La modifica finora è passata sotto silenzio. Ma il governo Meloni due mesi fa ha
di fatto messo nero su bianco la rinuncia a raggiungere gli ambiziosi obiettivi
di riduzione dell’evasione fiscale concordati dall’Italia con la Ue nel 2021, ai
tempi dell’approvazione del Pnrr. L’ha fatto con la sesta revisione del piano,
che ha ottenuto il via libera definitivo da parte del Consiglio il 27 novembre.
Tra le 173 misure modificate c’è infatti anche la riforma dell’amministrazione
fiscale, che nella versione originaria prevedeva un calo corposo della
cosiddetta “propensione a evadere“, cioè il rapporto tra il gettito che manca
all’appello e quello atteso: entro la metà di quest’anno Roma avrebbe dovuto
dimostrare un calo del 15% della stima relativa al 2024 rispetto a quella del
2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a
un’evasione tributaria da 87 miliardi). Quella milestone è scomparsa.
Traduzione: il ministero dell’Economia non conta più di riuscire a ridurre di
circa 13 miliardi la cifra nascosta al fisco sotto forma di Irpef dei lavoratori
autonomi e dei dipendenti, Iva, Ires, Irap, imposte sulle locazioni e canone
Rai. Risultato che nel 2021 il governo Draghi aveva programmato di ottenere
attraverso una serie di interventi che andavano dalla messa in pratica del
sempre invocato incrocio delle banche dati alle multe per chi rifiuta pagamenti
con carta, da affiancare a un aumento delle lettere che “invitano” i
contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Come non detto. Al posto della
relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata
ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di
Bilancio, che andranno finalizzate entro il secondo trimestre: l’invio dei dati
della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle
compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la
liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la
dichiarazione.
Non solo. Il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base
al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del
dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione
fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in
assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno
risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari
al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del
2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media
del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. I motivi della modifica non sono
stati chiariti, ma pare un chiaro segno che a via XX Settembre si attendono per
il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un
peggioramento dell’indicatore. E per non rischiare ritengono più prudente che il
calcolo tenga conto anche del buon risultato del 2022.
La preoccupazione non sorprende chi ha seguito passo passo l’evoluzione delle
stime sull’andamento dell’evasione fiscale a valle della manovra per il 2023, la
prima di Meloni e Giorgetti, che è stata infarcita di condoni e sanatorie. Nel
2024 il Tesoro nel Piano strutturale di bilancio, che ha sostituito la vecchia
Nota di aggiornamento al Def incorporando anche il rapporto sui risultati della
lotta all’evasione, ha rilevato per il 2023 una “battuta d’arresto” nel
miglioramento della compliance fiscale. E la Relazione 2025 sull’economia non
osservata ha attestato che nel 2022 l’evasione complessiva tra tasse e
contributi è tornata sopra i 100 miliardi di euro anche se in termini
percentuali il “tax gap” si è ridotto leggermente, al 17%, comunque sopra il
16,6% che costituiva l’obiettivo 2024 stando alla prima versione del Pnrr. Nel
Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto
all’evasione, poi, il Mef non ha indicato le eventuali risorse da destinare nel
2025 al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, che stando alla legge
viene rimpinguato solo se le maggiori entrate strutturali derivanti da
adempimento fiscale stimate per l’ultimo anno disponibile (in questo caso il
2022) sono considerate “solide” perché nei tre anni successivi non ci sono stati
peggioramenti. Il ministero ha fatto sapere al fattoquotidiano.it che non si
erano “verificate le condizioni”.
“Come abbiamo fatto notare al ministro Tommaso Foti in cabina di regia già lo
scorso settembre, viste le scelte del governo in materia di lotta all’evasione
c’erano forti dubbi sul raggiungimento degli obiettivi”, commenta Gigi Caramia,
responsabile nazionale Pnrr per l’Area Politiche dello sviluppo della Cgil. “Con
la revisione il governo, con il placet della Commissione Europea, ha alzato
bandiera bianca, a conferma che il 15% non si sarebbe raggiunto e che, anzi, la
propensione all’evasione sta probabilmente aumentando, incentivata da condoni e
rottamazioni”.
L'articolo Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione
dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Evasione Fiscale
Nella geografia italiana della lotta all’evasione fiscale, a volte le dimensioni
contano meno delle competenze. Lo dimostra Vàsia, minuscolo Comune
dell’entroterra imperiese con appena 350 abitanti e molto amato dai turisti
tedeschi, che nel 2024 ha incassato più del doppio di Roma grazie alle
segnalazioni di imposte non pagate. Un risultato che spicca se confrontato con
quello della Capitale, città da 2 milioni e 750mila residenti.
Secondo i dati diffusi dal Centro Studi Enti Locali, il Comune di Roma nel 2024
ha incassato 10.145 euro per il recupero di tasse evase emerse grazie alle
segnalazioni comunali. La normativa prevede che agli enti locali venga
riconosciuto il 50% delle somme definitivamente riscosse dal fisco. Nello stesso
periodo, Vàsia ha ottenuto 20.710 euro, più del doppio rispetto a Roma.
