La modifica finora è passata sotto silenzio. Ma il governo Meloni due mesi fa ha
di fatto messo nero su bianco la rinuncia a raggiungere gli ambiziosi obiettivi
di riduzione dell’evasione fiscale concordati dall’Italia con la Ue nel 2021, ai
tempi dell’approvazione del Pnrr. L’ha fatto con la sesta revisione del piano,
che ha ottenuto il via libera definitivo da parte del Consiglio il 27 novembre.
Tra le 173 misure modificate c’è infatti anche la riforma dell’amministrazione
fiscale, che nella versione originaria prevedeva un calo corposo della
cosiddetta “propensione a evadere“, cioè il rapporto tra il gettito che manca
all’appello e quello atteso: entro la metà di quest’anno Roma avrebbe dovuto
dimostrare un calo del 15% della stima relativa al 2024 rispetto a quella del
2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a
un’evasione tributaria da 87 miliardi). Quella milestone è scomparsa.
Traduzione: il ministero dell’Economia non conta più di riuscire a ridurre di
circa 13 miliardi la cifra nascosta al fisco sotto forma di Irpef dei lavoratori
autonomi e dei dipendenti, Iva, Ires, Irap, imposte sulle locazioni e canone
Rai. Risultato che nel 2021 il governo Draghi aveva programmato di ottenere
attraverso una serie di interventi che andavano dalla messa in pratica del
sempre invocato incrocio delle banche dati alle multe per chi rifiuta pagamenti
con carta, da affiancare a un aumento delle lettere che “invitano” i
contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Come non detto. Al posto della
relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata
ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di
Bilancio, che andranno finalizzate entro il secondo trimestre: l’invio dei dati
della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle
compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la
liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la
dichiarazione.
Non solo. Il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base
al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del
dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione
fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in
assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno
risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari
al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del
2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media
del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. I motivi della modifica non sono
stati chiariti, ma pare un chiaro segno che a via XX Settembre si attendono per
il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un
peggioramento dell’indicatore. E per non rischiare ritengono più prudente che il
calcolo tenga conto anche del buon risultato del 2022.
La preoccupazione non sorprende chi ha seguito passo passo l’evoluzione delle
stime sull’andamento dell’evasione fiscale a valle della manovra per il 2023, la
prima di Meloni e Giorgetti, che è stata infarcita di condoni e sanatorie. Nel
2024 il Tesoro nel Piano strutturale di bilancio, che ha sostituito la vecchia
Nota di aggiornamento al Def incorporando anche il rapporto sui risultati della
lotta all’evasione, ha rilevato per il 2023 una “battuta d’arresto” nel
miglioramento della compliance fiscale. E la Relazione 2025 sull’economia non
osservata ha attestato che nel 2022 l’evasione complessiva tra tasse e
contributi è tornata sopra i 100 miliardi di euro anche se in termini
percentuali il “tax gap” si è ridotto leggermente, al 17%, comunque sopra il
16,6% che costituiva l’obiettivo 2024 stando alla prima versione del Pnrr. Nel
Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto
all’evasione, poi, il Mef non ha indicato le eventuali risorse da destinare nel
2025 al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, che stando alla legge
viene rimpinguato solo se le maggiori entrate strutturali derivanti da
adempimento fiscale stimate per l’ultimo anno disponibile (in questo caso il
2022) sono considerate “solide” perché nei tre anni successivi non ci sono stati
peggioramenti. Il ministero ha fatto sapere al fattoquotidiano.it che non si
erano “verificate le condizioni”.
“Come abbiamo fatto notare al ministro Tommaso Foti in cabina di regia già lo
scorso settembre, viste le scelte del governo in materia di lotta all’evasione
c’erano forti dubbi sul raggiungimento degli obiettivi”, commenta Gigi Caramia,
responsabile nazionale Pnrr per l’Area Politiche dello sviluppo della Cgil. “Con
la revisione il governo, con il placet della Commissione Europea, ha alzato
bandiera bianca, a conferma che il 15% non si sarebbe raggiunto e che, anzi, la
propensione all’evasione sta probabilmente aumentando, incentivata da condoni e
rottamazioni”.
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dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata proviene da Il
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L’indicizzazione delle pensioni per il 2026 sarà dell’1,4%. Il decreto del
ministero dell’Economia pubblicato in Gazzetta ufficiale venerdì scorso mette
nero su bianco la percentuale provvisoria, che potrà essere ritoccata nel 2027
ma è sufficiente per capire l’ordine di grandezza degli aumenti. Per centinaia
di migliaia di pensionati il ritocco sarà praticamente invisibile.
Le pensioni minime, oggi a 616,67 euro, saliranno a 619,79 euro. Tre euro e
dodici centesimi in più al mese. A cui si aggiunge il mini ritocco dell’1,3%
previsto dalla manovra dello scorso anno (quella per il 2026 non prevede nuovi
interventi). L’anno scorso l’aumento era stato persino inferiore: 1,8 euro. In
due anni, con gli adeguamenti all’inflazione le minime guadagnano meno di cinque
euro complessivi.
Il resto del meccanismo non cambia: piena rivalutazione solo fino a 2.447,39
euro lordi. Oltre, scattano le penalizzazioni introdotte negli anni scorsi:
1,26% tra 2.447 e 3.059 euro, 1,05% per gli assegni più alti. Tutto al lordo,
perché al netto pesano Irpef e addizionali regionali e comunali.
Così, un assegno da 1.000 euro salirà a 1.014, uno da 1.500 a 1.521, uno da
2.000 a 2.028, uno da 2.500 a 2.534,88. Oltre le quattro volte il minimo la
rivalutazione è ridotta, per cui 2.800 euro diventano 2.838,7, 3.000 arrivano a
3.041,18 e una pensione da 3.500 euro toccherà circa 3.546 euro.
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di 3,1 euro al mese proviene da Il Fatto Quotidiano.