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Pnrr, anche la Relazione del governo ammette le crepe. E la spesa arriva al 58% solo escludendo i progetti che slittano oltre il 2026
Nell’anno in cui la crescita economica è dichiaratamente in cima alle sue preoccupazioni, per Giorgia Meloni il Pnrr resta un’àncora di salvezza: senza i miliardi del piano che scade il prossimo 31 agosto l’Italia sarebbe in recessione. Ma, al netto dell’impatto immediato sul pil, dietro le rivendicazioni della premier sulla Penisola “capofila in Europa nell’attuazione” c’è una realtà fatta di investimenti andati a rilento che hanno reso necessarie ben sei revisioni degli obiettivi. In alcuni casi riducendo le ambizioni, in altri rinviando il completamento degli interventi ai prossimi anni attraverso il ricorso a strumenti finanziari gestiti da altri: basta trasferire i fondi e assicurarsi che la concessione dei contributi ai beneficiari finali sia definita entro agosto per poter poi spendere i soldi fino al 2029. Crepe che a una lettura attenta emergono anche dall’ultima relazione del governo al Parlamento, la settima, pubblicata a metà gennaio. Da cui emerge che, in attesa del nuovo decreto Pnrr che secondo il ministro il ministro per gli Affari europei e il Pnrr Tommaso Foti dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri questa settimana, lo stato di avanzamento medio del piano dal punto di vista della spesa effettiva si ferma al 58,4%. Quota tra l’altro gonfiata dal fatto che le tabelle depurano le cifre complessive assegnate alle amministrazioni dalle risorse poi spostate in facility gestite da soggetti come Cdp o Invitalia. DIFFICOLTÀ NEI PAGAMENTI, CONTENZIOSI E OCCUPAZIONI ABUSIVE “L’evoluzione positiva del dato sulla spesa nonché l’avanzamento fisico ed economico dei progetti sull’intero territorio nazionale che ci consente di richiedere anche il pagamento della nona e penultima rata del Piano certificano che il Pnrr dell’Italia rappresenta un modello virtuoso da seguire”, garantisce Meloni nell’introduzione. Ma basta arrivare a pagina 21, dove si dà conto delle criticità riscontrate dalle Cabine di coordinamento istituite presso le Prefetture, per trovare il resoconto di “rallentamenti procedurali dovuti a imprevisti emersi in fase esecutiva, anche connessi a risoluzioni o rescissioni contrattuali”. A cui si sommano problemi finanziari tutt’altro che marginali: in particolare la ben nota “difficoltà nei pagamenti alle imprese esecutrici, spesso riconducibili alla mancanza di risorse proprie degli enti attuatori per anticipare la spesa”, che finisce per rallentare i cantieri anche in presenza di risorse già assegnate. Non mancano poi “contenziosi insorti nelle procedure di gara” e “ritardi nel rilascio di pareri, nulla osta e autorizzazioni da parte delle amministrazioni competenti”, elementi che contribuiscono ad allungare i tempi di realizzazione ben oltre quanto previsto dal cronoprogramma. Ecco perché in diversi casi è stato necessario intervenire direttamente sul disegno degli interventi per “modificare le aree o le localizzazioni degli investimenti” a fronte di vincoli emersi solo in fase attuativa, oppure di progetti rallentati da “documentazione incompleta o non conforme”. La Relazione cita anche situazioni limite, come la presenza di “occupazioni abusive delle aree interessate dagli interventi, che richiedono l’attivazione di procedimenti di sgombero forzoso prima dell’avvio dei lavori”. A valle, le Cabine di coordinamento segnalano poi “criticità nella rendicontazione degli interventi e nell’aggiornamento delle informazioni sul sistema ReGiS”, con effetti a catena sul monitoraggio complessivo del Piano. Si capisce, così, perché lo scorso anno si sia resa necessaria una nuova imponente revisione che ha riguardato ben 173 misure, compresi “ridimensionamenti” giustificati con cambiamenti nelle condizioni di mercato, modifiche nella domanda, aumenti dei costi e eventi climatici estremi. LA SPESA EFFETTIVA E LA CLASSIFICA CHE “TRUCCA” L’EFFICIENZA DEI MINISTERI Con queste premesse come procede la spesa effettiva? Al 30 novembre 2025, dice la Relazione, si attestava a 101,3 miliardi di euro, il 72,35% delle risorse ricevute dall’Italia e il 52% della dotazione totale di 194,4 miliardi della Recovery and resilience facility. Ma scoprire chi è stato più efficiente non è facile perché il governo ha sì calcolato uno stato di avanzamento distinto per ogni ministero, ma l’ha fatto considerando la spesa “al netto degli strumenti finanziari” messi in campo per poter spendere 23,8 miliardi