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Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata
La modifica finora è passata sotto silenzio. Ma il governo Meloni due mesi fa ha di fatto messo nero su bianco la rinuncia a raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riduzione dell’evasione fiscale concordati dall’Italia con la Ue nel 2021, ai tempi dell’approvazione del Pnrr. L’ha fatto con la sesta revisione del piano, che ha ottenuto il via libera definitivo da parte del Consiglio il 27 novembre. Tra le 173 misure modificate c’è infatti anche la riforma dell’amministrazione fiscale, che nella versione originaria prevedeva un calo corposo della cosiddetta “propensione a evadere“, cioè il rapporto tra il gettito che manca all’appello e quello atteso: entro la metà di quest’anno Roma avrebbe dovuto dimostrare un calo del 15% della stima relativa al 2024 rispetto a quella del 2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a un’evasione tributaria da 87 miliardi). Quella milestone è scomparsa. Traduzione: il ministero dell’Economia non conta più di riuscire a ridurre di circa 13 miliardi la cifra nascosta al fisco sotto forma di Irpef dei lavoratori autonomi e dei dipendenti, Iva, Ires, Irap, imposte sulle locazioni e canone Rai. Risultato che nel 2021 il governo Draghi aveva programmato di ottenere attraverso una serie di interventi che andavano dalla messa in pratica del sempre invocato incrocio delle banche dati alle multe per chi rifiuta pagamenti con carta, da affiancare a un aumento delle lettere che “invitano” i contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Come non detto. Al posto della relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di Bilancio, che andranno finalizzate entro il secondo trimestre: l’invio dei dati della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la dichiarazione. Non solo. Il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del 2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. I motivi della modifica non sono stati chiariti, ma pare un chiaro segno che a via XX Settembre si attendono per il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un peggioramento dell’indicatore. E per non rischiare ritengono più prudente che il calcolo tenga conto anche del buon risultato del 2022. La preoccupazione non sorprende chi ha seguito passo passo l’evoluzione delle stime sull’andamento dell’evasione fiscale a valle della manovra per il 2023, la prima di Meloni e Giorgetti, che è stata infarcita di condoni e sanatorie. Nel 2024 il Tesoro nel Piano strutturale di bilancio, che ha sostituito la vecchia Nota di aggiornamento al Def incorporando anche il rapporto sui risultati della lotta all’evasione, ha rilevato per il 2023 una “battuta d’arresto” nel miglioramento della compliance fiscale. E la Relazione 2025 sull’economia non osservata ha attestato che nel 2022 l’evasione complessiva tra tasse e contributi è tornata sopra i 100 miliardi di euro anche se in termini percentuali il “tax gap” si è ridotto leggermente, al 17%, comunque sopra il 16,6% che costituiva l’obiettivo 2024 stando alla prima versione del Pnrr. Nel Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione, poi, il Mef non ha indicato le eventuali risorse da destinare nel 2025 al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, che stando alla legge viene rimpinguato solo se le maggiori entrate strutturali derivanti da adempimento fiscale stimate per l’ultimo anno disponibile (in questo caso il 2022) sono considerate “solide” perché nei tre anni successivi non ci sono stati peggioramenti. Il ministero ha fatto sapere al fattoquotidiano.it che non si erano “verificate le condizioni”. “Come abbiamo fatto notare al ministro Tommaso Foti in cabina di regia già lo scorso settembre, viste le scelte del governo in materia di lotta all’evasione c’erano forti dubbi sul raggiungimento degli obiettivi”, commenta Gigi Caramia, responsabile nazionale Pnrr per l’Area Politiche dello sviluppo della Cgil. “Con la revisione il governo, con il placet della Commissione Europea, ha alzato bandiera bianca, a conferma che il 15% non si sarebbe raggiunto e che, anzi, la propensione all’evasione sta probabilmente aumentando, incentivata da condoni e rottamazioni”. L'articolo Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giancarlo Giorgetti
Evasione Fiscale
Ministero dell'Economia e delle Finanze
Osservatorio Recovery
Vàsia, il borgo che incassa più di Roma dalla lotta all’evasione. In 7 anni incassi dimezzati per i Comuni
Nella geografia italiana della lotta all’evasione fiscale, a volte le dimensioni contano meno delle competenze. Lo dimostra Vàsia, minuscolo Comune dell’entroterra imperiese con appena 350 abitanti e molto amato dai turisti tedeschi, che nel 2024 ha incassato più del doppio di Roma grazie alle segnalazioni di imposte non pagate. Un risultato che spicca se confrontato con quello della Capitale, città da 2 milioni e 750mila residenti. Secondo i dati diffusi dal Centro Studi Enti Locali, il Comune di Roma nel 2024 ha incassato 10.145 euro per il recupero di tasse evase emerse grazie alle segnalazioni comunali. La normativa prevede che agli enti locali venga riconosciuto il 50% delle somme definitivamente riscosse dal fisco. Nello stesso periodo, Vàsia ha ottenuto 20.710 euro, più del doppio rispetto