Il bonus Giorgetti rappresenta, oggi come oggi, la principale leva finanziaria
introdotta dal governo per incentivare la permanenza in servizio dei lavoratori
più esperti che scelgono di non andare ancora in pensione.
Formalmente definito come “incentivo al posticipo del pensionamento”, questo
meccanismo permette ai lavoratori dipendenti, che hanno già maturato i requisiti
per l’uscita anticipata, di rinunciare al versamento dei propri contributi
previdenziali all’INPS per incassarli direttamente come somma netta ogni mese.
Una scelta strategica che premia la continuità lavorativa con un aumento
immediato della liquidità disponibile, eliminando il prelievo del 9% circa dallo
stipendio lordo e rendendo tale importo totalmente esentasse.
COME FUNZIONA IL BONUS GIORGETTI
Il meccanismo del bonus Giorgetti si basa sulla sospensione dei versamenti
contributivi che normalmente vengono trattenuti ogni mese dalla busta paga del
lavoratore per essere inviati all’INPS. In una situazione standard, un
lavoratore dipendente del settore privato versa all’ente previdenziale una quota
pari al 9,19% della propria retribuzione lorda (per i dipendenti pubblici
l’aliquota è all’8,80%).
Scegliendo di aderire a questo incentivo dopo aver maturato i requisiti per la
pensione anticipata, il lavoratore rinuncia a versare questa fetta di contributi
e ottiene che la stessa cifra venga erogata direttamente come parte integrante
dello stipendio netto. L’aspetto fondamentale di questo passaggio è la natura
fiscale dell’importo, poiché la somma che il dipendente riceve in più è
considerata esentasse e non viene sommata al reddito imponibile ai fini del
calcolo dell’Irpef.
L’AGEVOLAZIONE DEVE ESSERE ESPRESSAMENTE RICHIESTA
L’operazione non avviene in modo automatico al raggiungimento dell’anzianità
contributiva richiesta, ma è necessario inoltrare una richiesta esplicita
all’INPS. Una volta che l’istituto abbia verificato i requisiti e dato il via
libera, l’azienda smette di trattenere i contributi a carico del lavoratore e
inizia a pagarglieli direttamente.
Dal punto di vista della pensione che il lavoratore riceverà in futuro, è
importante ricordare che mentre la quota a carico del dipendente viene dirottata
in busta paga, il datore di lavoro continua comunque a versare regolarmente la
propria parte di contributi, che costituisce circa il 24% della retribuzione
lorda.
CHI PUÒ BENEFICIARE DELL’AGEVOLAZIONE
Per poter accedere al bonus Giorgetti nel corso del 2026 il lavoratore deve
essere un dipendente del settore pubblico o di quello privato e aver maturato i
requisiti minimi previsti dalla legge per l’uscita anticipata dal mondo del
lavoro.
Il requisito principale riguarda l’anzianità contributiva ordinaria, che
richiede il raggiungimento di 42 anni e 10 mesi di versamenti per gli uomini
oppure 41 anni e 10 mesi per le donne.
Oltre a questi parametri numerici, la normativa specifica che il bonus non è
accessibile a chi sta già percependo un trattamento pensionistico diretto o a
chi ha già presentato una domanda di pensione che è stata accolta, con l’unica
eccezione rappresentata dall’assegno ordinario di invalidità che rimane
compatibile.
Un dettaglio fondamentale per il 2026 riguarda la finestra di attesa, poiché
l’incentivo può essere attivato solo dopo che è trascorso il periodo di
differimento previsto per la decorrenza della pensione, che solitamente varia
dai tre ai nove mesi a seconda della gestione previdenziale di appartenenza.
COSA È IMPORTANTE PRENDERE IN CONSIDERAZIONE
Chi dovesse decidere di attivare il bonus Giorgetti deve valutare con attenzione
il compromesso tra il guadagno immediato e la rendita futura, perché la scelta
di non versare la quota contributiva a proprio carico riduce la velocità con cui
si accumula il capitale per la propria pensione.
Anche se l’azienda continua a versare la sua parte, il montante contributivo
cresce meno rispetto a una situazione normale e questo si traduce
inevitabilmente in un assegno pensionistico mensile più basso una volta che si
dovesse smettere di lavorare. Le stime attuali indicano che per ogni anno di
permanenza in servizio con il bonus Giorgetti attivo si perdono tra i 40 e i 60
euro netti al mese sulla pensione che arriverà in futuro, una cifra che si
accumula e diventa significativa se il posticipo dura diversi anni.
Un altro aspetto fondamentale riguarda il fatto che questa somma aggiuntiva che
si riceve oggi in busta paga è esentasse, il che è un vantaggio enorme
nell’immediato poiché non alza lo scaglione Irpef di appartenenza e non fa
pagare più tasse sul resto dello stipendio. Tuttavia, proprio perché questi
soldi non sono considerati reddito imponibile, non aumenta nemmeno il calcolo
per le altre prestazioni che dipendono dal reddito, come ad esempio il calcolo
del TFR se il contratto prevede che questo sia parametrato solo alla
retribuzione imponibile.