oltre il 2026 e depurando anche la dotazione complessiva dalle risorse destinate a misure che non saranno completate quest’anno. Anche così, la quota di spesa già sostenuta si ferma in media al 58,4%. In testa, con questo escamotage, si piazza il ministero delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso, che ha utilizzato l’88% dei 22,6 miliardi di competenza complice l’erogazione di incentivi come quelli di Transizione 4.0 che non richiedono particolare capacità amministrativa (oltre a non prevedere vincoli ambientali per le imprese richiedenti). Ma la posizione è falsata dal fatto che ben 7,6 miliardi sono stati dirottati in fondi gestiti da soggetti attuatori terzi. Per rimediare ai ritardi del piano per la banda ultralarga, per esempio, con l’ultima revisione del Piano oltre 900 milioni di euro sono stati spostati in un nuovo “Fondo Nazionale Connettività” gestito da Invitalia che dovrà “garantire mediante nuove procedure a evidenza pubblica la piena copertura dei civici nelle aree del Piano Italia a 1 Giga”. E altri 3,2 miliardi sono finiti in uno strumento per competitività e resilienza delle catene di approvvigionamento strategiche sempre sotto il controllo di Invitalia. Seguono, con dotazioni ben più contenute, il ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti – con un avanzamento del 72,8% su un totale di 320 milioni – e il ministero della Giustizia di Carlo Nordio (69% di 2,7 miliardi). Quello dell’Università e della Ricerca guidato da Anna Maria Bernini ha speso il 66,9% dei 10,9 miliardi assegnati, ma ha fatto flop rispetto all’obiettivo di garantire la creazione di 60mila nuovi posti letto per studenti universitari: motivo per cui 600 milioni destinati a quella misura sono stati trasferiti a una nuova facility finanziaria gestita da Cassa depositi e prestiti. E ancora: stando alle tabelle della relazione il ministero dell’Ambiente di Gilberto Pichetto Fratin ha usato il 65,1% di 26,9 miliardi a disposizione, che però erano 31 prima che le Comunità energetiche perdessero per strada 1,4 miliardi su 2,2 e che per lo sviluppo agro-voltaico e quello del bio metano nascessero due nuovi programmi di sovvenzione ad hoc, da 1 e 2,2 miliardi rispettivamente, gestiti dal Gse. Più indietro si piazza il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini, che resta il perno finanziario del Piano con una dotazione di quasi 39 miliardi al netto delle facility (oltre 41 totali): ha erogato 22,18 miliardi, con un avanzamento del 56,9%. Ma il leader del Carroccio ha dovuto prendere atto tra il testo di “criticità strutturali legate alla realizzazione di alcuni progetti” legati alla tutela delle risorse idriche: per questo la revisione dello scorso anno ha previsto la creazione di un nuovo Fondo per gli investimenti sulle infrastrutture idriche da 1 miliardo, oltre alla destinazione di 1,2 miliardi destinati all’efficienza del settore ferroviario a una nuova società che – stando alle bozze del prossimo decreto Pnrr – acquisterà i treni Intercity in vista di una liberalizzazione del servizio. Poco sopra la metà della spesa si collocano anche il ministero dell’Interno di Matteo Piantedosi (58%) e quello dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara (54%). GLI ULTIMI IN CLASSIFICA La parte bassa della classifica conferma che sul fronte della sanità il piano che doveva dotare il Paese di 381 ospedali di comunità e 1.350 case di comunità in grado di offrire assistenza sul territorio arranca. La percentuale di avanzamento della spesa per il dicastero di Orazio Schillaci si ferma al 49,5% dei 15,6 miliardi assegnati. Ancora più indietro il Ministero dell’Agricoltura guidato da Francesco Lollobrigida (34,4% di 4,1 miliardi), che però sarebbe messo ancora peggio se si tenesse conto che 4,7 miliardi sono stati trasferiti a un Fondo rotativo per i contratti di filiera gestito da Ismea e in misura minore a un Dispositivo per il parco agrisolare in mano al Gse. In coda la Cultura di Alessandro Giuli (27,4%), il ministero del Lavoro di Marina Calderone (26,5%) e, fanalino di coda, il ministero del Turismo guidato da Daniela Santanchè, che ha speso appena il 19% delle risorse assegnate. E con l’ultima revisione ha visto ridimensionare gli incentivi finanziari per le imprese turistiche per migliorare l’efficienza energetica e il Fondo tematico Bei causa “insufficiente assorbimento delle risorse stanziate” ed eliminare del tutto dal Piano il Fondo Nazionale Turismo “alla luce dei tempi incompatibili con gli obblighi Pnrr”. L'articolo Pnrr, anche la Relazione del governo ammette le crepe. E la spesa arriva al 58% solo escludendo i progetti che slittano oltre il 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giorgia Meloni
