L'articolo Scontri a Torino, l’informativa di Piantedosi: “Innalzato il livello
dello scontro, richiama dinamiche terroristiche” | La diretta proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Sono quasi le 11:30 quando la decina tra relatori e staff del ‘Comitato
Remigrazione e Riconquista’, di cui fa parte Casapound, sta per accedere alla
sala stampa della Camera per svolgere l’annunciata – e autorizzata – conferenza
stampa. L’occasione è la presentazione di una proposta di legge incentrata sulla
remigrazione dei migranti. Da regolamento, per svolgere l’evento all’interno di
Montecitorio, serve che sia un deputato a prenotare la sala. Il ‘comitato’ ha
ottenuto l’ok dal deputato Lega Domenico Furgiuele. Ma appena prima che la
delegazioni entri in Parlamento arriva lo stop dalla Presidenza: tutte le
conferenze stampa della giornata vengono annullate per motivi di sicurezza.
All’interno di Montecitorio i deputati dei partiti di opposizione del M5s, del
Pd, di Avs e di Azione stavano già occupando, in segno di protesta, la sala
stampa della Camera dei Deputati. Il ‘Comitato Remigrazione’, attorniato dalla
folla di telecamere e cronisti, urla: “Questa è la mafia antifascista”.
La conferenza stampa alla fine si svolge davanti Montecitorio. Nello stesso
momento i deputati di opposizioni escono da Montecitorio per spiegare le proprie
ragioni alla stampa. A quel punto il deputato leghista Furgiuele prova a entrare
ugualmente a Montecitorio. Questa volta non per svolgere la conferenza stampa,
ormai annullata, ma più per un’azione dimostrativa, simbolica. Anche questo
tentativo però fallisce, e l’ingresso gli viene bloccato con la medesima
motivazione: “Sicurezza”. Sicuramente un obiettivo l’estrema destra italiana
oggi l’ha raggiunto: l’elevata visibilità. Mentre le opposizioni cantano
vittoria per aver impedito a chi si dichiara apertamente fascista di accedere in
Parlamento.
L'articolo “Ancora chiedete se siamo fascisti: e quindi?”: e CasaPound resta
fuori dalla porta alla Camera. Il faccia a faccia con Magi (e il poster di
Matteotti), la ressa dei giornalisti, l’occupazione della sala: il racconto
della mattinata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da Casapound al Veneto Fronte Skinheads e Rete dei Patrioti, fino a ex Forza
Nuova. Tutti insieme, dietro un’etichetta più neutra, quella del Comitato
Remigrazione e Riconquista, sbarcano alla Camera dei deputati per presentare la
raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata ad
attuare il “programma nazionale di remigrazione”. Detto fuori dai denti: il
rimpatrio degli immigrati nei loro Paesi d’origine. Ad aprire le porte di
Montecitorio all’estrema destra xenofoba è un deputato della Lega Domenico
Furgiuele, vicino all’eurodeputato Roberto Vannacci. Insomma, un altro
slittamento del partito di Matteo Salvini, già al centro delle polemiche in
questi giorni per aver ospitato nel suo ufficio al ministero il criminale e
attivista anti-migranti inglese Tommy Robinson.
L’iniziativa del Comitato Remigrazione e Riconquista è in programma venerdì 30
nella sala stampa della Camera, sede istituzionale che si apre all’estrema
destra grazie a un partito di maggioranza. Al tavolo, esponenti di alto rango
dell’area estremista. Ci sarà il leader di Casapound Luca Marsella affiancato da
Ivan Sogari del Veneto Fronte Skinheads, Jacopo Massetti di Brescia ai bresciani
ed ex responsabile provinciale di Forza Nuova e Salvatore Ferrara della Rete dei
patrioti. Tra le varie cose, oltre alla remigrazione forzata, il Comitato
propone l’abolizione del decreto Flussi e il ritorno degli italo-discendenti
nonché nuovi criteri di priorità per case e asili nido.
