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“Sono devastata, mi hanno fregato 21 milioni di dollari. Mi hanno mentito senza scrupoli, hanno sfruttato la mia fiducia in modo perfido e criminale per portarmi via tutto”: la rabbia di Ursula Andress
L’ex Bond girl Ursula Andress ha affermato che il suo ex manager, Eric Freymond, ha sperperato 21 milioni di dollari del suo patrimonio. L’attrice novantenne ha dichiarato in una intervista al portale tedesco Blick di essere “devastata” dai presunti crimini di Freymond e di credere che lui l’abbia presa di mira intenzionalmente. “Per otto anni sono stata corteggiata e lusingata. Mi hanno mentito senza scrupoli e hanno sfruttato la mia buona volontà e la mia fiducia in modo perfido, persino criminale, per portarmi via tutto”. La Andress ha accusato l’ex manager di aver anche acquistato opere d’arte del valore di milioni di dollari appartenenti a sua moglie, Caroline, all’insaputa e senza il suo consenso. Secondo Blick, Freymond era già stato sospettato di aver sottratto ingenti cifre dal patrimonio di Nicolas Puech, erede di Hermes. Durante un interrogatorio a Parigi nel luglio 2025 l’uomo aveva confessato alcune delle accuse, poi due settimane dopo si è tolto la vita. Secondo Blick, Andress aveva già presentato una denuncia penale a gennaio 2026, includendo accuse di appropriazione indebita. I suoi commercialisti avevano dichiarato pubblicamente che “nell’ambito di una frode di eccezionale portata e complessità, che ha coinvolto numerosi soggetti e strutture, è stata privata di una parte consistente del suo patrimonio, subendo danni significativi”. Nell’intervista la Andress ha affermato di aver risparmiato i suoi soldi per “una pensione felice e serena”: “Sono stata truffata in modo vergognoso. Spero che i responsabili vengano puniti con tutto il rigore della legge. Nel 1962 Andress interpretò Honey Ryder, la prima bond girl ad emergere dall’oceano in bikini bianco nel film Agente 007 – Licenza di uccidere. In seguito è apparsa, tra gli altri, in film come Casino Royale (1967); 4 for Texas (1963), The Blue Max (1966); Perfect Friday (1970); The Fifth Musketeer (1979); Clash of the Titans (1981). Mentre il suo ultimo ruolo da attrice risale al 2005 nel film svizzero “The Bird Preachers. Andress è stata sposata con l’attore John Derek dal 1957 al 1966; poi ha avuto una relazione di quattro anni con il collega Harry Hamlin, dal quale ha avuto il suo unico figlio, Dimitri, oggi 45enne. L'articolo “Sono devastata, mi hanno fregato 21 milioni di dollari. Mi hanno mentito senza scrupoli, hanno sfruttato la mia fiducia in modo perfido e criminale per portarmi via tutto”: la rabbia di Ursula Andress proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Io non ti ho fatto nessuna domanda, Maria Grazia”, quando Enrica Bonaccorti sventò la truffa del “Cruciverbone” a “Non è la Rai”: “Uno dei capi mi disse ‘Queste cose non fanno bene alla tv'”
È uno dei momenti più iconici nella storia della tv italiana. Un vero cult che non tramonta mai, grazie al potere dei social network che riescono a rendere sempre attuali anche episodi che altrimenti risentirebbero del tempo che passa. È la “truffa del cruciverbone“, avvenuta nella prima edizione di Non è la Rai, l’unica condotta da Enrica Bonaccorti, scomparsa oggi a 76 anni per un tumore al pancreas. LA TRUFFA DEL CRUCIVERBONE Era il 31 dicembre 1991, e Bonaccorti era alla guida del programma che fece conoscere al grande pubblico un nutrito gruppo di ragazzine che si alternavano tra balli e canti (rigorosamente in playback). Tra un’esibizione e l’altra il pubblico da casa veniva coinvolto in alcuni giochi, come appunto il “Cruciverbone”. I telespettatori telefonavano e sceglievano una casella numerata del grande schema: la conduttrice leggeva la definizione e il concorrente doveva indovinare la parola. In quella puntata una concorrente, Maria Grazia da Bassano in Teverina, dopo aver scelto una riga completamente vuota, pronunciò immediatamente la parola “eternit” prima ancora che Bonaccorti leggesse la definizione. La conduttrice si accorse subito dell’anomalia e reagì piccata, interrompendo il gioco e accusando la concorrente di tentare