L’opposizione ha (finalmente) battuto un colpo sulle pensioni. La mozione
unitaria presentata alla Camera da Avs-Pd-M5S non ha solo puntato i riflettori
sull’ennesimo tradimento delle promesse elettorali da parte del governo di
Giorgia Meloni (flessibilità in uscita, superamento della legge Fornero con
“Quota 41”, innalzamento pensioni minime/sociali, pensione di vecchiaia per le
donne a 63 anni e 20 di contributi, pensione di garanzia per i giovani a minimo
1000 euro/mese), ma ha anche formulato una serie di proposte innovative. Tra le
misure più significative, il blocco strutturale dell’età pensionabile,
l’introduzione di canali di uscita anticipata specie per lavoratrici/lavoratori
più svantaggiati sulla scorta di misure quali APE sociale e Opzione Donna,
abolita con la legge di Bilancio 2026, maggiori tutele per i lavoratori
impiegati in mansioni usuranti, istituzione di una “pensione di garanzia” – un
importo pensionistico minimo legato agli anni di contribuzione (effettiva e
figurativa) e all’età di quiescenza – per le generazioni soggette al metodo
contributivo, nonché di una “pensione pubblica di garanzia universale” che
assicuri a tutti una tutela contro la povertà nella vecchiaia. Infine,
esclusione di ulteriore spesa pubblica volta a favorire la previdenza privata e
complementare a scapito delle pensioni pubbliche.
Se la valutazione puntuale di tali misure richiede la prioritaria inclusione
delle stesse in un quadro organico di riforma, con relativi dettagli e costi,
l’iniziativa delle opposizioni è però meritevole da almeno cinque diverse
angolature.
Primo, la mozione segna la fine di due decenni di assenza di visione e proposte
in campo pensionistico, da parte di una Sinistra che si è a lungo trincerata
dietro la tesi “con la riforma Dini del 1995 noi le grandi riforme le abbiamo
già fatte”, prima di immolarsi al paradigma dell’austerità con il suo corollario
di ricette neoliberiste, riforma Fornero-Monti (a lungo difesa dal PD) in
primis.
Secondo, le misure contenute nella mozione rivelano la consapevolezza, tra i
partiti di centro-sinistra, che il sistema attuale non regge: sostenibile lungo
la dimensione economico-finanziaria, l’architettura pensionistica disegnata
ormai trent’anni fa non è in grado di garantire una protezione adeguata ad ampia
parte dei lavoratori, sia rispetto alle condizioni di accesso alla quiescenza
sia riguardo l’importo degli assegni. Età pensionabili rigide, elevate e in
continuo aumento da un lato, e dall’altro un metodo contributivo senza
correttivi solidaristici, sullo sfondo di un mercato del lavoro sempre più
flessibile e precarizzato, rappresentano infatti una combinazione esplosiva con
drammatici effetti regressivi a sfavore delle lavoratrici e dei lavoratori meno
fortunati – a basso reddito e/o part time, con carriere frammentate, impiegati
in lavori gravosi, con minore aspettativa di vita. Proprio quei lavoratori che
hanno tradizionalmente rappresentato la base politica ed elettorale della
Sinistra, e che nell’ultimo quindicennio sono stati spesso ammaliati dalle
sirene elettorali della Destra.
Terzo, con le elezioni 2027 all’orizzonte, la mozione, presentata come
iniziativa unitaria, può rappresentare una tappa importante nella costruzione di
una credibile alternativa di governo progressista, e progressiva, a sinistra del
centro politico: in quanto prima voce di spesa pubblica, le pensioni sono
(sempre state) efficaci nel costruire e rinsaldare alleanze – in primo luogo con
la Cgil, ma anche con altre organizzazioni sindacali e movimenti sociali –
fungendo da catalizzatori di quote importanti di sostegno politico ed
elettorale.
Quarto, il lancio del guanto di sfida dai banchi dell’opposizione ha già
prodotto i suoi effetti. Se la maggioranza, come prevedibile, ha bocciato la
mozione di Avs-Pd-M5s, è però dovuta uscire allo scoperto rilanciando una serie
di proposte, anche in controtendenza con le misure incluse nella legge di
Bilancio solo un mese fa. In particolare, la maggioranza ha chiesto al governo
di “assumere iniziative volte ad ampliare progressivamente la flessibilità in
uscita” anche tramite nuovi strumenti che estendano “la platea dei beneficiari,
con particolare riferimento alle donne, ai lavoratori con carriere discontinue e
ai soggetti più deboli nel mercato del lavoro” oltre che di “proseguire
nell’azione di monitoraggio e intervento sugli effetti degli adeguamenti
automatici dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, anche attraverso
interventi correttivi in riduzione o di congelamento” degli stessi meccanismi
automatici.
In definitiva, la mozione segna il ritorno di una aperta competizione politica
sulla previdenza, superando l’idea che le pensioni siano meri “oggetti
economici” e che, di conseguenza, il funzionamento dei sistemi pensionistici
possa/debba essere affidato a meccanismi di “adeguamento automatico” – dell’età
pensionabile, dei coefficienti per il calcolo delle prestazioni, della
rivalutazione dei contributi versati. Questa idea è tanto ingenua quanto
irrealistica, come dimostrano sia la mossa dell’opposizione sia lo stillicidio
di provvedimenti annuali nell’ultimo decennio. Finché rimarranno “diritti
sociali”, le pensioni saranno sempre oggetto di competizione politica, ed è sano
che rimangano tali in una democrazia ben funzionante fondata su un
(auspicabilmente) elevato grado di responsiveness: l’“arte della politica”
richiede proprio di trovare quel bilanciamento virtuoso tra attenzione ai conti
pubblici e risposta efficace ai bisogni sociali dei cittadini.
