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Non solo Maduro e petrolio: nel mirino di Trump in Venezuela ci sono anche le terre rare dell’Arco Minero dell’Orinoco
Dal 3 gennaio le parole Maduro, Trump, Venezuela e petrolio dominano la stampa nazionale e internazionale. Ma chi, come me, analizza il Venezuela in modo approfondito da anni sa che, sotto la superficie, c’è un’altra questione di cui si è parlato troppo poco. Un “bottino” che fa gola a molti e che completa e rafforza la strategia di Trump, anche in relazione alla Groenlandia e alle “terre rare”. Si tratta dell’Arco Minero dell’Orinoco, non un semplice progetto estrattivo, ma uno spartiacque politico, ambientale e istituzionale che racconta meglio di qualunque discorso la deriva autoritaria ed estrattivista del Venezuela contemporaneo. Un laboratorio di devastazione dove collassano Stato di diritto, diritti umani e tutela dell’ambiente, mentre si consolidano reti criminali, interessi geopolitici e potere militare. Il progetto venne formalizzato il 24 febbraio 2016, con il Decreto presidenziale n. 2.248 del governo di Nicolás Maduro, che istituì la “Zona di Sviluppo Strategico Nazionale Arco Minero dell’Orinoco”. L’area interessata è immensa: 111.843 kmq, oltre il 12% del territorio nazionale, nel sud del Paese, principalmente nello Stato Bolívar, con estensioni verso Amazonas e Delta Amacuro. Un territorio che si sovrappone a parchi nazionali, bacini idrici strategici e terre ancestrali indigene. Fin dalla sua nascita, l’Arco Minero è segnato da violazioni costituzionali evidenti: il progetto non è mai passato dal Parlamento, non è stato sottoposto a consultazione pubblica né, soprattutto, alla consultazione previa, libera e informata delle popolazioni indigene, come previsto dalla Costituzione venezuelana e dalle convenzioni internazionali ratificate dal Paese. Mancano inoltre studi di impatto ambientale indipendenti e trasparenti. Non si tratta di omissioni tecniche, ma di una scelta politica deliberata: sospendere il diritto per garantire l’estrazione. Le conseguenze sul piano dei diritti umani sono drammatiche e sistemiche. Organizzazioni come SOS Orinoco, FundaRedes, Cepaz e varie missioni internazionali hanno documentato negli anni esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, torture, violenze sessuali, lavoro forzato e sfollamenti legati direttamente all’espansione mineraria. Nel solo Arco Minero, secondo dati raccolti e citati anche dall’Alto Commissariato Onu, dal 2016 si contano centinaia di morti violente in contesti legati alla disputa per il controllo delle miniere. Il lavoro di SOS Orinoco – rilanciato anche da questo documentario presentato nel 2021 e diffuso da media internazionali – mostra con chiarezza come l’Arco Minero sia diventato uno spazio di violenza strutturale, dove lo Stato non protegge, ma spesso collabora o tollera attori armati, gruppi criminali e reti illegali. Un territorio in cui la legge è sostituita dalla forza. Sul piano ambientale, parlare di ecocidio non è una forzatura retorica. L’Arco Minero si colloca in una delle regioni a maggiore biodiversità del pianeta, cuore dell’Amazzonia venezuelana. La mineria aurifera e del coltan, praticata in gran parte a cielo aperto, ha prodotto deforestazione massiva, contaminazione dei fiumi con mercurio, distruzione irreversibile dei suoli e compromissione delle catene alimentari. Interi bacini idrici – fondamentali anche per la produzione di energia idroelettrica – sono oggi gravemente inquinati. I popoli indigeni pagano il prezzo più alto. Pemón, Yek’wana, Sanemá, Warao e altre comunità vedono erosi i propri territori, distrutte le economie tradizionali, spezzata la coesione sociale e la simbiosi con il terra degli antenati. La militarizzazione delle aree minerarie e la presenza di gruppi armati hanno trasformato villaggi indigeni in spazi di coercizione, sfruttamento e paura, con migrazione forzata e perdita di identità culturale come effetti diretti di questo modello estrattivo. Il discorso ufficiale presenta l’Arco Minero come soluzione alla crisi economica post-petrolifera. Ma questa retorica estrattivista nasconde una realtà ben diversa: l’Arco Minero non diversifica l’economia, la criminalizza. Oro, diamanti e soprattutto coltan – minerale strategico per l’industria tecnologica globale – alimentano circuiti opachi di esportazione, spesso fuori da qualsiasi controllo fiscale. L’oro venezuelano diventa così strumento di finanziamento parallelo del regime, anche in chiave di elusione delle sanzioni internazionali. E qui la dimensione geopolitica è centrale perché, secondo diversi report, attori economici e intermediari legati a Russia, Cina, Turchia, Iran e a reti finanziarie informali sono coinvolti nel traffico e commercializzazione dei minerali. L’Arco Minero diventa così una pedina in un gioco internazionale dove ambiente e diritti sono variabili sacrificabili. La mineria illegale è il cuore pulsante del sistema. Pranes (capi mafiosi), gruppi armati, guerriglie straniere e reti criminali transnazionali controllano vaste aree con complicità