Non è passata inosservata ai piemontesi e ai golosi di dolci la puntata di “4
Ristoranti”, andata in onda l’8 marzo su Sky e in streaming su Now. Durante il
programma con al timone Alessandro Borghese a Marco de La Piola di Reaglie, ai
piedi delle colline torinesi, con 156 punti. Gli altri competitor erano la
Trattoria Cerere, la Trattoria del Falabrach e la Piola sabauda. Fino a qui la
cronaca della puntata, ma c’è dell’altro.
In una delle degustazioni previste un bonèt non ha convinto al 100%, come ha
detto Francesca Lazzerin della Trattoria Cerere che non solo lo ha trovato
“troppo liquido” , ma anche che “non hanno messo abbastanza uova”. Roberto
Forno, della Piola sabauda, ha ribattuto: “Scusa, le uova nel bonèt? Sono
piemontese e piulè ed è una bestemmia dire che nel bonèt ci va l’uovo”.
Ma l’esperto cosa dice? Clara Vada Padovani, studiosa e autrice di libri su
ricette tipiche e dolci, a Il Gusto de La Stampa ha dichiarato: “Mi verrebbe da
dire che il prossimo passo sarà realizzare una maionese con lo stracchino e un
po’ di zafferano per dare colore. A parte la battuta, concedo una attenuante a
chi dice che non ci vogliano uova nel bonèt. Anticamente veniva preparato nelle
case il ‘Budino della Quaresima’ che faceva a meno delle uova”.
E ancora: “In sostanza era cioccolata calda addensata con fecola di patate o con
amido di mais. Ma era ed è un’altra cosa. E siccome siamo in Quaresima diciamo
che si può concedere questa opzione, basta non chiamarla bonèt. Perché il dolce
tipico abbonda di uova”.
“Ci sono decine di antichi ricettari con versioni differenti, chi usa l’uovo
intero, – ha concluso – chi in parte intero e in parte solo albume, ma non si
può prescindere dall’uso. Il bonèt di Treiso addirittura ne ha otto al suo
interno, mediamente si parla di quattro”. Caso chiuso? Chissà…
LA RICETTA DEL BONÈT
Tritate gli amaretti nel mixer. Versate il latte in una casseruola e scaldatelo
a fiamma bassa. Rompete le uova in una ciotola e montatele con 4 cucchiai di
zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Unite gli amaretti, il
cacao setacciato e mescolate. Versate a filo il latte caldo e amalgamate gli
ingredienti.
Versate lo zucchero rimasto in un pentolino, aggiungete due cucchiai di acqua e
cuocetelo fino alla formazione di un caramello dorato. Versatelo in uno stampo
liscio e, tenendo lo stampo con un canovaccio da cucina, inclinatelo in modo da
distribuire il caramello sul fondo e sui bordi.
Fate raffreddare, versatevi il composto preparato e cuocete il bonet a
bagnomaria in forno preriscaldato a 150° per circa un’ora. Fate raffreddare e
mettete il dolce in frigo per almeno 4 ore prima di sformarlo e servirlo sul
piatto da portata. (da Il Cucchiaio D’Argento)
L'articolo Il bonèt senza uova? Scoppia la polemica a “4 Ristoranti” di
Alessandro Borghese: “È una bestemmia”. Ecco come stanno le cose proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Ristoranti
René Redzepi lascia il Noma. Lo chef di uno dei ristoranti più rinomati al mondo
fa un passo indietro e in un post sui social comunica la propria decisione,
maturata dopo il ‘polverone’ sollevatosi in seguito alle testimonianze di ex
dipendenti che hanno denunciato presunti abusi e maltrattamenti.
LE DIMISSIONI COMUNICATE SUI SOCIAL
Soltanto pochi giorni fa Redzepi aveva diramato una nota in cui ammetteva parte
di quanto gli veniva contestato e porgeva le proprie scuse: “A coloro che hanno
sofferto sotto la mia guida, il mio cattivo giudizio o la mia rabbia, dico: sono
profondamente dispiaciuto e ho lavorato per cambiare”, erano state le sue
parole. Ma le scuse non bastano, come dice lui stesso in un nuovo post, ed ecco
arrivare anche le dimissioni. “Nelle ultime settimane sul nostro ristorante, sul
settore e sulla mia leadership passata si sono concentrate conversazioni e
attenzioni”, scrive. “Ho lavorato per diventare un leader migliore e il Noma ha
fatto grandi passi per trasformare la propria cultura nel corso degli anni.