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M5S e Avs torna una vera competizione politica sulla previdenza proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Nuova grana sul fronte della previdenza per la maggioranza che aveva promesso di
“cancellare la Fornero” e si è invece ritrovata a stringere ulteriormente le
maglie per l’uscita dal lavoro. Dal 2029, se non si interverrà per legge, per
andare in pensione serviranno tre mesi in più. L’età di vecchiaia salirà a 67
anni e 6 mesi. A dirlo è l’ultimo aggiornamento del Rapporto della Ragioneria
generale dello Stato, che si basa sul meccanismo automatico di adeguamento alla
speranza di vita.
Il rapporto “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e
socio-sanitario 2025” spiega che dal 1° gennaio 2029 i requisiti per l’accesso
alla pensione dovranno aumentare di tre mesi. In concreto, per la pensione di
vecchiaia (con almeno 20 anni di contributi) servirebbero 67 anni e 6 mesi,
mentre per la pensione anticipata 43 anni e 4 mesi di contributi (un anno in
meno per le donne). Uno scenario peggiorativo rispetto a quello delineato solo
pochi mesi fa, nel precedente aggiornamento del Rapporto, che ipotizzava un
incremento limitato a due mesi.
La Ragioneria mette le mani avanti, precisando che “gli adeguamenti
effettivamente applicati risulteranno quelli accertati dall’Istat a consuntivo“.
Ma il trend è già chiaro: secondo i dati Istat aggiornati nel 2024, la speranza
di vita a 65 anni – parametro chiave per l’innalzamento dei requisiti – ha
raggiunto quota 21,3 anni, il valore più alto dall’inizio delle serie storiche
(2002). Ed è proprio su questo dato che si innesta la nuova stretta.
Dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia è ferma a 67 anni, mentre per
l’anticipata il requisito è 42 anni e 10 mesi (41 e 10 per le donne). Ma dal
2027 scatterà di nuovo l’aggancio biennale alla speranza di vita. L’ultima legge
di Bilancio ha già certificato il primo passo: un mese in più nel 2027 e altri
due mesi dal gennaio 2028. Il Rapporto ora segnala che dal 2029 arriverà un
ulteriore step. Non solo. Guardando oltre il 2029, la Ragioneria – che proietta
l’andamento dei requisiti fino al 2084 – stima un altro aumento di due mesi dal
2031 e di un mese dal 2033.
Sullo scarto tra slogan e numeri è esploso lo scontro politico. “Altro che
blocco dell’aumento dell’età pensionabile: i fatti dimostrano esattamente il
contrario”, attacca la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione,
chiedendo di “fermare per legge il meccanismo automatico” e aprire un confronto
vero su una riforma complessiva del sistema. Sulla stessa linea la segretaria
generale della Cisl Daniela Fumarola, che invoca “un tavolo di confronto
stabile” su flessibilità in uscita, pensioni di garanzia per giovani e donne e
previdenza complementare.
Nel frattempo la questione arriva in Parlamento. Il Pd ha ottenuto la
discussione di una serie di mozioni sul tema previdenziale. “Vedremo chi fa sul
serio”, incalza il deputato dem Arturo Scotto, chiedendo uno stop chiaro
all’adeguamento automatico. Dal Movimento 5 Stelle la richiesta è di una presa
di posizione immediata: “I ministri Giorgetti e Calderone dicano chiaramente
cosa intendono fare, senza scorciatoie né rinvii”, afferma la deputata Valentina
Barzotti.
L'articolo Nuova grana pensioni per il governo: “Dal 2029 nuovo aumento dell’età
di uscita. Per quella di vecchiaia serviranno 67 anni e 6 mesi” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
C’è chi in un passato recente, per intascare la pensione, si è travestito dalla
madre o chi l’ha tenuta murata in armadio. Ma la storia che arriva dal Piemonte
è molto più drammatica perché l’anziana in questo caso, secondo l’accusa, era
stata portata in un bosco e fatta fuori. Oggi la Corte d’assise di Novara ha
inflitto l’ergastolo a Stefano Emilio Garini, il 62enne di Milano accusato
dell’omicidio della madre, Liliana Anagni, trovata morta e abbandonata in un
bosco vicino al Ticino nel 2022. Garini, agente immobiliare con precedenti, era
accusato anche di distruzione di cadavere. Omicidio premeditato, truffa,
auto-riciclaggio e falso, con l’aggravante del vincolo familiare, i reati
contestati all’uomo. I giudici hanno però escluso l’aggravante della
premeditazione.
Il ritrovamento dei resti di Liliana Anagni risale al 10 ottobre 2022, quando un
cercatore di funghi aveva trovato ossa umane in un’area isolata del Parco del
Ticino, tra il ponte che collega il Piemonte e la Lombardia. Le ossa, tra cui
vertebre, un frammento di mandibola e un femore, erano state successivamente
identificate grazie a una protesi dentale rinvenuta su una vertebra, che aveva
permesso di risalire alla vittima. Il cranio non è mai stato trovato.
