Ci sarà un nuovo passaggio in Corte d’assise d’appello di Napoli per il delitto
di Pomigliano d’Arco, e a distanza di dieci anni dai fatti si allontana la
parola fine al processo. La Cassazione ha accolto il ricorso degli avvocati
Dario Vannatiello e Saverio Campana e ha annullato con rinvio a nuova sezione
d’Assise la condanna a 14 anni per omicidio inflitta a Vincenzo La Gatta,
imprenditore del settore aeronautico e aerospaziale vesuviano, dominus di
un’azienda che opera da ben 120 anni e che produce carrelli di atterraggio.
Nella notte del 23 dicembre del 2016 La Gatta uccise con un colpo di pistola
regolarmente detenuta Giuseppe Di Marzo nel corso di una lite. L’imprenditore
usò l’arma per difendere un amico aggredito, Salvatore Sassone, colpito con
violenza da un pugno nell’occhio, e ha invocato la convinzione di aver agito per
legittima difesa e l’assenza della volontà di uccidere. Aveva visto Di Marzo
fare gesti che lo avevano indotto a pensare che avesse un’arma in tasca e aveva
estratto la pistola.
Queste tesi avevano retto la prova del processo di primo grado, conclusosi con
una condanna mite a 10 anni. In secondo grado – celebratosi per i ricorsi sia
della difesa che della procura – la Corte d’appello aveva aumentato la condanna
a 14 anni. Per redigere le 164 pagine di motivazioni, i giudici hanno impiegato
venti mesi. Argomentando l’aggravarsi della pena così: “Ciò che difetta (nella
legittima difesa invocata dall’imputato, ndr) è il requisito della proporzione
tra l’offesa temuta e la reazione costretta”.
Gli avvocati hanno però sottolineato alcune incongruenze e contraddizioni tra
questo brano della sentenza ed altri secondo cui “la supposizione erronea
ingenerata nell’imputato dal movimento e gesti della vittima
(l’indietreggiamento e il mettere le mani in tasca) che lo avevano indotto a
ritenere che si apprestasse ad estrarre un’arma, è una prospettazione credibile
alla luce del riscontro fornito dal racconto di Sassone…”. Peraltro, tutto
avvenne in una zona buia, come pure evidenziato nelle motivazioni. La Gatta ha
già trascorso 4 anni e mezzo agli arresti domiciliari. Se la sentenza di
condanna fosse passata in giudicato, si sarebbero spalancate le porte del
carcere.
L'articolo Nuovo processo d’appello per Vincenzo La Gatta, “l’imprenditore che
uccise per difendere un amico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cassazione
Il destino anagrafico dei figli nati con gestazione per altri sarà deciso dalla
Cassazione a Sezioni Unite. È stata la I sezione a investirla di una questione
definita di “massima importanza”: in gioco c’è lo stato di figli di bambini, che
nati dove la Gpa è legale e regolamentata, non ha un certificato anagrafico
completo o non ce l’hanno per niente. Il caso – come informa l’Associazione
Coscioni – riguarda una famiglia pugliese e il loro figlio, oggi vicino ai sei
anni. Il bambino è nato all’estero in uno Stato dove è legale ricorrere alla
procreazione medicalmente assistita con gravidanza per altri. In quel Paese il
rapporto di filiazione con i genitori è stato regolarmente riconosciuto e
certificato.Quando però la famiglia ha chiesto la trascrizione integrale del
certificato di nascita in Italia, l’ufficiale di stato civile del Comune di
residenza si è rifiutato. La motivazione è quella già emersa in altri casi
simili: la trascrizione completa dell’atto, secondo questa interpretazione,
sarebbe contraria all’ordine pubblico.
Eppure, sottolinea l’Associazione Luca Coscioni che ha reso nota la vicenda, la
Procura ha accertato che la coppia non ha commesso alcun reato secondo la legge
italiana. I genitori, inoltre, non sono mai decaduti né sono stati limitati
nella responsabilità genitoriale. Nonostante questo, il tribunale ha confermato
il rifiuto del Comune. Secondo questa impostazione, la madre dovrebbe adottare
il proprio figlio per ottenere il pieno riconoscimento giuridico del rapporto.
