A urne ancora aperte c’è un primo dato molto particolare che arriva dal Veneto.
Alle 23 il voto per il referendum “batte” quello per i deputati. In 126 comuni
di Rovigo e Padova si vota infatti anche per le suppletive alla Camera nel
collegio uninominale 2-01, che comprende l’intera provincia di Rovigo e 35
comuni di Padova, e e nel collegio 2-02, che comprende 41 comuni padovani. Si
vota per eleggere due deputati per riempire i posti lasciati liberi dal
presidente della Regione Alberto Stefani e dal suo assessore Massimo Bitonci. E
domenica sera, in questi comuni, l’affluenza è stata più alta per il quesito
sulla riforma costituzionale, con uno scarto medio di oltre sei punti. Un dato
che fa presupporre che molti veneti si sono recati ai seggi senza ritirare la
scheda elettorale per le suppletive.
Guardando l’affluenza nei centri principali, emerge come nel capoluogo polesano
la partecipazione al quesito referendario alle 23 sia arrivata al 49,85% contro
il 45,58% delle suppletive. Ad Adria (Rovigo) vota per il referendum il 47,76%
degli elettori contro il 42,42% alle suppletive. Nel Padovano, a Selvazzano
Dentro vota il 55,51% contro il 52,12% delle suppletive. I candidati nel
collegio rodigino sono il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba, Giacomo
Bovolenta di Italia Viva per il centrosinistra (senza M5s) e Giuseppe Padoan di
Italia Resiste Libera. Nell’altro collegio sono in corsa Giulio Centenaro (Lega)
per il centrodestra, Antonino Stivanello per Pd, Iv e Avs, Andrea Paccagnella
(Ora) e Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia.
L'articolo In Veneto il voto per il referendum batte quello per le suppletive
alla Camera: l’affluenza alle 23 è più alta di 6 punti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Camera dei deputati
A volte ritornano. E questa volta lo fanno in uno dei luoghi simbolo della
democrazia italiana: la Camera dei Deputati. Protagonisti, ancora una volta, gli
esponenti del movimento politico “L’Altra Italia”, già finito al centro
dell’inchiesta “Candidopoli”, una vicenda che nel 2021 scosse profondamente il
sistema elettorale locale. L’operazione, condotta nel settembre di quell’anno
dai finanzieri del comando provinciale di Padova e coordinata dalla Procura di
Rovigo, portò alla luce un meccanismo tanto semplice quanto controverso: la
candidatura, a loro insaputa, di ignari cittadini in piccoli comuni italiani con
meno di mille abitanti, dove la normativa consente la presentazione delle liste
senza raccolta firme. L’inchiesta sfociò in sette misure cautelari. Tra i
destinatari, il fondatore e segretario nazionale Mino Cartelli, posto agli
arresti domiciliari, e il suo stretto collaboratore Franco Merafina. Entrambi
sono tuttora a processo davanti al Tribunale di Rovigo per reati in materia
elettorale, con particolare riferimento al testo unico che disciplina la
composizione e l’elezione degli organi delle amministrazioni comunali.
Nonostante il procedimento giudiziario ancora in corso, Cartelli e Merafina sono
riapparsi sulla scena politica sotto una nuova veste: il partito “Sovranisti per
l’Italia”. Un cambio di nome che, tuttavia, non sembra segnare una reale
discontinuità, né sul piano politico né su quello organizzativo. Le cariche
interne, infatti, restano sostanzialmente le stesse: Cartelli è segretario
nazionale, mentre Merafina ricopre il ruolo di segretario regionale per la
Puglia. Alla presidenza figura Saverio Siorini, esponente già vicino al vecchio
movimento ma non coinvolto nell’inchiesta. È in questo contesto che si inserisce
la recente partecipazione dei due alla costituzione del “Comitato per il Sì” in
vista del referendum, ospitata il 5 marzo scorso nella sala stampa della Camera
dei Deputati. L’invito è arrivato da Erica Mazzetti, deputata di Forza Italia.
L’incontro ha sancito un accordo tra il Partito Liberale Italiano e l’Unione
Liberale, successivamente esteso anche al nuovo soggetto politico guidato da
Cartelli.
A suggellare l’iniziativa, anche un plauso politico di rilievo: nella nota
stampa diffusa al termine dell’evento si legge infatti dell’“apprezzamento” di
Arianna Meloni, figura di primo piano di Fratelli d’Italia. La presenza di
esponenti ancora sotto processo per vicende direttamente connesse al sistema
elettorale in un luogo istituzionale così rilevante riaccende inevitabilmente il
dibattito sull’opportunità e sui criteri di accesso agli spazi della politica.