L’annuncio ha scatenato l’immediata reazione dell’opposizione. Per il deputato
Pd Matteo Orfini è “inaccettabile che la Camera dei deputati ospiti una
conferenza stampa sulla cosiddetta ‘remigrazione’, promossa da esponenti di
CasaPound”, perché “la Camera non può diventare una tribuna per chi propaganda
ideologie fasciste”. Duro anche l’intervento del segretario di +Europa, Riccardo
Magi, che ha parlato di “una bella carrellata di neofascisti a Montecitorio” e
invita il presidente della Camera Lorenzo Fontana a “tutelare l’istituzione che
rappresenta”. Angelo Bonelli, uno dei leader di Avs, ha denunciato invece “la
legittimazione dell’odio razziale dentro le istituzioni”, chiedendo la revoca
dell’autorizzazione all’uso della sala. Insorge anche l’Anpi: “È uno sfregio
all’autorevolezza delle istituzioni, alla natura antifascista della Repubblica,
allo spirito solidale della Costituzione. Mi auguro – dice il presidente
Gianfranco Pagliarulo – che il presidente della Camera impedisca uno scempio
politico, istituzionale e morale”.
Dalla Camera arrivata la presa di distanze dall’organizzazione dell’evento: “Le
conferenze stampa si svolgono sotto la piena e unica responsabilità dei
deputati, o dei gruppi, che ne curano la prenotazione”. Che, in questo caso, è
il deputato leghista Furgiuele, già in passato al centro di polemiche politiche.
Lo scorso giugno, infatti, l’Ufficio di presidenza della Camera aveva disposto
la sua sospensione per sette giorni: durante una bagarre in Aula, a seduta
sospesa, mentre i deputati dell’opposizione erano in piedi a intonare l’Inno di
Mameli e Bella ciao, mimò il gesto della Decima Mas. Lo stesso Furgiuele è
intervenuto respingendo ogni accusa e parlando di “strumentalizzazioni di certa
opposizione”. Per poi rivendicare la propria scelta: la “remigrazione non è
odio, non è discriminazione, non è esclusione”.
L'articolo Casapound e Fronte Skinheads alla Camera per parlare di
“remigrazione” grazie alla Lega: è bufera proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’interrogatorio preventivo, il cosiddetto “avviso di arresto“, non è affatto
una “salvaguardia per i grandi criminali“: i giornali che lo scrivono dovrebbero
“documentarsi meglio“. Così ha detto Carlo Nordio nell’Aula della Camera,
intervenendo in sede di replica dopo il dibattito sulle sue comunicazioni
sull’amministrazione della giustizia. Appena presa la parola, il ministro ha
risposto ai vari deputati – tra cui Anna Ascani del Pd e Sergio Costa del
Movimento 5 stelle – che gli hanno ricordato i danni causati dalla sua legge del
2024, in base alla quale, prima di disporre l’arresto di un indagato, il gip lo
deve convocare con almeno cinque giorni di anticipo per sentire le sue ragioni,
mettendogli a disposizione gli atti dell’inchiesta. L’effetto è che in questi
anni decine di presunti criminali si sono dati alla fuga, o peggio, scoprendo
dalle carte chi li aveva denunciati, hanno minacciato i testimoni: l’ultimo caso
raccontato dal Fatto riguarda un’indagine per traffico di droga a Bergamo.
Di fronte a questo quadro Nordio minimizza, anzi sfotte: “In questi giorni
alcuni giornali, in un modo quantomeno sommario, hanno criticato questa norma
dicendo che c’era stato un fuggi fuggi generalizzato“, ha ridacchiato in
Parlamento. “Si dice che noi avremmo introdotto con l’interrogatorio preventivo
una sorta di salvaguardia per i grandi criminali che, una volta posti sotto
inchiesta, scappano prima di essere raggiunti dalla custodia cautelare. Io
rispetto la libertà di stampa, ma vorrei fosse meglio documentata, perché non
solo questo non è avvenuto, ma è esattamente il contrario” – addirittura – “di
quello che la norma prevede”. Il motivo? “L’interrogatorio preventivo non
riguarda minimamente i reati più gravi: i reati di mafia, di terrorismo eccetera
sono completamente estranei alla normativa”.