Il paradosso è che la situazione non è uniforme sul territorio nazionale. A
pochi chilometri dal Comune di residenza della famiglia, altri uffici di stato
civile trascrivono integralmente certificati di nascita formati all’estero in
casi analoghi. Il ricorso è stato presentato dai genitori del bambino, assistiti
dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca
Coscioni, insieme a un collegio di difesa. Nell’ordinanza con cui ha rimesso la
questione alle Sezioni Unite, la Cassazione chiarisce che il punto non è
stabilire se la tecnica procreativa utilizzata sia lecita o meno (in Italia la
maternità surrogata è diventato un reato universale sotto il governo Meloni). Il
problema giuridico è un altro: capire se e come debba essere riconosciuto in
Italia lo status di figlio di un minore che all’estero è già titolare di un
rapporto di filiazione valido. Nel caso esaminato, osservano i giudici, il
rapporto familiare è reale e continuativo e i genitori non hanno mai perso la
responsabilità genitoriale.
La Corte richiama inoltre la giurisprudenza della Corte costituzionale e della
Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui i figli non possono subire
limitazioni nei loro diritti a causa delle scelte procreative degli adulti. In
questi casi, sottolineano le pronunce europee e costituzionali, deve essere
garantita una tutela effettiva dell’identità e della vita familiare del minore.
Per l’avvocata Filomena Gallo è proprio questo il punto centrale della vicenda:
“£Non è in discussione la tecnica procreativa — spiega — ma i diritti di un
minore che vive con i propri genitori e che da sei anni attende il pieno
riconoscimento del suo status di figlio, già valido all’estero ma non trascritto
in Italia”. La parola passa ora alle Sezioni Unite della Cassazione, chiamate a
stabilire se e in che modo l’ordinamento italiano debba riconoscere gli effetti
di uno status di filiazione già formato all’estero, mettendo fine alle decisioni
divergenti dei Comuni e dei tribunali.
L'articolo Figli nati con gestazione per altri all’estero, la Cassazione rimette
la questione alle Sezioni Unite proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Mai viste così tante anomalie in un procedimento, ho la netta sensazione che
questa vicenda si voglia chiudere in maniera frettolosa e che non vi sia la
seria volontà di approfondire fatti che solo per un puro caso non si sono
trasformati in tragedia”. L’avvocata Enza Forte del foro di Ragusa è determinata
nel continuare la battaglia legale contro Parmalat spa denunciata da due suoi
assistiti che hanno trovato tre pezzi di vetro all’interno di una bottiglia di
latte Zymil.
Nel luglio del 2025 Laura Allegria aprì una bottiglia di latte comprata dal
figlio Filippo e, dopo aver iniziato a bere, si è ritrovata un pezzo di vetro in
bocca. Con lei, in quel momento, c’era anche il figlio che ha raccontato di aver
poi svuotato la bottiglia rinvenendo altri due pezzi di vetro. I due si sono
così affidati all’avvocato Forte che, per conto dei suoi assistiti, ha
depositato denuncia alla Procura di Ragusa. “Da quel momento in poi- racconta
l’avvocata – questo procedimento sembra essere finito in un limbo, nonostante
reiterate istanze formali non siamo mai riusciti ad avere risposte sullo stato
dello stesso. Solo dopo diversi tentativi – continua il legale che opera per
conto dello studio Lipera di Catania – mi è stato comunicato che il procedimento
era stato trasferito dalla procura di Ragusa a quella di Parma il 16 settembre
del 2025″.
Il racconto della legale prosegue con le poche informazioni ottenute: “Il 12
febbraio ricevo una pec da parte del Tribunale di Ragusa con la quale mi viene
comunicato che il fascicolo originale si trova presso la Procura di Parma e che,
pertanto, non mi può essere fornita una copia. Per oltre cinque mesi – spiega
ancora la legale – ho brancolato nel buio non potendo visionare il decreto di
trasferimento, un atto fondamentale per l’esercizio di difesa. Mi pare assurdo
che nell’era della digitalizzazione un interno fascicolo possa scomparire in
questo modo e solo dopo diverse richieste abbiamo ricevuto delle risposte, in
sostanza ho rincorso un documento fantasma. Vorrei sapere, tra l’altro, il
perché della decisione del trasferimento del procedimento presso il tribunale
emiliano visto che i fatti si sono registrati nel comune di Vittoria e che,
quindi, la competenza ricade sulla procura di Ragusa”.