L'articolo Bonus Giorgetti per chi posticipa la pensione, come funziona
l’aumento in busta paga e quali sono gli svantaggi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Pensioni
Dopo l’ennesimo tradimento delle promesse elettorali sulle pensioni – dalla
flessibilità in uscita al superamento della Legge Fornero con “Quota 41” fino
alle pensione di vecchiaia per le donne a 63 anni e 20 di contributi e a quella
di garanzia per i giovani – da parte del governo guidato da Giorgia Meloni,
l’opposizione ha battuto un colpo. La mozione unitaria Avs-Pd-M5s ha il merito
di provare a superare tre decenni di dibattito costretto entro una cornice di
chiara impronta neoliberista. A trent’anni dalla riforma Dini del 1995 e a
quindici dalla famigerata riforma Monti-Fornero, le pensioni possono tornare
oggetto di una sana competizione politica: viste le mosse del governo,
l’occasione è più che propizia per le opposizioni. Non poteva mancare
l’immediata reazione sulla stampa, anche da parte di autorevoli commentatori,
contro la mozione unitaria, a difesa sia del meccanismo di adeguamento
automatico dell’età pensionabile all’aumento dell’aspettativa di vita che delle
“virtù” della previdenza complementare.
In questa prospettiva è opportuno fissare 10 punti essenziali per scardinare
quella gabbia di ferro, sia cognitiva che valoriale, che mantiene il sistema
pensionistico italiano inchiodato all’architettura definita nella fase
1992-2012, un impianto ormai inadeguato a coniugare la sostenibilità
economico-finanziaria con l’adeguatezza e la sostenibilità sociale e politica.
1. Lavoratori vs Pensionati, Lavoratori giovani vs Lavoratori anziani. In Italia
il dibattito è stato ampiamente centrato su queste contrapposizioni, fuorvianti
perché parziali: guardano infatti alla sola dimensione inter-generazionale, che
non è la più rilevante. Primo, perché le riforme tipicamente non toccano i
pensionati. Secondo, perché i provvedimenti sottrattivi a scapito dei lavoratori
prossimi alla pensione si ripercuoteranno, in futuro, sui giovani di oggi.
Terzo, perché la dimensione intra-generazionale è assai più decisiva: vi sono
infatti lavoratori impiegati in lavori gravosi e altri dediti a occupazioni meno
usuranti, lavoratori a basso e ad alto reddito, così come 400.000 pensionati con
assegni da oltre 5.000 euro al mese e ben 4,7 milioni con redditi pensionistici
inferiori a 1000 euro al mese, pensionati con aspettativa di vita maggiore e
minore (le differenze sono notevoli, fino a 4 anni tra un dirigente e un
operaio). La domanda da porsi è quali lavoratori e quali pensionati vogliamo
proteggere.
2. Spesa e sostenibilità. Il dibattito non ha mai superato l’ossessione della
“gobba pensionistica” delineata negli studi degli anni ’90. I dati dicono che
oggi il sistema è sostenibile: la spesa è al 15,7% del PIL, con un aumento
modesto (attorno a 1,4 punti percentuali) previsto attorno al 2040. Questa spesa
è però distribuita in modo sbilanciato: il 30,3% va al 12,6% dei pensionati più
ricchi, mentre solo l’1,7% va al 10% più povero. La spesa per prestazioni
assistenziali si ferma a 13 miliardi sugli oltre 330 complessivi. La domanda
cruciale è perciò come vogliamo distribuire questa spesa. Proteggendo di più (di
meno) quali lavoratori di oggi e pensionati di domani?
3. Spesa lorda e spesa netta. L’Italia è tra i paesi con più alta imposizione
fiscale sulle pensioni: molte risorse tornano dunque nelle casse dello stato e
la spesa netta è significativamente più bassa, attorno al 12,5% del PIL – non la
più alta nell’Ue.
4. L’accesso al pensionamento. L’incremento dell’età pensionabile è tra le
misure di riforma più regressive per i differenziali nell’aspettativa di vita a
favore delle fasce più abbienti.
5. Retributivo e contributivo. La quota contributiva è ampiamente prevalente nel
calcolo degli assegni di chi andrà in pensione nei prossimi 10 anni, e attorno
al 2035 praticamente tutte le pensioni saranno contributive. Il metodo
contributivo non contiene alcuna previsione solidaristica a favore dei
lavoratori a più basso reddito.
6. Accesso al pensionamento e metodo contributivo. Assenza di meccanismi
solidaristico-redistributivi, età pensionabile elevata e differenziali
nell’aspettativa di vita producono effetti distributivi severamente regressivi.
7. “Importi soglia” e prevenzione della povertà. Evitare pensioni troppo basse
condizionando – come da norme vigenti – l’accesso al pensionamento (di vecchiaia
e anticipato) al raggiungimento di un “importo soglia” comporta un ulteriore
effetto regressivo, a danno dei lavoratori con redditi bassi, carriere
interrotte, ecc… che faticano a raggiungere tali importi.
8. Come evitare pensionati poveri. In un’ottica progressiva e progressista, la
povertà dopo il pensionamento va contrastata con prestazioni
solidaristico-redistributive: pensione di garanzia, pensione di base per tutti i
residenti, pensioni sociali adeguate.
9. Finanziamento fiscale vs contributivo. Il primo – che copre oggi oltre il 30%
della spesa per pensioni – è più progressivo del finanziamento contributivo.
Inoltre, esso consente di spostare parte del prelievo su fattori “improduttivi”,
quali rendita e patrimonio. Un’“imposta di scopo” sui patrimoni molto elevati –
come suggerito addirittura dalla Banca Mondiale nel 2014 – potrebbe essere una
misura strutturale per rafforzare le pensioni più povere.
