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Caro carburanti, Giorgetti risponde a Schlein: “La norma per le accise mobili c’è già, troveremo i margini”. Lei: “Passate dalle parole ai fatti”
È botta e risposta tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la segretaria del Pd Elly Schlein. L’argomento è l’aumento dei prezzi dei carburanti seguito alla guerra in Iran. In tarda mattinata la leader dem si rivolge al governo puntando il dito sulle conseguenze “delle azioni militari di Trump a danno di famiglie e imprese italiane”: “L’inflazione riprende a salire e la benzina è arrivata attorno ai 2 euro”. Schlein, ricordando le dichiarazioni di Giorgia Meloni che prometteva l’abolizione delle accise, avanza una proposta all’esecutivo: “Può attivare subito le cosiddette accise mobili, un meccanismo adottato molti anni fa e mai attuato”. “Siccome con i prezzi stellari della benzina non aumentano solo gli extraprofitti di chi la vende ma pure il gettito Iva che entra nelle casse dello Stato, noi proponiamo di usare quell’extragettito Iva restituendolo ai cittadini e abbassando le accise di tutti“, dichiara la segretaria del Pd nel suo intervento alla tappa conclusiva a Roma del percorso di ascolto L’Italia che sentiamo. Poche ore dopo la risposta arriva dal ministro dell’Economia: “È una norma che abbiamo introdotto noi già dal 2023, vedremo di adattarla. Se ci sono margini? Li troveremo“, ha detto Giorgetti entrando allo stadio Olimpico in occasione della partita del Sei Nazioni tra Italia e Inghilterra. Subito dopo è sempre Schlein a replicare sottolineando di “prendere atto delle parole di apertura” del ministro. “Adesso Giorgia Meloni dalle parole passi ai fatti perché bisogna proteggere famiglie e imprese dalle conseguenze economiche di questa guerra”, sottolinea la leader del Pd. L'articolo Caro carburanti, Giorgetti risponde a Schlein: “La norma per le accise mobili c’è già, troveremo i margini”. Lei: “Passate dalle parole ai fatti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ddl Antisemitismo, Giorgetti boccia le norme sul monitoraggio: “Mancano le coperture”. Scontro con la maggioranza
Parere contrario su alcuni emendamenti, anche della maggioranza. Perché non rispettavano il principio della cosiddetta “invarianza finanziaria“, cioè rischiavano di generare nuovi oneri per le casse dello Stato. Così martedì pomeriggio, in commissione Bilancio al Senato, il ministero dell’Economia guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti ha fatto riscrivere alcune norme del disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo che mercoledì sarà approvato in prima lettura dall’aula di Palazzo Madama. L’intervento del Tesoro ha provocato lo scontro non solo con le opposizioni, ma anche con i partiti della maggioranza che non hanno apprezzato le correzioni di Giorgetti. Stiamo parlando del ddl che fa discutere i partiti da settimane: è frutto dell’accordo tra partiti di maggioranza e una parte dell’opposizione, provocando una spaccatura nel Pd che non ha ancora deciso come votare. La norma – con cui l’Italia aderisce alla definizione dell’Alleanza internazionale per il ricordo dell’Olocausto (Ihra) e con cui si punta a punire le azioni antisemite – è stata spinta dalla senatrice a vita Liliana Segre e dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Dopo l’approvazione del testo in commissione Affari Costituzionali mancava solo il parere della commissione Bilancio perché il disegno di legge potesse essere approvato in Aula. Nei giorni scorsi proprio il ministero dell’Economia aveva fatto inserire nel testo un articolo – il numero 5 – di invarianza finanziaria per tutto il provvedimento. Ma nonostante questo, maggioranza e opposizione, durante l’iter parlamentare, avevano fatto approvare alcuni emendamenti che secondo il Tesoro rischiavano di provocare un aumento di spesa per lo Stato. In particolare due norme che sono state “bocciate” del ministero dell’Economia: una di Alleanza Verdi e Sinistra con cui si introducevano “iniziative di studio e confronto culturale sul fenomeno dell’antisemitismo e sulle sue diverse matrici storiche e contemporanee” e una di