Riconosco che questi cambiamenti non riparano il passato. Le scuse non sono
sufficienti: mi assumo la responsabilità delle mie azioni. Dopo oltre due
decenni trascorsi a costruire e guidare questo ristorante, ho deciso di fare un
passo indietro e permettere ai nostri straordinari leader di guidare il
ristorante nel suo prossimo capitolo”.
IL FUTURO DEL NOMA
Ma non è tutto. Lo chef infatti prosegue così: “Mi sono anche dimesso dal
consiglio di amministrazione di MAD, l’organizzazione no-profit che ho fondato
nel 2011. A chi si chiede cosa significhi questo per il ristorante, lasciate che
lo dica chiaramente: il Noma di oggi è più forte e più stimolante che mai. Siamo
aperti da 23 anni e sono incredibilmente orgoglioso delle nostre persone, della
nostra creatività e della direzione in cui sta andando“. Quindi Redzepi spende
parole per illustrare quale sarà il futuro del ristorante danese: “Questo team
porterà avanti il lavoro durante la nostra residenza a Los Angeles. Sarà un
momento importante per loro, per mostrare ciò per cui hanno lavorato e per
accogliere gli ospiti in qualcosa di davvero speciale. La missione di Noma per
il futuro è continuare a esplorare idee, scoprire nuovi sapori e immaginare cosa
il cibo potrà diventare nei decenni a venire. Noma è sempre stato più grande di
una sola persona. E questo prossimo passo onora proprio questa convinzione.
René”. Ad accompagnare il post è un video in cui lo chef comunica la propria
decisione al team. E tra i tanti dipendenti in religioso silenzio mentre
ascoltano il commiato di Redzepi non è difficile scorgere qualche traccia di
commozione.
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L'articolo “Le scuse non bastano, faccio un passo indietro”: lo chef René
Redzepi lascia il ristorante Noma dopo le accuse di abusi e maltrattamenti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
René Redzepi, il celebre chef del Noma, uno dei ristoranti più influenti al
mondo, risponde alle accuse di abusi di molti ex dipendenti emerse in rete il
mese scorso e ad altre raccolte in un nuovo articolo del New York Times. In
particolare, l’articolo della testata americana si è concentrato sui racconti di
35 ex dipendenti, tra cui presunti casi di “abuso psicologico, intimidazioni,
body shaming e scherno pubblico“, oltre a episodi di violenza fisica
verificatisi tra il 2009 e il 2017. “Andare al lavoro era come andare in guerra”
ha fatto sapere una chef impiegata nel locale danese.
IL POST DI SCUSE DELLO CHEF
Sia Redzepi che i rappresentanti del Noma affermano che queste accuse riflettono
il passato del ristorante e non la situazione attuale, e che l’organizzazione ha
implementato diversi sistemi, tra cui nuove procedure per le risorse umane, il
pagamento degli stagisti e “miglioramento degli orari e dei permessi”. Sui
social lo chef in un lungo post si scusa con le persone coinvolte. “Sebbene non
riconosca tutti i dettagli di queste storie, vedo abbastanza del mio
comportamento passato riflesso in esse da capire che le mie azioni hanno
danneggiato le persone che lavoravano con me” scrive Redzepi. “A coloro che
hanno sofferto sotto la mia guida, il mio cattivo giudizio o la mia rabbia,
dico: sono profondamente dispiaciuto e ho lavorato per cambiare“.
René Redzepi fa sapere di aver introiettato dalla propria gavetta un certo modo
di comportarsi in cucina: “Quando ho iniziato io, ho lavorato in cucine dove le
urla, le umiliazioni e la paura erano parte della cultura. Ricordo di aver
pensato che se avessi mai avuto una mia cucina un giorno, non mi sarei mai
comportato così. Ma dopo che abbiamo aperto Noma e la pressione ha iniziato ad
aumentare, mi sono trovato a diventare il tipo di chef che una volta avevo
promesso a me stesso che non sarei mai stato. Non importa quanto mi sembrasse
reale questa pressione ai tempi, non dovrebbe mai giustificare la perdita della
calma”.
UN PERCORSO DI CAMBIAMENTO
E ancora: “Non ero in grado di reggere la pressione, i piccoli errori potevano
sembrarmi enormi, e ho reagito in modi di cui mi pento profondamente oggi.
