un cuoco per aver buttato via 200 grammi di fagiolini”. Lo chef
Xavier Pellicer si è raccontato al podcast “Stay for a Meal”. Il cuoco ha
dichiarato di aver vissuto l’epoca delle cucine-caserma. Pellicer ha ricordato i
turni massacranti di 16 ore nel ristorante di Jacques Maximin. “La sua
disciplina era ferocissima” ha dichiarato Xavier. Lo chef ha detto di aver
applicato una “legge del taglione” distorta.
“Controllavo i bidoni della spazzatura. Se qualcuno buttava un prodotto integro
lo punivo”. Metodi severi, costati il posto di lavoro ad alcuni cuochi: “Ne
licenziati uno per aver buttato via 200 grammi di fagiolini. Li avevo conservati
con cura in frigorifero per reimpiegarli in un piatto”. Come dichiarato dallo
chef, oggi il rigore è consapevolezza, non rabbia.
La passione del cuoco nei confronti della cucina nasce dalle tradizioni di
famiglia. La madre era una biologa francese, che manteneva vivi i sapori della
sua terra e la nonna, segnata dalla guerra d’Algeria, che ha trasmesso a Xavier
l’amore per le spezie e l’esotismo. Pellicer porta con sé ferite che non si sono
rimarginante, come la morte dell’amico e mentore Sani Santamaria. “Togliere la
terza stella subito dopo la sua morte fu un’ingiustizia” ha dichiarato.
LA SALUTE OLTRE IL SAPORE
Oggi il mantra di Xavier Pellicer è “unire lo stupore estetico al piacere della
digestione”. Lo chef è stato influenzato dalla filosofia Ayureda e
dall’agricoltura biodinamica. Il catalano ha descritto l’orto di Barcellona come
il suo santuario. Pellicer utilizza solo prodotti stagionali e rigorosamente
locali. “Evito il transgenico e l’idroponico” ha dichiarato al podcast. La
missione attuale del cuoco è quella di cucinare piatti che nutrano il corpo
senza appesantirlo.
Pellicer ha lanciato un messaggio ai giovani cuochi: “È bello sognare i premi,
ma è altrettanto nobile creare un locale di quartiere che offra cibo onesto,
permettendo al contempo di avere tempo libero per sé stessi e lavorare cinque
giorni a settimana”.
L'articolo “Ho licenziato un cuoco per aver buttato dei fagiolini. Controllavo i
bidoni della spazzatura e applicavo una legge del taglione “: lo confessa chef
Xavier Pellicer proviene da Il Fatto Quotidiano.
Negli Stati Uniti – e ora timidamente anche in Europa – i ristoranti stanno
adattando il menu a una nuova tipologia di cliente: chi assume farmaci agonisti
del recettore GLP-1 (semaglutide e tirzepatide, noti per ridurre in modo
significativo il senso di fame e commercializzati coi nomi rispettivamente di
Ozempic e Mounjaro) e che fatica a sostenere un pasto completo. Nascono così i
“mini-menu”: micro-porzioni pensate per appetiti ridotti, composte da piccoli
assaggi ad alta densità di gusto ma basso volume. Si va da mini-burger da due
bocconi a mezze porzioni di pasta, ciotoline monodose di cereali e verdure,
dessert formato “mignon” e perfino cocktail alleggeriti per stomaci che si
svuotano lentamente.
Un’offerta accattivante per chi teme sprechi o si sazia in fretta, ma che può
far passare l’idea che “mangiare meno” equivalga automaticamente a “mangiare
meglio”. Dietro questa tendenza, però, possono nascondersi squilibri
nutrizionali: proteine insufficienti, micronutrienti che non raggiungono la
soglia minima, perdita di massa muscolare e un metabolismo che, invece di
migliorare, si indebolisce. Per capire quali rischi reali corre chi sostituisce
i pasti con mini-porzioni – soprattutto se assume agonisti recettoriali GLP-1 –
abbiamo intervistato la professoressa Annamaria Colao, già Presidente Sie
(Società italiana di endocrinologia) e professore ordinario di Endocrinologia e
malattie del metabolismo, cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo
sviluppo sostenibile, università Federico II di Napoli.