Fratelli d’Italia che istituiva un riconoscimento pubblico “per valorizzare e promuovere l’azione di figure storiche o di personalità contemporanee che abbiano posto in essere azioni o iniziative meritevoli nell’ottica del contrasto dell’antisemitismo”. Parere contrario della sottosegretaria all’Economia Sandra Savino secondo cui non erano indicate le coperture economiche sia per gli esperti che avrebbero dovuto “studiare” il fenomeno, sia per i fondi per il premio. Il Tesoro, inoltre, ha imposto correzioni anche su un’altra decina di emendamenti, specificando che tutte le norme sul monitoraggio e lo studio del fenomeno dell’antisemitismo devono rispettare l’articolo 81 della Costituzione (quello del pareggio di Bilancio) e che i fondi da spendere per la strategia nazionale sull’antisemitismo devono venir presi dal bilancio della presidenza del Consiglio con apposita voce o da voci già esistenti. Correzioni e bocciature che hanno fatto infuriare diversi esponenti della maggioranza. La senatrice della Lega Daisy Pirovano in commissione ha espresso “forti perplessità” sulle richieste del ministero dell’Economia che “sembrano esulare dai profili finanziari”. Il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri invece ha proposto di fare modifiche in Aula, mentre la senatrice di Fratelli d’Italia Ester Mieli, pur riconoscendo il ruolo al ministero dell’Economia, ha spiegato di “non comprendere perché vengono fatte proposte di modifica che appaiono esulare” dall’ambito finanziario. Stesse critiche sono state mosse da Ivan Scalfarotto (Italia Viva) e da Daniele Manca (Pd). Alla fine, però, le correzioni sono state accolte e la commissione ha votato parere favorevole a maggioranza, a patto di cambiare le norme del provvedimento come chiesto dal ministero dell’Economia. L'articolo Ddl Antisemitismo, Giorgetti boccia le norme sul monitoraggio: “Mancano le coperture”. Scontro con la maggioranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Leghisti imperfetti: i cuor di leone, odiatori di Salvini | il commento
Sempre arrabbiati, sempre decisi a farla finita “col genero di Denis Verdini” e sempre sul punto di organizzare una sarabanda contro il segretario, specialmente adesso che ha fatto frullare il partito da Roberto Vannacci, l’incursore del Col Moschin che si è prodotto nella specialità del reggimento d’élite di stanza a Livorno: farsi paracadutare tra i leghisti, shakerarli in gruppo, mettersene in tasca quanti più possibile e poi sparire. La Lega annovera dei cuor di leone di antico lignaggio. Una partito dentro il partito: milizia bossiana che nel tempo è andata scolorendosi giungendo, per dire, all’attracco ideologico di Giancarlo Giorgetti, quello del Sole delle Alpi disegnato sulla parete della sua villetta sul lago di Varese. È ormai un’altra persona, di studi bocconiani, è trasfigurato nel nipotino di Ugo La Malfa, principe dei rigoristi nel secolo scorso, il politico che sui conti pubblici ha dato la vita e ha avuto la gloria dei liberali del mondo. “Piace molto l’amatriciana” ha detto Attilio Fontana, presidente della Lombardia, e Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli, scontento e deluso, “non siamo più il partito del 34 per cento”. Non parliamo di Luca Zaia, il più fantasmagorico oppositore di Salvini. Il più bravo ad annunciare le barricate e poi darsi alla fuga. Volevano Zaia leader del nord ventuno dirigenti che due anni fa firmarono la prima lettera di diffida al segretario. L’ex capodella Lega bergamasca, i compagni bresciani, l’ex segretario della Lega Lombarda Paolo Grimaldi. “La Lega è residuale”, dissero in coro. E Salvini? Non percepì, non ascoltò, non replicò. È andato avanti col Ponte dello Stretto, la sua esclusiva battaglia politica, mentre Massimiliano Romeo, il capogruppo al Senato gli ricordava: “Il nord sta soffrendo, il nord è fondamentale”. Oggi che Vannacci non c’è più, resta Salvini e con lui gli Angelucci, editori di riferimento, e naturalmente Denis Verdini, papà di Francesca, l’amore della vita. Forse ha ragione Fontana: alla Lega piace troppo l’amatriciana. L'articolo Leghisti imperfetti: i cuor di leone, odiatori di Salvini | il commento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata
La modifica finora è passata sotto silenzio. Ma il governo Meloni due mesi fa ha di fatto messo nero su bianco la rinuncia a raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riduzione dell’evasione fiscale concordati dall’Italia con la Ue nel 2021, ai tempi dell’approvazione del Pnrr. L’ha fatto con la sesta revisione del piano, che ha ottenuto il via libera definitivo da parte del Consiglio il 27 novembre. Tra le 173 misure modificate c’è infatti anche la riforma dell’amministrazione fiscale, che nella versione originaria prevedeva un calo corposo della cosiddetta “propensione a evadere“, cioè il rapporto tra il gettito che manca all’appello e quello atteso: entro la metà di quest’anno Roma avrebbe dovuto dimostrare un calo del 15% della stima relativa al 2024 rispetto a quella del 2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a un’evasione tributaria da 87 miliardi). Quella milestone è scomparsa. Traduzione: il ministero dell’Economia non conta più di riuscire a ridurre di circa 13 miliardi la cifra nascosta al fisco sotto forma di Irpef dei lavoratori autonomi e dei dipendenti, Iva, Ires, Irap, imposte sulle locazioni e canone Rai. Risultato che nel 2021 il governo Draghi aveva programmato di ottenere attraverso una serie di interventi che andavano dalla messa in pratica del sempre invocato incrocio delle banche dati alle multe per chi rifiuta pagamenti con carta, da affiancare a un aumento delle lettere che “invitano” i contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Come non detto. Al posto della relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di Bilancio, che andranno finalizzate entro il secondo trimestre: l’invio dei dati della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la dichiarazione. Non solo. Il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del 2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. I motivi della modifica non sono stati chiariti, ma pare un chiaro segno che a via XX Settembre si attendono per il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un peggioramento dell’indicatore. E per non rischiare ritengono più prudente che il calcolo tenga conto anche del buon risultato del 2022. La preoccupazione non sorprende chi ha seguito passo passo l’evoluzione delle stime sull’andamento dell’evasione fiscale a valle della manovra per il 2023, la prima di Meloni e Giorgetti, che è stata infarcita di condoni e sanatorie. Nel 2024 il Tesoro nel Piano strutturale di bilancio, che ha sostituito la vecchia Nota di aggiornamento al Def incorporando anche il rapporto sui risultati della lotta all’evasione, ha rilevato per il 2023 una “battuta d’arresto” nel miglioramento della compliance fiscale. E la Relazione 2025 sull’economia non osservata ha attestato che nel 2022 l’evasione complessiva tra tasse e contributi è tornata sopra i 100 miliardi di euro anche se in termini percentuali il “tax gap” si è ridotto leggermente, al 17%, comunque sopra il 16,6% che costituiva l’obiettivo 2024 stando alla prima versione del Pnrr. Nel Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione, poi, il Mef non ha indicato le eventuali risorse da destinare nel 2025 al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, che stando alla legge viene rimpinguato solo se le maggiori entrate strutturali derivanti da adempimento fiscale stimate per l’ultimo anno disponibile (in questo caso il 2022) sono considerate “solide” perché nei tre anni successivi non ci sono stati peggioramenti. Il ministero ha fatto sapere al fattoquotidiano.it che non si erano “verificate le condizioni”. “Come abbiamo fatto notare al ministro Tommaso Foti in cabina di regia già lo scorso settembre, viste le scelte del governo in materia di lotta all’evasione c’erano forti dubbi sul raggiungimento degli obiettivi”, commenta Gigi Caramia, responsabile nazionale Pnrr per l’Area Politiche dello sviluppo della Cgil. “Con la revisione il governo, con il placet della Commissione Europea, ha alzato bandiera bianca, a conferma che il 15% non si sarebbe raggiunto e che, anzi, la propensione all’evasione sta probabilmente aumentando, incentivata da condoni e rottamazioni”. L'articolo Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Manovra, Giorgetti: “Abbiamo aumentato i salari. È per i ricchi? No, fatto sforzi per redditi medio-bassi”