Alla base del cosiddetto “modello Vàsia” c’è una caratteristica particolare
dell’amministrazione locale. Il sindaco, Mauro Casale, 50 anni, eletto con una
lista civica, è anche dipendente dell’Agenzia delle Entrate. Una conoscenza
diretta dei meccanismi fiscali che si è rivelata decisiva. “I 20mila euro di
incasso vengono da una ditta che si era proposta al Comune per fare dei lavori –
spiega Casale –. Abbiamo scoperto che si avvaleva di un regime fiscale di
vantaggio che non le spettava. L’abbiamo segnalata alla Guardia di Finanza e ha
dovuto pagare”. Come riporta l’Ansa altri recuperi sono arrivati dal settore
immobiliare. “Ci sono persone – racconta il sindaco – che hanno comprato
terreni, ottenuto i permessi di costruzione e poi li hanno rivenduti a un prezzo
maggiorato, dimenticandosi di pagare le tasse sulle plusvalenze”.
Il caso di Vàsia resta però isolato in un quadro generale che segnala un
progressivo disimpegno dei Comuni nella collaborazione con il fisco. In sette
anni, gli incassi complessivi derivanti dalle segnalazioni comunali si sono più
che dimezzati, scendendo a 2,5 milioni di euro. Nei due anni precedenti la cifra
si attestava attorno ai 3 milioni, ben al di sotto dei 6,7 milioni del 2021 e
degli 11,4 milioni del 2018. Nel quinquennio 2020-2024 i Comuni hanno consentito
di recuperare complessivamente 30,4 milioni di euro, contro gli oltre 88 milioni
del periodo 2012-2016.
A incidere sull’andamento è stata anche la variazione della quota riconosciuta
agli enti locali: inizialmente fissata al 30%, poi salita al 33% e
successivamente al 50%, tra il 2012 e il 2021 era arrivata al 100%, per tornare
al 50% dal 2022. Proprio negli anni in cui la percentuale era totale si è
registrato il massimo utilizzo dello strumento, tanto che oggi si sta valutando
un nuovo ritorno al 100%. Attualmente i Comuni beneficiari sono 304, meno del 4%
dei circa 7.900 enti locali italiani. La distribuzione territoriale conferma un
netto squilibrio a favore del Nord. In testa c’è la Lombardia con 97 Comuni e
1.009.938 euro di riparto, pari a circa il 40% del totale nazionale. Seguono
Liguria con 442.290 euro e 15 Comuni, Emilia-Romagna con 362.471 euro e 66
Comuni, Toscana con 300.454 euro e 17 Comuni.
Nel Mezzogiorno e nelle Isole i numeri restano marginali: Campania 7.306 euro,
Puglia 1.495 euro, Sicilia 6.791 euro, Sardegna 8.396 euro. Un divario che
riguarda soprattutto la capacità amministrativa, l’organizzazione degli uffici e
la continuità delle attività di controllo. Guardando ai singoli enti, il primato
spetta a Genova, che grazie alle sue segnalazioni ha fatto recuperare al fisco
oltre 800mila euro e ne ha incassati 406mila. Seguono Milano con 376.490 euro,
Prato con 170.122 euro, Torino con 113.888 euro, Firenze con 105.628 euro,
Brescia con 62.011 euro, Bergamo con 55.094 euro, Bologna con 48.127 euro e
Cernusco sul Naviglio con 40.543 euro. “Questo dato certifica l’attenzione e
l’impegno con il quale la nostra amministrazione ha gestito il Comune di
Genova”, ha commentato il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, sindaco
del capoluogo fino a dicembre 2024.
Restano infine i paradossi: Bari, decima città italiana per popolazione, non
compare tra i Comuni beneficiari del riparto. E il confronto tra Roma e
micro-realtà come Vàsia continua a raccontare un’Italia in cui, nella lotta
all’evasione, la dimensione non è tutto.
L'articolo Vàsia, il borgo che incassa più di Roma dalla lotta all’evasione. In
7 anni incassi dimezzati per i Comuni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un altro dietrofront. Dopo il “riallineamento” delle accise sulle diesel e
l’aumento della pressione fiscale in netto contrasto con la promessa di ridurre
le tasse, anche sul fisco digitale Giorgia Meloni si ritrova a smentire la se
stessa dei tempi dell’opposizione. Dal 1° gennaio 2026 entra infatti in vigore,
in chiave anti evasione, l’obbligo di collegamento digitale tra Pos e
registratore di cassa telematico, misura che rafforza i controlli automatici
sulle transazioni e che punta a far emergere incongruenze tra pagamenti
elettronici e scontrini emessi. Cinque anni fa, quando tutti i commercianti sono
stati chiamati a dotarsi di un registratore in grado di comunicare all’Agenzia
delle Entrate gli incassi, la leader di Fratelli d’Italia aveva attaccato via
social il governo Conte II parlando di “nuova follia” e bollando l’obbligo come
“una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione, ennesimo
orpello burocratico di uno Stato spione“.
La norma era prevista nel Piano strutturale di bilancio inviato alla Ue nel
2024: compariva tra le riforme che giustificavano la possibilità di spalmare su
sette anni – invece di quattro – i tagli richiesti dal nuovo Patto di stabilità.
Il governo ha poi mantenuto la promessa inserendola nella legge di Bilancio
dello scorso anno. Le Entrate potranno incrociare i dati in tempo reale e di
attivare controlli mirati e automatizzati nel caso ci siano scostamenti
significativi. Per gli esercenti che non si adeguano sono previste sanzioni da
100 a 1.000 euro e, nei casi più gravi, anche la sospensione della licenza o
dell’autorizzazione all’attività. Secondo la relazione tecnica, il nuovo sistema
dovrebbe garantire 50 milioni di euro di gettito aggiuntivo tra Iva e imposte
dirette, destinati a salire a 65 milioni a regime.