“RIDURRE LE PORZIONI NON È NUOVO. MA QUI SIAMO DAVANTI A QUALCOSA DI DIVERSO”
L’uso dei farmaci GLP-1 riduce l’appetito e porta molti pazienti a consumare
mini-pasti o porzioni molto ridotte: quali sono i principali rischi nutrizionali
che osserva in chi mangia troppo poco, troppo spesso e in modo non bilanciato?
“La riduzione delle porzioni è una pratica vecchia. Qui però parliamo di una
modalità completamente nuova, legata a farmaci che riducono in modo molto
specifico il senso della fame. Non riguarda solo l’obesità, ma anche molte altre
situazioni cliniche. Senza una guida medica, il rischio è di sbilanciare
l’alimentazione. È fondamentale che il piano nutrizionale sia individuale: il
digiuno prolungato non è indicato, molto meglio mangiare più volte al giorno
cibi corretti dal punto di vista nutrizionale. Se parliamo di ‘mini-menu’ come
rielaborazione economica del mercato della ristorazione, non vedo un vero
rischio di sbilanciamento, purché questo tipo di cibo resti una scelta
occasionale e non sostituisca il consumo quotidiano di verdura, frutta, cereali
integrali e i cardini della dieta mediterranea”.
“IL VERO RISCHIO È LA PERDITA DI MASSA MUSCOLARE E LA SARCOPENIA”
Una dieta basata su porzioni minime può facilitare il dimagrimento, ma quanto
aumenta il rischio di perdere massa muscolare, proteine e micronutrienti
essenziali? Quali segnali dovrebbero far scattare un allarme clinico?
“Una restrizione calorica importante e prolungata, se il comparto proteico non è
adeguato, porta a ridurre la massa muscolare. E questo, alla lunga, significa
sarcopenia. La massa muscolare è fondamentale non solo per il metabolismo degli
zuccheri, ma anche per la salute delle ossa: meno muscolo significa più rischio
di fratture da fragilità.
Esistono vere e proprie patologie da carenza proteica, le vediamo per esempio
nei bambini di aree povere del mondo. Per evitarle, bisogna garantire almeno un
grammo di proteine per chilo di peso corporeo al giorno. Non parliamo di un
grammo di carne o legumi, ma di proteine effettive, per cui le porzioni
dovrebbero essere di circa 200-300 g di un piatto proteico. Chi affronta una
terapia con agonisti recettoriali GLP-1 deve essere seguito da un medico che
associ alla terapia un percorso nutrizionale e di esercizio fisico calibrato.
Così si evitano carenze”.
“GIOVANI, ANZIANI E DIABETICI: LE CATEGORIE PIÙ VULNERABILI”
Se l’assunzione di cibo scende sotto il fabbisogno reale per effetto del
farmaco, quali squilibri metabolici possono comparire nel medio periodo? Ci sono
categorie di persone per cui i mini-pasti sono particolarmente sconsigliati?
“A milioni di pazienti trattati non vediamo carenze quando il protocollo è
seguito da mani esperte. Il problema nasce con il fai-da-te: c’è chi può
rimanere quasi tutta la giornata senza mangiare.
Le categorie più vulnerabili sono i diabetici, che hanno già uno squilibrio
metabolico; i giovani, perché la loro macchina biologica è ancora in formazione;
gli anziani, più esposti alla perdita di massa muscolare; e naturalmente le
donne in gravidanza o allattamento, per le quali questi farmaci non sono
indicati.
In assenza di diagnosi e analisi individuali, non si può valutare il rischio
reale. È essenziale che la terapia non venga gestita in autonomia”.