Recovery Fund
Osservatorio Recovery
Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata
La modifica finora è passata sotto silenzio. Ma il governo Meloni due mesi fa ha di fatto messo nero su bianco la rinuncia a raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riduzione dell’evasione fiscale concordati dall’Italia con la Ue nel 2021, ai tempi dell’approvazione del Pnrr. L’ha fatto con la sesta revisione del piano, che ha ottenuto il via libera definitivo da parte del Consiglio il 27 novembre. Tra le 173 misure modificate c’è infatti anche la riforma dell’amministrazione fiscale, che nella versione originaria prevedeva un calo corposo della cosiddetta “propensione a evadere“, cioè il rapporto tra il gettito che manca all’appello e quello atteso: entro la metà di quest’anno Roma avrebbe dovuto dimostrare un calo del 15% della stima relativa al 2024 rispetto a quella del 2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a un’evasione tributaria da 87 miliardi). Quella milestone è scomparsa. Traduzione: il ministero dell’Economia non conta più di riuscire a ridurre di circa 13 miliardi la cifra nascosta al fisco sotto forma di Irpef dei lavoratori autonomi e dei dipendenti, Iva, Ires, Irap, imposte sulle locazioni e canone Rai. Risultato che nel 2021 il governo Draghi aveva programmato di ottenere attraverso una serie di interventi che andavano dalla messa in pratica del sempre invocato incrocio delle banche dati alle multe per chi rifiuta pagamenti con carta, da affiancare a un aumento delle lettere che “invitano” i contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Come non detto. Al posto della relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di Bilancio, che andranno finalizzate entro il secondo trimestre: l’invio dei dati della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la dichiarazione. Non solo. Il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del 2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. I motivi della modifica non sono stati chiariti, ma pare un chiaro segno che a via XX Settembre si attendono per il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un peggioramento dell’indicatore. E per non rischiare ritengono più prudente che il calcolo tenga conto anche del buon risultato del 2022. La preoccupazione non sorprende chi ha seguito passo passo l’evoluzione delle stime sull’andamento dell’evasione fiscale a valle della manovra per il 2023, la prima di Meloni e Giorgetti, che è stata infarcita di condoni e sanatorie. Nel 2024 il Tesoro nel Piano strutturale di bilancio, che ha sostituito la vecchia Nota di aggiornamento al Def incorporando anche il rapporto sui risultati della lotta all’evasione, ha rilevato per il 2023 una “battuta d’arresto” nel miglioramento della compliance fiscale. E la Relazione 2025 sull’economia non osservata ha attestato che nel 2022 l’evasione complessiva tra tasse e contributi è tornata sopra i 100 miliardi di euro anche se in termini percentuali il “tax gap” si è ridotto leggermente, al 17%, comunque sopra il 16,6% che costituiva l’obiettivo 2024 stando alla prima versione del Pnrr. Nel Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione, poi, il Mef non ha indicato le eventuali risorse da destinare nel 2025 al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, che stando alla legge viene rimpinguato solo se le maggiori entrate strutturali derivanti da adempimento fiscale stimate per l’ultimo anno disponibile (in questo caso il 2022) sono considerate “solide” perché nei tre anni successivi non ci sono stati peggioramenti. Il ministero ha fatto sapere al fattoquotidiano.it che non si erano “verificate le condizioni”. “Come abbiamo fatto notare al ministro Tommaso Foti in cabina di regia già lo scorso settembre, viste le scelte del governo in materia di lotta all’evasione c’erano forti dubbi sul raggiungimento degli obiettivi”, commenta Gigi Caramia, responsabile nazionale Pnrr per l’Area Politiche dello sviluppo della Cgil. “Con la revisione il governo, con il placet della Commissione Europea, ha alzato bandiera bianca, a conferma che il 15% non si sarebbe raggiunto e che, anzi, la propensione all’evasione sta probabilmente aumentando, incentivata da condoni e rottamazioni”. L'articolo Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giancarlo Giorgetti
Evasione Fiscale
Ministero dell'Economia e delle Finanze
Osservatorio Recovery