a Roma. Alla base del cosiddetto “modello Vàsia” c’è una caratteristica particolare dell’amministrazione locale. Il sindaco, Mauro Casale, 50 anni, eletto con una lista civica, è anche dipendente dell’Agenzia delle Entrate. Una conoscenza diretta dei meccanismi fiscali che si è rivelata decisiva. “I 20mila euro di incasso vengono da una ditta che si era proposta al Comune per fare dei lavori – spiega Casale –. Abbiamo scoperto che si avvaleva di un regime fiscale di vantaggio che non le spettava. L’abbiamo segnalata alla Guardia di Finanza e ha dovuto pagare”. Come riporta l’Ansa altri recuperi sono arrivati dal settore immobiliare. “Ci sono persone – racconta il sindaco – che hanno comprato terreni, ottenuto i permessi di costruzione e poi li hanno rivenduti a un prezzo maggiorato, dimenticandosi di pagare le tasse sulle plusvalenze”. Il caso di Vàsia resta però isolato in un quadro generale che segnala un progressivo disimpegno dei Comuni nella collaborazione con il fisco. In sette anni, gli incassi complessivi derivanti dalle segnalazioni comunali si sono più che dimezzati, scendendo a 2,5 milioni di euro. Nei due anni precedenti la cifra si attestava attorno ai 3 milioni, ben al di sotto dei 6,7 milioni del 2021 e degli 11,4 milioni del 2018. Nel quinquennio 2020-2024 i Comuni hanno consentito di recuperare complessivamente 30,4 milioni di euro, contro gli oltre 88 milioni del periodo 2012-2016. A incidere sull’andamento è stata anche la variazione della quota riconosciuta agli enti locali: inizialmente fissata al 30%, poi salita al 33% e successivamente al 50%, tra il 2012 e il 2021 era arrivata al 100%, per tornare al 50% dal 2022. Proprio negli anni in cui la percentuale era totale si è registrato il massimo utilizzo dello strumento, tanto che oggi si sta valutando un nuovo ritorno al 100%. Attualmente i Comuni beneficiari sono 304, meno del 4% dei circa 7.900 enti locali italiani. La distribuzione territoriale conferma un netto squilibrio a favore del Nord. In testa c’è la Lombardia con 97 Comuni e 1.009.938 euro di riparto, pari a circa il 40% del totale nazionale. Seguono Liguria con 442.290 euro e 15 Comuni, Emilia-Romagna con 362.471 euro e 66 Comuni, Toscana con 300.454 euro e 17 Comuni. Nel Mezzogiorno e nelle Isole i numeri restano marginali: Campania 7.306 euro, Puglia 1.495 euro, Sicilia 6.791 euro, Sardegna 8.396 euro. Un divario che riguarda soprattutto la capacità amministrativa, l’organizzazione degli uffici e la continuità delle attività di controllo. Guardando ai singoli enti, il primato spetta a Genova, che grazie alle sue segnalazioni ha fatto recuperare al fisco oltre 800mila euro e ne ha incassati 406mila. Seguono Milano con 376.490 euro, Prato con 170.122 euro, Torino con 113.888 euro, Firenze con 105.628 euro, Brescia con 62.011 euro, Bergamo con 55.094 euro, Bologna con 48.127 euro e Cernusco sul Naviglio con 40.543 euro. “Questo dato certifica l’attenzione e l’impegno con il quale la nostra amministrazione ha gestito il Comune di Genova”, ha commentato il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, sindaco del capoluogo fino a dicembre 2024. Restano infine i paradossi: Bari, decima città italiana per popolazione, non compare tra i Comuni beneficiari del riparto. E il confronto tra Roma e micro-realtà come Vàsia continua a raccontare un’Italia in cui, nella lotta all’evasione, la dimensione non è tutto. L'articolo Vàsia, il borgo che incassa più di Roma dalla lotta all’evasione. In 7 anni incassi dimezzati per i Comuni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Evasione Fiscale
Lotta all’Evasione
Dal 2026 obbligo di collegare pos e registratore di cassa telematico. Quando Meloni diceva: “Ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione”
Un altro dietrofront. Dopo il “riallineamento” delle accise sulle diesel e l’aumento della pressione fiscale in netto contrasto con la promessa di ridurre le tasse, anche sul fisco digitale Giorgia Meloni si ritrova a smentire la se stessa dei tempi dell’opposizione. Dal 1° gennaio 2026 entra infatti in vigore, in chiave anti evasione, l’obbligo di collegamento digitale tra Pos e registratore di cassa telematico, misura che rafforza i controlli automatici sulle transazioni e che punta a far emergere incongruenze tra pagamenti elettronici e scontrini emessi. Cinque anni fa, quando tutti i commercianti sono stati chiamati a dotarsi di un registratore in grado di comunicare all’Agenzia delle Entrate gli incassi, la leader di Fratelli d’Italia aveva attaccato via social il governo Conte II parlando di “nuova follia” e bollando l’obbligo come “una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione, ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“. La norma era prevista nel Piano strutturale di bilancio inviato alla Ue nel 2024: compariva tra le riforme che giustificavano la possibilità di spalmare su sette anni – invece di quattro – i tagli richiesti dal nuovo Patto di stabilità. Il governo ha poi mantenuto la promessa inserendola nella legge di Bilancio dello scorso anno. Le Entrate potranno incrociare i dati in tempo reale e di attivare controlli mirati e automatizzati nel caso ci siano scostamenti significativi. Per gli esercenti che non si adeguano sono previste sanzioni da 100 a 1.000 euro e, nei casi più gravi, anche la sospensione della licenza o dell’autorizzazione all’attività. Secondo la relazione tecnica, il nuovo sistema dovrebbe garantire 50 milioni di euro di gettito aggiuntivo tra Iva e imposte dirette, destinati a salire a 65 milioni a regime. L'articolo Dal 2026 obbligo di collegare pos e registratore di cassa telematico. Quando Meloni diceva: “Ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