10. La previdenza complementare. Pur sostenuta da generosi incentivi fiscali,
oggi copre circa un terzo dei lavoratori, e non i più svantaggiati – a tempo
determinato, a basso reddito, ecc.. La soluzione per questi lavoratori va
trovata dentro il pilastro pubblico, irrobustendone la portata
solidaristico-redistributiva.
L'articolo Torna la competizione politica sulle pensioni: un decalogo per
coniugare la sostenibilità economica con quella sociale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’opposizione ha (finalmente) battuto un colpo sulle pensioni. La mozione
unitaria presentata alla Camera da Avs-Pd-M5S non ha solo puntato i riflettori
sull’ennesimo tradimento delle promesse elettorali da parte del governo di
Giorgia Meloni (flessibilità in uscita, superamento della legge Fornero con
“Quota 41”, innalzamento pensioni minime/sociali, pensione di vecchiaia per le
donne a 63 anni e 20 di contributi, pensione di garanzia per i giovani a minimo
1000 euro/mese), ma ha anche formulato una serie di proposte innovative. Tra le
misure più significative, il blocco strutturale dell’età pensionabile,
l’introduzione di canali di uscita anticipata specie per lavoratrici/lavoratori
più svantaggiati sulla scorta di misure quali APE sociale e Opzione Donna,
abolita con la legge di Bilancio 2026, maggiori tutele per i lavoratori
impiegati in mansioni usuranti, istituzione di una “pensione di garanzia” – un
importo pensionistico minimo legato agli anni di contribuzione (effettiva e
figurativa) e all’età di quiescenza – per le generazioni soggette al metodo
contributivo, nonché di una “pensione pubblica di garanzia universale” che
assicuri a tutti una tutela contro la povertà nella vecchiaia. Infine,
esclusione di ulteriore spesa pubblica volta a favorire la previdenza privata e
complementare a scapito delle pensioni pubbliche.
Se la valutazione puntuale di tali misure richiede la prioritaria inclusione
delle stesse in un quadro organico di riforma, con relativi dettagli e costi,
l’iniziativa delle opposizioni è però meritevole da almeno cinque diverse
angolature.
Primo, la mozione segna la fine di due decenni di assenza di visione e proposte
in campo pensionistico, da parte di una Sinistra che si è a lungo trincerata
dietro la tesi “con la riforma Dini del 1995 noi le grandi riforme le abbiamo
già fatte”, prima di immolarsi al paradigma dell’austerità con il suo corollario
di ricette neoliberiste, riforma Fornero-Monti (a lungo difesa dal PD) in
primis.
Secondo, le misure contenute nella mozione rivelano la consapevolezza, tra i
partiti di centro-sinistra, che il sistema attuale non regge: sostenibile lungo
la dimensione economico-finanziaria, l’architettura pensionistica disegnata
ormai trent’anni fa non è in grado di garantire una protezione adeguata ad ampia
parte dei lavoratori, sia rispetto alle condizioni di accesso alla quiescenza
sia riguardo l’importo degli assegni. Età pensionabili rigide, elevate e in
continuo aumento da un lato, e dall’altro un metodo contributivo senza
correttivi solidaristici, sullo sfondo di un mercato del lavoro sempre più
flessibile e precarizzato, rappresentano infatti una combinazione esplosiva con
drammatici effetti regressivi a sfavore delle lavoratrici e dei lavoratori meno
fortunati – a basso reddito e/o part time, con carriere frammentate, impiegati
in lavori gravosi, con minore aspettativa di vita. Proprio quei lavoratori che
hanno tradizionalmente rappresentato la base politica ed elettorale della
Sinistra, e che nell’ultimo quindicennio sono stati spesso ammaliati dalle
sirene elettorali della Destra.
Terzo, con le elezioni 2027 all’orizzonte, la mozione, presentata come
iniziativa unitaria, può rappresentare una tappa importante nella costruzione di
una credibile alternativa di governo progressista, e progressiva, a sinistra del
centro politico: in quanto prima voce di spesa pubblica, le pensioni sono
(sempre state) efficaci nel costruire e rinsaldare alleanze – in primo luogo con
la Cgil, ma anche con altre organizzazioni sindacali e movimenti sociali –
fungendo da catalizzatori di quote importanti di sostegno politico ed
elettorale.
Quarto, il lancio del guanto di sfida dai banchi dell’opposizione ha già
prodotto i suoi effetti. Se la maggioranza, come prevedibile, ha bocciato la
mozione di Avs-Pd-M5s, è però dovuta uscire allo scoperto rilanciando una serie
di proposte, anche in controtendenza con le misure incluse nella legge di
Bilancio solo un mese fa. In particolare, la maggioranza ha chiesto al governo
di “assumere iniziative volte ad ampliare progressivamente la flessibilità in
uscita” anche tramite nuovi strumenti che estendano “la platea dei beneficiari,
con particolare riferimento alle donne, ai lavoratori con carriere discontinue e
ai soggetti più deboli nel mercato del lavoro” oltre che di “proseguire
nell’azione di monitoraggio e intervento sugli effetti degli adeguamenti
automatici dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, anche attraverso
interventi correttivi in riduzione o di congelamento” degli stessi meccanismi
automatici.
