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Pollo scaduto servito nei Kfc di Cechia e Danimarca: noi di Essere Animali chiediamo garanzie per l’Italia
di Simone Montuschi La multinazionale del pollo fritto KFC è al centro di un doppio scandalo che ha colpito i ristoranti di Danimarca e Repubblica Ceca. In entrambi i paesi, alcune inchieste giornalistiche hanno rivelato presunte pratiche illecite legate alla manipolazione delle date di scadenza sulla carne. Secondo alcune testimonianze, i dipendenti avrebbero servito ai clienti pollo scongelato oltre la data di scadenza, aggiornando le confezioni con nuove etichette che venivano stampate all’occorrenza. In Danimarca, gli ispettori dell’Autorità Veterinaria e Alimentare hanno trovato pollo conservato in frigoriferi caldi e sporchi, carne non etichettata correttamente e in alcuni casi coperta da muffa. KFC Danimarca ha deciso di chiudere definitivamente tutti i ristoranti danesi fino a quando non troverà un nuovo operatore in franchising. In Repubblica Ceca l’Autorità Statale di Ispezione Agricola e Alimentare (SZPI) ha effettuato oltre 140 ispezioni in tutti i ristoranti KFC, in alcuni casi più volte, riscontrando violazioni in circa una sede su tre. Per questo motivo, Essere Animali ha diffuso un video con il quale denuncia che da KFC “si sa davvero come sporcarsi”, riprendendo e ribaltando un recente claim pubblicitario di KFC Italia, e chiedendo all’azienda prove documentali dell’assenza di casistiche analoghe nei 150 ristoranti presenti nel nostro paese. Non solo: perché ancora una volta Essere Animali è tornata a chiedere soprattutto un maggior impegno nel garantire standard più elevati ai polli allevati nelle loro filiere. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Essere Animali (@essereanimali) Dal 2023 Essere Animali porta avanti una campagna sostenuta da decine di migliaia di persone con la quale chiede a KFC Italia di sottoscrivere lo European Chicken Commitment (Ecc), una serie di criteri che hanno l’obiettivo di migliorare le condizioni dei polli negli allevamenti, tra cui la riduzione delle densità di allevamento, l’utilizzo di razze a più lento accrescimento, la presenza di arricchimenti ambientali e l’uso di metodi di stordimento più rispettosi. Come mostrano le inchieste diffuse da Essere Animali, negli allevamenti che riforniscono KFC Italia, migliaia di polli soffrono ogni giorno: stipati in capannoni sovraffollati, costretti a vivere tra i loro escrementi e selezionati geneticamente per crescere così in fretta da non riuscire nemmeno a reggersi in piedi. Da ormai quasi tre anni cerchiamo un dialogo con il colosso del pollo fritto, che nel nostro Paese conta ormai 150 ristoranti, ma l’azienda non si è mai dimostrata aperta al confronto o interessata a migliorare la propria politica aziendale sul benessere dei polli. Secondo il report The Pecking Order 2025, che analizza le comunicazioni pubbliche delle principali catene di fast-food e ristoranti in Europa rispetto alle richieste dell’Ecc, KFC Italia non ha registrato nessun avanzamento di livello rispetto all’edizione 2024 e ha ricevuto ancora una volta una valutazione “scarsa”. È inaccettabile che di fronte ai nostri ripetuti tentativi di dialogo l’azienda continui a ignorare gli appelli di Essere Animali e di oltre 50mila persone che in questi anni hanno firmato la nostra petizione. Con un fatturato di 179 milioni di euro e l’obiettivo di superare i 200 punti vendita entro il 2027, KFC Italia può e deve fare di più per rispondere alle richieste dei consumatori, che chiedono più trasparenza e un maggiore impegno per i polli. Chiedi anche tu a KFC Italia di migliorare le condizioni dei polli: firma la petizione. L'articolo Pollo scaduto servito nei Kfc di Cechia e Danimarca: noi di Essere Animali chiediamo garanzie per l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caporalato, ispezioni in Burger King, McDonald’s, Esselunga e Kfc per verificare i modelli organizzativi
