È stata proclamata, ieri 21 marzo, dalla sindaca di Genova Silvia Salis la nuova
campionessa del mondo di pesto genovese al mortaio. Si tratta di Carla Pensa,
classe 1940, ex fruttivendola originaria di Roccatagliata, piccola frazione di
soli 53 abitanti nel Comune di Neirone (Genova). Al termine di un’intensa
giornata di competizione, è emersa come la migliore tra i 100 partecipanti
giunti da ogni parte del mondo. La sua abilità ha conquistato all’unanimità i
trenta giudici che, durante la mattinata, avevano selezionato i 10 super
finalisti nell’ultima fase della prestigiosa gara.
Tutti i finalisti avevano a disposizione gli stessi ingredienti (pinoli
italiani, aglio di Vessalico, basilico genovese dop, olio extravergine di oliva
“Riviera Ligure” dop, Parmigiano Reggiano Stravecchio, Pecorino Sardo stagionato
e sale grosso delle Saline di Trapani. I giudici hanno scelto il vincitore sulla
base di cinque criteri: manualità e gestione dello spazio di lavoro, finezza del
pestato, cremosità, colore e soprattutto armonia dei sapori.
All’emozionatissima vincitrice gli applausi di tutta Genova e oltre alla gloria
il premio tradizionale del “pestello d’oro”. Carla Pensa era stata inserita
nella lista dei 100 concorrenti all’ultimo momento.
L'articolo Nonna di 85 anni vince il campionato mondiale di pesto genovese.
Carla Pensa è una fruttivendola in pensione e i giudici hanno premiato anche la
sua manualità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prima del “food” e dei gastrolatri, degli influencer e dei gastrofighetti
(quelli che passano il tempo a commentare e fotografare l'”impiattamento” e non
ciò che mettono in bocca), molto prima del gas e della corrente elettrica, delle
piastre a induzione e dei forni a temperatura controllata, e dei rider e del
“tutto pronto subito” e del “junk food”, esisteva un cibarsi raro e nascosto, un
nutrirsi (anche di concentrazione) che si celebrava intorno al “putagè”, la
stufa a legna contadina, solitamente di ghisa, simbolo e aleph della casa. Da un
lato riscaldava, sulla sua piastra cuoceva lentamente cibi e zuppe. Il nome, non
per nulla, deriva dal francese potager, ovvero sia “fornello da cucina” che
“orto”, a testimonianza del legame strettissimo che il putagé aveva con verdure
e zuppe, colonna portante della dieta mediterranea.
Un bellissimo libro di Luciano Bertello ce lo racconta (“La cucina del putagé”,
fotografie di Sergio Ardissone e commenti di Bruno Quaranta, Sorì
Edizioni-L’artistica Editrice), disegnando la mappa delle trattorie e dei locali
piemontesi, stellati o nascosti, che ancora cucinano così. È un viaggio
entusiasmante tra Langhe e Roero, Monferrato e Tortonese, sfiorando una
costellazione di torri e castelli, muovendo sulle strade di Coppi e nei luoghi
della letteratura (Pavese, Fenoglio, Arpino, Eco), dell’arte (dal Macrino al
Moncalvo, da Pinot Gallizio a Pellizza da Volpedo) e della musica (dai violini
del Pressenda al pianoforte di Paolo Conte).
Luciano Bertello, è storico e ricercatore, ha dedicato la sua vita allo studio e
alla valorizzazione del vino piemontese del Roero, ha guidato l’Enoteca
regionale e da anni promuove cultura e territorio, contribuendo anche al
riconoscimento Unesco ai paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato.
Ha selezionato dieci di queste cucine eroiche (erano undici, ma la recente morte
del titolare ha portato alla chiusura della Trattoria dell’Allegria di Ferrere,
Asti). A ognuna ha dedicato parole e immagini, da ognuna ha tratto evocazioni e
ricette preziose, quelle di Pollo alla cacciatora, Cinghiale al civet, Bàgna
càda (sic), Coniglio al civet cotto sul putagé, Raviole del plin, Minestrone,
Bunèt, Vespen di Santa Caterina, Panissa, Zabaione: “Come l’inaspettata patata
cotta sotto la cenere – scrive Bertello – servita con una salsa a base di
raffinati profumi mediterranei dal sommo Cesare di Albaretto della Torre in una
cena di metà anni Settanta con Giorgio, Egidio e Angelìn di Maràngh,
accompagnati lassù da chi scrive per corrispondere al suo desiderio di conoscere
i pionieri dell’Arneis. Elegia del gusto contadino d’antan in omaggio all’animo
genuino di quegli intraprendenti vigneron.
Uno spariglio seguito dal meditato capretto allo spiedo, da Cesare elevato a
mito della cucina di Langa. Maestria da domatore del fuoco affinata nella stessa
casa-tempio in cui la mamma Maria ’d Lipinàt officiava i riti langhetti di
osteria sulla piastra del putagé”.
Arcaico, onesto e officiato dalle donne, il putagé era una “cucina economica” e
multitasking, un rito ultra-ecologico che riconduce al “feu” della civiltà
contadina, ai “fuochi” del medioevo, ovvero, nei censimenti, i gruppi familiari.