Non è la prima volta, del resto, che la sala stampa della Camera si trova al
centro di polemiche. Solo il 30 gennaio 2026, infatti, era stata teatro di forti
tensioni, culminate nell’occupazione da parte di deputati di opposizione – dal
Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, passando per Alleanza Verdi e
Sinistra e +Europa – per impedire una conferenza stampa organizzata dal leghista
Domenico Furgiuele insieme a esponenti di movimenti di estrema destra.
Il caso “Candidopoli” aveva suscitato a suo tempo un’indignazione trasversale,
unendo per una volta maggioranza e opposizione. Determinante fu anche il
contributo mediatico di Striscia la Notizia, che con l’inviato Pinuccio portò
alla luce le testimonianze di cittadini inconsapevoli di essere stati inseriti
in liste elettorali in località remote del Paese. Sull’onda dello scandalo, la
Lega propose una riforma normativa per colmare il vuoto legislativo sfruttato
dal sistema. La proposta, con relatrice Daisy Pirovano, prevedeva l’introduzione
di un numero minimo di sottoscrizioni anche nei piccoli comuni: tra 15 e 30
firme per quelli tra 751 e 1000 abitanti, tra 10 e 20 per quelli tra 501 e 750,
e almeno 5 firme per i centri sotto i 500 abitanti. Una riforma che, tuttavia,
non ha mai completato il suo iter parlamentare, lasciando di fatto invariato il
quadro normativo. E così, a distanza di anni, il rischio di liste “fantasma”
resta concreto, così come la possibilità che simili pratiche possano ripetersi.
Nel frattempo, la politica sembra aver già riaccolto alcuni dei protagonisti di
quella stagione controversa. E il ritorno sulla scena istituzionale, proprio nel
cuore del Parlamento, riapre interrogativi mai del tutto sopiti sulla
trasparenza, la credibilità e le regole del gioco democratico in Italia.
L'articolo A processo per le liste elettorali false, tornano in campo per il Sì
al referendum (e i partiti di governo “apprezzano”) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Non si può continuare a rischiare la vita ogni giorno, sette giorni su sette e
niente riposi, per due euro e cinquanta a consegna. Vogliamo un contratto vero“.
Alla Camera dei deputati arriva la protesta dei rider, da giorni in
mobilitazione insieme al sindacato Usb, per rivendicare l’assunzione di tutti i
lavoratori, il riconoscimento della subordinazione e l’applicazione del
contratto Ccnl Logistica, trasporto merci e spedizioni. Ovvero, “lo stesso
inquadramento dei driver di Amazon, Gls, Brt, perché a uguale lavoro devono
corrispondere stesse tutele, diritti e salario”, spiega Elena Lott, di Slang
Usb.
Così, nel corso della conferenza “Emergenza rider, lavoro vero contratto vero!”,
organizzata su iniziativa della deputata M5S Valentina Barzotti e moderata da
Roberto Rotunno, giornalista del Fatto Quotidiano, a raccontare le proprie
storie sono stati diversi lavoratori, come i rider Josè Antonio Gamboa Roca e
Ilenia Berra. “Non chiediamo favori, ma dignità del lavoro“, spiegano, di fronte
a salari da fame, scarsa sicurezza e diritti negati.
“I rider consegnano ogni giorno nel traffico delle grandi città, in condizioni
climatiche avverse ed estreme, giorno e notte, con mezzi interamente a loro
carico e senza adeguati dispositivi di protezione individuale. La bicicletta, lo
scooter o la macchina usati per le consegne non sono un dettaglio: sono il primo
strumento di protezione. Se il mezzo è precario, se la paga è bassa, se la
manutenzione grava sul lavoratore, se la corsa contro il tempo per ottenere la
consegna successiva diventa la regola, allora il rischio viene strutturalmente
scaricato su chi lavora, mettendo a repentaglio la loro vita”, denuncia Usb.
E la conferma arriva dalle storie dei lavoratori: “Siamo in 40mila, molti rider
sono immigrati. La competitività è alta non tanto tra noi lavoratori, ma con
l’algoritmo. Perché dobbiamo stare al passo delle richieste. Questo sforzo porta
a un facile esaurimento delle risorse psichiche e fisiche. Pedalando ogni giorno
per sei ore sulla bici muscolare, sette giorni su sette, io ho rischiato un
ictus. Ho avuto un’aritmia, ho dovuto chiedere soccorso e venire sottoposta a
due procedure chirurgiche d’urgenza. Questo non è lavoro, è un sistema
infernale“, denuncia Berra.