“Ce l’abbiamo fatta come tutti gli anni: ormai sapete che la legge di bilancio ha questi riti. Noi l’abbiamo approvata, altri paesi europei non ce l’hanno fatta. Ci sono riflessioni da fare su come funziona la democrazia parlamentare nel vecchio continente”. Così Giancarlo Giorgetti uscendo dalla Camera dei Deputati al termine della votazione per la manovra di bilancio. Rispondendo alle critiche delle opposizioni, Giorgetti specifica: “Abbiamo detassato gli aumenti contrattuali e chiuso i contratti pubblici fermi da anni. Questo significa aumenti concreti di salari e stipendi. Le opposizioni fanno giustamente il loro mestiere, le critiche possono aiutare a capire dove abbiamo sbagliato”. E aggiunge: “Non è una manovra per ricchi, lo dicono istituzioni non amiche del Governo che abbiamo fatto sforzo su redditi medio bassi”. In merito alle pensioni, poi, continua: “Dicono che abbiamo aumentato l’età pensionabile, ma l’intervento del Governo in realtà l’ha ridotta di due mesi nel 2027 quando sarebbe aumentata di tre mesi automaticamente”. L'articolo Manovra, Giorgetti: “Abbiamo aumentato i salari. È per i ricchi? No, fatto sforzi per redditi medio-bassi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giorgetti difende la manovra. Poi ammette: “Non credo passerà alla storia”
“Interventi storici”, “stanziamenti in Sanità mai visti nei tempi recenti”, “cose che fino a due mesi fa sembravano incredibili”. E ancora, sul rinnovi contrattuali nel pubblico impiego, “una cosa storica. Del resto “anche Confindustria si è presentata ai tavoli a palazzo Chigi chiedendo cose che probabilmente pensava di non ottenere e invece ha ottenuto”. Giancarlo Giorgetti difende la manovra a spada tratta in Senato. E rivendica anche la ‘tassa sui pacchi’. L’aumento della pressione fiscale? Tenta di giustificarlo ancora con l’aumento degli occupati e con l’incremento dell’attività di accertamento nel contrasto all’economia sommersa. L'articolo Giorgetti difende la manovra. Poi ammette: “Non credo passerà alla storia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giorgetti: “Noi austeri? È prudenza”. E difende il favore ai fondi pensione (“resterà nella storia”) e la tassa sui piccoli pacchi
Ribattezza “prudenza” la scelta di tenere strettissimi i cordoni della borsa, che gli è valsa l’accusa giustificata di “attuare una politica di austerità“. Difende le imbarazzanti giravolte dei giorni scorsi sulle pensioni rivendicando che “la riforma della previdenza complementare che coraggiosamente abbiamo affrontato è un tema ineludibile ed un passaggio che resterà nella storia“. Si intesta uno stanziamento “mai visto nei tempi recenti” per la sanità. E promuove la tassa da 2 euro sui piccoli pacchi in arrivo dall’Asia la cui invasione “costringe a chiudere” i negozi “fatti da persone”. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, costretto a rimangiarsi il primo maxi emendamento alla manovra che penalizzava chi ha riscattato la laurea e allontanava le pensioni anticipate, coglie l’occasione delle repliche al termine della discussione generale in Senato sulla legge di Bilancio per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. “L’obiezione fondamentale che ho sentito nel dibattito è l’accusa al governo di attuare una politica di austerità”, dice. “Questa politica di austerità io la traduco con il termine prudenza”. Perché “con il livello del debito pubblico che ha questo Paese, con il fatto che il governo deve mettere 400 miliardi all’anno di debito pubblico, col fatto che il nostro bilancio è gravato di 90 miliardi di interessi sul debito pubblico, io non posso continuare a ragionare come si ragionava cinque anni fa, quattro anni fa, in cui i tassi di interesse erano zero o negativi e, quindi, quel debito costava molto poco, oppure quando la Banca Centrale Europea faceva una politica monetaria espansiva”. Oggi “i tassi di interesse sono aumentati, la Banca Centrale Europea