Sempre arrabbiati, sempre decisi a farla finita “col genero di Denis Verdini” e
sempre sul punto di organizzare una sarabanda contro il segretario, specialmente
adesso che ha fatto frullare il partito da Roberto Vannacci, l’incursore del Col
Moschin che si è prodotto nella specialità del reggimento d’élite di stanza a
Livorno: farsi paracadutare tra i leghisti, shakerarli in gruppo, mettersene in
tasca quanti più possibile e poi sparire.
La Lega annovera dei cuor di leone di antico lignaggio. Una partito dentro il
partito: milizia bossiana che nel tempo è andata scolorendosi giungendo, per
dire, all’attracco ideologico di Giancarlo Giorgetti, quello del Sole delle Alpi
disegnato sulla parete della sua villetta sul lago di Varese. È ormai un’altra
persona, di studi bocconiani, è trasfigurato nel nipotino di Ugo La Malfa,
principe dei rigoristi nel secolo scorso, il politico che sui conti pubblici ha
dato la vita e ha avuto la gloria dei liberali del mondo. “Piace molto
l’amatriciana” ha detto Attilio Fontana, presidente della Lombardia, e
Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli, scontento e deluso, “non siamo più
il partito del 34 per cento”. Non parliamo di Luca Zaia, il più fantasmagorico
oppositore di Salvini. Il più bravo ad annunciare le barricate e poi darsi alla
fuga.
Volevano Zaia leader del nord ventuno dirigenti che due anni fa firmarono la
prima lettera di diffida al segretario. L’ex capodella Lega bergamasca, i
compagni bresciani, l’ex segretario della Lega Lombarda Paolo Grimaldi. “La Lega
è residuale”, dissero in coro. E Salvini? Non percepì, non ascoltò, non replicò.
È andato avanti col Ponte dello Stretto, la sua esclusiva battaglia politica,
mentre Massimiliano Romeo, il capogruppo al Senato gli ricordava: “Il nord sta
soffrendo, il nord è fondamentale”. Oggi che Vannacci non c’è più, resta Salvini
e con lui gli Angelucci, editori di riferimento, e naturalmente Denis Verdini,
papà di Francesca, l’amore della vita. Forse ha ragione Fontana: alla Lega piace
troppo l’amatriciana.
L'articolo Leghisti imperfetti: i cuor di leone, odiatori di Salvini | il
commento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Giancarlo Giorgetti
La modifica finora è passata sotto silenzio. Ma il governo Meloni due mesi fa ha
di fatto messo nero su bianco la rinuncia a raggiungere gli ambiziosi obiettivi
di riduzione dell’evasione fiscale concordati dall’Italia con la Ue nel 2021, ai
tempi dell’approvazione del Pnrr. L’ha fatto con la sesta revisione del piano,
che ha ottenuto il via libera definitivo da parte del Consiglio il 27 novembre.
Tra le 173 misure modificate c’è infatti anche la riforma dell’amministrazione
fiscale, che nella versione originaria prevedeva un calo corposo della
cosiddetta “propensione a evadere“, cioè il rapporto tra il gettito che manca
all’appello e quello atteso: entro la metà di quest’anno Roma avrebbe dovuto
dimostrare un calo del 15% della stima relativa al 2024 rispetto a quella del
2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a
un’evasione tributaria da 87 miliardi). Quella milestone è scomparsa.
Traduzione: il ministero dell’Economia non conta più di riuscire a ridurre di
circa 13 miliardi la cifra nascosta al fisco sotto forma di Irpef dei lavoratori
autonomi e dei dipendenti, Iva, Ires, Irap, imposte sulle locazioni e canone
Rai. Risultato che nel 2021 il governo Draghi aveva programmato di ottenere
attraverso una serie di interventi che andavano dalla messa in pratica del
sempre invocato incrocio delle banche dati alle multe per chi rifiuta pagamenti
con carta, da affiancare a un aumento delle lettere che “invitano” i
contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Come non detto. Al posto della
relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata
ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di
Bilancio, che andranno finalizzate entro il secondo trimestre: l’invio dei dati
della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle
compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la
liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la
dichiarazione.
Non solo. Il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base
al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del
dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione
fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in
assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno
risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari
al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del
2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media
del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. I motivi della modifica non sono
stati chiariti, ma pare un chiaro segno che a via XX Settembre si attendono per
il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un
peggioramento dell’indicatore. E per non rischiare ritengono più prudente che il
calcolo tenga conto anche del buon risultato del 2022.