Le donne erano umili e generose artefici di una cucina che esalta il valore
umano: semplice ma non facile, laboriosa, “del giorno prima” assennatamente
attenta a non sprecare alcunché. “Una cucina onesta, lenta e silenziosa –
leggiamo -: anziché dare certezze assolute di dosi e di tempi, incorona il
“dipende” e ogni giorno interroga il fuoco, la legna, il tempo, la materia
prima”.
La saggia cucina del putagé ricompone il culto del Tempo e dell’attesa,
dell’incontro. Datemi pane salame, una bottiglia di dolcetto con amici: ecco, un
desco stellare.
Grazie Luciano, infaticabile amico, per questo viaggio e per le tue ricerche e
scoperte, e grazie per alcune tra le migliori mangiate della mia vita: il tuo
libro non è reducismo ma filosofia di vita, weltanshauung, opera d’avanguardia.
L'articolo Datemi pane salame, una bottiglia di dolcetto con amici: ecco, un
desco stellare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nicola Massari ha ricevuto il primo applauso per l’idea del croissant burger da
un cliente speciale: Iginio Massari. Il sommo pasticciere ha approvato la novità
portata dal figlio nel ristorante “Cardinale”, aperto insieme a Debora, sorella
di Nicola. Il locale, situato in via Carlo Freguglia 2 a Milano, ha costruito un
percorso gastronomico riconoscibile. Come riporta La Cucina Italiana, il menù
offre piatti della tradizione italiana (manzo, all’olio, carbonara, risotti,
tartare e non solo) e ottimi dolci. “Cardinale” ha scelto di puntare sui pasti
ad hoc per i lavoratori, con orari calibrati tra il servizio quotidiano e le
cene selezionate.
LA PASTICCERIA SALATA
Al tempo stesso, il ristorante vuole spingere su una decisione inedita, ossia la
pasticceria salata. Le prime novità sono il croissant burger e la torta di rose
salata. La scelta è stata presa dai fratelli Massari per dare un’identità
precisa al ristorante. Papà Iginio ha approvato la decisione dei figli,
elogiando la loro pasticceria salata. Massari ha letto la novità con una chiave
culturale, prima ancora che tecnica. A La Cucina Italiana ha dichiarato: “La
pasticceria salata si è sempre fatta in varie forme, c’è stata una grande
evoluzione, i salatini fanno parte della pasticceria salata e si sono evoluti
nei ripieni e nella pasta sfoglia. La pasta sfoglia oggi è fatta con uno dei
migliori burri, ma se ne mette molto meno. Il concetto cardine della pasticceria
salata è fare dei piccoli quadratini da max 15 grammi così che ogni boccone ha
un gusto diverso”.
Iginio dice sì al croissant burger e fa sorgere una domanda: com’è fatto questo
piatto? Il pane non è un classico bun, ma un croissant salato bicolore con
striature verdi o rosa. L’obiettivo di Nicola Massari è quello di creare un
pane-cornetto capace di trattenere il ripieno e che non ceda dopo un paio di
morsi (un concetto già rivoluzionario). Dentro c’è un hamburger di Scottona da
110 grammi, con una serie di ingredienti che cambia in base alla variante. Le
versioni sono sette. Tra queste troviamo l’Andante, la Carbonara, una proposta
affumicata e un’altra con il formaggio caprino. Poi l’Allegro alla cui base c’è
il guacamole, un’opzione vegetariana e una Fish, composta da croissant al cacao,
salmone affumicato e una maionese al lampone. Iginio Massari ha approvato l’idea
dicendo: “Il croissant salato proposto al Cardinale è farcito in vari modi
diversi, soprattutto è molto croccante, più di un qualsiasi panino. È quello che
io chiamo “cibo musicale”, ovvero il piacere di sentire scroccare quando mangi
che ti spinge a gustare di più il cibo stesso”.
NON SOLO CROISSANT
“Cardinale” non offre solo il croissant burger. L’altra novità è la torta di
rose salata, che si rifà alla torta delle rose mantovana. Nicola Massari ha
deciso di puntare sul salato, accompagnando alla fetta di torta salumi
Capitelli. L’accostamento lavora sulla morbidezza, il profumo del lievitato e la
sapidità dei salumi. A riguardo Iginio ha detto: “La torta delle rose è un dolce
lievitato tipico mantovano, le cui origini risalgono al 1490. Fu creata per
celebrare il matrimonio tra Isabella d’Este e Francesco II Gonzaga, marchese di
Mantova. Si tratta di una pasta lievitata molto ricca, preparata con farina,
uova, burro, zucchero e aromi come scorza di limone o arancia per la versione
dolce. Oggi al Cardinale, invece, la serviamo in versione salata. Ricordiamo che
Mantova è la città con più dolci tradizionali di tutta Italia, arriviamo a una
ventina. Per capirci, pensate che al Sud, dove la tradizione è molto forte,
arriviamo bene o male a 6 o 7 dolci tradizionali. È molto importante conoscere
la cultura del settore per riuscire a meglio esprimere i concetti di dolce e
salato“.