L'articolo Dal 2026 obbligo di collegare pos e registratore di cassa telematico.
Quando Meloni diceva: “Ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mini sconto Irpef che era il cuore della manovra prima che il governo
inserisse in corsa un generoso pacchetto di sgravi e agevolazioni per le
imprese. I balzelli spuntati alle ultime battute, come la tassa da 2 euro sui
piccoli pacchi, quelli sempreverdi come l’aumento delle accise sui tabacchi e le
sorprese che hanno fatto sobbalzare gli elettori di centrodestra, vedi il
raddoppio della Tobin tax. La legge di Bilancio che sta per ottenere il via
libera finale della Camera con la fiducia prevede molte novità in campo fiscale.
Non poche delle quali comporteranno aggravi di tassazione per alcune categorie
di contribuenti. Ma nel testo c’è anche un capitolo meno noto, e politicamente
ancora più sensibile per Giorgia Meloni e la sua maggioranza, che comprende
misure mirate a potenziare la capacità dell’amministrazione finanziaria di
recuperare le somme sottratte allo Stato da chi evade. Ecco tutte le norme che
entreranno in vigore l’1 gennaio e quanto valgono in termini di gettito.
I MINI TAGLI IRPEF E LE TANTE NUOVE TASSE
Dall’anno prossimo la seconda aliquota Irpef scende dal 35 al 33%, un taglio che
vale poco meno di 3 miliardi di minori entrate ogni anno e porterà ai
contribuenti vantaggi limitati: da circa 40 euro l’anno per chi ne guadagna
30mila a 440 per chi ne porta casa 50mila o più. In valori assoluti, i risparmi
più corposi andranno a chi ha redditi medio-alti. La manovra dispone poi regimi
fiscali agevolati per gli aumenti previsti da rinnovi contrattuali siglati nel
biennio 2025-2026 a patto che il reddito non arrivi a 33mila euro (costeranno
poco più di 640 milioni), riduce all’1% l’imposta sostitutiva sui premi di
risultato e la distribuzione di utili ai lavoratori (170 milioni) e introduce
una ennesima flat tax del 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e
festivo per chi guadagna meno di 40mila euro (620 milioni).
Sul fronte opposto c’è una lunga lista di tasse destinate a salire. I fumatori
vedranno aumentare le accise sui tabacchi (da qui sono attesi 213 milioni)
mentre l’allineamento delle accise del gasolio a quelle della benzina porterà
552 milioni in più. Chi compra e vende azioni italiane vedrà raddoppiare
l’aliquota della Tobin tax (il che dovrebbe permettere al governo di incassare
337 milioni in più all’anno) e chi realizza plusvalenze sulle criptovalute,
escluse solo le stablecoin in euro, verserà un’aliquota del 33% contro il 26%
attuale (per un extragettito di soli 7 milioni). Il nuovo contributo di 2 euro
sui piccoli pacchi in arrivo da paesi extra Ue costerà ai cittadini 122 milioni.
La manovra introduce poi un acconto dell’85% sul contributo sui premi delle
assicurazioni di auto e barche, che finirà per ricadere sugli assicurati.
GLI AGGRAVI PER LE IMPRESE
Le imprese hanno incassato al fotofinish alcune norme chieste da tempo da
Confindustria, a partire dalle risorse per rendere triennale l’iperammortamento
e per garantire gli sgravi a chi investe nella Zes Unica. E hanno ottenuto che
pastic tax e sugar tax siano ancora una volta rinviate di un anno. Con l’altra
mano però era già stato previsto che garantissero nuove entrate. Innanzitutto
viene ridotta la possibilità di rateizzazione pluriennale delle plusvalenze da
cessioni di beni, anticipando il momento in cui il guadagno concorre
all’imponibile: una scelta che nel 2026 fa salire il gettito di 490 milioni.
Altri 240 arriveranno dall’innalzamento al 21% dell’imposta sulla rivalutazione
di terreni e partecipazioni. Viene poi rinnovata la possibilità di affrancare le
riserve in sospensione d’imposta pagando una sostitutiva del 10%, per un
maggiore incasso stimato in 420 milioni. Più noto il pacchetto che riguarda
banche e assicurazioni: per loro arriva l’aumento di 2 punti dell’aliquota Irap
(962 milioni) accompagnato dalla possibilità per gli istituti di affrancare le
riserve accantonate per non pagare il precedente contributo sugli extraprofitti
versando un’aliquota del 27,5% (il che dovrebbe portare 1,65 miliardi di
gettito) e dalla riduzione della percentuale di deducibilità delle perdite
pregresse (1,49 miliardi).
LE MISURE ANTI EVASIONE “DETTATE” DAL PNRR
Anche in questa manovra, come lo scorso anno, il governo ha inserito giocoforza
un pacchetto di norme che puntano a limitare alcune tipologie di evasione e
fornire all’amministrazione finanziaria più elementi da utilizzare per l’analisi
del rischio fiscale, cioè la probabilità che un dato contribuente sia infedele:
una mossa obbligata perché l’Italia, nel Piano nazionale di ripresa e
resilienza, si è impegnata a ridurre il tax gap nel suo complesso e in
particolare a far calare il nero legato a omessa e infedele fatturazione. Nel
solo 2026 questo insieme di misure dovrebbe consentire di recuperare circa 850
milioni, destinati ad aumentare a regime.