Sapevo di dover cambiare e volevo cambiare. Da allora, sono stato determinato a
comprendere la mia rabbia e ad affrontarla in modo diverso”. Lo chef spiega di
aver fatto un percorso non ancora concluso: “Negli ultimi dieci anni ciò ha
significato terapia, riflessione profonda e un allontanamento dalla gestione
quotidiana della cucina. Ho trovato modi migliori per gestire la mia rabbia e
sto ancora imparando a farlo”.
Oggi lo scenario nel locale sarebbe ben diverso: “L’organizzazione che siamo
oggi è molto diversa da quella con cui abbiamo iniziato” prosegue Redzepi. “Sono
grato al nostro team e al modo in cui ha contribuito a trasformare la cultura
della nostra cucina e alla loro dedizione nel far progredire il settore”. E
chiude con queste parole: “Non posso cambiare chi ero allora. Ma me ne assumo la
responsabilità e continuerò a impegnarmi per migliorare”.
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L'articolo “Mi scuso con chi ha sofferto, non riuscivo a reggere la pressione.
Oggi sto imparando a gestire la rabbia”: lo chef del Noma conferma gli abusi e i
maltrattamenti nel ristorante stellato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blatte vive e morte tra i locali, sporco pregresso e carenze diffuse nella
pulizia e nella manutenzione. È questo il quadro emerso dai controlli effettuati
dall’Ats Milano Città Metropolitana al Mercato Centrale, il polo gastronomico
della Stazione Centrale del capoluogo lombardo, che hanno portato alla
sospensione immediata di 17 attività commerciali su 27 esaminate. Solo 4
esercizi sono risultati pienamente conformi alle normative igienico-sanitarie,
mentre altri 6 hanno ricevuto prescrizioni con obbligo di adeguamento.
I sopralluoghi sono stati effettuati nelle giornate di mercoledì 18 e giovedì 19
febbraio, “considerata anche l’elevata affluenza registrata in questo periodo in
città”, sull’onda dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, come riferito
dall’Agenzia di tutela della salute in una nota. Le irregolarità hanno
interessato diverse tipologie di attività alimentari, tra cui ristoranti, tavole
calde, bar, pizzerie e pasticcerie. Secondo la valutazione della Struttura
complessa Igiene Alimenti e Nutrizione dell’Ats, la situazione sarebbe
riconducibile a problemi “sia delle singole attività alimentari sia dello
stabile nel suo complesso”. Le blatte, infatti, sono state rinvenute non solo
nei locali aperti al pubblico, ma anche “nei depositi, negli spogliatoi e nelle
parti comuni della struttura”.
In una nota ufficiale, la società Mercato Centrale Milano ha espresso le proprie
scuse e ha dichiarato di essere “a completa disposizione delle autorità
competenti, a cui assicura il rapido adempimento alle prescrizioni richieste”.
Nel comunicato, la società ha anche rivendicato l’impegno sul fronte dell’igiene
con “controlli bisettimanali svolti in tutte le botteghe da una funzione interna
preposta alle verifiche delle condizioni igienico-sanitarie, ingenti
investimenti in materia e una collaborazione costante con Grandi Stazioni”.
Sulla vicenda è intervenuto anche l’assessore regionale al Welfare, Guido
Bertolaso. “La tutela della salute dei cittadini viene prima di tutto”. E ha
sottolineato che “i controlli non sono un atto formale, ma uno strumento
concreto di prevenzione e di garanzia per consumatori e operatori corretti”.
L’assessore ha poi ringraziato il personale dell’Ats “per la professionalità e
la rapidità con cui ha gestito una situazione complessa” e ha assicurato che la
Regione “continuerà a vigilare con rigore, affinché siano ripristinate al più
presto condizioni igienico-sanitarie adeguate e pienamente conformi alla
normativa”.
L'articolo Blatte e carenze igieniche al Mercato Centrale di Milano: sospese 17
attività su 27 del polo enogastromico della stazione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ricordo quella volta che una stagista di 19 anni si bruciò la faccia e tutto lo
staff ha riso fin quando non li ho costretti a chiamare un’ambulanza”. È questa
la denuncia lanciata sui social da Jason Ignacio White, dal 2017 al 2022
responsabile e direttore del laboratorio di fermentazioni del “Noma”, ristorante
di Copenhagen con tre stelle Michelin e per quattro volte al numero uno della
classifica “World’s 50 Best Restaurants”. L’ex dipendente si scaglia proprio
contro la celebre insegna danese, tra le più rinomate e apprezzate al mondo per
la sperimentazione e l’innovazione gastronomica, cercando di far luce sui
presunti comportamenti manipolatori e violenti che, secondo i racconti di
alcuni, sarebbero la norma in moltissime cucine, anche stellate.
