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Irene Pivetti e la motivazione della condanna, i giudici: “Proposito criminoso di lunga durata”
“Ha portato avanti un proposito criminoso per lungo tempo”, costruendo “un meccanismo che le consentisse il trasferimento di ingenti somme di denaro” e tentando poi “di giustificare l’ingiustificabile”. Con queste parole la IV sezione penale della Corte d’Appello di Milano descrive la condotta di Irene Pivetti nelle motivazioni della sentenza che ha confermato la condanna a quattro anni per evasione fiscale e autoriciclaggio. Il verdetto, pronunciato il 10 dicembre scorso, riguarda il processo nato dall’inchiesta del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza e coordinata dal pm Giovanni Tarzia. Al centro dell’indagine una serie di operazioni commerciali del 2016 per circa 10 milioni di euro, legate in particolare alla compravendita di tre Ferrari Granturismo che, secondo l’accusa accolta dai giudici, sarebbero state utilizzate per riciclare proventi derivanti da illeciti fiscali. Nelle 46 pagine di motivazioni i giudici Fagnoni, Centonze e Marchiondelli parlano di “estrema gravità dei fatti” e sottolineano come l’ex presidente della Camera abbia agito con “elevata intensità del dolo”, adottando “comportamenti capziosi” per precostituirsi “postume giustificazioni”. Un atteggiamento che, secondo la Corte, si sarebbe protratto anche durante il processo, con il tentativo di trovare “escamotage per depotenziare i propri illeciti”. La Corte ha inoltre confermato le altre due condanne pronunciate in primo grado: due anni di reclusione, con pena sospesa e non menzione, per il pilota di rally ed ex campione di Granturismo Leonardo “Leò” Isolani e per la moglie Manuela Mascoli. Confermata anche la confisca di quasi 3,5 milioni di euro, somme già congelate durante le indagini. Per i giudici, l’incensuratezza di Pivetti è stata già “benevolmente valutata” con la concessione delle attenuanti generiche in primo grado e non può giustificare una ulteriore riduzione della pena. Pur riconoscendo che l’ex politica “non si è sottratta al contraddittorio”, la Corte evidenzia la “mancanza di alcun senso di resipiscenza”, con il tentativo di attribuire “se non l’esclusiva, la principale responsabilità dei terzi nei fatti”. La sentenza ricostruisce anche i flussi finanziari dell’operazione, individuando trasferimenti di denaro per oltre 7,5 milioni di euro, seguiti dagli investigatori con rogatorie internazionali in dieci Paesi, dalla Spagna alla Polonia fino a Malta e Macao. Secondo la Corte, il gruppo Only Italia costituiva “un mero schermo giuridico” e le attività erano in realtà riconducibili direttamente a Pivetti. Nell’impianto accusatorio accolto dai giudici, Only Italia avrebbe svolto un ruolo di intermediazione in alcune operazioni commerciali del Team Racing di Isolani, che aveva un debito fiscale di circa 5 milioni di euro e avrebbe cercato di sottrarre alcuni beni al fisco, tra cui le tre Ferrari Granturismo. Le vetture sarebbero state oggetto di una finta compravendita al gruppo cinese Daohe per essere invece trasferite in Spagna. L’unico bene realmente ceduto ai cinesi, secondo quanto ricostruito nelle motivazioni, sarebbe stato il logo della Scuderia Isolani abbinato al marchio Ferrari. Per la Procura, Pivetti avrebbe acquistato quel marchio per 1,2 milioni di euro rivendendolo poi alla società cinese per 10 milioni. Dopo la sentenza, l’ex presidente della Camera ha ribadito la propria estraneità ai fatti. “La verità è che io sono innocente”, ha dichiarato, annunciando con il suo difensore Filippo Cocco il ricorso in Cassazione. L'articolo Irene Pivetti e la motivazione della condanna, i giudici: “Proposito criminoso di lunga durata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Evasione Fiscale
Evasione, torna la promessa di usare i dati “in chiave predittiva” per scovare chi non paga. Controlli mirati grazie all’IA
L’Agenzia delle Entrate aumenterà i controlli sostanziali sul pagamento di Iva e imposte dirette, rendendoli più frequenti “soprattutto per i settori di attività a maggior rischio di evasione”. E ne migliorerà la qualità utilizzando “in chiave predittiva” i dati e le informazioni a sua disposizione, da quelli delle fatture elettroniche ai corrispettivi telematici, dai flussi dei pagamenti elettronici alle comunicazioni Iva, per selezionare in anticipo i contribuenti a rischio. La promessa non è certo nuova ed è tutt’altro che chiaro quanto il fisco stia davvero procedendo lungo questa strada. Ma a ribadirla, in linea con quanto previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e da uno dei decreti attuativi della delega fiscale, è l’Atto di indirizzo per la politica fiscale 2026-2028 del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, appena pubblicato. L’analisi strategica dei dati “anche attraverso l’ausilio dell’intelligenza artificiale“, si legge nei paragrafi dedicati alla Prevenzione degli inadempimenti fiscali e contrasto all’evasione, “verrà impiegata per supportare i processi decisionali (umani) e consentirà un affinamento delle tecniche di analisi del rischio e una migliore selezione delle posizioni da sottoporre a controllo”. Obiettivo finale, come sempre, ridurre la propensione all’evasione. Di cui nella premessa viene rivendicato il calo di circa un quarto in termini assoluti registrato tra 2018 e 2022, anche se nel complesso il gap complessivo è rimasto in media oltre i 102 miliardi di euro. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, nel 2022 la propensione al gap è risultata più bassa dell’11,7% rispetto al valore del 2019. Ma ci sono molti dubbi sul fatto che il miglioramento stia continuando. La versione originaria del Pnrr, va ricordato, prevedeva come obiettivo intermedio la riduzione del 5% della stima relativa al 2023 sempre rispetto al 2019, ma nell’ambito della revisione dello scorso novembre il governo l’ha sostituito con la certificazione di un –10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. Segno che a via XX Settembre si attendono per il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un peggioramento dell’indicatore. Tornando all’atto di indirizzo destinato alle Agenzie e alla Guardia di Finanza, Giorgetti anticipa che l’Agenzia dovrà puntare sulla digitalizzazione dei processi e l’implementazione degli applicativi di supporto al controllo “nonché mediante nuovi strumenti di analisi avanzata dei dati, favoriti dall’applicazione di tecniche di intelligenza artificiale, quali il machine learning, il text mining e il network analysis“. La valutazione del rischio di non compliance e il “monitoraggio dei soggetti a elevata pericolosità fiscale” si baseranno anche sullo sfruttamento delle potenzialità derivanti dall’utilizzo di informazioni presenti nel Sistema informativo della fiscalità e provenienti da enti esterni, incluse quelle derivanti dallo scambio automatico obbligatorio con le amministrazioni estere. L’analisi del rischio sarà sviluppata anche per realizzare una “mappatura più analitica” basata sulla disaggregazione dei dati anche su base provinciale, l’articolazione secondo i diversi settori economici e la capacità di distinguere il rischio di evasione e quello di frode. L’attività di prevenzione e contrasto “punterà su una gestione efficace dei rischi legati alla compliance fiscale, avuto particolare riguardo ai principali obblighi del contribuente di registrarsi correttamente in Anagrafe tributaria, di presentare tempestivamente le dichiarazioni fiscali, di pagare puntualmente le imposte e di non trasmettere dichiarazioni infedeli, errate o incomplete”. L’efficaci sarà ovviamente valutata “in relazione alla capacità di accertamento degli imponibili generati dall’economia sommersa che avrà significative ricadute in termini di recupero di gettito sottratto all’erario e, quindi, di riduzione della quota di tax gap”. Il governo conta poi molto sull’obbligo di collegamento tra le informazioni derivanti dai pagamenti elettronici e dalla registrazione dei corrispettivi e sulle novità previste dalla legge di Bilancio 2026: liquidazione automatica dell’Iva sulla base delle fatture elettroniche emesse e ricevute, contrasto alle indebite compensazioni, possibilità per l’ente della riscossione di analizzare i dati delle fatture elettroniche per capire se il contribuente che non ha pagato il dovuto attende dei pagamenti e pignorarli prima che li riceva. Tra le altre aree di intervento ritenute strategiche restano il Supporto alla compliance volontaria dei contribuenti accompagnato dalla riduzione dei costi dell’adempimento fiscale, lo “stimolo della compliance” attraverso accordi preventivi e nuove forme di presidio ex ante come il concordato biennale e l’adempimento collaborativo (allargato da quest’anno alle imprese con fatturato superiore a 500 milioni nel 2026) e la riscossione coattiva. Quest’ultima è la fase in cui il fisco dovrebbe effettivamente incassare le somme che ha verificato essere state evase. Il sistema italiano fa acqua da tutte le parti. La delega fiscale aveva previsto una riforma mirata a rendere le azioni di recupero più selettive ed efficaci, ma i decreti attuativi hanno mancato l’obiettivo visto che non prevedono chiari criteri di efficientamento né novità sostanziali per quanto riguarda i poteri dell’Agenzia della riscossione. E non è ancora stato emanato il provvedimento necessario per tradurre in pratica – recependo o meno le proposte della commissione ad hoc incaricata dal Mef. – il discarico parziale del magazzino pregresso accumulato dalle Entrate. L’atto di indirizzo è ricco di buoni propositi: “Agire secondo una logica di risultato, indirizzando l’attività prioritariamente verso i crediti con maggiori possibilità di incasso e sfruttando, a tal fine, oltre alle eventuali priorità di indirizzo comunicate dagli enti creditori, anche i dati e le informazioni a disposizione dell’Agente della riscossione nelle varie banche dati”. Oltre alla “salvaguardia dei crediti mediante atti idonei a evitarne la decadenza e la prescrizione”, si punterà poi “a rendere più tempestivo il processo per il recupero” riducendo i tempi tra rilevazione del debito e iscrizione a ruolo. E le Agenzie fiscali sono incaricate di fornire “indicazioni all’Agente nazionale della riscossione circa le priorità di indirizzo della successiva attività di recupero coattivo dei singoli crediti. Quest’ultimo, a sua volta, ottimizzerà i tempi di notifica delle cartelle di pagamento e degli altri atti propedeutici mentre, nel caso di omesso pagamento a seguito della notifica della cartella o degli avvisi, avvierà prontamente le azioni di recupero più opportune per la riscossione del credito”. Nulla di nuovo ovviamente l’atto di indirizzo può dire sul nodo della carenza di risorse umane. Si limita a prevede che l’Agenzia realizzi le procedure di reclutamento del personale “nel rispetto dei fabbisogni e della normativa vigente”. Dal nuovo Piano integrato di attività e organizzazione 2026-2028 è emerso che l’agenzia resta sotto organico di quasi 6mila unità. E ne mancheranno all’appell0 4mila anche a fine triennio, nonostante i concorsi già previsti. L'articolo Evasione, torna la promessa di usare i dati “in chiave predittiva” per scovare chi non paga. Controlli mirati grazie all’IA proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nuova indagine della Procura di Milano su Amazon per evasione fiscale: “Perquisite anche le case di 7 manager”