L'articolo “Il croissant burger salato è più croccante di qualsiasi panino”:
Iginio Massari approva l’idea del figlio Nicola. Ecco com’è farcito proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Non sono sicura di quanto sia bravo con i ravioli. Probabilmente si taglierebbe
la testa”. Mai similitudine fu più azzardata per descrivere le difficoltà in
cucina di un re che porta un nome dalla storia piuttosto nefasta. I fatti: la
regina Camilla, in visita nell’Essex, posando accanto ad uno chef del pub The
Sun Inn intento a tagliare la pasta per chiudere dei ravioli, ha scherzato sulle
doti culinarie di re Carlo III, suo marito, chiamando in causa un’immagine
piuttosto pericolosa per chi fosse almeno scaramantico, soprattutto di questi
tempi.
Carlo I, re d’Inghilterra, Scozia ed Irlanda, nel 1649 fu giustiziato davanti
alla Banqueting House di Whitehall. Fu il primo ed unico re di questo paese a
passare sotto la scure della ghigliottina. La monarchia venne temporaneamente
abolita e sostituita dalla repubblica guidata da Oliver Cromwell salvo poi
ritornare in gloria con l’ascesa al trono di Carlo II. Quelli che stiamo vivendo
non sono giorni sereni per la casa reale britannica, mai messa così sotto
giudizio dall’opinione pubblica sconvolta dalle rivelazioni che hanno infangato
l’immagine dell’ex principe Andrea.
Mai come in questi periodo le uscite pubbliche dei sovrani sono state
caratterizzate da “assalti” di chi chiede la verità sui rapporti tra Jeffrey
Epstein ed il fratello del sovrano e che vuole sapere in che misura il re fosse
a conoscenza dei comportamenti di Andrea. I contenuti pubblicati negli Epstein
files hanno messo in luce nuove foto dell’ex duca di York ritratto in situazioni
compromettenti ed in atteggiamenti inappropriati; oltre alle foto, alcune email
avrebbero rivelato dettagli sulle visite a Buckingham Palace delle ragazze
inviate da Epstein, accolte anche nelle varie residenze reali.
Gli antimonarchici stanno riprendendo vigore e davanti a Buckingham Palace non
sono mancati i capannelli dei contestatori che vogliono vedere anche questa
monarchia abolita, chiedendo la testa del re. Questa volta almeno non in senso
letterale.
A Sandringham, dove Andrea è stato trasferito per allontanarlo dai riflettori,
diversi cittadini hanno manifestato disappunto per il suo arrivo, così come
alcuni dipendenti delle tenute del re si sarebbero rifiutatati di lavorare per
lui. Ecco che la battuta di Camilla si trasforma in uno dei tentativi di dare
vita ad una operazione simpatia da parte dei reali che cercano di salvarsi dal
rischio di capitolare.
Contributi e rinforzi arrivano anche dai principi del Galles che, ottenendo una
benedizione, si sono recati in visita al nuovo Arcivescovo di Canterbury, una
donna. Sarah Mullally ha ricevuto in udienza Kate e William, la coppia che
ancora riesce a restituire alla corona un’immagine “immacolata”, lontana da
scandali, voci incontrollate e amicizie di dubbio gusto. Kate e Carlo III, tra
l’altro, hanno appena condiviso il loro ultimo messaggio in occasione della
giornata contro il cancro, entrambi testimoni diretti della sofferenza che la
malattia porta a chi viene colpito e ai suoi familiari.
“Never complain, never explain” (non lamentarti e non dare spiegazioni)
insegnava Elisabetta II, maestra nella gestione di situazioni difficili e
protagonista del suo annus horribilis quando Lady D morì e il castello di
Windsor si incendiò.
Ma oggi, a tenere vivide le fiamme dell’indignazione popolare ci pensano i
social, che infilano i loro messaggi ovunque e tengono il fuoco della rabbia
sempre vivo. Difficile pensare di superare la notte più buia solo rinchiudendosi
nel silenzio, sfrattando Andrea dal Royal Lodge (troppo tardi) ed ingaggiando
delle operazioni simpatia deboli che quelle presentate finora. Parlando ancora
del marito, Camilla, in piedi accanto allo chef dei ravioli, ha concluso:
“sicuramente è più bravo a preparare il Martini”.
Un sorriso, la regina sposata in seconde nozze lo ha strappato, ma basterà a
fermare gli effetti dello “scandalo Epstein” che sta facendo tremare il palazzo?
L'articolo “Non sono sicura di quanto sia bravo Re Carlo III con i ravioli.
Probabilmente si taglierebbe la testa”: l’operazione simpatia della regina
Camilla dopo lo scandalo Epstein proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Inghilterra l’allarme è ormai ufficiale: secondo la British Heart Foundation,
gli adulti consumano ogni giorno una quantità di sale pari a quella contenuta in
22 pacchetti di patatine. Un numero che fa notizia, ma che rischia di essere
liquidato come l’ennesima stranezza d’Oltremanica. In realtà, avverte il
professor Pierluigi Rossi, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università
di Siena, medico specialista in Igiene e medicina preventiva, il problema è
molto più vicino di quanto si pensi e riguarda anche l’Italia: “La vera
questione non è quanto sale aggiungiamo a tavola, ma quanto sodio ingeriamo
senza saperlo attraverso alimenti apparentemente innocui”.