Fisco
Evasione Fiscale
Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la manovra
Il mini sconto Irpef che era il cuore della manovra prima che il governo inserisse in corsa un generoso pacchetto di sgravi e agevolazioni per le imprese. I balzelli spuntati alle ultime battute, come la tassa da 2 euro sui piccoli pacchi, quelli sempreverdi come l’aumento delle accise sui tabacchi e le sorprese che hanno fatto sobbalzare gli elettori di centrodestra, vedi il raddoppio della Tobin tax. La legge di Bilancio che sta per ottenere il via libera finale della Camera con la fiducia prevede molte novità in campo fiscale. Non poche delle quali comporteranno aggravi di tassazione per alcune categorie di contribuenti. Ma nel testo c’è anche un capitolo meno noto, e politicamente ancora più sensibile per Giorgia Meloni e la sua maggioranza, che comprende misure mirate a potenziare la capacità dell’amministrazione finanziaria di recuperare le somme sottratte allo Stato da chi evade. Ecco tutte le norme che entreranno in vigore l’1 gennaio e quanto valgono in termini di gettito. I MINI TAGLI IRPEF E LE TANTE NUOVE TASSE Dall’anno prossimo la seconda aliquota Irpef scende dal 35 al 33%, un taglio che vale poco meno di 3 miliardi di minori entrate ogni anno e porterà ai contribuenti vantaggi limitati: da circa 40 euro l’anno per chi ne guadagna 30mila a 440 per chi ne porta casa 50mila o più. In valori assoluti, i risparmi più corposi andranno a chi ha redditi medio-alti. La manovra dispone poi regimi fiscali agevolati per gli aumenti previsti da rinnovi contrattuali siglati nel biennio 2025-2026 a patto che il reddito non arrivi a 33mila euro (costeranno poco più di 640 milioni), riduce all’1% l’imposta sostitutiva sui premi di risultato e la distribuzione di utili ai lavoratori (170 milioni) e introduce una ennesima flat tax del 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e festivo per chi guadagna meno di 40mila euro (620 milioni). Sul fronte opposto c’è una lunga lista di tasse destinate a salire. I fumatori vedranno aumentare le accise sui tabacchi (da qui sono attesi 213 milioni) mentre l’allineamento delle accise del gasolio a quelle della benzina porterà 552 milioni in più. Chi compra e vende azioni italiane vedrà raddoppiare l’aliquota della Tobin tax (il che dovrebbe permettere al governo di incassare 337 milioni in più all’anno) e chi realizza plusvalenze sulle criptovalute, escluse solo le stablecoin in euro, verserà un’aliquota del 33% contro il 26% attuale (per un extragettito di soli 7 milioni). Il nuovo contributo di 2 euro sui piccoli pacchi in arrivo da paesi extra Ue costerà ai cittadini 122 milioni. La manovra introduce poi un acconto dell’85% sul contributo sui premi delle assicurazioni di auto e barche, che finirà per ricadere sugli assicurati. GLI AGGRAVI PER LE IMPRESE Le imprese hanno incassato al fotofinish alcune norme chieste da tempo da Confindustria, a partire dalle risorse per rendere triennale l’iperammortamento e per garantire gli sgravi a chi investe nella Zes Unica. E hanno ottenuto che pastic tax e sugar tax siano ancora una volta rinviate di un anno. Con l’altra mano però era già stato previsto che garantissero nuove entrate. Innanzitutto viene ridotta la possibilità di rateizzazione pluriennale delle plusvalenze da cessioni di beni, anticipando il momento in cui il guadagno concorre all’imponibile: una scelta che nel 2026 fa salire il gettito di 490 milioni. Altri 240 arriveranno dall’innalzamento al 21% dell’imposta sulla rivalutazione di terreni e partecipazioni. Viene poi rinnovata la possibilità di affrancare le riserve in sospensione d’imposta pagando una sostitutiva del 10%, per un maggiore incasso stimato in 420 milioni. Più noto il pacchetto che riguarda banche e assicurazioni: per loro arriva l’aumento di 2 punti dell’aliquota Irap (962 milioni) accompagnato dalla possibilità per gli istituti di affrancare le riserve accantonate per non pagare il precedente contributo sugli extraprofitti versando un’aliquota del 27,5% (il che dovrebbe portare 1,65 miliardi di gettito) e dalla riduzione della percentuale di deducibilità delle perdite pregresse (1,49 miliardi). LE MISURE ANTI EVASIONE “DETTATE” DAL PNRR Anche in questa manovra, come lo scorso anno, il governo ha inserito giocoforza un pacchetto di norme che puntano a limitare alcune tipologie di evasione e fornire all’amministrazione finanziaria più elementi da utilizzare per l’analisi del rischio fiscale, cioè la probabilità che un dato contribuente sia infedele: una mossa obbligata perché l’Italia, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, si è impegnata a ridurre il tax gap nel suo complesso e in particolare a far calare il nero legato a omessa e infedele fatturazione. Nel solo 2026 questo insieme di misure dovrebbe consentire di recuperare circa 850 milioni, destinati ad aumentare a regime. Ecco allora che nel decreto del 1972 che disciplina l’Iva è stato introdotto