In definitiva, la mozione segna il ritorno di una aperta competizione politica
sulla previdenza, superando l’idea che le pensioni siano meri “oggetti
economici” e che, di conseguenza, il funzionamento dei sistemi pensionistici
possa/debba essere affidato a meccanismi di “adeguamento automatico” – dell’età
pensionabile, dei coefficienti per il calcolo delle prestazioni, della
rivalutazione dei contributi versati. Questa idea è tanto ingenua quanto
irrealistica, come dimostrano sia la mossa dell’opposizione sia lo stillicidio
di provvedimenti annuali nell’ultimo decennio. Finché rimarranno “diritti
sociali”, le pensioni saranno sempre oggetto di competizione politica, ed è sano
che rimangano tali in una democrazia ben funzionante fondata su un
(auspicabilmente) elevato grado di responsiveness: l’“arte della politica”
richiede proprio di trovare quel bilanciamento virtuoso tra attenzione ai conti
pubblici e risposta efficace ai bisogni sociali dei cittadini.
L'articolo L’opposizione batte un colpo sulle pensioni: con la mozione di Pd,
M5S e Avs torna una vera competizione politica sulla previdenza proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nuova grana sul fronte della previdenza per la maggioranza che aveva promesso di
“cancellare la Fornero” e si è invece ritrovata a stringere ulteriormente le
maglie per l’uscita dal lavoro. Dal 2029, se non si interverrà per legge, per
andare in pensione serviranno tre mesi in più. L’età di vecchiaia salirà a 67
anni e 6 mesi. A dirlo è l’ultimo aggiornamento del Rapporto della Ragioneria
generale dello Stato, che si basa sul meccanismo automatico di adeguamento alla
speranza di vita.
Il rapporto “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e
socio-sanitario 2025” spiega che dal 1° gennaio 2029 i requisiti per l’accesso
alla pensione dovranno aumentare di tre mesi. In concreto, per la pensione di
vecchiaia (con almeno 20 anni di contributi) servirebbero 67 anni e 6 mesi,
mentre per la pensione anticipata 43 anni e 4 mesi di contributi (un anno in
meno per le donne). Uno scenario peggiorativo rispetto a quello delineato solo
pochi mesi fa, nel precedente aggiornamento del Rapporto, che ipotizzava un
incremento limitato a due mesi.
La Ragioneria mette le mani avanti, precisando che “gli adeguamenti
effettivamente applicati risulteranno quelli accertati dall’Istat a consuntivo“.
Ma il trend è già chiaro: secondo i dati Istat aggiornati nel 2024, la speranza
di vita a 65 anni – parametro chiave per l’innalzamento dei requisiti – ha
raggiunto quota 21,3 anni, il valore più alto dall’inizio delle serie storiche
(2002). Ed è proprio su questo dato che si innesta la nuova stretta.
Dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia è ferma a 67 anni, mentre per
l’anticipata il requisito è 42 anni e 10 mesi (41 e 10 per le donne). Ma dal
2027 scatterà di nuovo l’aggancio biennale alla speranza di vita. L’ultima legge
di Bilancio ha già certificato il primo passo: un mese in più nel 2027 e altri
due mesi dal gennaio 2028. Il Rapporto ora segnala che dal 2029 arriverà un
ulteriore step. Non solo. Guardando oltre il 2029, la Ragioneria – che proietta
l’andamento dei requisiti fino al 2084 – stima un altro aumento di due mesi dal
2031 e di un mese dal 2033.
Sullo scarto tra slogan e numeri è esploso lo scontro politico. “Altro che
blocco dell’aumento dell’età pensionabile: i fatti dimostrano esattamente il
contrario”, attacca la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione,
chiedendo di “fermare per legge il meccanismo automatico” e aprire un confronto
vero su una riforma complessiva del sistema. Sulla stessa linea la segretaria
generale della Cisl Daniela Fumarola, che invoca “un tavolo di confronto
stabile” su flessibilità in uscita, pensioni di garanzia per giovani e donne e
previdenza complementare.
Nel frattempo la questione arriva in Parlamento. Il Pd ha ottenuto la
discussione di una serie di mozioni sul tema previdenziale. “Vedremo chi fa sul
serio”, incalza il deputato dem Arturo Scotto, chiedendo uno stop chiaro
all’adeguamento automatico. Dal Movimento 5 Stelle la richiesta è di una presa
di posizione immediata: “I ministri Giorgetti e Calderone dicano chiaramente
cosa intendono fare, senza scorciatoie né rinvii”, afferma la deputata Valentina
Barzotti.
L'articolo Nuova grana pensioni per il governo: “Dal 2029 nuovo aumento dell’età
di uscita. Per quella di vecchiaia serviranno 67 anni e 6 mesi” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
C’è chi in un passato recente, per intascare la pensione, si è travestito dalla
madre o chi l’ha tenuta murata in armadio. Ma la storia che arriva dal Piemonte
è molto più drammatica perché l’anziana in questo caso, secondo l’accusa, era
stata portata in un bosco e fatta fuori. Oggi la Corte d’assise di Novara ha
inflitto l’ergastolo a Stefano Emilio Garini, il 62enne di Milano accusato
dell’omicidio della madre, Liliana Anagni, trovata morta e abbandonata in un
bosco vicino al Ticino nel 2022. Garini, agente immobiliare con precedenti, era
accusato anche di distruzione di cadavere. Omicidio premeditato, truffa,
auto-riciclaggio e falso, con l’aggravante del vincolo familiare, i reati
contestati all’uomo. I giudici hanno però escluso l’aggravante della
premeditazione.