Insieme a Deliveroo, nel mirino dei controlli per evitare il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori finiscono alcuni big della grande distribuzione e del fast food: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai e KFC Kentucky Fried Chicken. Ieri nelle sedi milanesi dei gruppi – non indagati – sono arrivati carabinieri e ispettori del lavoro, perché tutti sono in “rapporti contrattuali” con Deliveroo e si avvalgono degli stessi “rider” della piattaforma. Dopo Glovo-Foodinho anche Deliveroo è stato raggiunto da un decreto di controllo giudiziario d’urgenza disposto dal pubblico ministero Paolo Storari: gli inquirenti ipotizzano un sistema di caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila nella penisola, con paghe fino al 90% più basse della “soglia di povertà”. I carabinieri del Gruppo tutela lavoro e i funzionari dell‘Ispettorato nazionale sul lavoro (Inl) hanno bussato contemporaneamente alla porta delle multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e dei fast food. Nelle sedi, tutte collocate fra Milano e Assago, è stato chiesto di esibire “modelli organizzativi” per “verificare” se sono “idonei” a “impedire” il caporalato lungo la filiera e fra i propri fornitori. Sembra l’approccio già utilizzato a dicembre per 13 fra i principali brand di moda e del made in Italy: fornire “organigrammi aziendali”, “sistemi di controllo interni”, i modelli 231, il “registro delle segnalazioni Whistleblowing” e l’attività di audit svolti rispetto alla “gestione dei fornitori di materie prime, beni e servizi” e alla esternalizzazione “anche parziale, della produzione, dal 2023 a oggi”. Se le regole e prassi aziendali risultassero inadeguate a prevenire sfruttamento e caporalato, si potrebbe configurare un’agevolazione colposa del caporalato: la contestazione sollevata dal pubblico ministero Paolo Storari – negli ultimi due anni – contro marchi del lusso come Armani, Dior, Louis Vuitton. Nessuno dei 7 gruppi è indagato, ma sono in rapporti contrattuali con Deliveroo e si avvalgono degli stessi “rider”: inclusi i 50 “fattorini” già sentiti come testimoni. Il loro reddito da lavoro (presunto) autonomo è stato confrontato con le soglie di povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento, cioè quello della logistica. Risultato: il 73% dei lavoratori percepisce cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese, soglia sotto la quale si rischia di scivolare in povertà secondo un’analisi del luglio 2024 basata su dati Istat, con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro all’anno. Rispetto al contratto nazionale risultano sottopagati l’86,5% dei rider. Fra loro c’è chi lavora “7 giorni su 7” per circa “11 ore di continuo”, loggandosi sull’app alle 11 del mattino e poi staccando alle 22 per “svolgere un secondo lavoro come facchino” arrivando a cumulare turni da “20 ore” in alcuni giorni della settimana per poter “pagare 650 euro tra affitto e utenze” e mandare altri “600 euro” alla famiglia in Nigeria. Un “ritmo di vita” che “mi sta logorando, sia fisicamente che mentalmente”, ha messo a verbale. Le paghe fisse individuate sono fra i 3-4 euro a consegna. Il resto variabile “in base ai chilometri calcolati dall’algoritmo”, ha spiegato un altro ciclofattorino che percorre fino “150 chilometri al giorno”. Nessuno può “determinare autonomamente la tariffa”, si legge nelle 60 pagine del provvedimento, perché nell’epoca del “controllo digitale” tutti gli aspetti del ciclo lavorativo sono disciplinati dall’app: assegnazione degli ordini, workflow, geolocalizzazione, monitoraggio tramite “telemetria e stati”, sistemi reputazionali/penalizzazioni che incidono sulle “occasioni di lavoro” e sui “blocchi” degli “account”. Entro 10 giorni, il giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi deciderà sulla convalida del decreto urgente e la nomina dell’amministratore giudiziario. Se il provvedimento riceverà luce verde, al dottor Massimiliano Poppi sarà affidato l’incarico di procedere alla “regolarizzazione” di tutti i ciclofattorini che “all’avvio” dell’inchiesta risultavano in servizio. Dovrà garantire il “rispetto delle norme” che, se violate, integrano il reato di caporalato e adottare “assetti organizzativi” societari per “evitare il ripetersi” dei fenomeni di “sfruttamento” anche prendendo scelte in “difformità” da quelle proposte da Deliveroo. Come già avvenuto per Glovo il 19 febbraio, il gip potrebbe anche imporre di “introdurre un algoritmo” che sia “capace di garantire” ai rider “un reddito compatibile con i dettami costituzionali” e “ricalcolare” gli stipendi “finora” corrisposti per rispettare il diritto a una retribuzione proporzionata alla “quantità” e alla “qualità” del lavoro svolto e comunque sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”. L'articolo Caporalato, ispezioni in Burger King, McDonald’s, Esselunga e Kfc per verificare i modelli organizzativi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ristoranti e fast food, in Italia su sette catene solo Ikea prende impegni per i polli nella filiera. Roma fanalino di coda in Europa