Secondo le ricostruzioni delle indagini, la sera del 18 maggio 2022 Liliana,
all’epoca 89enne, era viva fino alle 20, quando Garini l’ha portata in
carrozzina per una passeggiata nei boschi di San Martino di Trecate, un luogo
impervio. Dopo quel momento, nessuno l’ha più vista. Garini, in seguito, avrebbe
cercato di mascherare il crimine e ottenere vantaggi economici, approfittando
della pensione e dell’indennità di accompagnamento della madre. Inoltre, è stato
condannato per aver truffato lo Stato e il Comune di Milano, ottenendo
indebitamente circa 27.300 euro, che gli sono stati confiscati. Le accuse più
gravi, però, sono quelle di omicidio e distruzione di cadavere, che hanno
portato al fine pena mai. La motivazione del delitto risiederebbe nel desiderio
di Garini di intascare il denaro della madre, senza considerare le drammatiche
conseguenze del suo gesto.
L'articolo “Portò la madre in un bosco e la uccise per intascare la pensione”,
62enne condannato all’ergastolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pensione unica più facile per i professionisti, che potranno unificare sotto lo
stesso cappello diverse posizioni previdenziali. Il ministero del Lavoro ha
ufficialmente legittimato la ricongiunzione dei versamenti effettuati presso la
gestione separata Inps e le casse di previdenza di categoria. Una svolta per il
futuro previdenziale di molti professionisti, che riusciranno a ricongiungere i
contributi versati in modo più semplice e a costruire la propria pensione senza
l’annoso problema dei buchi contributivi, e senza subire penalizzazioni nel caso
in cui la carriera risulti essere discontinua.
PENSIONI DEI PROFESSIONISTI, COSA CAMBIA
Cosa cambierà ai fini pratici? I professionisti avranno la possibilità di
riunire le somme pagate alla gestione separata Inps verso le casse
professionali, in entrata e in uscita: in altre parole, sarà possibile spostare
i contributi dall’Inps alla cassa previdenziale di riferimento e viceversa. La
ricongiunzione ha uno scopo ben preciso: permettere di ottenere una pensione
unica e non più delle quote separate. L’assegno previdenziale verrà calcolato
sulla base dei contributi che il singolo professionista ha versato, come se
l’intera carriera si fosse sviluppata all’interno di un unico ente.
La pronuncia ufficiale del ministero, che dovrebbe essere rafforzata a breve da
una circolare applicativa dell’Inps, chiude definitivamente una questione aperta
da molto tempo, legata ad un modo differente di valorizzare quanto i
professionisti versano per la propria pensione. Il dicastero ha spiegato che la
ricongiunzione dei contributi da e verso la gestione separata Inps è stata
bloccata – almeno di fatto – dalla transizione in corso degli enti previdenziali
dei professionisti dal sistema retributivo a quello contributivo, e dal sistema
interamente contributivo di calcolo adottato dall’Istituto nazionale di
previdenza. Ormai il passaggio al contributivo si è concluso per tutti i
lavoratori: non sussistono quindi più i motivi che, almeno fino a questo
momento, hanno sostanzialmente impedito alla gestione separata Inps di far
ricongiungere i contributi con le altre casse previdenziali.
LA STORIA CONTRIBUTIVA DIVENTA PIÙ CHIARA
La ricongiunzione è uno strumento molto importante perché permette ai
professionisti di valorizzare la propria storia contributiva. Ma soprattutto
permette di gestire in maniera più lineare i periodi che precedono l’iscrizione
alla cassa previdenziale di categoria. Far confluire all’interno di un’unica
gestione tutti i contributi versati nella propria carriera, inoltre, permette di
ottenere una pensione calcolata e liquidata da un unico ente, e con un assegno
previdenziale che si basa su tutti i contributi che sono stati versati. In
questo modo vengono colmate eventuali lacune e la carriera lavorativa, almeno
dal punto di vista pensionistico, può essere considerata unitaria.
RICONGIUNZIONE, CUMULO E TOTALIZZAZIONE: QUALI SONO LE DIFFERENZE
Oltre alla ricongiunzione i professionisti hanno altre soluzioni per gestire i
contributi versati in più casse: la totalizzazione e il cumulo. Lo scopo di
tutti e tre gli strumenti è lo stesso – ossia unificare tutti i contributi sotto
lo stesso cappello – ma si differenziano per alcuni aspetti fondamentali: il
costo, l’effetto che sortiscono sui contributi e il metodo che viene utilizzato
per calcolare la pensione.
In un certo senso la ricongiunzione può essere considerato lo strumento più
completo: permette di trasferire tutti i contributi, che, in questo modo,
confluiscono all’interno di un’unica gestione. Ha un costo molto alto, ma
permette di ottenere una pensione unitaria, che viene calcolata sulla base delle
regole della cassa previdenziale nella quale confluiscono i contributi. Questo
permette di valorizzare l’intera carriera lavorativa dal punto di vista
previdenziale.
