Da quando il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno condotto l’operazione Absolute
Resolve per catturare l’ormai ex presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua
moglie Cilia Flores, si è aperto un duro scontro fra il Dipartimento della
Difesa Usa (o della Guerra, nella riformulazione trumpiana), e l’azienda di IA
Anthropic, fondata nel 2021 dai fratelli Amodei, dopo la loro uscita da OpenAI.
Al centro del dibattito c’è l’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale
per operazioni militari e di sicurezza. Absolute Resolve è infatti un’operazione
senza precedenti. Non solo per il suo peso politico o le ricadute sul diritto
internazionale e l’ostentata precisione chirurgica con cui le forze speciali Usa
hanno catturato Maduro, ma anche perché per la prima volta nella storia militare
degli Stati Uniti un modello commerciale di IA, Claude di Anthropic, è stato
utilizzato in un’operazione ufficiale del Pentagono.
Questo utilizzo è però avvenuto in violazione delle politiche interne
dell’azienda, che a differenza di altre rivali come OpenAI, Google e xAI,
collabora con la Difesa statunitense ma con espliciti limiti sanciti dai vertici
dell’azienda di Dario e Dario e Daniela Amodei. Nonostante l’assoluta
riservatezza, secondo gli esperti militari nell’attacco al Venezuela che ha
causato la morte di 83 persone, l’IA di Anthropic è stata usata grazie alla
partnership con la società di analisi dati Palantir Technologies per il supporto
dell’analisi di immagini satellitari, per la pianificazione operativa e persino
la gestione di dati in tempo reale delle operazioni.
Non stupisce quindi che lo scontro sia culminato ieri con la convocazione del
Ceo di Anthropic, Dario Amodei, da parte del capo del Pentagono Pete Hegseth.
Una convocazione urgente per discutere dell’utilizzo di intelligenza artificiale
per fini militari e di sicurezza. L’incontro, preannunciato come decisivo e dai
toni “poco amichevoli” non ha consegnato, al momento, conclusioni note e
implicazioni materiali. È probabile che Hegseth e Amodei si siano confrontati in
maniera privata e senza riferire nulla alla stampa per verificare il margine di
trattativa reciproca.
I vertici di Anthropic, che promuovono un approccio all’AI incentrato sulla
sicurezza e hanno anche sviluppato una costituzione etica su cui sviluppare il
loro modello Claude, hanno più volte dichiarato di non voler mettere a
disposizione le proprie tecnologie per la creazione di armi autonome o per
favorire la sorveglianza di massa. Due linee rosse che per Amodei sono
“fondamentali” sia per la tenuta dell’ordine democratico americano e
internazionale sia per la cultura aziendale da lui promossa.
Il Pentagono, dal canto suo, vuole che le capacità di Claude siano disponibili
in maniera illimitata per “tutti gli usi leciti” permessi dalla legge, e quindi
anche per sviluppo di armi e operazioni belliche e di intelligence. “Non
possiamo permettere che una singola azienda detti le regole d’uso di una
tecnologia critica per la sicurezza nazionale”, ha dichiarato Emil Michael,
sottosegretario alla ricerca del Pentagono, palesando pubblicamente le
intenzioni di inglobare anche Anthropic all’interno di un ecosistema
tecno-militare che è ormai un ambito estremamente sensibile per la sicurezza
nazionale, soprattutto nell’ottica di un confronto aperto con il grande rivale
degli Stati Uniti, la Cina.
L’opposizione di Anthropic ha causato delle forti pressioni da parte degli
apparati della sicurezza nei confronti dell’azienda, mettendo a rischio un
contratto da 200 milioni di dollari, a cui si aggiunge la minaccia di tagliare
ogni rapporto commerciale fra il Pentagono e Anthropic e di classificare
l’azienda come a “rischio” per la catena di approvvigionamento della Difesa
statunitense. Il dibattito etico e strategico che ne è conseguito riflette
l’esistenza di due orientamenti diversi fra una parte seppur minoritaria della
Silicon Valley che vuole auto-imporsi limitazioni e sviluppare tecnologie in
modo critico, e un conglomerato politico-militare affamato di tecnologia da
tradurre in superiorità militare e in capacità di controllo per mantenere il
dominio internazionale nel campo militare. La nuova dottrina militare
statunitense, denominata “AI First”, rappresenta infatti una svolta storica
nell’utilizzo di tecnologia a fini militari ed è molto chiara nei suoi intenti:
l’IA deve diventare uno strumento quotidiano privo di particolari restrizioni
con cui condurre pianificazione, operazioni e gestione delle forze armate perché
nelle guerre di oggi la differenza è fatta dalle tecnologie d’avanguardia, e
rimanere indietro in questo ambito potrebbe rivelarsi un errore fatale.