“I MINI-MENU NON DEVONO SOSTITUIRE IL CIBO QUOTIDIANO”
Dal suo punto di vista, quanto è pericoloso normalizzare i ‘mini-menu’ nella
vita quotidiana?
“I mini-menu sono spesso cibi che non rappresentano il massimo dal punto di
vista salutare. Possono entrare nella vita quotidiana solo come cibo sociale,
non come fonte di energia per l’organismo. Se utilizziamo i farmaci agonisti
GLP-1 in un regime medico ben strutturato – terapia nutrizionale individuale,
esercizio fisico, controlli regolari – i rischi non ci sono. Nel fai-da-te,
invece, è impossibile escludere squilibri o eccessi di restrizione calorica.
Serve un medico che valuti profilo fisiologico, necessità nutrizionali e
metabolismo della persona”.
L'articolo “Ridurre le porzioni non è nuovo, ma qui siamo davanti a qualcosa di
diverso: il vero rischio è la sarcopenia”: l’allarme dell’esperta per il boom di
“mini-menù” per chi assume farmaci dimagranti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quest’anno, a Natale, Alessandro Borghese passa dall’altra parte del tavolo e
prende in mano i fornelli di casa. “Stavolta cucino io, do il cambio alla
suocera che ha sempre cucinato”, racconta in un’intervista a Vanity Fair, a
pochi giorni dalle feste. Cosa preparerà? Niente menu monumentali, ma piatti che
parlano di famiglia e di mestiere, come le zeppolette fritte con le acciughe a
pranzo, le bollicine immancabili e qualche ricetta presa direttamente dalla
carta dei suoi ristoranti, “per permettere alla famiglia di assaggiarli”.
Nella stessa intervista a Vanity, Borghese lega il rito del Natale a un momento
storico per la gastronomia italiana, appena riconosciuta patrimonio immateriale
dell’Unesco. “Per chi fa questo mestiere da 35 anni come me è motivo di grande
orgoglio e soddisfazione, oltre che la realizzazione di un sogno”, spiega lo
chef, che dal 21 dicembre tornerà in tv con l’undicesima edizione di Alessandro
Borghese – 4 Ristoranti. “Per un cantastorie che racconta i nostri piatti, i
nostri luoghi e le nostre tradizioni, è la felicità”, dice, mentre guarda già al
futuro: portare l’educazione gastronomica nelle scuole, perché “c’è tanto da
poter raccontare” della cucina regionale italiana, soprattutto alle nuove
generazioni. Quindi ha anche svelato alcuni luoghi che compariranno
nell’undicesima edizione del game show: “Dalle Piane del Gran Sasso con la
transumanza delle pecore alla cozza tarantina fino alle paste fresche modenesi,
ci siamo spinti fino ai Colli Piacentini”.
“LA TV È COME CAMMINARE SULLE UOVA”
Alessandro Borghese ha sperimentato tanti piatti tipici italiani, valutando le
specialità regionali da Nord a Sud. Dunque, per lo chef è arrivato il momento di
cambiare format? “Ogni tanto qualcosa di divertente come andare a vedere cosa
gli italiani combinano all’estero ci starebbe bene”. Il successo gli ha dato
tanto, ma ha dovuto sacrificare il tempo libero: “Non te lo ridà indietro
nessuno. Se parliamo delle mie figlie e di mia moglie conta molto la qualità del
tempo che passiamo insieme, perché questo genere di vita qua te ne toglie
tanto”.
Borghese ha dichiarato, sempre a Vanity Fair, di essersi trovato dentro il cono
di luce fin da bambino, senza volerlo: “Non posso dire di averne sofferto”, ha
ammesso il cuoco italo-americano. “Ho capito che se ero sotto il cono di luce
non era per il mio successo, ma per quello di mia madre. Questo è stato il mio
volano: fare il mio. L’ho trovato con la cucina”. Borghese ha rivelato: “La tv è
arrivata dopo anni, ed è sempre stato camminare sulle uova“. Lo chef ha
dichiarato di aver vissuto il mondo della televisione con “un certo fatalismo” e
col pensiero che “oggi c’è, domani chissà”. Ma si ritiene una persona fortunata:
“Ho la fortuna di fare sia l’uno che l’altro (cucina e tv ndr) portando avanti
due cose che mi appassionano molto”.
