L’ex Bond girl Ursula Andress ha affermato che il suo ex manager, Eric Freymond,
ha sperperato 21 milioni di dollari del suo patrimonio. L’attrice novantenne ha
dichiarato in una intervista al portale tedesco Blick di essere “devastata” dai
presunti crimini di Freymond e di credere che lui l’abbia presa di mira
intenzionalmente. “Per otto anni sono stata corteggiata e lusingata. Mi hanno
mentito senza scrupoli e hanno sfruttato la mia buona volontà e la mia fiducia
in modo perfido, persino criminale, per portarmi via tutto”.
La Andress ha accusato l’ex manager di aver anche acquistato opere d’arte del
valore di milioni di dollari appartenenti a sua moglie, Caroline, all’insaputa e
senza il suo consenso. Secondo Blick, Freymond era già stato sospettato di aver
sottratto ingenti cifre dal patrimonio di Nicolas Puech, erede di Hermes.
Durante un interrogatorio a Parigi nel luglio 2025 l’uomo aveva confessato
alcune delle accuse, poi due settimane dopo si è tolto la vita. Secondo Blick,
Andress aveva già presentato una denuncia penale a gennaio 2026, includendo
accuse di appropriazione indebita. I suoi commercialisti avevano dichiarato
pubblicamente che “nell’ambito di una frode di eccezionale portata e
complessità, che ha coinvolto numerosi soggetti e strutture, è stata privata di
una parte consistente del suo patrimonio, subendo danni significativi”.
Nell’intervista la Andress ha affermato di aver risparmiato i suoi soldi per
“una pensione felice e serena”: “Sono stata truffata in modo vergognoso. Spero
che i responsabili vengano puniti con tutto il rigore della legge.
Nel 1962 Andress interpretò Honey Ryder, la prima bond girl ad emergere
dall’oceano in bikini bianco nel film Agente 007 – Licenza di uccidere. In
seguito è apparsa, tra gli altri, in film come Casino Royale (1967); 4 for Texas
(1963), The Blue Max (1966); Perfect Friday (1970); The Fifth Musketeer (1979);
Clash of the Titans (1981). Mentre il suo ultimo ruolo da attrice risale al 2005
nel film svizzero “The Bird Preachers. Andress è stata sposata con l’attore John
Derek dal 1957 al 1966; poi ha avuto una relazione di quattro anni con il
collega Harry Hamlin, dal quale ha avuto il suo unico figlio, Dimitri, oggi
45enne.
L'articolo “Sono devastata, mi hanno fregato 21 milioni di dollari. Mi hanno
mentito senza scrupoli, hanno sfruttato la mia fiducia in modo perfido e
criminale per portarmi via tutto”: la rabbia di Ursula Andress proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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È uno dei momenti più iconici nella storia della tv italiana. Un vero cult che
non tramonta mai, grazie al potere dei social network che riescono a rendere
sempre attuali anche episodi che altrimenti risentirebbero del tempo che passa.
È la “truffa del cruciverbone“, avvenuta nella prima edizione di Non è la Rai,
l’unica condotta da Enrica Bonaccorti, scomparsa oggi a 76 anni per un tumore al
pancreas.
LA TRUFFA DEL CRUCIVERBONE
Era il 31 dicembre 1991, e Bonaccorti era alla guida del programma che fece
conoscere al grande pubblico un nutrito gruppo di ragazzine che si alternavano
tra balli e canti (rigorosamente in playback). Tra un’esibizione e l’altra il
pubblico da casa veniva coinvolto in alcuni giochi, come appunto il
“Cruciverbone”. I telespettatori telefonavano e sceglievano una casella numerata
del grande schema: la conduttrice leggeva la definizione e il concorrente doveva
indovinare la parola. In quella puntata una concorrente, Maria Grazia da Bassano
in Teverina, dopo aver scelto una riga completamente vuota, pronunciò
immediatamente la parola “eternit” prima ancora che Bonaccorti leggesse la
definizione. La conduttrice si accorse subito dell’anomalia e reagì piccata,
interrompendo il gioco e accusando la concorrente di tentare un imbroglio.
