Nell’anno in cui la crescita economica è dichiaratamente in cima alle sue
preoccupazioni, per Giorgia Meloni il Pnrr resta un’àncora di salvezza: senza i
miliardi del piano che scade il prossimo 31 agosto l’Italia sarebbe in
recessione. Ma, al netto dell’impatto immediato sul pil, dietro le
rivendicazioni della premier sulla Penisola “capofila in Europa nell’attuazione”
c’è una realtà fatta di investimenti andati a rilento che hanno reso necessarie
ben sei revisioni degli obiettivi. In alcuni casi riducendo le ambizioni, in
altri rinviando il completamento degli interventi ai prossimi anni attraverso il
ricorso a strumenti finanziari gestiti da altri: basta trasferire i fondi e
assicurarsi che la concessione dei contributi ai beneficiari finali sia definita
entro agosto per poter poi spendere i soldi fino al 2029. Crepe che a una
lettura attenta emergono anche dall’ultima relazione del governo al Parlamento,
la settima, pubblicata a metà gennaio. Da cui emerge che, in attesa del nuovo
decreto Pnrr che secondo il ministro il ministro per gli Affari europei e il
Pnrr Tommaso Foti dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri questa settimana,
lo stato di avanzamento medio del piano dal punto di vista della spesa effettiva
si ferma al 58,4%. Quota tra l’altro gonfiata dal fatto che le tabelle depurano
le cifre complessive assegnate alle amministrazioni dalle risorse poi spostate
in facility gestite da soggetti come Cdp o Invitalia.
DIFFICOLTÀ NEI PAGAMENTI, CONTENZIOSI E OCCUPAZIONI ABUSIVE
“L’evoluzione positiva del dato sulla spesa nonché l’avanzamento fisico ed
economico dei progetti sull’intero territorio nazionale che ci consente di
richiedere anche il pagamento della nona e penultima rata del Piano certificano
che il Pnrr dell’Italia rappresenta un modello virtuoso da seguire”, garantisce
Meloni nell’introduzione. Ma basta arrivare a pagina 21, dove si dà conto delle
criticità riscontrate dalle Cabine di coordinamento istituite presso le
Prefetture, per trovare il resoconto di “rallentamenti procedurali dovuti a
imprevisti emersi in fase esecutiva, anche connessi a risoluzioni o rescissioni
contrattuali”. A cui si sommano problemi finanziari tutt’altro che marginali: in
particolare la ben nota “difficoltà nei pagamenti alle imprese esecutrici,
spesso riconducibili alla mancanza di risorse proprie degli enti attuatori per
anticipare la spesa”, che finisce per rallentare i cantieri anche in presenza di
risorse già assegnate. Non mancano poi “contenziosi insorti nelle procedure di
gara” e “ritardi nel rilascio di pareri, nulla osta e autorizzazioni da parte
delle amministrazioni competenti”, elementi che contribuiscono ad allungare i
tempi di realizzazione ben oltre quanto previsto dal cronoprogramma. Ecco perché
in diversi casi è stato necessario intervenire direttamente sul disegno degli
interventi per “modificare le aree o le localizzazioni degli investimenti” a
fronte di vincoli emersi solo in fase attuativa, oppure di progetti rallentati
da “documentazione incompleta o non conforme”.
La Relazione cita anche situazioni limite, come la presenza di “occupazioni
abusive delle aree interessate dagli interventi, che richiedono l’attivazione di
procedimenti di sgombero forzoso prima dell’avvio dei lavori”. A valle, le
Cabine di coordinamento segnalano poi “criticità nella rendicontazione degli
interventi e nell’aggiornamento delle informazioni sul sistema ReGiS”, con
effetti a catena sul monitoraggio complessivo del Piano. Si capisce, così,
perché lo scorso anno si sia resa necessaria una nuova imponente revisione che
ha riguardato ben 173 misure, compresi “ridimensionamenti” giustificati con
cambiamenti nelle condizioni di mercato, modifiche nella domanda, aumenti dei
costi e eventi climatici estremi.
LA SPESA EFFETTIVA E LA CLASSIFICA CHE “TRUCCA” L’EFFICIENZA DEI MINISTERI
Con queste premesse come procede la spesa effettiva? Al 30 novembre 2025, dice
la Relazione, si attestava a 101,3 miliardi di euro, il 72,35% delle risorse
ricevute dall’Italia e il 52% della dotazione totale di 194,4 miliardi della
Recovery and resilience facility. Ma scoprire chi è stato più efficiente non è
facile perché il governo ha sì calcolato uno stato di avanzamento distinto per
ogni ministero, ma l’ha fatto considerando la spesa “al netto degli strumenti
finanziari” messi in campo per poter spendere 23,8 miliardi oltre il 2026 e
depurando anche la dotazione complessiva dalle risorse destinate a misure che
non saranno completate quest’anno. Anche così, la quota di spesa già sostenuta
si ferma in media al 58,4%.