Tra queste, secondo White, c’è anche il “Noma” di Copenhagen, guidato dallo chef
René Redzepi. Tutto comincia con un primo post pubblicato da Jason lo scorso 6
febbraio sul suo profilo Instagram, @microbes_vibes, in cui riporta un suo
commento a una IG story del ristorante dove raccontava di uno specifico episodio
a cui lui dichiara di aver assistito: “Ricordo quella volta in cui una stagista
di 19 anni si è bruciata la faccia e tutto lo staff rideva”. E poi ancora, nella
descrizione al post, “Sento ancora le urla ogni tanto. Brutti porci in quel
posto”, accusa White. L’ex responsabile del Fermentation Lab, inoltre, fa il
nome di Paolo Soto, attuale head chef del “Noma”, accusato nel commento di aver
assistito alla scena senza fare nulla. Anzi, “Paolo Soto rideva”, sottolinea
ancora.
Questa, però, sarebbe soltanto la punta dell’iceberg. Perché dopo la
pubblicazione del post il profilo di White viene inondato di messaggi e presunte
testimonianze di persone che dichiarano di aver vissuto un’esperienza simile
lavorando al “Noma” o in altri ristoranti di alto profilo. Si tratta di presunti
ex dipendenti tra stagisti, giardinieri, chef, responsabili di laboratorio, che
raccontano di aver sofferto di crisi di panico o di essere stati sottoposti a
turni di lavoro massacranti di 14 o 16 ore con pressioni psicologiche costanti.
Racconti che Jason, dunque, comincia a postare sui social, oscurando i nomi,
sotto la categoria “Noma Abuse”.
C’è chi, ad esempio, scrive: “Lo scorso anno mi è stato diagnosticato un
disturbo da stress post-traumatico. Il Noma mi ha distrutto in così tanti modi,
non so neanche da dove cominciare per dire i modi in cui mi sono lasciato ferire
da loro. Dal bullismo a René (Redzepi, ndr) che mi dà pugni sulle costole per
abbassare il volume nella Prep Kitchen. René non è mai cambiato e con lui la sua
cucina”. O, ancora, un altro utente: “(Redzepi, ndr) non poteva prendere a
schiaffi il personale durante il servizio, quindi li infilzava sotto al tavolo
con un forchettone per il barbecue”. E così via per un totale di 23 post, alcuni
dei quali caroselli pieni di screen di messaggi simili. C’è anche chi denuncia
abusi sessuali, come ad esempio un altro utente: “Le persone piangevano
costantemente, e ne sono successe molte altre lì. Anche abusi sessuali su una
delle stagiste. Non è stato fatto nulla”, si legge in uno dei post. E c’è chi
sintetizza in poche parole ciò che sembrerebbe emergere leggendo i racconti dei
presunti ex dipendenti: “Il Noma non è un ristorante, è una scena del crimine”.
Nel frattempo, sui social, numerosi utenti hanno iniziato a parlare
pubblicamente dell’accaduto, raccontando apertamente le proprie esperienze. Su
Reddit, ad esempio, è stata aperta una conversazione pubblica sull’argomento,
intitolata “Le controversie sugli abusi del Noma, parliamone”, che ha ricevuto
oltre 150 commenti. Oltre a White, anche un’altra chef, Sophia Hoffmann, ha
deciso di raccontare quella che sarebbe stata la propria esperienza in un
laboratorio biologico di Copenhagen: “Quello che ho vissuto è stato innocuo
rispetto alle accuse rivolte a Redzepi – scrive -. e al team del Noma, ma mi ha
mostrato quanto siano tossiche certe strutture. In una cucina con 18 uomini, ero
l’unica donna. Le rigide strutture gerarchiche non consentivano una cultura in
cui si potesse imparare dagli errori. Se uno chef mi diceva di fare qualcosa in
un certo modo, dieci minuti dopo ne arrivava un altro e criticava immediatamente
come l’avevo fatto. Se rispondevo che lo chef XY mi aveva mostrato di fare così,
mi veniva detto di stare zitta. Il fatto che mangiassi vegetariano veniva deriso
pubblicamente ogni giorno. Durante i pasti di squadra nessuno mi rivolgeva la
parola; ero completamente isolata a livello sociale. Ricordo di essere stata in
piedi in quella cucina, percependo quasi fisicamente la mascolinità tossica, e
di aver pensato: ‘La mia anima morirà se devo restare qui un altro giorno’. Ho
pianto molto”, ha raccontato.