un imbroglio. Celebre rimase la frase: “Io non ti ho fatto nessuna domanda, Maria Grazia”, con cui fece notare che la risposta era stata data senza che il quesito fosse stato pronunciato. L’episodio ebbe grande risonanza sui giornali e portò anche a conseguenze legali: la vicenda fu oggetto di indagini e si arrivò a un procedimento giudiziario, ma la concorrente fu poi assolta per insufficienza di prove, non essendo stato dimostrato come avesse potuto conoscere la soluzione in anticipo. IL COMMENTO DI ENRICA BONACCORTI Negli anni successivi Bonaccorti è tornata più volte sull’episodio. In un’intervista rilasciata nel 2019 al programma radiofonico “I Lunatici” su Rai Radio 2, raccontò che quello fu uno “spartiacque” nella sua carriera, sostenendo che molti avrebbero preferito che lei non denunciasse l’episodio in diretta e “glissasse” sull’accaduto. In tempi più recenti, nel 2025, al settimanale Oggi aveva raccontato come quella vicenda l’avesse profondamente amareggiata. “Fermate la musica, datemi una mitragliatrice!” aveva esclamato in diretta a Non è la Rai. Una reazione molto forte, che però Bonaccorti non ha mai rinnegato, convinta che non fosse possibile ignorare un possibile tentativo di truffa. L'articolo “Io non ti ho fatto nessuna domanda, Maria Grazia”, quando Enrica Bonaccorti sventò la truffa del “Cruciverbone” a “Non è la Rai”: “Uno dei capi mi disse ‘Queste cose non fanno bene alla tv'” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si finge suo amico e gli svuota il conto: così lo chef stellato Fredy Girardet ha perso quasi 4 milioni di euro
Lo hanno truffato portandogli via gran parte del patrimonio. Più che la perdita economica, però, a pesare per Fredy Girardet è il tradimento della fiducia. Il grande chef svizzero, oggi 89enne e considerato uno dei maestri della cucina contemporanea, sarebbe stato raggirato per anni da un uomo che si presentava come un amico e condivideva con lui la passione per i vini da collezione. LA TRUFFA Girardet, per decenni alla guida del celebre Restaurant de l’Hôtel de Ville, premiato con tre stelle Michelin, si era ritirato nel 1996 dopo una carriera prestigiosa. Secondo quanto ricostruito dal settimanale svizzero Le Matin Dimanche, a guadagnarsi la sua fiducia sarebbe stato un gestore finanziario oggi 54enne, conosciuto solo con il nome di battesimo, Sébastien. I due erano diventati molto amici: telefonate quotidiane e la decisione dello chef di affidargli la gestione dei propri beni. Nel 2008, come riporta Repubblica, l’uomo iniziò a investire, almeno sulla carta, in una società olandese produttrice di guanti medicali. Allo chef mostrò un rendiconto da 5,5 milioni di franchi svizzeri, quando in realtà il patrimonio ammontava a circa 4,4 milioni. Per anni Sébastien avrebbe presentato estratti conto falsi: bastava incollare il logo della banca su un foglio, fotocopiarlo e aggiungere cifre inventate. IL CONTO SVUOTATO La truffa non ha colpito solo Girardet: almeno altre 30 persone sarebbero finite nella rete dell’uomo, arrestato nel 2015. Per lo chef il danno è stato enorme: il patrimonio si è ridotto a circa 740 mila franchi, con una perdita di 3,6 milioni. Oggi Girardet preferisce non parlare più della vicenda. A un passo dai 90 anni ha rinunciato all’avvocato e attende che la giustizia faccia il suo corso. L'articolo Si finge suo amico e gli svuota il conto: così lo chef stellato Fredy Girardet ha perso quasi 4 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Attenzione alla nuova truffa della falsa riunione di lavoro, Microsoft lancia l’allarme: “Non cliccate sui link di Teams, Zoom o Meet, servono per prendere il controllo del vostro dispositivo”
