R ipenso a una vecchia chat con un’amica, scomparsa da tempo.
Ci sentivamo e ci conoscevamo da anni. Le nostre chat, distribuite tra
Instagram, WhatsApp e Telegram, erano l’archivio di un rapporto di lunga data:
conversazioni più o meno importanti, più o meno mondane, meme, foto di viaggi e
di casa. Gli ultimi due messaggi che mi ha mandato prima di morire leggono:
“Muuuuu” “Sono una vacca” (entrambi senza punteggiatura.) Questa cosa è molto
buffa e ne avrebbe riso anche lei. Non è stato un lascito intenzionale, perché
nemmeno la mia amica si aspettava di morire da lì a pochi giorni. Forse,
sapendolo, avrebbe comunque scelto le stesse quattro parole.
L’archivio digitale non si accumula qualitativamente, ma quantitativamente.
Abbiamo la casella email invasa di decine di migliaia di lettere non lette e
conservate per sempre; foto scartate dalla mente ma caricate nel cloud; bozze
appallottolate di incipit, liste e appunti catalogate nei file .doc e nelle
note. La memoria digitale si aggiorna in automatico, giocando sul bisogno
pratico ed emotivo dell’utente di mantenere traccia di sé nel virtuale.
Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un documento
era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che uno sbalzo
di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente qualcosa di
importante. Usiamo questo verbo così melodrammatico, “salvare”, perché l’azione
serve a preservare i dati dalla perdita, trasferendoli dalla memoria temporanea
(RAM) a una memoria permanente (hard disk, SSD, e oggi, sempre più spesso, le
memorie cloud).
Consapevolmente e inconsapevolmente, vivendo lasciamo traccia di noi, nel reale
come nel virtuale. Al termine delle nostre esistenze, la nostra memoria viene
raccolta, distribuita, celebrata, diluita, infine dissolta. Passato abbastanza
tempo, ciò che rimane di noi ‒ ammesso che rimanga qualcosa ‒ è spesso
decontestualizzato da chi siamo stati veramente. I fiori al cimitero seccano, il
muschio rende illeggibili le lapidi, e la statua di Garibaldi può dire poco di
Garibaldi stesso (ed è interessante notare che Giuseppe Garibaldi non desiderava
statue o monumenti in suo onore, preferendo spese volte a scopi più nobili, come
scuole o opere di beneficenza; alla sua morte, la neonata nazione non badò né a
lui né alle spese, erigendo numerosi monumenti postumi).
> Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un
> documento era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che
> uno sbalzo di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente
> qualcosa di importante.
La nostra esistenza si specchia nel digitale, compresa la sua fine. La morte
vive nella tecnologia: viene rappresentata e rielaborata tramite pratiche,
rituali e comunità specifiche al lutto online, manifestandosi in fenomeni come
profili commemorativi, memoriali interattivi, l’interazione con i contenuti di
defunti. Questo perché il cyberspazio non è separato dal mondo fisico; al di là
di bot, IA e prime avvisaglie di dead internet, è pur sempre abitato da esseri
umani. Le nostre tracce virtuali, intenzionali e automatiche, intime e
pubbliche, sono il campo di indagine della cybertanatologia.
Attraverso lo specchio
Il senso di bruciante ingiustizia che provavo a otto anni, la notte, al pensiero
della morte futura dei miei genitori non si è ancora esaurito, a quasi tre
decenni di distanza. Sono arrivato a provare un’invidia perversa nei confronti
dei miei coetanei che hanno già perso un genitore: loro almeno questo dolore
l’hanno già provato. Io vivo nella consapevolezza che nella migliore delle
ipotesi i miei moriranno prima di me. Se provo a parametrare questa aspettativa
ai lutti che ho già incontrato, mi risulta evidente come la perdita di una
persona cara sia un rischio calcolato; il dolore del lutto è il tributo da
pagare per una connessione profonda, che restituisce, in un colpo solo, il suo
intero valore, temporale ed emotivo. Inevitabilmente finisco a immaginarmi le
parole che direi al funerale di mio padre; poi quelle che spero diranno al mio.
Mi commuovo, pateticamente, per me stesso e per questo destino che ci accomuna
tutti, i riposanti delle grandi piramidi come quelli delle fosse comuni.