Quelle rivolte a Redzepi e allo staff del ristorante tristellato di Copenhagen
sono accuse da parte di utenti (la maggior parte anonimi) dei quali non è stato
possibile verificarne l’attendibilità, né la veridicità delle loro storie. E la
vicenda, al momento, non ha avuto alcun riscontro giudiziario né sarebbero state
avviate delle indagini nei confronti di un dipendente o del ristorante stesso,
che non ha commentato pubblicamente la situazione. Non è la prima volta, però,
che il locale riceve accuse del genere. Il Financial Times, ad esempio, in un
articolo pubblicato nel 2022, aveva raccolto una serie di scambi sui social tra
ex dipendenti che accusavano vari ristoranti danesi, tra cui il “Noma”, di non
pagare gli stage o di aggredire fisicamente e verbalmente i propri dipendenti,
oltre a quello che il giornale britannico definisce “blacklisting”: “Se parli
male di uno chef e loro lo scoprono, significa che potresti non lavorare più qui
di nuovo”, si legge nell’articolo del 2022. Un tema trattato anche dal New York
Times l’anno successivo, quando Redzepi annunciava la possibile chiusura del
ristorante per via di “costi insostenibili”. Una situazione raccontata anche da
White, sostenendo che “loro non dicono che stavano chiudendo perché sta stavano
fallendo, ma lo dicono perché hanno dovuto pagare gli stagisti dopo che
l’articolo sugli abusi (probabilmente quello del Financial Times, ndr) era
uscito”: “I proprietari preferirebbero cambiare rotta e vendere aceti a 30
dollari piuttosto che pagare equamente per un turno di 16 ore”, aggiunge.
Ad aggiungere altra carne al fuoco, inoltre, ci sarebbe un saggio a firma dello
stesso Redzepi, intitolato “La cultura della cucina: René Redzepi” e pubblicato
nel 2015, in cui lui stesso ammetteva pubblicamente di aver spesso bullizzato i
suoi dipendenti: “Ho visto chef – i miei e di altri – usare bullismo e
umiliazione per spremere risultati dai propri cuochi. Dentro di me pensavo:
perché è necessario? Io non sarò mai così. Poi però sono diventato chef. Avevo
il mio ristorante, con i miei soldi investiti, con il peso di tutte le
aspettative del mondo sulle spalle. E nel giro di pochi mesi ho iniziato a
sentire qualcosa ribollire dentro di me. Lo sentivo crescere, crescere,
crescere. Finché un giorno il coperchio è saltato via. Le infrazioni più piccole
mi facevano esplodere in una rabbia furiosa: perché diavolo non hai pulito il
timo nel modo corretto? Perché hai stracotto il pesce? Cosa c’è che non va in
te? All’improvviso andavo fuori di testa per la mise en place di qualcuno o per
una sciocchezza detta male. Era così che mi avevano insegnato a cucinare, ed era
l’unico modo che conoscevo per far passare un messaggio. Non posso dire che per
un certo periodo non abbia funzionato. Il Noma ha avuto un successo ben oltre
qualsiasi cosa avrei potuto immaginare”.
Al contrario, però, ci sono chef, alcuni dei quali italiani, che dichiarano di
essersi trovati benissimo durante la loro esperienza lavorativa al “Noma”: “È
stata l’esperienza che più mi ha formata e che più ricordo in maniera positiva.
È stato un ambiente di lavoro stimolante, con persone di nazionalità diverse,
c’era una grandissima attenzione all’inclusione, al dialogo tra culture e al
rispetto”; racconta ad esempio la pasticcera Martina Peluso, che nel locale
danese ha lavorato per diversi anni, in un’intervista a La Repubblica.
Non è chiaro, dunque, se le accuse di White e quelle di altri presunti ex
dipendenti siano vere o meno, dal momento che non sembrerebbero essere state
aperte inchieste da parte delle autorità competenti. Al momento, il ristorante
tristellato della capitale danese si trova in una fase di transizione verso un
modello più sostenibile chiamato “Noma 3.0” ed ha momentaneamente traslocato a
Los Angeles, dove ha aperto un pop-up store da 42 coperti e cene da mille
dollari fino a giugno 2026. E lo stesso Jason ha dichiarato, sempre su
Instagram, di volersi recare proprio nella Città degli Angeli per protestare
contro Redzepi e il ristorante “per i vent’anni di abusi fisici e psicologici
ben documentati, nonché per lo sfruttamento di stagisti non retribuiti,
personale e membri della società Noma”.