un nuovo articolo che consente all’Agenzia delle Entrate, anche in caso di omessa dichiarazione annuale, di procedere a una liquidazione d’ufficio. Cioè calcolare la cifra dovuta “anche avvalendosi di procedure automatizzate”, usando fatture elettroniche emesse e ricevute, corrispettivi telematici e dati delle liquidazioni periodiche. Il contribuente riceve l’esito e ha 60 giorni per reagire o pagare. Se non fa nulla, il debito viene iscritto a ruolo. Da qui dovrebbero arrivare 646 milioni di gettito. Per contrastare le indebite compensazioni di crediti inesistenti, si abbassa poi da 100mila a 50mila euro la soglia dei debiti iscritti a ruolo oltre la quale il contribuente non può più usare crediti fiscali (con esclusione di quelli relativi a contributi Inps e Inail) per compensare altri debiti, per esempio versando meno Iva o Irpef tramite F24. Attesi oltre 200 milioni l’anno. Molto contestata dai professionisti la norma che subordina il versamento dei compensi a loro dovuti dalle pubbliche amministrazioni alla verifica che non abbiano debiti fiscali o contributivi anche di importo inferiore a 5mila euro (sopra quella soglia il controllo era già previsto). In caso positivo, la stessa pa deve versare una quota corrispondente al debito all’agente della riscossione, mentre il professionista incasserà solo quel che resta. L’ipotesi di blocco totale dei compensi, inserita nel primo maxi emendamento del governo, è stata ammorbidita. Via libera anche a una delle misure auspicate dalla commissione incaricata di analizzare il magazzino fiscale pregresso e suggerire come gestirlo: la facilitazione dei pignoramenti presso terzi, espressione che avrebbe fatto inorridire il centrodestra quando era all’opposizione. In pratica l’agente della riscossione avrà a disposizione i dati sulle fatture emesse da debitori iscritti a ruolo (e coobbligati) nei sei mesi precedenti, in modo da poter intercettare i crediti verso clienti o committenti e recuperare una parte del dovuto. Una stretta da 140 milioni l’anno, ma dal 2027 perché serviranno provvedimenti attuativi. Un’altra novità prevista dalla legge di Bilancio diventerà operativa solo dal 2028: si tratta della ritenuta d’acconto (dello 0,5% il primo anno e 1% a regime) sui pagamenti per prestazioni di servizi e cessioni di beni nell’esercizio d’impresa, con l’obiettivo di “potenziare la base informativa disponibile per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio”. Escluso solo chi ha aderito al concordato preventivo con le Entrate o all’adempimento collaborativo. Il risultato sarà un maggior gettito di 734 milioni nel 2028 e 1,4 miliardi a regime. Per i contribuenti in regola si tratterà solo di una anticipazione di cassa, non senza conseguenze però per le attività che hanno liquidità limitata. OBBLIGATORIO COLLEGARE POS E CASSA TELEMATICA. CHE PER MELONI ERA UNA “FOLLIA” Dal 1° gennaio 2026 entra poi in vigore una norma inserita nella legge di Bilancio dello scorso anno: diventa obbligatorio il collegamento digitale tra Pos e registratore di cassa telematico. Obiettivo, consentire all’Agenzia di individuare in tempo reale eventuali incongruenze. In caso di scostamenti significativi, potranno scattare controlli mirati e automatizzati. Per chi non si adegua sono previste sanzioni da 100 a 1000 euro, nonché sospensione della licenza o dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività. La norme dovrebbe fruttare, grazie agli incassi aggiuntivi di Iva e imposte dirette, 50 milioni destinati a salire a 65 a regime. E dire che giusto cinque anni fa Meloni, allora all’opposizione del governo Conte II, si scagliava contro l’obbligo del registratore di cassa evoluto definendolo sui social “nuova follia” e chiosando: “Una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione e l’ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“. L'articolo Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la manovra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caso Campari, accordo col Fisco: Lagfin versa 405 milioni ed evita il contenzioso sull’exit tax
A poco più di due settimane dall’imponete decreto di sequestro per oltre un miliardo su ordine della procura di Monza, la holding lussemburghese Lagfin, che controlla Campari con il 51,8%, conferma , con una nota, di avere raggiunto un accordo transattivo con l’Agenzia delle Entrate. L’accordo prevede, a fronte del completo abbandono della pretesa erariale, la corresponsione, diluita su un arco temporale di 4 anni, di 405 milioni di euro, con versamento entro il 31 dicembre 2025 di una prima rata pari a 152 milioni, cui Lagfin farà fronte con risorse disponibili e già accantonate, e del saldo in rate successive trimestrali di pari ammontare tra loro a partire dal giugno 2027 sino al 30 settembre 2029. Lagfin scrive in una nota di avere “sempre operato nel pieno rispetto di tutte le normative applicabili, inclusa quella fiscale italiana, e ritiene che la exit tax non fosse applicabile”. “Nonostante la holding sia certa che in un contenzioso avrebbe prevalso, lo stesso si sarebbe inevitabilmente protratto per anni, attraverso i vari gradi di giudizio, e ciò – si spiega – pur non potendo mettere in alcun modo in discussione il controllo di Lagfin su Campari, che non avrebbe mai potuto essere intaccato, nemmeno nel caso di soccombenza, avrebbe rischiato