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Pedofilia e diritto di cronaca: perché i nomi non si possono pubblicare. Il caso di Libero e la differenza tra Carta di Treviso e riforma Cartabia
Era l’estate del 2000 quando il quotidiano Libero – allora diretto da Vittorio Feltri – pubblicò una lista di nomi di pedofili. Uomini condannati per aver abusato sessualmente di minori. Un putiferio di polemiche che portarono alla radiazione di Feltri dall’ordine dei giornalisti. Questo perché quella lista di proscrizione avrebbe permesso di individuare le vittime della violenza più oscena ed era una clamorosa violazione della Carta di Treviso – uno dei cardini deontologici dei giornalisti – firmata il 5 ottobre 1990. La pubblicazione dei nomi di indagati e arrestati per quei reati avviene solo se questo non permette l’individuazione delle vittime. Ed è questo criterio che ha impedito di scrivere i nomi del vice direttore di un tg e una docente di liceo arrestati per violenza sessuale nei confronti di minori, pornografia minorile, detenzione e accesso a materiale pornografico. Oltre a danneggiare ulteriormente le vittime, violare la Carta di Treviso esporrebbe il giornalista a una sanzione severa fino appunto alla radiazione. COSA DICE LA CARTA DI TREVISO Il principio cardine è chiaro: il minore non deve essere mai identificabile, né direttamente né indirettamente. Questo significa che non si possono pubblicare: nomi e cognomi del minore; fotografie o immagini riconoscibili; dettagli che possano far risalire alla sua identità (come l’arresto di parenti); riferimenti precisi alla famiglia o al contesto sociale. Il problema, nella pratica giornalistica, emerge soprattutto nei casi di pedofilia o abusi sessuali. Pubblicare il nome dell’indagato o dell’arrestato può infatti rendere automaticamente identificabile la vittima, soprattutto quando si tratta di contesti familiari o sportivi, di piccoli centri. Per questo motivo spesso i giornali evitano di pubblicare anche il nome del presunto pedofilo, perché l’indicazione dell’identità dell’autore del reato potrebbe portare indirettamente all’identificazione del minore coinvolto. È una tutela indiretta, ma considerata fondamentale dal codice deontologico. Ed è per questo quando invece l’identificazione è impossibile che i nomi possono essere pubblicati e fornire ai cittadini un’informazione completa. LA RIFORMA CARTABIA Certo è che la cronaca giudiziaria italiana si trova da sempre stretta tra due esigenze contrapposte: il diritto dei cittadini a essere informati e la tutela della privacy e della dignità delle persone coinvolte nei procedimenti penali. In questo equilibrio delicato dove la deontologia, tranne in rarissimi casi di violazione della privacy, ha sempre permesso che le notizie di interesse pubblico arrivassero ai cittadini e ai lettori, si è inserita la riforma della giustizia penale voluta dall’ex ministra Marta Cartabia. Un vero e proprio bavaglio. La riforma ha stabilito che non possono essere pubblicati integralmente gli atti di indagine prima dell’udienza preliminare; la diffusione di informazioni deve passare principalmente attraverso comunicati ufficiali delle procure; è limitata la pubblicazione di ordinanze di custodia cautelare o di intercettazioni. L’obiettivo dichiarato era quello di tutelare la presunzione di innocenza e ridurre la spettacolarizzazione delle indagini. Di fatto quindi avrebbe impedito di leggere addirittura le contestazioni ai due indagati che invece i giornalisti – compreso il FattoQuotidiano – ha pubblicato per delineare il perimento di reati gravissimi. UNA CRONACA SEMPRE PIÙ FILTRATA Per molti giornalisti giudiziari, però, l’effetto concreto della riforma Cartabia è stato quello di rendere la cronaca sempre più filtrata e parziale. Senza accesso diretto agli atti e con limiti stringenti alla loro pubblicazione, i cronisti si trovano spesso a raccontare indagini e arresti sulla base di comunicati sintetici delle procure o di informazioni frammentarie. Questo riduce la possibilità di