L'articolo Pentagono contro Anthropic: il Ceo Amodei convocato da Hegseth dopo
il caso Venezuela. Cosa rischia la startup che vuole una AI “etica” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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“Abbiamo poche speranze. Nessuno dice cosa succederà ai nostri cari e quando
verranno liberati. Non ci danno informazioni. Ci spinge ad andare avanti solo
l’amore per le nostre famiglie”. Jenny Orozco, figlia del leader
dell’opposizione di Voluntad Popular ed ex deputato Fernando Orozco, è una delle
dieci donne in sciopero della fame nell’area che circonda la cosiddetta Zona 7,
un carcere a Caracas. Da lunedì 16 febbraio figlie, madri e familiari di persone
detenute per motivi politici hanno smesso di mangiare per chiederne la
liberazione. In questa prigione, la scorsa settimana, Jorge Rodríguez,
presidente dell’Assemblea Nazionale, aveva assicurato che sarebbero state
liberate in tempi brevi, una volta approvata la legge sull’amnistia. Ad oggi
sono uscite 17 persone, ma ne rimangono ancora più di 50. “Esigiamo il loro
immediato rilascio, altrimenti continueremo con lo sciopero della fame. Sappiamo
che non gli importa delle nostre vite o di quelle di chi è là dentro, ma non ci
fermeremo”, dice Orozco a Ilfattoquotidiano.it. La sua vicenda è simile alla
storia di altre persone rinchiuse nelle carceri del Venezuela durante il governo
dell’allora presidente Nicolás Maduro: il padre di Jenny Orozco era stato
collegato a un presunto complotto e incarcerato insieme a uno dei figli e alla
moglie, poi liberata per motivi di salute.
L’approvazione della legge sull’amnistia è in ritardo. Venerdì 13 febbraio
l’Assemblea Nazionale, il Parlamento ancora controllato dal partito al governo,
aveva votato per sospendere la discussione sul disegno di legge che concederebbe
l’amnistia a centinaia di membri dell’opposizione, difensori dei diritti umani e
attivisti detenuti da anni per motivi politici. I deputati avevano approvato
solo alcune parti del testo, ma alla fine avevano deciso di prorogare la
discussione e la decisione finale. Uno dei punti critici, per cui il dibattito è
stato rimandato, riguarda l’articolo 7 che prevede l’obbligo per i beneficiari
dell’amnistia di sottoporsi prima alla giustizia. Il disegno di legge era stato
proposto dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, dopo che l’esercito
statunitense il 3 gennaio aveva sequestrato Maduro a Caracas.
Secondo un rapporto della ong Foro Penal, da quando a gennaio il governo
chavista aveva reso pubblica la notizia delle scarcerazioni, sono state
rilasciate 444 persone nella presunta transizione democratica controllata dagli
Stati Uniti. Secondo l’organizzazione, che si occupa di diritti umani e difesa
dei detenuti, all’appello ne mancano ancora almeno 634 in tutto il Venezuela. La
ong denuncia nuovi detenuti per motivi politici e le proteste dei familiari
proseguono di fronte ad altre carceri del Paese.
“Stiamo ricevendo aiuto da volontari e da organizzazioni della società civile
che ci danno ghiaccio, soluzioni saline, acqua”, spiega Petra Vera che sta
supportando le donne in sciopero. Controlla la loro pressione e glicemia,
rimanendo in contatto telefonico con due dottoresse che le spiegano come
comportarsi. Alcune hanno avuto problemi di salute. “Una signora è stata portata
in un centro sanitario da un medico volontario. L’ambulanza non è mai venuta”,
prosegue Vera. È arrivata a Caracas dalla città di Maracaibo, nello stato di
Zulia, quando a gennaio erano iniziate le scarcerazioni. Suo cognato è nella
Zona 7 con l’accusa di avere cospirato contro il governo e si trova in
condizioni critiche. “Siamo riusciti a portargli cibo e medicinali. Non sta bene
e deve essere operato con urgenza. Deve essere rilasciato il prima possibile”.
L'articolo Venezuela, donne in sciopero della fame davanti a un carcere di
Caracas: “I nostri cari sono prigionieri politici, avevano promesso di
liberarli” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fonti degli organi di pubblica sicurezza a Caracas confermano a
ilfattoquotidiano.it l’arresto di Alex Saab (foto) l’ex ministro dell’Industria
venezuelana, che aveva vincolato la liberazione di Alberto Trentini al suo
procedimento giudiziario a Roma, poi finito in patteggiamento. La detenzione
risulta confermata anche da uomini della cerchia stretta di Saab, ma Palazzo di
Miraflores non ufficializza ancora. La cattura dell’imprenditore
colombo-libanese, classe ’71, per presunto “tradimento” e “corruzione”, fa parte
delle richieste avanzate da Washington alla presidente ad interim Delcy
Rodríguez. La contropartita: la concessione di nuove licenze a Chevron, Eni e
altre compagnie petrolifere e ulteriori aperture Usa nei confronti di Caracas.