Celebre rimase la frase: “Io non ti ho fatto nessuna domanda, Maria Grazia”, con
cui fece notare che la risposta era stata data senza che il quesito fosse stato
pronunciato. L’episodio ebbe grande risonanza sui giornali e portò anche a
conseguenze legali: la vicenda fu oggetto di indagini e si arrivò a un
procedimento giudiziario, ma la concorrente fu poi assolta per insufficienza di
prove, non essendo stato dimostrato come avesse potuto conoscere la soluzione in
anticipo.
IL COMMENTO DI ENRICA BONACCORTI
Negli anni successivi Bonaccorti è tornata più volte sull’episodio. In
un’intervista rilasciata nel 2019 al programma radiofonico “I Lunatici” su Rai
Radio 2, raccontò che quello fu uno “spartiacque” nella sua carriera, sostenendo
che molti avrebbero preferito che lei non denunciasse l’episodio in diretta e
“glissasse” sull’accaduto. In tempi più recenti, nel 2025, al settimanale Oggi
aveva raccontato come quella vicenda l’avesse profondamente amareggiata.
“Fermate la musica, datemi una mitragliatrice!” aveva esclamato in diretta a Non
è la Rai. Una reazione molto forte, che però Bonaccorti non ha mai rinnegato,
convinta che non fosse possibile ignorare un possibile tentativo di truffa.
L'articolo “Io non ti ho fatto nessuna domanda, Maria Grazia”, quando Enrica
Bonaccorti sventò la truffa del “Cruciverbone” a “Non è la Rai”: “Uno dei capi
mi disse ‘Queste cose non fanno bene alla tv'” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo hanno truffato portandogli via gran parte del patrimonio. Più che la perdita
economica, però, a pesare per Fredy Girardet è il tradimento della fiducia. Il
grande chef svizzero, oggi 89enne e considerato uno dei maestri della cucina
contemporanea, sarebbe stato raggirato per anni da un uomo che si presentava
come un amico e condivideva con lui la passione per i vini da collezione.
LA TRUFFA
Girardet, per decenni alla guida del celebre Restaurant de l’Hôtel de Ville,
premiato con tre stelle Michelin, si era ritirato nel 1996 dopo una carriera
prestigiosa. Secondo quanto ricostruito dal settimanale svizzero Le Matin
Dimanche, a guadagnarsi la sua fiducia sarebbe stato un gestore finanziario oggi
54enne, conosciuto solo con il nome di battesimo, Sébastien. I due erano
diventati molto amici: telefonate quotidiane e la decisione dello chef di
affidargli la gestione dei propri beni.
Nel 2008, come riporta Repubblica, l’uomo iniziò a investire, almeno sulla
carta, in una società olandese produttrice di guanti medicali. Allo chef mostrò
un rendiconto da 5,5 milioni di franchi svizzeri, quando in realtà il patrimonio
ammontava a circa 4,4 milioni. Per anni Sébastien avrebbe presentato estratti
conto falsi: bastava incollare il logo della banca su un foglio, fotocopiarlo e
aggiungere cifre inventate.
IL CONTO SVUOTATO
La truffa non ha colpito solo Girardet: almeno altre 30 persone sarebbero finite
nella rete dell’uomo, arrestato nel 2015. Per lo chef il danno è stato enorme:
il patrimonio si è ridotto a circa 740 mila franchi, con una perdita di 3,6
milioni. Oggi Girardet preferisce non parlare più della vicenda. A un passo dai
90 anni ha rinunciato all’avvocato e attende che la giustizia faccia il suo
corso.
L'articolo Si finge suo amico e gli svuota il conto: così lo chef stellato Fredy
Girardet ha perso quasi 4 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Siamo lieti di informarla che la sua azienda è stata selezionata per presentare
una proposta e un preventivo per una prossima opportunità di progetto“. Inizia
quasi sempre così la nuova, insidiosa truffa informatica che sta prendendo di
mira professionisti e aziende. L’email, scritta con un tono formale e
rassicurante, invita il destinatario a cliccare su un link per scaricare
un’applicazione di videoconferenza necessaria per discutere i dettagli
lavorativi. Tuttavia, dietro a quelli che sembrano normali programmi di
installazione per piattaforme molto diffuse come Teams, Zoom o Google Meet, si
nasconde una pericolosa trappola progettata per prendere il totale controllo del
dispositivo.