Questa è solo la prima delle tre anomalie evidenziate da Enza Forte che solleva
dubbi e perplessità anche su altri due aspetti. “Il 20 febbraio del 2026 –
spiega ancora -, sempre a seguito di reiterate richieste, ho ricevuto una pec
attraverso la quale sono stata informata che il 13 novembre del 2025, il
pubblico ministero titolare del fascicolo, Andrea Bianchi, aveva formulato
richiesta di archiviazione. Perché tutta questa fretta nel voler chiudere la
pratica senza i dovuti approfondimenti?”
Infine, c’è anche un terzo elemento che non convince l’avvocata: “Quando ho
ricevuto l’informazione della richiesta di archiviazione – dice Forte- ho
scoperto che il procedimento in questione è stato iscritto contro ignoti. Trovo
che anche questa scelta sia anomala – continua – dato che la denuncia è stata
presentata contro un soggetto specifico, ovvero contro Parmalat spa. Ho la
sensazione – conclude Enza Forte – che vi sia la volontà di chiudere
frettolosamente questa vicenda che solo per pura fortuna non ha avuto
conseguenze gravi per la mia assistita. Se la signora Laura avesse ingerito uno
dei pezzi di vetro trovati nella bottiglia di latte, oggi forse parleremmo di
una tragedia. Noi non ci fermeremo e siamo determinati ad andare avanti,
chiediamo giustizia e verità per un caso che riteniamo molto grave, giustizia
che deve esserci anche quando si tratta di grandi realtà industriali”. È per
questi motivi che è stata depositata una ulteriore istanza indirizzata, tra gli
altri, al procuratore generale presso la Corte Suprema di Cassazione di Roma per
chiedere risposte in merito alle tre anomalie riscontrate e un intervento a
tutela delle persone offese.
Sulla vicenda intervengono anche i vertici Parmalat che nel luglio 2025 avevano
annunciato l’avvio di verifiche per far luce sull’episodio. “A seguito del
presunto ritrovamento da parte di una cittadina di Vittoria di frammenti di
vetro all’interno di una confezione di latte Zymil in plastica in data 16 luglio
2025- affermano oggi dall’azienda -, Parmalat comunica di aver effettuato con la
massima tempestività le verifiche sul lotto interessato, nel rispetto dei propri
standard di qualità e sicurezza, senza riscontrare alcuna non conformità. Il
latte UHT Parmalat è confezionato in ambienti completamente chiusi e asettici,
secondo rigorosi protocolli di controllo qualità, in linea con i più elevati
standard di sicurezza e igiene alimentare. Il 25 luglio scorso il Servizio
Veterinario della Asl di competenza ha ispezionato lo stabilimento produttore
del lotto interessato, senza rilevare anomalie. Anche il successivo controllo
effettuato dal Nas. il 1° agosto ha confermato l’assenza di irregolarità nei
processi produttivi e negli impianti. L’Azienda è stata in entrambe le occasioni
e comunque a fronte di ogni richiesta delle competenti autorità sempre
disponibile, come doveroso, con massima trasparenza e chiarezza”.
L'articolo Vetro nel latte, l’avvocata contesta l’iter dell’inchiesta: “Chieste
verifiche sul trasferimento e sull’archiviazione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sembra un déjà-vu, ma non lo è, il caso Ruby torna in un’aula di giustizia di
quasi 16 anni. È stato fissato per il 28 maggio, davanti alla seconda sezione
penale della Corte d’Appello di Milano, il nuovo processo d’appello sul caso
Ruby ter a carico di 22 imputati, tra cui Karima El Mahroug – l’allora ragazzina
di 17 anni spacciata per nipote del defunto presidente egiziano Moubarak – e le
le giovani donne ospiti delle cene eleganti, organizzate dall’allora premier
Silvio Berlusconi, e l’ex legale di Ruby e con al centro l’accusa di corruzione
in atti giudiziari. Imputati che nel febbraio 2023 erano stati tutti assolti, il
leader di Forza Italia compreso (poi morto il 23 giugno successivo), dal
Tribunale di Milano.