Il cumulo contributivo permette di unificare i contributi senza costi: il
lavoratore non deve sostenere alcun tipo di spesa, ma i contributi non sono
spostati fisicamente. Le quote continuano a rimanere nella gestione di
appartenenza, anche se il diretto interessato potrà beneficiare di un’unica
pensione. Ogni ente effettuerà i calcoli seguendo le proprie regole: i singoli
periodi vengono sommati solo per raggiungere determinati requisiti, ma i calcoli
dell’assegno previdenziale vengono effettuati pro-quota.
Anche la totalizzazione è gratuita, ma comporta che la pensione venga calcolata
esclusivamente con il metodo contributivo, anche per eventuali periodi maturati
prima del 1996. Questa strada per unificare i contributi è meno vantaggiosa,
soprattutto per quanti hanno iniziato a lavorare da un po’ più di tempo.
L'articolo Professionisti, pensione unica più facile: ok del ministero alla
ricongiunzione dei versamenti tra Inps e casse previdenziali proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dopo le polemiche degli ultimi giorni, il governo di Giorgia Meloni non esclude
che nei prossimi mesi possa intervenire di nuovo sul tema delle pensioni
eliminando il riscatto della laurea ai fini dell’uscita anticipata e allungando
le finestre pensionistiche. Nella notte tra lunedì e martedì, infatti,
l’esecutivo ha dato parere contrario a un ordine del giorno del deputato Pd
Arturo Scotto che aveva chiesto alla maggioranza di destra di “assicurare di
astenersi” da qualsiasi altra iniziativa sul tema delle pensioni. Dopo il parere
negativo, tutta la maggioranza ha votato compattamente per bocciare l’ordine del
giorno dem.
Il documento firmato da Scotto chiedeva esplicitamente di “assicurare” di
astenersi da “altre iniziative normative volte a mettere in discussione
l’istituto del riscatto dei corsi universitari di studi ai fini previdenziali”.
Questo “sia per quanto concerne il loro riconoscimento ai fini della
determinazione del futuro assegno pensionistico, sia per quanto riguarda la
validità ai fini della maturazione dei requisiti contributi per l’accesso alla
pensione di anzianità, escludendo altresì ogni ulteriore iniziativa volta a
prolungare il già improprio strumento delle finestre di uscita”.
Il governo ha dato parere contrario e Scotto ha replicato in Aula spiegando che
la Lega e la maggioranza “stanno imbrogliando milioni di lavoratori”:
“Assumetevi la responsabilità di quello che dite e di quello che indicate come
voto – ha continuato il deputato del Pd – Dicendo che siete contrari all’impegno
di quest’ordine del giorno, state dicendo agli italiani che nella prossima legge
di bilancio o nel prossimo intervento utile toccherete il diritto al riscatto
della laurea e toccherete la partita delle finestre”.
L’intervento sulle pensioni, sul riscatto della laurea e sulle finestre era
stato inserito dal ministero dell’Economia nella legge di Bilancio al Senato ma
era saltato dopo l’intervento della Lega che aveva sconfessato il ministro
dell’Economia Giancarlo Giorgetti minacciando addirittura di non votare la
Manovra e di aprire quindi una crisi di governo. A domanda specifica sul
possibile futuro intervento sulle pensioni, lunedì sera il ministro
dell’Economia Giorgetti ha risposto: “Vedremo nel 2026”.
Sempre tra gli ordini del giorno però il governo si è contraddetto dando parere
favorevole a un altro impegno, stavolta della Lega, per chiedere di sterilizzare
l’innalzamento all’età pensionistica.
L'articolo Il governo non esclude nuovi interventi su finestre pensionistiche e
riconoscimento del riscatto della laurea proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Aula della Camera si prepara martedì mattina al voto finale sulla legge di
Bilancio, dopo che lunedì sera i deputati hanno detto sì alla fiducia posta dal
governo con 219 favorevoli e 125 contrari. I lavori sono poi andati avanti fino
alle 4:30 del mattino con l’esame degli ordini del giorno. Il testo sarà
licenziato a un giorno dalla chiusura dell’anno e dall’esercizio provvisorio,
dopo oltre due mesi e mezzo dall’approvazione in Consiglio dei ministri. Il
percorso è stato accidentato e ha visto la maggioranza fibrillare in più
passaggi. Il governo rivendica il risultato finale, soprattutto sul fronte della
tenuta dei conti, mentre l’opposizione fin dal primo momento ha bollato il testo
come “asfittico” e “privo di prospettive per la crescita”. Di sicuro molti dei
nodi e delle tensioni che hanno caratterizzato l’esame parlamentare non sono
sciolti e si ripresenteranno nei prossimi mesi. A partire da quello delle
pensioni, che resta un tasto dolente per la Lega e ha spaccato il centrodestra
facendo sfiorare la crisi.
Nella notte è passato con parere favorevole del governo l’ordine del giorno del
Carroccio che chiede di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile
previsto dalla manovra stessa, che spalma l’aumento dei requisiti prevendendo un
mese in più dal 2027 e tre mesi dal 2028. Per il vicepresidente del M5S Michele
Gubitosa “è la comica finale di una maggioranza che in campagna elettorale ha
promesso la luna sulle pensioni e ha finito col fare peggio di Mario Monti ed
Elsa Fornero“. Il ministro Giancarlo Giorgetti lunedì sera, allargando le
braccia, si è limitato a commentare che “si vedrà nel 2026” e già l’aver
previsto in manovra una gradualità dello scalino ha richiesto “oltre un
miliardo” di coperture. “Giorgetti smentisce ancora la Lega”, l’attacco del Pd
con la capogruppo Chiara Braga. “Cercano di riscrivere la manovra con gli ordini
del giorno ma la pezza è peggio del buco”.