IL MECCANISMO DELL’INGANNO E IL CONTROLLO DA REMOTO
La finta opportunità di business è solo l’esca di una sofisticata campagna di
phishing. I file scaricati dalla vittima non sono i celebri software per le
riunioni online, ma programmi RMM, acronimo di Remote Monitoring and Management.
Si tratta di potenti strumenti di monitoraggio da remoto che, una volta
eseguiti, generano un accesso stabile e invisibile al sistema violato. Questo
permette ai truffatori di muoversi liberamente all’interno del computer e di
sottrarre potenzialmente tutti i dati sensibili presenti in memoria. Per indurre
l’utente a cliccare in fretta e senza riflettere, i siti fraudolenti associati
alla truffa mostrano falsi messaggi di allarme a comparsa, avvisando che l’app
in uso è “obsoleta” o che un “aggiornamento è richiesto” immediatamente.
LE VARIANTI DELLA TRUFFA: FINTI PDF E FINTE TRASCRIZIONI
A lanciare l’allarme ufficiale è stato il colosso tech Microsoft, attraverso un
avviso pubblicato martedì 3 marzo sul proprio blog. Sotto la lente di
ingrandimento degli esperti di sicurezza informatica sono finite anche altre due
varianti di questa truffa, veicolate sempre via email e basate sullo
sfruttamento dell’identità digitale di strumenti di lavoro di uso quotidiano. La
prima variante mima un finto aggiornamento automatico di AdobeReader, presentato
come un passaggio tecnico obbligatorio per riuscire a leggere correttamente un
documento PDF mostrato ad arte come protetto da password. La seconda variante,
invece, spinge la vittima a scaricare una falsa trascrizione scritta di una
precedente riunione su Teams.
ANTIVIRUS AGGIRATI DA FALSI CERTIFICATI
A rendere queste tre fattispecie particolarmente insidiose è il livello di
sofisticazione tecnica raggiunto dai criminali informatici. I file dannosi,
infatti, risultano firmati digitalmente con l’impiego di un certificato Extended
Validation (EV) apparentemente legittimo, rilasciato da una fantomatica società
informatica registrata con il nome di TrustConnect Software PTY LTD. Questa
firma fittizia garantisce ai file malevoli un punteggio di reputazione elevato
da parte dei normali software antivirus installati sui dispositivi delle
vittime, permettendo al virus di aggirare i blocchi di sicurezza e lasciando gli
utenti del tutto esposti al pericolo.
LE DIFESE E LE BUONE PRATICHE
Per neutralizzare queste minacce ed evitare pessime sorprese (per le quali
rimandiamo anche alla nostra guida dedicata alle truffe online), Microsoft
raccomanda in primo luogo di utilizzare programmi di difesa avanzati a livello
di sistema operativo, come Defender Application Control o AppLocker per gli
ambienti Windows. A livello pratico, resta però fondamentale affidarsi alla
principale regola delle buone pratiche anti-phishing: l’accurata verifica
preventiva dei link e degli indirizzi email dei mittenti. È cruciale ricordare
che ogni aggiornamento software o download di nuove applicazioni andrebbe sempre
e solo eseguito partendo dal sito ufficiale della relativa software house,
diffidando sistematicamente dai collegamenti diretti forniti in email inattese.
L'articolo Attenzione alla nuova truffa della falsa riunione di lavoro,
Microsoft lancia l’allarme: “Non cliccate sui link di Teams, Zoom o Meet,
servono per prendere il controllo del vostro dispositivo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Negli ultimi mesi stanno aumentando in modo impressionante le segnalazioni di
una truffa che ha un copione quasi sempre identico. Il telefono squilla.
Dall’altra parte qualcuno, spesso con accento straniero ma numero italiano, vi
dice una cosa più o meno così: “Lei anni fa ha investito in Bitcoin. Ci sono
10mila, 50mila o anche 100mila euro pronti per essere riscossi.”
Se vi è successo, sappiatelo: è una truffa. E purtroppo è una truffa che
funziona.