non compra più il nostro debito, quindi noi siamo tenuti a maturare una credibilità, una fiducia sui mercati in modo che tutti possano valutare se comprare il nostro debito o no, e senza la fiducia nei confronti del Paese e del governo che lo rappresenta questo non sarebbe possibile”. Le figuracce e i litigi in maggioranza come si conciliano con la necessità di credibilità? “Non so se tutto questo passerà alla storia, so soltanto che grazie a questo tipo di politica l’Italia si presenta a testa alta in Europa e nel mondo“, assicura. Poi entra nel merito delle norme, rimaste nella versione definitiva, che spingono la previdenza complementare. Vedi la possibilità di trasferire il proprio piano previdenziale, comprensivo di contributo del datore di lavoro, a forme previdenziali non negoziali: un “bel regalo” a banche e assicurazioni che gestiscono piani di previdenza non contrattuali, per la senatrice Pd Maria Cecilia Guerra. “Penso che la riforma della previdenza complementare che coraggiosamente abbiamo affrontato sia un tema ineludibile ed un passaggio che resterà nella storia”, replica Giorgetti. Perché, argomenta, “senza il secondo pilastro le pensioni del lontano futuro non saranno in grado di garantire pensioni dignitose. Quindi è una scelta che nel lungo termine farà un gran bene soprattutto ai giovani e questa la rivendico”. Quanto al cuore della manovra, il taglio della seconda aliquota Irpef, che segue gli interventi delle precedenti leggi di Bilancio, il titolare del Mef ribadisce che gli sforzi si sono concentrati sui lavoratori dipendenti “prima fino a 30mila euro, poi 40mila euro, poi 50mila euro, perché che erano quelli in qualche modo vessati. Quei lavoratori dipendenti, soprattutto con famiglia e figli a carico, sono quelli che hanno avuto la maggiore attenzione giustamente da questo governo e che infatti hanno recuperato puntualmente quello che si chiama fiscal drag“. Anche se secondo l‘Ufficio parlamentare di bilancio nella fascia 32-45 mila euro il drenaggio è stato recuperato solo parzialmente. Quanto alle contestazioni per la tassazione sui piccoli pacchi extra-Ue, il ministro si innervosisce quando il senatore M5s Bruno Marton definita la misura “baggianata“. Chiede di replicare e spiega che bisogna guardare il quadro più ampio: “Non so se permetterà di salvare il commercio e la produzione europei, ma bisogna ragionare seriamente su misure di contrasto alla concorrenza sleale o in cinque anni la manifattura in Europa non sopravvivrà. Non sono baggianate. Io ho visto un cambiamento totale, rivoluzionario, in Europa su questo aspetto, perché finalmente qualcuno, anche in Europa, ha capito che se non si faceva nulla, l’overcapacity di alcuni paesi asiatici con l’invasione di questi piccoli pacchi avrebbe distrutto anche con riflessi economici e sociali la rete del commercio. Ci sono anche i negozi fatti da persone, uomini e donne che di fronte a questa concorrenza non fair sono costretti a chiudere”. Poi Giorgetti respinge al mittente l’accusa di aver allentato “la fase del controllo e dell’accertamento fiscale: no. Abbiamo avuto coraggio”, dice, “siamo andati a fare accertamenti milionari, miliardari ai giganti del web“. Anche se poi con qualche gigante si sono trovati accordi non più miliardari e assai favorevoli al gigante stesso. Non basta: passando al metodo, Giorgetti ha ammesso e difeso anche il monocameralismo di fatto per cui ormai da anni – non è certo una novità di questa legislatura – le leggi di Bilancio vengono esaminate da un solo ramo del Parlamento mentre l’altro, dopo Natale, si limita ad approvare a scatola chiusa con la fiducia. “I parlamenti sono nati per approvare i bilanci, alcune importanti democrazie parlamentari in questo momento in Europa non sono in grado di approvare il bilancio. E anche l’iter di approvazione del bilancio nel Parlamento italiano è andato via via perdendo forse la centralità, la dimensione che dovrebbe essere propria, con di fatto un monocameralismo che constatiamo da diversi anni”. Così è e così continuerà ad essere? “Questo interroga e dovrebbe interrogare tutti noi su come le democrazie parlamentari dovrebbero aggiornare e aggiornarsi per essere al passo coi tempi e mantenere le prerogative per cui esse sono nate”. L'articolo Giorgetti: “Noi austeri? È prudenza”. E difende il favore ai fondi pensione (“resterà nella storia”) e la tassa sui piccoli pacchi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