“PAURA DEI 50 ANNI: ZERO”
Nel 2026 Alessandro Borghese compirà 50 anni. Mezzo secolo, un compleanno che
non spaventa lo chef: “Paura dei 5o? Zero, ma me lo ricordo quando mi fa male il
crociato”. E ancora: “Sono un periodo di riflessione, il bilancio è fisiologico
ma non ci penso”. A 18 anni Borghese si trovava sul transatlantico Achille Lauro
che, a causa di un incendio, affondò al largo della costa somala nel 1994.
“C’era silenzio intorno a me anche se ero su una scialuppa mentre una nave era
in fiamme e stava per affondare“. Lo showman ha dovuto combattere contro i
traumi dell’incidente: “Ciò che mi ha aiutato a combattere il trauma è stata la
lungimiranza di salire subito su un’altra nave: una settimana dopo sono tornato
in Sud Africa. Mi sono imbarcato su una nuova imbarcazione, ci sono rimasto sei
mesi e dopodiché non sono mai più tornato su una nave da crociera”.
Tornando al discorso lavoro Borghese ha detto: “È sempre una cosa gioiosa.
Quando la gente mangia è felice, senza contare che non sono un cardiochirurgo:
chi fa il mio mestiere deve divertirsi, altrimenti è finita”. Volge al termine
l’ennesimo anno trascorso, per la maggior parte, dietro ai fornelli, ma a Natale
chi cucinerà? “Stavolta io, do il cambio alla suocera che ha sempre cucinato”. E
infine Borghese ha svelato quale pietanza non può mancare nel suo menu
natalizio: “A pranzo le zeppolette fritte con le acciughe e, naturalmente, le
bollicine. Poi spesso prendo alcuni piatti della mia carta dei ristoranti e li
faccio per permettere alla famiglia di assaggiarli. Per la Vigilia penso che
preparerò il mezzo pacchero con il ragù di triglie, che è molto buono”.
L'articolo “Quest’anno a Natale cucino io, do il cambio alla suocera. Mi sono
ritrovato a 18 anni su una scialuppa con una nave in fiamme che stava per
affondare”: parla Alessandro Borghese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pochi giorni fa la cucina italiana è stata dichiarata ufficialmente “patrimonio
culturale e immateriale dell’umanità” dall’Unesco. La notizia è stata accolta
con grande fervore in Italia e, in mezzo al giubilo, a far discutere è stato un
articolo del giornalista Giles Coren uscito sul Times e dal titolo “Italian
food’s a con: protect our fine English fare“. Nel pezzo, Cornen definiva “un
miraggio” la presunta supremazia del cibo italiano. In un’intervista al Corriere
il giornalista britannico ha risposto alle critiche ricevute, mantenendo il suo
stile provocatorio e chiarendo dei punti che – secondo lui – non sono stati
colti dai lettori (italiani).
“L’articolo? Era un pezzo di satira sui luoghi comuni inglesi riguardo
all’Italia e alla cucina italiana. E sulla pretenziosità di una certa fascia
della società inglese. Non era affatto un attacco alla cucina italiana. Mi
dispiace che questo non sia stato colto”. Coren, nella sua intervista, insiste
sul suo avere voluto criticare un certo “snobismo” d’oltremanica. “È ovvio che
tutte le cucine nazionali abbiano pari valore e dignità. In ogni Paese si è
convinti che la propria cucina sia la migliore. Ma quando certi inglesi
benestanti proclamano la cucina italiana come la migliore in assoluto, la cosa
mi appare intrinsecamente comica. Perché lo fanno non per amore del cibo, ma
come segno di ricchezza, elitarismo e sofisticatezza. Il cibo, però, è cibo, e
basta. E la cucina di una nazione non può mai essere “migliore” di quella di
un’altra”. E sull’Unesco e la nomina dice che il gesto “non può che apparire a
qualsiasi persona sana di mente come qualcosa di insieme ridicolo e grottesco“.