Un problema europeo, non britannico
Trasferire automaticamente i dati inglesi all’Italia sarebbe scorretto, ma
ignorare il trend sarebbe ingenuo. Anche nel nostro Paese il consumo medio di
sale resta intorno ai 10 g al giorno, circa il doppio rispetto alle
raccomandazioni. Più della metà del sodio introdotto non viene dalla cucina
domestica, ma da pane, prodotti da forno, formaggi, salumi, piatti pronti e
ristorazione collettiva. Alimenti che fanno parte della quotidianità e che
raramente percepiamo come “salati”.
Il sodio come disturbatore sistemico
Ridurre il problema alla sola ipertensione significa perdere di vista il quadro
complessivo. “Il sodio in eccesso trattiene liquidi, aumenta il volume del
sangue e restringe i vasi, mettendo sotto stress cuore e reni – sottolinea Rossi
-. Ma agisce anche su altri fronti: rallenta lo svuotamento dello stomaco,
favorendo reflusso e disturbi digestivi; ostacola l’assorbimento del calcio, con
effetti progressivi su ossa e rischio di osteoporosi; altera l’equilibrio
elettrolitico, aumentando l’eliminazione di potassio e magnesio”.
EFFETTI SILENZIOSI E “SALE TRAVESTITO”
Effetti silenziosi su cervello e metabolismo
Nel tempo, questo squilibrio può tradursi in insonnia, stanchezza cronica,
ridotta tolleranza allo sforzo. Studi recenti suggeriscono anche un legame tra
consumo elevato di sodio e aumento del rischio di diabete e declino cognitivo.
“Il sodio – sottolinea il nostro esperto – entra nel sangue, nei tessuti,
perfino nel cervello, creando un disordine biochimico che spesso non avvertiamo
subito”.
Perché l’industria ama il sale
Il punto chiave resta l’industria alimentare. Il sodio è un potente stimolatore
dell’appetito: rende i cibi più desiderabili, riduce il senso di sazietà e
spinge a mangiare di più. È uno strumento commerciale formidabile. Non a caso è
onnipresente nei prodotti ultraprocessati. Un indicatore pratico? “Più
l’etichetta è lunga – osserva Rossi – più il cibo è artificiale. E il contenuto
di sale è spesso il primo segnale di junk food”.
Il sale che non riconosciamo
Il problema è aggravato dal cosiddetto “sale travestito”. Non compare solo come
cloruro di sodio, ma come glutammato monosodico, bicarbonato, fosfati, nitriti,
alginati, benzoati. Nomi tecnici che sfuggono al consumatore, ma che
contribuiscono in modo sostanziale al carico quotidiano di sodio. Saper leggere
le etichette diventa quindi una competenza di salute pubblica, non un dettaglio
da specialisti.
I BAMBINI E IL SALE: QUALE RISCHIO CORRONO?
Piccoli gesti, grandi effetti
Ridurre il sale, in ogni caso, non significa mangiare triste. Significa cambiare
abitudini. Togliere la saliera dalla tavola, non superare i 5 grammi di sale al
giorno, “usare erbe aromatiche, spezie, aceto o limone per insaporire. Il palato
si rieduca nel giro di poche settimane, anche se con l’età tende a richiedere
dosi maggiori per ottenere la stessa gratificazione. Proprio per questo
intervenire prima è decisivo”, sottolinea Rossi.
Educazione precoce e scelte collettive
Un capitolo a parte riguarda i bambini. “Il gusto per il salato non è innato: si
forma nei primi mesi di vita”, ci ricorda il professor Rossi. Abituare fin da
subito a sapori meno salati significa investire in salute futura. Ma la
responsabilità non può essere solo individuale. Etichette chiare, limiti al
contenuto di sale nei prodotti industriali e nella ristorazione collettiva
incidono sulla salute pubblica molto più delle singole scelte isolate”. In
definitiva, il sale non è un nemico da demonizzare. L’eccesso quotidiano sì. E
oggi il vero problema non è quello che aggiungiamo consapevolmente al piatto, ma
quello che ingeriamo ogni giorno senza accorgercene, convinti di mangiare
“normale”.
L'articolo “Attenzione agli effetti silenziosi del sale, soprattutto quello
‘travestito’: è come mangiare 22 pacchetti di patatine al giorno”: l’allarme
della British Heart Foundation proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La mia eliminazione è stata ingiusta. Doveva uscire Iolanda, ma rispetto la
decisione dei giudici”. Eros Monforte abbandona MasterChef con il ricordo di una
bella esperienza e qualche sassolino nella scarpa. L’aspirante cuoco siciliano è
il terzo eliminato di questa edizione di MasterChef.
In un’intervista a Leggo, il ragazzo ha fatto un bilancio della sua esperienza:
“Sono molto fiero di essere entrato. MasterChef non è un’esperienza facile, non
è da tutti stare lì dentro. Solo sapere di cucinare davanti a Cannavacciuolo ti
mette addosso una tensione enorme”.