Tutto mentre la Procura di Milano con le sue inchieste ha scoperchiato un
sistema evidente di sfruttamento: “I commissariamenti per caporalato non sono
episodi marginali: sono la fotografia di un modello fondato su sfruttamento,
precarietà e negazione sistematica di diritti. I rider hanno lavorato per anni
come finte partite Iva, ricevendo compensi insufficienti, senza tutele piene,
con il costo del mezzo e della sicurezza scaricato sulle loro spalle. La
retorica dell’autonomia e del “lavoretto” occasionale è servita a lungo ad
abbattere il costo del lavoro, ma oggi è ormai caduta”, ricorda Usb.
“A seguito dei gravissimi episodi di cronaca che sono emersi e che hanno
riguardato le società Glovo e Deliveroo – ha spiegato la parlamentare M5s e
componente della Commissione Lavoro, Barzotti – abbiamo scelto di mettere i
riflettori su questa situazione e cercare di sensibilizzare il governo
nell’ottica di recepire la direttiva comunitaria, in modo da garantire la
subordinazione di questi lavoratori. È evidente che nell’attività dei
ciclofattorini del food delivery non c’è nessuna libertà, nessuna autonomia di
questi lavoratori che lavorano in situazioni di assoluta precarietà, a rischio
salute e sicurezza sul lavoro. Ma su questo la ministra del Lavoro Elvira
Calderone non sta proferendo una parola”.
“Queste società sono disinteressate alle leggi, arrivano e sfruttano”, ha
spiegato l’avvocata giuslavorista Giulia Druetta, da anni impegnata in diverse
cause che hanno visto come protagonisti i rider. “Bisogna far rispettare le
leggi. E dopo che per tanti anni la politica si è fatta scavalcare dalla
magistratura che è stata l’unica a intervenire per garantire tutele e diritti,
adesso sono il governo e la politica a dover intervenire: la direttiva va
recepita e non in senso peggiorativo: insieme ai rider ci batteremo per
l’applicazione del contratto della logistica e affinché vengano dotati di un
mezzo di lavoro sicuro”, conclude l’avvocata.
L'articolo “Con 2,50 a consegna dobbiamo pagare tasse e affitto: così rischiamo
la vita ogni giorno”, alla Camera le voci dei rider. Usb e M5s: “Subito
contratto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
In diretta dall’Aula della Camera le Comunicazioni del Governo sulla richiesta
di aiuti dai Paesi del Golfo e sulla situazione in medio oriente
L'articolo Iran, le comunicazioni dei ministri Crosetto e Tajani in Parlamento:
segui la diretta proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Camera dei deputati affonda definitivamente la proposta delle opposizioni
sulla settimana lavorativa da 32 ore, anziché 40: la cosiddetta settimana corta
a parità di salario. Con parere favorevole del governo è stato approvato
l’emendamento soppressivo della proposta di legge di Avs, M5s e Pd: primo
firmatario Nicola Fratoianni insieme ai tre leader Giuseppe Conte, Angelo
Bonelli e Elly Schlein. La proposta prevede l’introduzione di una
sperimentazione triennale affidata alla contrattazione. I favorevoli
all’emendamento per cassare la proposta (che recepiva il parere contrario della
commissione Bilancio sul testo) sono stati 132, 90 i no e 9 gli astenuti. Già il
12 febbraio la proposta era stata rimandata in Commissione. Secondo il Censis,
il 71% dei lavoratori è favorevole alla riduzione del tempo di lavoro a 4 giorni
settimanali, perché ci sarebbero le condizioni tecnologiche ed economiche. Il
dato è emerso dal nono rapporto con Eudaimon sul welfare aziendale, pubblicato
il 24 febbraio.
Il capogruppo del M5S in commissione Lavoro Dario Carotenuto attacca il governo:
“Siamo davanti a un copione che abbiamo già visto. Sul salario minimo, sui
congedi paritari. Ora tocca alla ‘settimana corta’, affossata, ancora una volta,
con un emendamento soppressivo senza alcuna discussione di merito. Questo è un
calcio al futuro del Paese, significa rinnegare i dati e voltare le spalle a
esperienze che arrivano da tutto il mondo nonché da aziende italiane che già la
stanno testando. Paesi come Islanda, Spagna e Giappone hanno avuto il coraggio
di sperimentare modelli diversi, scoprendo che lavorando meno si può produrre di
più. Il 70% degli italiani è favorevole alla riduzione dell’orario di lavoro a
parità di salario”.
Fratelli d’Italia con Walter Rizzetto ha ribadito a Montecitorio l’assenza di
coperture, soprattutto per le ricadute della norma sui dipendenti pubblici: “In
seno alla pdl non c’è una espressa esclusione della pubblica amministrazione.
Quindi la settimana corta si applicherebbe anche a tutta la Pa, con ricadute
certamente pesanti perché avrebbe un fabbisogno aggiuntivo di personale è questo
potrebbe essere un primo grosso problema”.