di riverberarsi negativamente anche sul prezzo del titolo Campari”. Pertanto, “a protezione di tutti gli azionisti di Campari, Lagfin ha deciso di aderire ad una transazione”. La custodia del controllo di Campari “è il cuore dell’oggetto sociale della holding, che ritiene proprio dovere fare tutto il necessario per preservare l’interesse di coloro che in Campari hanno investito e investiranno, tenendoli indenni dalle vicende che non riguardano Campari” conclude la nota. L’indagine, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Milano, aveva avuto origine da una verifica fiscale legata a una fusione per incorporazione tra Lagfin e la propria controllata italiana, detentrice della quota di maggioranza del gruppo Davide Campari Milano. I riflettori della Procura erano stati puntati sull’operazione di fusione transfrontaliera con la quale, nel 2018, il pacchetto di controllo della società sarebbe stato trasferito dall’Italia al Lussemburgo. In quell’occasione, secondo quanto emerso dagli accertamenti delle Fiamme gialle, Lagfin non avrebbe versato l’“exit tax” dovuta al fisco italiano quando un’attività viene fiscalmente trasferita all’estero. Ed era il mancato pagamento di questa tassa che veniva contestato alla holding lussemburghese. Il pagamento di un terzo estinguerà il fascicolo penale. L'articolo Caso Campari, accordo col Fisco: Lagfin versa 405 milioni ed evita il contenzioso sull’exit tax proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
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In manovra spunta la ritenuta dell’1% sui pagamenti tra imprese per ridurre l’evasione. Previsto un gettito da 1,4 miliardi l’anno
Nella manovra 2026 entra una nuova mini stretta che sulla carta dovrebbe potenziare la lotta all’evasione. Nel maxi emendamento del governo appena depositato in commissione Bilancio al Senato compare infatti una misura che punta dichiaratamente a “potenziare la base informativa disponibile per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio” da parte dell’Agenzia delle Entrate, vale a dire l’incrocio delle informazioni presenti in tutte banche dati per selezionare i contribuenti da sottoporre a controlli, e consolidare gli effetti della riforma del fisco prevista dal Pnrr. Si tratta di un meccanismo che intercetta una quota degli incassi al momento del pagamento, attraverso una ritenuta obbligatoria operata dal committente in tutte le transazioni tra aziende. A partire dal 1° gennaio 2029, le imprese che non aderiscono al poco appetibile concordato preventivo biennale tra fisco e partite Iva e non rientrano nel regime di adempimento collaborativo riservato ai contribuenti più strutturati saranno soggetti a una ritenuta d’acconto dell’1% sui pagamenti per prestazioni di servizi e cessioni di beni nell’ambito di transazioni tra soggetti economici (B2B). Secondo la Relazione tecnica, la misura punta a contrastare sia l’occultamento al fisco di reddito imponibile (evasione smaccata) sia il (sempre più diffuso) mancato versamento delle imposte dichiarate, con un maggior gettito stimato in ben 1,4 miliardi annui, per il 60% da imprese soggette a Ires. L’aliquota è stata calibrata per non incidere sui contribuenti in regola, per i quali si tratterà solo di una anticipazione di cassa. A operare la trattenuta sarà il committente o il cliente al momento del pagamento. L’effetto finanziario immediato per l’erario sarà un’anticipazione di gettito, ma l’obiettivo principale è quello di aumentare la tracciabilità dei flussi e rafforzare la base informativa dell’amministrazione finanziaria. Come detto, il prelievo non riguarderà chi aderisce a misure di dialogo preventivo con il fisco, perché quei soggetti sono considerati già molto affidabili. Chi non accetta forme di accordo o trasparenza rafforzata con il fisco sarà invece soggetto a questo presidio automatico sugli incassi. La ritenuta non si applicherà nei casi in cui i pagamenti siano già presidiati da intermediari finanziari secondo la normativa vigente, mentre le modalità operative saranno definite da un successivo provvedimento dell’Agenzia delle Entrate. La relazione tecnica della disposizione, intitolata “Misure di contrasto agli inadempimenti in materia di imposte dirette e di imposta sul valore aggiunto”, ricostruisce gli effetti finanziari partendo dalle stime sull’evasione. Tra il 2021 e il 2023 l’ammontare medio delle fatture elettroniche business to business tra soggetti che non hanno presentato la dichiarazione dei redditi o dell’Iva è stato di circa 30 miliardi di euro l’anno, al netto dell’Iva. Applicando una ritenuta dell’1% su questi flussi, si otterrebbe un maggior gettito di circa 300 milioni annui. A questo va aggiunto il recupero legato al mancato versamento di imposte già dichiarate. Per le imprese soggette all’Ires, la relazione parte dai 1,9 miliardi di imposta dichiarata ma non versata nel 2022 e risale ai ricavi sottostanti utilizzando indicatori medi di redditività e la quota di operazioni B2B: ne deriva un gettito potenziale di circa 756 milioni l’anno. Un procedimento analogo viene applicato alla platea Irpef, con un recupero stimato in 413 milioni annui. Così, al netto delle semplici anticipazioni di cassa per i contribuenti che sarebbero stati comunque in regola, si arriva a quantificare gli effetti positivi in 1,46 miliardi l’anno a regime. L'articolo In manovra spunta la ritenuta dell’1% sui pagamenti tra imprese per ridurre l’evasione. Previsto un gettito da 1,4 miliardi l’anno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sono stato assolto dall’accusa di evasione fiscale. I brand e le persone mi hanno abbandonato. Vi ho odiati”: lo streamer St3pny si sfoga su YouTube
