“Non si poteva prevedere il terremoto, non si poteva prevedere tanta neve, ma si
poteva evitare che l’albergo sorgesse in un luogo non adatto, sotto un canalone;
si poteva aggiornare la carta valanghe; si poteva evitare di avere turbine
rotte, in un posto ove la neve era di casa; si poteva evitare di tenere aperto
il resort e far salire gli ospiti fino all’ultimo con quelle condizioni
meteorologiche”. A poche ore dalla sentenza d’appello bis sul disastro di
Rigopiano, attesa per oggi a Perugia, la voce dei familiari delle vittime torna
a farsi sentire, attraverso le parole di Mariangela Di Giorgio, madre di Ilaria
Di Biase, una delle 29 persone che persero la vita nella tragedia. Il 18 gennaio
2017, una valanga travolse l’hotel Rigopiano a Farindola (Pescara), uccidendo 29
persone, tra cui 11 dipendenti e 18 ospiti, e lasciando 11 sopravvissuti. La
madre di Ilaria, cuoca nella struttura, ha ribadito la sua posizione in un lungo
messaggio pubblicato sui social, respingendo con forza l’idea della fatalità.
Secondo Mariangela Di Giorgio, “se anche solo uno degli enti preposti avesse
fatto il proprio lavoro, tutto questo non sarebbe successo”. La donna denuncia
le scelte fatte per motivi economici, lamentando che “chi avrebbe potuto agire
in tempo non lo ha fatto”, accusando di fatto un sistema che ha dato la colpa
alla natura. “Troppo facile dare la colpa alla natura”, ha aggiunto, ritenendo
che le vere cause del disastro siano legate a mancanze di prevenzione e
pianificazione: “29 famiglie sono state distrutte, annientate”.
Nel frattempo, l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, ha annunciato la sua
rinuncia alla prescrizione. L’acccusa ha richiesto condanne per nove degli
imputati: due anni e otto mesi per Lacchetta e il tecnico comunale Enrico
Colangeli, tre anni e quattro mesi per i funzionari Paolo D’Incecco e Mauro Di
Blasio, e tre anni e dieci mesi per cinque dirigenti della Regione Abruzzo. Per
l’ex dirigente regionale Sabatino Belmaggio, invece, è stata richiesta
l’assoluzione.
Il comitato dei parenti in un post ha ricordato che nel procedimento, la Procura
ha anche descritto con parole dure e inequivocabili l’atteggiamento di un’intera
epoca, evidenziando la “mancanza di pianificazione, inerzia e scaricabarile”,
arrivando persino a citare la canzone “Alla fiera” come simbolo del clima che ha
preceduto la tragedia. Secondo il comitato che riunisce i familiari delle
vittime, “in questo processo mancano le responsabilità politiche”, quelle figure
che avrebbero potuto intervenire ma non lo hanno fatto. Nonostante la
consapevolezza che l’opinione pubblica abbia ormai compreso la realtà dei fatti,
il comitato continua a chiedere che venga fatta giustizia. «Il tempo giudiziario
sulla vicenda di Rigopiano sta per esaurirsi e il sipario si sta chiudendo su
una delle pagine più buie della storia italiana”.
Riguardo al terremoto, i familiari delle vittime ricordano che, al momento della
tragedia, tutti volevano abbandonare l’albergo ben due ore prima del distacco
della valanga, ma la strada era già bloccata. In quel contesto, il terremoto fu
un “alleato”, non la causa della valanga, ribadiscono, facendo notare che le
perizie scientifiche in sede civile e penale sono contrastanti. Anche la
macchina dei soccorsi si mosse con ritardo, caratterizzata dalla stessa
negligenza e imperizia che avevano segnato i giorni precedenti. Concludono,
affermando che “la memoria, e la verità, non possono andare in prescrizione”.