La preoccupazione non sorprende chi ha seguito passo passo l’evoluzione delle
stime sull’andamento dell’evasione fiscale a valle della manovra per il 2023, la
prima di Meloni e Giorgetti, che è stata infarcita di condoni e sanatorie. Nel
2024 il Tesoro nel Piano strutturale di bilancio, che ha sostituito la vecchia
Nota di aggiornamento al Def incorporando anche il rapporto sui risultati della
lotta all’evasione, ha rilevato per il 2023 una “battuta d’arresto” nel
miglioramento della compliance fiscale. E la Relazione 2025 sull’economia non
osservata ha attestato che nel 2022 l’evasione complessiva tra tasse e
contributi è tornata sopra i 100 miliardi di euro anche se in termini
percentuali il “tax gap” si è ridotto leggermente, al 17%, comunque sopra il
16,6% che costituiva l’obiettivo 2024 stando alla prima versione del Pnrr. Nel
Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto
all’evasione, poi, il Mef non ha indicato le eventuali risorse da destinare nel
2025 al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, che stando alla legge
viene rimpinguato solo se le maggiori entrate strutturali derivanti da
adempimento fiscale stimate per l’ultimo anno disponibile (in questo caso il
2022) sono considerate “solide” perché nei tre anni successivi non ci sono stati
peggioramenti. Il ministero ha fatto sapere al fattoquotidiano.it che non si
erano “verificate le condizioni”.
“Come abbiamo fatto notare al ministro Tommaso Foti in cabina di regia già lo
scorso settembre, viste le scelte del governo in materia di lotta all’evasione
c’erano forti dubbi sul raggiungimento degli obiettivi”, commenta Gigi Caramia,
responsabile nazionale Pnrr per l’Area Politiche dello sviluppo della Cgil. “Con
la revisione il governo, con il placet della Commissione Europea, ha alzato
bandiera bianca, a conferma che il 15% non si sarebbe raggiunto e che, anzi, la
propensione all’evasione sta probabilmente aumentando, incentivata da condoni e
rottamazioni”.
L'articolo Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione
dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Ce l’abbiamo fatta come tutti gli anni: ormai sapete che la legge di bilancio
ha questi riti. Noi l’abbiamo approvata, altri paesi europei non ce l’hanno
fatta. Ci sono riflessioni da fare su come funziona la democrazia parlamentare
nel vecchio continente”. Così Giancarlo Giorgetti uscendo dalla Camera dei
Deputati al termine della votazione per la manovra di bilancio.
Rispondendo alle critiche delle opposizioni, Giorgetti specifica: “Abbiamo
detassato gli aumenti contrattuali e chiuso i contratti pubblici fermi da anni.
Questo significa aumenti concreti di salari e stipendi. Le opposizioni fanno
giustamente il loro mestiere, le critiche possono aiutare a capire dove abbiamo
sbagliato”. E aggiunge: “Non è una manovra per ricchi, lo dicono istituzioni non
amiche del Governo che abbiamo fatto sforzo su redditi medio bassi”.
In merito alle pensioni, poi, continua: “Dicono che abbiamo aumentato l’età
pensionabile, ma l’intervento del Governo in realtà l’ha ridotta di due mesi nel
2027 quando sarebbe aumentata di tre mesi automaticamente”.
L'articolo Manovra, Giorgetti: “Abbiamo aumentato i salari. È per i ricchi? No,
fatto sforzi per redditi medio-bassi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Interventi storici”, “stanziamenti in Sanità mai visti nei tempi recenti”,
“cose che fino a due mesi fa sembravano incredibili”. E ancora, sul rinnovi
contrattuali nel pubblico impiego, “una cosa storica. Del resto “anche
Confindustria si è presentata ai tavoli a palazzo Chigi chiedendo cose che
probabilmente pensava di non ottenere e invece ha ottenuto”. Giancarlo Giorgetti
difende la manovra a spada tratta in Senato. E rivendica anche la ‘tassa sui
pacchi’. L’aumento della pressione fiscale? Tenta di giustificarlo ancora con
l’aumento degli occupati e con l’incremento dell’attività di accertamento nel
contrasto all’economia sommersa.
L'articolo Giorgetti difende la manovra. Poi ammette: “Non credo passerà alla
storia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ribattezza “prudenza” la scelta di tenere strettissimi i cordoni della borsa,
che gli è valsa l’accusa giustificata di “attuare una politica di austerità“.
Difende le imbarazzanti giravolte dei giorni scorsi sulle pensioni rivendicando
che “la riforma della previdenza complementare che coraggiosamente abbiamo
affrontato è un tema ineludibile ed un passaggio che resterà nella storia“. Si
intesta uno stanziamento “mai visto nei tempi recenti” per la sanità. E promuove
la tassa da 2 euro sui piccoli pacchi in arrivo dall’Asia la cui invasione
“costringe a chiudere” i negozi “fatti da persone”. Il ministro dell’Economia
Giancarlo Giorgetti, costretto a rimangiarsi il primo maxi emendamento alla
manovra che penalizzava chi ha riscattato la laurea e allontanava le pensioni
anticipate, coglie l’occasione delle repliche al termine della discussione
generale in Senato sulla legge di Bilancio per togliersi qualche sassolino dalla
scarpa.