“Siamo lieti di informarla che la sua azienda è stata selezionata per presentare una proposta e un preventivo per una prossima opportunità di progetto“. Inizia quasi sempre così la nuova, insidiosa truffa informatica che sta prendendo di mira professionisti e aziende. L’email, scritta con un tono formale e rassicurante, invita il destinatario a cliccare su un link per scaricare un’applicazione di videoconferenza necessaria per discutere i dettagli lavorativi. Tuttavia, dietro a quelli che sembrano normali programmi di installazione per piattaforme molto diffuse come Teams, Zoom o Google Meet, si nasconde una pericolosa trappola progettata per prendere il totale controllo del dispositivo. IL MECCANISMO DELL’INGANNO E IL CONTROLLO DA REMOTO La finta opportunità di business è solo l’esca di una sofisticata campagna di phishing. I file scaricati dalla vittima non sono i celebri software per le riunioni online, ma programmi RMM, acronimo di Remote Monitoring and Management. Si tratta di potenti strumenti di monitoraggio da remoto che, una volta eseguiti, generano un accesso stabile e invisibile al sistema violato. Questo permette ai truffatori di muoversi liberamente all’interno del computer e di sottrarre potenzialmente tutti i dati sensibili presenti in memoria. Per indurre l’utente a cliccare in fretta e senza riflettere, i siti fraudolenti associati alla truffa mostrano falsi messaggi di allarme a comparsa, avvisando che l’app in uso è “obsoleta” o che un “aggiornamento è richiesto” immediatamente. LE VARIANTI DELLA TRUFFA: FINTI PDF E FINTE TRASCRIZIONI A lanciare l’allarme ufficiale è stato il colosso tech Microsoft, attraverso un avviso pubblicato martedì 3 marzo sul proprio blog. Sotto la lente di ingrandimento degli esperti di sicurezza informatica sono finite anche altre due varianti di questa truffa, veicolate sempre via email e basate sullo sfruttamento dell’identità digitale di strumenti di lavoro di uso quotidiano. La prima variante mima un finto aggiornamento automatico di AdobeReader, presentato come un passaggio tecnico obbligatorio per riuscire a leggere correttamente un documento PDF mostrato ad arte come protetto da password. La seconda variante, invece, spinge la vittima a scaricare una falsa trascrizione scritta di una precedente riunione su Teams. ANTIVIRUS AGGIRATI DA FALSI CERTIFICATI A rendere queste tre fattispecie particolarmente insidiose è il livello di sofisticazione tecnica raggiunto dai criminali informatici. I file dannosi, infatti, risultano firmati digitalmente con l’impiego di un certificato Extended Validation (EV) apparentemente legittimo, rilasciato da una fantomatica società informatica registrata con il nome di TrustConnect Software PTY LTD. Questa firma fittizia garantisce ai file malevoli un punteggio di reputazione elevato da parte dei normali software antivirus installati sui dispositivi delle vittime, permettendo al virus di aggirare i blocchi di sicurezza e lasciando gli utenti del tutto esposti al pericolo. LE DIFESE E LE BUONE PRATICHE Per neutralizzare queste minacce ed evitare pessime sorprese (per le quali rimandiamo anche alla nostra guida dedicata alle truffe online), Microsoft raccomanda in primo luogo di utilizzare programmi di difesa avanzati a livello di sistema operativo, come Defender Application Control o AppLocker per gli ambienti Windows. A livello pratico, resta però fondamentale affidarsi alla principale regola delle buone pratiche anti-phishing: l’accurata verifica preventiva dei link e degli indirizzi email dei mittenti. È cruciale ricordare che ogni aggiornamento software o download di nuove applicazioni andrebbe sempre e solo eseguito partendo dal sito ufficiale della relativa software house, diffidando sistematicamente dai collegamenti diretti forniti in email inattese. L'articolo Attenzione alla nuova truffa della falsa riunione di lavoro, Microsoft lancia l’allarme: “Non cliccate sui link di Teams, Zoom o Meet, servono per prendere il controllo del vostro dispositivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Truffa dei Bitcoin dimenticati: in migliaia ci stanno cascando. Ecco come funziona e come difendersi