La Casa Bianca chiede l’estradizione dell’imprenditore ma il dossier non è
pronto. C’è anche uno scoglio: la grazia concessa da Joe Biden, che il
Dipartimento di Giustizia Usa punta a revocare dimostrando nuovi reati, come
previsto dalla terza clausola dell’atto di indulto. A tale proposito sono state
aperte nuove indagini, legate a vicende di corruzione tramite appalti
governativi. L’idea di fondo è quella di trasformare Saab nel testimone chiave
contro Nicolás Maduro (foto), sotto processo per “cospirazione” e
“narcoterrorismo”. Negli ultimi due anni l’imprenditore è stato l’operatore
finanziario di Caracas nel ruolo di ministro dell’Industria e della Produzione
nazionale. Già nel 2011, verso il tramonto dell’era Hugo Chávez – forte
dell’endorsement dell’ex guerrigliera Piedad Córdoba – Saab aveva gestito il
programma di case popolari “Misión vivienda” e con l’arrivo di Maduro i suoi
affari si sono estesi nel settore petrolifero, con contratti per oltre 1 milione
di dollari, ottenuti dopo la caduta dell’ex presidente della statale Petróleos
de Venezuela S.A., Rafael Ramírez.
L’arresto di Saab, riportato il 4 febbraio da Caracol, Reuters e il New York
Times, è stato eseguito dal Servizio di Intelligence bolivariana (Sebin), in
collaborazione con l’Fbi. Con lui è stato catturato anche l’imprenditore Raúl
Gorrín. Entrambi sono scomparsi dal radar da allora: nessun tweet, né
apparizione pubblica. L’unico tentativo di smentita era giunto dal legale di
Saab, Luigi Giuliano, che bollava la notizia come “fake” e “sensazionalistica”.
“Sta bene e si trova a Caracas”, aveva detto il legale – rientrato da poco a
Roma – a Ilfatto.it, sostenendo di aver incontrato il suo assistito, che “non ha
alcun problema con gli Stati Uniti”. Vox clamantis in deserto, quella di
Giuliano, là dove il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, e il
procuratore Tarek William Saab hanno dichiarato di non avere informazioni sulla
vicenda. Eppure, in un primo momento, il procuratore aveva provato a smentire
l’arresto, facendo poi un passo indietro. La linea della negazione aveva la
finalità di alzare il costo politico della cattura e dell’eventuale estradizione
di Saab, ma non ha avuto abbastanza seguito: persino gli alleati hanno preferito
rinnegare colui che, nelle ore liete dell’era Maduro, chiamavano “hermano”.
Il mistero si infittisce anche intorno al luogo della detenzione dell’ex
ministro. “È detenuto ed è ospite all’Helicoide, il centro di reclusione gestito
dal Sebin”, dice l’ex procuratore Zair Mundaray, ma anche altre fonti
qualificate a Ilfatto.it, sottolineando che Caracas “non rispetta lo Stato di
diritto” e mantiene “persone trattenute o sottoposte a sparizione forzata, anche
per mesi, senza convalidare l’arresto”. È quanto accaduto a Trentini nei primi
sei mesi, per intenderci. Niente principio di legalità, quindi, ma un vero e
proprio contrappasso: i vecchi metodi, usati contro le opposizioni, dirottati
nei confronti del nemico interno. Ora i difensori di Saab non negano più
l’arresto dell’ex ministro, ma ne parlano come una messinscena per compiacere
gli Stati Uniti. In realtà la cattura dell’imprenditore è in continuità con la
sua estromissione dal governo guidato da Rodríguez, la soppressione del suo
ministero e il venir meno del Centro internacional de inversión productiva.
Ma non solo. Nella notte del 9 febbraio è stato arrestato anche Carlos Rolando
Lizcano, amministratore di fiducia dell’imprenditore. Lizcano, che secondo
alcune fonti si trova nel centro di detenzione del controspionaggio militare a
Boleíta, ha gestito il programma alimentare Clap, partecipando all’ammanco di
350 milioni di dollari ai danni dello Stato venezuelano. Le purghe di Rodríguez
sono appena iniziate, con più di trenta arresti nei primi 40 giorni di governo.
Resta da decifrare la posizione di Camilla Fabri (foto), moglie di Saab e
vice-ministra della Comunicazione internazionale, che non gode della stima dei
fratelli Rodríguez. L’ultimo post su X è stato pubblicato il 4 febbraio – una
foto nel corteo pro Maduro – e il più recente avvistamento pubblico risale al
giorno 5, per ricevere migranti espulsi dagli Usa nell’ambito del programma di
rimpatri Vuelta a la patria, facendo buon viso a cattivo gioco.