I pm Tiziano Siciliano (ora in pensione) e Luca Gaglio, poi, avevano fatto
ricorso direttamente in Cassazione, che ha disposto il nuovo processo in appello
(presidente del collegio Enrico Manzi). C’è stato un “vizio”, un errore
giuridico “che ha inficiato l’intero ragionamento” nella sentenza di
assoluzione, ha scritto la Suprema Corte nelle motivazioni depositate nel
gennaio 2025, più di un anno fa.
Le assoluzioni in primo grado erano arrivate per un nodo giuridico in quanto le
ragazze erano state sentite nei due processi milanesi sul caso Ruby, tredici
anni fa, come testi semplici, mentre avrebbero dovuto, secondo i giudici, essere
già indagate per gli “indizi” che c’erano sui versamenti che avrebbero ricevuto
dal Cavaliere ed essere ascoltate come testimoni assistite da legali.
La Cassazione ha spiegato, invece, che la corruzione in atti giudiziari, in
sostanza, non poteva essere a loro già contestata in quel momento, perché non
erano ancora pubblici ufficiali, qualifica che serve perché si configuri la
corruzione. E che lo sono diventate proprio solo quando sono state citate come
testimoni, con la fase dell’ammissione delle liste testi nel novembre 2011. In
26 pagine di motivazioni molto tecniche i giudici della sesta penale (presidente
Giorgio Fidelbo), oltre ad annullare senza rinvio le accuse di falsa
testimonianza perché prescritte, aveva disposto il processo d’appello sulle
altre imputazioni dando le “coordinate del ragionamento giuridico“. Anche sulle
accuse di corruzione, tra l’altro, potrebbe pesare nel procedimento il tema
della prescrizione.
L'articolo Il caso Ruby torna ancora a processo: per 22 imputati si discuterà di
corruzione in atti giudiziari con il rischio prescrizione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Assolvere il colonnello Lorenzo Sabatino “perché il fatto non costituisce
reato”, rigettare i ricorsi di Francesco Di Sano e Luca De Cianni e dichiarare
inammissibili quelli del generale Alessandro Casarsa, di Francesco Cavallo e
Luciano Soligo. Sono queste le richieste della Procura generale della
Cassazione, espressa dal sostituto procuratore generale Tomaso Epidendio nel
corso dell’udienza davanti alla V sezione penale sul processo per gli ipotizzati
depistaggi seguiti al pestaggio e alla morte di Stefano Cucchi, il 31enne romano
arrestato il 15 ottobre 2009 e morto sette giorni dopo all’ospedale Sandro
Pertini.
Per Sabatino, che aveva rinunciato alla prescrizione, il pg ha chiesto
l’annullamento senza rinvio della condanna, parlando in aula di
“contradditorietà e illogicità della sentenza” d’appello. Diversa la posizione
degli altri imputati: per De Cianni e Di Sano la richiesta è di rigetto dei
ricorsi, mentre per Casarsa, Cavallo e Soligo la Procura generale ha sollecitato
l’inammissibilità.
LE CONDANNE IN SECONDO GRADO
Il 19 giugno scorso la Corte d’Appello di Roma aveva confermato la condanna a un
anno e tre mesi per Sabatino e a due anni e mezzo per Luca De Cianni. Per il
generale Casarsa, Cavallo e Soligo era stata dichiarata la prescrizione. Ridotta
invece a 10 mesi la pena per Di Sano, mentre erano stati assolti Massimiliano
Colombo Labriola e Tiziano Testarmata. Le accuse contestate nel procedimento –
nato dall’inchiesta del pm Giovanni Musarò – vanno, a vario titolo, dal falso al
favoreggiamento, dall’omessa denuncia alla calunnia.
LE PAROLE DI ILARIA CUCCHI
Alla vigilia della decisione dei supremi giudici, Ilaria Cucchi ha affidato
all’Adnkronos parole dure nei confronti degli imputati: “Tutte le persone
coinvolte, a vario titolo, in questo processo, il cosiddetto ‘Cucchi Ter’, e
condannate in due gradi di giudizio (o, in qualche caso, salvate grazie alla
prescrizione), tutte sono per me ugualmente responsabili di anni di processi a
vuoto”.