Ristoranti e fast food alla prova in tema di benessere dei polli. Nella classifica europea stilata da The Pecking Order, il report che dal 2019 valuta come le grandi catene si occupano della questione lungo le loro filiere, su sette Paesi esaminati nel 2025, l’Italia è penultima. I dati dell’analisi condotta su 81 aziende, diffusi da Essere Animali, mostrano che – anche rispetto alle classifiche degli scorsi anni – la Francia migliora tre volte più rapidamente dell’Italia, la Repubblica Ceca due volte più velocemente. Danimarca e Svezia, inserite quest’anno per la prima volta nella valutazione, superano immediatamente Roma e si posizionino tra i primi posti della classifica. Morale: l’Italia è al penultimo posto a pari merito con la Polonia, superando di pochi punti soltanto la Romania. E anche se Spagna e Germania non sono incluse nell’analisi 2025, in questi Paesi diverse aziende hanno un impegno European Chicken Commitment, una serie di criteri che hanno l’obiettivo di garantire standard più elevati ai polli negli allevamenti. In Germania queste aziende sono nove e, tra queste, anche catene che in Italia non prendono gli stessi provvedimenti. “Ancora una volta i dati che emergono dal report The Pecking Order sono profondamente allarmanti” commenta Simone Montuschi, presidente di Essere Animali. E aggiunge: “Le grandi aziende italiane di ristorazione e fast food continuano a fare pochissimo rispetto a quelle di altri Paesi come Francia, Svezia o Danimarca”. I CRITERI DI VALUTAZIONE The Pecking Order 2025 è un progetto collaborativo di World Animal Protection, Humane Society International, Obraz ed Essere Animali. La valutazione delle aziende basa, da un lato, su impegni e obiettivi e, dall’altro, sulla comunicazione dei progressi. Facendo la media dei punteggi ottenuti in ciascuna sezione, le aziende ricevono una valutazione complessiva e vengono classificate su sei livelli a seconda della fase di miglioramento in cui si trovano: molto scarso, scarso, miglioramento iniziato, progressi in corso, buoni progressi, in testa al cambiamento. I criteri di valutazione di The Pecking Order rispecchiano le richieste dello European Chicken Commitment, che prendono in considerazione le priorità principali in tema di benessere dei polli: densità di allevamento, razze, arricchimenti ambientali, metodi di stordimento e audit di un ente terzo. L’ITALIA ARRANCA E RESTA SOTTO LA MEDIA EUROPEA In Italia, dove The Pecking Order è stato realizzato in collaborazione con Essere Animali, sono state analizzate le comunicazioni di Autogrill, Burger King, Ikea, Kfc, McDonald’s, Starbucks e Subway. Nell’edizione del 2024, l’Italia aveva già dimostrato risultati ben al di sotto della media europea, posizionandosi addirittura all’ultimo posto della classifica, mentre il miglioramento nel 2025 è stato pari ad appena 2 punti percentuali. Rimane, quindi, ancora notevole lo scarto rispetto agli altri Paesi. Innanzitutto la Francia, che riconferma la sua posizione di leader con un punteggio di 42%. Seguono Svezia con il 40%, Danimarca con il 37%, Repubblica Ceca con il 23%, Italia e Polonia entrambe al 16%, e Romania all’11%. Quello che emerge dal report italiano è che, nonostante molte aziende continuino a comunicare l’importanza del benessere animale nelle proprie catene di fornitura, ad eccezione di Ikea, nessuna delle aziende analizzate ha un impegno pubblico, né comunica progressi significativi sul benessere dei polli. Di conseguenza il nostro Paese rimane ai livelli più bassi della classifica, come nel 2024. Un chiaro segnale della stagnazione strutturale nel settore della ristorazione italiana. E se con la Germania non c’è gara, anche la Spagna corre più veloce. Se Roma può contare solo sull’impegni di Ikea, Madrid può aggiungere anche quello di Pizza Hut e, soprattutto, la Spagna compensa con un numero superiore di impegni da parte dei supermercati. Sei insegne principali (Carrefour, Dia, Grupo Eroski, Auchan, El Corte Inglés, Aldi Nord), mentre in Italia abbiamo solo Carrefour Italia, oltre a Eataly e Cortilia. LE RAZZE A CRESCITA PIÙ LENTA PER RIDURRE I WHITE STRIPING Uno dei criteri dell’Ecc è quello dell’utilizzo di razze a crescita più lenta per ridurre i problemi di salute legati alla crescita accelerata. Sono proprio i polli da razze a rapido accrescimento, infatti, ad essere particolarmente inclini a sviluppare miopatie come il white striping. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, a novembre 2025, sono state presentate due interrogazioni parlamentari sui casi – evidenziati in un’indagine di Esseri Animali – di strisce bianche nei polli venduti nei supermercati italiani. Secondo le evidenze scientifiche, il white striping interessa tra il 50% e il 90% dei polli a rapido accrescimento, quelli maggiormente impiegati negli allevamenti intensivi dai quali provengono 9 polli italiani su 10. KFC E IL DOPPIO STANDARD: IN ITALIA NIENTE IMPEGNI “Kfc Italia, in particolare, a differenza di quanto accade in Francia, Svezia e Danimarca – sottolinea Esseri Animali – non ha ancora preso impegni chiari sul benessere dei polli, rappresentando quindi un’eccezione negativa in Europa occidentale e mancando completamente della coerenza strategica che l’azienda riserva agli altri Paesi del gruppo Kfc Western Europe valutati nel report”. Rispetto al 2024, nell’ultima edizione di The Pecking Order, Kfc Italia non ha registrato nessun avanzamento di livello, ricevendo ancora una volta una valutazione scarsa. L’azienda ha comunicato dei minimi progressi, ma questi non hanno riguardato aspetti cruciali per il benessere dei polli, come la riduzione delle densità e l’adozione di razze a crescita più lenta. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, al contrario, dal 2022 al 2023 l’azienda ha drasticamente ridotto l’utilizzo delle razze a più lenta crescita (dal 7,21% allo 0,9%) con un conseguente aumento della mortalità in allevamento e dell’uso di antibiotici. “Kfc Italia – aggiunge Montuschi – con un fatturato di 179 milioni di euro e l’obiettivo di superare i 200 punti vendita entro il 2027, è l’unica tra i Paesi europei del gruppo Kfc Western Europe analizzati nel report a non avere un impegno per migliorare le condizioni di allevamento dei polli, fissando in questo modo un vero e proprio doppio standard”. 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Lo spot natalizio di McDonald’s viene distrutto dalle critiche dei clienti e l’azienda lo ritira
McDonald’s al centro delle polemiche in Olanda. La famosissima catena di fast food ha dovuto ritirare il proprio spot natalizio per la pioggia di critiche ricevute. Il motivo? Una pubblicità di 45 secondi girata con l’intelligenza artificiale e giudicata dagli utenti poco reale. Il video si basa su una provocazione: “Il Natale è il periodo peggiore dell’anno“. Tra le tante scene si vedono persone a cui volano via i regali e Babbo Natale sulla sua slitta arrabbiato a causa del traffico. L’idea? Ribaltare il Natale in tutto e per tutto. La provocazione non è stata presa bene e la scarsa veridicità delle immagini non ha convinto – comprensibilmente – gli spettatori. LA RISPOSTA DI THE SWEETSHOP Dopo la pioggia di critiche è arrivata la risposta della casa di produzione che ha realizzato le immagini dello spot: The Sweetshop. “Per sette settimane non abbiamo dormito quasi mai”, ha dichiarato l’azienda. La casa di produzione ha aggiunto che “fino a 10 dei nostri specialisti interni di intelligenza artificiale e post-produzione presso The Gardening Club lavoravano a stretto contatto con i registi”. L’idea di The Sweetshop era quella di cogliere momenti della quotidianità e unirli, in un video generato dall’IA. “Abbiamo generato quelle che sembravano riprese giornaliere poi le abbiamo elaborate in fase di montaggio. Non si è trattato di un trucco dell’intelligenza artificiale. Era un film”, ha concluso l’azienda, il cui lavoro è stato criticato sui social e cestinato da McDonald’s. > McDonald’s is getting cooked after it released an AI-generated commercial in > the Netherlands > > The US-based firm that created the ad has since released a statement, saying, > “AI didn’t create this film — we did.” pic.twitter.com/RIUI29Rpt5 > > — Morning Brew ☕️ (@MorningBrew) December 9, 2025 L'articolo Lo spot natalizio di McDonald’s viene distrutto dalle critiche dei clienti e l’azienda lo ritira proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le diete iperproteiche non fanno bene, basta demonizzare carboidrati e zuccheri”: l’esperto mette in guardia sull’“ortoressia nervosa” e sui rischi dei trend alimentari
