“Le condizioni del giornalismo in Venezuela si sono ulteriormente deteriorate
dopo l’azione militare illegale degli Stati Uniti del 3 gennaio e
dell’instabilità istituzionale che ne è derivata”, scrive Reporter senza
Frontiere in una nota pubblicata ieri. La Ong con sede a Parigi da anni denuncia
la repressione e il rigido controllo dell’informazione sotto il governo di
Nicolas Maduro. Per il 2025, ha classificato il Venezuela al 160° posto su 180
Paesi nella sua lista sulla libertà di stampa nel mondo, denunciando il quadro
di un Paese dove “l’informazione indipendente è sotto attacco costante”.
Ma adesso, dopo l’arresto del presidente Maduro ordinato da Donald Trump,
secondo l’associazione per la difesa della libertà di stampa nel mondo, il
quadro è peggiorato: i reporter sul posto devono “confrontarsi a rischi maggiori
e imprevedibili. Queste minacce, in un contesto maggiormente frammentato – si
legge nella nota -, non traggono più origine da una singola, identificabile,
autorità di Stato, ma da molteplici attori, che aumentano notevolmente
l’insicurezza dei professionisti dei media”. I giornalisti in Venezuela
continuano ad essere sottoposti a minacce, intimidazioni dirette ed espulsioni.
Stando ai dati riportati da RSF, circa 200 reporter sono bloccati alla frontiera
con la Colombia, a Cúcuta, in attesa di una autorizzazione negata o elusa dalle
autorità militari di frontiera. Inoltre, numerosi cronisti e operatori della
stampa restano incarcerati per motivi legati allo svolgimento della loro
professione, tra i quali Rory Branker, reporter 43enne del giornale online La
Patilla, arrestato il 20 febbraio 2025 a Caracas dagli agenti del Sebin, i
servizi segreti del Venezuela, e trasferito l’8 dicembre scorso in un luogo di
detenzione sconosciuto. Branker, scrive RSF, è diventato “il simbolo della
repressione contro la stampa indipendente in Venezuela, dove ai giornalisti
vengono sistematicamente negati processi equi e l’accesso alla difesa legale, e
sono spesso detenuti in località segrete”. “In un momento in cui per il mondo è
cruciale capire cosa accade in Venezuela nonché le conseguenze dell’intervento
Usa”, RSF lancia un appello al rispetto della libertà di stampa in Venezuela e
all’accesso dei giornalisti internazionali nel Paese: “Senza accesso
all’informazione e senza libertà di stampa – ha sottolineato Thibaut Bruttin,
direttore generale dell’organizzazione – si creano le condizioni per una vera e
propria guerra di informazione”.
La nota cita un episodio del 5 gennaio scorso, quando 14 giornalisti e operatori
soprattutto di media internazionali, secondo quanto confermato dal Sindacato
dalla stampa venezuelana (Sntp), sono stati fermati dalle forze di sicurezza
venezuelane nei pressi dell’Assemblea nazionale a Caracas, mentre coprivano
l’insediamento della nuova presidente Delcy Rodriguez. L’agenzia Ansa aveva
riportato il caso del giornalista italiano della Cnn, Stefano Pozzebon, 35 anni,
che pur avendo un permesso di residenza in Venezuela, era stato fermato lunedì
al suo arrivo all’aeroporto di Caracas, bloccato per ore e poi espulso verso la
Colombia. Nell’agosto 2024 si era verificato un episodio simile, quando il
governo di Nicolas Maduro espulse dal paese due inviati del Tg1 della Rai, il
giornalista Marco Bariletti e il cameraman Ivo Bonito, appena atterrati
all’aeroporto di Maiquetía, negando loro di entrare nel paese per documentare la
situazione post-elettorale.
Stando a RSF, dal 5 gennaio scorso, altri quattro giornalisti sono stati
arrestati al confine e rilasciati poche ore dopo: due spagnoli, un messicano e
un colombiano. Almeno sei sono i giornalisti e gli operatori dei media che
restano imprigionati in Venezuela. Oltre a Rory Branker, RSF segnala: il
giornalista Leandro Palmar, collaboratore di Luz Radio e del sito di
informazione Es Noticia Venezuela, arrestato nel gennaio 2025 a Maracaibo
insieme all’operatore Belices Salvador Cubillán; la giornalista Nakary Mena
Ramos, arrestata nell’aprile 2025, insieme al cameraman e marito Gianni
González, per un’inchiesta sull’insicurezza a Caracas realizzata per il giornale
on line Impacto Venezuela; e Luis López, giornalista venezuelano di La Verdad,
65 anni, detenuto dal giugno 2024.
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giornalisti resta dura, anche se non c’è più Maduro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Sono 67 i giornalisti uccisi nel mondo dal 1 dicembre 2024 al 1 dicembre 2025.
Lo rende noto Reporter senza frontiere (Rsf) nel suo bilancio annuale pubblicato
oggi. Il numero “è tornato a crescere, a causa delle pratiche criminali delle
forze armate regolari e non e della criminalità organizzata“, spiega
l’associazione secondo la quale “i giornalisti non muoiono, vengono uccisi”.
Dei 67 professionisti dei media uccisi nell’ultimo anno, quasi la metà (43%) è
stata uccisa a Gaza dalle forze armate israeliane e il 79% (53) è stato vittima
della guerra o delle organizzazioni criminali. Nel Messico, paese afflitto dai
cartelli della droga, ad esempio, il 2025 è stato l’anno più mortale degli
ultimi tre per i giornalisti. Nel frattempo, 503 giornalisti sono dietro le
sbarre in tutto il mondo. Inoltre, a un anno dalla caduta di Bashar al-Assad,
molti dei giornalisti arrestati o catturati sotto il suo regime rimangono
introvabili, rendendo la Siria il Paese con il più alto numero di professionisti
dei media scomparsi.
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Gaza dall’esercito israeliano” proviene da Il Fatto Quotidiano.