“Ciascuno di loro è stato corresponsabile della malattia e della morte dei
genitori di mio fratello, Stefano Cucchi. E soprattutto – sottolinea Ilaria
Cucchi – ciascuno di loro ha creduto di potersi prendere gioco della giustizia.
E di tutti noi”. Ora la decisione passa alla Suprema Corte, chiamata a
pronunciarsi sui ricorsi dei sei carabinieri in un processo che rappresenta uno
degli ultimi capitoli giudiziari di una vicenda che, a oltre quindici anni dalla
morte di Stefano Cucchi, continua a segnare profondamente l’opinione pubblica.
L'articolo Depistaggi sul caso Cucchi, la Procura generale in Cassazione:
“Assolvere Sabatino, inammissibili gli altri ricorsi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Per la seconda volta la Corte di Cassazione ha annullato la condanna
all’ergastolo inflitta a Davide Fontana, il bancario e food blogger di 46 anni
che l’11 gennaio 2022 ha ucciso Carol Maltesi, la 26enne assassinata a
Rescaldina, nel Milanese. La Suprema Corte, con una decisione presa il 10
febbraio, ha accolto nuovamente il ricorso presentato dall’avvocato difensore
Stefano Paloschi, annullando la sentenza della Corte d’assise d’appello bis di
Milano limitatamente all’aggravante della premeditazione dell’omicidio. Il
dispositivo è ora in attesa delle motivazioni, che dovranno arrivare entro 30
giorni, anche se non si tratta di un termine perentorio. Solo successivamente
sarà fissato il processo d’appello ter, che dovrà essere celebrato davanti alla
prima sezione della corte milanese, ma con una nuova composizione di giudici
togati e popolari.
Il 12 giugno 2023, in primo grado, la Corte d’assise di Busto Arsizio aveva
condannato Fontana a 30 anni di reclusione per omicidio, soppressione e
occultamento di cadavere. I giudici avevano escluso le aggravanti più gravi,
evitando così la pena dell’ergastolo, ritenendo mancanti le prove di una
“significativa organizzazione dell’omicidio”. In particolare, avevano
sottolineato come Fontana non si fosse costituito un alibi e avesse posto in
essere “raccapriccianti condotte”, ma caratterizzate da confusione, protratte
“per circa due mesi per liberarsi definitivamente del corpo”, elementi ritenuti
incompatibili con un piano preordinato. Questa sentenza era stata riformata dai
giudici di secondo grado con il riconoscimento della premeditazione sia nel
primo che nel secondo appello, andando però incontro per due volte
all’annullamento con rinvio della Cassazione.
Secondo quanto ricostruito nelle sentenze precedenti, Fontana ha ucciso Carol
Maltesi mentre i due stavano girando un video hard. Il bancario aveva
commissionato quel contenuto utilizzando un falso profilo social, con
l’obiettivo di venderlo sulla piattaforma OnlyFans. Durante la registrazione, la
giovane era legata, imbavagliata con lo scotch e incappucciata quando è stata
colpita con 13 martellate e una coltellata. Il giorno successivo al delitto,
Fontana ha acquistato un’accetta e un seghetto e ha fatto a pezzi il corpo della
vittima, arrivando a dividerlo in 23 parti. Ha inoltre tentato di eliminare i
lembi di pelle con i tatuaggi, che sarebbero poi risultati decisivi per il
riconoscimento della ragazza. Nelle settimane successive, l’uomo ha cercato di
bruciare i resti e, dopo averli conservati in un freezer acquistato online e
racchiusi in cinque sacchi neri, li ha gettati in un dirupo a Paline di Borno,
in provincia di Brescia. Il cadavere della giovane è stato ritrovato il 29 marzo
2022.