L'articolo “Verità non vada in prescrizione”, attesa per la sentenza d’appello
per Rigopiano. “Non è destino quando manca la prevenzione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Sul nuovo processo d’appello sulla tragedia dell’hotel Rigopiano (deciso dalla
Cassazione poco meno di un anno fa) potrebbe calare la scure della prescrizione.
A segnalarlo con forza è il procuratore generale di Perugia, Paolo Barlucchi,
che ha richiamato la “problematicità del doppio termine di prescrizione” legato
al complesso percorso giudiziario iniziato a Pescara e approdato in Umbria dopo
la decisione della Suprema corte. Un rischio concreto, secondo l’avvocato Romolo
Reboa, legale di alcuni familiari delle vittime: “Questo processo è arrivato a
Perugia con grande ritardo: purtroppo le famiglie rischiano di pagare cara la
tempistica e l’organizzazione del giudizio che si ebbe a Pescara, che criticai
fortemente. Purtroppo, il tempo mi sta dando ragione”.
L’hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) il 18 gennaio 2017 fu travolto e
distrutto da una valanga poche ore dopo il terremoto che si registro in Centro
Italia. L’indagine fu molto complessa: si indagò sulle responsabilità di Comune
e provincia e Regione, sull’omessa pianificazione territoriale di una Legge del
1992 e la carta valanghe approntata in ritardo. Accertamenti sulla strada
provinciale n.8 che non era stata liberata dalla neve impedendo agli ospiti
dell’hotel, che avrebbero avuto la possibilità di lasciarlo dopo le scosse di
terremoto, di andare via perché era rotta una turbina spazzaneve. Si indagò
sull’allarme dato in ritardo e quello che era stato ignorato. Secondo gli
ermellini sarebbe stato possibile prevenire il disastro. Le 29 vittime vittime
erano ospiti della struttura e dipendenti, undici i superstiti tirati fuori
dalla neve e dalle “macerie” della struttura dai soccorritori che lavorarono
giorno e notte per salvare più persone possibile, mentre l’Italia teneva il
fiato sospeso.
IL PESO DEI RITARDI E LA NUOVA CORNICE FISSATA DALLA CASSAZIONE
Il processo d’appello bis è stato disposto dopo la decisione della Suprema
Corte, depositata nelle 158 pagine delle motivazioni del 3 dicembre 2024. La
Cassazione ha stabilito che la tragedia “si poteva prevenire” e che ciò “era
possibile e dovuto”, indicando come elemento cardine la mancata pulizia della
strada provinciale che conduce all’albergo. Se quella via fosse stata sgomberata
la mattina del 18 gennaio 2017, quando gli ospiti tentarono di lasciare la
struttura, la tragedia non si sarebbe verificata. Accogliendo parzialmente il
ricorso della Procura generale dell’Aquila, la Corte aveva disposto un nuovo
giudizio per dieci imputati, tra cui sei funzionari della Regione Abruzzo
inseriti che erano stati assolti nei primi due gradi di giudizio. Gli ermellini
avevano chiesto ai giudici umbri di valutare per loro le accuse di disastro
colposo e lesioni plurime colpose.
CHIESTA L’ESCLUSIONE DI PRIMAVERA DALL’APPELLO
Gli avvocati di Emilio Primavera, ex direttore del Dipartimento di Protezione
civile della Regione Abruzzo, hanno chiesto la sua esclusione dal nuovo
giudizio. Per la Cassazione l’ingegnere doveva essere nuovamente imputato, ma i
legali Vittorio Manes e Augusto La Morgia sostengono che debba essere confermata
l’assoluzione ottenuta in primo grado a Pescara. Secondo la difesa, l’ingegnere
— in carica da meno di due anni prima della tragedia — non avrebbe comunque
potuto redigere in tempo la Carta valanghe (Clpv), un documento che, come
confermato dai periti del Tribunale, richiede almeno quattro anni solo per la
fase preliminare. I lavori, secondo le stime, si sarebbero conclusi due anni e
mezzo dopo il gennaio 2017. Di conseguenza, affermano i legali, “non è possibile
predicare alcuna prevedibilità dell’evento” rispetto alla condotta del
dirigente.