Come altri animali, gli esseri umani comprendono e ritualizzano la morte. E la
studiano, con prospettive e linguaggi diversi. Nell’Epopea di Gilgamesh, uno dei
testi più antichi dell’umanità, ad esempio l’innesco è la perdita dell’amico
Enkidu. Il re di Uruk vive un’angoscia esistenziale che lo spinge a un viaggio
disperato alla ricerca dell’immortalità, fallendo nel tentativo ma accettando la
propria mortalità. Il Bardo Thödol (བར་དོ་ཐོས་གྲོལ in tibetano, titolo
traducibile come “Liberazione attraverso l’ascolto nello stato intermedio”), un
testo funerario fondamentale del buddhismo tibetano, noto in Occidente come
Libro tibetano dei morti, è invece tra le guide più conosciute per orientare
l’anima (o la coscienza) attraverso gli stati transitori di vita, morte e
rinascita.
Guide simili sono tramandate anche dalla cultura egizia (in questo caso il
titolo originario è 𓉐𓂋𓏏𓂻𓅓𓉔𓂋𓏲𓇳𓏺𓍼, ovvero “Libro per uscire al
giorno”), dalla spiritualità induista, dalle religioni abramitiche. E poi ancora
l’Ars moriendi, due scritti latini vergati tra il 1414 e il 1450, che offrivano
istruzioni pratiche e spirituali per morire bene, sostituendo in parte i
sacerdoti, e non è un caso che siano stati inizialmente pubblicati, e con grande
successo, in risposta alla catastrofe medica della peste nera. Tutte prove di
come ogni essere umano, nell’individualità e nel contesto sociale a cui
appartiene, ha un suo sistema di riti e culture per concepire la morte.
> Se un tempo la morte era considerata una parte naturale della vita, da
> affrontare nella vicinanza della famiglia e della comunità, nella modernità
> viene sempre più nascosta e medicalizzata, fino ad assumere le forme di un
> tabù sociale.
Quanto a me, un libro che è ha avuto un ruolo importante è stato il saggio
Storia della morte in Occidente (1975, trad. it. 1978) di Philippe Ariès. Ariès
divide l’approccio occidentale nei confronti della morte in quattro grandi fasi:
agli estremi pone la morte addomesticata del Medioevo e la morte proibita del
Ventesimo secolo, tracciando un percorso che vede gli individui vivere la morte
con paura sempre maggiore. Se prima il decesso era considerato una parte
naturale della vita, da affrontare nella vicinanza della famiglia e della
comunità, nella modernità è sempre più nascosto e medicalizzato, fino ad
assumere le forme di un tabù sociale. Brutalizzando questo testo complesso con
un’ulteriore sintesi, nel percorrere queste quattro fasi Ariès dimostra che la
morte è costruita socialmente, cioè che il nostro modo di percepirla evolve nel
tempo. Fu Michel Foucault a scrivere il necrologio di Ariès, qua parafrasato:
Philippe Ariès è stato tra coloro che hanno mostrato che anche le emozioni più
intime, le condotte più private, sono storicizzate. La tanatologia e la
cybertantologia ci mostrano qualcosa di simile.
Ho isolato Ariès nel panorama delle riflessioni sulla morte per due motivi
contrapposti: da un lato trovo condivisibile il punto di vista regalato dalla
storia delle mentalità, che delinea una morte cangiante nel tempo, nelle
società, nelle culture; dall’altro, mi ha interdetto il tono O tempora, o mores
che pervade lo spostamento del suo sguardo dal Medioevo al Ventesimo secolo. È
vero che le trasformazioni che hanno coinvolto la medicina, la scolarizzazione e
i costumi hanno modificato ruoli e rituali della morte; ma la rivoluzione
comunicativa del Ventunesimo secolo, che ha consentito al 68% della popolazione
mondiale (e all’89% di quella italiana) di accedere a una rete Internet
condivisa, potrebbe rappresentare un antidoto alla regressione del valore
collettivo della morte lamentata da Ariès? Ovvero: anche oggi, quando si muore,
si muore soli?
Abbondano casi di cronaca nera che riguardano omicidi e suicidi, tentati e
riusciti, disseminati nel digitale. La morte violenta, che sia provocata dai
singoli o dagli Stati, non ha certo remore a presentarsi nei nostri feed, dove
si manifesta con connotati fortemente politicizzati. Ma le sensazioni che
suscitano queste rappresentazioni della morte molto raramente equivalgono a un
lutto personale, cioè quello per una persona conosciuta e cara. Rappresentano un
punto intermedio i canali social di influencer e streamer scomparsi tenuti in
vita dai loro familiari, che trasformano e mantengono il rapporto con il
follower e la memoria condivisa della persona defunta. In alcuni casi questi
memoriali digitali arrivano a raggiungere platee più ampie della comunità online
d’origine.