L'articolo Carol Maltesi uccisa e fatta a pezzi, la Cassazione annulla per la
seconda volta l’ergastolo a Davide Fontana proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Questo sarebbe il giudice terzo e imparziale?”, denuncia il deputato di Forza
Italia Enrico Costa. “Guardiano sì, ma delle sue idee di parte. Se lui è
imparziale io sono finlandese”, accusa il capogruppo azzurro al Senato Maurizio
Gasparri. E Galeazzo Bignami, il suo omologo di Fratelli d’Italia alla Camera,
rilancia: “Serve altro per rendersi conto che non si può più attendere per
ridare terzietà alla magistratura?”. Nei giorni scorsi dalla maggioranza sono
piovuti attacchi di ogni tipo contro il giudice della Cassazione Alfredo
Guardiano, uno dei 21 componenti dell’Ufficio centrale per il referendum che ha
modificato il quesito sulla riforma Nordio, mettendo in difficoltà il governo.
La “colpa” di Guardiano è aver partecipato alla decisione sull’ammissibilità
della richiesta di referendum presentata da oltre 500mila cittadini: secondo i
sostenitori del Sì, infatti, avrebbe dovuto astenersi in quanto impegnato
pubblicamente nella campagna contro la riforma Nordio (il 18 febbraio farà da
moderatore a un evento a Napoli). “Quando un magistrato, pubblicamente schierato
su questioni di rilevanza politica o istituzionale, partecipa a decisioni
delicate senza astenersi, la fiducia dei cittadini nella magistratura subisce un
danno irreparabile“, hanno predicato da ultime Isabella Bertolini e Claudia
Eccher, componenti laiche del Consiglio superiore della magistratura in quota
FdI e Lega, nonché socie fondatrici del comitato “Sì Riforma” ispirato dal
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, braccio destro
della premier Giorgia Meloni.
Chi da destra si indigna però non sa che proprio Mantovano, da magistrato, tenne
un comportamento identico a quello contestato a Guardiano, anzi, assai meno
opportuno. Nel luglio 2021, quando era giudice in Cassazione, l’attuale
sottosegretario a palazzo Chigi – da sempre proibizionista in materia di droghe
– si scagliava in un intervento sul Foglio contro la raccolta firme per il
referendum sulla cannabis legale, definito “una frode con effetti criminali” che
avrebbe fatto “naufragare figure di reato come l’omicidio stradale”: “Chi si sia
strafatto di cocaina non avrà problemi nel porsi alla guida di un veicolo”,
affermava falsamente l’allora magistrato (le norme sulla guida sotto effetto di
sostanze non venivano toccate dalla proposta). Come ha denunciato la deputata e
responsabile Giustizia Pd Debora Serracchiani, però, pochi mesi dopo – tra
dicembre 2021 e gennaio 2022 – lo stesso Mantovano, membro dell’Ufficio centrale
per il referendum, partecipava alla decisione sull’ammissibilità delle firme
raccolte, integrando e modificando il quesito depositato dai promotori. Pur
essendosi esposto in pubblico sull’oggetto del referendum, dunque, decise di non
astenersi, proprio come ha fatto il consigliere Guardiano, finito per questo
motivo nel tritacarne mediatico. Un paradosso che Serracchiani commenta con
sarcasmo: “Noi, come sempre, difendiamo la separazione dei poteri e
l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Anche del magistrato
Mantovano”.
L'articolo Referendum, la destra contro il giudice “schierato” che ha deciso sul
quesito. Ma Mantovano fece lo stesso sulla cannabis proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un’altra pratica a tutela dei giudici della Corte di Cassazione e del suo primo
presidente, il giudice più alto in grado del Paese. Quello che al Consiglio
superiore della magistratura non si era mai visto, con questo governo succede
per la terza volta in meno di un anno. I consiglieri togati di palazzo Bachelet
intervengono di nuovo a difendere i colleghi della Suprema Corte, stavolta
finiti nel mirino del centrodestra per l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il
referendum che ha riscritto il quesito sulla riforma Nordio, dando ragione ai
promotori della raccolta firme. Una decisione che ha messo in crisi il governo,
nonostante il Consiglio dei ministri abbia deciso di non rinviare la data del
voto, limitandosi a correggere il testo sulle schede. Così dalla maggioranza
sono partiti i soliti attacchi contro il collegio di 21 giudici e in particolare
contro uno di loro, Alfredo Guardiano, accusato di mancanza di imparzialità per
essersi esposto nella campagna per il No. Tanto da costringere il primo
presidente, Pasquale d’Ascola, a intervenire con una nota: anche se “le
decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano
tecnico con argomenti giuridici”, ha sottolineato, “non sono tollerabili
illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una
delegittimazione della funzione giurisdizionale”.