Il governo si è anche impegnato, sempre su sollecitazione della Lega, “a
valutare, compatibilmente con i saldi di finanza pubblica”, l’opportunità di
iniziative normative per introdurre una flat tax giovani “per contrastare il
fenomeno della loro fuga all’estero e la perdita di capitale umano”. Il partito
di Matteo Salvini ha in compenso ritirato l’ordine del giorno che chiedeva di
aumentare i militari di ‘Strade sicure’, operazione che il testo definiva
“indispensabile per la sicurezza del nostro Paese che va mantenuta e potenziata,
anche per far fronte alle straordinarie esigenze connesse allo svolgimento dei
Giochi olimpici e paralimpici invernali ‘Milano – Cortina 2026’, alla minaccia
terroristica e al mantenimento dell’ordine pubblico, al fine di rafforzare i
presidi nelle città, ai confini, nelle stazioni e convogli ferroviari, nei siti
e luoghi sensibili”. Ma per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, quel
programma iniziato nel 2008 va chiuso.
Passato anche l’odg riformulato, firmato dal deputato azzurro Raffaele Nevi, che
chiede di estendere i benefici dell’iperammortamento ai beni prodotti fuori
dall’Unione europea riconsiderando la “clausola di esclusione” della manovra.
Secondo Repubblica, la mossa risponde alla preoccupazione del gruppo
statunitense Caterpillar, che ha scritto al governo chiedendo di modificare la
norma.
Bocciati invece gli odg dell’opposizione sul ripristino del reddito di
cittadinanza e sullo spostamento di fondi dalle spese militari alle risorse per
il servizio sanitario. “Lasciare gli indigenti privi di uno strumento come il
Rdc significa legittimare lo sfruttamento, alimentando il rischio di infortuni e
morti sul lavoro”, la protesta del capogruppo del M5S in commissione Lavoro alla
Camera, Dario Carotenuto. “Mentre l’intelligenza artificiale fa passi da
gigante, togliere diritti e usare la povertà come forma di ricatto è
ripugnante”. Sul secondo fronte Nicola Fratoianni di Avs attacca: “Andiamo ormai
verso un’economia di guerra e ci andiamo speditamente” mentre “6 milioni di
italiani – un numero mai visto – hanno rinunciato a curarsi, perché non se lo
possono permettere e perché il sistema sanitario nazionale non è in grado di
rispondere ai loro bisogni”.
La deputata del M5S Chiara Appendino, che aveva presentato un odg su misure a
sostegno delle politiche pubbliche integrate di sicurezza urbana, dal canto suo
mette il dito nella piaga dell’aumento dei crimini. “Giorgia Meloni e i suoi
vivono su un altro pianeta”, dice, perché “per la presidente del Consiglio i
cittadini si sentono tutti più sicuri, le baby-gang non esistono, periferie e
stazioni sono oasi felici. È vero il contrario. Allora a questa maggioranza
diciamo: aprite gli occhi. Nelle periferie i cittadini hanno paura di uscire di
casa, nelle città c’è il far west. È lo stesso Viminale a mettere in fila i
numeri del fallimento: scippi +8%, rapine +24%, violenze sessuali +34%”.
L'articolo Fiducia sulla manovra alla Camera, ma restano i nodi che hanno
spaccato la maggioranza. Ok agli odg della Lega su pensioni e flat tax giovani
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Addio a Quota 103 per l’anticipo pensionistico e a Opzione donna, stretta sulle
risorse destinate all’Ape sociale, adeguamento graduale dei requisiti
all’aumento dell’aspettativa di vita e una nuova spinta alla previdenza
integrativa, a partire dal Tfr dei neoassunti. La legge di Bilancio 2026, che
riceverà martedì il via libera finale con la fiducia, interviene sul sistema
previdenziale mandando in soffitta uno dei cavalli di battaglia della Lega: la
tante volte evocata cancellazione della legge Fornero.
Con la manovra non viene rinnovata Quota 103, lo schema di anticipo
pensionistico che consentiva l’uscita dal lavoro con almeno 62 anni di età e 41
di contributi. Esce di scena anche Opzione donna, che permetteva il
pensionamento anticipato alle lavoratrici con 61 anni di età e 41 anni di
contributi. Per il prossimo anno si restringe così ulteriormente il perimetro
delle uscite anticipate.
Resta in vigore anche nel 2026 l’Ape sociale, il meccanismo di anticipo
pensionistico riservato ai lavoratori impiegati in mansioni gravose e usuranti,
accessibile al raggiungimento dei 63 anni e 5 mesi di età. La conferma arriva
però insieme a una sforbiciata alle risorse: per gli usuranti è previsto un
taglio di 40 milioni di euro l’anno a partire dal 2033; per i lavoratori precoci
le risorse si ridurranno di 90 milioni nel 2032, di 140 milioni nel 2033 e di
190 milioni dal 2034 in poi.