Con quest’ultima affermazione, però, il ministro finge di ignorare un buco
gigantesco nella sua legge, che il nostro giornale aveva segnalato ancor prima
dell’entrata in vigore. È vero, infatti, che la norma esclude l'”avviso di
arresto” nelle indagini per un elenco di gravi reati, tra cui mafia, terrorismo,
violenze sessuali e stalking. In questo elenco, però, non rientra il traffico di
droga: l’articolo 73 del Testo unico stupefacenti, che punisce chi “cede,
distribuisce, commercia, trasporta o procura” sostanze, è infatti citato solo
“limitatamente” ai casi di spaccio di “ingente quantità“. Insomma, se la
quantità non è “ingente” (e per esserlo, secondo la Cassazione, deve consistere
in vari quintali) l’eccezione non vale: per arrestare il presunto spacciatore o
trafficante bisogna avvertirlo con cinque giorni di anticipo. Ed è proprio quel
che è successo nell’indagine di Bergamo e in tanti altri casi precedenti. Nelle
eccezioni non è compreso nemmeno il furto con strappo: e infatti, da Venezia a
Chieti, i borseggiatori preferiscono scappare che presentarsi dal gip a spiegare
le loro ragioni prima dell’arresto. Forse non saranno “grandi criminali”, ma di
sicuro possono ringraziare il ministro.
L'articolo Nordio difende l’avviso di arresto: “Nessun fuggi fuggi, i grandi
criminali sono esclusi”. Falso: vale anche per i narcotrafficanti proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Parificare il congedo parentale tra i papà e le mamme. È quanto prevede la
proposta di legge a prima firma Elly Schlein e sottoscritta da tutti i leader
delle opposizioni che è stata adottata come testo base dal comitato ristretto
della Commissione Lavoro della Camera. Pertanto adesso si procederà all’esame
della proposta che intende introdurre il cosiddetto congedo paritario. “Una
norma di civiltà di cui questo paese ha urgente bisogno”, la definisce il
deputato Arturo Scotto. Si dicono “felici” anche i deputati del M5s in
Commissione Lavoro Carotenuto, Aiello, Barzotti e Tucci che però sottolineano:
“Non possiamo non notare lo smaccato tentativo della maggioranza di buttare
nuovamente la palla in tribuna, come già avvenuto in passato”. “Chiediamo alla
destra di evitare, come sul salario minimo e sulla settimana corta, di lavorare
ad affossarlo“, rimarcail dem Scotto.
RICHIESTO UN PARERE AL TESORO
La maggioranza, infatti, non ha previsto la fissazione del termine per gli
emendamenti in Commissione e ha in più stabilito di acquisire entro 15 giorni
una relazione della Ragioneria sui costi della proposta. “Potrebbe recare un
impatto finanziario non trascurabile e che quindi necessita una quantificazione
degli oneri e relativa copertura finanziaria”, ha dichiarato la relatrice Marta
Schifone di Fratelli d’Italia. Secondo la destra l’impatto potrebbe essere di
circa 3 miliardi l’anno. Solo dopo il parere del Tesoro si procederà con gli
emendamenti.
COSA PREVEDE
La proposta di legge firmata unitariamente da tutte le forze di opposizione
“intende sanare un grave vulnus del nostro ordinamento, un elemento di forte e
non tollerabile discriminazione, indegna di un Paese che voglia davvero dirsi
civile ed egualitario”, si legge nel testo introduttivo. Viene prevista
l’introduzione di un congedo paritario tra padre e madre, “incrementando la
durata del congedo di paternità dagli attuali dieci giorni a cinque mesi“. In
particolare, al padre lavoratore, nell’intervallo di tempo che intercorre tra il
mese antecedente la data presunta del parto
e i diciotto mesi successivi, viene riconosciuto il diritto di astenersi dal
lavoro per un periodo non superiore a cinque mesi, di cui quattro obbligatori.