verificare autonomamente i contenuti delle accuse; contestualizzare i fatti; raccontare nel dettaglio la dinamica delle indagini. Il risultato è una cronaca giudiziaria che molti definiscono “monca”: da un lato la necessità – sacrosanta – di proteggere minori e persone coinvolte nelle indagini, dall’altro il rischio di comprimere il diritto dei cittadini a essere informati in modo completo. Il punto di equilibrio resta complesso. La Carta di Treviso – necessaria per la deontologia e la protezione dei minori – tutela i soggetti più vulnerabili, mentre la riforma Cartabia ha depotenziato il lavoro di guardiani della democrazia dei giornalisti che spesso vanno oltre proprio a garanzia del diritto di cronaca. L'articolo Pedofilia e diritto di cronaca: perché i nomi non si possono pubblicare. Il caso di Libero e la differenza tra Carta di Treviso e riforma Cartabia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pandoro-gate, così la riforma Cartabia ha salvato Chiara Ferragni: grazie all’ex ministra la truffa punibile solo a querela
Per essere uscita penalmente intonsa dal pandoro-gate, Chiara Ferragni deve ringraziare soprattutto Marta Cartabia. La sentenza che ha dichiarato il non doversi procedere per l’accusa di truffa nei confronti dell’influcencer, infatti, non è affatto un’assoluzione nel merito (come è stato falsamente riportato da alcuni media) ma una decisione puramente tecnica, dovuta alla riforma del codice penale firmata nel 2022 dall’ex ministra della Giustizia. Per ridurre il carico di lavoro dei magistrati, la riforma ha stabilito che una serie di reati non siano più punibili d’ufficio – cioè ogni volta che gli inquirenti ne vengono a conoscenza – ma solo se la vittima presenta querela. Tra queste fattispecie, oltre a furti, scippi e danneggiamenti (che infatti sempre più spesso restano impuniti) c’è anche la truffa: “Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra taluna delle circostanze” aggravanti “previste dal secondo e dal terzo comma”, recita il nuovo articolo 640 del codice penale. Nel caso del finto pandoro benefico “Pink Christmas” venduto da Ferragni, i pm contestavano l’aggravante della minorata difesa dei consumatori, una di quelle che rendono il reato procedibile d’ufficio. Il giudice Ilio Mannucci Pacini, invece, ha ritenuto che questa aggravante non sussistesse, riqualificando l’accusa in truffa semplice. E qui scatta la Cartabia: alla fine del 2024, infatti, l’associazione dei consumatori Codacons ha ritirato la querela sporta nei confronti di Ferragni per la vicenda, in cambio di un risarcimento e della donazione di 200mila euro in beneficenza da parte dell’influencer. Così il reato è stato dichiarato estinto per assenza della condizione di procedibilità (cioè la querela), mentre la difesa chiedeva l’assoluzione nel merito (possibile nel caso il giudice ritenga evidente l’assenza di responsabilità dell’imputato). “Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower”, ha detto Ferragni dopo la pronuncia. Ma si è scordata di ringraziare anche Marta. L'articolo Pandoro-gate, così la riforma Cartabia ha salvato Chiara Ferragni: grazie all’ex ministra la truffa punibile solo a querela proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Via l’obbligo di querelare scippatori e ladri”: la destra dice no all’esame urgente della proposta M5s. Conte: “Assurdo”
A parole la sicurezza dei cittadini è una bandiera della destra, i fatti – spesso – dicono il contrario. È successo anche giovedì, quando l’Aula della Camera ha respinto la richiesta di esame urgente di una proposta di legge del deputato M5s Federico Cafiero De Raho (ex magistrato e procuratore nazionale Antimafia) che prevede il ritorno alla perseguibilità d’ufficio di una serie di reati “di particolare allarme sociale”, per cui la riforma Cartabia del 2021 ha imposto la necessità di querela: lesioni personali, sequestro di persona, violenza privata, violazione di domicilio e furto aggravato. Sembra una questione tecnica, ma la ricaduta è molto pratica: la procedibilità a querela