Il ritrovamento dei resti di Liliana Anagni risale al 10 ottobre 2022, quando un
cercatore di funghi aveva trovato ossa umane in un’area isolata del Parco del
Ticino, tra il ponte che collega il Piemonte e la Lombardia. Le ossa, tra cui
vertebre, un frammento di mandibola e un femore, erano state successivamente
identificate grazie a una protesi dentale rinvenuta su una vertebra, che aveva
permesso di risalire alla vittima. Il cranio non è mai stato trovato.
Secondo le ricostruzioni delle indagini, la sera del 18 maggio 2022 Liliana,
all’epoca 89enne, era viva fino alle 20, quando Garini l’ha portata in
carrozzina per una passeggiata nei boschi di San Martino di Trecate, un luogo
impervio. Dopo quel momento, nessuno l’ha più vista. Garini, in seguito, avrebbe
cercato di mascherare il crimine e ottenere vantaggi economici, approfittando
della pensione e dell’indennità di accompagnamento della madre. Inoltre, è stato
condannato per aver truffato lo Stato e il Comune di Milano, ottenendo
indebitamente circa 27.300 euro, che gli sono stati confiscati. Le accuse più
gravi, però, sono quelle di omicidio e distruzione di cadavere, che hanno
portato al fine pena mai. La motivazione del delitto risiederebbe nel desiderio
di Garini di intascare il denaro della madre, senza considerare le drammatiche
conseguenze del suo gesto.
L'articolo “Portò la madre in un bosco e la uccise per intascare la pensione”,
62enne condannato all’ergastolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pensione unica più facile per i professionisti, che potranno unificare sotto lo
stesso cappello diverse posizioni previdenziali. Il ministero del Lavoro ha
ufficialmente legittimato la ricongiunzione dei versamenti effettuati presso la
gestione separata Inps e le casse di previdenza di categoria. Una svolta per il
futuro previdenziale di molti professionisti, che riusciranno a ricongiungere i
contributi versati in modo più semplice e a costruire la propria pensione senza
l’annoso problema dei buchi contributivi, e senza subire penalizzazioni nel caso
in cui la carriera risulti essere discontinua.
PENSIONI DEI PROFESSIONISTI, COSA CAMBIA
Cosa cambierà ai fini pratici? I professionisti avranno la possibilità di
riunire le somme pagate alla gestione separata Inps verso le casse
professionali, in entrata e in uscita: in altre parole, sarà possibile spostare
i contributi dall’Inps alla cassa previdenziale di riferimento e viceversa. La
ricongiunzione ha uno scopo ben preciso: permettere di ottenere una pensione
unica e non più delle quote separate. L’assegno previdenziale verrà calcolato
sulla base dei contributi che il singolo professionista ha versato, come se
l’intera carriera si fosse sviluppata all’interno di un unico ente.
La pronuncia ufficiale del ministero, che dovrebbe essere rafforzata a breve da
una circolare applicativa dell’Inps, chiude definitivamente una questione aperta
da molto tempo, legata ad un modo differente di valorizzare quanto i
professionisti versano per la propria pensione. Il dicastero ha spiegato che la
ricongiunzione dei contributi da e verso la gestione separata Inps è stata
bloccata – almeno di fatto – dalla transizione in corso degli enti previdenziali
dei professionisti dal sistema retributivo a quello contributivo, e dal sistema
interamente contributivo di calcolo adottato dall’Istituto nazionale di
previdenza. Ormai il passaggio al contributivo si è concluso per tutti i
lavoratori: non sussistono quindi più i motivi che, almeno fino a questo
momento, hanno sostanzialmente impedito alla gestione separata Inps di far
ricongiungere i contributi con le altre casse previdenziali.
LA STORIA CONTRIBUTIVA DIVENTA PIÙ CHIARA
La ricongiunzione è uno strumento molto importante perché permette ai
professionisti di valorizzare la propria storia contributiva. Ma soprattutto
permette di gestire in maniera più lineare i periodi che precedono l’iscrizione
alla cassa previdenziale di categoria. Far confluire all’interno di un’unica
gestione tutti i contributi versati nella propria carriera, inoltre, permette di
ottenere una pensione calcolata e liquidata da un unico ente, e con un assegno
previdenziale che si basa su tutti i contributi che sono stati versati. In
questo modo vengono colmate eventuali lacune e la carriera lavorativa, almeno
dal punto di vista pensionistico, può essere considerata unitaria.
RICONGIUNZIONE, CUMULO E TOTALIZZAZIONE: QUALI SONO LE DIFFERENZE
Oltre alla ricongiunzione i professionisti hanno altre soluzioni per gestire i
contributi versati in più casse: la totalizzazione e il cumulo. Lo scopo di
tutti e tre gli strumenti è lo stesso – ossia unificare tutti i contributi sotto
lo stesso cappello – ma si differenziano per alcuni aspetti fondamentali: il
costo, l’effetto che sortiscono sui contributi e il metodo che viene utilizzato
per calcolare la pensione.
In un certo senso la ricongiunzione può essere considerato lo strumento più
completo: permette di trasferire tutti i contributi, che, in questo modo,
confluiscono all’interno di un’unica gestione. Ha un costo molto alto, ma
permette di ottenere una pensione unitaria, che viene calcolata sulla base delle
regole della cassa previdenziale nella quale confluiscono i contributi. Questo
permette di valorizzare l’intera carriera lavorativa dal punto di vista
previdenziale.