Negli ultimi mesi stanno aumentando in modo impressionante le segnalazioni di una truffa che ha un copione quasi sempre identico. Il telefono squilla. Dall’altra parte qualcuno, spesso con accento straniero ma numero italiano, vi dice una cosa più o meno così: “Lei anni fa ha investito in Bitcoin. Ci sono 10mila, 50mila o anche 100mila euro pronti per essere riscossi.” Se vi è successo, sappiatelo: è una truffa. E purtroppo è una truffa che funziona. La telefonata: “ha dei Bitcoin dimenticati” Il primo passo è quasi sempre una chiamata inattesa. I truffatori sostengono che anni prima la vittima avrebbe aperto un conto su una piattaforma di criptovalute oppure investito una piccola cifra. Ora, dicono, quei soldi sarebbero cresciuti e devono essere “sbloccati”. In alcuni casi si presentano come broker finanziari, altre volte come studi legali specializzati nel recupero di criptovalute, una tecnica sempre più diffusa nelle truffe online. La storia cambia, ma lo schema è sempre lo stesso: convincere la vittima che esiste un capitale pronto per essere ritirato, ma che serve un ultimo passaggio tecnico. E qui scatta la seconda fase. Il trucco degli ATM Bitcoin e dei QR code A questo punto il truffatore guida la vittima passo dopo passo. Spiega che per “sbloccare” o “trasferire” i fondi bisogna fare una procedura di verifica. Spesso viene chiesto di prelevare contanti; andare a un ATM (bancomat) di criptovalute; scansionare un QR code. Il QR code, naturalmente, non è un sistema di sicurezza: è l’indirizzo del portafoglio del truffatore. Quando la vittima inserisce i soldi e scansiona il codice, i fondi vengono trasferiti direttamente al wallet dei criminali e spariscono. Il problema è che, a differenza dei bonifici bancari, le transazioni in criptovaluta sono quasi sempre irreversibili. In molti casi i truffatori restano al telefono durante tutta l’operazione per guidare la vittima passo passo. Perché queste truffe funzionano Queste truffe funzionano per tre motivi: 1. La promessa di soldi “dimenticati” Molte persone negli anni hanno sentito parlare di Bitcoin e pensano: “Magari davvero avevo aperto qualcosa”. 2. La complessità delle criptovalute Wallet, blockchain, indirizzi, QR code: è un terreno perfetto per creare confusione. 3. L’urgenza creata al telefono I truffatori insistono: bisogna fare subito, prima che i fondi vengano bloccati o tassati. Gli schemi di frode legati alle criptovalute sono ormai tra i più diffusi e spesso si basano proprio su false promesse di investimento o recupero di fondi inesistenti. Un dettaglio fondamentale: nessuno vi regala soldi Se qualcuno vi chiama e dice che avete decine di migliaia di euro in Bitcoin pronti per voi, senza che voi abbiate fatto nulla, la probabilità che sia vero è praticamente zero. E c’è una regola semplice da ricordare: nessuna banca, nessuna società seria e nessuna autorità vi chiederà mai di mandare soldi tramite un ATM di criptovalute o di scansionare un QR code per “proteggere” o “sbloccare” fondi. Mai. Cosa fare se ricevete questa telefonata Tre cose semplici: riattaccate; non date dati personali; non seguite istruzioni su ATM o criptovalute. E soprattutto parlatene con parenti e amici. Perché queste truffe colpiscono spesso persone anziane o poco esperte di tecnologia, e basta una telefonata fatta nel momento giusto per far perdere migliaia di euro. La verità è che la tecnologia cambia, ma il trucco è sempre lo stesso: farvi credere che qualcuno stia cercando di darvi dei soldi. Quando succede, quasi sempre è perché qualcuno vuole prenderli. L'articolo Truffa dei Bitcoin dimenticati: in migliaia ci stanno cascando. Ecco come funziona e come difendersi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Auto usate a rischio, quasi l’8% dei veicoli ha danni strutturali gravi
Secondo l’ultimo studio condotto da carVertical, società leader nell’analisi dei dati automobilistici, il mercato dell’usato nel Bel Paese presenta zone d’ombra allarmanti: il 7,8% dei veicoli danneggiati che circolano sulle nostre strade ha subito in passato sinistri gravi, con danni pari o superiori al 50% del loro valore di mercato. Il problema non è solo l’entità del danno, ma la gestione successiva al sinistro. Se per la maggior parte dei veicoli (77,2%) si parla di piccoli interventi estetici, per quel quasi 8% di casi critici la riparazione risulta spesso economicamente svantaggiosa. È qui che si innesca un meccanismo pericoloso: venditori poco scrupolosi acquistano “relitti”, effettuano riparazioni low cost con ricambi di bassa qualità e rimettono il mezzo sul mercato, omettendo informazioni vitali. “Riparare un’auto gravemente danneggiata spesso non conviene,” spiega Matas Buzelis, esperto di carVertical: “Questo spinge a