la partecipazione diretta di settori delle forze armate. La Fuerza Armada Nacional Bolivariana – Fanb non è un semplice attore di sicurezza, ma un soggetto economico e politico centrale nella gestione del territorio minerario. È la militarizzazione dell’estrattivismo: controllo, repressione e profitto. L’Arco Minero dell’Orinoco non è un’eccezione, né un errore di percorso: è un modello di potere. Un progetto che concentra illegalità, autoritarismo e saccheggio in nome della sopravvivenza politica in un dispositivo che trasforma territori in zone di sacrificio, popolazioni in ostacoli, la natura in merce. Questo quadro permette di smontare una narrazione ancora molto diffusa: quella che presenta la Rivoluzione bolivariana come una barriera all’estrattivismo imperialista statunitense e al saccheggio delle risorse naturali del paese sudamericano. I fatti raccontano altro, raccontano che il saccheggio in Venezuela è permanente e che prima favoriva la cupola del potere madurista (e in parte ancora è così) insieme ad alleati come Iran, Cina, Russia e Cuba, ora invece sarà appannaggio degli Usa: in mezzo, ancora una volta, il popolo. L'articolo Non solo Maduro e petrolio: nel mirino di Trump in Venezuela ci sono anche le terre rare dell’Arco Minero dell’Orinoco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Venezuela, i marines Usa sequestrano la sesta petroliera nel giorno in cui Trump accoglie Machado
E sono sei. Con il sequestro della “Veronica” sono sei le petroliere che gli Stati Uniti hanno posto sotto sequestro. Una attività che si inquadra nell’operazione che ha portato all’arresto del presidente Maduro e della moglie, avvenuto il 3 gennaio. Il leader chavista e la consorte sono accusati di narco-terrorismo e traffico di cocaina. A dare conferma del nuovo sequestro è stato il Comando meridionale Usa: “In un’altra azione prima dell’alba, i marines e i marinai della Joint Task Force Southern Spear, a supporto del Dipartimento della Sicurezza Interna, sono decollati dalla USS Gerald R. Ford (CVN 78) e hanno catturato la petroliera Veronica senza incidenti”. L’azione di inquadra in quella che Washington stabilisce come una “quarantena” per le petroliere in entrata o uscita dal Venezuela, tanto che lo stesso Comando nel suo annuncio su X aggiunge: “La Veronica è l’ultima petroliera ad operare in violazione della quarantena stabilita dal presidente Trump per le navi sanzionate nei Caraibi, dimostrando ancora una volta l’efficacia dell’operazione Southern Spear. L’unico petrolio che uscirà dal Venezuela sarà quello coordinato in modo corretto e legale”. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno sequestrato tre petroliere legate al Venezuela, tra cui la Marinera conosciuta in precedenza come Bella-1 e battente bandiera russa. Questo intervento è avvenuto nell’Atlantico; altre due petroliere – Olina e Sophia – erano state sequestrate nei Caraibi. Alcune di queste imbarcazioni, come la Marinera, fanno parte di quella che viene definita flotta-ombra, grazie alla quale la Russia ha continuato a trasportare petrolio aggirando le sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa in seguito all’invazione dell’Ucraina, avvenuta quattro anni fa. Il raid a bordo della Veronica è avvenuto nella stessa giornata in cui il presidente Trump attende alla Casa Bianca la leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, vincitrice del premio Nobel. Il repubblicano ha definito l’oppositrice di Maduro una “combattente per la libertà”, ma ha respinto l’idea di accettare una sua guida del Venezuela sostenendo che Machado manca di un sostegno interno importante. I più maliziosi sostengono invece che Trump non perdoni a Machado l’aver ricevuto il Nobel per la pace che lui pensava di meritare. In ogni caso, la mancanza di sostegno di Machado in patria è una valutazione supportata anche dalla Cia, secondo cui un governo portato avanti tra coloro che avevano condiviso la guida chavista avrebbe avuto più riconoscimento dagli stessi venezuelani. Da lì il dialogo aperto con Delcy Rodriguez, che ha preso la guida del nuovo esecutivo a Caracas. L'articolo Venezuela, i marines Usa sequestrano la sesta petroliera nel giorno in cui Trump accoglie Machado proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Maduro frenò sulla liberazione di Trentini”: la rivelazione. Burlò: “In cella scarafaggi. Incappucciati come a Guantanamo”