Dei quattro mesi di
congedo obbligatori, si legge ancora, dieci giorni devono essere fruiti dal
padre subito dopo la nascita della bambina o del bambino congiuntamente con la
madre, mentre i restanti giorni possono essere fruiti, anche in modo frazionato,
nel medesimo arco di tempo, previa comunicazione al datore di lavoro.
Attualmente nel nostro ordinamento vi è una differenza tra congedo
obbligatorio e congedo parentale. Il primo è un periodo di astensione dal lavoro
obbligatorio, che attualmente ha una durata diversa tra la madre e il padre: per
le donne, il congedo di maternità dura cinque mesi, da modulare prima e dopo il
parto, con un’indennità pari all’80 per cento della retribuzione, che è erogata
dall’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e
anticipata dal datore di lavoro. Per gli uomini, invece, il congedo di paternità
obbligatorio è di soli dieci giorni, non necessariamente consecutivi e
retribuiti al 100 per cento. La proposta prevede anche di rendere questo periodo
di astensione dal lavoro pienamente retribuito per entrambi i genitori.
LE FINALITÀ
Gli obiettivi della proposta, di legge nel testo, sono quelli di “contrastare la
crisi della natalità, di favorire l’occupazione femminile, la qualità della vita
dei bambini e dei genitori e le relazioni familiari. Tutto ciò volto a una
redistribuzione del carico di cura all’interno della famiglia”. “Parliamo di una
misura – si legge ancora – che non solo supporta le famiglie nella giusta
condivisione dei tempi di vita e di lavoro, ma che sostiene e garantisce
l’occupazione femminile nel nostro Paese in cui essa risulta essere la più bassa
d’Europa e il carico di cura all’interno delle famiglie viene quasi sempre
demandato alle donne, che conseguentemente sono spesso costrette a subire quello
che, di fatto, si configura come un vero e proprio ricatto: scegliere tra la
famiglia e il lavoro“. Non solo sostegno alle madri e tutela della loro carriera
professionale ma anche un modo per garantire “ai padri la possibilità di essere
più vicini ai propri figli durante i loro primi mesi di vita”. Per questo arriva
la proposta di legge “per superare, ampliandola, una disciplina che al momento
non è idonea a conseguire tali obiettivi”, come già avviene in altri Paesi
d’Europa.
L'articolo Congedo parentale uguale per madri e padri, la proposta delle
opposizioni va avanti in Commissione. Pd e M5s: “La destra non la ostacoli”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Una petulante litania davanti alla quale non vi è possibilità di replica”.
Carlo Nordio liquida ancora una volta così le critiche alla sua riforma
costituzionale, e in particolare quelle secondo cui la separazione delle
carriere tra giudici e pubblici ministeri metterebbe a rischio l’indipendenza
dei magistrati dell’accusa. “Poiché è stato adombrato un po’ da tutti che vi sia
una sorta di oltraggio, di vulnus alla Costituzione, che vogliamo mettere il pm
sotto il controllo dell’esecutivo, faccio presente che la Costituzione attuale
non riconosce al pm le stesse garanzie del giudici: noi eleviamo il pm alla
stessa libertà, autonomia e indipendenza del giudice”, sostiene il ministro alla
Camera nelle sue comunicazioni annuali sull’amministrazione della giustizia. Una
singolare tesi basata sull’articolo 101 della Costituzione, che cita solo “i
giudici” come “soggetti soltanto alla legge”, ignorando però l’articolo 104,
secondo cui la magistratura nel suo complesso (quindi sia giudici che pm)
“costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
Il riferimento alla “petulante litania” scatena le proteste delle opposizioni in
Aula, con il vicepresidente di turno, Fabio Rampelli di FdI, che interviene
contestando al dem Federico Fornaro di voler “limitare il diritto di parola e di
pensiero al governo”. Ma Nordio insiste: “Non trovo quale altro aggettivo possa
essere usato quando veniamo ripetutamente accusati di voler sottoporre la
magistratura al potere esecutivo. Se questa non è una litania petulante, dovrei
usare dei termini molto più severi dal punto di vista logico”. La riforma,
ripete, “non è contro la magistratura né contro nessuno, prova ne siano le
moltissime persone lontane dalla nostra posizione politica che si sono schierate
a favore del referendum”. Poi accusa l’opposizione citando un recente intervento
del fondatore del Pd Goffredo Bettini: “C’è stata una manifestazione di
sincerità da parte di un membro dell’opposizione, il quale ha detto chiaro e
tondo che sarebbe stato favorevole alla riforma ma siccome questo è un voto
politico voterà contro il governo Meloni”.