Arriva poi l’adeguamento dei requisiti anagrafici all’aspettativa di vita. Il
governo ha deciso di non far scattare l’aumento in modo automatico e immediato,
ma di spalmarlo su un biennio, con un solo mese in più nel 2027 e tre mesi
complessivi a partire dal 2028, portando di fatto l’età pensionabile oltre i 67
anni oggi previsti.
Dal 1° luglio 2026 entra in vigore una delle misure più rilevanti sul fronte
della previdenza complementare. In assenza di un’esplicita opzione entro 60
giorni dall’assunzione, il Tfr dei neoassunti del settore privato confluirà
automaticamente nei fondi di previdenza integrativa attraverso il meccanismo del
silenzio-assenso, con l’obiettivo di ampliare la platea degli iscritti ai fondi
pensione.
La manovra cancella infine la norma prevista solo l’anno scorso che consentiva
ai lavoratori nel sistema contributivo di cumulare, al momento del
pensionamento, i contributi versati all’Inps con quelli destinati ai fondi
pensione. “Quella è una cosa introdotta l’anno scorso, dal nostro governo, che
pare non interessasse a nessuno”, ha detto il titolare dell’Economia, Giancarlo
Giorgetti, per spiegare l’ennesima marcia indietro.
L'articolo Addio a quota 103 e Opzione donna, aumento dell’età pensionabile e
spinta ai fondi: le novità in arrivo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 2026 porterà qualche buona novità per chi percepisce una pensione: l’assegno
previdenziale verrà adeguato all’inflazione. Ma di quanto aumenteranno gli
importi? Gli adeguamenti terranno conto della variazione dell’indice Istat dei
prezzi al consumo, che stando alle previsioni per il 2025 dovrebbero oscillare
tra l’1,4 e l’1,7 per cento. A fornire delle indicazioni utili per i diretti
interessati ci ha pensato un decreto del ministero dell’Economia pubblicato in
Gazzetta Ufficiale lo scorso 28 novembre 2025, che ha confermato come valore di
riferimento proprio l’1,4%.
PENSIONI 2026, COME SI CALCOLANO GLI AUMENTI
Ogni anno la pensione viene rivalutata adeguando gli importi erogati
all’inflazione. I calcoli vengono effettuati tenendo conto delle variazioni
contenute all’interno dell’indice Istat dei prezzi al consumo. Stiamo parlando
di quella che viene comunemente definita come perequazione delle pensioni. Le
indicazioni fornite fino a qualche tempo fa dall’Istat indicavano un potenziale
aumento dell’1,7%: oggi le stime sono un po’ più al ribasso e l’aumento
anticipato dall’Inps si ferma all’1,4%. È proprio quest’ultima percentuale che è
stata confermata in modo ufficiale dal Mef. Questo adeguamento, purtroppo, si
traduce in un aumento esiguo per i pensionati, anche se superiore rispetto a
quello che è stato registrato nel corso del 2025, quando ci si è fermati su uno
0,8%.
A CHI TOCCA LA RIVALUTAZIONE PIENA
È bene ricordare, però, che non tutti i pensionati riceveranno lo stesso
aumento: il meccanismo di rivalutazione, infatti, varia a seconda del
trattamento che viene riconosciuto al singolo soggetto. Non sempre, infatti,
l’aumento parametrato all’inflazione risulta essere pieno: la rivalutazione al
100% spetta, infatti, esclusivamente a quanti percepiscono l’assegno
previdenziale più basso. Man mano che l’importo cresce, l’incremento si riduce.
Nel 2026 il legislatore non ha previsto delle novità di rilievo per quanto
riguarda il meccanismo di rivalutazione degli importi delle pensioni, quindi la
situazione rimarrà quella che abbiamo già visto quest’anno, quando il meccanismo
della rivalutazione è stato suddiviso su tre differenti fasce di reddito: al
100% per quanti ricevono un importo fino a quattro volte il trattamento minimo;
il 90% per chi lo riceve tra quattro e cinque volte il minimo e il 75% per chi
riceve un importo superiore a sei volte il minimo. Per il 2025 il trattamento
minimo è pari a 603,40 euro: questo significa che le pensioni fino ad un importo
pari a 2.423,60 riceveranno un adeguamento pari al 100% dell’inflazione (ossia
pari all’1,4%). Per chi percepisce un importo compreso tra 4 e 5 volte il
trattamento minimo l’aumento previsto è pari all 1,26%, che scende all’1,05% per
chi va oltre le sei volte il trattamento minimo.
DI QUANTO AUMENTERANNO LE PENSIONI
Molto pragmaticamente di quanto aumenteranno gli assegni? Chi percepisce il
trattamento minimo di 603,40 euro otterrà un aumento di 8 euro. Gli aumenti
saranno modesti anche a fronte ad importi superiori: con un assegno pari a 900
euro si riusciranno ad ottenere 12 euro, mentre chi riceve una pensione di 1.200
euro riuscirà ad ottenere 16 euro. Quanti ricevono oltre 2.4123,60 euro al mese
non hanno diritto alla rivalutazione piena: con un assegno pari a 2.500 euro di
euro, si avrà diritto ad una rivalutazione di 34 euro, mentre chi riceve 3.500
euro riuscirà ad ottenere un aumento pari a 46 euro al mese. Per le pensioni
minime per quest’anno è stata prevista una rivalutazione straordinaria, che però
è pari al 2,2%: stiamo parlando di 3 euro al mese. Per il prossimo anno
l’aumento è dell’1,4%. Dal 2026 il trattamento minimo passerà a 611,85 euro
grazie alla rivalutazione, a cui si dovrà aggiungere un ulteriore aumento
straordinario dell’1,3%, pari a 7,95 euro: l’importo finale di attesterà a
619,79 euro. Importi, comunque vada, sempre troppo bassi per poter permettere di
vivere dignitosamente.