Sono rientrati in Italia dopo 14 mesi vissuti nel terrore di una delle strutture carcerarie più repressive del regime di Maduro. Mario Burlò e Alberto Trentini hanno fatto ritorno alle loro case, per ricostruire e riprendere una vita messa in pausa dietro le sbarre a Caracas. Cercando di superare le violenze psicologiche, il terrore di non potere più riabbracciare i propri cari, il silenzio assordante di una quotidianità vissuta in una manciata di metri quadri, al limite della follia. Mesi e mesi di trattative diplomatiche, avviate nel silenzio con un apparato ostile che ora, poi l’arrivo di Delcy Rodriguez alla presidenza del Venezuela, che ha avviato una “fase piena di ambiguità, che può aprire spiragli di luce ma anche trabocchetti. Si può andare nella direzione giusta o verso violenza a danno ai cittadini. Nelle lotte di potere, alla fine, soffrono sempre i cittadini”. Una cosa è certa, prosegue Giovanni De Vito, l’incaricato d’affari a Caracas in un’intervista a La Repubblica: la liberazione dei due ostaggi italiani “è stato un momento ufficiale. Accanto a lei (la nuova presidente, ndr) c’era il presidente del parlamento, Jorge Rodríguez, che è anche suo fratello. Dall’altro lato Diosdado Cabello, vicepresidente. E poi il ministro degli Esteri”, ha continuato. “Il segnale era chiaro: dialogo, disponibilità a costruire una relazione collaborativa, un’agenda comune. Il tono era totalmente diverso dal passato”. Il dossier sui prigionieri politici in Venezuela, tra cui Trentini, ha aggiunto il diplomatico, era stato discusso “con discrezione in molte sedi, e anche allora (lo scorso ottobre, ndr) si è parlato di molte cose ma, in primis, dei nostri connazionali privati della libertà. Avevamo mosso più canali, compresi canali ecclesiastici. C’era una forte aspettativa” ma “probabilmente i venezuelani volevano qualcosa di più. La decisione doveva essere inserita in liste di scarcerazioni, liste che nessuno ha mai visto. Alla fine chi aveva l’ultima parola, cioè Nicolás Maduro, ha frenato”. Sulle condizioni durissime del Rodeo, il carcere in cui erano rinchiusi i due italiani, Mario Burlò aveva già parlato appena atterrato in Italia. Ma è parlando oggi in varie interviste – dal Corriere della Sera alla Stampa – che torna sul tema: “È stato un periodo difficilissimo, davvero. In carcere, senza diritti. Quando uscivi dalla cella, ti facevano camminare con un cappuccio che ti copriva interamente il capo, tipo Guantanamo“, ha detto al Corriere. “La cella – continua -, terrificante: quattro metri per due, con un paio di lastroni di cemento e i materassi. Per un periodo, uno era crollato, e allora si faceva a turno per dormire: uno sopra e l’altro per terra. Scarafaggi che camminavano attorno e la turca a un metro”. Rimedi? “Rincorrere gli scarafaggi con la ciabatta. Difatti, il più delle volte abbiamo dormito uno sull’altro, sul materasso” prosegue Burlò. Ha mai pensato: “Da qui non esco mai più”? “Sì. Pure per l’uniforme azzurra di chi era in attesa di giudizio, la mia: c’era chi la indossava da dieci anni”. Cosa le dissero al momento dell’arresto? “Prima mi hanno dato del mafioso – afferma ancora l’imprenditore torinese -, e gli dissi di leggere bene gli articoli su Internet, poi che ero stato mandato dal governo per spiare”. L’hanno scambiata per una spia? “I poliziotti mi hanno detto – aggiunge parlando a La Repubblica -: ‘Lei è stato mandato dal governo italiano per venire qui e fare cadere il governo di Maduro'”. “Avevo paura che entrassero in cella e mi ammazzassero – va avanti -. Ogni giorno rivivevo l’incubo: non poter sentire i miei figli e dire loro che stavo bene, che ero vivo. Io e Alberto siamo usciti insieme, accompagnati dai militari venezuelani. Ma il pensiero è stato di sospetto”. A più d’uno è venuto il pensiero che lei sia scappato dall’Italia quando la Cassazione avrebbe dovuto decidere sulle sue condanne per concorso esterno in associazione mafiosa? “Mi hanno assolto con formula piena. E per inciso non avrei mai abbandonato i miei figli, sia chiaro” conclude Burlò parlando con La Stampa. L'articolo “Maduro frenò sulla liberazione di Trentini”: la rivelazione. Burlò: “In cella scarafaggi. Incappucciati come a Guantanamo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Gli Usa hanno usato un’arma sonica nel blitz per arrestare Maduro”: la testimonianza del militare venezuelano
Tutti i presenti sono rimasti immobili e i militari a difesa del presidente Nicolas Maduro hanno iniziato a perdere sangue dal naso. Il racconto di un testimone, ripreso da diversi media internazionali, se confermato svela l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di un’arma sonica nel blitz che a Caracas ha portato all’arresto del presidente. Non c’è modo, al momento, di verificare la veridicità del racconto di quella che si è presentata come una delle guardie responsabili della sicurezza del leader chavista, ma va registrata la condivisione dell’intervista su X della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che ha anche incoraggiato i suoi follower a leggerla. “Eravamo di guardia – ha raccontato l’uomo -, ma improvvisamente tutti i nostri sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione. Subito dopo abbiamo visto dei droni, molti droni, volare sopra le nostre posizioni. Non sapevamo come reagire”, ha aggiunto l’uomo descrivendo poi circa 20 soldati statunitensi schierarsi da circa otto elicotteri sopra la base che “sparavano con tale precisione e velocità che sembrava che ogni soldato sparasse 300 colpi al minuto”. Ed è a questo punto, secondo la sua testimonianza, che le forze speciali usa hanno deciso di utilizzare l’arma sonica: “A un certo punto hanno lanciato qualcosa, non so come descriverlo. È stata come un’onda sonora molto intensa. Improvvisamente ho sentito come se la mia testa stesse esplodendo dall’interno. Abbiamo iniziato tutti a sanguinare dal naso. Alcuni vomitavano sangue. Siamo caduti a terra, incapaci di muoverci. Non riuscivamo nemmeno a stare in piedi dopo quell’arma sonica o qualunque cosa fosse”. L'articolo “Gli Usa hanno usato un’arma sonica nel blitz per arrestare Maduro”: la testimonianza del militare venezuelano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Papa Leone ha ricevuto in Vaticano la leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado
Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e vincitrice del premio Nobel per la pace 2025. Un incontro a sorpresa, che è stato reso noto nel bollettino ufficiale diffuso dalla sala stampa della Santa Sede che citava Machado tra le persone ricevute dal pontefice. È avvenuto nella mattinata del 12 gennaio e si è svolto nel Palazzo Apostolico del Vaticano. Al momento non sono stati diffusi dalla Santa Sede ulteriori dettagli sull’incontro ma solo alcune fotografie dell’evento. Machado, vestita di nero e con un rosario al collo, si è intrattenuta in un colloquio col Pontefice tra sorrisi e stratta di mano. Da quanto si evince dagli scatti, il faccia a faccia tra il Pontefice e Machado è avvenuto nella Biblioteca privata. L’incontro si è svolto al termine di una giornata per Leone ricca di udienze private. Tra gli altri ricevuti dal Papa, figurano anche i capitani reggenti della Repubblica di San Marino, il cardinale Rolandas Makrickas e Davide Prosperi, il presidente di Comunione e Liberazione, oltre ad altri rappresentanti ecclesiastici e internazionali. In merito alla crisi venezuelana, nell’Angelus del 4 gennaio scorso Prevost aveva dichiarato: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese”. Un appello rinnovato il 9 gennaio, quando in occasione dell’udienza ai membri del Corpo diplomatico aveva invitato la comunità internazionale a “rispettare la volontà del popolo venezuelano” per “costruire una società fondata sulla giustizia, sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni”. Machado, ex deputata dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione all’ex presidente Nicolás Maduro, è stata insignita del Nobel a ottobre del 2025: assente durante la cerimonia di premiazione, era apparsa a Oslo il giorno successivo dopo undici mesi di clandestinità. Dopo i raid statunitensi e la cattura di Maduro, Machado non ha comumque trovato spazio politico: il Paese è infatti passato alla guida di Delcy Rodríguez, vice di Maduro. Nei prossimi giorni, la politica venezuelana incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca e per l’occasione ha dichiarato di voler offrire il suo Nobel al presidente Usa, ma è stata frenata dal Comitato del premio. “La stimo, ma non ha abbastanza sostegno nel Paese per poterlo guidare”, avevo detto Trump parlando di Machado dopo l’attacco in Venezuela. L'articolo Papa Leone ha ricevuto in Vaticano la leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump si autoproclama “presidente ad interim” del Venezuela: il post sul suo social Truth
Un post pubblicato sul suo social, in cui si autoproclama “presidente ad interim del Venezuela” a partire da gennaio 2026. Il profilo in questione è quello del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che il 3 gennaio ha fatto catturare Nicolas Maduro in un blitz notturno. A convincerlo il segretario di Stato Marco Rubio, figlio di immigrati cubani, e da altri falchi della sua amministrazione. Trump ha pubblicato domenica una sua foto in cui, tra i suoi incarichi, clonando una pagina Wikipedia, compare anche quello di “presidente facente funzioni del Venezuela”. Durante il secondo mandato di Trump, Caracas è diventata un punto di convergenza per le priorità del presidente americano: deportazioni di massa, traffico di droga, vaste riserve petrolifere e minerarie del Paese. “Il Venezuela è una tempesta perfetta, è tutto ciò che interessa l’Amministrazione Trump“, ha spiegato al Wall Street Journal Elliott Abrams, che si è occupato di questioni venezuelane durante il primo mandato di Trump. Quando è tornato alla Casa Bianca a gennaio dello scorso anno, secondo ex funzionari americani Trump ha detto di aver capito che, durante il suo primo mandato, aveva investito troppo tempo e capitale politico nel tentativo di estromettere Maduro senza riuscirci. Verso la fine dell’estate, ha scritto il giornale finanziario nei giorni scorsi, Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, il vice capo dello staff della Casa Bianca Stephen Miller, il direttore della Cia John Ratcliffe e Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Riunito, hanno iniziato a incontrarsi con regolarità per elaborare un piano per rimuovere Maduro dal potere. Secondo funzionari dell’amministrazione e altri a conoscenza dell’operazione citati dal Wsj, l’intelligence statunitense ha iniziato a seguire da vicino Maduro (dove andava e viveva, cosa mangiava e indossava) con l’aiuto di una persona nella cerchia ristretta del leader venezuelano. Inoltre le forze speciali statunitensi hanno