> La rivoluzione che ha consentito alla maggioranza della popolazione mondiale
> di accedere a una rete condivisa, rappresenta un antidoto alla regressione del
> valore collettivo della morte? In altre parole: anche oggi, quando si muore,
> si muore soli?
Un esempio sono gli oltre 100 milioni di spettatori che hanno visto il videogame
film A Minecraft Movie (2025), omaggio allo YouTuber e streamer di Minecraft
Technoblade (Alexander), scomparso nel giugno 2022 all’età di 23 anni. A
Technoblade era già stato dedicato un tributo sul server Minecraft di Hypixel,
uno spazio digitale in cui i fan potevano utilizzare l’oggetto di gioco “libro e
penna” per scrivere messaggi di commiato e saluto. Sono stati così raccolti
oltre 377.000 messaggi, stampati in 22 volumi, consegnati alla famiglia dello
streamer insieme a un volume di opere artistiche realizzate dai fan, un dipinto
a olio e un copricapo cosplay a tema. La rete crea spazi pubblici di lutto, ma è
altresì evidente che questa morte è accolta globalmente, non localmente. Inoltre
i momenti antecedenti ed effettivi del trapasso, che tanto stavano a cuore a
Ariès, avvengono comunque in spazi isolati e medici comparabili a quelli del
Ventesimo secolo.
Studiare la morte
“Does the internet change how we die and mourn?” è uno studio del 2012, quindi
agli albori dell’Internet algoritmico delle piattaforme. Le sue conclusioni
aprono una serie di prospettive che reggono al passaggio del tempo. Lo studio
osserva che il modo in cui la rete condiziona come moriamo ed elaboriamo il
lutto dipende da come le nostre interazioni online si relazionano a quelle
offline ‒ ad esempio, la quantità di tempo dedicato alle une e alle altre.
Internet potrebbe cambiare il nostro approccio alla morte, da un punto di vista
interattivo e forse anche esperienziale. Lo studio indica due possibili
direzioni di questo cambiamento.
La prima riguarda il concetto di desequestering of death, un concetto legato ad
Anthony Giddens e al già citato Ariès, dove la morte torna a essere visibile e
socialmente condivisa, dopo essere stata “sequestrata” dalla modernità. Le
piattaforme social hanno la capacità di rendere accessibile il morire, la morte,
il lutto di persone conosciute (e sconosciute). I social network riportano la
morte nella quotidianità in una maniera diversa rispetto al secolo scorso. Se i
mass media hanno reso il lutto più pubblico, le piattaforme social del
Ventunesimo secolo lo rendono immediatamente condivisibile nelle proprie reti
sociali. La seconda direzione riguarda la morte sociale, intesa come il
deterioramento di interazione sociale e identità individuale, una condizione che
spesso aggrava quella già delicatissima di morente; la tecnologia digitale,
incluso Internet, può contribuire a contrastarla.
Con la dovuta prudenza, è possibile immaginare il cyberspazio come un nuovo
medium per conversare con i morti, attribuendo a ciò che di loro permane un
valore sia sociale che privato. Gli autori dello studio ammettevano anche la
velocità con la quale internet si stava trasformando, e la difficoltà che
avrebbero avuto i tanatologi a tenere il passo, invitando a studi futuri ancora
più dettagliati e centrati del loro. Invito accettato: studi recenti prendono in
analisi come algoritmi e IA trasformano il lutto in contenuti digitali e i
problemi etici che ne conseguono; la creazione di “fantasmi digitali” che
popolano aldilà digitali mediati dall’intelligenza artificiale; l’utilizzo
dell’IA generativa per costruire repliche private di defunti, figure che
incorporano ricordi autentici e aspettative personali.
> Con la dovuta prudenza, è possibile immaginare il cyberspazio come un nuovo
> medium per conversare con i morti, attribuendo a ciò che di loro rimane un
> valore sia sociale che privato.
Mia zia è morta nel letto di casa sua, dopo una battaglia lunga e dolorosa con
una malattia incurabile. Quando ero in Erasmus era già malata e mi scriveva. Man
mano che la malattia le levava le forze, le mail si facevano più brevi, per
diventare solo messaggi inoltrati. All’epoca pochissimi dei miei amici usavano i
social media, e lei, che aveva trentasei anni più di me, per nulla. Le mail
inoltrate erano perlopiù catene di Sant’Antonio a tema antiberlusconiano. Poco
prima che mia zia scegliesse di concludere la sua esistenza, alle sue
condizioni, si sono interrotte pure le catene inoltrate.