Monforte fatica ad accettare la sua eliminazione dal cooking show: “Un po’ di
rabbia l’ho provata. Ero convinto di arrivare in finale”. E ancora: “Anche sui
social molte persone dicevano che non dovevo uscire io”. Eros ha un’idea precisa
su chi avrebbe meritato di togliere il grembiule e tornare a casa: “Iolanda. Per
me la prova era già sbagliata in partenza. Però rispetto le decisioni dei
giudici“.
L’eliminazione dal programma non cancella la passione di Eros per la cucina: “Io
cucino sempre, a casa, con la mia famiglia. Mi piace inventare piatti,
MasterChef non cambia la mia passione: continuerò sempre a cucinare“. Il ragazzo
ha fissato gli obiettivi futuri: “Lavorare come chef privato e crescere sui
social. Poi in futuro aprire un locale, se ci sarà l’occasione”.
IL RAPPORTO CON I GIUDICI
Eros Monforte ha raccontato a Leggo il rapporto avuto con i giudici di
MasterChef. Il siciliano ha descritto Cannavacciuolo come un idolo, ma lo chef
che lo ha impressionato maggiormente è Giorgio Locatelli “ha un’eleganza che
percepisci quando ti sta vicino“. “Fare meno preparazioni. Ho perso tempo con
cose che poi non sono riuscito a impiattare”, questo è il consiglio che il
giovane cuoco darebbe a se stesso prima di entrare a MasterChef Italia.
A tal proposito ha aggiunto: “Una gelificazione di pesca si è congelata per
errore e da lì è andato tutto storto”. Monforte ha concluso con una presa di
consapevolezza: “Ho rischiato molto più degli altri concorrenti. Molti hanno
fatto il “compitino” per salvarsi. Ho visto piatti che sembravano acqua più che
insalata”.
L'articolo “La mia eliminazione da MasterChef Italia? È stata ingiusta, ho
provato rabbia. Doveva uscire Iolanda, prova sbagliata in partenza”: Eros
Monforte si sfoga proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto a 89 anni Sergio Lorenzi, chef stellato, ristoratore e instancabile
promotore della cucina italiana nel mondo, passato alla storia come l’inventore
della celebre tagliata di manzo. Lorenzi amava definirsi un “missionario della
cucina italiana”. Una missione che ha contribuito a portare il nostro Paese,
come lui stesso affermava, “alla pari, se non oltre, dei cugini francesi”.
Nato a Camaiore (Lucca) ma pisano d’adozione, Lorenzi è stato una figura chiave
nell’evoluzione della ristorazione italiana dal secondo dopoguerra fino al pieno
riconoscimento internazionale.
Sergio Lorenzi era il cuoco dei grandi personaggi. Nelle sue sale pisane hanno
mangiato presidenti della Repubblica come Giovanni Gronchi e Giorgio Napolitano,
scienziati di fama mondiale, politici, artisti e star internazionali come Frank
Sinatra. Ma dietro il successo e i riconoscimenti c’è una storia personale
segnata da sacrifici, talento precoce e una passione incrollabile per la cucina.
Nato in una famiglia poverissima della Versilia, Lorenzi iniziò a lavorare in
cucina a soli 13 anni. L’infanzia e l’adolescenza furono segnate anche dagli
orrori della guerra: da ragazzo assistette all’eccidio nazista di Sant’Anna di
Stazzema del 12 agosto 1944 e la sua famiglia rischiò molto per aver dato
ospitalità ad alcuni ebrei. Esperienze che lo segnarono profondamente e che,
come raccontò più volte, contribuirono a formare il suo carattere rigoroso ma
generoso.
Con un vero e proprio esercito di allievi sparsi nel mondo – tra cui Pino
Posteraro a Vancouver – Lorenzi ha lasciato un’impronta profonda anche come
maestro. La sua eredità è raccolta nel libro “La cucina di Sergio Lorenzi” (Cld
Libri, 2015), volume che unisce autobiografia, memoria storica e oltre 250
ricette, molte delle quali legate alla tradizione pisana e toscana. Un’opera
arricchita da un glossario, capitoli dedicati alle salse madri e una vasta
documentazione fotografica che lo ritrae accanto a figure come i gastronomi
Luigi Carnacina, Luigi Veronelli, Vincenzo Buonassisi e artisti come Gregory
Peck, Eduardo De Filippo, Andrea Bocelli e Roberto Benigni.
Per compiere il definitivo salto di qualità, nel 1977 Lorenzi a Pisa rilevò un
antico ristorante sul Lungarno Pacinotti, cedendo il primo locale. Una scelta
rischiosa: la zona era allora uno dei simboli della contestazione studentesca,
con frequenti scontri e lanci di lacrimogeni. Nonostante tutto, la cucina di
Lorenzi seppe imporsi per rigore, eleganza e coerenza. Nel 1978 arrivò il
riconoscimento più ambito: la stella Michelin, che il ristorante “Da Sergio”
mantenne ininterrottamente fino alla chiusura.