iniziato a effettuare prove pratiche della cattura esercitandosi su una replica del suo complesso di Caracas, presso una base militare. Entro l’autunno, Trump aveva detto a Grenell di interrompere i suoi contatti diplomatici con i funzionari venezuelani e da allora è stato messo da parte, hanno affermato i funzionari dell’amministrazione. Maduro ha invece “messo da parte” le “numerose offerte molto, molto, molto generose” per evitare l’arresto, come ha spiegato Rubio ai giornalisti aggiungendo che il leader venezuelano “ha scelto di comportarsi da selvaggio, questo è il risultato”. L'articolo Trump si autoproclama “presidente ad interim” del Venezuela: il post sul suo social Truth proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Manifestazione per il Venezuela a Roma, bruciate bandiere Usa. In collegamento il figlio di Maduro: “Lo riporteremo a casa”
A Roma Potere al Popolo, Cambiare Rotta e Usb hanno organizzato una manifestazione a sostegno del Venezuela ‘contro l’aggressione imperialista degli USA e di Trump’. Centinaia di persone si sono ritrovate a piazza dell’Esquilino, con bandiere venezuelane e di altri Paesi dell’America Latina, per manifestare a fianco dell’ex presidente Nicolas Maduro. Non è mancato qualche momento di tensione con alcuni contestatori che si sono avvicinati al corteo per protestare. I manifestanti hanno poi raggiunto l’ambasciata degli Stati Uniti, davanti alla quale sono state bruciate bandiere a stelle e strisce. “Denunciamo ancora oggi la brutale aggressione subita dal popolo venezuelano da parte dell’imperialismo statunitense, che per interessi di profitto legati al petrolio ha rapito il legittimo presidente Nicolas Maduro. Il Governo italiano è complice di questo scempio che rompe qualsiasi norma del diritto internazionale” dichiarano al microfono alcuni esponenti di Potere al Popolo. In collegamento anche il figlio dell’ex presidente Maduro, ‘Nicolasito’ Maduro, che ha battezzato le piazze a Roma e a Torino: “Grazie e forza, siamo forti. Riporteremo Nicolas Maduro a casa. Confidiamo che ritornerà, evviva i popoli liberi del mondo”, ha detto in video-collegamento con i manifestanti mentre il presidio si era fermato davanti all’ambasciata. L'articolo Manifestazione per il Venezuela a Roma, bruciate bandiere Usa. In collegamento il figlio di Maduro: “Lo riporteremo a casa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Venezuela, è iniziata la guerra per il potere. L’esercito guidato da Cabello teme le purghe della vicepresidente Rodríguez
Lo smantellamento dell’Intelligence, costretta a svuotare in fretta e furia gli uffici dell’Helicoide. La presenza statunitense nella statale Pdvsa, dove decine di manager sono stati spazzati via in un colpo solo. E addirittura l’annuncio inatteso del rilascio di 400 prigionieri politici e ostaggi, esautorando il ministro dell’Interno Diosdado Cabello. A solo una settimana dalla cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, la presidente ad Interim Delcy Rodríguez prova a smantellare in fretta e furia la spectre militare che da quasi tre decenni muove i fili della vita politica ed economica del Paese. La neo-presidente propone anche la stesura di una “legge volta a sensibilizzare” la popolazione civile “sull’importanza dell’incontro”. “Occorre guarire le ferite lasciate da anni di estremismo politico“, dice senza risparmiare né Maduro né la destra di María Corina Machado. Rodríguez chiude con il passato e vuol dare “un nuovo indirizzo politico al Paese”. Ma deve fare i conti con la ferra resistenza dello Stato profondo, guidato da Cabello, che non condivide la piega filoamericana del nuovo governo. “Ora vige la legge della giungla: si salvi chi può. Ciascuno tira acqua verso il proprio mulino”, ha detto dietro le quinte il ministro che fatica a nascondere il suo disagio verso la corrente Rodríguez. CABELLO, L’OSTACOLO DEI RODRÌGUEZ Cabello non è disposto a cedere un millimetro del potere accumulato in quasi trent’anni: minaccia “guerra” agli Stati Uniti e prepara lo scisma nei confronti di Rodríguez. “Il Venezuela è in pace. E una delle ragioni fondamentali per cui la pace è garantita è il monopolio delle armi da parte delle forze armate”, ha affermato Cabello venerdì sera, in piazza O’Leary (Caracas), rivendicando la catena di comando a suo carico. “L’importante è che nessun ‘gruppo’ provi a destabilizzare il Paese”. Al suo fianco i vertici del Controspionaggio militare e dell’Intelligence, nel mirino dell’amministrazione Rodríguez. Lo scisma è servito. E il primo scontro si consuma in queste ore intorno al maxi-rilascio dei prigionieri annunciato da Rodríguez, boicottato dagli agenti su ordine dei loro superiori. “Ora vedranno chi comanda”, assicurano negli ambienti del Dgcim, pronti a vendicarsi per la destituzione del direttore José Marcano Tabata. Lo scontro pesa sui familiari di molti detenuti che hanno trascorso un’intera giornata davanti alle carceri: “Gli agenti dicono di non essere a conoscenza di eventuali scarcerazioni oppure dicono di non aver ricevuto il bollettino di scarcerazione”, riferisce il