Pragmatismo del dolore
Il lutto di mia zia è stato il primo della mia vita adulta. Non ho dovuto
processarlo solo emotivamente, ma ho vissuto ‒ almeno di riflesso ‒ le
implicazioni pragmatiche della scomparsa di una persona. Quando muore una
persona c’è una lunga lista di cose da fare, meno affascinanti, immagino, di
quelle suggerite da guide di culture più antiche. Tra le varie cose, bisogna
chiamare il medico, denunciare la morte al comune entro 24 ore, contattare
un’impresa funebre, organizzare il funerale, curare i dettagli di tumulazione o
cremazione, ordinare i fiori, pubblicare necrologi. Tutto questo ha un costo,
nell’ordine delle migliaia di euro anche quando si spende poco. Due sintomi
dell’elevata spesa: nel caso in cui il defunto sia indigente, non abbia parenti
in grado di sostenere le spese, o sia stato abbandonato, il comune di residenza
si fa carico del funerale; le spese funebri sono detraibili ai fini IRPEF (19%
nel modello 730) per chiunque le sostenga, a prescindere dal vincolo di
parentela.
Dove c’è qualcosa da pagare c’è qualcuno che ci guadagna, nel reale come nel
digitale; tutto ciò che stiamo prendendo in analisi avviene nel disegno del
capitalismo globale.
Abbiamo esempi nostrani di agenzie funebri che promuovono i loro servizi fisici
a colpi di meme e qualche posizionamento politico; ma ci sono agenzie
oltreatlantiche che offrono servizi specificamente virtuali, come i complessi
servizi di gestione dell’eredità digitale offerti dalla Funeral Consumer
Alliance statunitense.
> Oggi a trarre profitto dalla morte online sono principalmente le grandi
> piattaforme social, i servizi di memoriali online, e le aziende
> tradizionalmente offline che si ibridano con il digitale.
Capire chi trae maggiore profitto dalla morte online è un buon terreno di
indagine. Si individuano tre grandi attori, che definiscono aree di influenza e
di guadagno. Le grandi piattaforme social, in particolare Instagram e Facebook
(con TikTok e YouTube in crescita), non sono di per sé dedicate alla morte, ma
creano enormi profitti dalle attività memoriali: tributi, anniversari,
condivisione di profili e post di necrologio. Le persone passano più tempo sulla
piattaforma e interagiscono con più pubblicità. Non a caso, Facebook offre la
possibilità di un profilo commemorativo e Meta ha brevettato una IA capace di
simulare un utente assente o deceduto, continuando a postare, commentare e
rispondere ai messaggi.
Una seconda area riguarda le piattaforme di memoriali online, cioè
esclusivamente riservate al lutto e alla commemorazione online. Legacy.com è una
delle più grandi reti di necrologi a livello globale. Collabora con giornali e
imprese funebri, ha 676 dipendenti e un fatturato stimato di circa 100 milioni
di dollari annui. Il modello di ricavi include necrologi a pagamento e
pubblicità nei registri delle condoglianze.
Taffo fa parte della terza area, cioè aziende tradizionalmente offline che si
ibridano con il digitale. La statunitense SCI, il più grande operatore funebre
al mondo, quotato in borsa, offre necrologi online e funerali in streaming. I
ricavi arrivano principalmente dai servizi tradizionali (funerali, cimiteri),
gli strumenti digitali servono soprattutto ad aumentare le vendite e il
coinvolgimento dei possibili utenti.
Chiudere in bellezza
La morte gestita da strumenti algoritmici a fini di lucro non sembra offrire una
prospettiva rassicurante per un ritorno al suo valore familiare e collettivo, in
cui sia intesa come processo e non come termine; e in cui il morente non viva
isolato e nascosto ma ancora partecipe della collettività. Questa, però, è solo
una delle possibili letture del fenomeno. Ce n’è almeno un’altra, più emotiva,
che mi ha accompagnato in tutta la scrittura di questo articolo. Tutti ‒ un
tutti che va oltre la nostra specie ‒ diventiamo silenziosi davanti alla morte
di un caro. Ce ne rattristiamo. Ne portiamo e ne cerchiamo e ne incontriamo il
ricordo. Questo legame universale impone un’attenta riflessione su chi rendiamo
proprietari delle nostre memorie.
> Le tombe di re, nobili e persone note del passato sono oggi beni culturali e
> attrazioni turistiche, e in quanto tali tutelate e mantenute da secoli. Lo
> stesso non vale per i luoghi dove riposava la grandissima maggioranza dei loro
> contemporanei.