Il giornalista conferma di essere stato in Italia: “L’ho percorsa molte volte,
da nord a sud. Ho mangiato piatti straordinari, ma anche piatti pessimi,
esattamente come mi è capitato in tutti gli altri Paesi che ho visitato”. Ma il
punto focale dell’intervista rimane la spiegazione dell’intento satirico del suo
operato: “Forse la figura retorica dell’iperbole non è più molto praticata nella
scrittura italiana. E dire che, un tempo, in Italia, la satira era un’arte
raffinata. Fu proprio Orazio a codificarla. – ricorda il critico – Ma dalle
numerose email aggressive e dai messaggi sui social che ho ricevuto da italiani
sembra che quest’arte, da quelle parti, si sia estinta o quasi”.
L'articolo “Ho girato l’Italia da nord e sud, ho mangiato piatti straordinari ma
anche pessimi. Avete perso l’arte della satira”: parla il critico del Times
Giles Coren proviene da Il Fatto Quotidiano.
«Si è parlato molto, in questi giorni, della cucina italiana riconosciuta come
patrimonio dell’Unesco. Un riconoscimento importante, meritato, che dovrebbe
unire. E invece divide». In un’intervista a Il Corriere del Trentino, Paolo
Torboli, proprietario dell’Osteria del Pettirosso di Rovereto, ha criticato la
presa di posizione del principale quotidiano altoatesino Dolomiten. Il giornale
ha pubblicato un articolo sul riconoscimento della cucina italiana come
patrimonio dell’Unesco e ha sostenuto che i canederli, piatto tipico del
Trentino-Alto Adige, non appartengono alla tradizione culinaria dell’Italia.
Torboli sforna circa 10 mila canederli all’anno in 15 versioni diverse che
saranno raccolte in un libro. “Ancora una volta non sappiamo goderci ciò che ci
viene riconosciuto” ha dichiarato l’oste.
LA PERDITA DELLE TRADIZIONI
“La polemica arriva dall’Alto Adige, terra di grandi tradizioni culinarie ma
dove, troppo spesso, a 3 mila metri si trovano gamberi crudi e cucina gourmet”.
Paolo Torboli ha proseguito l’intervista sottolineando come la cucina
tradizionale stia cedendo il passo a piatti moderni: “Diventa sempre più
difficile assaggiare la vera cucina di casa, ormai soffocata da una modernità
fin troppo presente”. Per l’oste il turismo di massa e le mode passeggere stanno
cancellando il “piatto della domenica”.
Torboli ha lanciato una provocazione: “Se scaviamo davvero nella storia della
nostra cucina, scopriamo che molte delle ricette che oggi chiamiamo “nostre” non
lo sono mai state del tutto”. E ancora: ” Se volessimo essere davvero rigorosi,
allora per definire un piatto italiano anche gli ingredienti dovrebbero
esserlo”. Alcuni piatti tipici, infatti, si preparano con prodotti importanti in
Italia: “Il pomodoro, su cui si basano molti piatti della cucina italiana, ha
origini sudamericane. Anche lo speck altoatesino che si pregia di tanto
splendore è ormai fatto per la maggior parte con carne estera“.
OGNUNO HA LA SUA RICETTA
Dunque, quali piatti appartengono realmente alla cucina italiana? Torboli ha
provato a rispondere a questa domanda dicendo che “la verità non stia nei
confini, bensì nei profumi di casa“. La cucina è una tradizione che si tramanda
di generazione in generazione. Ogni persona, però, interpreta i piatti a modo
suo: “Ogni nonna, ogni mamma, ogni massaia ha una mano diversa, una ricetta
propria, una personale interpretazione. Vale anche per i canederli, questo è il
vero patrimonio che dobbiamo custodire come un bene prezioso”.