L'articolo Venezuela, il giallo dell’ex ministro Alex Saab: arrestato a Caracas,
scaricato dal regime e ora nel mirino degli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dal 3 gennaio le parole Maduro, Trump, Venezuela e petrolio dominano la stampa
nazionale e internazionale. Ma chi, come me, analizza il Venezuela in modo
approfondito da anni sa che, sotto la superficie, c’è un’altra questione di cui
si è parlato troppo poco. Un “bottino” che fa gola a molti e che completa e
rafforza la strategia di Trump, anche in relazione alla Groenlandia e alle
“terre rare”.
Si tratta dell’Arco Minero dell’Orinoco, non un semplice progetto estrattivo, ma
uno spartiacque politico, ambientale e istituzionale che racconta meglio di
qualunque discorso la deriva autoritaria ed estrattivista del Venezuela
contemporaneo. Un laboratorio di devastazione dove collassano Stato di diritto,
diritti umani e tutela dell’ambiente, mentre si consolidano reti criminali,
interessi geopolitici e potere militare.
Il progetto venne formalizzato il 24 febbraio 2016, con il Decreto presidenziale
n. 2.248 del governo di Nicolás Maduro, che istituì la “Zona di Sviluppo
Strategico Nazionale Arco Minero dell’Orinoco”. L’area interessata è immensa:
111.843 kmq, oltre il 12% del territorio nazionale, nel sud del Paese,
principalmente nello Stato Bolívar, con estensioni verso Amazonas e Delta
Amacuro. Un territorio che si sovrappone a parchi nazionali, bacini idrici
strategici e terre ancestrali indigene.
Fin dalla sua nascita, l’Arco Minero è segnato da violazioni costituzionali
evidenti: il progetto non è mai passato dal Parlamento, non è stato sottoposto a
consultazione pubblica né, soprattutto, alla consultazione previa, libera e
informata delle popolazioni indigene, come previsto dalla Costituzione
venezuelana e dalle convenzioni internazionali ratificate dal Paese.
Mancano inoltre studi di impatto ambientale indipendenti e trasparenti. Non si
tratta di omissioni tecniche, ma di una scelta politica deliberata: sospendere
il diritto per garantire l’estrazione.
Le conseguenze sul piano dei diritti umani sono drammatiche e sistemiche.
Organizzazioni come SOS Orinoco, FundaRedes, Cepaz e varie missioni
internazionali hanno documentato negli anni esecuzioni extragiudiziali,
sparizioni forzate, torture, violenze sessuali, lavoro forzato e sfollamenti
legati direttamente all’espansione mineraria. Nel solo Arco Minero, secondo dati
raccolti e citati anche dall’Alto Commissariato Onu, dal 2016 si contano
centinaia di morti violente in contesti legati alla disputa per il controllo
delle miniere.
Il lavoro di SOS Orinoco – rilanciato anche da questo documentario presentato
nel 2021 e diffuso da media internazionali – mostra con chiarezza come l’Arco
Minero sia diventato uno spazio di violenza strutturale, dove lo Stato non
protegge, ma spesso collabora o tollera attori armati, gruppi criminali e reti
illegali. Un territorio in cui la legge è sostituita dalla forza.
Sul piano ambientale, parlare di ecocidio non è una forzatura retorica. L’Arco
Minero si colloca in una delle regioni a maggiore biodiversità del pianeta,
cuore dell’Amazzonia venezuelana. La mineria aurifera e del coltan, praticata in
gran parte a cielo aperto, ha prodotto deforestazione massiva, contaminazione
dei fiumi con mercurio, distruzione irreversibile dei suoli e compromissione
delle catene alimentari. Interi bacini idrici – fondamentali anche per la
produzione di energia idroelettrica – sono oggi gravemente inquinati.
I popoli indigeni pagano il prezzo più alto. Pemón, Yek’wana, Sanemá, Warao e
altre comunità vedono erosi i propri territori, distrutte le economie
tradizionali, spezzata la coesione sociale e la simbiosi con il terra degli
antenati. La militarizzazione delle aree minerarie e la presenza di gruppi
armati hanno trasformato villaggi indigeni in spazi di coercizione, sfruttamento
e paura, con migrazione forzata e perdita di identità culturale come effetti
diretti di questo modello estrattivo.