Le nostre tracce digitali vivono in server. Questi server hanno dei padroni. Ciò
pone problemi evidenti e immediati di privacy e sfruttamento economico, insieme
a un rischio più grave e sottovalutato: che quei server cessino di esistere, e
con essi ciò che vi abbiamo depositato. La memoria digitale non è eterna. Non è
ancora dato sapere se sia soggetta allo stesso decadimento delle tombe di
famiglia abbandonate nei cimiteri monumentali; ma strutturalmente parlando, non
è eterna. L’esito della sua decadenza sarà regolato sia da parametri materiali,
cioè la vita dei server, sia da elementi tecnologici e culturali, per esempio il
realizzarsi della dead internet theory, che ipotizza una rete dove bot e profili
autogenerati di user defunti parlano esclusivamente tra loro, mutando per sempre
la lettura dell’epigrafe digitale.
C’è un ulteriore dato storico da tenere in considerazione: le tombe di re e
nobili del passato (e le tombe di Garibaldi e di Mussolini, e pure quelle di
qualche poeta, artista o filosofo) sono oggi beni culturali e attrazioni
turistiche, e in quanto tali sono tutelate e mantenute da secoli. Non si può
dire lo stesso dei luoghi dove riposava la grandissima maggioranza dei loro
contemporanei. Il digitale non ripristina la morte medievale descritta da Ariès.
Ha però riaperto lo spazio pubblico del lutto, segnando una nuova fase della
storia della morte. Una morte connessa, ma non del tutto integrata al vissuto
fisico. La morte e il morente rimangono mediati; il defunto, qualora perdurasse
la sua presenza digitale, si trova in un limbo, né completamente assente né
pienamente presente.
La morte è un avvenimento unico e strettamente personale, per chi la vive in
prima persona, come per noi che restiamo. Da quando la mia amica mi ha mandato i
suoi ultimi due messaggi, su Telegram, ho perso il cellulare. Non avevo il
backup. Ho perso anche le nostre chat. Tutte, compresa l’ultima.
L'articolo Le nostre spoglie digitali proviene da Il Tascabile.
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N el suo dialogo intitolato Fedro, attraverso il mito di Theuth e la figura di
Socrate, Platone esprime la sua celebre critica della scrittura. Per il filosofo
greco, la scrittura è un pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso. La
scrittura appare immobile, incapace di adattarsi all’interlocutore come invece
fa il dialogo vivo; priva di autonomia, perché non sa difendere da sé le proprie
tesi; inadeguata ad accrescere la sapienza, poiché offre informazioni senza
generare la memoria e la saggezza che nascono dall’interazione dialettica. È,
infine, un “gioco bellissimo” ma assai distante dalla serietà del processo
dialettico orale che conduce alla conoscenza. Ciononostante, pur non essendo
“vera” filosofia, per Platone la scrittura è uno strumento a essa necessario,
così com’è necessaria per la cosiddetta hypomnesis, ovvero la capacità
richiamare alla mente un’informazione.
Se per il filosofo greco la scrittura rappresentava un ausilio esterno alla
memoria, oggi la psicologia cognitiva e le neuroscienze hanno ampliato quella
intuizione con il concetto di cognitive offloading. Con questa espressione si
indicano tutte le pratiche attraverso cui gli individui delegano a un supporto
esterno parte dei propri processi cognitivi, come ad esempio la funzione di
ricordare informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle
proprie capacità mnemoniche. Tra queste si annoverano gesti quotidiani come
segnare una lista della spesa, annotare un compleanno su un calendario o
ricorrere al proverbiale nodo al fazzoletto.
> Per Platone la scrittura è pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso: pur
> non essendo “vera” filosofia è uno strumento che le è necessario, così com’è
> necessaria per la capacità di richiamare alla mente un’informazione.
Negli ultimi dieci anni, allo studio dello “scarico” cognitivo hanno dato un
forte impulso la comparsa e la diffusione della rete, e delle tecnologie
digitali. I dispositivi connessi, infatti, moltiplicano all’infinito le
possibilità di delega della funzione cognitiva del ricordo, ma le loro
pervasività e facilità di utilizzo rischiano di sbilanciare l’equilibrio di
benefici e costi di queste pratiche a favore dei secondi.
I dispositivi connessi ‒ se ne erano già accorti i fondatori del cyberpunk, il
cui lavoro è stato fondamentale per cristallizzare nella nostra cultura
l’immaginario del digitale ‒ funzionano come una vera e propria protesi della
nostra mente, che ne esternalizza una o più funzioni cognitive, tra cui,
appunto, la memoria. In un paper intitolato The benefits and potential costs of
cognitive offloading for retrospective information, Lauren L. Richmond e Ryan G.