St3pny è stato assolto dall’accusa di evasione fiscale. La notizia arriva direttamente dallo youtuber che ha raccontato la storia con un video sulla piattaforma: “Non sapete quante volte in questi anni ho sperato di registrare questo contenuto”. Stefano Lepri, il nome dello streamer all’anagrafe, ha parlato delle difficoltà vissute dal 2021, quando in tribunale fu condannato a 8 mesi di reclusione per non aver dichiarato allo Stato 75 mila euro di Iva. “Ieri era l’ultima data disponibile, poi il caso sarebbe caduto in prescrizione e avrei lottato alla ricerca della verità invano”, ha detto il ragazzo, in passato uno degli streamer con più visualizzazioni su YouTube. “VI HO ODIATI” St3pny si è sfogato, raccontando brevemente l’inizio della vicenda: “La notizia è arrivata dai giornali prima che la ricevessi io, è stata disgustosa”. Il 31enne ha detto di essere stato “distrutto” e ha svelato che “i brand e le persone mi hanno abbandonato“. Una storia non semplice, appesantita dalle battute delle persone sul web. Stefano Lepri, senza filtri, ha messo in chiaro che non perdonerà chi lo ha denigrato: “Voi che avete fatto i meme a riguardo, vi ho odiati. Mi avete portato al minimo della sopportazione umana. Non sono Dio, non vi perdono”. La vicenda si è conclusa con un lieto fine: “Ieri c’è stato il processo e mi hanno assolto. Sono ufficialmente innocente. Quando mi ha chiamato l’avvocato sono rinato” ha dichiarato St3pny ai suoi followers. L'articolo “Sono stato assolto dall’accusa di evasione fiscale. I brand e le persone mi hanno abbandonato. Vi ho odiati”: lo streamer St3pny si sfoga su YouTube proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Evasione Fiscale
Ecco il primo report sull’evasione nei 27 Paesi Ue: Italia nel mirino per il nero degli autonomi e la riscossione che fa acqua
L’Italia continua a distinguersi in Europea per il livello di evasione fiscale concentrato sul lavoro autonomo e una riscossione che fatica a trasformare gli accertamenti in incassi. Sono alcune delle evidenze che emergono dal nuovo rapporto Mind the Gap della Commissione europea, primo tentativo di offrire una fotografia comparabile dei “buchi” fiscali nei 27 Stati membri. Il documento, che distingue tra mancati introiti dovuti all’infedeltà dei contribuenti e gap determinati da scelte politiche come agevolazioni, esenzioni e sgravi di vario tipo, non consente però di creare una classifica europea dell’evasione: solo per l’Iva, che è un’imposta comunitaria, esistono infatti stime armonizzate per tutti i 27 Paesi. I dati sulle imposte dirette restano invece scarsamente comparabili, perché solo pochi Paesi pubblicano stime disaggregate per categoria di reddito. IL PRIMATO ITALIANO L’Italia almeno da questo punto di vista è virtuosa perché è tra i pochi Stati che stimano ogni anno sia il tax gap (differenza tra le imposte dovute e quelle effettivamente versate) relativo alla tassazione del reddito di impresa sia quello che riguarda l’Irpef, la tassazione personale. E rende pubbliche le previsioni nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva. Ma le buone notizie finiscono qui. La scheda Paese ricorda che nel 2022 l’evasione complessiva è tornata a superare i 100 miliardi di cui 37 (dai 35 dell’anno prima) non versati dai lavoratori autonomi e piccole imprese, la cui propensione al nero è poco sotto il 60% (59,8%). Un confronto con gli altri Paesi Ue come detto è impossibile per mancanza di dati comparabili. Ma per esempio la Svezia, che pubblica (non tutti gli anni) stime dettagliate sul tax gap dell’imposta personale, stando a controlli causali ha registrato tra 2014 e 2018 per i redditi da “business activities” un gap del 21%. Non minuscolo, comunque lontano anni luce dai livelli italiani. In aumento anche il gap sull’Ires, cioè l’imposta sugli utili delle imprese: è salita al 19,5% per un valore assoluto di 10,3 miliardi, dai 7,6 del 2021. Stando al rapporto, la media sulla base delle stime disponibili per 23 Paesi Ue è del 10,9%. Al contrario, l’evasione è residuale tra i lavoratori dipendenti: il gap si ferma al 2,1% per i lavoratori irregolari e al 5,7% se si considerano le addizionali regionali. Non sorprende che il peso sul pil dell’economia sommersa – attività non dichiarate, sottostimate o illegali, lavoro nero – sia soffocante: uno studio del Parlamento europeo nel 2022 l’aveva quantificato nel 20,2% del Pil, quasi tre punti percentuali sopra la media Ue (17,5%). Secondo le ultime stime Istat, nel 2023 l’economia non osservata valeva circa 198 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil, in aumento di oltre 15 miliardi rispetto all’anno precedente. Lo scarto tra le due quantificazioni dipende da differenze metodologiche. LA RISCOSSIONE CHE ARRANCA La Commissione riconosce che l’Italia ha fatto progressi importanti sul fronte della digitalizzazione grazie a fatturazione elettronica, interoperabilità delle banche dati e utilizzo di strumenti di analisi avanzata, che nel medio periodo