“L’obiezione fondamentale che ho sentito nel dibattito è l’accusa al governo di
attuare una politica di austerità”, dice. “Questa politica di austerità io la
traduco con il termine prudenza”. Perché “con il livello del debito pubblico che
ha questo Paese, con il fatto che il governo deve mettere 400 miliardi all’anno
di debito pubblico, col fatto che il nostro bilancio è gravato di 90 miliardi di
interessi sul debito pubblico, io non posso continuare a ragionare come si
ragionava cinque anni fa, quattro anni fa, in cui i tassi di interesse erano
zero o negativi e, quindi, quel debito costava molto poco, oppure quando la
Banca Centrale Europea faceva una politica monetaria espansiva”. Oggi “i tassi
di interesse sono aumentati, la Banca Centrale Europea non compra più il nostro
debito, quindi noi siamo tenuti a maturare una credibilità, una fiducia sui
mercati in modo che tutti possano valutare se comprare il nostro debito o no, e
senza la fiducia nei confronti del Paese e del governo che lo rappresenta questo
non sarebbe possibile”. Le figuracce e i litigi in maggioranza come si
conciliano con la necessità di credibilità? “Non so se tutto questo passerà alla
storia, so soltanto che grazie a questo tipo di politica l’Italia si presenta a
testa alta in Europa e nel mondo“, assicura.
Poi entra nel merito delle norme, rimaste nella versione definitiva, che
spingono la previdenza complementare. Vedi la possibilità di trasferire il
proprio piano previdenziale, comprensivo di contributo del datore di lavoro, a
forme previdenziali non negoziali: un “bel regalo” a banche e assicurazioni che
gestiscono piani di previdenza non contrattuali, per la senatrice Pd Maria
Cecilia Guerra. “Penso che la riforma della previdenza complementare che
coraggiosamente abbiamo affrontato sia un tema ineludibile ed un passaggio che
resterà nella storia”, replica Giorgetti. Perché, argomenta, “senza il secondo
pilastro le pensioni del lontano futuro non saranno in grado di garantire
pensioni dignitose. Quindi è una scelta che nel lungo termine farà un gran bene
soprattutto ai giovani e questa la rivendico”.
Quanto al cuore della manovra, il taglio della seconda aliquota Irpef, che segue
gli interventi delle precedenti leggi di Bilancio, il titolare del Mef ribadisce
che gli sforzi si sono concentrati sui lavoratori dipendenti “prima fino a
30mila euro, poi 40mila euro, poi 50mila euro, perché che erano quelli in
qualche modo vessati. Quei lavoratori dipendenti, soprattutto con famiglia e
figli a carico, sono quelli che hanno avuto la maggiore attenzione giustamente
da questo governo e che infatti hanno recuperato puntualmente quello che si
chiama fiscal drag“. Anche se secondo l‘Ufficio parlamentare di bilancio nella
fascia 32-45 mila euro il drenaggio è stato recuperato solo parzialmente.
Quanto alle contestazioni per la tassazione sui piccoli pacchi extra-Ue, il
ministro si innervosisce quando il senatore M5s Bruno Marton definita la misura
“baggianata“. Chiede di replicare e spiega che bisogna guardare il quadro più
ampio: “Non so se permetterà di salvare il commercio e la produzione europei, ma
bisogna ragionare seriamente su misure di contrasto alla concorrenza sleale o in
cinque anni la manifattura in Europa non sopravvivrà. Non sono baggianate. Io ho
visto un cambiamento totale, rivoluzionario, in Europa su questo aspetto, perché
finalmente qualcuno, anche in Europa, ha capito che se non si faceva nulla,
l’overcapacity di alcuni paesi asiatici con l’invasione di questi piccoli pacchi
avrebbe distrutto anche con riflessi economici e sociali la rete del commercio.
Ci sono anche i negozi fatti da persone, uomini e donne che di fronte a questa
concorrenza non fair sono costretti a chiudere”.
Poi Giorgetti respinge al mittente l’accusa di aver allentato “la fase del
controllo e dell’accertamento fiscale: no. Abbiamo avuto coraggio”, dice, “siamo
andati a fare accertamenti milionari, miliardari ai giganti del web“. Anche se
poi con qualche gigante si sono trovati accordi non più miliardari e assai
favorevoli al gigante stesso.
Non basta: passando al metodo, Giorgetti ha ammesso e difeso anche il
monocameralismo di fatto per cui ormai da anni – non è certo una novità di
questa legislatura – le leggi di Bilancio vengono esaminate da un solo ramo del
Parlamento mentre l’altro, dopo Natale, si limita ad approvare a scatola chiusa
con la fiducia. “I parlamenti sono nati per approvare i bilanci, alcune
importanti democrazie parlamentari in questo momento in Europa non sono in grado
di approvare il bilancio. E anche l’iter di approvazione del bilancio nel
Parlamento italiano è andato via via perdendo forse la centralità, la dimensione
che dovrebbe essere propria, con di fatto un monocameralismo che constatiamo da
diversi anni”. Così è e così continuerà ad essere? “Questo interroga e dovrebbe
interrogare tutti noi su come le democrazie parlamentari dovrebbero aggiornare e
aggiornarsi per essere al passo coi tempi e mantenere le prerogative per cui
esse sono nate”.