Taylor si dedicano a ricostruire una panoramica di alcuni degli studi e degli
esperimenti più significativi nell’ambito del cognitive offloading.
Alla base di questo corpus teorico e sperimentale c’è il fatto che, per compiere
un ampio numero di azioni quotidiane, le persone si affidano a due tipi di
memoria: quella retrospettiva, ovvero la capacità di ricordare informazioni dal
passato, e quella propositiva, ossia la capacità di ricordare azioni da compiere
nel futuro. Per portare a termine compiti che comportano l’uso di tutti e due i
tipi di memoria, possiamo contare sulla nostra capacità di ricordare o delegare
questa funzione a un supporto esterno.
Questo spiega il motivo per cui la maggior parte delle persone intervistate nei
contesti di ricerca esaminati da Richmond e Taylor dichiara di usare tecniche di
cognitive offloading per compensare peggioramenti nelle proprie performance
mnemotecniche. Io stesso, che mi sono vantato a lungo di avere una memoria di
ferro, sono stato costretto, passati i quaranta e diventato genitore per due
volte, a dover ricorrere a promemoria, note e appunti per riuscire a ricordare
impegni e scadenze.
> Con l’espressione cognitive offloading si indicano le pratiche attraverso cui
> gli individui delegano a un supporto esterno la funzione di ricordare
> informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle proprie
> capacità mnemoniche.
Età e capacità mnemoniche sono infatti due fattori collegati alla necessità di
eseguire azioni di scarico cognitivo. Superata l’adolescenza, a mano a mano che
ci si inoltra nella vita adulta si è costretti a ricordare un numero di cose più
elevato, compito per cui il cognitive offloading offre indubbi benefici. Uno dei
più evidenti risiede nel fatto che, a differenza di altre mnemotecniche più
specifiche, non ha bisogno di una formazione mirata. Per un adulto con una
percezione del tempo funzionale, usare un’agenda fisica o virtuale è un gesto
intuitivo e immediato, che non richiede ulteriore carico cognitivo.
La facilità d’uso non è l’unico vantaggio. Alcuni degli studi passati in
rassegna nello studio mostrano come l’offloading cognitivo generi benefici per
entrambi i tipi di memoria. Ad esempio, esso permette non soltanto di ricordare
informazioni archiviate in precedenza, ma riesce anche ad attivare il ricordo di
informazioni non archiviate tramite meccanismi di associazione mentale: una
persona che ha segnato sulla propria lista della spesa di acquistare un
barattolo di alici ha più probabilità di ricordarsi di acquistare il burro
rispetto a una persona che non lo ha fatto, anche se il burro non è presente
nella lista. Per quanto banali, questi esempi mostrano quanto le pratiche di
offloading cognitivo siano d’ausilio alla memoria.
Tali benefici, tuttavia, non sono gratuiti ma comportano una serie di costi.
Alcuni studi hanno evidenziato più difficoltà a ricordare le informazioni
“scaricate” quando, in modo improvviso e inaspettato, viene negato loro accesso
alle informazioni archiviate. Se invece il soggetto è consapevole del fatto che
l’accesso può esser negato, le performance mnemoniche si dimostrano più
efficaci. Un altro costo è la possibilità di favorire la formazione di falsi
ricordi. Altri test condotti in laboratorio mostrano come quando le persone sono
forzate a pratiche di scarico cognitivo, risultano meno capaci di individuare
elementi estranei, aggiunti all’archivio delle informazioni a loro insaputa.
> Le pratiche di offloading cognitivo possono essere d’ausilio alla memoria.
> Tali benefici, tuttavia, comportano una serie di costi, ad esempio una maggior
> difficoltà a reperire informazioni quando viene improvvisamente a mancare
> l’accesso all’archivio esterno.
Perciò, così come la scrittura per Platone aveva natura “farmacologica”, e
offriva al tempo stesso rimedio e veleno per la memoria, anche le pratiche di
cognitive offloading comportano costi e benefici. Da questa prospettiva, la
diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) sta mettendo in luce come questo
strumento, ubiquo e facilmente accessibile, stia favorendo nuove forme di
scarico cognitivo, e incidendo sul modo in cui le persone si rapportano alle
informazioni, nonché sullo sviluppo del loro pensiero critico.
Disponibili ormai ovunque, alla stregua di un motore di ricerca, le IA
aggiungono all’esperienza utente la capacità di processare e presentare le
informazioni, senza doversi confrontare direttamente con le relative fonti.