Il cumulo contributivo permette di unificare i contributi senza costi: il
lavoratore non deve sostenere alcun tipo di spesa, ma i contributi non sono
spostati fisicamente. Le quote continuano a rimanere nella gestione di
appartenenza, anche se il diretto interessato potrà beneficiare di un’unica
pensione. Ogni ente effettuerà i calcoli seguendo le proprie regole: i singoli
periodi vengono sommati solo per raggiungere determinati requisiti, ma i calcoli
dell’assegno previdenziale vengono effettuati pro-quota.
Anche la totalizzazione è gratuita, ma comporta che la pensione venga calcolata
esclusivamente con il metodo contributivo, anche per eventuali periodi maturati
prima del 1996. Questa strada per unificare i contributi è meno vantaggiosa,
soprattutto per quanti hanno iniziato a lavorare da un po’ più di tempo.
L'articolo Professionisti, pensione unica più facile: ok del ministero alla
ricongiunzione dei versamenti tra Inps e casse previdenziali proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dopo le polemiche degli ultimi giorni, il governo di Giorgia Meloni non esclude
che nei prossimi mesi possa intervenire di nuovo sul tema delle pensioni
eliminando il riscatto della laurea ai fini dell’uscita anticipata e allungando
le finestre pensionistiche. Nella notte tra lunedì e martedì, infatti,
l’esecutivo ha dato parere contrario a un ordine del giorno del deputato Pd
Arturo Scotto che aveva chiesto alla maggioranza di destra di “assicurare di
astenersi” da qualsiasi altra iniziativa sul tema delle pensioni. Dopo il parere
negativo, tutta la maggioranza ha votato compattamente per bocciare l’ordine del
giorno dem.
Il documento firmato da Scotto chiedeva esplicitamente di “assicurare” di
astenersi da “altre iniziative normative volte a mettere in discussione
l’istituto del riscatto dei corsi universitari di studi ai fini previdenziali”.
Questo “sia per quanto concerne il loro riconoscimento ai fini della
determinazione del futuro assegno pensionistico, sia per quanto riguarda la
validità ai fini della maturazione dei requisiti contributi per l’accesso alla
pensione di anzianità, escludendo altresì ogni ulteriore iniziativa volta a
prolungare il già improprio strumento delle finestre di uscita”.
Il governo ha dato parere contrario e Scotto ha replicato in Aula spiegando che
la Lega e la maggioranza “stanno imbrogliando milioni di lavoratori”:
“Assumetevi la responsabilità di quello che dite e di quello che indicate come
voto – ha continuato il deputato del Pd – Dicendo che siete contrari all’impegno
di quest’ordine del giorno, state dicendo agli italiani che nella prossima legge
di bilancio o nel prossimo intervento utile toccherete il diritto al riscatto
della laurea e toccherete la partita delle finestre”.
L’intervento sulle pensioni, sul riscatto della laurea e sulle finestre era
stato inserito dal ministero dell’Economia nella legge di Bilancio al Senato ma
era saltato dopo l’intervento della Lega che aveva sconfessato il ministro
dell’Economia Giancarlo Giorgetti minacciando addirittura di non votare la
Manovra e di aprire quindi una crisi di governo. A domanda specifica sul
possibile futuro intervento sulle pensioni, lunedì sera il ministro
dell’Economia Giorgetti ha risposto: “Vedremo nel 2026”.
Sempre tra gli ordini del giorno però il governo si è contraddetto dando parere
favorevole a un altro impegno, stavolta della Lega, per chiedere di sterilizzare
l’innalzamento all’età pensionistica.
L'articolo Il governo non esclude nuovi interventi su finestre pensionistiche e
riconoscimento del riscatto della laurea proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Aula della Camera si prepara martedì mattina al voto finale sulla legge di
Bilancio, dopo che lunedì sera i deputati hanno detto sì alla fiducia posta dal
governo con 219 favorevoli e 125 contrari. I lavori sono poi andati avanti fino
alle 4:30 del mattino con l’esame degli ordini del giorno. Il testo sarà
licenziato a un giorno dalla chiusura dell’anno e dall’esercizio provvisorio,
dopo oltre due mesi e mezzo dall’approvazione in Consiglio dei ministri. Il
percorso è stato accidentato e ha visto la maggioranza fibrillare in più
passaggi. Il governo rivendica il risultato finale, soprattutto sul fronte della
tenuta dei conti, mentre l’opposizione fin dal primo momento ha bollato il testo
come “asfittico” e “privo di prospettive per la crescita”. Di sicuro molti dei
nodi e delle tensioni che hanno caratterizzato l’esame parlamentare non sono
sciolti e si ripresenteranno nei prossimi mesi. A partire da quello delle
pensioni, che resta un tasto dolente per la Lega e ha spaccato il centrodestra
facendo sfiorare la crisi.
Nella notte è passato con parere favorevole del governo l’ordine del giorno del
Carroccio che chiede di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile
previsto dalla manovra stessa, che spalma l’aumento dei requisiti prevendendo un
mese in più dal 2027 e tre mesi dal 2028. Per il vicepresidente del M5S Michele
Gubitosa “è la comica finale di una maggioranza che in campagna elettorale ha
promesso la luna sulle pensioni e ha finito col fare peggio di Mario Monti ed
Elsa Fornero“. Il ministro Giancarlo Giorgetti lunedì sera, allargando le
braccia, si è limitato a commentare che “si vedrà nel 2026” e già l’aver
previsto in manovra una gradualità dello scalino ha richiesto “oltre un
miliardo” di coperture. “Giorgetti smentisce ancora la Lega”, l’attacco del Pd
con la capogruppo Chiara Braga. “Cercano di riscrivere la manovra con gli ordini
del giorno ma la pezza è peggio del buco”.