C’è una nuova inchiesta della Procura di Milano su Amazon. I magistrati indagano su una presunta evasione fiscale di alcune centinaia di milioni tra il 2019 e il 2023 da parte del colosso tecnologico statunitense. Su delega della procura – come ha anticipato Reuters – la Guardia di Finanza di Monza ha effettuato una serie di perquisizioni nella sede italiana della società guidata da Jeff Bezos ed anche nelle abitazioni di 7 manager e negli uffici della società di revisione Kpmg (non indagati). La contestazione riguarda una presunta “stabile organizzazione occulta” in quanto la multinazionale avrebbe operato e prodotto redditi in Italia. Al centro dell’indagine c’è Amazon EU Sarl (la principale società del gruppo, con sede in Lussemburgo, che gestisce le vendite e le operazioni di e-commerce nei paesi europei, inclusa l’Italia) e sulla sua amministratrice Barbara Scarafia, con l’accusa di omessa dichiarazione dei redditi. Secondo i pm, Amazon avrebbe avuto una base permanente non dichiarata in Italia dal 2019 al 2024 e, di conseguenza, avrebbe dovuto pagare più tasse nel Paese. Nell’agosto del 2024, infatti, il gruppo ha aderito a un programma di “adempimento collaborativo” con l’Agenzia delle Entrate e ha iniziato a pagare le tasse in Italia. Sulla base delle indagini e delle dichiarazioni dei testimoni – sottolinea Reuters – nel 2024 Amazon EU Sarl avrebbe licenziato e riassunto 159 dipendenti di un’altra società del gruppo, che i pubblici ministeri ritengono costituisse fino ad allora una stabile organizzazione in Italia. Nel corso delle perquisizioni sarebbero state sequestrati computer e altri dispositivi informatici appartenenti ai dirigenti. La perquisizione alla Kpmg, che non è indagata, sarebbe stata motivata dal fatto che questa società è stata tra quelle che hanno fornito un parere sulle azioni al centro dell’inchiesta. Non è la prima volta che Amazon finisce sotto i riflettori della Procura di Milano. Lo scorso dicembre Amazon si è accordata con l’Agenzia delle Entrate per chiudere le contestazioni su presunte condotte illecite realizzate tra il 2019 e il 2020, concordando di pagare 511 milioni di euro. La Procura di Milano aveva contestato una frode fiscale da 1,2 miliardi di euro sotto forma di evasione dell’Iva dovuta dai venditori cinesi che utilizzano il suo marketplace. Sommando sanzioni e interessi, aveva calcolato che il colosso dell’e-commerce avrebbe dovuto versare al fisco italiano un cifra intorno ai 3 miliardi. Grazie all’accordo il gruppo di Jeff Bezos è riuscito a ottenere un notevole sconto. Rimangono invece ancora aperte altre due indagini sul colosso statunitense, una delle quali riguarda presunte irregolarità nella movimentazione di prodotti giunti dalla Cina sui quali non sarebbero stati pagati l’Iva e i dazi doganali: l’indagine ipotizza che Amazon abbia agito come una sorta di “cavallo di troia“, consentendo alle merci di circolare nel Paese senza la tassazione appropriata. L'articolo Nuova indagine della Procura di Milano su Amazon per evasione fiscale: “Perquisite anche le case di 7 manager” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Evasione Fiscale
Il rapporto Ue sull’evasione fiscale ci espone alla vergogna internazionale: evadere in Italia è ancora un buon affare
La scorsa settimana ci ha regalato alcune news, peraltro molto tradizionali, sull’evasione fiscale nel nostro Paese. Il fisco alza il tiro sugli evasori, come recita il titolo di un noto quotidiano economico, oppure è il solito polverone mediatico che si dileguerà in un giorno? Sono abbastanza propenso per questa seconda interpretazione, anche se qualcosa fortunatamente si muove. La prima notizia è che l’Agenzia delle Entrate invierà più di due milioni di lettere ai contribuenti che non sono risultati in regola con le loro dichiarazioni fiscali, per errori più o meno grandi. Sembra finalmente che ci sia il tanto atteso cambio di passo. Tuttavia registriamo che due milioni di lettere di compliance, per usare il nuovo linguaggio fiscale, sono state inviate l’anno scorso, e anche l’anno prima. Insomma la milionata di lettere non è un fatto nuovo, e si tratta di una poco invidiabile costante. L’Agenzia, purtroppo, non ha specificato gli importi contestati, le categorie di contribuenti coinvolti e tutti gli altri opportuni dettagli statistici. Il dato offerto, oltre che clamoroso, è abbastanza povero e confuso. Né Vincenzo Carbone ci ha detto quanti soldi sono stati recuperati dalle lettere inviate l’anno scorso. A questa carenza possiamo parzialmente supplire con i dati europei che hanno quantificato per il 2024 un’evasione tributaria di 72,3 miliardi, con un recupero di 12,7 miliardi. Cioè appena il 17,7% e quindi c’è poco da festeggiare. Evadere in Italia è ancora un buon affare. Il fatto nuovo, se così lo vogliamo interpretare, è che sono stati scoperti 200.000 evasori totali, 86.000 addirittura sconosciuti al fisco. Il cyber-fisco sembra dare i suoi frutti, e non certo per la volontà della politica. La seconda notizia è di tipo macroeconomico. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha ripreso i dati del recente rapporto europeo sull’evasione fiscale e ha fatto un po’ di calcoli. Il recupero dell’evasione potrebbe portare in maniera indolore a una riduzione sostanziale del debito pubblico. Secondo le stime, un’azione abbastanza incisiva porterebbe il rapporto debito/Pil dal 138% attuale al 114% nel 2041, una riduzione piuttosto notevole e senza conseguenze per la gran massa dei contribuenti. Diciamo che il contrasto all’evasione dovrebbe costituire l’ossatura delle prossime leggi di bilancio. L’Upb riprende i dati del rapporto europeo sull’evasione fiscale pubblicato a dicembre 2025. Si tratta di un primo dossier molto importante perché ci offre l’opportunità di un confronto tra i vari Paesi europei. Il capitolo sull’Italia non dice nulla di nuovo dal punto di vista domestico, ma ci espone alla vergogna internazionale. Nella prima pagina del rapporto troviamo una valutazione che conviene riportare per intero: “[In Italia] L’evasione fiscale rimane alta. In particolare, i lavoratori autonomi sono responsabili per la maggior parte dell’evasione fiscale con un tax gap sul reddito del 59,8% nel 2022. In accordo con le stime, i lavoratori autonomi evadono più della metà del loro