In testa, con questo escamotage, si piazza il ministero delle Imprese e del Made
in Italy guidato da Adolfo Urso, che ha utilizzato l’88% dei 22,6 miliardi di
competenza complice l’erogazione di incentivi come quelli di Transizione 4.0 che
non richiedono particolare capacità amministrativa (oltre a non prevedere
vincoli ambientali per le imprese richiedenti). Ma la posizione è falsata dal
fatto che ben 7,6 miliardi sono stati dirottati in fondi gestiti da soggetti
attuatori terzi. Per rimediare ai ritardi del piano per la banda ultralarga, per
esempio, con l’ultima revisione del Piano oltre 900 milioni di euro sono stati
spostati in un nuovo “Fondo Nazionale Connettività” gestito da Invitalia che
dovrà “garantire mediante nuove procedure a evidenza pubblica la piena copertura
dei civici nelle aree del Piano Italia a 1 Giga”. E altri 3,2 miliardi sono
finiti in uno strumento per competitività e resilienza delle catene di
approvvigionamento strategiche sempre sotto il controllo di Invitalia.
Seguono, con dotazioni ben più contenute, il ministero dell’Economia di
Giancarlo Giorgetti – con un avanzamento del 72,8% su un totale di 320 milioni –
e il ministero della Giustizia di Carlo Nordio (69% di 2,7 miliardi). Quello
dell’Università e della Ricerca guidato da Anna Maria Bernini ha speso il 66,9%
dei 10,9 miliardi assegnati, ma ha fatto flop rispetto all’obiettivo di
garantire la creazione di 60mila nuovi posti letto per studenti universitari:
motivo per cui 600 milioni destinati a quella misura sono stati trasferiti a una
nuova facility finanziaria gestita da Cassa depositi e prestiti. E ancora:
stando alle tabelle della relazione il ministero dell’Ambiente di Gilberto
Pichetto Fratin ha usato il 65,1% di 26,9 miliardi a disposizione, che però
erano 31 prima che le Comunità energetiche perdessero per strada 1,4 miliardi su
2,2 e che per lo sviluppo agro-voltaico e quello del bio metano nascessero due
nuovi programmi di sovvenzione ad hoc, da 1 e 2,2 miliardi rispettivamente,
gestiti dal Gse.
Più indietro si piazza il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini, che
resta il perno finanziario del Piano con una dotazione di quasi 39 miliardi al
netto delle facility (oltre 41 totali): ha erogato 22,18 miliardi, con un
avanzamento del 56,9%. Ma il leader del Carroccio ha dovuto prendere atto tra il
testo di “criticità strutturali legate alla realizzazione di alcuni progetti”
legati alla tutela delle risorse idriche: per questo la revisione dello scorso
anno ha previsto la creazione di un nuovo Fondo per gli investimenti sulle
infrastrutture idriche da 1 miliardo, oltre alla destinazione di 1,2 miliardi
destinati all’efficienza del settore ferroviario a una nuova società che –
stando alle bozze del prossimo decreto Pnrr – acquisterà i treni Intercity in
vista di una liberalizzazione del servizio. Poco sopra la metà della spesa si
collocano anche il ministero dell’Interno di Matteo Piantedosi (58%) e quello
dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara (54%).
GLI ULTIMI IN CLASSIFICA
La parte bassa della classifica conferma che sul fronte della sanità il piano
che doveva dotare il Paese di 381 ospedali di comunità e 1.350 case di comunità
in grado di offrire assistenza sul territorio arranca. La percentuale di
avanzamento della spesa per il dicastero di Orazio Schillaci si ferma al 49,5%
dei 15,6 miliardi assegnati. Ancora più indietro il Ministero dell’Agricoltura
guidato da Francesco Lollobrigida (34,4% di 4,1 miliardi), che però sarebbe
messo ancora peggio se si tenesse conto che 4,7 miliardi sono stati trasferiti a
un Fondo rotativo per i contratti di filiera gestito da Ismea e in misura minore
a un Dispositivo per il parco agrisolare in mano al Gse. In coda la Cultura di
Alessandro Giuli (27,4%), il ministero del Lavoro di Marina Calderone (26,5%) e,
fanalino di coda, il ministero del Turismo guidato da Daniela Santanchè, che ha
speso appena il 19% delle risorse assegnate. E con l’ultima revisione ha visto
ridimensionare gli incentivi finanziari per le imprese turistiche per migliorare
l’efficienza energetica e il Fondo tematico Bei causa “insufficiente
assorbimento delle risorse stanziate” ed eliminare del tutto dal Piano il Fondo
Nazionale Turismo “alla luce dei tempi incompatibili con gli obblighi Pnrr”.