Da quel momento il locale divenne un punto di riferimento assoluto. Ai tavoli di
Lorenzi sedevano capi di Stato, ministri, attori, cantanti, scienziati e
intellettuali provenienti da tutto il mondo. La vicinanza con la Scuola Normale
Superiore favorì l’incontro con studiosi di fama internazionale, mentre il clima
culturale della città contribuì a rendere il ristorante un vero e proprio
salotto del pensiero e del gusto.
Negli anni Ottanta, mentre la sua tagliata veniva imitata ovunque – spesso
snaturata – Sergio Lorenzi guardava già oltre. Convinto che la cucina italiana
dovesse conquistare il ruolo che meritava sulla scena globale, nel 1984 fu tra i
fondatori dell’Ordine dei Ristoratori Professionisti Italiani. L’associazione
riunì il meglio della ristorazione italiana all’estero: da Tony May a Lydia
Bastianich, fino a Massimo Ferrari, storico ambasciatore della cucina italiana
in Brasile. Lorenzi ne fu prima segretario generale e poi presidente,
contribuendo per oltre trent’anni a diffondere i prodotti e la cultura
gastronomica italiana nei cinque continenti.
L'articolo È morto Sergio Lorenzi, lo chef è stato l’inventore della tagliata di
manzo. Ha cucinato per Gregory Peck, Eduardo De Filippo, Frank Sinatra e Roberto
Benigni proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Licenziai un cuoco per aver buttato via 200 grammi di fagiolini”. Lo chef
Xavier Pellicer si è raccontato al podcast “Stay for a Meal”. Il cuoco ha
dichiarato di aver vissuto l’epoca delle cucine-caserma. Pellicer ha ricordato i
turni massacranti di 16 ore nel ristorante di Jacques Maximin. “La sua
disciplina era ferocissima” ha dichiarato Xavier. Lo chef ha detto di aver
applicato una “legge del taglione” distorta.
“Controllavo i bidoni della spazzatura. Se qualcuno buttava un prodotto integro
lo punivo”. Metodi severi, costati il posto di lavoro ad alcuni cuochi: “Ne
licenziati uno per aver buttato via 200 grammi di fagiolini. Li avevo conservati
con cura in frigorifero per reimpiegarli in un piatto”. Come dichiarato dallo
chef, oggi il rigore è consapevolezza, non rabbia.
La passione del cuoco nei confronti della cucina nasce dalle tradizioni di
famiglia. La madre era una biologa francese, che manteneva vivi i sapori della
sua terra e la nonna, segnata dalla guerra d’Algeria, che ha trasmesso a Xavier
l’amore per le spezie e l’esotismo. Pellicer porta con sé ferite che non si sono
rimarginante, come la morte dell’amico e mentore Sani Santamaria. “Togliere la
terza stella subito dopo la sua morte fu un’ingiustizia” ha dichiarato.
LA SALUTE OLTRE IL SAPORE
Oggi il mantra di Xavier Pellicer è “unire lo stupore estetico al piacere della
digestione”. Lo chef è stato influenzato dalla filosofia Ayureda e
dall’agricoltura biodinamica. Il catalano ha descritto l’orto di Barcellona come
il suo santuario. Pellicer utilizza solo prodotti stagionali e rigorosamente
locali. “Evito il transgenico e l’idroponico” ha dichiarato al podcast. La
missione attuale del cuoco è quella di cucinare piatti che nutrano il corpo
senza appesantirlo.
Pellicer ha lanciato un messaggio ai giovani cuochi: “È bello sognare i premi,
ma è altrettanto nobile creare un locale di quartiere che offra cibo onesto,
permettendo al contempo di avere tempo libero per sé stessi e lavorare cinque
giorni a settimana”.
L'articolo “Ho licenziato un cuoco per aver buttato dei fagiolini. Controllavo i
bidoni della spazzatura e applicavo una legge del taglione “: lo confessa chef
Xavier Pellicer proviene da Il Fatto Quotidiano.
Negli Stati Uniti – e ora timidamente anche in Europa – i ristoranti stanno
adattando il menu a una nuova tipologia di cliente: chi assume farmaci agonisti
del recettore GLP-1 (semaglutide e tirzepatide, noti per ridurre in modo
significativo il senso di fame e commercializzati coi nomi rispettivamente di
Ozempic e Mounjaro) e che fatica a sostenere un pasto completo. Nascono così i
“mini-menu”: micro-porzioni pensate per appetiti ridotti, composte da piccoli
assaggi ad alta densità di gusto ma basso volume. Si va da mini-burger da due
bocconi a mezze porzioni di pasta, ciotoline monodose di cereali e verdure,
dessert formato “mignon” e perfino cocktail alleggeriti per stomaci che si
svuotano lentamente.
Un’offerta accattivante per chi teme sprechi o si sazia in fretta, ma che può
far passare l’idea che “mangiare meno” equivalga automaticamente a “mangiare
meglio”. Dietro questa tendenza, però, possono nascondersi squilibri
nutrizionali: proteine insufficienti, micronutrienti che non raggiungono la
soglia minima, perdita di massa muscolare e un metabolismo che, invece di
migliorare, si indebolisce. Per capire quali rischi reali corre chi sostituisce
i pasti con mini-porzioni – soprattutto se assume agonisti recettoriali GLP-1 –
abbiamo intervistato la professoressa Annamaria Colao, già Presidente Sie
(Società italiana di endocrinologia) e professore ordinario di Endocrinologia e
malattie del metabolismo, cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo
sviluppo sostenibile, università Federico II di Napoli.