Comitato dei familiari. Alcuni di loro, presenti davanti al carcere El Rodeo I, denunciano la “strategia di disinformazione attuata dalle guardie carcerarie” che, venuta meno la presenza dei media, “si sono barricate dentro, senza dare più retta a nessuno”. Il freno alle liberazioni è anche un modo di delegittimare i Rodríguez e dimostrare che il potere reale appartiene ai militari. Fonti diplomatiche qualificate parlano a Ilfattoquotidiano.it di uno “scontro a bassa intensità tra fazioni del chavismo” e la situazione “potrebbe degenerare prima o poi”. GLI USA TUTOR DI RODRÌGUEZ Lo stesso Donald Trump è di nuovo sceso in campo in difesa dei Rodríguez, ritenendo saggia “la decisione di rilasciare i prigionieri politici” poiché aiuta a scongiurare “un secondo attacco” sul territorio venezuelano. E un paio di giorni fa ha rivolto una minaccia diretta a Cabello, dicendo che sarà lui “il prossimo target se non aiuta la presidente Rodríguez” a governare e soddisfare le richieste di Washington. La Casa Bianca ha anche inviato l’incaricato di affari a Caracas e ambasciatore a Bogotà, John McNamara, insieme al pool di diplomatici pronti ad accelerare le scarcerazioni. Gli Usa riaprono anche la loro ambasciata nel Paese sudamericano. Il grande ritorno è stato anticipato dalla presenza di aeronavi statunitensi nella Guaira, tra cui un Hercules, un velivolo con targa N569AW Statte 69 appartenente al Dipartimento di Stato Usa. “Loro sono qui perché dobbiamo denunciare l’aggressione (del 3 gennaio, ndr) che va risolta attraverso le vie diplomatiche”, ha giustificato Rodríguez, senza però convincere più di tanto le opposizioni interne al chavismo, insospettite dall’alleanza con l’amministrazione Trump. Forte della protezione Usa, Rodríguez prepara altri colpi contro i vertici militari: vaglia nuove destituzioni nelle Forze Armate e la possibile sostituzione di Cabello al Ministero dell’Interno. Al suo posto si ipotizza la presenza di un civile: l’ex-candidato presidenziale Enríque Márquez, recentemente rilasciato dall’Helicoide. LA RABBIA NEL PARTITO Tra le fila del Partito socialista unito del Venezuela crescono i sospetti di un tradimento consumato dalla stessa Rodríguez: “Come hanno fatto a portare via Maduro così in fretta? E perché nessuno ha reagito?”, chiede una militante durante un meeting organizzato dal partito. Il brusio si estende da Caracas ad Anzoategui, dove l’influencer della formazione di governo, Arturo Padilla, minaccia le opposizioni e gli Stati Uniti: “Non toccate il Venezuela. Qui c’è un popolo unito, perché con Maduro il popolo è al sicuro”. Il leader, ora sotto processo negli Usa, viene strumentalizzato contro Rodríguez. Il Partito perde però quote clientelari all’interno della statale Pdvsa, dove la rimozione di manager locali viene seguita dalla presenza americana. È il caso di Martin Philipsen, volto della Chevron nel Paese nominato amministratore della petroliera PetroPiar. È il primo straniero al vertice di un’impresa mista di Pdvsa. In suo favore Rodríguez usa la carta Nicolás Maduro Guerra, figlio dell’ex presidente, che afferma: “L’indirizzo del governo è in piena continuità con il progetto di mio padre, Nicolás Maduro”. Ma neppure lui riesce a far venir meno le tensioni interne. L'articolo Venezuela, è iniziata la guerra per il potere. L’esercito guidato da Cabello teme le purghe della vicepresidente Rodríguez proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Venezuela, la denuncia di Reporter senza Frontiere: la vita per i giornalisti resta dura, anche se non c’è più Maduro
“Le condizioni del giornalismo in Venezuela si sono ulteriormente deteriorate dopo l’azione militare illegale degli Stati Uniti del 3 gennaio e dell’instabilità istituzionale che ne è derivata”, scrive Reporter senza Frontiere in una nota pubblicata ieri. La Ong con sede a Parigi da anni denuncia la repressione e il rigido controllo dell’informazione sotto il governo di Nicolas Maduro. Per il 2025, ha classificato il Venezuela al 160° posto su 180 Paesi nella sua lista sulla libertà di stampa nel mondo, denunciando il quadro di un Paese dove “l’informazione indipendente è sotto attacco costante”. Ma adesso, dopo l’arresto del presidente Maduro ordinato da Donald Trump, secondo l’associazione per la difesa della libertà di stampa nel mondo, il quadro è peggiorato: i reporter sul posto devono “confrontarsi a rischi maggiori e imprevedibili. Queste minacce, in un contesto maggiormente frammentato – si legge nella nota -, non traggono più origine da una singola, identificabile, autorità di Stato, ma da molteplici attori, che aumentano notevolmente l’insicurezza dei professionisti dei media”. I giornalisti in Venezuela continuano ad essere sottoposti a minacce, intimidazioni dirette ed espulsioni. Stando ai dati riportati da RSF, circa 200 reporter sono bloccati alla frontiera con la Colombia, a Cúcuta, in attesa di una autorizzazione negata o elusa dalle autorità militari di frontiera. Inoltre, numerosi cronisti e operatori della stampa restano incarcerati per motivi legati allo svolgimento della loro professione, tra