L'articolo Giorgetti: “Noi austeri? È prudenza”. E difende il favore ai fondi
pensione (“resterà nella storia”) e la tassa sui piccoli pacchi proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Salta la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipata cumulando gli
importi di forme pensionistiche di previdenza complementare. Lo prevede il nuovo
emendamento del governo alla manovra, depositato nelle scorse ore in Commissione
Bilancio al Senato dal ministero dell’Economia, guidato dal leghista Giancarlo
Giorgetti. La proposta sopprime una norma introdotta con l’ultima legge di
bilancio e fortemente voluta da un altro leghista, il sottosegretario al Lavoro
Claudio Durigon, con l’obiettivo di rendere più flessibile l’uscita: consentiva
ai lavoratori in regime contributivo di sommare anche la rendita dei fondi
complementari per poter andare in pensione di vecchiaia a 64 anni, con vent’anni
di contributi, raggiungendo l’importo minimo pensionistico previsto. La proposta
era stata presentata come un primo passo per considerare cumulabili gli importi
della pensione principale con quella attivata con i fondi complementari, e
aprire poi un varco per consentire anche nel futuro l’estensione ai lavoratori
pre-1996. La cancellazione consente ora di ottenere un risparmio sulla spesa
pensionistica crescente nel tempo: 12,6 milioni di risparmi nel prossimo anno,
36 nel 2027, 51,7 milioni nel 2028, 70 milioni nel 2029, 71,9 milioni nel 2030,
74,8 milioni nel 2031, 85,3 milioni nel 2032, 101,6 milioni nel 2033, 119,2
milioni nel 2034 e 130,8 milioni nel 2035.
Nell’emendamento ci sono anche le misure per le imprese chieste da
Confindustria, con lo stanziamento delle risorse per i crediti d’imposta
Transizione 5.0 e Zes (Zona economica speciale); le misure sul Tfr, tra cui
l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neo assunti; il
contributo da 1,3 miliardi a carico delle assicurazioni, le risorse per il Piano
casa e il rifinanziamento degli stanziamenti relativi al Ponte sullo Stretto di
Messina, dopo lo stop al progetto arrivato dalla Corte dei conti. In
particolare, la proposta del governo conferma lo stanziamento di 1,3 miliardi
per incrementare le risorse destinate al credito d’imposta Transizione 4.0, i
cui fondi sono andati esauriti. Confermate anche le risorse aggiuntive, fino a
532,64 milioni di euro, per le aziende che hanno fatto domanda per il credito
d’imposta per la Zes unica. Per quanto riguarda il contributo a carico delle
assicurazioni, si stabilisce che entri il 16 novembre di ogni anno gli
assicuratori versino a titolo di acconto una somma pari all’85% del contributo
dovuto per l’anno precedente. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è
arrivato in Commissione a palazzo Madama: il termine per la presentazione di
subemendamenti all’emendamento del governo è fissato alle 12.
L'articolo Manovra, la Lega sconfessa se stessa: abolito l’anticipo di pensione
con i fondi complementari (introdotto l’anno scorso) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Alla fine sarà soltanto una legge inutile che ha distratto parte dell’opinione
pubblica da una manovra che ancora si trascina in Parlamento. Parliamo
dell’emendamento alla legge di Bilancio sulla proprietà dell’oro di Bankitalia.
Una norma per dire che le riserve auree iscritte nel bilancio della Banca
d’Italia appartengono al popolo italiano. Ideona dei parlamentari di Fratelli
d’Italia, loro sì pagati a peso d’oro, sulla quale il ministero dell’Economia ha
dovuto rassicurare la presidente della Banca centrale europea, Christine
Lagarde, che davanti alla stampa non ha potuto non prendere la cosa sul serio e
dirsi preoccupata per le finalità poco chiare dell’emendamento e i rischi per
l’indipendenza della banca centrale sancita dai trattati dell’Ue. Le sarebbe
bastata una risata e invece, per settimane, è toccato inscenare un confronto
istituzionale. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha dovuto addirittura inviarle
chiarimenti ufficiali per rassicurarla: che si tratta di una norma “simbolica”,
che nessuno si sogna di trasferire la gestione delle riserve auree o permetterne
la vendita per finanziare lo Stato.