La telefonata: “ha dei Bitcoin dimenticati”
Il primo passo è quasi sempre una chiamata inattesa. I truffatori sostengono che
anni prima la vittima avrebbe aperto un conto su una piattaforma di criptovalute
oppure investito una piccola cifra. Ora, dicono, quei soldi sarebbero cresciuti
e devono essere “sbloccati”. In alcuni casi si presentano come broker
finanziari, altre volte come studi legali specializzati nel recupero di
criptovalute, una tecnica sempre più diffusa nelle truffe online.
La storia cambia, ma lo schema è sempre lo stesso: convincere la vittima che
esiste un capitale pronto per essere ritirato, ma che serve un ultimo passaggio
tecnico. E qui scatta la seconda fase.
Il trucco degli ATM Bitcoin e dei QR code
A questo punto il truffatore guida la vittima passo dopo passo. Spiega che per
“sbloccare” o “trasferire” i fondi bisogna fare una procedura di verifica.
Spesso viene chiesto di prelevare contanti; andare a un ATM (bancomat) di
criptovalute; scansionare un QR code. Il QR code, naturalmente, non è un sistema
di sicurezza: è l’indirizzo del portafoglio del truffatore. Quando la vittima
inserisce i soldi e scansiona il codice, i fondi vengono trasferiti direttamente
al wallet dei criminali e spariscono. Il problema è che, a differenza dei
bonifici bancari, le transazioni in criptovaluta sono quasi sempre
irreversibili. In molti casi i truffatori restano al telefono durante tutta
l’operazione per guidare la vittima passo passo.
Perché queste truffe funzionano
Queste truffe funzionano per tre motivi:
1. La promessa di soldi “dimenticati” Molte persone negli anni hanno sentito
parlare di Bitcoin e pensano: “Magari davvero avevo aperto qualcosa”.
2. La complessità delle criptovalute Wallet, blockchain, indirizzi, QR code: è
un terreno perfetto per creare confusione.
3. L’urgenza creata al telefono I truffatori insistono: bisogna fare subito,
prima che i fondi vengano bloccati o tassati.
Gli schemi di frode legati alle criptovalute sono ormai tra i più diffusi e
spesso si basano proprio su false promesse di investimento o recupero di fondi
inesistenti.
Un dettaglio fondamentale: nessuno vi regala soldi
Se qualcuno vi chiama e dice che avete decine di migliaia di euro in Bitcoin
pronti per voi, senza che voi abbiate fatto nulla, la probabilità che sia vero è
praticamente zero. E c’è una regola semplice da ricordare: nessuna banca,
nessuna società seria e nessuna autorità vi chiederà mai di mandare soldi
tramite un ATM di criptovalute o di scansionare un QR code per “proteggere” o
“sbloccare” fondi. Mai.
Cosa fare se ricevete questa telefonata
Tre cose semplici: riattaccate; non date dati personali; non seguite istruzioni
su ATM o criptovalute. E soprattutto parlatene con parenti e amici. Perché
queste truffe colpiscono spesso persone anziane o poco esperte di tecnologia, e
basta una telefonata fatta nel momento giusto per far perdere migliaia di euro.
La verità è che la tecnologia cambia, ma il trucco è sempre lo stesso: farvi
credere che qualcuno stia cercando di darvi dei soldi. Quando succede, quasi
sempre è perché qualcuno vuole prenderli.
L'articolo Truffa dei Bitcoin dimenticati: in migliaia ci stanno cascando. Ecco
come funziona e come difendersi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Secondo l’ultimo studio condotto da carVertical, società leader nell’analisi dei
dati automobilistici, il mercato dell’usato nel Bel Paese presenta zone d’ombra
allarmanti: il 7,8% dei veicoli danneggiati che circolano sulle nostre strade ha
subito in passato sinistri gravi, con danni pari o superiori al 50% del loro
valore di mercato.
Il problema non è solo l’entità del danno, ma la gestione successiva al
sinistro. Se per la maggior parte dei veicoli (77,2%) si parla di piccoli
interventi estetici, per quel quasi 8% di casi critici la riparazione risulta
spesso economicamente svantaggiosa.
È qui che si innesca un meccanismo pericoloso: venditori poco scrupolosi
acquistano “relitti”, effettuano riparazioni low cost con ricambi di bassa
qualità e rimettono il mezzo sul mercato, omettendo informazioni vitali.