Il discorso ufficiale presenta l’Arco Minero come soluzione alla crisi economica
post-petrolifera. Ma questa retorica estrattivista nasconde una realtà ben
diversa: l’Arco Minero non diversifica l’economia, la criminalizza. Oro,
diamanti e soprattutto coltan – minerale strategico per l’industria tecnologica
globale – alimentano circuiti opachi di esportazione, spesso fuori da qualsiasi
controllo fiscale.
L’oro venezuelano diventa così strumento di finanziamento parallelo del regime,
anche in chiave di elusione delle sanzioni internazionali. E qui la dimensione
geopolitica è centrale perché, secondo diversi report, attori economici e
intermediari legati a Russia, Cina, Turchia, Iran e a reti finanziarie informali
sono coinvolti nel traffico e commercializzazione dei minerali. L’Arco Minero
diventa così una pedina in un gioco internazionale dove ambiente e diritti sono
variabili sacrificabili.
La mineria illegale è il cuore pulsante del sistema. Pranes (capi mafiosi),
gruppi armati, guerriglie straniere e reti criminali transnazionali controllano
vaste aree con complicità la partecipazione diretta di settori delle forze
armate. La Fuerza Armada Nacional Bolivariana – Fanb non è un semplice attore di
sicurezza, ma un soggetto economico e politico centrale nella gestione del
territorio minerario. È la militarizzazione dell’estrattivismo: controllo,
repressione e profitto.
L’Arco Minero dell’Orinoco non è un’eccezione, né un errore di percorso: è un
modello di potere. Un progetto che concentra illegalità, autoritarismo e
saccheggio in nome della sopravvivenza politica in un dispositivo che trasforma
territori in zone di sacrificio, popolazioni in ostacoli, la natura in merce.
Questo quadro permette di smontare una narrazione ancora molto diffusa: quella
che presenta la Rivoluzione bolivariana come una barriera all’estrattivismo
imperialista statunitense e al saccheggio delle risorse naturali del paese
sudamericano. I fatti raccontano altro, raccontano che il saccheggio in
Venezuela è permanente e che prima favoriva la cupola del potere madurista (e in
parte ancora è così) insieme ad alleati come Iran, Cina, Russia e Cuba, ora
invece sarà appannaggio degli Usa: in mezzo, ancora una volta, il popolo.
L'articolo Non solo Maduro e petrolio: nel mirino di Trump in Venezuela ci sono
anche le terre rare dell’Arco Minero dell’Orinoco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
E sono sei. Con il sequestro della “Veronica” sono sei le petroliere che gli
Stati Uniti hanno posto sotto sequestro. Una attività che si inquadra
nell’operazione che ha portato all’arresto del presidente Maduro e della moglie,
avvenuto il 3 gennaio. Il leader chavista e la consorte sono accusati di
narco-terrorismo e traffico di cocaina.
A dare conferma del nuovo sequestro è stato il Comando meridionale Usa: “In
un’altra azione prima dell’alba, i marines e i marinai della Joint Task Force
Southern Spear, a supporto del Dipartimento della Sicurezza Interna, sono
decollati dalla USS Gerald R. Ford (CVN 78) e hanno catturato la petroliera
Veronica senza incidenti”.
L’azione di inquadra in quella che Washington stabilisce come una “quarantena”
per le petroliere in entrata o uscita dal Venezuela, tanto che lo stesso Comando
nel suo annuncio su X aggiunge: “La Veronica è l’ultima petroliera ad operare in
violazione della quarantena stabilita dal presidente Trump per le navi
sanzionate nei Caraibi, dimostrando ancora una volta l’efficacia dell’operazione
Southern Spear. L’unico petrolio che uscirà dal Venezuela sarà quello coordinato
in modo corretto e legale”.
La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno sequestrato tre petroliere legate al
Venezuela, tra cui la Marinera conosciuta in precedenza come Bella-1 e battente
bandiera russa. Questo intervento è avvenuto nell’Atlantico; altre due
petroliere – Olina e Sophia – erano state sequestrate nei Caraibi.
Alcune di queste imbarcazioni, come la Marinera, fanno parte di quella che viene
definita flotta-ombra, grazie alla quale la Russia ha continuato a trasportare
petrolio aggirando le sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa in seguito
all’invazione dell’Ucraina, avvenuta quattro anni fa.
Il raid a bordo della Veronica è avvenuto nella stessa giornata in cui il
presidente Trump attende alla Casa Bianca la leader dell’opposizione
venezuelana, María Corina Machado, vincitrice del premio Nobel. Il repubblicano
ha definito l’oppositrice di Maduro una “combattente per la libertà”, ma ha
respinto l’idea di accettare una sua guida del Venezuela sostenendo che Machado
manca di un sostegno interno importante. I più maliziosi sostengono invece che
Trump non perdoni a Machado l’aver ricevuto il Nobel per la pace che lui pensava
di meritare. In ogni caso, la mancanza di sostegno di Machado in patria è una
valutazione supportata anche dalla Cia, secondo cui un governo portato avanti
tra coloro che avevano condiviso la guida chavista avrebbe avuto più
riconoscimento dagli stessi venezuelani. Da lì il dialogo aperto con Delcy
Rodriguez, che ha preso la guida del nuovo esecutivo a Caracas.