Ecco allora che nel decreto del 1972 che disciplina l’Iva è stato introdotto un
nuovo articolo che consente all’Agenzia delle Entrate, anche in caso di omessa
dichiarazione annuale, di procedere a una liquidazione d’ufficio. Cioè calcolare
la cifra dovuta “anche avvalendosi di procedure automatizzate”, usando fatture
elettroniche emesse e ricevute, corrispettivi telematici e dati delle
liquidazioni periodiche. Il contribuente riceve l’esito e ha 60 giorni per
reagire o pagare. Se non fa nulla, il debito viene iscritto a ruolo. Da qui
dovrebbero arrivare 646 milioni di gettito. Per contrastare le indebite
compensazioni di crediti inesistenti, si abbassa poi da 100mila a 50mila euro la
soglia dei debiti iscritti a ruolo oltre la quale il contribuente non può più
usare crediti fiscali (con esclusione di quelli relativi a contributi Inps e
Inail) per compensare altri debiti, per esempio versando meno Iva o Irpef
tramite F24. Attesi oltre 200 milioni l’anno.
Molto contestata dai professionisti la norma che subordina il versamento dei
compensi a loro dovuti dalle pubbliche amministrazioni alla verifica che non
abbiano debiti fiscali o contributivi anche di importo inferiore a 5mila euro
(sopra quella soglia il controllo era già previsto). In caso positivo, la stessa
pa deve versare una quota corrispondente al debito all’agente della riscossione,
mentre il professionista incasserà solo quel che resta. L’ipotesi di blocco
totale dei compensi, inserita nel primo maxi emendamento del governo, è stata
ammorbidita.
Via libera anche a una delle misure auspicate dalla commissione incaricata di
analizzare il magazzino fiscale pregresso e suggerire come gestirlo: la
facilitazione dei pignoramenti presso terzi, espressione che avrebbe fatto
inorridire il centrodestra quando era all’opposizione. In pratica l’agente della
riscossione avrà a disposizione i dati sulle fatture emesse da debitori iscritti
a ruolo (e coobbligati) nei sei mesi precedenti, in modo da poter intercettare i
crediti verso clienti o committenti e recuperare una parte del dovuto. Una
stretta da 140 milioni l’anno, ma dal 2027 perché serviranno provvedimenti
attuativi.
Un’altra novità prevista dalla legge di Bilancio diventerà operativa solo dal
2028: si tratta della ritenuta d’acconto (dello 0,5% il primo anno e 1% a
regime) sui pagamenti per prestazioni di servizi e cessioni di beni
nell’esercizio d’impresa, con l’obiettivo di “potenziare la base informativa
disponibile per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio”. Escluso
solo chi ha aderito al concordato preventivo con le Entrate o all’adempimento
collaborativo. Il risultato sarà un maggior gettito di 734 milioni nel 2028 e
1,4 miliardi a regime. Per i contribuenti in regola si tratterà solo di una
anticipazione di cassa, non senza conseguenze però per le attività che hanno
liquidità limitata.
OBBLIGATORIO COLLEGARE POS E CASSA TELEMATICA. CHE PER MELONI ERA UNA “FOLLIA”
Dal 1° gennaio 2026 entra poi in vigore una norma inserita nella legge di
Bilancio dello scorso anno: diventa obbligatorio il collegamento digitale tra
Pos e registratore di cassa telematico. Obiettivo, consentire all’Agenzia di
individuare in tempo reale eventuali incongruenze. In caso di scostamenti
significativi, potranno scattare controlli mirati e automatizzati. Per chi non
si adegua sono previste sanzioni da 100 a 1000 euro, nonché sospensione della
licenza o dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività. La norme dovrebbe
fruttare, grazie agli incassi aggiuntivi di Iva e imposte dirette, 50 milioni
destinati a salire a 65 a regime. E dire che giusto cinque anni fa Meloni,
allora all’opposizione del governo Conte II, si scagliava contro l’obbligo del
registratore di cassa evoluto definendolo sui social “nuova follia” e chiosando:
“Una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione e
l’ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“.
L'articolo Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure
anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la
manovra proviene da Il Fatto Quotidiano.
A poco più di due settimane dall’imponete decreto di sequestro per oltre un
miliardo su ordine della procura di Monza, la holding lussemburghese Lagfin, che
controlla Campari con il 51,8%, conferma , con una nota, di avere raggiunto un
accordo transattivo con l’Agenzia delle Entrate.
L’accordo prevede, a fronte del completo abbandono della pretesa erariale, la
corresponsione, diluita su un arco temporale di 4 anni, di 405 milioni di euro,
con versamento entro il 31 dicembre 2025 di una prima rata pari a 152 milioni,
cui Lagfin farà fronte con risorse disponibili e già accantonate, e del saldo in
rate successive trimestrali di pari ammontare tra loro a partire dal giugno 2027
sino al 30 settembre 2029.
Lagfin scrive in una nota di avere “sempre operato nel pieno rispetto di tutte
le normative applicabili, inclusa quella fiscale italiana, e ritiene che la exit
tax non fosse applicabile”. “Nonostante la holding sia certa che in un
contenzioso avrebbe prevalso, lo stesso si sarebbe inevitabilmente protratto per
anni, attraverso i vari gradi di giudizio, e ciò – si spiega – pur non potendo
mettere in alcun modo in discussione il controllo di Lagfin su Campari, che non
avrebbe mai potuto essere intaccato, nemmeno nel caso di soccombenza, avrebbe
rischiato di riverberarsi negativamente anche sul prezzo del titolo Campari”.