L'articolo Pnrr, anche la Relazione del governo ammette le crepe. E la spesa
arriva al 58% solo escludendo i progetti che slittano oltre il 2026 proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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La modifica finora è passata sotto silenzio. Ma il governo Meloni due mesi fa ha
di fatto messo nero su bianco la rinuncia a raggiungere gli ambiziosi obiettivi
di riduzione dell’evasione fiscale concordati dall’Italia con la Ue nel 2021, ai
tempi dell’approvazione del Pnrr. L’ha fatto con la sesta revisione del piano,
che ha ottenuto il via libera definitivo da parte del Consiglio il 27 novembre.
Tra le 173 misure modificate c’è infatti anche la riforma dell’amministrazione
fiscale, che nella versione originaria prevedeva un calo corposo della
cosiddetta “propensione a evadere“, cioè il rapporto tra il gettito che manca
all’appello e quello atteso: entro la metà di quest’anno Roma avrebbe dovuto
dimostrare un calo del 15% della stima relativa al 2024 rispetto a quella del
2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a
un’evasione tributaria da 87 miliardi). Quella milestone è scomparsa.
Traduzione: il ministero dell’Economia non conta più di riuscire a ridurre di
circa 13 miliardi la cifra nascosta al fisco sotto forma di Irpef dei lavoratori
autonomi e dei dipendenti, Iva, Ires, Irap, imposte sulle locazioni e canone
Rai. Risultato che nel 2021 il governo Draghi aveva programmato di ottenere
attraverso una serie di interventi che andavano dalla messa in pratica del
sempre invocato incrocio delle banche dati alle multe per chi rifiuta pagamenti
con carta, da affiancare a un aumento delle lettere che “invitano” i
contribuenti ad adempiere ai doveri fiscali. Come non detto. Al posto della
relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata
ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di
Bilancio, che andranno finalizzate entro il secondo trimestre: l’invio dei dati
della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle
compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la
liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la
dichiarazione.
Non solo. Il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base
al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del
dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione
fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in
assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno
risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari
al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del
2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media
del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. I motivi della modifica non sono
stati chiariti, ma pare un chiaro segno che a via XX Settembre si attendono per
il 2023, il primo anno “pieno” con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, un
peggioramento dell’indicatore. E per non rischiare ritengono più prudente che il
calcolo tenga conto anche del buon risultato del 2022.
La preoccupazione non sorprende chi ha seguito passo passo l’evoluzione delle
stime sull’andamento dell’evasione fiscale a valle della manovra per il 2023, la
prima di Meloni e Giorgetti, che è stata infarcita di condoni e sanatorie. Nel
2024 il Tesoro nel Piano strutturale di bilancio, che ha sostituito la vecchia
Nota di aggiornamento al Def incorporando anche il rapporto sui risultati della
lotta all’evasione, ha rilevato per il 2023 una “battuta d’arresto” nel
miglioramento della compliance fiscale. E la Relazione 2025 sull’economia non
osservata ha attestato che nel 2022 l’evasione complessiva tra tasse e
contributi è tornata sopra i 100 miliardi di euro anche se in termini
percentuali il “tax gap” si è ridotto leggermente, al 17%, comunque sopra il
16,6% che costituiva l’obiettivo 2024 stando alla prima versione del Pnrr. Nel
Rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto
all’evasione, poi, il Mef non ha indicato le eventuali risorse da destinare nel
2025 al Fondo per la riduzione della pressione fiscale, che stando alla legge
viene rimpinguato solo se le maggiori entrate strutturali derivanti da
adempimento fiscale stimate per l’ultimo anno disponibile (in questo caso il
2022) sono considerate “solide” perché nei tre anni successivi non ci sono stati
peggioramenti. Il ministero ha fatto sapere al fattoquotidiano.it che non si
erano “verificate le condizioni”.
“Come abbiamo fatto notare al ministro Tommaso Foti in cabina di regia già lo
scorso settembre, viste le scelte del governo in materia di lotta all’evasione
c’erano forti dubbi sul raggiungimento degli obiettivi”, commenta Gigi Caramia,
responsabile nazionale Pnrr per l’Area Politiche dello sviluppo della Cgil. “Con
la revisione il governo, con il placet della Commissione Europea, ha alzato
bandiera bianca, a conferma che il 15% non si sarebbe raggiunto e che, anzi, la
propensione all’evasione sta probabilmente aumentando, incentivata da condoni e
rottamazioni”.
L'articolo Cancellato dal Pnrr l’obiettivo più ambizioso di riduzione
dell’evasione: il governo teme che nel 2023 e 2024 sia aumentata proviene da Il
Fatto Quotidiano.