Nonostante la manovra abbia dato ben altri pensieri alla maggioranza, il partito
della premier ha pensato bene di perdere altro tempo. Invece di ritirare
l’inutile emendamento ne ha modificato il testo per ribadire il rispetto delle
norme europee, con l’unico risultato di rendere chiaro a chiunque che non c’è
alcuna precettività: non introduce obblighi, divieti o poteri. Insomma, aria
fritta. Incredibile ma vero, il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan, è
riuscito a dirsi soddisfatto per l’esito della “storica battaglia”: “Abbiamo
posto il tema in Parlamento fin dal 2014 con un’iniziativa di Giorgia Meloni. Se
ora questa battaglia, come sembra, si trasformerà in una legge dello Stato, non
potremo che essere molto soddisfatti”. L’idea dei fratelli d’Italia, infatti,
non è recente. Meloni ci aveva provato anche durante il primo governo Conte, con
una mozione che pretendeva anche il rimpatrio delle scorte depositate all’estero
per comodità contabile. Mozione respinta dalla maggioranza di Lega e Movimento 5
stelle perché ne avevano presentata una loro che chiedeva di “definire l’assetto
della proprietà delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia nel rispetto
della normativa europea” e di “acquisire le notizie” su quelle detenute
all’estero, oltre che sulle “modalità per l’eventuale loro rimpatrio”. Oggi il
M5s parla di “inutile dibattito sull’“oro degli italiani””. Meglio tardi che
mai.
Inutile perché il Trattato sul funzionamento dell’Ue vieta il finanziamento
diretto allo Stato da parte di Bce e banche centrali nazionali, e sancisce
l’indipendenza di queste dagli Stati membri dell’Unione. Indipendenza che
riguarda anche la gestione delle riserve auree, anche se sono iscritte
contabilmente come bene dello Stato. Per essere ancora più chiari, non è
consentito “prelevare” oro per coprire spese, debito o politiche pubbliche.
Cos’è che Meloni e Salvini non capiscono? Il problema è che i testi normativi
europei, il Trattato sul funzionamento dell’Ue ma anche lo statuto del Sistema
Europeo di Banche Centrali, parlano solo della gestione operativa di queste
riserve. Al contrario, le norme Ue non parlano esplicitamente di “proprietari”.
Così la questione della proprietà formale rimane dibattuta e, in tempi di
sovranismo, inutilmente riscoperta. Tanto rumore per nulla e il nulla, alla
fine, è scritto così: “Fermo restando quanto previsto dagli articoli 123, 127 e
130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il secondo comma
dell’articolo 4 del testo unico delle norme di legge in materia valutaria, di
cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, si
interpreta nel senso che le riserve auree gestite e detenute dalla Banca
d’Italia, come iscritte nel proprio bilancio, appartengono al Popolo Italiano”.
Maiuscole comprese, è questa la riformulazione dell’emendamento presentata da
Giorgetti in commissione Bilancio al Senato. ”Siamo a posto: riteniamo che la
questione si possa ritenere chiusa”, ha detto il ministro. Era ora.
L'articolo Oro di Bankitalia, Giorgetti chiude la sceneggiata di FdI. Ecco come
ha riscritto la norma, che resta inutile proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ci risiamo, il Governo Meloni ha eseguito l’ennesimo furto con scasso a danno
del popolo meridionale. A firmare l’ennesima misura ‘scippa Sud’ è il ministro
dell’Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti e, per competenza, il ministro
della Cultura Alessandro Giuli.
Sostanzialmente, lo scorso 25 novembre è stato pubblicato il decreto
ministeriale 383, recante ‘misure urgenti in materia di cultura’, provvedimento
attuativo del D.L. 201 del 2024, disciplinato per ripartire una dotazione di
oltre 34 milioni di euro stanziati sul capitolo 2570 del Dipartimento per le
attività culturali. L’assegnazione, però, segue una logica che calpesta, ancora
una volta, una legge dello Stato, ovvero la cosiddetta clausola del 40%, secondo
cui le amministrazioni centrali devono destinare alle regioni del Mezzogiorno il
40% delle risorse ordinarie (dei provvedimenti adottati).
Secondo voi, qual è la percentuale individuata per il Meridione? Il 40%, come
previsto dal nostro ordinamento? Macchè! Quasi tutte le sedi degli enti
beneficiari sono localizzate nel Centro-Nord e solo alcuni riparti non sono
‘territorializzabili’ (cioè, localizzabili geograficamente, come ad esempio i
contributi per i convegni e le pubblicazioni di rilevante interesse culturale).
Tuttavia, solo 2,2 milioni di euro sono stati attribuiti ad enti ‘non
territorializzabili’, mentre i restanti 31,8 milioni sono stati erogati per
intero ad enti centrosettentrionali. Che significa tutto questo?
Che nelle tabelle ministeriali non si intravede alcun ente del Sud, quindi la
percentuale effettivamente individuata per il Mezzogiorno è dello 0%. Il tutto,
mentre – tanto per fare qualche esempio – alla Fondazione Festival dei Due Mondi
di Spoleto sono stati attribuiti 2,1 milioni di euro, alla fondazione Ferrara
Musica 705 mila euro, alla Fondazione Rossini Opera Festival di Pesaro di euro
2.4 milioni di euro, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni 705.3, alla
Fondazione Scuola di musica di Fiesole di euro 704mila euro. E così via
discorrendo.