carico fiscale per un valore stimato di 37 miliardi”. In altri tempi questa frase lapidaria per la sua autorevolezza avrebbe provocato una grande indignazione, anche governativa. Calandola nel modesto presente, sarebbe ora si smetterla di parlare di evasione fiscale in generale, ma di qualificarla in maniera precisa. Non tutti i contribuenti hanno le stesse opportunità di evadere. Mi chiedo allora cosa possono pensare i bravi cittadini europei che ci hanno regalato 70 miliardi a fondo perduto con il Pnrr quando leggono queste pagine. Il rapporto europeo è molto ricco di dati e considerazioni che avrebbero meritato una grande attenzione nelle sfere governative, che invece l’hanno ignorato, come pure presso l’opinione pubblica. Mi ha sorpreso anche il titolo di questo primo rapporto sull’evasione fiscale in Europa. Oramai c’è la tendenza a normalizzare il fenomeno con un linguaggio neutrale e pseudo oggettivo, meglio se si usa la lingua inglese. Di conseguenza, la lotta all’evasione fiscale diventa la ricerca della compliance fiscale, in questo caso l’adesione spontanea dell’evasore beccato. L’evasione in quanto tale viene descritta in termini di tax gap, cioè di percentuale di tasse non pagate. Il rapporto europeo viene intitolato addirittura Mind the Gap (attenzione al gradino o simili), espressione che nasconde completamente il suo contenuto. Anche da punto di vista linguistico c’è la tendenza a nascondere il fenomeno, invece che a denunciarlo e contrastarlo, per farlo passare come qualcosa di inevitabile o peggio, naturale. Ora che l’evasione italiana ha raggiunto con il rapporto Mind the Gap una platea europea, speriamo sia più facile per nostra classe politica intraprendere le azioni che servono per riportarci almeno al livello della media delle altre nazioni europee, cioè per farci tornare un paese normale. L’Italia ha due anomalie: un’evasione fiscale molto alta ma anche molto concentrata in precise categorie di contribuenti che si possono facilmente scovare anche senza l’aiuto della IA. Per risolvere il problema basterebbe seguire le migliori pratiche degli altri Stati. Sarebbe bello che nel giro di pochi anni l’Italia non fosse più il paese dicotomico degli evasori e dei tartassati, così anche il debito pubblico non farebbe più paura. 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Lotta all’evasione, da controlli su dichiarazioni e liquidazioni Iva 11 miliardi (in lieve calo). Le Entrate restano sotto organico di 6mila unità
Lo scorso anno l’Agenzia delle Entrate ha recuperato 11 miliardi di euro grazie ai controlli sulle dichiarazioni fiscali e le liquidazioni periodiche Iva, insieme alla verifica e liquidazione degli atti del registro. Ma un confronto tra il nuovo Piano integrato di attività e organizzazione 2026-2028 dell’ente e il vecchio Piao 2025-2027 rivela che l’aumento dei controlli automatizzati, che nel 2025 hanno riguardato 54 milioni di dichiarazioni contro i 50 dell’anno prima, non ha comportato un aumento degli incassi: nel 2024 erano stati lievemente superiori, a quota 11,1 miliardi. Ora si attendono i dati complessivi sul recupero di evasione messo a segno in corso d’anno: la data di presentazione, che cade sempre in febbraio, non è ancora stata fissata. Intanto, sempre stando ai dati del documento di programmazione, l’agenzia resta sotto organico di quasi 6mila unità. Nel 2025 sono state inviate oltre 7,8 milioni di comunicazioni in seguito al controllo automatizzato delle dichiarazioni, 1,4 milioni di comunicazioni di invito alla compliance relative alla Lipe (quello che puntano a spingere i contribuenti a versamenti spontanei in regime di ravvedimento operoso), 600mila comunicazioni relative al controllo formale e altrettante conseguenti alla liquidazione delle imposte sui redditi soggetti a tassazione separata, cioè non sottoposti alle normali aliquote Irpef progressive. Attività che hanno consentito di riportare in cassa “oltre 10,7 miliardi di euro“, mentre le attività di controllo e liquidazione degli atti del registro (contratti di compravendita di immobili e locazioni, successioni eccetera) hanno fruttato circa 300 milioni di euro. Nel Piano 2025-2027, l’Agenzia aveva dato conto di 8,9 miliardi recuperati nel 2024 da attività di controllo delle dichiarazioni fiscali e liquidazione delle imposte sui redditi. A questi si aggiungevano 238 milioni di euro derivanti dalle attività di liquidazione degli atti del registro, oltre a 2 miliardi di versamenti spontanei dopo comunicazioni di invito alla compliance legate alle liquidazioni Iva. La versione aggiornata del Piao, approvata a fine gennaio, prevede che “per migliorare l’attività di accertamento degli imponibili e di recupero di gettito, l’Agenzia incrementerà la propria capacità operativa nell’ottica di aumentare il numero dei controlli e migliorare la qualità”. Come già emerso dal budget economico 2026, gli accertamenti ordinari su imposte dirette, Iva e Irap ai controlli su indebite compensazioni e contributi a fondo perduto saliranno a 530mila contro le 438.579 realizzate nel 2024 e le 375mila previste dal vecchio Piao e i controlli formali sulle dichiarazioni dei redditi saranno 600mila. Dovranno essere poi almeno 20mila le segnalazioni di immobili che non risultano aggiornati in catasto nonostante le migliorie finanziate con il Superbonus abbiano comportato un aumento del valore. Risultati che si punta a centrare “attraverso la digitalizzazione dei processi e l’implementazione degli applicativi di supporto al controllo, anche in modo da ridurre le attività a basso valore aggiunto, nonché mediante nuovi strumenti di analisi avanzata dei dati, favoriti dall’applicazione di tecniche di intelligenza artificiale, quali il machine learning, il text mining e il network analysis“. Ma quegli strumenti avanzati dovranno essere governati da funzionari con adeguate competenze. E su questo fronte il Piano, pur riconoscendo che “disporre di