Per il proprietario dell’Osteria del Pettirosso di Rovereto, la cucina italiana
è stata capace di trasformare gli avanzi in emozioni. “Una cucina povera, nata
da piatti poveri come il canederlo o la ribollita e capace di parlare la lingua
dei sapori autentici“. Per Torboli la cucina che merita il riconoscimento
dell’Unesco è “quella che nasce in casa, non nei disciplinari. Quella che va
difesa senza polemiche e raccontata con orgoglio. E se posso, orgoglio
italiano“.
L'articolo “I canederli fanno parte della tradizione della cucina italiana”:
l’oste Paolo Torboli risponde alle critiche del quotidiano altoatesino Dolomiten
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Unesco ovviamente non lo sa, ma indirettamente mi ha premiato quando nei
giorni scorsi ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale
immateriale globale. A dire il vero non so esattamente cosa questo significhi,
ma, dato che io sono italiano, dato che amo cucinare, e che cucino quasi tutti i
giorni, questo riconoscimento mi inorgoglisce un po’. Secondo la decisione, la
cucina italiana è una “miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”, “un
modo per prendersi cura di sé stessi e degli altri, esprimere amore e riscoprire
le proprie radici culturali, offrendo alle comunità uno sbocco per condividere
la loro storia e descrivere il mondo che li circonda”.
Accidenti, non capisco neanche questo esattamente cosa significhi, ma mi sembra
di ritrovarmici: mescolo cucina ligure e piemontese, mi ricordo mamma quando
preparava i vari tipi di pasta ed io la osservavo curioso, e la cucina era un
modo per esprimere gioia, condivisione, rispetto. Ma, detto questo un po’
scherzosamente, mi domando: ma cosa e dove diavolo è oggi la cucina italiana?
Devi cercarla con la lanterna di Diogene, perché chi è che ha più tempo e voglia
di cucinare in casa secondo tradizione? E quante sono, fuori dalle mura
domestiche, le trattorie tradizionali? Se guardiamo i 4 ristoranti di Alessandro
Borghese, essa non esiste quasi più, o, se esiste, è contaminata, o meglio è
“rivisitata in chiave moderna”: tradotto: quella originale, alla Sora Lella per
intenderci, è scomparsa. In compenso siamo subissati di piatti ultraprocessati,
piatti pronti e quant’altro. La cucina italiana sembra diventata come i presidi
slow food: qualcosa da tutelare perché altrimenti scompare.
Ma poi, fatemi capire, quali sono gli ingredienti di questa benedetta cucina
italiana? Le verdure che provengono dall’agricoltura intensiva? La carne che
proviene dagli allevamenti anch’essi intensivi? Il pesce allevato, che supera di
gran lunga quello pescato? Insomma, esiste ancora la cucina italiana con
ingredienti naturali, che un tempo effettivamente allietava le nostre tavole? E
quindi ha un senso il termine “sostenibilità” con cui è stato accompagnato il
riconoscimento o è del tutto fuori luogo?
Ma voglio andare oltre, e nel farlo, mi inorgoglisco sempre meno di essere stato
indirettamente premiato. Intanto, vedo (ma già lo sapevo) che la dieta
mediterranea, in generale, aveva ottenuto il riconoscimento nel 2010. Ma allora
perché anche la cucina italiana, che ne fa parte? E dieci anni dopo, nel 2020,
ecco il riconoscimento ottenuto dal pasto gastronomico francese. E poi ancora,
la cucina tradizionale messicana, e ovviamente il pasto tradizionale giapponese.
Per non parlare del riconoscimento di singoli prodotti, come la baguette
francese o la vite ad alberello di Pantelleria. E la pizza napoletana no? Ma
certo, non la pizza in sé ma l’arte del fare la pizza. E comunque fanno sedici;
tanti sono i riconoscimenti Unesco immateriali che colleziona l’Italia da sola o
con altre nazioni. C’è persino l’alpinismo (e anche qui, non sapevo di praticare
un’eccellenza mondiale…).