“RIDURRE LE PORZIONI NON È NUOVO. MA QUI SIAMO DAVANTI A QUALCOSA DI DIVERSO”
L’uso dei farmaci GLP-1 riduce l’appetito e porta molti pazienti a consumare
mini-pasti o porzioni molto ridotte: quali sono i principali rischi nutrizionali
che osserva in chi mangia troppo poco, troppo spesso e in modo non bilanciato?
“La riduzione delle porzioni è una pratica vecchia. Qui però parliamo di una
modalità completamente nuova, legata a farmaci che riducono in modo molto
specifico il senso della fame. Non riguarda solo l’obesità, ma anche molte altre
situazioni cliniche. Senza una guida medica, il rischio è di sbilanciare
l’alimentazione. È fondamentale che il piano nutrizionale sia individuale: il
digiuno prolungato non è indicato, molto meglio mangiare più volte al giorno
cibi corretti dal punto di vista nutrizionale. Se parliamo di ‘mini-menu’ come
rielaborazione economica del mercato della ristorazione, non vedo un vero
rischio di sbilanciamento, purché questo tipo di cibo resti una scelta
occasionale e non sostituisca il consumo quotidiano di verdura, frutta, cereali
integrali e i cardini della dieta mediterranea”.
“IL VERO RISCHIO È LA PERDITA DI MASSA MUSCOLARE E LA SARCOPENIA”
Una dieta basata su porzioni minime può facilitare il dimagrimento, ma quanto
aumenta il rischio di perdere massa muscolare, proteine e micronutrienti
essenziali? Quali segnali dovrebbero far scattare un allarme clinico?
“Una restrizione calorica importante e prolungata, se il comparto proteico non è
adeguato, porta a ridurre la massa muscolare. E questo, alla lunga, significa
sarcopenia. La massa muscolare è fondamentale non solo per il metabolismo degli
zuccheri, ma anche per la salute delle ossa: meno muscolo significa più rischio
di fratture da fragilità.
Esistono vere e proprie patologie da carenza proteica, le vediamo per esempio
nei bambini di aree povere del mondo. Per evitarle, bisogna garantire almeno un
grammo di proteine per chilo di peso corporeo al giorno. Non parliamo di un
grammo di carne o legumi, ma di proteine effettive, per cui le porzioni
dovrebbero essere di circa 200-300 g di un piatto proteico. Chi affronta una
terapia con agonisti recettoriali GLP-1 deve essere seguito da un medico che
associ alla terapia un percorso nutrizionale e di esercizio fisico calibrato.
Così si evitano carenze”.
“GIOVANI, ANZIANI E DIABETICI: LE CATEGORIE PIÙ VULNERABILI”
Se l’assunzione di cibo scende sotto il fabbisogno reale per effetto del
farmaco, quali squilibri metabolici possono comparire nel medio periodo? Ci sono
categorie di persone per cui i mini-pasti sono particolarmente sconsigliati?
“A milioni di pazienti trattati non vediamo carenze quando il protocollo è
seguito da mani esperte. Il problema nasce con il fai-da-te: c’è chi può
rimanere quasi tutta la giornata senza mangiare.
Le categorie più vulnerabili sono i diabetici, che hanno già uno squilibrio
metabolico; i giovani, perché la loro macchina biologica è ancora in formazione;
gli anziani, più esposti alla perdita di massa muscolare; e naturalmente le
donne in gravidanza o allattamento, per le quali questi farmaci non sono
indicati.
In assenza di diagnosi e analisi individuali, non si può valutare il rischio
reale. È essenziale che la terapia non venga gestita in autonomia”.
“I MINI-MENU NON DEVONO SOSTITUIRE IL CIBO QUOTIDIANO”
Dal suo punto di vista, quanto è pericoloso normalizzare i ‘mini-menu’ nella
vita quotidiana?
“I mini-menu sono spesso cibi che non rappresentano il massimo dal punto di
vista salutare. Possono entrare nella vita quotidiana solo come cibo sociale,
non come fonte di energia per l’organismo. Se utilizziamo i farmaci agonisti
GLP-1 in un regime medico ben strutturato – terapia nutrizionale individuale,
esercizio fisico, controlli regolari – i rischi non ci sono. Nel fai-da-te,
invece, è impossibile escludere squilibri o eccessi di restrizione calorica.
Serve un medico che valuti profilo fisiologico, necessità nutrizionali e
metabolismo della persona”.