L'articolo Venezuela, i marines Usa sequestrano la sesta petroliera nel giorno
in cui Trump accoglie Machado proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono rientrati in Italia dopo 14 mesi vissuti nel terrore di una delle strutture
carcerarie più repressive del regime di Maduro. Mario Burlò e Alberto Trentini
hanno fatto ritorno alle loro case, per ricostruire e riprendere una vita messa
in pausa dietro le sbarre a Caracas. Cercando di superare le violenze
psicologiche, il terrore di non potere più riabbracciare i propri cari, il
silenzio assordante di una quotidianità vissuta in una manciata di metri quadri,
al limite della follia. Mesi e mesi di trattative diplomatiche, avviate nel
silenzio con un apparato ostile che ora, poi l’arrivo di Delcy Rodriguez alla
presidenza del Venezuela, che ha avviato una “fase piena di ambiguità, che può
aprire spiragli di luce ma anche trabocchetti. Si può andare nella direzione
giusta o verso violenza a danno ai cittadini. Nelle lotte di potere, alla fine,
soffrono sempre i cittadini”. Una cosa è certa, prosegue Giovanni De Vito,
l’incaricato d’affari a Caracas in un’intervista a La Repubblica: la liberazione
dei due ostaggi italiani “è stato un momento ufficiale. Accanto a lei (la nuova
presidente, ndr) c’era il presidente del parlamento, Jorge Rodríguez, che è
anche suo fratello. Dall’altro lato Diosdado Cabello, vicepresidente. E poi il
ministro degli Esteri”, ha continuato. “Il segnale era chiaro: dialogo,
disponibilità a costruire una relazione collaborativa, un’agenda comune. Il tono
era totalmente diverso dal passato”. Il dossier sui prigionieri politici in
Venezuela, tra cui Trentini, ha aggiunto il diplomatico, era stato discusso “con
discrezione in molte sedi, e anche allora (lo scorso ottobre, ndr) si è parlato
di molte cose ma, in primis, dei nostri connazionali privati della libertà.
Avevamo mosso più canali, compresi canali ecclesiastici. C’era una forte
aspettativa” ma “probabilmente i venezuelani volevano qualcosa di più. La
decisione doveva essere inserita in liste di scarcerazioni, liste che nessuno ha
mai visto. Alla fine chi aveva l’ultima parola, cioè Nicolás Maduro, ha
frenato”.
Sulle condizioni durissime del Rodeo, il carcere in cui erano rinchiusi i due
italiani, Mario Burlò aveva già parlato appena atterrato in Italia. Ma è
parlando oggi in varie interviste – dal Corriere della Sera alla Stampa – che
torna sul tema: “È stato un periodo difficilissimo, davvero. In carcere, senza
diritti. Quando uscivi dalla cella, ti facevano camminare con un cappuccio che
ti copriva interamente il capo, tipo Guantanamo“, ha detto al Corriere. “La
cella – continua -, terrificante: quattro metri per due, con un paio di lastroni
di cemento e i materassi. Per un periodo, uno era crollato, e allora si faceva a
turno per dormire: uno sopra e l’altro per terra. Scarafaggi che camminavano
attorno e la turca a un metro”. Rimedi? “Rincorrere gli scarafaggi con la
ciabatta. Difatti, il più delle volte abbiamo dormito uno sull’altro, sul
materasso” prosegue Burlò. Ha mai pensato: “Da qui non esco mai più”? “Sì. Pure
per l’uniforme azzurra di chi era in attesa di giudizio, la mia: c’era chi la
indossava da dieci anni”. Cosa le dissero al momento dell’arresto? “Prima mi
hanno dato del mafioso – afferma ancora l’imprenditore torinese -, e gli dissi
di leggere bene gli articoli su Internet, poi che ero stato mandato dal governo
per spiare”. L’hanno scambiata per una spia? “I poliziotti mi hanno detto –
aggiunge parlando a La Repubblica -: ‘Lei è stato mandato dal governo italiano
per venire qui e fare cadere il governo di Maduro'”. “Avevo paura che entrassero
in cella e mi ammazzassero – va avanti -. Ogni giorno rivivevo l’incubo: non
poter sentire i miei figli e dire loro che stavo bene, che ero vivo. Io e
Alberto siamo usciti insieme, accompagnati dai militari venezuelani. Ma il
pensiero è stato di sospetto”. A più d’uno è venuto il pensiero che lei sia
scappato dall’Italia quando la Cassazione avrebbe dovuto decidere sulle sue
condanne per concorso esterno in associazione mafiosa? “Mi hanno assolto con
formula piena. E per inciso non avrei mai abbandonato i miei figli, sia chiaro”
conclude Burlò parlando con La Stampa.