Insomma, sembra proprio che un riconoscimento non si neghi a nessuno, e a
nessuna “cosa”: se ne facciano una ragione i nostri governanti, dalla Meloni a
suo cognato, da Giuli alla Santanché all’onnipresente Tajani (“uno straordinario
volano di crescita e prosperità” scusate ma quando parla Tajani mi scappa da
ridere!). Del resto, se sempre in Italia hanno conferito il riconoscimento di
Patrimonio Mondiale come paesaggio culturale a quell’azzeramento di biodiversità
ed enorme distesa di vigneti irrorati da pesticidi che sono le Colline del
Prosecco, talmente inquinate che i residui si trovano persino nel vino, beh,
allora, ci sta proprio tutto.
Concludo con una domanda che mi sorge spontanea dopo tutto questo sproloquiare:
a quando il riconoscimento di patrimonio immateriale al junk food statunitense?
L'articolo Cosa e dove diavolo è la cucina italiana? A guardare ‘4 ristoranti’,
non esiste quasi più proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’Unesco si è lasciata raggirare riconoscendo alla cucina italiana uno status
culturale speciale, quando la migliore del mondo è qui da noi“. Non usa mezzi
termini il giornalista britannico del Times, Giles Coren. Insomma “la cucina
italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità era prevedibile,
servile, ottuso e irritante”.
E ancora: “Da quando scrivo di ristoranti combatto contro la presunta supremazia
del cibo italiano. Perché è un mito, un miraggio, una bugia alimentata da
inglesi dell’alta borghesia, mangiatori di fiori di loto con palati da bambini
viziati, che all’inizio degli anni Novanta trasferirono le loro residenze estive
in Toscana, dopo che il successo volgare di Un anno in Provenza di Peter Mayle
aveva reso il sud della Francia plebeo”. Un attacco frontale, che non si ferma
qui.
“Jamie Oliver, Nigella Lawson, Antonio Carluccio e il River Café hanno
perpetuato questa favola romantica. – ha continuato – I supermercati si sono
riempiti di pomodori secchi, pesto in barattolo, gnocchi sottovuoto, salami,
biscotti, panettoni. Tutti hanno comprato una macchina per la pasta, usata una
volta, mai lavata e poi abbandonata nell’armadio sotto le scale, dove giace
tuttora”.
Il giornalista ha specificato che lui il nostro Paese lo conosce bene e che il
cibo lo ha trovato “pessimo. I ristoranti cari, il personale scortese. Gli
italiani odiano gli inglesi e l’unica scelta sicura è la pizza, come in America
o a Wolverhampton“.
Quale sarebbe l’alternativa per il giornalista? “Se c’è una cucina nazionale che
l’Unesco dovrebbe riconoscere per il suo valore culturale eterno e la sua
importanza politica unica, è quella inglese. Inclusi, ma non solo: il toast
bruciato appena prima che scatti l’allarme antincendio; le colazioni degli hotel
economici, prodotte in un unico oscuro centro da troll ciechi con materiali di
fortuna; gli spaghetti col ketchup; la torta di Haribo sciolta in macchina ad
agosto; i noodles cinesi croccanti incollati alla tovaglia; lo snakebite and
black, il Barolo britannico; le salsicce Heinz con fagioli, che contengono tutti
i gruppi alimentari conosciuti; i panini al ketchup; il porridge (isolante da
sottotetto ammorbidito con acqua) e, naturalmente, la Terry’s Chocolate Orange.
Questa sì che è cultura. Altro che pomodori!”.
Parola di Giles Coren.
L'articolo “La cucina italiana patrimonio immateriale dell’umanità? Irritante.
Cibo pessimo, ristoranti cari, personale scortese”: l’attacco del critico del
“Times” proviene da Il Fatto Quotidiano.