A questa tela a tinte fosche, che cristallizza per il Meridione una perdita
integrale delle risorse, si aggiunge l’umiliazione parlamentare. Capiamo in che
senso. Come si deduce approfondendo il suddetto decreto, il provvedimento è
stato adottato “visti i pareri favorevoli già espressi” dalla commissione VII
del Senato, poi ratificata anche nella VII della Camera dei Deputati. Ciò
significa che il testo ha ricevuto il nullaosta dei parlamentari. Così, sono
andato ad analizzare il rapporto stenografico della Commissione competente al
Senato, per capire quali forze politiche hanno remato contro questo
provvedimento.
Ebbene, l’unico partito ad opporsi è stato il Movimento 5 Stelle, il cui
capogruppo (attuale Vicepresidente) Sen. Luca Pirondini ha ribadito il dissenso
della sua forza politica rispetto alle previsioni dello schema e rispetto alle
modalità di erogazione delle risorse in ambito culturale da parte del Governo,
preannunciando un voto contrario, reputando “non convincente il metodo sulla
base del quale, a fronte di ripetuti tagli lineari al settore culturale, vengono
poi destinati specifici finanziamenti, senza una previa determinazione di
criteri e princìpi di assegnazione, a particolari iniziative, che, a suo parere,
non sono più meritorie rispetto a quelle”.
Colpisce come tutti gli altri parlamentari meridionali della Commissione
(eccezion fatta per le Senatrici Vincenza Aloisio e Barbara Floridia, in quota
M5S) abbiano votato a favore di un provvedimento che priva di finanziamenti la
propria terra d’origine, probabilmente per compiacere il proprio ‘padrone
politico’. Una circostanza, l’ennesima, che fa venire in mente uno stralcio di
un celebre discorso del leggendario Malcom X, in cui si scagliava contro gli
afroamericani che ‘amavano compiacere’ il proprio padrone bianco e razzista: Il
negro da cortile viveva insieme al padrone, lo vestivano bene e gli davano da
mangiare cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone e si identificava
col padrone più di quanto questi non s’identificasse con se stesso. Abbiamo
ancora fra i piedi parecchi di questi nigger da cortile. Pur di far ciò è
disposto a pagare affitti tre volte superiori per poi andare in giro a vantarsi:
‘Sono l’unico negro in questa scuola!’. Ma non era altro che un negro da
cortile!
L'articolo All’ennesimo furto del governo a danno del Sud, ora si aggiunge
l’umiliazione parlamentare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Benché non ci sia niente di penalmente rilevante, la scalata di Mps a Mediobanca
è costellata di passi falsi del ministero dell’Economia. È quanto emerge
dall’atto di perquisizione eseguito nei giorni scorsi nell’ambito dell’indagine
della procura milanese sulle operazioni che hanno ridisegnato la mappa della
finanza italiana e citato dal Corriere della Sera e dalle agenzie di stampa.
A partire dalla procedura con la quale il ministero dell’Economia, a novembre
del 2024, ha venduto il 15% del Montepaschi a Caltagirone, Delfin, Bpm e Anima
con l’intermediazione di Banca Akros (gruppo Bpm). Lo svolgimento del
collocamento tramite quello che in gergo viene chiamato Accelerated bookbuilding
(Abb) “è stato caratterizzato da diverse e vistose anomalie: il senso
complessivo dell’operazione è stato palesemente quello di destinare una parte
cospicua di azioni Mps di proprietà del Mef a soggetti predeterminati“, cioè
Caltagirone e Delfin, “volendo tuttavia generare all’esterno l’apparenza di una
procedura “aperta”, ossia trasparente, competitiva e non discriminatoria”, si
legge nel decreto a carico di Francesco Gaetano Caltagirone, del presidente di
Luxottica e della controllante lussemburghese Delfin sarl Francesco Milleri e
dell’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, per le ipotesi di reato di
aggiotaggio e di ostacolo alle autorità di vigilanza per aver, stando agli
inquirenti, tenuto nascosto al mercato un accordo sulle operazioni che hanno
portato la banca toscana a ottenere il controllo di Mediobanca, a sua volta
primo azionista delle Generali.
“Non è spiegabile se non nel senso di voler pilotare l’attività di dismissione,
l’affidamento della funzione di bookrunner unico a Banca Akros, intermediario
con un’unica esperienza di Abb alle spalle, peraltro di entità notevolmente
inferiore a quella in esame”, laddove i precedenti collocamenti di quote di Mps
in mano al Tesoro erano stati affidati “a un pool di banche internazionali”, si
legge nelle carte citate dall’Adnkronos. Il ministero dell’Economia giustifica
la scelta con il fatto che Akros aveva offerto uno sconto più interessante degli
altri, ma in Procura rilevano come la banca d’affari della Bpm sia semplicemente
stata “l’unica a ricevere dal Ministero la richiesta di un rilancio: nella nota
del 29 luglio 2025 alla Consob, il Ministero afferma che scelse Akros in virtù
dell’offerta migliore, senza però specificare che solo a questa banca venne
richiesto il cosiddetto second round, ossia un invito a migliorare l’offerta”.