interventi superficiali che nascondono difetti strutturali agli ignari acquirenti”. Di norma, le assicurazioni gettano la spugna quando i costi di ripristino toccano il 70-75% del valore dell’auto. Questi veicoli, teoricamente destinati alla rottamazione, finiscono spesso in una “zona grigia”: vengono riparati al risparmio e spediti all’estero, dove la tracciabilità è più complessa. Ogni anno, circa 3,5 milioni di auto “scompaiono” dai registri dell’Unione Europea: molte di queste continuano a circolare in altri Paesi o vengono smantellate illegalmente per alimentare il mercato dei ricambi usati di dubbia provenienza. Lo studio di carVertical, inoltre, sfata anche un mito consolidato: quello della superiorità dell’usato d’importazione. La Germania registra una percentuale di danni gravi (7,7%) quasi identica a quella italiana, seguita da Svezia (5,8%) e Spagna (4,5%). Fidarsi ciecamente della reputazione dei mercati nordeuropei può essere un errore costoso, poiché proprio da questi Paesi parte il flusso principale di esportazioni verso il resto del continente. Per evitare di trovarsi tra le mani un’auto che non sarebbe nemmeno idonea alla circolazione, gli esperti consigliano una “verifica dello storico” dell’auto, utilizzare report basati sul numero di telaio per tracciare incidenti e passaggi di proprietà transfrontalieri. Importante anche un’ispezione professionale, ovvero non limitarsi a un esame visivo, ma portare il veicolo in un’officina autorizzata. E, infine, l’immancabile test drive, utile per verificare il comportamento dinamico dell’auto su strada prima di qualsiasi acquisto. L'articolo Auto usate a rischio, quasi l’8% dei veicoli ha danni strutturali gravi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Truffa all’Ue, rinviato a giudizio l’ex senatore Pd Nino Papania: al centro 8,7 milioni di euro per corsi di formazione
Il gup di Trapani ha rinviato a giudizio con l’accusa di truffa ai danni dell’Unione europea dieci persone, tra cui l’ex senatore ed ex deputato regionale siciliano del Pd Nino Papania. Il processo si aprirà davanti al tribunale di Trapani il prossimo 24 marzo. Nello stesso procedimento è stata chiesta la messa alla prova per Daniela Liotta, mentre Ignazio Chianetta, collaboratore dell’ente di formazione Cesifop, ha patteggiato una pena di otto mesi. Al centro dell’indagine – condotta dai pm della sezione siciliana della Procura europea Geri Ferrara e Amelia Luise – ci sono i centri di formazione Cesifop (Centro siciliano per la formazione professionale) e Ires (Istituto di studi e ricerche economiche e sociali). Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero utilizzato indebitamente oltre 8,7 milioni di euro del Fondo sociale europeo (Fse), risorse del Programma operativo 2014/2020 destinate a corsi di formazione professionale e progetti in ambito sociale, “molti dei quali mai tenuti”. Il denaro, stando all’impianto accusatorio, sarebbe stato in parte dirottato per spese personali e per sostenere attività politiche riconducibili a Papania. Circa 800mila euro sarebbero stati “incassati e impiegati per spese voluttuarie personali o connesse a iniziative di sostegno del suo movimento politico e a campagne elettorali”. L’inchiesta ha inoltre bloccato l’erogazione di ulteriori 2,5 milioni di euro. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Papania – che aveva fondato qualche anno fa un proprio partito chiamato “Valore, Impegno e Azione” – avrebbe potuto contare sulla complicità di un dirigente del Mpa, poi passato al Via, di un esponente del movimento Via di Marsala e di un ex consigliere comunale di Cinisi (Palermo), “interessati a ricercare e acquisire crescenti consensi intorno al partito allargandone la composizione e l’area di influenza sul territorio trapanese e regionale”. Gli indagati si sarebbero serviti, oltre che di Cesifop e Ires, anche dell’associazione Tai per ottenere indebitamente i finanziamenti europei. Senatore per tre legislature con la Margherita prima e il Partito Democratico poi, ma anche deputato e assessore regionale, Papania era stato cancellato dalle liste del Pd per le politiche del 2013 dai probiviri del partito. Era poi passato con il Movimento per l’Autonomia (Mpa). Per l’ex parlamentare si tratta dell’ennesimo capitolo giudiziario. Nel settembre 2024 era stato arrestato con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Nel marzo 2019 il Tribunale di Trapani lo aveva condannato a un anno per voto di scambio: è stato poi assolto in appello. L'articolo Truffa all’Ue, rinviato a giudizio l’ex senatore Pd Nino Papania: al centro 8,7 milioni di euro per corsi di formazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Maxi truffa ad anziani risparmiatori: tra gli indagati un’ex direttrice delle Poste. “Bottino totale di 800mila euro”