L'articolo Referendum, Nordio alla Camera attacca le opposizioni: “Sulla riforma
petulanti litanie”. Proteste in Aula proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sul prosieguo del sostegno militare all’Ucraina si apre una crepa nella Lega.
Nel corso delle votazioni parlamentari sulle comunicazioni del ministro della
Difesa Guido Crosetto, due deputati della Lega hanno votato contro la
risoluzione di maggioranza che conferma l’invio di aiuti militari a Kiev,
segnando uno strappo politico che si è riflesso anche al Senato.
Alla Camera dei deputati, nell’aula di Montecitorio, l’Assemblea era chiamata a
esprimersi sulle risoluzioni presentate a seguito delle comunicazioni di
Crosetto in vista dei prossimi impegni internazionali dell’Italia. Quella
presentata dalla maggioranza ribadisce la linea del governo: continuità
nell’appoggio a Kiev, in coordinamento con Nato e Unione europea. Su questo
punto, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello, deputati del Carroccio, hanno votato no.
A loro si è aggiunto Emanuele Pozzolo, eletto con Fratelli d’Italia e poi
passato al gruppo Misto.
Poco prima del voto, in piazza Montecitorio, una decina di attivisti
dell’associazione “Mondo al Contrario – Team Vannacci Roma Caput Mundi” ha
esposto uno striscione con la scritta: “Basta finanziamenti a Kiev per le armi.
Le risorse per i cittadini italiani». Un’iniziativa che ha fatto da cornice
simbolica alla dissidenza leghista in Aula. Interpellato dai giornalisti,
Rossano Sasso ha riconosciuto una vicinanza culturale con quell’area: “Vannacci
è vicesegretario della Lega, è evidente che esista un’affinità”, ha detto, senza
però parlare esplicitamente di una nuova corrente interna. “Non commento il voto
di altri parlamentari. Io ho sempre avuto una posizione chiara circa l’invio di
armi e il sostegno economico all’Ucraina, e sono sempre stato coerente. Chi oggi
ha votato contro credo lo abbia fatto per la stessa coerenza”, ha commentato lo
stesso Vannacci. “La strategia di cessione di armi e denaro a Kiev che dura da 4
anni ha dato risultati tutt’altro che positivi – aggiunge l’europarlamentare
leghista -. È venuta l’ora di cambiare strategia”.
La linea politica è stata ribadita dallo stesso Sasso anche sui social. In un
post su Facebook, il deputato leghista ha rivendicato il voto contrario
spiegando di aver detto “no all’invio di soldi e armi a Zelensky” e
interrogandosi su quale sia il reale interesse nazionale italiano. Secondo
Sasso, la prosecuzione degli aiuti militari non favorirebbe il processo di pace
e risponderebbe più alle pressioni europee che alla volontà della maggioranza
degli italiani.