L'articolo “Lo chef li infilzava con il forchettone da barbecue. Quando una
stagista 19enne si bruciò il volto, tutti ridevano. Sento ancora le urla”: il
ristorante stellato “Noma” accusato di abusi e maltrattamenti proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un episodio avvenuto il 31 dicembre dicembre scorso è balzata alle cronache solo
in queste ore. Una coppia di clienti con bebè, con alcuni amici, si è recata al
ristorante vegano “Il Pangolino” di Casale Monferrato. Ad un certo punto, la
madre si è rivolta al cameriere chiedendo se poteva riscaldare un omogeneizzato
di tacchino per un bambino. Davanti ad un rifiuto si è scatenata la polemica tra
clienti e gestore. Alice Giacobone, titolare del ristorante, a Il Corriere della
Sera ha spiegato: “Non è solo una questione etica, ma anche igienica”.
“È accaduto a ora di pranzo. Una comitiva di dieci persone è entrata nel locale,
e due di loro, mi hanno subito chiesto di scaldare una pappa di tacchino e
patate in cucina. – ha affermato Giacobone – Io, ovviamente ho spiegato di non
volerlo né poterlo fare, per due ragioni. In primo luogo, ci sono le norme
Haccp, che vietano espressamente di scaldare cibi esterni non preparati in
cucina per evitare contaminazioni. Si trattava in effetti di un prodotto su cui
non avevo informazioni. Non sapevo dove e quando fosse stato acquistato, né se
fosse stato conservato correttamente. Può non sembrare un gran problema ma, nel
caso il cibo fosse risultato contaminato, avrei dovuto rispondere di eventuali
danni causati al bambino. Poi c’è sicuramente anche la questione etica, cioè di
non voler introdurre carne nella mia cucina. Per me è importante, ma certo di
fronte all’esigenza di un bambino sarebbe magari anche passata in secondo
piano”.
“Sono stata insultata e ho invitato quelle persone a uscire dal mio locale, ma
hanno continuato a insistere. Il problema si poteva risolvere fornendogli
dell’acqua calda, affinché potessero scaldare il pasto al bimbo, ma dopo essere
stata definita ‘psicopatica’ e ‘talebana’, il mio solo desiderio era che se ne
andassero. Ed è un peccato, perché la questione avrebbe potuto risolversi in
altro modo, magari fornendo loro una ciotola di acqua calda, cosa che avrei
fatto volentieri se si fossero comportati diversamente”.
Il padre del bimbo invece ha fornito un’altra versione dei fatti: “Ci hanno
negato categoricamente dell’acqua calda per scaldare l’omogeneizzato. Sono stato
io a pormi il problema che la pappa fosse a base di carne, così ho chiesto con
modi gentili di poterlo riscaldare io a bagnomaria, come si fa normalmente con
questi prodotti industriali. La ragazza che ci serviva ci ha detto: ‘No, è
impossibile”, nonostante io le avessi anche fatto notare che fuori ci fossero 3
gradi e fosse quindi complicato provvedere diversamente. Ho chiesto di parlare
con la proprietaria e, da quel momento, la situazione è precipitata. La titolare
è uscita dalla cucina urlando, una reazione che non siamo riusciti a
comprendere. Tra l’altro, al tavolo c’erano quattro bambini ai cinque anni. Non
è stata una bella scena né per noi né per loro. E il fatto che altri due tavoli
abbiano deciso di alzarsi per solidarietà con noi penso dica molto di come siano
andate le cose. Di fronte a quel tipo di risposte, siamo stati noi a decidere di
voler andar via“.
L'articolo “Questione etica? È anche igienica”: ristorante vegano si rifiuta di
scaldare un omogeneizzato di tacchino per un bambino. Urla e proteste in sala
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un percorso gastronomico che accompagna gli ospiti fino alla mezzanotte.
Alessandro Borghese propone un percorso gastronomico nei suoi ristoranti. Ecco
quali portate prevede il menu e qual è il costo dell’esperienza.
IL MENU
Il menu di Alessandro Borghese prevede chic-chetti, mini hot dog, ravioli e non
solo. Ma andiamo con ordine.