L'articolo Pensioni, quali saranno gli aumenti nel 2026? Ecco gli adeguamenti
all’inflazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra i vinti, per quanto abbia ostentato la soddisfazione di chi “arriva in
vetta” dopo un “sentiero tortuoso”, c’è secondo molti il ministro dell’Economia
Giancarlo Giorgetti, costretto alla ritirata sul maxiemendamento che di fatto
aumentava l’età pensionabile oltre a penalizzare chi ha riscattato la laurea.
Mentre Matteo Salvini ne esce vincitore solo a metà, visto che le pensioni
restano comunque nel mirino, il testo finale conferma pesanti tagli alle
dotazioni del ministero delle Infrastrutture e per il suo Piano casa arriveranno
nel prossimo biennio solo 100 milioni contro i 300 previsti dall’emendamento
ritirato. Ma quello che conta per gli elettori è se la legge di Bilancio 2026,
su cui martedì 23 dicembre il Senato ha votato la fiducia, l’anno prossimo
alleggerirà o appesantirà il loro portafogli, li avvantaggerà o penalizzerà come
consumatori, lavoratori e utenti, avvicinerà o allontanerà la data della
pensione. Ecco, capitolo per capitolo, chi riceverà qualche vantaggio e chi sarà
chiamato a fare sacrifici.
L'articolo Chi vince e chi perde con la manovra. Tasse, pensioni, casa, scuole,
sanità, banche e imprese: ecco la mappa dei vantaggi e dei sacrifici proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Dopo una notte di tensione e con una crisi di governo, di fatto, sfiorata, il
centrodestra riesce faticosamente a riportare in carreggiata l’iter della
manovra, ma solo per qualche ora. Tanto che in serata il governo presenta un
nuovo emendamento in commissione e il via libera slitta ancora a data da
destinarsi con il momentaneo stop al decreto. Intanto, però, la parziale tregua
dà respiro alle votazioni che procedono per tutta la giornata. Vengono approvate
così, una serie di novità che vanno da quella ‘bandiera’ sull’oro di Bankitalia
all’allentamento della stretta sugli affitti brevi ma anche l’iperammortamento.
IL VERTICE DI MAGGIORANZA
Non tutti i nodi, però, sono stati sciolti, tanto che in serata la premier
Giorgia Meloni è costretta a convocare un vertice di maggioranza a Palazzo Chigi
con i vicepremier e il ministro dell’Economia. Dall’emendamento che cancella la
stretta sulle pensioni, infatti, restano fuori tutta una serie di misure, come
quella sul Tfr per i neoassunti, ma anche e soprattutto alcune norme per le
imprese: da Transizione 5.0, al caro materiali e sulla Zes unica, così come una
parte cospicua dei fondi per il Piano casa.
“Dovrebbe arrivare un nuovo emendamento del governo per completare il quadro”,
ha dichiarato il capogruppo di Fdi Lucio Malan prima di riprendere parte ai
lavori. Ipotesi confermata poco dopo dal ministro per i Rapporti con il
Parlamento Luca Ciriani: “Lo stanno scrivendo, stasera lo depositiamo”. La nuova
correzione del governo recupererà le misure per le imprese (crediti d’imposta
per la Zes e Transizione 4.0) che erano destinati inizialmente a un decreto da
approvare in consiglio dei Ministri entro la fine dell’anno.
“Si è deciso che è più opportuno, più corretto, anziché fare un nuovo decreto,
inserire nuove coperture su un testo che peraltro la commissione ha già visto –
ha precisato Ciriani – Non si tratta di aggiungere argomenti nuovi, ma di
correggere le coperture di un testo che la Commissione ha già visto e ha già
subemendato, quindi non si tratta neanche di forzature. In attesa del deposito
dell’emendamento la Commissione ha sospeso i lavori che riprenderanno sabato
mattina alle 10.
L’IRRITAZIONE DELLA MELONI
Un vertice serale sulla manovra, convocato da Giorgia Meloni nel giorno in cui
doveva essere licenziata dalla commissione Bilancio del Senato dà l’idea di
quanto delicata sia la situazione. Mentre la presidente del Consiglio a
Bruxelles arginava le spinte per l’uso degli asset russi, aprendo la strada per
l’accordo sui prestiti da 90 miliardi a Kiev, a Roma la sua maggioranza e il suo
governo entravano in un cortocircuito sulla stretta alle pensioni. Un vertice
per chiarirsi, spiega una fonte di governo. La presidente del Consiglio, nota
chi le ha parlato, sa che toccare le pensioni è doloroso, ma ritiene che le
tensioni tra alleati non possano essere tirate fuori in modo così plateale,
anche perché era stato tutto definito con il ministro leghista Giorgetti.