hanno ridotto il tax gap complessivo dal 19,6% del 2018 al 17% circa. Ma la dimensione resta elevata e il recupero effettivo delle imposte accertate è limitato. Nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione fiscale accertata, il recupero effettivo si è fermato a 12,8 miliardi, pari al 17,7%. La riscossione coattiva arranca ancora di più, con incassi fermi al 3,1% a fronte di 40,7 miliardi di euro di somme accertate. Un dato che fotografa una debolezza strutturale della fase finale del sistema di contrasto all’evasione: quella che va dall’accertamento all’effettivo incasso. Nel 2023, le cartelle pendenti a fine anno ammontavano al 180,8% delle entrate nette complessive, a fronte di una media Ue del 30,7%. La gran parte di questi crediti è considerata di fatto non riscuotibile. Da vedere se la riforma messa in campo nell’ambito della delega fiscale sarà sufficiente per invertire la rotta. Non aiuta che la legge di Bilancio 2026 prevede una nuova rottamazione delle cartelle. Il rapporto richiama a questo proposito le valutazioni della Corte dei conti, secondo cui l’aspettativa diffusa di future sanatorie e condoni fiscali può indurre i contribuenti a rinviare il pagamento confidando di farla franca o al massimo salire sul carro della prossima definizione agevolata. L’EVASIONE IVA AUMENTATA NEL 2023 A livello europeo, l’evasione Iva nel 2023 è stimata in 128 miliardi di euro, pari a circa il 9,5% della base imponibile teorica. L’Italia si colloca ancora sopra la media Ue. Negli anni 2021-2022 la Penisola aveva registrato un forte calo del gap dal 19 al 15%, in parte legato al boom dell’edilizia e al Superbonus 110%, che ha incentivato l’emersione delle transazioni nel settore delle costruzioni. Ma nel 2023 si è registrato – così come in diversi altri Paesi membri – un nuovo aumento a circa 25 miliardi. Il peggioramento potrebbe essere stato determinato in parte dalla progressiva abolizione della maxi detrazione e in parte dalla normalizzazione della domanda dopo il rimbalzo post-pandemico: in particolare il buon andamento di turismo, servizi ricreativi e ristorazione, caratterizzati da livelli di compliance fiscale sotto la media, potrebbe spiegare perché la riduzione dell’evasione ha conosciuto una battuta d’arresto. In aggiunta, anche il gap dovuto a misure introdotte dalla politica (riduzioni ed esenzioni) è sopra la media Ue: nel 2023 era pari al 55% del gettito potenziale, contro una media del 51%. IL BUCO NERO DELLE TAX EXPENDITURE E per restare ai “buchi” creati da chi è al governo, il rapporto ricorda che in Italia le agevolazioni fiscali o tax expenditure introdotte anno dopo anno e mai cancellate si tradurranno nel 2025 in mancate entrate per ben 119 miliardi di euro. Vale a dire circa l’11,4% del gettito fiscale totale riscosso dallo Stato, il 5,8% del pil. Vengono monitorate in un rapporto ad hoc e da anni si parla della necessità di “disboscarle”, ma nessuno ha avuto il coraggio di metterci mano pesantemente visto che dietro ogni agevolazione ci sono gli interessi di piccole o grandi platee di contribuenti. L'articolo Ecco il primo report sull’evasione nei 27 Paesi Ue: Italia nel mirino per il nero degli autonomi e la riscossione che fa acqua proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Tasse
Evasione Fiscale
Si rafforza la stretta sui compensi pubblici ai professionisti che hanno irregolarità fiscali
Giro di vite per la norma della legge di Bilancio, all’esame del Senato, che vincola il saldo delle parcelle dei liberi professionisti che lavorano per la pubblica amministrazione alla loro regolarità fiscale e contributiva. La riformulazione del testo siglata dal ministero dell’Economia, arrivata giovedì sera, estende infatti lo stop al pagamento a tutti gli emolumenti, inclusi quelli dovuti da soggetti diversi dalla Pa per incarichi con compensi “a carico dello Stato”. Il presidente dell’Istituto nazionale tributaristi, Riccardo Alemanno, è favorevole: “Avevo dichiarato già sulla norma originaria che ero assolutamente d’accordo sul fatto che un professionista, come tutti i contribuenti, debba pagare regolarmente imposte, tasse e contributi, che poi questa regolarità sia anche condizione per ricevere i giusti compensi da parte della Pa”. Ma nelle settimane passate, quando la disposizione meno restrittiva di quella governativa era stata inserita nella manovra, le categorie ordinistiche avevano protestato. Il presidente del Consiglio nazionale forense (Cnf) Francesco Greco in una nota del 28 ottobre scorso aveva parlato di una norma “vessatoria e discriminatoria nei confronti dei liberi professionisti”. Questo perché i lavoratori dipendenti, “se inadempienti ai propri obblighi fiscali, anche di importo rilevante, mantengono il diritto, ovvio e corretto, alla retribuzione”. Ma è ben noto che la tendenza a evadere degli autonomi è ben superiore rispetto a quella di chi è soggetto a sostituto di imposta. Nei giorni scorsi, diversi esponenti parlamentari della maggioranza di centrodestra avevano però sostenuto che la disposizione sarebbe stata modificata, lasciando intendere che si sarebbe andati verso un ammorbidimento. Ora le associazioni di categoria sono sul piede di guerra. “Abbiamo chiesto la soppressione della norma contenuta in Legge di Bilancio e, invece, sembrerebbe che sia ancora più stringente”, commenta