Pertanto, “a protezione di tutti gli azionisti di Campari, Lagfin ha deciso di
aderire ad una transazione”. La custodia del controllo di Campari “è il cuore
dell’oggetto sociale della holding, che ritiene proprio dovere fare tutto il
necessario per preservare l’interesse di coloro che in Campari hanno investito e
investiranno, tenendoli indenni dalle vicende che non riguardano Campari”
conclude la nota.
L’indagine, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Milano,
aveva avuto origine da una verifica fiscale legata a una fusione per
incorporazione tra Lagfin e la propria controllata italiana, detentrice della
quota di maggioranza del gruppo Davide Campari Milano. I riflettori della
Procura erano stati puntati sull’operazione di fusione transfrontaliera con la
quale, nel 2018, il pacchetto di controllo della società sarebbe stato
trasferito dall’Italia al Lussemburgo. In quell’occasione, secondo quanto emerso
dagli accertamenti delle Fiamme gialle, Lagfin non avrebbe versato l’“exit tax”
dovuta al fisco italiano quando un’attività viene fiscalmente trasferita
all’estero. Ed era il mancato pagamento di questa tassa che veniva contestato
alla holding lussemburghese. Il pagamento di un terzo estinguerà il fascicolo
penale.
L'articolo Caso Campari, accordo col Fisco: Lagfin versa 405 milioni ed evita il
contenzioso sull’exit tax proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nella manovra 2026 entra una nuova mini stretta che sulla carta dovrebbe
potenziare la lotta all’evasione. Nel maxi emendamento del governo appena
depositato in commissione Bilancio al Senato compare infatti una misura che
punta dichiaratamente a “potenziare la base informativa disponibile per lo
svolgimento delle attività di analisi del rischio” da parte dell’Agenzia delle
Entrate, vale a dire l’incrocio delle informazioni presenti in tutte banche dati
per selezionare i contribuenti da sottoporre a controlli, e consolidare gli
effetti della riforma del fisco prevista dal Pnrr. Si tratta di un meccanismo
che intercetta una quota degli incassi al momento del pagamento, attraverso una
ritenuta obbligatoria operata dal committente in tutte le transazioni tra
aziende.
A partire dal 1° gennaio 2029, le imprese che non aderiscono al poco appetibile
concordato preventivo biennale tra fisco e partite Iva e non rientrano nel
regime di adempimento collaborativo riservato ai contribuenti più strutturati
saranno soggetti a una ritenuta d’acconto dell’1% sui pagamenti per prestazioni
di servizi e cessioni di beni nell’ambito di transazioni tra soggetti economici
(B2B). Secondo la Relazione tecnica, la misura punta a contrastare sia
l’occultamento al fisco di reddito imponibile (evasione smaccata) sia il (sempre
più diffuso) mancato versamento delle imposte dichiarate, con un maggior gettito
stimato in ben 1,4 miliardi annui, per il 60% da imprese soggette a Ires.
L’aliquota è stata calibrata per non incidere sui contribuenti in regola, per i
quali si tratterà solo di una anticipazione di cassa.
A operare la trattenuta sarà il committente o il cliente al momento del
pagamento. L’effetto finanziario immediato per l’erario sarà un’anticipazione di
gettito, ma l’obiettivo principale è quello di aumentare la tracciabilità dei
flussi e rafforzare la base informativa dell’amministrazione finanziaria. Come
detto, il prelievo non riguarderà chi aderisce a misure di dialogo preventivo
con il fisco, perché quei soggetti sono considerati già molto affidabili. Chi
non accetta forme di accordo o trasparenza rafforzata con il fisco sarà invece
soggetto a questo presidio automatico sugli incassi. La ritenuta non si
applicherà nei casi in cui i pagamenti siano già presidiati da intermediari
finanziari secondo la normativa vigente, mentre le modalità operative saranno
definite da un successivo provvedimento dell’Agenzia delle Entrate.
La relazione tecnica della disposizione, intitolata “Misure di contrasto agli
inadempimenti in materia di imposte dirette e di imposta sul valore aggiunto”,
ricostruisce gli effetti finanziari partendo dalle stime sull’evasione. Tra il
2021 e il 2023 l’ammontare medio delle fatture elettroniche business to business
tra soggetti che non hanno presentato la dichiarazione dei redditi o dell’Iva è
stato di circa 30 miliardi di euro l’anno, al netto dell’Iva. Applicando una
ritenuta dell’1% su questi flussi, si otterrebbe un maggior gettito di circa 300
milioni annui. A questo va aggiunto il recupero legato al mancato versamento di
imposte già dichiarate. Per le imprese soggette all’Ires, la relazione parte dai
1,9 miliardi di imposta dichiarata ma non versata nel 2022 e risale ai ricavi
sottostanti utilizzando indicatori medi di redditività e la quota di operazioni
B2B: ne deriva un gettito potenziale di circa 756 milioni l’anno. Un
procedimento analogo viene applicato alla platea Irpef, con un recupero stimato
in 413 milioni annui. Così, al netto delle semplici anticipazioni di cassa per i
contribuenti che sarebbero stati comunque in regola, si arriva a quantificare
gli effetti positivi in 1,46 miliardi l’anno a regime.
L'articolo In manovra spunta la ritenuta dell’1% sui pagamenti tra imprese per
ridurre l’evasione. Previsto un gettito da 1,4 miliardi l’anno proviene da Il
Fatto Quotidiano.