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Manovra, la Lega sconfessa se stessa: abolito l’anticipo di pensione con i fondi complementari (introdotto l’anno scorso)
Salta la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipata cumulando gli importi di forme pensionistiche di previdenza complementare. Lo prevede il nuovo emendamento del governo alla manovra, depositato nelle scorse ore in Commissione Bilancio al Senato dal ministero dell’Economia, guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti. La proposta sopprime una norma introdotta con l’ultima legge di bilancio e fortemente voluta da un altro leghista, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, con l’obiettivo di rendere più flessibile l’uscita: consentiva ai lavoratori in regime contributivo di sommare anche la rendita dei fondi complementari per poter andare in pensione di vecchiaia a 64 anni, con vent’anni di contributi, raggiungendo l’importo minimo pensionistico previsto. La proposta era stata presentata come un primo passo per considerare cumulabili gli importi della pensione principale con quella attivata con i fondi complementari, e aprire poi un varco per consentire anche nel futuro l’estensione ai lavoratori pre-1996. La cancellazione consente ora di ottenere un risparmio sulla spesa pensionistica crescente nel tempo: 12,6 milioni di risparmi nel prossimo anno, 36 nel 2027, 51,7 milioni nel 2028, 70 milioni nel 2029, 71,9 milioni nel 2030, 74,8 milioni nel 2031, 85,3 milioni nel 2032, 101,6 milioni nel 2033, 119,2 milioni nel 2034 e 130,8 milioni nel 2035. Nell’emendamento ci sono anche le misure per le imprese chieste da Confindustria, con lo stanziamento delle risorse per i crediti d’imposta Transizione 5.0 e Zes (Zona economica speciale); le misure sul Tfr, tra cui l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neo assunti; il contributo da 1,3 miliardi a carico delle assicurazioni, le risorse per il Piano casa e il rifinanziamento degli stanziamenti relativi al Ponte sullo Stretto di Messina, dopo lo stop al progetto arrivato dalla Corte dei conti. In particolare, la proposta del governo conferma lo stanziamento di 1,3 miliardi per incrementare le risorse destinate al credito d’imposta Transizione 4.0, i cui fondi sono andati esauriti. Confermate anche le risorse aggiuntive, fino a 532,64 milioni di euro, per le aziende che hanno fatto domanda per il credito d’imposta per la Zes unica. Per quanto riguarda il contributo a carico delle assicurazioni, si stabilisce che entri il 16 novembre di ogni anno gli assicuratori versino a titolo di acconto una somma pari all’85% del contributo dovuto per l’anno precedente. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è arrivato in Commissione a palazzo Madama: il termine per la presentazione di subemendamenti all’emendamento del governo è fissato alle 12. L'articolo Manovra, la Lega sconfessa se stessa: abolito l’anticipo di pensione con i fondi complementari (introdotto l’anno scorso) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Oro di Bankitalia, Giorgetti chiude la sceneggiata di FdI. Ecco come ha riscritto la norma, che resta inutile
Alla fine sarà soltanto una legge inutile che ha distratto parte dell’opinione pubblica da una manovra che ancora si trascina in Parlamento. Parliamo dell’emendamento alla legge di Bilancio sulla proprietà dell’oro di Bankitalia. Una norma per dire che le riserve auree iscritte nel bilancio della Banca d’Italia appartengono al popolo italiano. Ideona dei parlamentari di Fratelli d’Italia, loro sì pagati a peso d’oro, sulla quale il ministero dell’Economia ha dovuto rassicurare la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, che davanti alla stampa non ha potuto non prendere la cosa sul serio e dirsi preoccupata per le finalità poco chiare dell’emendamento e i rischi per l’indipendenza della banca centrale sancita dai trattati dell’Ue. Le sarebbe bastata una risata e invece, per settimane, è toccato inscenare un confronto istituzionale. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha dovuto addirittura inviarle chiarimenti ufficiali per rassicurarla: che si tratta di una norma “simbolica”, che nessuno si sogna di trasferire la gestione delle riserve auree o permetterne la vendita per finanziare lo Stato. Nonostante la manovra abbia dato ben altri pensieri alla maggioranza, il partito della premier ha pensato bene di perdere altro tempo. Invece di ritirare l’inutile emendamento ne ha modificato il testo per ribadire il rispetto delle norme europee, con l’unico risultato di rendere chiaro a chiunque che non c’è alcuna precettività: non introduce obblighi, divieti o poteri. Insomma, aria fritta. Incredibile ma vero, il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan, è riuscito a dirsi soddisfatto per l’esito della “storica battaglia”: “Abbiamo posto il tema in Parlamento fin dal 2014 con un’iniziativa di Giorgia Meloni. Se ora questa battaglia, come sembra, si trasformerà in una legge dello Stato, non potremo che essere molto soddisfatti”. L’idea dei fratelli d’Italia, infatti, non è recente. Meloni ci aveva provato anche durante il primo governo Conte, con una mozione che pretendeva anche il rimpatrio delle scorte depositate all’estero per comodità contabile. Mozione respinta dalla maggioranza di Lega e Movimento 5 stelle perché ne avevano presentata una loro che chiedeva di “definire l’assetto della proprietà delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia nel rispetto della normativa europea” e di “acquisire le notizie” su quelle detenute all’estero, oltre che sulle “modalità per l’eventuale loro rimpatrio”. Oggi il M5s parla di “inutile dibattito sull’“oro degli italiani””. Meglio tardi che mai. Inutile perché il Trattato sul funzionamento dell’Ue vieta il finanziamento diretto allo Stato da parte di Bce e banche centrali nazionali, e sancisce l’indipendenza di queste dagli Stati membri dell’Unione. Indipendenza che riguarda anche la gestione delle riserve auree, anche se sono iscritte contabilmente come bene dello Stato. Per essere ancora più chiari, non è consentito “prelevare” oro per coprire spese, debito o politiche pubbliche. Cos’è che Meloni e Salvini non capiscono? Il problema è che i testi normativi europei, il Trattato sul funzionamento dell’Ue ma anche lo statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali, parlano solo della gestione operativa di queste riserve. Al contrario, le norme Ue non parlano esplicitamente di “proprietari”. Così la questione della proprietà formale rimane dibattuta e, in tempi di sovranismo, inutilmente riscoperta. Tanto rumore per nulla e il nulla, alla fine, è scritto così: “Fermo restando quanto previsto dagli articoli 123, 127 e 130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il secondo comma dell’articolo 4 del testo unico delle norme di legge in materia valutaria, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, si interpreta nel senso che le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia, come iscritte nel proprio bilancio, appartengono al Popolo Italiano”. Maiuscole comprese, è questa la riformulazione dell’emendamento presentata da Giorgetti in commissione Bilancio al Senato. ”Siamo a posto: riteniamo che la questione si possa ritenere chiusa”, ha detto il ministro. Era ora. L'articolo Oro di Bankitalia, Giorgetti chiude la sceneggiata di FdI. Ecco come ha riscritto la norma, che resta inutile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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All’ennesimo furto del governo a danno del Sud, ora si aggiunge l’umiliazione parlamentare