“Riparare un’auto gravemente danneggiata spesso non conviene,” spiega Matas
Buzelis, esperto di carVertical: “Questo spinge a interventi superficiali che
nascondono difetti strutturali agli ignari acquirenti”.
Di norma, le assicurazioni gettano la spugna quando i costi di ripristino
toccano il 70-75% del valore dell’auto. Questi veicoli, teoricamente destinati
alla rottamazione, finiscono spesso in una “zona grigia”: vengono riparati al
risparmio e spediti all’estero, dove la tracciabilità è più complessa. Ogni
anno, circa 3,5 milioni di auto “scompaiono” dai registri dell’Unione Europea:
molte di queste continuano a circolare in altri Paesi o vengono smantellate
illegalmente per alimentare il mercato dei ricambi usati di dubbia provenienza.
Lo studio di carVertical, inoltre, sfata anche un mito consolidato: quello della
superiorità dell’usato d’importazione. La Germania registra una percentuale di
danni gravi (7,7%) quasi identica a quella italiana, seguita da Svezia (5,8%) e
Spagna (4,5%). Fidarsi ciecamente della reputazione dei mercati nordeuropei può
essere un errore costoso, poiché proprio da questi Paesi parte il flusso
principale di esportazioni verso il resto del continente.
Per evitare di trovarsi tra le mani un’auto che non sarebbe nemmeno idonea alla
circolazione, gli esperti consigliano una “verifica dello storico” dell’auto,
utilizzare report basati sul numero di telaio per tracciare incidenti e passaggi
di proprietà transfrontalieri. Importante anche un’ispezione professionale,
ovvero non limitarsi a un esame visivo, ma portare il veicolo in un’officina
autorizzata. E, infine, l’immancabile test drive, utile per verificare il
comportamento dinamico dell’auto su strada prima di qualsiasi acquisto.
L'articolo Auto usate a rischio, quasi l’8% dei veicoli ha danni strutturali
gravi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il gup di Trapani ha rinviato a giudizio con l’accusa di truffa ai danni
dell’Unione europea dieci persone, tra cui l’ex senatore ed ex deputato
regionale siciliano del Pd Nino Papania. Il processo si aprirà davanti al
tribunale di Trapani il prossimo 24 marzo. Nello stesso procedimento è stata
chiesta la messa alla prova per Daniela Liotta, mentre Ignazio Chianetta,
collaboratore dell’ente di formazione Cesifop, ha patteggiato una pena di otto
mesi.
Al centro dell’indagine – condotta dai pm della sezione siciliana della Procura
europea Geri Ferrara e Amelia Luise – ci sono i centri di formazione Cesifop
(Centro siciliano per la formazione professionale) e Ires (Istituto di studi e
ricerche economiche e sociali). Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero
utilizzato indebitamente oltre 8,7 milioni di euro del Fondo sociale europeo
(Fse), risorse del Programma operativo 2014/2020 destinate a corsi di formazione
professionale e progetti in ambito sociale, “molti dei quali mai tenuti”.
Il denaro, stando all’impianto accusatorio, sarebbe stato in parte dirottato per
spese personali e per sostenere attività politiche riconducibili a Papania.
Circa 800mila euro sarebbero stati “incassati e impiegati per spese voluttuarie
personali o connesse a iniziative di sostegno del suo movimento politico e a
campagne elettorali”. L’inchiesta ha inoltre bloccato l’erogazione di ulteriori
2,5 milioni di euro.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Papania – che aveva fondato
qualche anno fa un proprio partito chiamato “Valore, Impegno e Azione” – avrebbe
potuto contare sulla complicità di un dirigente del Mpa, poi passato al Via, di
un esponente del movimento Via di Marsala e di un ex consigliere comunale di
Cinisi (Palermo), “interessati a ricercare e acquisire crescenti consensi
intorno al partito allargandone la composizione e l’area di influenza sul
territorio trapanese e regionale”. Gli indagati si sarebbero serviti, oltre che
di Cesifop e Ires, anche dell’associazione Tai per ottenere indebitamente i
finanziamenti europei.