L'articolo “Maduro frenò sulla liberazione di Trentini”: la rivelazione. Burlò:
“In cella scarafaggi. Incappucciati come a Guantanamo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tutti i presenti sono rimasti immobili e i militari a difesa del presidente
Nicolas Maduro hanno iniziato a perdere sangue dal naso. Il racconto di un
testimone, ripreso da diversi media internazionali, se confermato svela
l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di un’arma sonica nel blitz che a Caracas
ha portato all’arresto del presidente. Non c’è modo, al momento, di verificare
la veridicità del racconto di quella che si è presentata come una delle guardie
responsabili della sicurezza del leader chavista, ma va registrata la
condivisione dell’intervista su X della portavoce della Casa Bianca, Karoline
Leavitt, che ha anche incoraggiato i suoi follower a leggerla.
“Eravamo di guardia – ha raccontato l’uomo -, ma improvvisamente tutti i nostri
sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione. Subito dopo abbiamo visto
dei droni, molti droni, volare sopra le nostre posizioni. Non sapevamo come
reagire”, ha aggiunto l’uomo descrivendo poi circa 20 soldati statunitensi
schierarsi da circa otto elicotteri sopra la base che “sparavano con tale
precisione e velocità che sembrava che ogni soldato sparasse 300 colpi al
minuto”.
Ed è a questo punto, secondo la sua testimonianza, che le forze speciali usa
hanno deciso di utilizzare l’arma sonica: “A un certo punto hanno lanciato
qualcosa, non so come descriverlo. È stata come un’onda sonora molto intensa.
Improvvisamente ho sentito come se la mia testa stesse esplodendo dall’interno.
Abbiamo iniziato tutti a sanguinare dal naso. Alcuni vomitavano sangue. Siamo
caduti a terra, incapaci di muoverci. Non riuscivamo nemmeno a stare in piedi
dopo quell’arma sonica o qualunque cosa fosse”.
L'articolo “Gli Usa hanno usato un’arma sonica nel blitz per arrestare Maduro”:
la testimonianza del militare venezuelano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza Maria Corina Machado, leader
dell’opposizione venezuelana e vincitrice del premio Nobel per la pace 2025. Un
incontro a sorpresa, che è stato reso noto nel bollettino ufficiale diffuso
dalla sala stampa della Santa Sede che citava Machado tra le persone ricevute
dal pontefice. È avvenuto nella mattinata del 12 gennaio e si è svolto nel
Palazzo Apostolico del Vaticano. Al momento non sono stati diffusi dalla Santa
Sede ulteriori dettagli sull’incontro ma solo alcune fotografie dell’evento.
Machado, vestita di nero e con un rosario al collo, si è intrattenuta in un
colloquio col Pontefice tra sorrisi e stratta di mano. Da quanto si evince dagli
scatti, il faccia a faccia tra il Pontefice e Machado è avvenuto nella
Biblioteca privata. L’incontro si è svolto al termine di una giornata per Leone
ricca di udienze private. Tra gli altri ricevuti dal Papa, figurano anche i
capitani reggenti della Repubblica di San Marino, il cardinale Rolandas
Makrickas e Davide Prosperi, il presidente di Comunione e Liberazione, oltre ad
altri rappresentanti ecclesiastici e internazionali.
In merito alla crisi venezuelana, nell’Angelus del 4 gennaio scorso Prevost
aveva dichiarato: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra
ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere
cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese”. Un appello
rinnovato il 9 gennaio, quando in occasione dell’udienza ai membri del Corpo
diplomatico aveva invitato la comunità internazionale a “rispettare la volontà
del popolo venezuelano” per “costruire una società fondata sulla giustizia,
sulla verità, sulla libertà e sulla fraternità e così risollevarsi dalla grave
crisi che affligge il Paese da molti anni”.
Machado, ex deputata dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione all’ex
presidente Nicolás Maduro, è stata insignita del Nobel a ottobre del 2025:
assente durante la cerimonia di premiazione, era apparsa a Oslo il giorno
successivo dopo undici mesi di clandestinità. Dopo i raid statunitensi e la
cattura di Maduro, Machado non ha comumque trovato spazio politico: il Paese è
infatti passato alla guida di Delcy Rodríguez, vice di Maduro. Nei prossimi
giorni, la politica venezuelana incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca e per
l’occasione ha dichiarato di voler offrire il suo Nobel al presidente Usa, ma è
stata frenata dal Comitato del premio. “La stimo, ma non ha abbastanza sostegno
nel Paese per poterlo guidare”, avevo detto Trump parlando di Machado dopo
l’attacco in Venezuela.