St3pny è stato assolto dall’accusa di evasione fiscale. La notizia arriva
direttamente dallo youtuber che ha raccontato la storia con un video sulla
piattaforma: “Non sapete quante volte in questi anni ho sperato di registrare
questo contenuto”. Stefano Lepri, il nome dello streamer all’anagrafe, ha
parlato delle difficoltà vissute dal 2021, quando in tribunale fu condannato a 8
mesi di reclusione per non aver dichiarato allo Stato 75 mila euro di Iva.
“Ieri era l’ultima data disponibile, poi il caso sarebbe caduto in prescrizione
e avrei lottato alla ricerca della verità invano”, ha detto il ragazzo, in
passato uno degli streamer con più visualizzazioni su YouTube.
“VI HO ODIATI”
St3pny si è sfogato, raccontando brevemente l’inizio della vicenda: “La notizia
è arrivata dai giornali prima che la ricevessi io, è stata disgustosa”. Il
31enne ha detto di essere stato “distrutto” e ha svelato che “i brand e le
persone mi hanno abbandonato“. Una storia non semplice, appesantita dalle
battute delle persone sul web.
Stefano Lepri, senza filtri, ha messo in chiaro che non perdonerà chi lo ha
denigrato: “Voi che avete fatto i meme a riguardo, vi ho odiati. Mi avete
portato al minimo della sopportazione umana. Non sono Dio, non vi perdono”. La
vicenda si è conclusa con un lieto fine: “Ieri c’è stato il processo e mi hanno
assolto. Sono ufficialmente innocente. Quando mi ha chiamato l’avvocato sono
rinato” ha dichiarato St3pny ai suoi followers.
L'articolo “Sono stato assolto dall’accusa di evasione fiscale. I brand e le
persone mi hanno abbandonato. Vi ho odiati”: lo streamer St3pny si sfoga su
YouTube proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Italia continua a distinguersi in Europea per il livello di evasione fiscale
concentrato sul lavoro autonomo e una riscossione che fatica a trasformare gli
accertamenti in incassi. Sono alcune delle evidenze che emergono dal nuovo
rapporto Mind the Gap della Commissione europea, primo tentativo di offrire una
fotografia comparabile dei “buchi” fiscali nei 27 Stati membri. Il documento,
che distingue tra mancati introiti dovuti all’infedeltà dei contribuenti e gap
determinati da scelte politiche come agevolazioni, esenzioni e sgravi di vario
tipo, non consente però di creare una classifica europea dell’evasione: solo per
l’Iva, che è un’imposta comunitaria, esistono infatti stime armonizzate per
tutti i 27 Paesi. I dati sulle imposte dirette restano invece scarsamente
comparabili, perché solo pochi Paesi pubblicano stime disaggregate per categoria
di reddito.
IL PRIMATO ITALIANO
L’Italia almeno da questo punto di vista è virtuosa perché è tra i pochi Stati
che stimano ogni anno sia il tax gap (differenza tra le imposte dovute e quelle
effettivamente versate) relativo alla tassazione del reddito di impresa sia
quello che riguarda l’Irpef, la tassazione personale. E rende pubbliche le
previsioni nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e
contributiva. Ma le buone notizie finiscono qui. La scheda Paese ricorda che nel
2022 l’evasione complessiva è tornata a superare i 100 miliardi di cui 37 (dai
35 dell’anno prima) non versati dai lavoratori autonomi e piccole imprese, la
cui propensione al nero è poco sotto il 60% (59,8%). Un confronto con gli altri
Paesi Ue come detto è impossibile per mancanza di dati comparabili. Ma per
esempio la Svezia, che pubblica (non tutti gli anni) stime dettagliate sul tax
gap dell’imposta personale, stando a controlli causali ha registrato tra 2014 e
2018 per i redditi da “business activities” un gap del 21%. Non minuscolo,
comunque lontano anni luce dai livelli italiani.
In aumento anche il gap sull’Ires, cioè l’imposta sugli utili delle imprese: è
salita al 19,5% per un valore assoluto di 10,3 miliardi, dai 7,6 del 2021.
Stando al rapporto, la media sulla base delle stime disponibili per 23 Paesi Ue
è del 10,9%. Al contrario, l’evasione è residuale tra i lavoratori dipendenti:
il gap si ferma al 2,1% per i lavoratori irregolari e al 5,7% se si considerano
le addizionali regionali.
Non sorprende che il peso sul pil dell’economia sommersa – attività non
dichiarate, sottostimate o illegali, lavoro nero – sia soffocante: uno studio
del Parlamento europeo nel 2022 l’aveva quantificato nel 20,2% del Pil, quasi
tre punti percentuali sopra la media Ue (17,5%). Secondo le ultime stime Istat,
nel 2023 l’economia non osservata valeva circa 198 miliardi di euro, pari al
10,2% del Pil, in aumento di oltre 15 miliardi rispetto all’anno precedente. Lo
scarto tra le due quantificazioni dipende da differenze metodologiche.