L'articolo Settimana corta a parità di salario, la Camera affossa la proposta
delle opposizioni per mancanza di coperture proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il copione sembra essere sempre lo stesso. Come per il salario minimo la destra
prima storce il naso e tira fuori possibili criticità, poi butta la palla in
tribuna. Questa volta tocca alla proposta di legge unitaria delle opposizioni
sul congedo parentale paritario, una norma che punta a equiparare i mesi
previsti per le madri e i padri e portarlo dall’80 al 100%.
IL TESTO IN AULA SENZA MANDATO AL RELATORE
La proposta di legge a prima firma Elly Schlein e sottoscritta da tutti i leader
delle opposizioni è stata adottata, un mese fa, come testo base dal comitato
ristretto della Commissione Lavoro della Camera. Poi però la maggioranza ha
stabilito di acquisire una relazione della Ragioneria sui costi della proposta.
Secondo la destra l’impatto potrebbe essere di circa 3 miliardi l’anno. Dopo
alcune settimane però il presidente della commissione Walter Rizzetto (di
Fratelli d’Italia) ha comunicato che – mancando ancora la relazione tecnica del
Mef sull’impatto del provvedimento – non c’erano le condizioni per votare gli
emendamenti e il provvedimento sarebbe andato direttamente in Aula a
Montecitorio per la discussione generale senza mandato al relatore. Una
decisione che ha provocato la dura reazione delle opposizioni convinte che
l’obiettivo della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni sia
quello di bloccare il testo utilizzando la questione delle coperture. Va tenuto
conto che con la volontà politica le coperture possono essere trovate:
considerando che il mini taglio Irpef previsto nella legge di Bilancio (che
porterà ai contribuenti vantaggi limitati) ha un costo per le casse dello Stato
simile, poco meno di 3 miliardi di minori entrate.
M5S: “LA DESTRA STA SABOTANDO QUESTA LEGGE”
Venerdì così è iniziata alla Camera la discussione generale sulla proposta di
legge unitaria delle opposizioni e le opposizioni sono tornate all’attacco:
l’accusa è quella di voler rinviare sine die il testo utilizzando la questione
delle coperture ma senza dichiararlo chiaramente. Duro l’intervento della
deputata M5s Valentina Barzotti che, tra l’altro, ha reso noto di essere
incinta. “Non è un fatto meramente burocratico, un inciampo tecnico: abbiamo
fatto una proposta di buon senso, di civiltà e ci troviamo in Aula dopo una
discussione surreale in commissione perché mancava la relazione tecnica della
Ragioneria” con “il Parlamento che è bloccato a causa del governo su una
proposta di civiltà”. “Questo è un fatto politico limpido: la maggioranza – ha
aggiunto Barzotti – sta sabotando questa legge che interviene sulla
discriminazione di genere: questa proposta oggi qui muore in questa discussione
generale. Il re è nudo e siamo sempre davanti alla solita becera propaganda
rispetto a uno squilibrio strutturale che riguarda le donne” al quale non si
vuole mettere mano.
PD: “PRECISA SCELTA POLITICA DELLA MAGGIORANZA”
“Voi buttate la palla in tribuna – ha sottolineato il capogruppo Pd in
commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto – questa non è una tecnica, è una
precisa scelta politica di non rispondere a un grande problema sociale. Lo avete
già fatto sul salario minimo, sulla settimana corta“. “Questa legge – ha detto
Franco Mari di Avs – segnerebbe uno scatto ma il punto, per voi, è che le
opposizioni non devono produrre norme non devono assolutamente modificare
proposte di maggioranza con emendamenti, non devono perché deve essere tutto
plasticamente proveniente dalla maggioranza e del governo” e dunque “dite no a
norme moderne di giustizia“. “Voi sperate che finisca qui – ha concluso Mari –
ma qui è la miopia: queste proposte nascono fuori di qui e se si affossano qui
tornano fuori di qui: le forze di opposizione le assumono come proprie e da
domani questo diventa un altro elemento dell’agenda politica alternativa di
questo Paese”.
COSA PREVEDE LA PROPOSTA
La proposta di legge “intende sanare un grave vulnus del nostro ordinamento, un
elemento di forte e non tollerabile discriminazione, indegna di un Paese che
voglia davvero dirsi civile ed egualitario”, si legge nel testo introduttivo.