Ora il caso arriva anche al Csm, dove 19 consiglieri togati (tutti tranne
Bernadette Nicotra, della corrente “di destra” di Magistratura indipendente) e
tre laici (Ernesto Carbone in quota Italia viva, Roberto Romboli per il Pd e
Michele Papa per il M5s) hanno chiesto l’apertura di una pratica a tutela, cioè
di un procedimento interno che ha lo scopo di arrivare a un’espressione di
solidarietà dell’organo di autogoverno nei confronti delle toghe sotto attacco.
È la terza volta in pochi mesi che questa iniziativa viene adottata a difesa di
magistrati della Cassazione: era successo a luglio, dopo le accuse al Massimario
(l'”ufficio studi” della Suprema Corte) per il suo parere critico al decreto
Sicurezza, e ancora prima a marzo, in favore delle Sezioni unite (il massimo
organo giurisdizionale italiano), “colpevoli” di aver riconosciuto il diritto al
risarcimento danni dei migranti bloccati a bordo della nave Diciotti.
Nella richiesta di apertura pratica – depositata alle 12:35 e redatta
materialmente dal consigliere Marco Bisogni – si ricorda che “una parte del
dibattito politico e mediatico ha descritto l’operato della Cassazione come un
“golpe giudiziario” o “quasi un colpo di Stato”, ha rappresentato l’Ufficio
centrale come un organo schierato contro la riforma, ha messo in discussione la
lealtà istituzionale dei suoi componenti e ha accusato il primo presidente di
voler “intimidire” il Parlamento e di collocarsi “fuori dall’ordinamento
costituzionale”. Si tratta di affermazioni che non si limitano a contestare il
contenuto delle decisioni, ma investono direttamente l’onorabilità dei
magistrati interessati e la stessa legittimazione della Corte di Cassazione”,
sostengono i firmatari.
Nel documento si sottolinea inoltre che “il confronto referendario, sebbene
fisiologicamente acceso, non può travolgere la giurisdizione e le sue
istituzioni”: “Dal 23 marzo, qualunque sia l’esito del voto, la giustizia
continuerà ad essere amministrata dalla Corte di Cassazione e da tutti gli
uffici giudiziari nel rispetto della Costituzione e delle leggi. Proprio per
questo, la Cassazione, i suoi organi e il suo vertice devono essere rispettati e
mantenuti al riparo dalla contesa politica: minare la fiducia dei cittadini
nella terzietà del giudice significa indebolire la stessa efficacia delle
decisioni giurisdizionali, in qualunque assetto ordinamentale ci si verrà a
trovare”, affermano i consiglieri.
L'articolo Referendum, dopo l’attacco della destra il Csm apre un’altra pratica
a tutela della Cassazione: è la terza in meno di un anno proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Adesso nel mirino della destra finiscono anche i giudici della Cassazione.
Nonostante la decisione del governo di tirare dritto sulla data del referendum
sulla Giustizia, l’ordinanza della Suprema Corte risulta indigesta ai partiti di
maggioranza. L’avere costretto il Consiglio dei ministri a riformulare il
quesito referendario – dopo che la Corte ha accolto la versione proposta dal
comitato dei 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare che ha superato
le 500mila adesioni – provoca la reazione di Fratelli d’Italia e Forza Italia.
L’ATTACCO DI BIGNAMI
Galeazzo Bignami punta il dito su due giudici. Alfredo Guardiano che, attacca,
“modererà un convegno sulle ragione del No” e Donatella Ferranti “ex deputata Pd
e presidente della Commissione Giustizia fino al 2018”: “Serve altro per
rendersi conto che non si può più attenere per ridare terzietà alla
magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti e attuando
l’articolo 111 della Costituzione? Serve votare Sì al referendum“, afferma il
capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati.