LA RISCOSSIONE CHE ARRANCA
La Commissione riconosce che l’Italia ha fatto progressi importanti sul fronte
della digitalizzazione grazie a fatturazione elettronica, interoperabilità delle
banche dati e utilizzo di strumenti di analisi avanzata, che nel medio periodo
hanno ridotto il tax gap complessivo dal 19,6% del 2018 al 17% circa. Ma la
dimensione resta elevata e il recupero effettivo delle imposte accertate è
limitato. Nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione fiscale accertata, il
recupero effettivo si è fermato a 12,8 miliardi, pari al 17,7%. La riscossione
coattiva arranca ancora di più, con incassi fermi al 3,1% a fronte di 40,7
miliardi di euro di somme accertate. Un dato che fotografa una debolezza
strutturale della fase finale del sistema di contrasto all’evasione: quella che
va dall’accertamento all’effettivo incasso. Nel 2023, le cartelle pendenti a
fine anno ammontavano al 180,8% delle entrate nette complessive, a fronte di una
media Ue del 30,7%. La gran parte di questi crediti è considerata di fatto non
riscuotibile. Da vedere se la riforma messa in campo nell’ambito della delega
fiscale sarà sufficiente per invertire la rotta.
Non aiuta che la legge di Bilancio 2026 prevede una nuova rottamazione delle
cartelle. Il rapporto richiama a questo proposito le valutazioni della Corte dei
conti, secondo cui l’aspettativa diffusa di future sanatorie e condoni fiscali
può indurre i contribuenti a rinviare il pagamento confidando di farla franca o
al massimo salire sul carro della prossima definizione agevolata.
L’EVASIONE IVA AUMENTATA NEL 2023
A livello europeo, l’evasione Iva nel 2023 è stimata in 128 miliardi di euro,
pari a circa il 9,5% della base imponibile teorica. L’Italia si colloca ancora
sopra la media Ue. Negli anni 2021-2022 la Penisola aveva registrato un forte
calo del gap dal 19 al 15%, in parte legato al boom dell’edilizia e al
Superbonus 110%, che ha incentivato l’emersione delle transazioni nel settore
delle costruzioni. Ma nel 2023 si è registrato – così come in diversi altri
Paesi membri – un nuovo aumento a circa 25 miliardi. Il peggioramento potrebbe
essere stato determinato in parte dalla progressiva abolizione della maxi
detrazione e in parte dalla normalizzazione della domanda dopo il rimbalzo
post-pandemico: in particolare il buon andamento di turismo, servizi ricreativi
e ristorazione, caratterizzati da livelli di compliance fiscale sotto la media,
potrebbe spiegare perché la riduzione dell’evasione ha conosciuto una battuta
d’arresto.
In aggiunta, anche il gap dovuto a misure introdotte dalla politica (riduzioni
ed esenzioni) è sopra la media Ue: nel 2023 era pari al 55% del gettito
potenziale, contro una media del 51%.
IL BUCO NERO DELLE TAX EXPENDITURE
E per restare ai “buchi” creati da chi è al governo, il rapporto ricorda che in
Italia le agevolazioni fiscali o tax expenditure introdotte anno dopo anno e mai
cancellate si tradurranno nel 2025 in mancate entrate per ben 119 miliardi di
euro. Vale a dire circa l’11,4% del gettito fiscale totale riscosso dallo Stato,
il 5,8% del pil. Vengono monitorate in un rapporto ad hoc e da anni si parla
della necessità di “disboscarle”, ma nessuno ha avuto il coraggio di metterci
mano pesantemente visto che dietro ogni agevolazione ci sono gli interessi di
piccole o grandi platee di contribuenti.
L'articolo Ecco il primo report sull’evasione nei 27 Paesi Ue: Italia nel mirino
per il nero degli autonomi e la riscossione che fa acqua proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Giro di vite per la norma della legge di Bilancio, all’esame del Senato, che
vincola il saldo delle parcelle dei liberi professionisti che lavorano per la
pubblica amministrazione alla loro regolarità fiscale e contributiva. La
riformulazione del testo siglata dal ministero dell’Economia, arrivata giovedì
sera, estende infatti lo stop al pagamento a tutti gli emolumenti, inclusi
quelli dovuti da soggetti diversi dalla Pa per incarichi con compensi “a carico
dello Stato”.
Il presidente dell’Istituto nazionale tributaristi, Riccardo Alemanno, è
favorevole: “Avevo dichiarato già sulla norma originaria che ero assolutamente
d’accordo sul fatto che un professionista, come tutti i contribuenti, debba
pagare regolarmente imposte, tasse e contributi, che poi questa regolarità sia
anche condizione per ricevere i giusti compensi da parte della Pa”.
Ma nelle settimane passate, quando la disposizione meno restrittiva di quella
governativa era stata inserita nella manovra, le categorie ordinistiche avevano
protestato. Il presidente del Consiglio nazionale forense (Cnf) Francesco Greco
in una nota del 28 ottobre scorso aveva parlato di una norma “vessatoria e
discriminatoria nei confronti dei liberi professionisti”. Questo perché i
lavoratori dipendenti, “se inadempienti ai propri obblighi fiscali, anche di
importo rilevante, mantengono il diritto, ovvio e corretto, alla retribuzione”.
Ma è ben noto che la tendenza a evadere degli autonomi è ben superiore rispetto
a quella di chi è soggetto a sostituto di imposta.
Nei giorni scorsi, diversi esponenti parlamentari della maggioranza di
centrodestra avevano però sostenuto che la disposizione sarebbe stata
modificata, lasciando intendere che si sarebbe andati verso un ammorbidimento.