* Chic-chetti e…
1) Pastrami di tonno rosso speziato e affumicato, cetrioli pickled, senape
all’antica2) Club sandwich in un boccone
Pane, gel di tuorlo al pepe, insalata riccia, falda di pomodoro essiccato,
bacon di sarda3) Mini hot dog
Morbido pane al latte e sesamo, salsiccia di laguna, ketchup di peperone e
’nduja
* …Scintille
1) Zuppa di conchigliacei, crema di mais dolce alla brace, brodo di pomodoro
all’aglio, olio, peperoncino e origano fresco2) Pane sfogliato ripieno di
granseola tiepida, glassato al caramello del suo corallo, erbe di laguna e
gel di aceto al pepe timut
* La pienezza di Essere
1) Gnocco “Pasta Fresca – il lusso della semplicità”
Ripieno di cavolo nero, gole di baccalà cotte confit, spuma calda di baccalà,
olio al prezzemolo e lime nero2) Raviolo “Pasta Fresca – il lusso della
semplicità”
Ripieno di ricotta fermentata, riduzione di melagrana e burro, olio al
ginepro, anguilla cotta dolcemente, affumicata e glassata
* Intensità di Gusto
1) Filetto di rombo cotto a bassa temperatura, beurre blanc al limone, crema
e polvere di spinacio, caviale Asetra, erba cipollina2) Cialda croccante al
caramello ripiena con ganache al porcino e al tartufo bianco
* Il Potere Evocativo
1) Brioche veneziana servita tiepida, ripiena di crema allo zabaione, gelato
alla vaniglia
* Tradizione di Mezzanotte
1) Musetto e lenticchie
* La prima “Cacio&Pepe” del 2026
* Percorso vini
Una selezione pensata per accompagnare il menu, dalla cantina del ristorante
“AB – il lusso della semplicità”
IL COSTO
L’esperienza proposta da Alessandro Borghese costa 500€ a persona e comprende
l’intero menu pensato dallo chef. Alla cifra, la più alta della ristorazione di
fine anno, è possibile aggiungere un abbinamento di vini studiato dalla cantina
di “Ab – Il lusso della semplicità”.
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L'articolo Il menù di Capodanno di Alessandro Borghese? Costa 500 euro: si va
dai mini hot dog alla ‘prima cacio e pepe’ del 2026 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ma spero con tutto il cuore di non dovermi fermare definitivamente. Bisogna
voltare pagina. Spero di adempiere come imprenditore ai miei doveri,
collaborando con il curatore. Ma spero di non dovermi fermare definitivamente”.
Sono le parole amare dello chef Elis Marchetti, dopo che il tribunale di Ancona
ha dichiarato la liquidazione giudiziale della sua società, legata alla gestione
del ristorante Villa Amalia di Falconara e del food truck ai laghetti del
Passetto (Ancona).
“Ce l’ho messa sempre tutta, ma qualcosa alla fine non ha funzionato – riferisce
a Il Messaggero lo chef che dovrà lasciare Villa Amalia entro fine dicembre -. I
motivi di questa situazione? Sette mesi di lavori che nel 2024 hanno stoppato
l’attività del ristorante; investimenti importanti con le banche che poi hanno
erogato importi più bassi di quanto pattuito; e il fatturato in calo. Un terzo
rispetto a quello preventivato. A un certo punto, il gioco s’è fermato”.
“Da imprenditore ho preso decisioni che mi hanno fatto stare male, – ha aggiunto
– alcuni amici mi hanno anche dato una mano ma non c’è stata verso di aggiustare
le cose. In autunno l’ingiunzione di un fornitore ed io ero già esposto con le
banche. Sono stati investiti 170mila euro per restaurare Villa Amalia. La volevo
riportare alla luce, fare un regalo ai falconaresi. Certo, oggi dico che con
quella struttura avrei potuto lavorare molto di più”.
Poi i truck ai ai laghetti del Passetto: “Nel 2024 abbiamo aperto a fine
dell’estate, in pratica siamo stati operativi un mese. La scorsa stagione
abbiamo lavorato sempre, guadagnando in tre mesi quello che avevano ricavato in
uno nell’anno precedente. È l’esperienza che mi ha fatto più male, avevo aperto
il truck per tutti in un posto spettacolare che io amo e a cui sono molto
legato. Le carte c’erano, ma il progetto non ha ingranato. Forse gli eventi sono
stati decentrati troppo altrove e si sarebbe potuto far di più per il decoro
della location”.