Il governo si è anche impegnato, sempre su sollecitazione della Lega, “a
valutare, compatibilmente con i saldi di finanza pubblica”, l’opportunità di
iniziative normative per introdurre una flat tax giovani “per contrastare il
fenomeno della loro fuga all’estero e la perdita di capitale umano”. Il partito
di Matteo Salvini ha in compenso ritirato l’ordine del giorno che chiedeva di
aumentare i militari di ‘Strade sicure’, operazione che il testo definiva
“indispensabile per la sicurezza del nostro Paese che va mantenuta e potenziata,
anche per far fronte alle straordinarie esigenze connesse allo svolgimento dei
Giochi olimpici e paralimpici invernali ‘Milano – Cortina 2026’, alla minaccia
terroristica e al mantenimento dell’ordine pubblico, al fine di rafforzare i
presidi nelle città, ai confini, nelle stazioni e convogli ferroviari, nei siti
e luoghi sensibili”. Ma per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, quel
programma iniziato nel 2008 va chiuso.
Passato anche l’odg riformulato, firmato dal deputato azzurro Raffaele Nevi, che
chiede di estendere i benefici dell’iperammortamento ai beni prodotti fuori
dall’Unione europea riconsiderando la “clausola di esclusione” della manovra.
Secondo Repubblica, la mossa risponde alla preoccupazione del gruppo
statunitense Caterpillar, che ha scritto al governo chiedendo di modificare la
norma.
Bocciati invece gli odg dell’opposizione sul ripristino del reddito di
cittadinanza e sullo spostamento di fondi dalle spese militari alle risorse per
il servizio sanitario. “Lasciare gli indigenti privi di uno strumento come il
Rdc significa legittimare lo sfruttamento, alimentando il rischio di infortuni e
morti sul lavoro”, la protesta del capogruppo del M5S in commissione Lavoro alla
Camera, Dario Carotenuto. “Mentre l’intelligenza artificiale fa passi da
gigante, togliere diritti e usare la povertà come forma di ricatto è
ripugnante”. Sul secondo fronte Nicola Fratoianni di Avs attacca: “Andiamo ormai
verso un’economia di guerra e ci andiamo speditamente” mentre “6 milioni di
italiani – un numero mai visto – hanno rinunciato a curarsi, perché non se lo
possono permettere e perché il sistema sanitario nazionale non è in grado di
rispondere ai loro bisogni”.
La deputata del M5S Chiara Appendino, che aveva presentato un odg su misure a
sostegno delle politiche pubbliche integrate di sicurezza urbana, dal canto suo
mette il dito nella piaga dell’aumento dei crimini. “Giorgia Meloni e i suoi
vivono su un altro pianeta”, dice, perché “per la presidente del Consiglio i
cittadini si sentono tutti più sicuri, le baby-gang non esistono, periferie e
stazioni sono oasi felici. È vero il contrario. Allora a questa maggioranza
diciamo: aprite gli occhi. Nelle periferie i cittadini hanno paura di uscire di
casa, nelle città c’è il far west. È lo stesso Viminale a mettere in fila i
numeri del fallimento: scippi +8%, rapine +24%, violenze sessuali +34%”.
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spaccato la maggioranza. Ok agli odg della Lega su pensioni e flat tax giovani
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Addio a Quota 103 per l’anticipo pensionistico e a Opzione donna, stretta sulle
risorse destinate all’Ape sociale, adeguamento graduale dei requisiti
all’aumento dell’aspettativa di vita e una nuova spinta alla previdenza
integrativa, a partire dal Tfr dei neoassunti. La legge di Bilancio 2026, che
riceverà martedì il via libera finale con la fiducia, interviene sul sistema
previdenziale mandando in soffitta uno dei cavalli di battaglia della Lega: la
tante volte evocata cancellazione della legge Fornero.
Con la manovra non viene rinnovata Quota 103, lo schema di anticipo
pensionistico che consentiva l’uscita dal lavoro con almeno 62 anni di età e 41
di contributi. Esce di scena anche Opzione donna, che permetteva il
pensionamento anticipato alle lavoratrici con 61 anni di età e 41 anni di
contributi. Per il prossimo anno si restringe così ulteriormente il perimetro
delle uscite anticipate.
Resta in vigore anche nel 2026 l’Ape sociale, il meccanismo di anticipo
pensionistico riservato ai lavoratori impiegati in mansioni gravose e usuranti,
accessibile al raggiungimento dei 63 anni e 5 mesi di età. La conferma arriva
però insieme a una sforbiciata alle risorse: per gli usuranti è previsto un
taglio di 40 milioni di euro l’anno a partire dal 2033; per i lavoratori precoci
le risorse si ridurranno di 90 milioni nel 2032, di 140 milioni nel 2033 e di
190 milioni dal 2034 in poi.
Arriva poi l’adeguamento dei requisiti anagrafici all’aspettativa di vita. Il
governo ha deciso di non far scattare l’aumento in modo automatico e immediato,
ma di spalmarlo su un biennio, con un solo mese in più nel 2027 e tre mesi
complessivi a partire dal 2028, portando di fatto l’età pensionabile oltre i 67
anni oggi previsti.