Quale impatto esercita questa dinamica sulla capacità di pensiero critico? È la
domanda al centro di uno studio condotto dal ricercatore Michael Gerlich su 666
partecipanti di età e percorsi formativi differenti. Questo studio analizza la
relazione tra uso di strumenti di intelligenza artificiale e capacità di
pensiero critico, mettendo in luce il ruolo mediatore delle pratiche di
offloading cognitivo. Per pensiero critico si intende la capacità di analizzare,
valutare e sintetizzare le informazioni al fine di prendere decisioni ragionate,
incluse le abilità di problem solving e di valutazione critica delle situazioni.
Secondo Gerlich, le caratteristiche delle interfacce basate su IA ‒ dalla
velocità di accesso ai dati alla presentazione semplificata delle risposte ‒
scoraggiano l’impegno nei processi cognitivi più complessi.
> La diffusione dell’intelligenza artificiale sta mettendo in luce come questo
> strumento stia favorendo nuove forme di “scarico” cognitivo, incidendo sul
> modo in cui le persone si rapportano alle informazioni e sviluppano pensiero
> critico.
Studi condotti in ambiti come sanità e finanza mostrano infatti che se da un
lato il supporto automatizzato migliora l’efficienza, dall’altro riduce la
necessità, per questi professionisti, di esercitare analisi critica. Una
dinamica analoga si osserva nella cosiddetta “memoria transattiva”, ossia la
tendenza a ricordare il luogo in cui un’informazione è archiviata o il suo
contenuto, fenomeno già noto come “effetto Google”. Le IA accentuano questo
processo, sollevando ulteriori interrogativi sul possibile declino delle
capacità di ritenzione perché, anche in questo caso, la loro capacità di
sintetizzare le informazioni fa sì che l’utente non debba più impegnarsi in un
confronto con le fonti, ma sviluppa invece la consapevolezza che potrà farle
affiorare in qualsiasi momento, rivolgendole a un’interfaccia che mima una
conversazione umana
Effetti simili riguardano attenzione e concentrazione: da un lato gli strumenti
digitali aiutano a filtrare il rumore informativo, dall’altro favoriscono la
frammentazione e il calo della concentrazione. Emergono inoltre ambivalenze
anche nel problem solving: l’IA può ampliare le possibilità di soluzione ma
rischia di ridurre l’indipendenza cognitiva, amplificare bias nei dataset o
opacizzare i processi decisionali, rendendoli difficilmente interpretabili dagli
utenti. Una condizione, quest’ultima, oggetto di un ampio dibattito anche in
ambito militare, dove lo sviluppo di sistemi automatizzati di comando e
controllo pone dubbi di natura etica, politica e psicologica.
I test effettuati confermano che l’uso intensivo di strumenti basati su IA
favorisce pratiche di cognitive offloading che, pur alleggerendo il carico
cognitivo e liberando risorse mentali, si associano a un declino della capacità
di pensiero critico, in particolare nelle fasce più giovani. Questo declino
viene misurato attraverso la metodologia HCTA (Halpern Critical Thinking
Assessment), un test psicometrico che prende il nome dalla psicologa cognitiva
Diane F. Halpert e misura le abilità di pensiero critico (come valutazione
della probabilità e dell’incertezza, problem solving decisionale, capacità di
trarre conclusioni basate su prove), grazie a un set di domande aperte e a
risposta multipla applicate a uno scenario di vita quotidiana.
> L’uso intensivo di strumenti basati su IA favorisce pratiche di cognitive
> offloading che, pur alleggerendo il carico cognitivo, si associano a un
> declino della capacità di pensiero critico, in particolare nelle fasce più
> giovani.
Anche in questo caso, è piuttosto chiaro come l’applicazione della tecnologia ai
processi cognitivi possa risultare deleteria, inducendo una sorta di pigrizia
difficile da controbilanciare. Le pratiche di scarico cognitivo, infatti,
producono i loro benefici quando attivano la mente delle persone che le
utilizzano. È quello che succede, per esempio, nel metodo Zettelkasten, una
delle tecniche di gestione della conoscenza più conosciute.
Creato dal sociologo tedesco Niklas Luhmann negli anni Cinaquanta del Novecento,
lo Zettelkasten è un metodo di annotazione pensato per facilitare la scrittura
di testi non fiction e rafforzare la memoria delle proprie letture, che prevede
di ridurre il tempo che passa tra la lettura di un testo e la sua elaborazione
scritta, prendendo appunti e note durante la lettura dello stesso. Come spiega
Sonke Ahrens in How to take smart notes, uno dei principali testi di
divulgazione sul metodo Zettelkasten, la scrittura non è un gesto passivo.