Viene prevista l’introduzione di un congedo paritario tra padre e madre,
“incrementando la durata del congedo di paternità dagli attuali dieci giorni a
cinque mesi“. In particolare, al padre lavoratore, nell’intervallo di tempo che
intercorre tra il mese antecedente la data presunta del parto e i diciotto mesi
successivi, viene riconosciuto il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo
non superiore a cinque mesi, di cui quattro obbligatori. Dei quattro mesi di
congedo obbligatori, si legge ancora, dieci giorni devono essere fruiti dal
padre subito dopo la nascita della bambina o del bambino congiuntamente con la
madre, mentre i restanti giorni possono essere fruiti, anche in modo frazionato,
nel medesimo arco di tempo, previa comunicazione al datore di lavoro.
Attualmente nel nostro ordinamento vi è una differenza tra congedo obbligatorio
e congedo parentale. Il primo è un periodo di astensione dal lavoro
obbligatorio, che attualmente ha una durata diversa tra la madre e il padre: per
le donne, il congedo di maternità dura cinque mesi, da modulare prima e dopo il
parto, con un’indennità pari all’80 per cento della retribuzione, che è erogata
dall’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e anticipata dal datore
di lavoro. Per gli uomini, invece, il congedo di paternità obbligatorio è di
soli dieci giorni, non necessariamente consecutivi e retribuiti al 100 per
cento. La proposta prevede anche di rendere questo periodo di astensione dal
lavoro pienamente retribuito per entrambi i genitori. Gli obiettivi della
proposta, di legge nel testo, sono quelli di “contrastare la crisi della
natalità, di favorire l’occupazione femminile, la qualità della vita dei bambini
e dei genitori e le relazioni familiari. Tutto ciò volto a una redistribuzione
del carico di cura all’interno della famiglia”. Non solo sostegno alle madri e
tutela della loro carriera professionale ma anche un modo per garantire “ai
padri la possibilità di essere più vicini ai propri figli durante i loro primi
mesi di vita”.
L'articolo Congedo parentale uguale per madri e padri, il testo arriva alla
Camera senza mandato al relatore. Le opposizioni: “Stanno sabotando la proposta”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Scoraggiare i cambi di casacca dei deputati riducendo anche la “convenienza
economica” per un gruppo parlamentare ad acquisire nuovi membri. È questa una
delle principali novità del nuovo regolamento della Camera dei deputati che ha
ottenuto il via libera dell’Aula di Montecitorio con 249 voti a favore, 33
astenuti e nessun contrario. Una riforma che che modifica oltre 70 articoli su
154 e che il presidente della Camera Lorenzo Fontana definisce di “valore
storico” perché, assicura, “darà una svolta ai lavori parlamentari”.
LE NOVITÀ
Oltre alle norme che penalizzano i cambi di casacca, tra le alte novità ci sono:
il superamento delle 24 ore che devono trascorrere dall’apposizione della
questione fiducia al suo voto ed entra formalmente nel regolamento il codice di
condotta dei deputati (approvato in via sperimentale nel 2016 dall’apposita
giunta) che prevede una serie di obblighi di trasparenza per gli eletti. Viene
anche parzialmente rivista la disciplina delle commissioni e dei gruppi
parlamentari e si introduce espressamente la possibilità di attivare una
funzione di valutazione delle politiche pubbliche da parte degli organi della
Camera. Si introduce anche la possibilità di contingentare i tempi per i decreti
legge quando il Governo non pone la questione di fiducia. Un emendamento,
quest’ultimo, che ha provocato l’astensione dei deputati del Movimento 5 stelle.
SCORAGGIARE I CAMBI DI CASACCA
Una delle grandi novità riguarda le regole pensate per penalizzare i cambi di
casacca facendo leva sui contributi economici e gli incarichi. Un argomento
sempre molto dibattuto: anche di recente, considerando il passaggio di tre
deputati (due leghisti e un ex Fdi) al nuovo partito del generale Roberto
Vannacci. Ogni gruppo parlamentare, infatti, ha dei contributi in base al numero
degli iscritti: dal 2027 se un deputato cambierà partito non trasferirà più al
nuovo gruppo interamente la sua quota ma solo un 50%, l’altra metà resterà al
gruppo di provenienza. Fino a oggi, invece, vi è stata anche una convenienza
economica ad acquistare deputati transfughi. Adesso il vantaggio ci sarà sempre
ma sarà ridotto. Un’altra regola prevede la decadenza da pressoché tutte le
cariche – con l’eccezione del presidente della Camera – ricoperte nell’ufficio
di presidenza e in quello delle commissioni.