Lo chef però ha ammesso: “Forse ho allontanato involontariamente una parte della
clientela, che avrà associato la mia cucina a un costo troppo elevato per
mangiare. Probabilmente è arrivato più il personaggio che la persona. E, poi, il
mercato è cambiato, la spesa media è cambiata. Andare al ristorante non è più
visto come qualcosa di inclusivo come invece era un tempo”.
L'articolo “Ce l’ho messa sempre tutta, ma qualcosa non ha funzionato.
Probabilmente è arrivato più il personaggio che la persona”: falliti i
ristoranti di chef Elis Marchetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il titolare cinese di un ristorante sushi di Napoli è stato condannato in primo
grado a due anni e sei mesi per l’omicidio colposo di Luca Piscopo, il 15enne
morto il 2 dicembre 2022 per un’intossicazione alimentare provocata da un pranzo
all you can eat nel locale, situato nel quartiere Vomero. Dopo i primi sintomi –
febbre alta, diarrea e vomito – il ragazzo si era rivolto al suo medico di base,
che gli aveva prescritto una cura domiciliare a base di antinfiammatori. La
Procura di Napoli aveva accusato di omicidio colposo sia il medico che il
ristoratore, contestando a quest’ultimo anche la violazione della normativa in
materia di igiene e conservazioni di alimenti per quest’ultimo.
Al termine della requisitoria, la pm Federica Amodio aveva chiesto tre anni di
reclusione per il titolare del locale e un anno e otto mesi per il dottore:
secondo la ricostruzione dell’accusa, il decesso del 15enne è stato causato da
una miocardite collegabile alla salmonellosi contratta dopo il pranzo. Il
giudice monocratico Giuliana Taglialatela ha assolto il medico, condannando
invece il ristoratore a due anni e sei mesi di carcere e al pagamento di un
risarcimento provvisorio di 45mila euro per ciascuna delle parti civili
costituite. Per ricordare Luca Piscopo è stato piantato un leccio nel bosco
della reggia di Capodimonte: al ragazzo è stato dedicato anche un premio
letterario dalla sua scuola, il liceo classico Adolfo Pansini.
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e mezzo il titolare di un ristorante sushi di Napoli proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da Michael Jordan a Tom Cruise, sono tanti i vip che si sono seduti al
ristorante “Da Paolino”. Il locale deve fare i conti con provvedimenti drastici,
come riporta Il Corriere del Mezzogiorno. Il Comune di Capri, infatti, ha
revocato la licenza allo storico stabilimento dell’isola. Il provvedimento
dell’amministrazione del comune campano, guidata dal sindaco Paolo Falco, è
stato ufficializzato dopo il risultato delle indagini condotte dalla Guardia di
Finanza. Le forze di polizia hanno riscontrato numerose irregolarità legate
all’abusivismo edilizio. I proprietari del locale hanno respinto le accuse.
LE INDAGINI
Tra il 7 e l’8 agosto 2025, i tecnici comunali e i militari della Guardia di
Finanza hanno eseguito accertamenti nello storico locale di via Palazzo a Mare.
Al termine dei controlli, le forze di polizia hanno riscontrato 19 irregolarità.
Il Comune ha emanato tre ordinanze di demolizione delle aree segnalate dalle
Fiamme Gialle tra cui, come si legge dal comunicato: «Il ripostiglio con annesso
solaio, gli ambienti destinati a pasticceria, sala dolci, corridoi di disimpegno
e preparazioni per celiaci».
IL RICORSO
Oltre alle ordinanze di demolizione, il Comune di Capri ha deciso di revocare la
licenza commerciale al ristorante. La decisione non avrà effetto immediato. “Da
Paolino”, infatti, resterà chiuso nei mesi invernali e avrebbe dovuto riaprire
nella stagione primaverile del 2026. I proprietari del locale hanno respinto le
accuse e, come riportato da Il Corriere del Mezzogiorno, sono intenzionati a
intraprendere azioni legali come il ricorso al TAR, il Tribunale amministrativo
regionale della Campania.
IL RISTORANTE DEI VIP
La revoca della licenza al ristorante “Da Paolino” è stata accolta con stupore.
Il locale, infatti, fa parte della storia dell’isola di Capri. Negli anni tanti
vip hanno scattato foto nell’iconica sala con gli alberi di limone che pendono
dal soffitto. In attesa di novità, i personaggi noti saranno costretti a trovare
una nuova location per apprezzare il cibo e i Faraglioni di Capri.
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licenza. I proprietari del locale hanno respinto le accuse proviene da Il Fatto
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