L'articolo “Ridurre le porzioni non è nuovo, ma qui siamo davanti a qualcosa di
diverso: il vero rischio è la sarcopenia”: l’allarme dell’esperta per il boom di
“mini-menù” per chi assume farmaci dimagranti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quest’anno, a Natale, Alessandro Borghese passa dall’altra parte del tavolo e
prende in mano i fornelli di casa. “Stavolta cucino io, do il cambio alla
suocera che ha sempre cucinato”, racconta in un’intervista a Vanity Fair, a
pochi giorni dalle feste. Cosa preparerà? Niente menu monumentali, ma piatti che
parlano di famiglia e di mestiere, come le zeppolette fritte con le acciughe a
pranzo, le bollicine immancabili e qualche ricetta presa direttamente dalla
carta dei suoi ristoranti, “per permettere alla famiglia di assaggiarli”.
Nella stessa intervista a Vanity, Borghese lega il rito del Natale a un momento
storico per la gastronomia italiana, appena riconosciuta patrimonio immateriale
dell’Unesco. “Per chi fa questo mestiere da 35 anni come me è motivo di grande
orgoglio e soddisfazione, oltre che la realizzazione di un sogno”, spiega lo
chef, che dal 21 dicembre tornerà in tv con l’undicesima edizione di Alessandro
Borghese – 4 Ristoranti. “Per un cantastorie che racconta i nostri piatti, i
nostri luoghi e le nostre tradizioni, è la felicità”, dice, mentre guarda già al
futuro: portare l’educazione gastronomica nelle scuole, perché “c’è tanto da
poter raccontare” della cucina regionale italiana, soprattutto alle nuove
generazioni. Quindi ha anche svelato alcuni luoghi che compariranno
nell’undicesima edizione del game show: “Dalle Piane del Gran Sasso con la
transumanza delle pecore alla cozza tarantina fino alle paste fresche modenesi,
ci siamo spinti fino ai Colli Piacentini”.
“LA TV È COME CAMMINARE SULLE UOVA”
Alessandro Borghese ha sperimentato tanti piatti tipici italiani, valutando le
specialità regionali da Nord a Sud. Dunque, per lo chef è arrivato il momento di
cambiare format? “Ogni tanto qualcosa di divertente come andare a vedere cosa
gli italiani combinano all’estero ci starebbe bene”. Il successo gli ha dato
tanto, ma ha dovuto sacrificare il tempo libero: “Non te lo ridà indietro
nessuno. Se parliamo delle mie figlie e di mia moglie conta molto la qualità del
tempo che passiamo insieme, perché questo genere di vita qua te ne toglie
tanto”.
Borghese ha dichiarato, sempre a Vanity Fair, di essersi trovato dentro il cono
di luce fin da bambino, senza volerlo: “Non posso dire di averne sofferto”, ha
ammesso il cuoco italo-americano. “Ho capito che se ero sotto il cono di luce
non era per il mio successo, ma per quello di mia madre. Questo è stato il mio
volano: fare il mio. L’ho trovato con la cucina”. Borghese ha rivelato: “La tv è
arrivata dopo anni, ed è sempre stato camminare sulle uova“. Lo chef ha
dichiarato di aver vissuto il mondo della televisione con “un certo fatalismo” e
col pensiero che “oggi c’è, domani chissà”. Ma si ritiene una persona fortunata:
“Ho la fortuna di fare sia l’uno che l’altro (cucina e tv ndr) portando avanti
due cose che mi appassionano molto”.
“PAURA DEI 50 ANNI: ZERO”
Nel 2026 Alessandro Borghese compirà 50 anni. Mezzo secolo, un compleanno che
non spaventa lo chef: “Paura dei 5o? Zero, ma me lo ricordo quando mi fa male il
crociato”. E ancora: “Sono un periodo di riflessione, il bilancio è fisiologico
ma non ci penso”. A 18 anni Borghese si trovava sul transatlantico Achille Lauro
che, a causa di un incendio, affondò al largo della costa somala nel 1994.
“C’era silenzio intorno a me anche se ero su una scialuppa mentre una nave era
in fiamme e stava per affondare“. Lo showman ha dovuto combattere contro i
traumi dell’incidente: “Ciò che mi ha aiutato a combattere il trauma è stata la
lungimiranza di salire subito su un’altra nave: una settimana dopo sono tornato
in Sud Africa. Mi sono imbarcato su una nuova imbarcazione, ci sono rimasto sei
mesi e dopodiché non sono mai più tornato su una nave da crociera”.
Tornando al discorso lavoro Borghese ha detto: “È sempre una cosa gioiosa.
Quando la gente mangia è felice, senza contare che non sono un cardiochirurgo:
chi fa il mio mestiere deve divertirsi, altrimenti è finita”. Volge al termine
l’ennesimo anno trascorso, per la maggior parte, dietro ai fornelli, ma a Natale
chi cucinerà? “Stavolta io, do il cambio alla suocera che ha sempre cucinato”. E
infine Borghese ha svelato quale pietanza non può mancare nel suo menu
natalizio: “A pranzo le zeppolette fritte con le acciughe e, naturalmente, le
bollicine. Poi spesso prendo alcuni piatti della mia carta dei ristoranti e li
faccio per permettere alla famiglia di assaggiarli. Per la Vigilia penso che
preparerò il mezzo pacchero con il ragù di triglie, che è molto buono”.
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ritrovato a 18 anni su una scialuppa con una nave in fiamme che stava per
affondare”: parla Alessandro Borghese proviene da Il Fatto Quotidiano.