L'articolo Papa Leone ha ricevuto in Vaticano la leader dell’opposizione
venezuelana Maria Corina Machado proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un post pubblicato sul suo social, in cui si autoproclama “presidente ad interim
del Venezuela” a partire da gennaio 2026. Il profilo in questione è quello del
presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che il 3 gennaio ha fatto catturare
Nicolas Maduro in un blitz notturno. A convincerlo il segretario di Stato Marco
Rubio, figlio di immigrati cubani, e da altri falchi della sua amministrazione.
Trump ha pubblicato domenica una sua foto in cui, tra i suoi incarichi, clonando
una pagina Wikipedia, compare anche quello di “presidente facente funzioni del
Venezuela”.
Durante il secondo mandato di Trump, Caracas è diventata un punto di convergenza
per le priorità del presidente americano: deportazioni di massa, traffico di
droga, vaste riserve petrolifere e minerarie del Paese. “Il Venezuela è una
tempesta perfetta, è tutto ciò che interessa l’Amministrazione Trump“, ha
spiegato al Wall Street Journal Elliott Abrams, che si è occupato di questioni
venezuelane durante il primo mandato di Trump. Quando è tornato alla Casa Bianca
a gennaio dello scorso anno, secondo ex funzionari americani Trump ha detto di
aver capito che, durante il suo primo mandato, aveva investito troppo tempo e
capitale politico nel tentativo di estromettere Maduro senza riuscirci. Verso la
fine dell’estate, ha scritto il giornale finanziario nei giorni scorsi, Rubio,
il capo del Pentagono Pete Hegseth, il vice capo dello staff della Casa Bianca
Stephen Miller, il direttore della Cia John Ratcliffe e Dan Caine, capo dello
Stato Maggiore Riunito, hanno iniziato a incontrarsi con regolarità per
elaborare un piano per rimuovere Maduro dal potere.
Secondo funzionari dell’amministrazione e altri a conoscenza dell’operazione
citati dal Wsj, l’intelligence statunitense ha iniziato a seguire da vicino
Maduro (dove andava e viveva, cosa mangiava e indossava) con l’aiuto di una
persona nella cerchia ristretta del leader venezuelano. Inoltre le forze
speciali statunitensi hanno iniziato a effettuare prove pratiche della cattura
esercitandosi su una replica del suo complesso di Caracas, presso una base
militare. Entro l’autunno, Trump aveva detto a Grenell di interrompere i suoi
contatti diplomatici con i funzionari venezuelani e da allora è stato messo da
parte, hanno affermato i funzionari dell’amministrazione. Maduro ha invece
“messo da parte” le “numerose offerte molto, molto, molto generose” per evitare
l’arresto, come ha spiegato Rubio ai giornalisti aggiungendo che il leader
venezuelano “ha scelto di comportarsi da selvaggio, questo è il risultato”.
L'articolo Trump si autoproclama “presidente ad interim” del Venezuela: il post
sul suo social Truth proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Roma Potere al Popolo, Cambiare Rotta e Usb hanno organizzato una
manifestazione a sostegno del Venezuela ‘contro l’aggressione imperialista degli
USA e di Trump’. Centinaia di persone si sono ritrovate a piazza dell’Esquilino,
con bandiere venezuelane e di altri Paesi dell’America Latina, per manifestare a
fianco dell’ex presidente Nicolas Maduro. Non è mancato qualche momento di
tensione con alcuni contestatori che si sono avvicinati al corteo per
protestare. I manifestanti hanno poi raggiunto l’ambasciata degli Stati Uniti,
davanti alla quale sono state bruciate bandiere a stelle e strisce. “Denunciamo
ancora oggi la brutale aggressione subita dal popolo venezuelano da parte
dell’imperialismo statunitense, che per interessi di profitto legati al petrolio
ha rapito il legittimo presidente Nicolas Maduro. Il Governo italiano è complice
di questo scempio che rompe qualsiasi norma del diritto internazionale”
dichiarano al microfono alcuni esponenti di Potere al Popolo. In collegamento
anche il figlio dell’ex presidente Maduro, ‘Nicolasito’ Maduro, che ha
battezzato le piazze a Roma e a Torino: “Grazie e forza, siamo forti.
Riporteremo Nicolas Maduro a casa. Confidiamo che ritornerà, evviva i popoli
liberi del mondo”, ha detto in video-collegamento con i manifestanti mentre il
presidio si era fermato davanti all’ambasciata.
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collegamento il figlio di Maduro: “Lo riporteremo a casa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.