Ci risiamo, il Governo Meloni ha eseguito l’ennesimo furto con scasso a danno del popolo meridionale. A firmare l’ennesima misura ‘scippa Sud’ è il ministro dell’Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti e, per competenza, il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Sostanzialmente, lo scorso 25 novembre è stato pubblicato il decreto ministeriale 383, recante ‘misure urgenti in materia di cultura’, provvedimento attuativo del D.L. 201 del 2024, disciplinato per ripartire una dotazione di oltre 34 milioni di euro stanziati sul capitolo 2570 del Dipartimento per le attività culturali. L’assegnazione, però, segue una logica che calpesta, ancora una volta, una legge dello Stato, ovvero la cosiddetta clausola del 40%, secondo cui le amministrazioni centrali devono destinare alle regioni del Mezzogiorno il 40% delle risorse ordinarie (dei provvedimenti adottati). Secondo voi, qual è la percentuale individuata per il Meridione? Il 40%, come previsto dal nostro ordinamento? Macchè! Quasi tutte le sedi degli enti beneficiari sono localizzate nel Centro-Nord e solo alcuni riparti non sono ‘territorializzabili’ (cioè, localizzabili geograficamente, come ad esempio i contributi per i convegni e le pubblicazioni di rilevante interesse culturale). Tuttavia, solo 2,2 milioni di euro sono stati attribuiti ad enti ‘non territorializzabili’, mentre i restanti 31,8 milioni sono stati erogati per intero ad enti centrosettentrionali. Che significa tutto questo? Che nelle tabelle ministeriali non si intravede alcun ente del Sud, quindi la percentuale effettivamente individuata per il Mezzogiorno è dello 0%. Il tutto, mentre – tanto per fare qualche esempio – alla Fondazione Festival dei Due Mondi di Spoleto sono stati attribuiti 2,1 milioni di euro, alla fondazione Ferrara Musica 705 mila euro, alla Fondazione Rossini Opera Festival di Pesaro di euro 2.4 milioni di euro, alla Fondazione Ravenna Manifestazioni 705.3, alla Fondazione Scuola di musica di Fiesole di euro 704mila euro. E così via discorrendo. A questa tela a tinte fosche, che cristallizza per il Meridione una perdita integrale delle risorse, si aggiunge l’umiliazione parlamentare. Capiamo in che senso. Come si deduce approfondendo il suddetto decreto, il provvedimento è stato adottato “visti i pareri favorevoli già espressi” dalla commissione VII del Senato, poi ratificata anche nella VII della Camera dei Deputati. Ciò significa che il testo ha ricevuto il nullaosta dei parlamentari. Così, sono andato ad analizzare il rapporto stenografico della Commissione competente al Senato, per capire quali forze politiche hanno remato contro questo provvedimento. Ebbene, l’unico partito ad opporsi è stato il Movimento 5 Stelle, il cui capogruppo (attuale Vicepresidente) Sen. Luca Pirondini ha ribadito il dissenso della sua forza politica rispetto alle previsioni dello schema e rispetto alle modalità di erogazione delle risorse in ambito culturale da parte del Governo, preannunciando un voto contrario, reputando “non convincente il metodo sulla base del quale, a fronte di ripetuti tagli lineari al settore culturale, vengono poi destinati specifici finanziamenti, senza una previa determinazione di criteri e princìpi di assegnazione, a particolari iniziative, che, a suo parere, non sono più meritorie rispetto a quelle”. Colpisce come tutti gli altri parlamentari meridionali della Commissione (eccezion fatta per le Senatrici Vincenza Aloisio e Barbara Floridia, in quota M5S) abbiano votato a favore di un provvedimento che priva di finanziamenti la propria terra d’origine, probabilmente per compiacere il proprio ‘padrone politico’. Una circostanza, l’ennesima, che fa venire in mente uno stralcio di un celebre discorso del leggendario Malcom X, in cui si scagliava contro gli afroamericani che ‘amavano compiacere’ il proprio padrone bianco e razzista: Il negro da cortile viveva insieme al padrone, lo vestivano bene e gli davano da mangiare cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone e si identificava col padrone più di quanto questi non s’identificasse con se stesso. Abbiamo ancora fra i piedi parecchi di questi nigger da cortile. Pur di far ciò è disposto a pagare affitti tre volte superiori per poi andare in giro a vantarsi: ‘Sono l’unico negro in questa scuola!’. Ma non era altro che un negro da cortile! L'articolo All’ennesimo furto del governo a danno del Sud, ora si aggiunge l’umiliazione parlamentare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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