Senatore per tre legislature con la Margherita prima e il Partito Democratico
poi, ma anche deputato e assessore regionale, Papania era stato cancellato dalle
liste del Pd per le politiche del 2013 dai probiviri del partito. Era poi
passato con il Movimento per l’Autonomia (Mpa). Per l’ex parlamentare si tratta
dell’ennesimo capitolo giudiziario. Nel settembre 2024 era stato arrestato con
l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Nel marzo 2019 il Tribunale di
Trapani lo aveva condannato a un anno per voto di scambio: è stato poi assolto
in appello.
L'articolo Truffa all’Ue, rinviato a giudizio l’ex senatore Pd Nino Papania: al
centro 8,7 milioni di euro per corsi di formazione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Scoperta una maxi truffa ai danni di anziani risparmiatori dalla Guardia di
Finanza del Comando provinciale di Trapani. Sotto accusa sono finiti un’ex
direttrice di un ufficio postale di un Comune del Trapanese e un commerciante,
ma oltre a loro sarebbero coinvolte altre persone. Sono indagati, a vario
titolo, di associazione per delinquere, truffa, peculato, riciclaggio e
autoriciclaggio.
Secondo le prime indagini, il valore complessivo delle somme sottratte
ammonterebbe a circa 800mila euro. Tutto è partito dopo la denuncia di un
anziano risparmiatore che aveva rilevato un ammanco sul proprio libretto
postale. Le indagini dei finanzieri del Nucleo di Polizia economico-finanziaria,
coordinati dalla Procura di Trapani, hanno evidenziato dei consistenti e anomali
prelievi di contante dai rapporti postali di cui era titolare la vittima. I
prelievi erano avvenuti tutti in contemporanea con operazioni di disinvestimento
di titoli e di reinvestimento effettuate presso l’ufficio.
I sospetti degli inquirenti sono stati poi confermati da successivi e analoghi
prelievi di contanti, rilevati anche sui conti correnti o i libretti di deposito
di altri ignari risparmiatori, soprattutto persone anziane o in stato di
difficoltà. La direttrice postale avrebbe convinto gli ignari risparmiatori a
sottoscrivere nuovi buoni postali fruttiferi a tassi di interesse più
vantaggiosi. Tuttavia quelli presentati dall’ormai ex direttrice sarebbero stati
moduli di richiesta di emissione, debitamente compilati e sottoscritti ma in
realtà non rappresentativi dei titoli in cui ritenevano di avere investito o
reinvestito i propri risparmi.
A confermare le ricostruzioni delle Fiamme gialle sono stati i flussi di denaro:
infatti nelle date in cui si erano registrati i prelievi conseguenti allo
smobilizzo degli investimenti in buoni fruttiferi postali, l’ex direttrice e
altri indagati a lei molto vicini avrebbero effettuato sui propri conti
operazioni di versamento in contanti di somme rilevanti.
L'articolo Maxi truffa ad anziani risparmiatori: tra gli indagati un’ex
direttrice delle Poste. “Bottino totale di 800mila euro” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nove persone sono state fermate dalla Polizia francese con l’accusa di truffa ai
danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, con un danno stimato di
oltre 10 milioni di euro. A rendere nota la retata avvenuta due giorni fa è
stata la Procura di Parigi, svelando una vasta rete illegale che lucrava sui
biglietti e sulle visite guidate. Tra coloro che sono stati colpiti dalla misura
giudiziaria ci sono anche due dipendenti del museo, almeno una guida turistica e
il presunto organizzatore della truffa.
Durante l’operazione, gli agenti hanno sequestrato oltre 957mila euro in
contanti e 486mila di diversi conti bancari. La truffa andava avanti dal molto
tempo: secondo gli inquirenti, i proventi illeciti sono stati investiti nel
mercato immobiliare tra Francia e Dubai. L’inchiesta era scattata nel dicembre
2024 in seguito a una denuncia presentata dalla direzione del Louvre.
Allertati anche gli uffici della lotta all’immigrazione irregolare per il
coinvolgimento di due guide turistiche cinesi, finite nel mirino della
sicurezza. A quanto sembra, la coppia era abilissima nel far entrare al museo
interi gruppi di connazionali senza far pagare il biglietto a nessuno di loro.
Secondo il procuratore, “le guide riutilizzavano parecchie volte gli stessi
biglietti per persone diverse”.