risorse umane dotate di elevata competenza e professionalità rappresenta un requisito fondamentale per l’Agenzia al fine di riuscire a realizzare il complesso mandato istituzionale”, non prevede che siano colmate le carenze di personale note da anni. Il saldo tra assunzioni previste nel triennio 2026-2028 (4.477) e cessazioni (2.565) non consentirà, alla fine dell’orizzonte di previsione, di ripristinare la pianta organica che negli anni scorsi è stata rivista al ribasso a circa 42mila unità tenendo conto proprio della digitalizzazione. Nel 2028 saranno effettivamente in servizio solo 38mila tra funzionari e assistenti oltre a 420 dirigenti. A fine 2025 gli impiegati complessivi erano 36.272: quasi 6mila in meno rispetto all’organico. L'articolo Lotta all’evasione, da controlli su dichiarazioni e liquidazioni Iva 11 miliardi (in lieve calo). Le Entrate restano sotto organico di 6mila unità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata
La modifica finora è passata sotto silenzio. Ma il governo Meloni due mesi fa ha di fatto messo nero su bianco la rinuncia a raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riduzione dell’evasione fiscale concordati dall’Italia con la Ue nel 2021, ai tempi dell’approvazione del Pnrr. L’ha fatto con la sesta revisione del piano, che ha ottenuto il via libera definitivo da parte del Consiglio il 27 novembre. Tra le 173 misure modificate c’è infatti anche la riforma dell’amministrazione fiscale, che nella versione originaria prevedeva un calo corposo della cosiddetta “propensione a evadere“, cioè il rapporto tra il gettito che manca all’appello e quello atteso: entro la metà di quest’anno Roma avrebbe dovuto dimostrare un calo del 15% della stima relativa al 2024 rispetto a quella del 2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a un’evasione tributaria da 87 miliardi). Quella milestone è scomparsa. Traduzione: il ministero dell’Economia non conta più di riuscire a ridurre di circa 13 miliardi la cifra nascosta al fisco sotto forma di Irpef dei lavoratori autonomi e dei dipendenti, Iva, Ires, Irap, imposte sulle locazioni e canone Rai. Risultato che nel 2021 il governo Draghi aveva programmato di ottenere attraverso una serie di interventi che andavano dalla messa in pratica del sempre invocato incrocio delle banche dati alle multe per chi rifiuta pagamenti con carta, da affiancare a un aumento delle lettere che “invitano” i contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Come non detto. Al posto della relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di Bilancio, che andranno finalizzate entro il secondo trimestre: l’invio dei dati della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la dichiarazione. Non solo. Il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del 2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. I motivi della modifica non sono stati chiariti, ma pare un chiaro segno che a via XX Settembre si attendono per il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un peggioramento dell’indicatore. E per non rischiare ritengono più prudente che il calcolo tenga conto anche del buon risultato del 2022. La preoccupazione non sorprende chi ha seguito passo passo l’evoluzione delle stime sull’andamento dell’evasione fiscale a valle della manovra per il 2023, la prima di Meloni e Giorgetti, che è stata infarcita di condoni e sanatorie. Nel 2024 il Tesoro nel Piano strutturale di bilancio, che ha sostituito la vecchia Nota di aggiornamento al Def incorporando anche il rapporto sui risultati della lotta all’evasione, ha rilevato per il 2023 una “battuta d’arresto” nel miglioramento della compliance fiscale. E la Relazione 2025 sull’economia non osservata ha attestato che nel 2022 l’evasione complessiva tra tasse e contributi è tornata sopra i 100 miliardi di euro anche se in termini percentuali il “tax gap” si è ridotto leggermente, al 17%, comunque sopra il 16,6% che costituiva l’obiettivo 2024 stando alla prima versione del Pnrr. Nel Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione, poi, il Mef non ha indicato le eventuali risorse da destinare nel 2025 al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, che stando alla legge viene rimpinguato solo se le maggiori entrate strutturali derivanti da adempimento fiscale stimate per l’ultimo anno disponibile (in questo caso il 2022) sono considerate “solide” perché nei tre anni successivi non ci sono stati peggioramenti. Il ministero ha fatto sapere al fattoquotidiano.it che non si erano “verificate le condizioni”. “Come abbiamo fatto notare al ministro Tommaso Foti in cabina di regia già lo scorso settembre, viste le scelte del governo in materia di lotta all’evasione c’erano forti dubbi sul raggiungimento degli obiettivi”, commenta Gigi Caramia, responsabile nazionale Pnrr per l’Area Politiche dello sviluppo della Cgil. “Con la revisione il governo, con il placet della Commissione Europea, ha alzato bandiera bianca, a conferma che il 15% non si sarebbe raggiunto e che, anzi, la propensione all’evasione sta probabilmente aumentando, incentivata da condoni e rottamazioni”. L'articolo Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giancarlo Giorgetti
Evasione Fiscale
Ministero dell'Economia e delle Finanze
Osservatorio Recovery
Vàsia, il borgo che incassa più di Roma dalla lotta all’evasione. In 7 anni incassi dimezzati per i Comuni