Eseguirlo attiva aree del nostro cervello che sono direttamente collegate al
ricordo e alla memoria. Lo scarico cognitivo alla base del suo funzionamento
produce perciò un beneficio proprio perché impegna chi lo esegue sia a
confrontarsi direttamente con il testo che sta leggendo, sia a scrivere durante
l’atto stesso della lettura. Adottare il metodo Zettelkasten significa perciò
introdurre in quest’ultima attività una componente di frizione e di impegno, che
sono la base della sua efficacia.
> Automatizzando le pratiche di offloading cognitivo rischiamo di privarci del
> tempo necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria
> fino a diventare un pensiero originale.
A differenza della maggior parte delle interfacce attraverso cui interagiamo con
le tecnologie, in particolare con quelle digitali e di intelligenza artificiale,
il metodo Zettelkasten è fatto per produrre attrito. È proprio tale attrito che
stimola la nostra mente, la attiva e produce benefici sulle nostre capacità
cognitive. Lo Zettelkasten è progettato per far pensare le persone e non il
contrario, come recita il titolo di uno dei testi più famosi sull’usabilità web
e l’interazione uomo-computer.
Perché se ogni processo diventa liscio, privo di frizione, e la tecnologia che
lo rende possibile si fa impalpabile fino a scomparire, quello che corriamo è
proprio il rischio di non dover pensare. Quando chiediamo a un’intelligenza
artificiale di sintetizzare un libro, invece di leggerlo e riassumerlo noi
stessi, quello che stiamo facendo è schivare il corpo a corpo con il testo e la
scrittura che un metodo come lo Zettelkasten prescrive come base per la sua
efficacia. Automatizzare le pratiche di scarico cognitivo significa trasformare
in costi i benefici che esse possono apportare alla nostra capacità di ricordare
e pensare, proprio perché ad andare perduta è la durata, ovvero il tempo
necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria fino a
diventare un pensiero originale.
Prendere atto di questa contraddizione significa spostare l’attenzione dalla
dimensione neurologica a quella culturale e sociale. Perché è vero che invocare
interfacce più “visibili” e capaci di generare attrito nell’esperienza utente, o
elaborare strategie educative mirate, come suggerisce l’autore, sono atti utili
e necessari a riconoscere e gestire l’impatto delle IA sulle nostre menti, ma
senza porsi il problema dell’accesso al capitale culturale necessario per un uso
consapevole e critico delle tecnologie, tali soluzioni rischiano di restare
lettera morta. O, peggio, rischiano di acuire le differenze tra chi ha il
capitale culturale ed economico per permettersi di limitare il proprio l’accesso
alla tecnologia e chi, al contrario, finisce per subire in modo passivo le
scelte delle grandi aziende tecnologiche, che proprio sulla pigrizia sembrano
star costruendo l’immaginario dei loro strumenti di intelligenza artificiale.
> Nel marketing di alcune aziende gli strumenti di IA non sembrano tanto protesi
> capaci di potenziare creatività e pensiero critico, quanto scorciatoie per
> aggirare i compiti più noiosi o ripetitivi che la vita professionale comporta.
Per come vengono presentati nella comunicazione corporate, gli strumenti di
intelligenza artificiale assomigliano meno a delle protesi capaci di potenziare
la creatività o il pensiero critico e più a scorciatoie per aggirare i compiti
più noiosi, ripetitivi o insulsi che la vita professionale comporta. Il video di
presentazione degli strumenti di scrittura “smart” della sedicesima iterazione
dell’iPhone è emblematico del tenore di questo discorso. Warren, l’impiegato
protagonista dello spot, li usa proprio per dare un tono professionale al testo
dell’email con cui scarica sul suo superiore un compito che dovrebbe eseguire
lui. Quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare una celebrazione dell’astuzia
working class è in realtà una visione in cui l’automazione non ha liberato
l’uomo dalle catene del lavoro, ma gli ha solo fornito degli strumenti per non
essere costretto a pensare prima di agire.
Ancora una volta, l’uso delle tecnologie si rivela non soltanto una questione
politica, ma anche ‒ e soprattutto ‒ una questione sociale e di classe. Una
questione che andrebbe rimessa al centro del dibattito sull’intelligenza
artificiale, superando la dicotomia, tutto sommato sterile, tra apocalittici e
integrati che ancora sembra dominarlo.
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