Dal 1° luglio 2026 entra in vigore una delle misure più rilevanti sul fronte
della previdenza complementare. In assenza di un’esplicita opzione entro 60
giorni dall’assunzione, il Tfr dei neoassunti del settore privato confluirà
automaticamente nei fondi di previdenza integrativa attraverso il meccanismo del
silenzio-assenso, con l’obiettivo di ampliare la platea degli iscritti ai fondi
pensione.
La manovra cancella infine la norma prevista solo l’anno scorso che consentiva
ai lavoratori nel sistema contributivo di cumulare, al momento del
pensionamento, i contributi versati all’Inps con quelli destinati ai fondi
pensione. “Quella è una cosa introdotta l’anno scorso, dal nostro governo, che
pare non interessasse a nessuno”, ha detto il titolare dell’Economia, Giancarlo
Giorgetti, per spiegare l’ennesima marcia indietro.
L'articolo Addio a quota 103 e Opzione donna, aumento dell’età pensionabile e
spinta ai fondi: le novità in arrivo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 2026 porterà qualche buona novità per chi percepisce una pensione: l’assegno
previdenziale verrà adeguato all’inflazione. Ma di quanto aumenteranno gli
importi? Gli adeguamenti terranno conto della variazione dell’indice Istat dei
prezzi al consumo, che stando alle previsioni per il 2025 dovrebbero oscillare
tra l’1,4 e l’1,7 per cento. A fornire delle indicazioni utili per i diretti
interessati ci ha pensato un decreto del ministero dell’Economia pubblicato in
Gazzetta Ufficiale lo scorso 28 novembre 2025, che ha confermato come valore di
riferimento proprio l’1,4%.
PENSIONI 2026, COME SI CALCOLANO GLI AUMENTI
Ogni anno la pensione viene rivalutata adeguando gli importi erogati
all’inflazione. I calcoli vengono effettuati tenendo conto delle variazioni
contenute all’interno dell’indice Istat dei prezzi al consumo. Stiamo parlando
di quella che viene comunemente definita come perequazione delle pensioni. Le
indicazioni fornite fino a qualche tempo fa dall’Istat indicavano un potenziale
aumento dell’1,7%: oggi le stime sono un po’ più al ribasso e l’aumento
anticipato dall’Inps si ferma all’1,4%. È proprio quest’ultima percentuale che è
stata confermata in modo ufficiale dal Mef. Questo adeguamento, purtroppo, si
traduce in un aumento esiguo per i pensionati, anche se superiore rispetto a
quello che è stato registrato nel corso del 2025, quando ci si è fermati su uno
0,8%.
A CHI TOCCA LA RIVALUTAZIONE PIENA
È bene ricordare, però, che non tutti i pensionati riceveranno lo stesso
aumento: il meccanismo di rivalutazione, infatti, varia a seconda del
trattamento che viene riconosciuto al singolo soggetto. Non sempre, infatti,
l’aumento parametrato all’inflazione risulta essere pieno: la rivalutazione al
100% spetta, infatti, esclusivamente a quanti percepiscono l’assegno
previdenziale più basso. Man mano che l’importo cresce, l’incremento si riduce.
Nel 2026 il legislatore non ha previsto delle novità di rilievo per quanto
riguarda il meccanismo di rivalutazione degli importi delle pensioni, quindi la
situazione rimarrà quella che abbiamo già visto quest’anno, quando il meccanismo
della rivalutazione è stato suddiviso su tre differenti fasce di reddito: al
100% per quanti ricevono un importo fino a quattro volte il trattamento minimo;
il 90% per chi lo riceve tra quattro e cinque volte il minimo e il 75% per chi
riceve un importo superiore a sei volte il minimo. Per il 2025 il trattamento
minimo è pari a 603,40 euro: questo significa che le pensioni fino ad un importo
pari a 2.423,60 riceveranno un adeguamento pari al 100% dell’inflazione (ossia
pari all’1,4%). Per chi percepisce un importo compreso tra 4 e 5 volte il
trattamento minimo l’aumento previsto è pari all 1,26%, che scende all’1,05% per
chi va oltre le sei volte il trattamento minimo.
DI QUANTO AUMENTERANNO LE PENSIONI
Molto pragmaticamente di quanto aumenteranno gli assegni? Chi percepisce il
trattamento minimo di 603,40 euro otterrà un aumento di 8 euro. Gli aumenti
saranno modesti anche a fronte ad importi superiori: con un assegno pari a 900
euro si riusciranno ad ottenere 12 euro, mentre chi riceve una pensione di 1.200
euro riuscirà ad ottenere 16 euro. Quanti ricevono oltre 2.4123,60 euro al mese
non hanno diritto alla rivalutazione piena: con un assegno pari a 2.500 euro di
euro, si avrà diritto ad una rivalutazione di 34 euro, mentre chi riceve 3.500
euro riuscirà ad ottenere un aumento pari a 46 euro al mese. Per le pensioni
minime per quest’anno è stata prevista una rivalutazione straordinaria, che però
è pari al 2,2%: stiamo parlando di 3 euro al mese. Per il prossimo anno
l’aumento è dell’1,4%. Dal 2026 il trattamento minimo passerà a 611,85 euro
grazie alla rivalutazione, a cui si dovrà aggiungere un ulteriore aumento
straordinario dell’1,3%, pari a 7,95 euro: l’importo finale di attesterà a
619,79 euro. Importi, comunque vada, sempre troppo bassi per poter permettere di
vivere dignitosamente.
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all’inflazione proviene da Il Fatto Quotidiano.