Nella geografia italiana della lotta all’evasione fiscale, a volte le dimensioni contano meno delle competenze. Lo dimostra Vàsia, minuscolo Comune dell’entroterra imperiese con appena 350 abitanti e molto amato dai turisti tedeschi, che nel 2024 ha incassato più del doppio di Roma grazie alle segnalazioni di imposte non pagate. Un risultato che spicca se confrontato con quello della Capitale, città da 2 milioni e 750mila residenti. Secondo i dati diffusi dal Centro Studi Enti Locali, il Comune di Roma nel 2024 ha incassato 10.145 euro per il recupero di tasse evase emerse grazie alle segnalazioni comunali. La normativa prevede che agli enti locali venga riconosciuto il 50% delle somme definitivamente riscosse dal fisco. Nello stesso periodo, Vàsia ha ottenuto 20.710 euro, più del doppio rispetto a Roma. Alla base del cosiddetto “modello Vàsia” c’è una caratteristica particolare dell’amministrazione locale. Il sindaco, Mauro Casale, 50 anni, eletto con una lista civica, è anche dipendente dell’Agenzia delle Entrate. Una conoscenza diretta dei meccanismi fiscali che si è rivelata decisiva. “I 20mila euro di incasso vengono da una ditta che si era proposta al Comune per fare dei lavori – spiega Casale –. Abbiamo scoperto che si avvaleva di un regime fiscale di vantaggio che non le spettava. L’abbiamo segnalata alla Guardia di Finanza e ha dovuto pagare”. Come riporta l’Ansa altri recuperi sono arrivati dal settore immobiliare. “Ci sono persone – racconta il sindaco – che hanno comprato terreni, ottenuto i permessi di costruzione e poi li hanno rivenduti a un prezzo maggiorato, dimenticandosi di pagare le tasse sulle plusvalenze”. Il caso di Vàsia resta però isolato in un quadro generale che segnala un progressivo disimpegno dei Comuni nella collaborazione con il fisco. In sette anni, gli incassi complessivi derivanti dalle segnalazioni comunali si sono più che dimezzati, scendendo a 2,5 milioni di euro. Nei due anni precedenti la cifra si attestava attorno ai 3 milioni, ben al di sotto dei 6,7 milioni del 2021 e degli 11,4 milioni del 2018. Nel quinquennio 2020-2024 i Comuni hanno consentito di recuperare complessivamente 30,4 milioni di euro, contro gli oltre 88 milioni del periodo 2012-2016. A incidere sull’andamento è stata anche la variazione della quota riconosciuta agli enti locali: inizialmente fissata al 30%, poi salita al 33% e successivamente al 50%, tra il 2012 e il 2021 era arrivata al 100%, per tornare al 50% dal 2022. Proprio negli anni in cui la percentuale era totale si è registrato il massimo utilizzo dello strumento, tanto che oggi si sta valutando un nuovo ritorno al 100%. Attualmente i Comuni beneficiari sono 304, meno del 4% dei circa 7.900 enti locali italiani. La distribuzione territoriale conferma un netto squilibrio a favore del Nord. In testa c’è la Lombardia con 97 Comuni e 1.009.938 euro di riparto, pari a circa il 40% del totale nazionale. Seguono Liguria con 442.290 euro e 15 Comuni, Emilia-Romagna con 362.471 euro e 66 Comuni, Toscana con 300.454 euro e 17 Comuni. Nel Mezzogiorno e nelle Isole i numeri restano marginali: Campania 7.306 euro, Puglia 1.495 euro, Sicilia 6.791 euro, Sardegna 8.396 euro. Un divario che riguarda soprattutto la capacità amministrativa, l’organizzazione degli uffici e la continuità delle attività di controllo. Guardando ai singoli enti, il primato spetta a Genova, che grazie alle sue segnalazioni ha fatto recuperare al fisco oltre 800mila euro e ne ha incassati 406mila. Seguono Milano con 376.490 euro, Prato con 170.122 euro, Torino con 113.888 euro, Firenze con 105.628 euro, Brescia con 62.011 euro, Bergamo con 55.094 euro, Bologna con 48.127 euro e Cernusco sul Naviglio con 40.543 euro. “Questo dato certifica l’attenzione e l’impegno con il quale la nostra amministrazione ha gestito il Comune di Genova”, ha commentato il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, sindaco del capoluogo fino a dicembre 2024. Restano infine i paradossi: Bari, decima città italiana per popolazione, non compare tra i Comuni beneficiari del riparto. E il confronto tra Roma e micro-realtà come Vàsia continua a raccontare un’Italia in cui, nella lotta all’evasione, la dimensione non è tutto. L'articolo Vàsia, il borgo che incassa più di Roma dalla lotta all’evasione. In 7 anni incassi dimezzati per i Comuni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Evasione Fiscale
Lotta all’Evasione
Dal 2026 obbligo di collegare pos e registratore di cassa telematico. Quando Meloni diceva: “Ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione”
Un altro dietrofront. Dopo il “riallineamento” delle accise sulle diesel e l’aumento della pressione fiscale in netto contrasto con la promessa di ridurre le tasse, anche sul fisco digitale Giorgia Meloni si ritrova a smentire la se stessa dei tempi dell’opposizione. Dal 1° gennaio 2026 entra infatti in vigore, in chiave anti evasione, l’obbligo di collegamento digitale tra Pos e registratore di cassa telematico, misura che rafforza i controlli automatici sulle transazioni e che punta a far emergere incongruenze tra pagamenti elettronici e scontrini emessi. Cinque anni fa, quando tutti i commercianti sono stati chiamati a dotarsi di un registratore in grado di comunicare all’Agenzia delle Entrate gli incassi, la leader di Fratelli d’Italia aveva attaccato via social il governo Conte II parlando di “nuova follia” e bollando l’obbligo come “una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione, ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“. La norma era prevista nel Piano strutturale di bilancio inviato alla Ue nel 2024: compariva tra le riforme che giustificavano la possibilità di spalmare su sette anni – invece di quattro – i tagli richiesti dal nuovo Patto di stabilità. Il governo ha poi mantenuto la promessa inserendola nella legge di Bilancio dello scorso anno. Le Entrate potranno incrociare i dati in tempo reale e di attivare controlli mirati e automatizzati nel caso ci siano scostamenti significativi. Per gli esercenti che non si adeguano sono previste sanzioni da 100 a 1.000 euro e, nei casi più gravi, anche la sospensione della licenza o dell’autorizzazione all’attività. Secondo la relazione tecnica, il nuovo sistema dovrebbe garantire 50 milioni di euro di gettito aggiuntivo tra Iva e imposte dirette, destinati a salire a 65 milioni a regime. L'articolo Dal 2026 obbligo di collegare pos e registratore di cassa telematico. Quando Meloni diceva: “Ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