IL CODICE DI CONDOTTA
Il Codice di condotta dei deputati diventa a tutti gli effetti parte del
regolamento della Camera, formalizzando una serie di doveri per gli eletti una
volta varcata la soglia di Montecitorio. Tra questi, l’obbligo di “dichiarare le
proprie attività patrimoniali e finanziarie“, di indicare le “liberalità”
ricevute anche dai propri Comitati quando superano i 5mila euro l’anno, divieto
di accettare “doni o benefici analoghi” del valore superiore a 250 euro. Con la
riforma è stato inserito nell’articolo 16-ter, con l’esplicita previsione del
Comitato consultivo sulla condotta dei deputati, un organismo già presente (lo
presiede il deputato di Fdi Riccardo Zucconi) ma da qui destinatario di una
investitura formale completa. Inglobare il codice di condotta nel regolamento
era una raccomandazione del Greco (Group of States against corruption). Un
capitolo, il VII, è dedicato alle “Sanzioni“. Si legge che “della mancata
osservanza delle disposizioni del codice di condotta, come accertata dal
Comitato consultivo sulla condotta dei deputati, è dato annuncio all’Assemblea
ed è assicurata la pubblicità sul sito internet della Camera dei deputati”. Di
fatto, nessuna sanzione in senso stretto del termine. Solo l’applicazione del
principio di trasparenza sulle eventuali violazioni dei deputati.
L’ASTENSIONE DEL M5S
Unico gruppo ad astenersi nel voto finale è stato il Movimento 5 stelle. “A
malincuore“, ha detto la deputata M5s Valentina D’Orso nella dichiarazione di
voto perché, ha aggiunto “è giusto anche riconoscere che il Movimento 5 Stelle è
forse il gruppo che ha visto recepire il maggior numero delle proposte
emendative presentate in questo lungo percorso riformatore”. La decisione di
astenersi è maturata a causa di un emendamento presentato dalla deputata di Fdi
Sara Kelany che introduce la possibilità di contingentamento dei tempi in Aula
anche per l’esame dei decreti legge: “Francamente ci è sembrato di subire quasi
un ricatto da parte del Governo. Come se il Governo venisse a sedersi e dicesse:
caro Parlamento, io non metto la questione di fiducia, ma tu comprimi il
dibattito parlamentare, quasi che esaminare un decreto-legge senza fiducia sia
una gentile concessione del Governo”, ha affermato D’Orso. “Questo emendamento,
secondo noi, tradisce quel principio ispiratore che doveva guidarci in tutto il
percorso di riforma del Regolamento ed è una ferita che, unita ad altre molto
più lievi, che però hanno l’effetto di comprimere il dibattito parlamentare e
che ci spinge ad esprimerci, a malincuore, con un voto di astensione”, ha
concluso.
L'articolo Penalizzati i cambi di casacca e codice di condotta formalizzato:
cosa prevede il nuovo regolamento della Camera proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’approdo in aula alla Camera del decreto Milleproroghe è slittato a venerdì 20
febbraio causa ritardo nel deposito degli emendamenti. Le modifiche approvate
nelle ultime ore prolungano la vita di alcune misure di sostegno occupazionale
in vigore da anni e finora sempre confermati.
Il testo modificato prevede tra il resto una mini-proroga di 4 mesi per i bonus
per le assunzioni di giovani e di lavoratori impiegati nella Zes e una proroga
di un anno per il bonus donne, ma con una riduzione della percentuale di
decontribuzione. Il bonus giovani e il bonus Zes Mezzogiorno-Zes Unica vengono
estesi fino al 30 aprile 2026, con la decontribuzione per i datori di lavoro che
assumono under35 che resta al 100% solo se le assunzioni comportano un
“incremento occupazionale netto”, altrimenti scende al 70%. Al contrario il
bonus donne viene mantenuto senza modifiche e prorogato di un anno fino al 31
dicembre 2026.
Secondo un altro emendamento dei relatori si potrà accedere alla mobilità in
deroga anche per il 2026 nei casi di crisi industriali complessa. La Cgil e le
opposizioni avevano denunciato che la legge di Bilancio 2026 non l’aveva
rifinanziata. Le imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa
potranno accedere al Fondo sociale per occupazione e formazione, su cui l’ultima
manovra ha stanziato 100 milioni di euro per l’anno 2026, per l’integrazione
salariale straordinaria, sino al limite massimo di 12 mesi per ciascun anno di
riferimento. Secondo Marina Calderone, ministra del Lavoro e delle Politiche
sociali, la misura è “assicura un quadro di tutele completo per i lavoratori e
le imprese, offrendo un supporto adeguato alle realtà produttive coinvolte nei
processi di riorganizzazione o crisi”.
Nel nuovo testo è previsto anche, tra le nuove disposizioni, il rinvio al primo
gennaio 2027 dell’obbligo per chiunque assuma un incarico che comporti la
gestione di risorse pubbliche sottoposte alla giurisdizione della Corte dei
conti di stipulare, prima dell’assunzione dell’incarico, una polizza
assicurativa a copertura dei danni patrimoniali causati per colpa grave.