Quella dell’asta per la vendita del 15% di Mps è una fase, “sulla quale
l’attenzione si è particolarmente soffermata, in quanto la stessa si sarebbe
rivelata con forte evidenza quale operazione preparatoria e cruciale rispetto
alla realizzazione del progetto di conquista di Mediobanca”, spiegano ancora gli
investigatori. Per i quali, va ricordato, nonostante le molteplici “opacità e
anomalie“, nella vendita di Mps non è configurabile il reato di turbativa
d’asta, perché la normativa del 2020 su queste operazioni non le qualifica come
gare pubbliche. Anche se resta da capire come questo sia compatibile con le
prescrizioi comunitarie sulla privatizzazione di Mps.
Notevoli, poi, le incongruenze nelle dichiarazioni ufficiali del ministero
dell’Economia sull’asta. Il 29 luglio 2025, riferisce il Corriere, il direttore
generale del Tesoro, Francesco Soro, ha dichiarato alla Consob che non c’erano
stati contatti con i futuri acquirenti della quota di Mps. “Con riferimento alla
richiesta di chiarire se codesto Ministero abbia avuto, prima dell’avvio e del
perfezionamento della predetta operazione, interlocuzioni in relazione alla
vendita delle azioni Mps con gli azionisti che hanno poi acquisito una
partecipazione rilevante in Mps (Delfin, Caltagirone, Anima, Bpm) e/o con altri
potenziali investitori e/o con la medesima banca, si precisa che non vi è stata
alcuna interlocuzione, contatto o scambio tra i competenti uffici del Mef e gli
azionisti che hanno poi acquisito una partecipazione rilevante e/o con altri
possibili investitori”, ha scritto Soro alla Commissione.
Una dichiarazione contraddetta dallo stesso Caltagirone e da Delfin che alla
vigilanza dei mercati finanziari hanno detto il contrario. “Caltagirone ha
dichiarato di essere stato interpellato nel mese di ottobre 2024 dal Ministero”,
che era “interessato a creare un nucleo di investitori italiani per Mps”, e “di
aver rappresentato la propria disponibilità ad investire anche a ragione della
buona conoscenza della banca di cui in precedenza era stato azionista rilevante
e vicepresidente”, è la sintesi della Procura degli atti acquisiti in Consob
citata dal Corsera. Secondo la quale il costruttore-editore romano avrebbe detto
anche che “successivamente, dal Ministero gli era stata data sommaria
indicazione degli altri soggetti che sarebbero stati invitati alla procedura”.
Che erano poi quelli che hanno effettivamente rilevato la quota. Analogamente
Romolo Bardin di Delfin ha “confermato i contatti di Milleri con Caltagirone ed
altri esponenti istituzionali relativamente alle azioni Mps detenute dal
governo”, precisando che “in tali circostanze Milleri aveva raccolto l’interesse
del Ministero per la creazione di un nucleo di investitori italiani in Mps”.
Una volta entrati in Mps, poi, a fine 2024 gli investitori mettono mano al cda
della banca. Questo grazie alle dimissioni di 5 consiglieri indipendenti che
erano stati eletti in quota ministero dell’Economia. Soro nella sua relazione a
Consob di luglio 2025 si sofferma anche su questo passaggio “attestando di non
aver contattato i consiglieri uscenti, e tantomeno di averne sollecitato le
dimissioni“. Gli inetressati, però, raccontano un’altra storia. E cioè che “le
dimissioni furono richieste o imposte dal Ministero, o in un caso dal deputato
della Lega Alberto Bagnai, che aveva detto di esprimersi per conto del
Ministero.
Poi c’è una nota di aprile 2025 del capo segreteria della vigilanza delle
assicurazioni, l’Ivass, che riferisce a Bankitalia in merito a un incontro tra
il presidente dell’authority e l’amministratore delegato di Mps. Nella nota,
sintetizzano gli investigatori, si riferisce “come l’amministratore delegato di
Mps Lovaglio abbia fatto notare che ‘l’intenzione di dare corso all’Offerta su
Mediobanca è risalente, e che la presenza di ‘alcuni soci e il supporto
governativo‘ hanno avuto in questo momento un ‘ruolo facilitatorio‘”.