i quali Rory Branker, reporter 43enne del giornale online La Patilla, arrestato il 20 febbraio 2025 a Caracas dagli agenti del Sebin, i servizi segreti del Venezuela, e trasferito l’8 dicembre scorso in un luogo di detenzione sconosciuto. Branker, scrive RSF, è diventato “il simbolo della repressione contro la stampa indipendente in Venezuela, dove ai giornalisti vengono sistematicamente negati processi equi e l’accesso alla difesa legale, e sono spesso detenuti in località segrete”. “In un momento in cui per il mondo è cruciale capire cosa accade in Venezuela nonché le conseguenze dell’intervento Usa”, RSF lancia un appello al rispetto della libertà di stampa in Venezuela e all’accesso dei giornalisti internazionali nel Paese: “Senza accesso all’informazione e senza libertà di stampa – ha sottolineato Thibaut Bruttin, direttore generale dell’organizzazione – si creano le condizioni per una vera e propria guerra di informazione”. La nota cita un episodio del 5 gennaio scorso, quando 14 giornalisti e operatori soprattutto di media internazionali, secondo quanto confermato dal Sindacato dalla stampa venezuelana (Sntp), sono stati fermati dalle forze di sicurezza venezuelane nei pressi dell’Assemblea nazionale a Caracas, mentre coprivano l’insediamento della nuova presidente Delcy Rodriguez. L’agenzia Ansa aveva riportato il caso del giornalista italiano della Cnn, Stefano Pozzebon, 35 anni, che pur avendo un permesso di residenza in Venezuela, era stato fermato lunedì al suo arrivo all’aeroporto di Caracas, bloccato per ore e poi espulso verso la Colombia. Nell’agosto 2024 si era verificato un episodio simile, quando il governo di Nicolas Maduro espulse dal paese due inviati del Tg1 della Rai, il giornalista Marco Bariletti e il cameraman Ivo Bonito, appena atterrati all’aeroporto di Maiquetía, negando loro di entrare nel paese per documentare la situazione post-elettorale. Stando a RSF, dal 5 gennaio scorso, altri quattro giornalisti sono stati arrestati al confine e rilasciati poche ore dopo: due spagnoli, un messicano e un colombiano. Almeno sei sono i giornalisti e gli operatori dei media che restano imprigionati in Venezuela. Oltre a Rory Branker, RSF segnala: il giornalista Leandro Palmar, collaboratore di Luz Radio e del sito di informazione Es Noticia Venezuela, arrestato nel gennaio 2025 a Maracaibo insieme all’operatore Belices Salvador Cubillán; la giornalista Nakary Mena Ramos, arrestata nell’aprile 2025, insieme al cameraman e marito Gianni González, per un’inchiesta sull’insicurezza a Caracas realizzata per il giornale on line Impacto Venezuela; e Luis López, giornalista venezuelano di La Verdad, 65 anni, detenuto dal giugno 2024. L'articolo Venezuela, la denuncia di Reporter senza Frontiere: la vita per i giornalisti resta dura, anche se non c’è più Maduro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Serve una ribellione della coscienza dei popoli contro il nuovo colonialismo Usa in America Latina”: il discorso del premio Nobel Esquivel
Pubblichiamo di seguito l’intervento dello scrittore argentino, premio Nobel per la pace, Adolfo Pérez Esquivel, pronunciato in videocollegamento dopo l’attacco Usa al Venezuela e la cattura del leader Nicolas Maduro. Di fronte all’invasione degli Stati Uniti in Venezuela e al sequestro del presidente costituzionale Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores, vogliamo condannare l’azione criminale del governo Trump che intende tornare alla nefasta Dottrina Monroe per sottomettere i popoli dell’America Latina e dei Caraibi. L’invasione del Venezuela è un’aggressione contro l’intero continente latinoamericano e in particolare contro i governi popolari che difendono la sovranità politica ed economica. Il cosiddetto “Corollario Trump” della Dottrina Monroe, esposto nella strategia del Documento di Sicurezza Nazionale, mira a recuperare la preminenza degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale, principalmente sull’America Latina. Tutti i paesi dell’America Latina sono minacciati e violati dall’impero che continua a considerare l’intero continente come il “suo cortile di casa”. Gli interventi militari degli Stati Uniti non sono una novità, basti ricordare, tra i tanti, quelli di Santo Domingo, Grenada e Panama, dove nel 1986 hanno rapito e incarcerato il generale Noriega invadendo Panama e lasciando più di 1200 morti a Los Chorrillos con totale impunità. Ma questa volta l’escalation militare supera i precedenti imperiali. Il dispiegamento di portaerei e navi di scorta nei Caraibi, le morti causate da Trump nel Mar dei Caraibi contro pescherecci e il sequestro di petroliere e quelle commesse in varie parti del mondo lo indicano come un criminale che deve essere giudicato dalla Corte penale internazionale. I bombardamenti contro il Venezuela e il sequestro del suo presidente e di sua moglie, così come le minacce ai governi di Colombia, Messico, Nicaragua e Cuba, che hanno avuto il coraggio di denunciare le minacce alla sovranità dei popoli, evidenziano la strategia della potenza egemonica di infrangere tutti i consensi