Prorogata poi la validità delle tariffe Tari dei Comuni comunicate in ritardo al
Mef.
Riccardo Magi, segretario di +Europa, festeggia anche l’approvazione di un suo
emendamento che proroga il termine di conclusione dei lavori degli interventi
finanziati dal Pnrr per opere pubbliche di messa in sicurezza degli edifici e
del territorio, tra cui interventi sul rischio idrogeologico, su strade, ponti e
viadotti e sull’efficientamento energetico degli edifici, con priorità per
l’edilizia scolastica. “La proroga consente di garantire la piena ed efficace
realizzazione delle opere e di salvaguardare l’interesse pubblico, senza
introdurre nuovi o maggiori oneri”.
Un emendamento riformulato che prevede che gli atenei telematici dovranno
continuare a far svolgere agli studenti esami e sessioni di laurea in presenza.
Faranno eccezione solo gli studenti stabilmente impegnati all’estero in Stati
che partecipano al Piano Mattei e quelli coinvolti in temporanee situazioni
emergenziali connesse a conflitti bellici: per loro l’obbligo di fare gli esami
in presenza scatterà dall’anno accademico 2026/27. Le medesime eccezioni
varranno anche per gli atenei tradizionali. La proposta originaria di Forza
Italia, a prima firma Bergamini, faceva slittare, di un anno, al 2026/27,
l’obbligo degli esami in presenza per le università telematiche, mentre la
riformulazione attuale fa slittare l’obbligo “limitatamente alle verifiche di
profitto e all’esame finale degli studenti stabilmente impegnati all’estero in
Stati che partecipano al Piano Mattei e di quelli coinvolti in temporanee
situazioni emergenziali connesse a conflitti bellici”.
L'articolo Decreto Milleproroghe, un altro anno per il bonus donne e 4 mesi per
le assunzioni di giovani e nella Zona economica speciale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Massimo Arcangeli*
Il 29 gennaio scorso vengo invitato con un messaggio via WhatsApp da Ornella
Giulivo, portavoce di un neonato Movimento per la scuola, a un convegno, che si
sarebbe dovuto tenere presso la Sala Matteotti della Camera dei Deputati, dal
titolo “Inclusione e formazione. La scuola come presidio costituzionale di
diritti, equità e cittadinanza attiva” (9 febbraio), temi a me particolarmente
cari sia sotto il profilo dell’impegno scientifico sia nelle sue ricadute
didattiche, perché potessi tirare le fila sugli interventi previsti. Il convegno
era stato organizzato da Marco Cerreto, deputato di Fratelli d’Italia, e
prevedeva la partecipazione, oltreché di vari addetti ai lavori, di altri
esponenti parlamentari dell’attuale maggioranza di governo: Pino Bicchielli
(Forza Italia), Grazia Di Maggio (Fratelli d’Italia), Letizia Giorgianni
(Fratelli d’Italia), Annarita Patriarca (Forza Italia).
Accetto l’invito, e alle ore 8.00 di lunedì 2 febbraio mi arriva via mail la
locandina definitiva della manifestazione. Alle 12.21 di quel lunedì Ornella
Giulivo mi invia un altro messaggio WhatsApp in cui mi dice che ha bisogno di
sentirmi urgentemente e quando ci sentiamo mi comunica che il promotore
dell’evento, e la sua parte politica, non gradiscono la mia presenza e aggiunge
che vorrebbero da me un “passo indietro”.
Mi rifiuto di sottostare a una richiesta così indecente, ancor più irricevibile
per chi, ai temi di cui parliamo, di cui ha improntato a fondo il suo lavoro
anche nell’aula universitaria, ha dedicato numerosi saggi e articoli
scientifici, e la risposta di Fratelli d’Italia, che arriva sempre il 2
febbraio, è l’annullamento della manifestazione. Cerreto comunica di non poter
più partecipare (questa la motivazione: “impossibilitato ad essere presente a
Roma per motivi personali, pertanto sono costretto ad annullare il convegno di
cui sono il promotore”), e la sala della Camera in cui l’evento si sarebbe
dovuto svolgere non può perciò più essere utilizzata.
Si cerca a quel punto un’altra sede, e io stesso mi adopero per trovarne una. Si
dichiara disponibile ad accogliere la manifestazione Cristina Costarelli,
dirigente dell’istituto tecnico industriale romano “Galileo Galilei”, e si
allestisce una nuova locandina, che ricevo alle 18.20 di mercoledì 4 febbraio,
in cui, defilatesi anche Grazia Di Maggio e Letizia Giorgianni, compaiono
comunque ancora i nomi di Pino Bicchielli e Annarita Patriarca.