Fisco
Evasione Fiscale
Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la manovra
Il mini sconto Irpef che era il cuore della manovra prima che il governo inserisse in corsa un generoso pacchetto di sgravi e agevolazioni per le imprese. I balzelli spuntati alle ultime battute, come la tassa da 2 euro sui piccoli pacchi, quelli sempreverdi come l’aumento delle accise sui tabacchi e le sorprese che hanno fatto sobbalzare gli elettori di centrodestra, vedi il raddoppio della Tobin tax. La legge di Bilancio che sta per ottenere il via libera finale della Camera con la fiducia prevede molte novità in campo fiscale. Non poche delle quali comporteranno aggravi di tassazione per alcune categorie di contribuenti. Ma nel testo c’è anche un capitolo meno noto, e politicamente ancora più sensibile per Giorgia Meloni e la sua maggioranza, che comprende misure mirate a potenziare la capacità dell’amministrazione finanziaria di recuperare le somme sottratte allo Stato da chi evade. Ecco tutte le norme che entreranno in vigore l’1 gennaio e quanto valgono in termini di gettito. I MINI TAGLI IRPEF E LE TANTE NUOVE TASSE Dall’anno prossimo la seconda aliquota Irpef scende dal 35 al 33%, un taglio che vale poco meno di 3 miliardi di minori entrate ogni anno e porterà ai contribuenti vantaggi limitati: da circa 40 euro l’anno per chi ne guadagna 30mila a 440 per chi ne porta casa 50mila o più. In valori assoluti, i risparmi più corposi andranno a chi ha redditi medio-alti. La manovra dispone poi regimi fiscali agevolati per gli aumenti previsti da rinnovi contrattuali siglati nel biennio 2025-2026 a patto che il reddito non arrivi a 33mila euro (costeranno poco più di 640 milioni), riduce all’1% l’imposta sostitutiva sui premi di risultato e la distribuzione di utili ai lavoratori (170 milioni) e introduce una ennesima flat tax del 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e festivo per chi guadagna meno di 40mila euro (620 milioni). Sul fronte opposto c’è una lunga lista di tasse destinate a salire. I fumatori vedranno aumentare le accise sui tabacchi (da qui sono attesi 213 milioni) mentre l’allineamento delle accise del gasolio a quelle della benzina porterà 552 milioni in più. Chi compra e vende azioni italiane vedrà raddoppiare l’aliquota della Tobin tax (il che dovrebbe permettere al governo di incassare 337 milioni in più all’anno) e chi realizza plusvalenze sulle criptovalute, escluse solo le stablecoin in euro, verserà un’aliquota del 33% contro il 26% attuale (per un extragettito di soli 7 milioni). Il nuovo contributo di 2 euro sui piccoli pacchi in arrivo da paesi extra Ue costerà ai cittadini 122 milioni. La manovra introduce poi un acconto dell’85% sul contributo sui premi delle assicurazioni di auto e barche, che finirà per ricadere sugli assicurati. GLI AGGRAVI PER LE IMPRESE Le imprese hanno incassato al fotofinish alcune norme chieste da tempo da Confindustria, a partire dalle risorse per rendere triennale l’iperammortamento e per garantire gli sgravi a chi investe nella Zes Unica. E hanno ottenuto che pastic tax e sugar tax siano ancora una volta rinviate di un anno. Con l’altra mano però era già stato previsto che garantissero nuove entrate. Innanzitutto viene ridotta la possibilità di rateizzazione pluriennale delle plusvalenze da cessioni di beni, anticipando il momento in cui il guadagno concorre all’imponibile: una scelta che nel 2026 fa salire il gettito di 490 milioni. Altri 240 arriveranno dall’innalzamento al 21% dell’imposta sulla rivalutazione di terreni e partecipazioni. Viene poi rinnovata la possibilità di affrancare le riserve in sospensione d’imposta pagando una sostitutiva del 10%, per un maggiore incasso stimato in 420 milioni. Più noto il pacchetto che riguarda banche e assicurazioni: per loro arriva l’aumento di 2 punti dell’aliquota Irap (962 milioni) accompagnato dalla possibilità per gli istituti di affrancare le riserve accantonate per non pagare il precedente contributo sugli extraprofitti versando un’aliquota del 27,5% (il che dovrebbe portare 1,65 miliardi di gettito) e dalla riduzione della percentuale di deducibilità delle perdite pregresse (1,49 miliardi). LE MISURE ANTI EVASIONE “DETTATE” DAL PNRR Anche in questa manovra, come lo scorso anno, il governo ha inserito giocoforza un pacchetto di norme che puntano a limitare alcune tipologie di evasione e fornire all’amministrazione finanziaria più elementi da utilizzare per l’analisi del rischio fiscale, cioè la probabilità che un dato contribuente sia infedele: una mossa obbligata perché l’Italia, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, si è impegnata a ridurre il tax gap nel suo complesso e in particolare a far calare il nero legato a omessa e infedele fatturazione. Nel solo 2026 questo insieme di misure dovrebbe consentire di recuperare circa 850 milioni, destinati ad aumentare a regime. Ecco allora che nel decreto del 1972 che disciplina l’Iva è stato introdotto un nuovo articolo che consente all’Agenzia delle Entrate, anche in caso di omessa dichiarazione annuale, di procedere a una liquidazione d’ufficio. Cioè calcolare la cifra dovuta “anche avvalendosi di procedure automatizzate”, usando fatture elettroniche emesse e ricevute, corrispettivi telematici e dati delle liquidazioni periodiche. Il contribuente riceve l’esito e ha 60 giorni per reagire o pagare. Se non fa nulla, il debito viene iscritto a ruolo. Da qui dovrebbero arrivare 646 milioni di gettito. Per contrastare le indebite compensazioni di crediti inesistenti, si abbassa poi da 100mila a 50mila euro la soglia dei debiti iscritti a ruolo oltre la quale il contribuente non può più usare crediti fiscali (con esclusione di quelli relativi a contributi Inps e Inail) per compensare altri debiti, per esempio versando meno Iva o Irpef tramite F24. Attesi oltre 200 milioni l’anno. Molto contestata dai professionisti