Altre guide del museo sono state sorprese a truffare “con gli stessi metodi”, ha
continuato la procura, rivelando che le autorità hanno disposto sorveglianze
speciali e intercettazioni che hanno confermato i sospetti della direzione del
museo sullo schema utilizzato: i biglietti venivano acquistati una volta e poi
riutilizzati a più riprese. Le indagini hanno portato a individuare dei complici
all’interno del Louvre che venivano corrotti in contanti e chiudevano gli occhi
sui controlli.
Continuano i guai per l’importante sito turistico. Dopo la rapina avvenuta lo
scorso 19 ottobre – con gioielli della Corona rubati per 88 milioni di euro,
bottino non ancora ritrovato – ci sono stati scioperi ad oltranza tra i
dipendenti per chiedere condizioni di lavoro migliori. Oltre alle carenze come
strutture vecchie e pochi bagni a disposizione del pubblico.
L'articolo Truffa da 10 milioni su biglietti e visite guidate tra Louvre e
Versailles: nove fermati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Undici denti sani estratti in quattro ore, protesi diverse da quelle concordate
e conseguenze permanenti sulla salute e sulla vita personale. È quanto ha subito
una donna di 55 anni, residente a Genova, che ieri ha visto riconosciute le
proprie ragioni dal Tribunale di Torino, con la condanna di due odontoiatri che
operavano in un ambulatorio privato cittadino. La vicenda è ricostruita dal
Corriere della Sera. I due professionisti sono stati condannati rispettivamente
a 1 anno e 5 mesi e a 3 mesi di reclusione. Dovranno inoltre versare alla
paziente una provvisionale di 14.300 euro, come anticipo del risarcimento che
sarà stabilito in sede civile.
La pena più severa è stata inflitta al medico che visitò la donna e concordò con
lei l’intervento. Secondo la sentenza, le fece credere che, senza una “bonifica
dentaria totale”, avrebbe perso tutti i denti. Per lui le accuse erano di
lesioni, truffa ed esercizio abusivo della professione, poiché risultava radiato
dall’Ordine degli odontoiatri per il mancato pagamento di dodici anni di quote.
Il secondo imputato, invece, rispondeva solo di lesioni, per aver proceduto alle
estrazioni senza un adeguato approfondimento diagnostico e per aver impiantato
protesi inadeguate.
La donna ha raccontato in aula come tutto sia iniziato dalla ricerca di uno
studio odontoiatrico a costi contenuti: “Avevo bisogno di intervenire sui ponti
laterali e ho cercato in rete uno studio medico che non fosse eccessivamente
caro. Mi sono rivolta ai due imputati. Ho chiamato e il dottor M.B. mi ha
confermato che adottavano una nuova tecnica americana e che la procedura era
veloce, potevano fare tutto in un giorno”. Durante la visita, ha spiegato, non
sarebbe stata eseguita alcuna panoramica dentale. L’intervento è stato
devastante: “Mi sono stati tolti undici denti in quattro ore. La sera, in
albergo, stavo malissimo e soffrivo”. Tre giorni dopo, l’ulteriore sorpresa: “Mi
hanno messo la protesi, ma non era quella che mi era stata prospettata e
mostrata in fotografia”.
Secondo quanto accertato dal pm Gianfranco Colace — ricostruzione accolta dal
Tribunale — i due odontoiatri avrebbero utilizzato “manufatti protesici
radiotrasparenti, dunque provvisori”, più economici rispetto a una protesi
fissa, e incapaci di garantire una corretta occlusione. Le conseguenze per la
paziente sono state pesanti e durature: “Non riuscivo più a mangiare e parlare.
Avevo un amore e l’ho lasciato perché mi vergognavo”. Solo grazie all’intervento
successivo di un odontotecnico la situazione è parzialmente migliorata: “Mi ha
fatto un intervento provvisorio, sono migliorata, ma devo ancora fare
attenzione. E vado ancora da una neuropsichiatra”. Alla lettura della sentenza,
la donna si è commossa: “La mia vita resta un inferno, ma finalmente sento di
aver avuto giustizia”.
L'articolo “Mi hanno tolto 11 denti in quattro ore, stavo malissimo. Non
riuscivo più a mangiare e a parlare”: due odontoiatri condannati a Torino
proviene da Il Fatto Quotidiano.