Scoperta una maxi truffa ai danni di anziani risparmiatori dalla Guardia di Finanza del Comando provinciale di Trapani. Sotto accusa sono finiti un’ex direttrice di un ufficio postale di un Comune del Trapanese e un commerciante, ma oltre a loro sarebbero coinvolte altre persone. Sono indagati, a vario titolo, di associazione per delinquere, truffa, peculato, riciclaggio e autoriciclaggio. Secondo le prime indagini, il valore complessivo delle somme sottratte ammonterebbe a circa 800mila euro. Tutto è partito dopo la denuncia di un anziano risparmiatore che aveva rilevato un ammanco sul proprio libretto postale. Le indagini dei finanzieri del Nucleo di Polizia economico-finanziaria, coordinati dalla Procura di Trapani, hanno evidenziato dei consistenti e anomali prelievi di contante dai rapporti postali di cui era titolare la vittima. I prelievi erano avvenuti tutti in contemporanea con operazioni di disinvestimento di titoli e di reinvestimento effettuate presso l’ufficio. I sospetti degli inquirenti sono stati poi confermati da successivi e analoghi prelievi di contanti, rilevati anche sui conti correnti o i libretti di deposito di altri ignari risparmiatori, soprattutto persone anziane o in stato di difficoltà. La direttrice postale avrebbe convinto gli ignari risparmiatori a sottoscrivere nuovi buoni postali fruttiferi a tassi di interesse più vantaggiosi. Tuttavia quelli presentati dall’ormai ex direttrice sarebbero stati moduli di richiesta di emissione, debitamente compilati e sottoscritti ma in realtà non rappresentativi dei titoli in cui ritenevano di avere investito o reinvestito i propri risparmi. A confermare le ricostruzioni delle Fiamme gialle sono stati i flussi di denaro: infatti nelle date in cui si erano registrati i prelievi conseguenti allo smobilizzo degli investimenti in buoni fruttiferi postali, l’ex direttrice e altri indagati a lei molto vicini avrebbero effettuato sui propri conti operazioni di versamento in contanti di somme rilevanti. L'articolo Maxi truffa ad anziani risparmiatori: tra gli indagati un’ex direttrice delle Poste. “Bottino totale di 800mila euro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Truffa da 10 milioni su biglietti e visite guidate tra Louvre e Versailles: nove fermati
Nove persone sono state fermate dalla Polizia francese con l’accusa di truffa ai danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, con un danno stimato di oltre 10 milioni di euro. A rendere nota la retata avvenuta due giorni fa è stata la Procura di Parigi, svelando una vasta rete illegale che lucrava sui biglietti e sulle visite guidate. Tra coloro che sono stati colpiti dalla misura giudiziaria ci sono anche due dipendenti del museo, almeno una guida turistica e il presunto organizzatore della truffa. Durante l’operazione, gli agenti hanno sequestrato oltre 957mila euro in contanti e 486mila di diversi conti bancari. La truffa andava avanti dal molto tempo: secondo gli inquirenti, i proventi illeciti sono stati investiti nel mercato immobiliare tra Francia e Dubai. L’inchiesta era scattata nel dicembre 2024 in seguito a una denuncia presentata dalla direzione del Louvre. Allertati anche gli uffici della lotta all’immigrazione irregolare per il coinvolgimento di due guide turistiche cinesi, finite nel mirino della sicurezza. A quanto sembra, la coppia era abilissima nel far entrare al museo interi gruppi di connazionali senza far pagare il biglietto a nessuno di loro. Secondo il procuratore, “le guide riutilizzavano parecchie volte gli stessi biglietti per persone diverse”. Altre guide del