obbliga a liberare i delinquenti arrestati in flagranza se la vittima non può (o non vuole) denunciarli entro 48 ore, come accade spesso ai turisti vittime di borseggio nelle grandi città. E in ogni caso, senza la querela, né indagini né processi possono andare avanti. Un autentico salvacondotto per ladri e scippatori, che hanno imparato persino a denunciare i cittadini se li bloccano, visto che nessun privato può trattenere una persona per un reato non procedibile d’ufficio. I casi clamorosi di impunità dovuta alla nuova legge sono stati moltissimi e hanno riguardato furti negli alberghi, sottrazioni di energia elettrica, rapimenti e persino rappresaglie di mafia. La Lega ha già chiesto al governo di cambiare la legge, ma finora l’unica modifica è stata l’eliminazione dell’obbligo di querela per i reati ad aggravante mafiosa e terroristica (incredibilmente compresi nella norma). La proposta De Raho consentirebbe di risolvere il problema, ma evidentemente per la maggioranza il tema non è una priorità: la proposta di attribuire al provvedimento carattere d’urgenza – per accelerarne l’iter – è stata bocciata con 115 voti del centrodestra contro i 78 dell’opposizione. Così il leader 5 stelle Giuseppe Conte può infierire sui social: “Quel che è successo poco fa in Parlamento è abbastanza assurdo. Mentre imperversano borseggi e aumentano furti e rapine nelle nostre strade, la maggioranza Meloni ha detto no all’esame urgente della legge a firma del nostro De Raho che obbligherebbe lo Stato a intervenire anche senza denuncia della vittima in caso di furti e altri gravi reati. Continuano a fischiettare di fronte all’insicurezza dei cittadini. Nel frattempo grazie a Nordio e Meloni fanno scappare presunti criminali avvertendoli dell’arresto (grazie alla legge Nordio sull’interrogatorio preventivo, ndr) e bloccano i nostri agenti e quasi un miliardo in Albania mentre qui mancano almeno 25mila fra poliziotti e carabinieri”. Altrettanto duro il capogruppo pentastellato alla Camera, Riccardo Ricciardi: “Di fatto siamo davanti a una preoccupante combinazione tra noncuranza e incompetenza per i bisogni dei cittadini. Purtroppo ancora una volta Meloni e la sua maggioranza ci mostrano come per loro la sicurezza sia un qualcosa da sbandierare unicamente per tornaconto politico e di non essere in alcun modo interessati al crescere dei fenomeni di criminalità e violenza che stanno riguardando il Paese”. “Il centrodestra parla sempre di sicurezza come tema centrale delle politiche pubbliche ma poi quando c’è da approvare le leggi indispensabili per la tutela dei cittadini dice no, dimostrando che la sua è solo retorica“, accusa De Raho, vicepresidente delle Commissioni Giustizia e Antimafia. “Oggi in aula alla Camera abbiamo avanzato la richiesta di esaminare con urgenza la proposta di legge a mia prima firma che obbliga lo Stato a intervenire sempre per la punizione del colpevole, senza attendere che la vittima faccia la querela, per i reati di sequestro di persona, furto, violazione di domicilio, violenza privata ed altri gravi delitti. La norma attuale, contro cui solo il M5s si oppose nel 2022 (pur votando la riforma Cartabia, ndr) impone alla vittima di esporsi con la querela e sappiamo che per vari motivi questo spesso non accade. Così i colpevoli rimangono impuniti e le vittime abbandonate. Si pensi, solo a titolo di esempio, ai borseggi, ai furti nelle abitazioni o alle auto rubate. Ebbene, la maggioranza ha bocciato la nostra richiesta gettando definitivamente la maschera. Governo e maggioranza si schierano contro la sicurezza dei cittadini e fanno solo propaganda e strumentalizzazioni. Ecco il bluff della destra che a parole predica legge e ordine ma poi nei fatti si dimostra debole e contraria alle più elementari esigenze di sicurezza”, conclude. L'articolo “Via l’obbligo di querelare scippatori e ladri”: la destra dice no all’esame urgente della proposta M5s. Conte: “Assurdo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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