del diritto internazionale, patti, protocolli, convenzioni e trattati sui diritti umani, per imporre con la forza il saccheggio e la sottomissione dei popoli. Trump, nella sua disperazione di perdere l’egemonia mondiale, cerca di assicurarsi le risorse petrolifere e naturali dell’America Latina. La menzogna è la madre della violenza e gli Stati Uniti la utilizzano per giustificare la loro aggressione ad altri paesi, per dichiarare guerra all’Iraq accusando Saddam Hussein di possedere “armi di distruzione di massa”, mai trovate. Oggi accusa Maduro di essere il capo del narcotraffico e trafficante d’armi, e lo usa come scusa per sequestrarlo in Venezuela e pretendere di processarlo nei tribunali statunitensi. Che garanzia potrà avere se lo hanno condannato prima di processarlo? Lo stesso Trump ha appena graziato l’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga, il che dimostra che non è interessato alla lotta al narcotraffico, ma lo usa solo come scusa per legittimare l’uso della forza secondo gli interessi dell’Impero. Non posso non sottolineare quanto sia dolorosa e indignante la complicità e il silenzio dei governanti dell’America Latina e del mondo di fronte a questa violazione del diritto internazionale, come l’invasione di un paese e il sequestro del suo presidente. È stata superata una linea rossa, quella del rispetto della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Noi popoli latinoamericani dobbiamo affrontare governi di destra che vivono sottomessi al colonialismo degli Stati Uniti, come quello argentino di Javier Milei, tra gli altri, che avallano l’operato dell’Impero. Quando sarà il momento, dovranno rendere conto delle loro azioni al popolo e alla giustizia. “Chi semina raccoglie”. Di fronte a questa situazione, dobbiamo convocare una “ribellione della coscienza dei popoli” che promuova tutte le azioni di resistenza e di mobilitazione per affrontare questo nuovo colonialismo. Non dobbiamo accettare il sistema di dominio e saccheggio che mira ad approfondire la dipendenza economica, politica, culturale e spirituale. Come annunciò con profetica lucidità il liberatore Simón Bolívar: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a infestare l’America di miserie, in nome della libertà”. Per questo è indispensabile agire con urgenza in difesa della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Le Nazioni Unite devono pronunciarsi sui crimini commessi da Trump, impedire che agisca con totale impunità, generando un pericolo per la vita e la sicurezza mondiale. Conosciamo i limiti del sistema multilaterale, ma è comunque necessario intervenire in difesa del diritto internazionale. Vorrei rivolgermi al popolo degli Stati Uniti: molti settori non condividono la politica di aggressione e violenza del governo Trump, mentre al loro interno la popolazione più bisognosa, i migranti, i giovani, i poveri e le vittime di discriminazione vivono situazioni gravi. Di fronte alle continue violazioni e al mancato rispetto dello Stato di diritto, il popolo deve chiedere spiegazioni per le sue azioni e le sue dimissioni dalla presidenza degli Stati Uniti. È indispensabile che le chiese, le organizzazioni sociali, politiche e culturali, i sindacati e i leader politici si mobilitino e pongano dei limiti a un governante che mette in pericolo la pace mondiale. Devono agire prima che sia troppo tardi. Sono le mobilitazioni che possono garantire la difesa della democrazia e del diritto. I popoli non possono essere spettatori passivi quando è in gioco la libertà e la sovranità dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nel continente. L’appello alla ribellione delle coscienze è un invito alla speranza e alla liberazione dei popoli. Dobbiamo cercare l’unità nella diversità del nostro continente sulla base della solidarietà dei popoli. Denunciare la violenza contro il Venezuela e le minacce contro cuba, Colombia, Brasile, Nicaragua, denunciare davanti agli organismi nazionali, regionali come l’Oea (Organizzazione degli stati americani, ndr), (silenziata dagli stati uniti) e organismi internazionali, l’Onu, i parlamenti. Dichiarare una giornata di ribellione di coscienza dei popoli, sciopero continentale, mobilitazione e riflessione dei diversi settori sociali, politici, culturali e religiosi per trovare alternative liberatrici che unificano la grande patria. Nel IV Vertice delle Americhe tenutosi il 5 novembre 2005 a Mar del Plata, i presidenti di Argentina, Brasile, Venezuela, Uruguay e Paraguay si sono uniti per opporsi all’ALCA, un trattato di libero scambio che mirava ad approfondire il neoliberismo e un modello neocoloniale nella regione. Oggi l’impero ritorna con gli stessi obiettivi, ma questa volta con le armi. Siamo riusciti a sconfiggere l’ALCA, ora sconfiggeremo il ritorno alla Dottrina Monroe. La sovranità dei popoli non è negoziabile. L'articolo “Serve una ribellione della coscienza dei popoli contro il nuovo colonialismo Usa in America Latina”: il discorso del premio Nobel Esquivel proviene da Il Fatto Quotidiano.
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