Anche Ziello ha motivato la sua scelta: “Si continua a inviare armi con un
modello fallimentare che non ha portato alcun risultato concreto da un punto di
vista non soltanto militare, ma tanti danni invece da un punto di vista
economico al nostro Paese, dal costo delle bollette alle stelle, fino al prezzo
dei carburanti sempre più elevato. Per tutti questi motivi ho votato contro,
anche per una questione di coscienza”.
Lo strappo si è ripetuto poche ore dopo al Senato, dove la stessa mozione è
stata messa ai voti per alzata di mano. In questo caso non si sono registrati
voti contrari formali, ma si è consumata una dissociazione significativa: il
leghista Claudio Borghi non ha partecipato al voto, confermando una posizione
critica già espressa in altre occasioni. Anche Erika Stefani, inizialmente
indicata come contraria, ha poi precisato di aver votato “convintamente” a
favore. Assente al momento del voto il capogruppo leghista Massimiliano Romeo,
che aveva tuttavia preso parte al dibattito.
L'articolo Armi all’Ucraina, alla Camera 2 leghisti votano contro: “Basta soldi
a Kiev, ha ragione Vannacci”. Al Senato “strappo” di Borghi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Al via alla Camera il seguito della discussione del disegno di legge (per lo
svolgimento delle dichiarazioni di voto finale, con ripresa televisiva diretta
RAI dei rappresentanti dei gruppi e delle componenti politiche del gruppo Misto,
e per la votazione finale): bilancio di previsione dello Stato per l’anno
finanziario 2026 e bilancio pluriennale per il triennio 2026-2028
L'articolo Legge di Bilancio, il voto finale alla Camera: la diretta tv proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Meno deputati vuol dire meno soldi per gli stipendi. Eppure i costi sulle casse
della Camera non sono diminuiti, anzi. Quella che sembrava essere un’anomalia
adesso sembra essere diventata una vera e propria tendenza. A quattro anni dalla
riforma costituzionale che ha ridotto il numero degli eletti a Montecitorio da
630 a 400, i dati del bilancio della Camera riportano un lieve e costante
aumento rispetto al passato per i conti delle casse pubbliche.
Dai rendiconti ufficiali di Montecitorio, secondo le cifre riportate
dall’agenzia Adnkronos, emerge che nel quinquennio 2017-2021 la spesa annua
complessiva si collocava stabilmente poco sopra il miliardo di euro (circa 1.034
milioni di euro annui in media). Dopo il taglio dei parlamentari e l’inizio
della nuova legislatura, l’andamento complessivo mostra valori più elevati
rispetto al passato: nel periodo compreso tra il 2022 e il 2024 si parla di una
media pari a circa 1.293 milioni di euro. Nel 2024, in particolare, la spesa
complessiva impegnata dalla Camera dei deputati è stata pari a circa 1,26
miliardi di euro. Da segnalare che nell’ultimo anno la spesa riferita alle sole
attività funzionali si è attestata intorno ai 967 milioni di euro: un dato che
nei documenti contabili viene spesso riportato in forma aggregata e che, se non
correttamente qualificato, rischia di essere confuso con il totale della spesa
complessiva.
Resta il fatto che il totale delle spese di Montecitorio non è diminuito dopo il
taglio dei parlamentari. Il motivo? Un esempio significativo è rappresentato
dalla voce relativa al “Contributo unico e onnicomprensivo” destinato ai gruppi
parlamentari, che negli ultimi esercizi risulta sostanzialmente stabile,
attestandosi su quasi 31 milioni. In pratica aver tagliato gli stipendi di 230
deputati non ha fatto scattare in automatico un taglio nella dotazione prevista
ogni anno per i gruppi parlamentari: vuol dire che quindi è aumentata la spesa
pro capite per ogni eletto. Senza la riforma che ha diminuito le poltrone,
dunque, ci sarebbe stato un clamoroso eumento dei costi nei bilanci della
Camera? Risponde affermativamente Filippo Scerra, esponente del Movimento 5
Stelle e questore di Montecitorio. “Se non ci fosse stato il taglio dei
parlamentari, oggi la spesa complessiva sarebbe stata più elevata. La riforma ha
infatti inciso direttamente su una specifica voce di bilancio, determinando una
riduzione di circa 50 milioni di euro, legata al venir meno delle indennità dei
parlamentari non più in carica”, dice. “È vero – prosegue Scerra – che altre
voci di spesa hanno seguito l’andamento dell’inflazione e hanno contribuito a
far crescere i conti complessivi, in particolare nel biennio 2021-2022.