la norma che subordina il versamento dei compensi a loro dovuti dalle pubbliche amministrazioni alla verifica che non abbiano debiti fiscali o contributivi anche di importo inferiore a 5mila euro (sopra quella soglia il controllo era già previsto). In caso positivo, la stessa pa deve versare una quota corrispondente al debito all’agente della riscossione, mentre il professionista incasserà solo quel che resta. L’ipotesi di blocco totale dei compensi, inserita nel primo maxi emendamento del governo, è stata ammorbidita. Via libera anche a una delle misure auspicate dalla commissione incaricata di analizzare il magazzino fiscale pregresso e suggerire come gestirlo: la facilitazione dei pignoramenti presso terzi, espressione che avrebbe fatto inorridire il centrodestra quando era all’opposizione. In pratica l’agente della riscossione avrà a disposizione i dati sulle fatture emesse da debitori iscritti a ruolo (e coobbligati) nei sei mesi precedenti, in modo da poter intercettare i crediti verso clienti o committenti e recuperare una parte del dovuto. Una stretta da 140 milioni l’anno, ma dal 2027 perché serviranno provvedimenti attuativi. Un’altra novità prevista dalla legge di Bilancio diventerà operativa solo dal 2028: si tratta della ritenuta d’acconto (dello 0,5% il primo anno e 1% a regime) sui pagamenti per prestazioni di servizi e cessioni di beni nell’esercizio d’impresa, con l’obiettivo di “potenziare la base informativa disponibile per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio”. Escluso solo chi ha aderito al concordato preventivo con le Entrate o all’adempimento collaborativo. Il risultato sarà un maggior gettito di 734 milioni nel 2028 e 1,4 miliardi a regime. Per i contribuenti in regola si tratterà solo di una anticipazione di cassa, non senza conseguenze però per le attività che hanno liquidità limitata. OBBLIGATORIO COLLEGARE POS E CASSA TELEMATICA. CHE PER MELONI ERA UNA “FOLLIA” Dal 1° gennaio 2026 entra poi in vigore una norma inserita nella legge di Bilancio dello scorso anno: diventa obbligatorio il collegamento digitale tra Pos e registratore di cassa telematico. Obiettivo, consentire all’Agenzia di individuare in tempo reale eventuali incongruenze. In caso di scostamenti significativi, potranno scattare controlli mirati e automatizzati. Per chi non si adegua sono previste sanzioni da 100 a 1000 euro, nonché sospensione della licenza o dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività. La norme dovrebbe fruttare, grazie agli incassi aggiuntivi di Iva e imposte dirette, 50 milioni destinati a salire a 65 a regime. E dire che giusto cinque anni fa Meloni, allora all’opposizione del governo Conte II, si scagliava contro l’obbligo del registratore di cassa evoluto definendolo sui social “nuova follia” e chiosando: “Una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione e l’ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“. L'articolo Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la manovra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caso Campari, accordo col Fisco: Lagfin versa 405 milioni ed evita il contenzioso sull’exit tax
A poco più di due settimane dall’imponete decreto di sequestro per oltre un miliardo su ordine della procura di Monza, la holding lussemburghese Lagfin, che controlla Campari con il 51,8%, conferma , con una nota, di avere raggiunto un accordo transattivo con l’Agenzia delle Entrate. L’accordo prevede, a fronte del completo abbandono della pretesa erariale, la corresponsione, diluita su un arco temporale di 4 anni, di 405 milioni di euro, con versamento entro il 31 dicembre 2025 di una prima rata pari a 152 milioni, cui Lagfin farà fronte con risorse disponibili e già accantonate, e del saldo in rate successive trimestrali di pari ammontare tra loro a partire dal giugno 2027 sino al 30 settembre 2029. Lagfin scrive in una nota di avere “sempre operato nel pieno rispetto di tutte le normative applicabili, inclusa quella fiscale italiana, e ritiene che la exit tax non fosse applicabile”. “Nonostante la holding sia certa che in un contenzioso avrebbe prevalso, lo stesso si sarebbe inevitabilmente protratto per anni, attraverso i vari gradi di giudizio, e ciò – si spiega – pur non potendo mettere in alcun modo in discussione il controllo di Lagfin su Campari, che non avrebbe mai potuto essere intaccato, nemmeno nel caso di soccombenza, avrebbe rischiato di riverberarsi negativamente anche sul prezzo del titolo Campari”. Pertanto, “a protezione di tutti gli azionisti di Campari, Lagfin ha deciso di aderire ad una transazione”. La custodia del controllo di Campari “è il cuore dell’oggetto sociale della holding, che ritiene proprio dovere fare tutto il necessario per preservare l’interesse di coloro che in Campari hanno investito e investiranno, tenendoli indenni dalle vicende che non riguardano Campari” conclude la nota. L’indagine, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Milano, aveva avuto origine da una verifica fiscale legata a una fusione per incorporazione tra Lagfin e la propria controllata italiana, detentrice della quota di maggioranza del gruppo Davide Campari Milano. I riflettori della Procura erano stati puntati sull’operazione di fusione transfrontaliera con la quale, nel 2018, il pacchetto di controllo della società sarebbe stato trasferito dall’Italia al Lussemburgo. In quell’occasione, secondo quanto emerso dagli accertamenti delle Fiamme gialle, Lagfin non avrebbe versato l’“exit tax” dovuta al fisco italiano quando un’attività viene fiscalmente trasferita all’estero. Ed era il mancato pagamento di questa tassa che veniva contestato alla holding lussemburghese. Il pagamento di un terzo estinguerà il fascicolo penale. L'articolo Caso Campari, accordo col Fisco: Lagfin versa 405 milioni ed evita il contenzioso sull’exit tax proviene da Il Fatto Quotidiano.
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