museo sono state sorprese a truffare “con gli stessi metodi”, ha continuato la procura, rivelando che le autorità hanno disposto sorveglianze speciali e intercettazioni che hanno confermato i sospetti della direzione del museo sullo schema utilizzato: i biglietti venivano acquistati una volta e poi riutilizzati a più riprese. Le indagini hanno portato a individuare dei complici all’interno del Louvre che venivano corrotti in contanti e chiudevano gli occhi sui controlli. Continuano i guai per l’importante sito turistico. Dopo la rapina avvenuta lo scorso 19 ottobre – con gioielli della Corona rubati per 88 milioni di euro, bottino non ancora ritrovato – ci sono stati scioperi ad oltranza tra i dipendenti per chiedere condizioni di lavoro migliori. Oltre alle carenze come strutture vecchie e pochi bagni a disposizione del pubblico. L'articolo Truffa da 10 milioni su biglietti e visite guidate tra Louvre e Versailles: nove fermati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mi hanno tolto 11 denti in quattro ore, stavo malissimo. Non riuscivo più a mangiare e a parlare”: due odontoiatri condannati a Torino
Undici denti sani estratti in quattro ore, protesi diverse da quelle concordate e conseguenze permanenti sulla salute e sulla vita personale. È quanto ha subito una donna di 55 anni, residente a Genova, che ieri ha visto riconosciute le proprie ragioni dal Tribunale di Torino, con la condanna di due odontoiatri che operavano in un ambulatorio privato cittadino. La vicenda è ricostruita dal Corriere della Sera. I due professionisti sono stati condannati rispettivamente a 1 anno e 5 mesi e a 3 mesi di reclusione. Dovranno inoltre versare alla paziente una provvisionale di 14.300 euro, come anticipo del risarcimento che sarà stabilito in sede civile. La pena più severa è stata inflitta al medico che visitò la donna e concordò con lei l’intervento. Secondo la sentenza, le fece credere che, senza una “bonifica dentaria totale”, avrebbe perso tutti i denti. Per lui le accuse erano di lesioni, truffa ed esercizio abusivo della professione, poiché risultava radiato dall’Ordine degli odontoiatri per il mancato pagamento di dodici anni di quote. Il secondo imputato, invece, rispondeva solo di lesioni, per aver proceduto alle estrazioni senza un adeguato approfondimento diagnostico e per aver impiantato protesi inadeguate. La donna ha raccontato in aula come tutto sia iniziato dalla ricerca di uno studio odontoiatrico a costi contenuti: “Avevo bisogno di intervenire sui ponti laterali e ho cercato in rete uno studio medico che non fosse eccessivamente caro. Mi sono rivolta ai due imputati. Ho chiamato e il dottor M.B. mi ha confermato che adottavano una nuova tecnica americana e che la procedura era veloce, potevano fare tutto in un giorno”. Durante la visita, ha spiegato, non sarebbe stata eseguita alcuna panoramica dentale. L’intervento è stato devastante: “Mi sono stati tolti undici denti in quattro ore. La sera, in albergo, stavo malissimo e soffrivo”. Tre giorni dopo, l’ulteriore sorpresa: “Mi hanno messo la protesi, ma non era quella che mi era stata prospettata e mostrata in fotografia”. Secondo quanto accertato dal pm Gianfranco Colace — ricostruzione accolta dal Tribunale — i due odontoiatri avrebbero utilizzato “manufatti protesici radiotrasparenti, dunque provvisori”, più economici rispetto a una protesi fissa, e incapaci di garantire una corretta occlusione. Le conseguenze per la paziente sono state pesanti e durature: “Non riuscivo più a mangiare e parlare. Avevo un amore e l’ho lasciato perché mi vergognavo”. Solo grazie all’intervento successivo di un odontotecnico la situazione è parzialmente migliorata: “Mi ha fatto un intervento provvisorio, sono migliorata, ma devo ancora fare attenzione. E vado ancora da una neuropsichiatra”. Alla lettura della sentenza, la donna si è commossa: “La mia vita resta un inferno, ma finalmente sento di aver avuto giustizia”. L'articolo “Mi hanno tolto 11 denti in quattro ore, stavo malissimo. Non riuscivo più a mangiare e a parlare”: due odontoiatri condannati a Torino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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