Del resto sono stati gli stessi Lovaglio e Caltagirone a contare sul supporto
del ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Se ne parla in una conversazione
intercettata dalla Guardia di Finanza all’indomani dell’assemblea di Mps che il
17 aprile ha approvato la ricapitalizzazione della banca funzionale all’offerta
su Mediobanca. “Qualcuno ci ha fatto il bidone”, dice il banchiere al suo
azionista. E racconta: “Io avrei giurato (di arrivare, ndr) all’83%, poi le
spiego perché qualcuno ci ha fatto il bidone, perché Blackrock è un 2% (…) Io ho
scritto al Ceo, e so che il ministro ha scritto un sms perché io gli ho detto
“Oh, guarda che non ha votato!”, quindi gli ho detto a Sala hanno scritto un
sms, nonostante questo…non è andata bene”.
Via XX Settembre però non ci sta: “Il Mef ha agito sempre nel rispetto delle
regole e della prassi”. Fanno informalmente sapere del dicastero di Giorgetti
tramite l’Ansa precisando che dal ministro leghista non c’è stata “nessuna
ingerenza né interferenza“.
L'articolo Tra sms e chiamata alle armi, le dichiarazioni del Mef sulla scalata
a Mediobanca smentite dagli stessi scalatori proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non solo continua a partecipare al tavolo interministeriale sui fondi Safe
(Security Action for Europe) con cui l’Italia finanzierà i programmi di riarmo
dei prossimi anni. Stefano Beltrame, consigliere diplomatico del ministro
dell’Economia Giancarlo Giorgetti, fa parte anche della delegazione italiana al
G20 di Johannesburg a cui partecipano sia la premier Giorgia Meloni che il
titolare dell’Economia. Ma il diplomatico non è solo consigliere di Giorgetti: è
anche il prossimo ambasciatore italiano a Mosca. E siede ai tavoli in cui,
teoricamente, si dovrebbe parlare anche del futuro dell’Ucraina e del piano di
pace di Donald Trump per arrivare a una tregua a Kiev.
Al momento non è ancora arrivata la lettera di gradimento da parte di Mosca e
per questo Beltrame, nominato a fine agosto dal governo come prossimo
ambasciatore italiano in Russia, ha continuato a fare il consigliere diplomatico
del ministro Giorgetti. In queste settimane la sua presenza al tavolo tecnico
che deve decidere i programmi per il riarmo da cui l’Italia dovrà proteggersi
proprio da Mosca ha messo in imbarazzo mezzo governo: prima i ministeri degli
Esteri e della Difesa e poi anche Palazzo Chigi hanno sollevato qualche
perplessità sulla scelta di continuare a far decidere al prossimo ambasciatore
in Russia i piano di riarmo italiani. A fine ottobre Il Fatto ha raccontato
anche di una nota dell’intelligence arrivata a Palazzo Chigi in cui veniva
evidenziato il rischio di incompatibilità tra quello di responsabile del tavolo
Safe e di ambasciatore a Mosca.
Questo non ha fermato l’attività di Beltrame. Sabato e domenica, Giorgetti ha
portato con sé Beltrame al vertice del G20 in Sudafrica dove, oltre alla
sessione plenaria, si sono tenuti anche dei bilaterali importanti per il governo
italiano: il ministro dell’Economia ha incontrato gli omologhi di Turchia e
Arabia Saudita, ma insieme a Meloni – come mostrano le immagini ufficiali – ha
incontrato anche il primo ministro cinese Li Qiang con cui sono stati affrontati
i temi del Piano d’Azione triennale 2024-2027, lo sviluppo del commercio e delle
relazioni industriali. Non è escluso, anche se nella nota di Palazzo Chigi non
se ne fa menzione, che si sia parlato anche di Ucraina. Giorgetti e Beltrame
erano presenti all’incontro, mentre Meloni era affiancata dal consigliere
diplomatico di Palazzo Chigi Fabrizio Saggio.
Il principale dossier a margine del G20 in Sudafrica è stato proprio quello
della guerra in Ucraina. Meloni sabato ha partecipato ad alcune riunioni con i
volenterosi e con i colleghi del G7. L’Italia ha una posizione di cautela sul
piano di Trump: ritiene irricevibile la proposta di concedere il Donbass alla
Russia e di mettere un limite di 600 mila soldati all’Ucraina in caso di pace.
Beltrame stato indicato il 28 agosto dal Consiglio dei ministri come prossimo
ambasciatore a Mosca, al posto di Cecilia Piccioni che nel frattempo è diventata
segretaria generale della Farnesina. Già consigliere diplomatico di Matteo
Salvini al ministero dell’Interno (fu lui a organizzare il viaggio a Mosca nel
2018), dal settembre 2023 è consigliere diplomatico del ministro Giorgetti. Che
lo ha indicato anche in un altro ruolo: quello di responsabile del Tesoro al
tavolo interministeriale sul programma Safe.
L'articolo Ucraina, Giorgetti porta al G20 il prossimo ambasciatore a Mosca (che
nel frattempo continua a lavorare al riarmo italiano) proviene da Il Fatto
Quotidiano.