la presidente di Confcommercio professioni Anna Rita Fioroni, perché impone “di produrre la documentazione comprovante la regolarità fiscale contestualmente alla presentazione della fattura per le prestazioni rese alla Pubblica amministrazione”, “una condizione vessatoria”. “Ci domandiamo il perché di questa prova ‘diabolica’ a carico dei professionisti, quando a nessun altro viene chiesta. Peraltro già oggi c’è una previsione vigente che inibisce il pagamento di somme superiori a 5.000 euro, se ci sono importi iscritti a ruolo a carico del professionista”. “La meritoria e improcrastinabile attenzione alla regolarità fiscale e contributiva non credo debba porre discriminazioni in termini di diritto tra lavoratori autonomi e subordinati”, aggiunge il presidente dell’Adepp, l’Associazione delle Casse previdenziali private, e dell’Enpam (l’Ente pensionistico dei medici e degli odontoiatri) Alberto Oliveti. La “lotta all’evasione va portata avanti, ma ciò deve avvenire nei confronti di tutti”. L'articolo Si rafforza la stretta sui compensi pubblici ai professionisti che hanno irregolarità fiscali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
Manovra
Evasione Fiscale
Irene Pivetti condannata anche in appello per evasione e autoriciclaggio a 4 anni, l’ex presidente della Camera: “Sono innocente”
Quattro anni per evasione fiscale e auto riciclaggio. La Corte d’Appello di Milano ha confermato integralmente la condanna di primo grado nei confronti di Irene Pivetti, ex presidente della Camera ed ex esponente della Lega. La decisione della IV sezione penale, composta dai giudici Fagnoni, Centonze e Marchiondelli, accoglie le richieste della sostituta procuratrice generale Franca Macchia e del pm Giovanni Tarzia, quest’ultimo applicato al processo di secondo grado. Il verdetto ribadisce in toto quanto stabilito dal Tribunale il 26 settembre 2024. Il procedimento riguarda una serie di operazioni commerciali del 2016 per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro. Secondo le indagini del pm Tarzia e del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, tali operazioni avevano al centro la compravendita di tre Ferrari Granturismo e sarebbero state strumentali al riciclaggio di proventi di illeciti fiscali. Oltre alla condanna inflitta a Pivetti, la Corte ha confermato anche le pene a due anni — con sospensione condizionale e non menzione — per il pilota di rally ed ex campione di Granturismo Leonardo “Leò” Isolani e per la moglie Manuela Mascoli. I giudici hanno inoltre confermato la confisca di oltre 3,4 milioni di euro, importo già congelato durante le indagini a carico dell’ex parlamentare. Cuore dell’inchiesta vi è il ruolo di intermediazione svolto da Only Italia, società riconducibile a Pivetti, nelle operazioni del Team Racing di Isolani. Quest’ultimo, gravato da un debito fiscale di 5 milioni di euro, avrebbe tentato di occultare al fisco alcuni beni, tra cui le tre Ferrari, attraverso una finta vendita al gruppo cinese Daohe, finalizzata al trasferimento delle vetture in Spagna. Tuttavia, secondo l’imputazione, l’unico bene realmente “ceduto” ai cinesi sarebbe stato il logo della Scuderia Isolani abbinato a quello Ferrari. Gli inquirenti contestano che, mentre Isolani e Mascoli miravano a dissimulare la proprietà dei beni per sottrarli al fisco, l’obiettivo dell’ex leghista sarebbe stato acquistare il marchio Isolani-Ferrari per rivenderlo al gruppo cinese a un prezzo dieci volte superiore, senza comparire direttamente nelle operazioni. La Procura sostiene infatti che l’ex presidente della Camera avrebbe acquisito il logo per 1,2 milioni di euro, per poi tentare di cederlo a Daohe a 10 milioni. Nella sentenza di primo grado si affermava che Pivetti, “dopo aver realizzato un meccanismo particolarmente capzioso, pur di scongiurare il rischio che le somme conseguenti alla realizzazione delle operazioni commerciali con il contraente cinese fossero soggette a tassazione, ha portato avanti il suo proposito criminoso per lungo tempo”. Inoltre i magistrati avevano sottolineato che l’imputato non si era mai ravveduta. “La verità verrà fuori, sono tranquilla, la verità è che io sono innocente” ha commentato l’imputata. L’ex presidente della Camera ha dichiarato di essersi aspettata “un esito diverso” e di attendere ora “con curiosità” le motivazioni della sentenza, precisando di non essere preoccupata: “La verità è che io sono innocente, come ho sempre detto e anche dimostrato nelle carte di questo processo. Non so come mai è stata confermata la sentenza, ce lo spiegheranno le motivazioni”. La vicenda giudiziaria ha registrato un passaggio rilevante già nel settembre 2022, quando la Cassazione confermò il sequestro di quasi 3,5 milioni di euro a carico di Pivetti. L’ex parlamentare, difesa dall’avvocato Filippo Cocco, ha più volte ribadito di aver sempre adempiuto ai propri obblighi fiscali. Il suo legale aveva chiesto l’assoluzione, respinta sia dal Tribunale sia ora dalla Corte d’Appello. La difesa dovrà attendere il deposito delle motivazioni per valutare un eventuale ricorso in Cassazione. L'articolo Irene Pivetti condannata anche in appello per evasione e autoriciclaggio a 4 anni, l’ex presidente della Camera: “Sono innocente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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