“Adesso siamo nella fase delle super proteine, ho persino visto l’acqua proteica in vendita”. Per non parlare della demonizzazione di carboidrati, grassi, del glutine e del lattosio. Questa ossessione per ciò che mangiamo si chiama “ortoressia nervosa” e, in molti casi, si sta sostituendo all’anoressia generata dal mito della perfezione del corpo e dalle bufale rese virali dalla penetrazione dei messaggi in rete. Dal palco allestito nella sede dell’ambasciata italiana a Londra, un panel di esperti ha sfatato i tanti, troppi, falsi miti legati all’alimentazione e il prof. Luca Piretta, gastroenterologo e a lungo consulente Rai sul tema, non ha lasciato spazio a dubbi: “I macronutrienti non sono intercambiabili”. Il nuovo trend generato dall’ossessione per le proteine, stando all’analisi fornita dal professore, sarebbe il risultato di anni nei quali si è parlato male di zuccheri e grassi. “Ora ci sono rimaste solo le proteine – ha concluso – ma le letture molto commerciali, portate avanti da chi non conosce la scienza, non ci fanno bene”. PIÙ PROTEINE DEL NECESSARIO Per stare all’interno dei termini scientifici bisogna partire dal ruolo che ciascun macronutriente ha per il nostro organismo ed il mantenimento della nostra salute. “Per effetto di cortocircuiti mentali ed informativi – ha chiarito Piretta – si sono fatti diventare zuccheri e grassi dei nutrienti pericolosi, ma il risultato più grave è che si danno più proteine del necessario”. La totale demonizzazione dei primi, insomma, rappresenterebbe un errore oltre che una risposta semplificata e drastica al necessario bisogno di diminuirne il consumo dopo anni di euforica abbondanza, altrettanto errata. “Le proteine hanno una funzione plastica – prosegue il ragionamento il professor Piretta – servono a costruire le strutture cellulari degli organi e sono funzionali a far funzionare i tessuti, lo scopo energetico è marginale”. Questo ruolo compete agli zuccheri, dei quali, dunque, non si può né si deve fare a meno. Stesso dicasi per i grassi “che hanno una funzione enorme perché le membrane delle cellule sono fatte di grassi, così come molti ormoni e le guaine delle fibre nervose”. Ridurre questi macronutrienti in maniera drastica o aumentarli “non è necessariamente positivo”. LE PAROLE DI ROBERTA RE Un esempio pratico: per un adulto di 70 kg, in media sono sufficienti 70 g di proteine al giorno, mentre oggi se ne danno molte di più. La corretta quantità dipende dallo stile di vita che si conduce, dall’attività che si svolge, “una dieta iper proteica obbliga il nostro organismo ad uno sforzo per smaltire le molecole tossiche delle proteine, cioè l’azoto”, quindi non esistono scorciatoie. “È necessario fare una netta distinzione tra ingredienti, cibo e dieta”, chiarisce Roberta Re, direttore Scientifico Cambridge Food Science. “Spesso si parla di zucchero o di grasso, ma quello che noi mangiamo sono alimenti come parte di una dieta: non è la torta di per sé, ma cos’altro mangio? Quante volte mangio questa torta?”. Insomma lo squilibrio nascerebbe se mangiassimo una torta ogni giorno senza stare attenti al bisogno di fibra e verdura. “Noi italiani, poi, abbiamo un dolce per ogni giorno del calendario” sorride. Ci sono molti, troppi miti in circolazione, c’è molta teoria, ma è la pratica quella che va tenuta in considerazione: “serve definire le nostre necessità per lo stile di vita che facciamo, perchè si può trovare un pezzettino di scienza o di ricerca che supporta ogni teoria, ma se lo estrapoli e dici tutti hanno le stesse necessità non è vero. Un influencer popolare su Tiktok può illuderti e farti credere che la tua convinzione sia supportata dalla ricerca, ma quell’assunto non è sempre valido per tutti”. “QUANDO MANGIAMO SIAMO FELICI” “Il problema è la disinformazione – aggiunge Piretta – e con i social la possibilità di dare informazioni e dati sfugge al controllo e chiunque può dire cavolate, nessuno lo impedisce, così girano tante stupidaggini che se sono di successo diventano vere”. Ciò che è vero è che la salute non è solo quella fisica, ma anche psicologica: “quando mangiamo siamo felici – sottolinea il professore con aria bonaria – questo fa bene alle emozioni”. La dieta mediterranea, celebrata anche dall’Agenzia ICE nell’ambito degli eventi organizzati per la decima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel mondo, non è solo mangiare le cose giuste, ma è soprattutto “convivialità”. L’ossessione per le diete crea distorsioni, danni e falsi miti le cui vittime più fragili sono i giovani e gli incauti frequentatori dei social. L'articolo “Le diete iperproteiche non fanno bene, basta demonizzare carboidrati e zuccheri”: l’esperto mette in guardia sull’“ortoressia nervosa” e sui rischi dei trend alimentari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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