’incidente sulle pensioni ha causato uno slittamento. L’intera giornata è stata
dedicata soprattutto a gestire gli strascichi di una notte in cui governo e
maggioranza hanno messo in evidenza più di un dissidio interno. Soprattutto alla
Lega. “Da adesso forse sarà chiaro che se diciamo no è no”, la linea del partito
di Salvini espressa da Claudio Borghi. Dentro FdI si rivendica il ruolo di forza
“senziente”, e si sottolinea la mediazione di Ciriani, e anche del
sottosegretario al Mef, il leghista Federico Freni, che secondo questa
ricostruzione hanno evitato quantomeno la bocciatura di un emendamento del
governo da 3,5 miliardi. Se non conseguenze più gravi.
La premier avrebbe preferito di gran lunga che il problema fosse gestito e
risolto dietro le quinte, senza uno showdown in commissione che ha dato il
fianco alle critiche delle opposizioni. E si sarebbe spazientita quando è
arrivata in extremis la proposta (di Lavinia Mennuni, del suo partito) di
aggiungere un ordine del giorno per impegnare Bankitalia a un’informativa
semestrale sull’oro: basta, bisogna chiudere senza altri intoppi. Qualcosa o
molto potrà rientrare in un decreto da varare entro la fine dell’anno, spiega
per tutta la giornata in più di uno nella maggioranza. Ma, con un ennesimo colpo
di scena, sul filo di lana il governo annuncia che arriverà, invece, un
emendamento che verrà riportato in commissione. Rientrano, dunque, dopo essere
uscite dalla porta le norme per la crescita e non è escluso che possa esserci
anche spazio per il ripristino del silenzio assenso per i neoassunti sul Tfr.
LO SLITTAMENTO
Con il protrarsi dei lavori in commissione è possibile uno slittamento.
L’ipotesi è che si arrivi a martedì per chiudere i lavori il 24 dicembre in
mattinata. È su questi tempi che si ragiona a Palazzo Madama: con l’annuncio del
nuovo emendamento del governo, la commissione Bilancio ha dovuto aggiornare al
seduta a domani mattina alle 10, con possibile fine dei lavori in serata. Gli
uffici del Senato hanno bisogno di 36-48 ore per comporre il testo per l’Aula, è
quindi difficile che possa essere pronto per lunedì mattina alle 9.30, come
attualmente previsto.
LE REAZIONI
“Siamo di fronte ad una sceneggiata, ad una cialtroneria inaudita. Fanno una
manovra che non affronta i problemi del paese, la politica industriale, la
povertà, i salari. Poi presentano un emendamento finanziato attraverso le
pensioni, e in un secondo momento smontano questa cosa e adesso ci presentano un
altro emendamento: è una presa in giro e stanno prendendo in giro il Paese e il
Parlamento – ha detto il senatore di Avs Tino Magni al termine della seduta
della commissione Bilancio del Senato – Se hanno trovato soldi adesso, perché
non li hanno trovati prima? Questo è il giallo”.
“La sostanza della manovra resterà quella iniziale. Tecnicamente invece di fare
un provvedimento a parte, come ipotizzato, tornano nel quadro della manovra le
misure già note ed elencate e citate dal ministro Ciriani, nelle modalità note:
caro materiali, Zes e Industria 5.0 – sostiene il capogruppo di Fi in Senato
Maurizio Gasparri – Evidentemente è ritenuta più corretta un’ipotesi di unicità
dello strumento del contenuto della manovra. Questo farà sì che si attenderà
questo emendamento” del governo, “non ignoto perché il testo immagino sia
totalmente analogo a quello precedente”. “Poi se questo determina di lavorare
anche domani, domenica, poi si andrà in Aula lunedì e martedì…ma la sostanza
questa resterà: invertendo l’ordine dei valori il risultato non cambia“.
“Ieri il disastro fatto dal governo e dalla maggioranza era legato
all’inaccettabilità da parte della Lega di coperture di quell’emendamento.
Siccome la maggioranza e il governo oggi hanno bisogno della collaborazione
dell’opposizione, se ci sarà qualsiasi cosa sulle coperture che non andrà bene
chiaramente quell’emendamento non avrà nessuna possibilità di andare avanti” ha
detto il presidente dei senatori del Movimento 5 stelle, Stefano Patuanelli.
“C’è stato l’ennesimo vertice di governo che ha preso in ostaggio la commissione
Bilancio del Senato bloccandone il lavoro. È evidente lo sfascio di questa
maggioranza. Ora – dice il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia – è
stato annunciato un nuovo emendamento del governo relativo a misure per le
imprese. Restiamo in attesa di vedere il testo di un emendamento che di fatto
rallenterà i lavori e farà approdare la manovra in aula con un altro evidente
ritardo. Io voglio solo avvertire il governo: non si azzardi a rimettere le mani
sulle pensioni. Non permetteremo un’altra forzatura di una destra che sta
prendendo in giro gli italiani. Le ambigue parole del ministro Ciriani non ci
rassicurano. La verità è che il meraviglioso governo che Giorgia Meloni ha
raccontato l’altro giorno in aula non è mai esistito ed è in corso tra i partiti
di maggioranza una vera e propria guerra”.
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decreto. Vertice di governo tra Meloni, vicepremier e Giorgetti proviene da Il
Fatto Quotidiano.