Tuttavia, se si guarda alle spese di funzionamento, emerge un quadro di
sostanziale contenimento dei costi. In questo senso, al netto degli effetti
inflattivi su alcune componenti, il taglio dei parlamentari ha comunque prodotto
una riduzione effettiva della spesa“. La pensa allo stesso modo Paolo
Trancassini, questore di Fratelli d’Italia: “Nonostante l’impatto
dell’inflazione e una serie di aumenti generalizzati, la spesa complessiva è
rimasta sostanzialmente invariata. Questo dato evidenzia una gestione attenta e
virtuosa delle risorse”, dice l’esponente del partito di maggioranza, facendo
notare come nel frattempo la Camera “abbia anche ripreso a effettuare assunzioni
che mancavano da anni”. E, nonostante ciò, “i costi complessivi non hanno
registrato incrementi significativi“.
Diverso il quadro al Senato. Al netto dell’inflazione, il saldo complessivo
delle spese previste per il 2025 resta invariato rispetto a quello del 2024. La
dotazione richiesta per il prossimo anno è di importo identico a quella del 2011
e ammonta a 505 milioni di euro. Anche per il 2025, come già avvenuto nel
periodo 2012-2024, la dotazione del Senato risulta ridotta di 21,6 milioni di
euro rispetto al 2011, per una contrazione complessiva, dall’inizio della scorsa
legislatura, di quasi 302,4 milioni. Dalle carte approvate dall’Aula a metà
dicembre emerge inoltre una riduzione delle spese di funzionamento di Palazzo
Madama, pari a poco meno dell’1% rispetto all’anno precedente. Dal 2012 a oggi,
il carico finanziario del Senato sulla finanza pubblica risulta ridotto
complessivamente di circa 460,5 milioni di euro. Un risultato ottenuto non solo
grazie al taglio strutturale della dotazione annua di 21,6 milioni per
quattordici anni consecutivi, ma anche attraverso risparmi aggiuntivi. La
riforma del taglio dei parlamentari ha portato a 200 i posti per gli eletti a
Palazzo Madama, rispetto ai 315 originari. Dal rendiconto del 2024 di Palazzo
Madama emerge che la spesa complessiva per quell’anno si è fermata a
495.368.972,44 euro.
L'articolo Meno deputati, ma alla Camera aumentano i costi. M5s: “Senza il
taglio degli eletti spesa molto più elevata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Voi vi vergognate di essere italiani e occidentali”. Lo ha detto Galeazzo
Bignami, capogruppo di FdI, rivolgendosi all’opposizione, durante il suo
intervento nell’aula della Camera. “Andate in giro per il Medio Oriente e dite
che è per rispetto che mettete il velo. Non è rispetto. Rispetto è quello che ha
mostrato Giorgia Meloni senza mettersi veli e burqa. La vostra è sottomissione”.
L’intervento infuocato di Bignami ha scatenato la bagarre a Montecitorio, ieri.
Dalle opposizioni, soprattutto dal Pd, le urla ironiche dirette ai banchi di
FdI: “Foti, Foti”. Vale a dire: era meglio il capogruppo di prima, Tommaso Foti,
attuale ministro per gli Affari europei.
L'articolo Bignami alle opposizioni: “Vi vergognate di essere italiani”. Bagarre
alla Camera e urla ironiche: “Foti, Foti” – Video proviene da Il Fatto
Quotidiano.