Ora le associazioni di categoria sono sul piede di guerra. “Abbiamo chiesto la
soppressione della norma contenuta in Legge di Bilancio e, invece, sembrerebbe
che sia ancora più stringente”, commenta la presidente di Confcommercio
professioni Anna Rita Fioroni, perché impone “di produrre la documentazione
comprovante la regolarità fiscale contestualmente alla presentazione della
fattura per le prestazioni rese alla Pubblica amministrazione”, “una condizione
vessatoria”. “Ci domandiamo il perché di questa prova ‘diabolica’ a carico dei
professionisti, quando a nessun altro viene chiesta. Peraltro già oggi c’è una
previsione vigente che inibisce il pagamento di somme superiori a 5.000 euro, se
ci sono importi iscritti a ruolo a carico del professionista”.
“La meritoria e improcrastinabile attenzione alla regolarità fiscale e
contributiva non credo debba porre discriminazioni in termini di diritto tra
lavoratori autonomi e subordinati”, aggiunge il presidente dell’Adepp,
l’Associazione delle Casse previdenziali private, e dell’Enpam (l’Ente
pensionistico dei medici e degli odontoiatri) Alberto Oliveti. La “lotta
all’evasione va portata avanti, ma ciò deve avvenire nei confronti di tutti”.
L'articolo Si rafforza la stretta sui compensi pubblici ai professionisti che
hanno irregolarità fiscali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quattro anni per evasione fiscale e auto riciclaggio. La Corte d’Appello di
Milano ha confermato integralmente la condanna di primo grado nei confronti di
Irene Pivetti, ex presidente della Camera ed ex esponente della Lega. La
decisione della IV sezione penale, composta dai giudici Fagnoni, Centonze e
Marchiondelli, accoglie le richieste della sostituta procuratrice generale
Franca Macchia e del pm Giovanni Tarzia, quest’ultimo applicato al processo di
secondo grado. Il verdetto ribadisce in toto quanto stabilito dal Tribunale il
26 settembre 2024. Il procedimento riguarda una serie di operazioni commerciali
del 2016 per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro. Secondo le
indagini del pm Tarzia e del Nucleo di polizia economico-finanziaria della
Guardia di Finanza, tali operazioni avevano al centro la compravendita di tre
Ferrari Granturismo e sarebbero state strumentali al riciclaggio di proventi di
illeciti fiscali.
Oltre alla condanna inflitta a Pivetti, la Corte ha confermato anche le pene a
due anni — con sospensione condizionale e non menzione — per il pilota di rally
ed ex campione di Granturismo Leonardo “Leò” Isolani e per la moglie Manuela
Mascoli. I giudici hanno inoltre confermato la confisca di oltre 3,4 milioni di
euro, importo già congelato durante le indagini a carico dell’ex parlamentare.
Cuore dell’inchiesta vi è il ruolo di intermediazione svolto da Only Italia,
società riconducibile a Pivetti, nelle operazioni del Team Racing di Isolani.
Quest’ultimo, gravato da un debito fiscale di 5 milioni di euro, avrebbe tentato
di occultare al fisco alcuni beni, tra cui le tre Ferrari, attraverso una finta
vendita al gruppo cinese Daohe, finalizzata al trasferimento delle vetture in
Spagna. Tuttavia, secondo l’imputazione, l’unico bene realmente “ceduto” ai
cinesi sarebbe stato il logo della Scuderia Isolani abbinato a quello Ferrari.
Gli inquirenti contestano che, mentre Isolani e Mascoli miravano a dissimulare
la proprietà dei beni per sottrarli al fisco, l’obiettivo dell’ex leghista
sarebbe stato acquistare il marchio Isolani-Ferrari per rivenderlo al gruppo
cinese a un prezzo dieci volte superiore, senza comparire direttamente nelle
operazioni. La Procura sostiene infatti che l’ex presidente della Camera avrebbe
acquisito il logo per 1,2 milioni di euro, per poi tentare di cederlo a Daohe a
10 milioni. Nella sentenza di primo grado si affermava che Pivetti, “dopo aver
realizzato un meccanismo particolarmente capzioso, pur di scongiurare il rischio
che le somme conseguenti alla realizzazione delle operazioni commerciali con il
contraente cinese fossero soggette a tassazione, ha portato avanti il suo
proposito criminoso per lungo tempo”. Inoltre i magistrati avevano sottolineato
che l’imputato non si era mai ravveduta.
“La verità verrà fuori, sono tranquilla, la verità è che io sono innocente” ha
commentato l’imputata. L’ex presidente della Camera ha dichiarato di essersi
aspettata “un esito diverso” e di attendere ora “con curiosità” le motivazioni
della sentenza, precisando di non essere preoccupata: “La verità è che io sono
innocente, come ho sempre detto e anche dimostrato nelle carte di questo
processo. Non so come mai è stata confermata la sentenza, ce lo spiegheranno le
motivazioni”. La vicenda giudiziaria ha registrato un passaggio rilevante già
nel settembre 2022, quando la Cassazione confermò il sequestro di quasi 3,5
milioni di euro a carico di Pivetti. L’ex parlamentare, difesa dall’avvocato
Filippo Cocco, ha più volte ribadito di aver sempre adempiuto ai propri obblighi
fiscali. Il suo legale aveva chiesto l’assoluzione, respinta sia dal Tribunale
sia ora dalla Corte d’Appello. La difesa dovrà attendere il deposito delle
motivazioni per valutare un eventuale ricorso in Cassazione.
L'articolo Irene Pivetti condannata anche in appello per evasione e
autoriciclaggio a 4 anni, l’ex presidente della Camera: “Sono innocente”
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