Giovedì 5 febbraio Ornella Giulivo mi comunica l’annullamento dell’incontro
perché, per “disposizioni dall’alto”, si sono nel frattempo tirati indietro
anche i due parlamentari di Forza Italia. Con loro ha dato altresì disdetta
Sonia Bicchielli, che era anche una delle due moderatrici del Convegno.
Venerdì 5 febbraio, sulla pagina Facebook del “Movimento Ordinaristi DS 2023”
viene così postato questo messaggio: “Con estremo dispiacere ma con profonda
consapevolezza di non averne responsabilità diretta, comunichiamo l’annullamento
dell’Evento che ci vedeva impegnati in un’azione importante di divulgazione ed
informazione.
Evidentemente queste azioni sono temute o peggio ancora non sono
previste come espressione di un libero pensiero. Ogni azione sarà prontamente
comunicata. Grazie a tutti”.
Game over.
Siamo sempre più in odor di regime.
*docente universitario e linguista
L'articolo “Mi invitano e poi fanno saltare il convegno su scuola e diritti alla
Camera: per FdI sono persona non gradita” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I parlamentari passati con Roberto Vannacci sono alla ricerca di un simbolo
presentato alle scorse elezioni per costituire una componente autonoma nel
gruppo Misto. Un escamotage che permetterebbe al neonato partito Futuro
nazionale di incassare i contributi della Camera che, nel loro caso,
ammonterebbero a circa 100mila euro all’anno. In pole position per questo
accordo c’è Mario Adinolfi in contatto con i tre deputati vannacciani per
mettere a disposizione il simbolo del Popolo della famiglia.
La notizia è stata anticipata dal Corriere ed è confermata dallo stesso
Adinolfi: “C’è un dialogo aperto, ho avuto conversazioni con parlamentari di
Vannacci. Il simbolo è noto, è stato presentato alle elezioni del 2018 e del
2022. La presenza di un simbolo che si è presentato alle elezioni precedenti
garantisce il riconoscimento come componente del gruppo Misto, e anche il
riconoscimento in termini di contributi. Stiamo discutendo dei dettagli di
questo passaggio. Comunque il rapporto con Vannacci non è episodico ma
consolidato dalle esperienze recenti insieme alle Regionali”, dice il fondatore
del Popolo della famiglia.
Secondo il regolamento di Montecitorio, infatti, per formare componenti
all’interno del Misto servono almeno tre parlamentari e un simbolo che già è
stato presente nella scheda elettorale della elezioni Politiche. Un numero sul
quale Futuro Nazionale può già contare grazie all’ingresso dell’ex Fdi Emanuele
Pozzolo e dei due ex leghisti RossanoSasso e EdoardoZiello. In caso di
riconoscimento la Camera darebbe un contributo annuo per le attività politiche
di circa 33mila euro a parlamentare. Un espediente già utilizzato in passato:
“Lo fece a suo tempo anche Matteo Renzi quando nacque Italia viva: per creare
una componente usò il simbolo del Partito socialista italiano”, ricorda
Adinolfi, sottolineando che con Roberto Vannacci c’è già stata una
“collaborazione alle Regionali in Toscana e in Emilia Romagna, dove il gruppo
consiliare si chiama Lega-Popolo della famiglia. È una collaborazione non
improvvisata per questa vicenda”. L’ottenere il simbolo in prestito potrebbe
essere utile anche in fase di raccolta firme per la presentazione delle liste
elettorali alle prossime politiche, almeno con questa legge elettorale.
Adinolfi si spinge anche a rilanciare una suggestione: l’idea di un tridente
politico con Roberto Vannacci e Fabrizio Corona. “Non era una boutade”, tiene a
precisare: “Sono assolutamente convinto che Corona sarebbe una ricchezza per il
sistema politico, che abbia voglia di fare politica. Mettere insieme persone con
un grande ego, e non escludo il mio, è difficilissimo. Credo però – aggiunge –
che sia intelligente capire che Corona ha un consenso molto ampio in un ambito,
io ho una radice con il mondo cattolico abbastanza coltivata in questi dieci
anni e Vannacci ha presa sull’elettorato, contabilizzata già dal numero di
preferenze avute alle Europee”. “Sarebbe sciocco tenere divise queste energie
nuove rispetto al quadro delle ultime politiche”, sottolinea Adinolfi, chiarendo
di aver spiegato, nelle sue interlocuzioni con i parlamentari di Futuro
nazionale, di essere “interessato a un progetto politico più ampio rispetto al
favore che faccio a un piccolo partito al quale non sono iscritto ma di cui
condivido molti principi”.
L'articolo Dialogo tra Vannacci e Adinolfi per creare una componente alla Camera
(e avere 100mila euro di contributi l’anno) proviene da Il Fatto Quotidiano.