COSTA E GASPARRI CONTRO UNO DEI GIUDICI
Va precisato che l’ordinanza dell’Ufficio centrale del referendum della Corte di
Cassazione non era composto solo da Guardiano e Ferranti ma da 19 consiglieri
più un presidente e un vicepresidente. Ma questo sembra irrilevante.
“Dell’Ufficio che ieri ha deciso di cambiare il quesito referendario, fa parte
il dottor Alfredo Guardiano. È lo stesso Alfredo Guardiano che il 18 febbraio
modererà, con tanto di locandina già pubblicata, il convegno ‘Le ragioni del no:
difendere la Costituzione è un impegno di tutte e tutti’, che si terrà a Napoli
il 18 febbraio alle 17.30? Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?”,
scrive su X il deputato di Forza Italia Enrico Costa. Sulla stessa linea
Maurizio Gasparri: “Guardiano è obiettivo in queste materie quanto io sono
finlandese”, attacca il presidente dei senatori azzurri: “Si tratta – aggiunge –
dello stesso Alfredo Guardiano del quale contestai affermazioni polemiche contro
Berlusconi, il centrodestra e Forza Italia che aveva scritto su delle chat”.
LA REPLICA DEL GIUDICE GUARDIANO
È lo stesso giudice della Cassazione a replicare alle accuse replicando che
“qualsiasi affermazione che sospetti di parzialità me o questa ordinanza è
palesemente priva di fondamento e quindi molto grave“. Alfredo Guardiano
aggiunge: “Non mi nascondo, sono per il No al referendum. Ma il tema
dell’ordinanza affrontato dal mio ufficio non ha alcuna incidenza sul merito
della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo
svolgimento. Non siamo minimamente entrati in questo ambito”, spiega. “Costa mi
ha additato al mondo come un giudice imparziale e terzo e per un giudice non c’è
nulla di più grave. Proprio il Cdm – aggiunge il giudice – ha ribadito che le
date del voto sarebbero le stesse e si limiteranno a modificare il quesito
riconoscendo la legittimità del nostro operato”.
LE OPPOSIZIONI
Contro gli attacchi della destra intervengono le opposizioni. Per la deputata
del Pd, responsabile giustizia dem, Debora Serracchiani “ancora una volta
prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le
istituzioni. Un’altra buona ragione per votare no”, dichiara. Angelo Bonelli,
deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, definisce “indecente” l’attacco
della maggioranza: “Conferma che la destra ha scelto di trasformare il
referendum in un continuo scontro politico con la magistratura e con
l’opposizione. Questa destra con il decreto sicurezza e gli attacchi alla
magistratura sta alzando il livello della tensione e il referendum è solo un
obiettivo politico per loro: dobbiamo fermarli con il No”.
L'articolo Referendum, la destra ora attacca la Cassazione, Fdi e Forza Italia:
“Giudici non imparziali, sostenitori del No”. La replica: “Accuse gravi e
infondate” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il governo forza nuovamente e tira dritto. Non cambia la data del referendum
sulla Giustizia. Il consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, ha
deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo. Unica novità è
l’integrazione del quesito con gli articoli della Costituzione che vengono
modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle
carriere.
Il consiglio dei ministri era stato convocato d’urgenza dopo l’ordinanza della
Corte di Cassazione, che ha riformulato il quesito referendario accogliendo la
versione proposta dal comitato dei 15 giuristi promotori della raccolta firme
popolare che ha superato le 500mila adesioni. La Suprema Corte ha detto sì
all’inclusione degli articoli costituzionali che verrebbero modificati dalla
riforma, una precisazione che i giuristi avevano richiesto per consentire agli
elettori di esprimere un voto consapevole. Secondo la legge 352 del 1970 sul
referendum, infatti, è obbligatorio indicare nel quesito le norme costituzionali
coinvolte dalla proposta di modifica.
Una decisione che aveva riaperto la partita sulla data del voto e dato speranza
ai promotori della raccolta firme che si sono detti “fiduciosi” in un cambio di
data. Ma il governo non cambia linea e conferma, ancora una volta, la volontà di
convocare le urne il prima possibile.
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L'articolo Referendum Giustizia, il governo tira dritto: integrato il quesito ma
la data resta 22-23 marzo proviene da Il Fatto Quotidiano.