LE RICHIESTE DELLE PARTI CIVILI E IL NUOVO APPUNTAMENTO IN AULA
Nell’udienza del 25 novembre scorso, le parti civili hanno presentato richieste
in linea con quelle del sostituto procuratore generale Paolo Barlucchi,
confermando la volontà di mantenere il perimetro accusatorio indicato dalla
Cassazione. Il processo riprenderà lunedì 1° dicembre: un calendario che
procede, ma che continua a fare i conti con i tempi oggettivamente stretti
imposti dal rischio prescrizione. Per le famiglie delle vittime, il timore è che
dopo otto anni dalla tragedia la giustizia possa sfumare non per le conclusioni
dibattimentali, ma perché troppo tempo è passato. “Le famiglie rischiano di
pagare — ha ribadito Reboa — i ritardi accumulati in origine e un sistema che
ancora una volta non garantisce risposte nei tempi dovuti”. Un rischio che, per
chi ha perso tutto a Rigopiano, sarebbe l’ennesimo peso da sopportare.
LA STORIA DEL PROCESSO
In primo grado furono condannati il sindaco di Farindola Ilaria Lacchetta (due
anni e otto mesi); i dirigenti della Provincia di Pescara D’Incecco e Di Blasio
(tre anni e quattro mesi ciascuno); sei mesi ciascuno per l’ex gestore Di
Tommaso ed il geometra Giuseppe Gatto. In quella occasione l’accusa di disastro
colposo cadde per molti dei principali imputati, tra i quali l’ex prefetto, per
il quale il pool della procura coordinato dal procuratore capo Giuseppe Bellelli
e composto dai sostituti procuratori Anna Benigni e Andrea Papalia, aveva
chiesto 12 anni; l’ex presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco,
per il quale erano stati chiesti sei anni.
Erano stati assolti anche tecnici e dirigenti regionali in uno scenario, secondo
l’articolato impianto accusatorio, di diffuse responsabilità su vari fronti, dai
permessi di costruzione dell’albergo, alla gestione dell’emergenza di quei
giorni drammatici sul fronte delle condizioni atmosferiche, alla gestione dei
soccorsi, fino ad una presunta vicenda di depistaggio in merito alla telefonata
di Gabriele D’Angelo, dipendente dell’albergo e una delle vittime, che aveva
allertato la Prefettura sulla situazione di pericolo, fatta sparire.
Tre condanne in più, compresa quella dell’ex prefetto di Pescara, Francesco
Provolo, in secondo grado. In appello era stata parzialmente riformata la
sentenza. La condanna di maggior rilievo era stata quella di Provolo, assolto in
primo grado, al quale i giudici avevano inflitto 1 anno e otto mesi per falso
ideologico e rifiuto di atti di ufficio. Sentenza ribaltata anche per Enrico
Colangeli, tecnico comunale, e Leonardo Bianco, dirigente della Prefettura di
Pescara, entrambi assolti in primo grado. Confermate in appello 22 assoluzioni.
Il verdetto della Corte d’appello dell’Aquila aveva stabilito quindi un totale
di 8 condanne confermando le condanne inflitte in primo grado per il sindaco di
Farindola Ilario Lacchetta, per i dirigenti della Provincia Paolo D’Incecco e
Mauro Di Blasio, per il tecnico Giuseppe Gatto e per l’ex gestore dell’hotel
Bruno Di Tommaso. Per l’ex capo di gabinetto della Prefettura Leonardo Bianco,
la Corte aveva disposto una condanna di un anno e 4 mesi mentre per il tecnico
Colangeli la pena era stata di due anni e 8 mesi. Poi era intervenuta la
Cassazione e il nuovo processo.
L'articolo Processo Rigopiano, l’allarme sulla prescrizione del pg di Perugia.
L’avvocato di parte civile: “Grande ritardo” proviene da Il Fatto Quotidiano.