Caracas dormiva ancora: scuole chiuse, lavoratori a casa per la vittoria della
nazionale del Venezuela al Classico mondiale di baseball, lo sport più diffuso
nel Paese sudamericano. In diretta social Delcy Rodríguez aveva proclamato il 18
marzo “Festa nazionale” e persino Donald Trump esultava rilanciando la boutade
del “51 Stato”, trascinando con sé i riflettori, fissi sulla guerra in
Medioriente. La macchina del regime però non si è fermata e, nella distrazione
generale, ha improvvisamente rimosso sette ministri e tutto l’Alto comando
militare. La prima testa a cadere è quella del ministro della Difesa, Vladimir
Padrino López, per il quale gli Usa offrono una ricompensa di 15 milioni di
dollari. Delcy lo ringrazia per la sua “dedizione” e “lealtà alla Patria” dopo
dodici anni di servizio e nei circuiti militari si parla di un suo possibile
esilio a Mosca o in altre destinazioni affini a Caracas.
Al posto di Padrino López subentra il generale Gustavo González López, già
nominato al vertice del Controspionaggio militare tre giorni dopo il blitz della
Cia per catturare Maduro. È una scelta volta a “garantire la sovranità” e
“l’integrità territoriale della Repubblica”, spiega Rodríguez. Tuttavia l’ong
Provea contesta la nomina e sostiene che González sia stato “artefice di
detenzioni arbitrarie e torture”. Fonti qualificate riferiscono a ilfatto.it che
la promozione di González – già a capo del Servizio bolivariano di Intelligence
– a ministro della Difesa è stata voluta dalla Cia, che tra l’altro ha
annunciato la sua presenza permanente nel Paese. “Rodríguez controlla attraverso
la sorveglianza, non attraverso la leadership”, commenta a ilfatto.it l’esperto
Antonio De La Cruz, per il quale la riorganizzazione di Rodríguez “non ha a che
fare con una transizione” ma è un “tentativo di accentrare potere” dentro al
chavismo, Rodríguez ha anche sostituito i ministri dell’Istruzione
universitaria, della Cultura, del Lavoro, del Trasporto, dell’Energia elettrica
e delle Politiche abitative.
Alle purghe in corso sopravvivono in pochi: Diosdado Cabello, ministro
dell’Interno e della Giustizia, il più influente sulle forze dell’Ordine e sui
gruppi paramilitari, e Nicolás Maduro Guerra, figlio di Maduro, il cui volto è
utile a Delcy per presentare una tesi di “continuità” il padre, in cella a
Brooklyn. Altre scosse ai vertici di Caracas si sono verificate nelle ultime
settimane, con decine di rimozioni di gabinetto, tra cui anche quella
dell’italiana Camilla Fabri, moglie dell’imprenditore Alex Saab, allora
viceministra per la Comunicazione internazionale. L’offensiva interna del
chavismo si traduce anche in arresti eccellenti, come quelli dell’oligarca
Wilmer Ruperti, catturato venerdì per corruzione e altre accuse simili a quelle
affrontate da Raúl Gorrín e dallo stesso Saab (che rischia addirittura
l’estradizione negli Usa).
Sempre nelle ore di festa nazionale Rodríguez ha ottenuto il controllo sulla
raffineria Citgo, il più grande asset di Caracas negli Usa, ponendo fine
all’ammanco di oltre 700 milioni di dollari che, attraverso la Fundación Simón
Bolívar, hanno finanziato le spese folli di Beatriz Elena García Carmona (figlia
del golpista Pedro Carmona Estanga) e altre figure di spicco delle opposizioni
venezuelane. La sua offensiva si estende anche qui, in Europa, dove si rifugiano
Francisco D’Agostino (Maiorca) e Alessandro Bazzoni (Lugano), artefici di uno
schema di corruzione che ha sottratto 21 miliardi di dollari alla statale Pdvsa,
riciclati anche nelle gare di Polo in Regno Unito. Per il tycoon Rodríguez sta
facendo un lavoro “davvero buono”, poiché gli permette di estrarre “milioni,
letteralmente milioni, barili di petrolio”, utili ad affrontare la crisi
energetica innescata dalla guerra in Iran.
Caracas è dunque diventata la cava in cui Washington e amici fanno scorta
energetica: eroga fino a 80mila barili di petrolio giornalieri verso gli Usa e
apre l’Arco minero dell’Orinoco – estensione di giacimenti lunga quasi 112mila
chilometri – agli Stati Uniti per l’estrazione di oro e minerali critici. Il
Paese ha anche dato il via libera all’export di gas all’impresa Cardón IV,
gestita da Eni e Repsol, nel più grande giacimento dell’America Latina, senza
alcun vincolo normativo legato alla sostenibilità ambientale. Inoltre Rodríguez
riceve costanti visite di funzionari Usa: venerdì ha incontrato una delegazione
del Senato americano guidata dall’incaricata di Affari Laura Dogu. “Una
conversazione rispettosa, nel contesto di un dialogo di pace”, ha detto Palazzo
di Miraflores. Nelle settimane precedenti il Paese ha ricevuto altre visite di
monitoraggio: Francis Donovan, capo del SouthCom, e il presidente del Consiglio
di dominio energetico Usa, Doug Burgum. Maduro? Al di là dei proclami, è solo un
ricordo lontano, alla cui difesa legale viene negato persino il sostegno
economico di Caracas. Archiviata anche María Corina Machado, che i repubblicani
ritengono inaffidabile se paragonata all’alleata Rodríguez.
L'articolo Venezuela, la purga di Delcy Rodríguez: rimossi vertici militari e
ministri. E Caracas riapre i rubinetti del petrolio agli Usa proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Neppure Caracas si è salvata dai tentacoli di Jeffrey Epstein. L’imprenditore
statunitense, morto nel 2019, condannato per abusi sessuali e traffico di
minori, ha investito fino a 4,5 milioni di dollari su Bond emessi dal colosso
Petróleos de Venezuela sociedad anónima (Pdvsa). Il suo broker di riferimento
era Francisco D’Agostino, anch’egli imprenditore, ispano-venezuelano, arrestato
a Bardonecchia il 5 gennaio – su mandato di cattura dell’Interpol – e scarcerato
cinque giorni dopo su ordine della Corte d’appello di Torino, nonostante la
richiesta di estradizione di Caracas. “Sussistono gravi indizi di colpevolezza,
ma bisogna tenere conto della situazione esistente in Venezuela sulla condizione
dei detenuti nelle carceri”, è la motivazione con cui la giudice Alessandra
Pfiffner esclude l’eventuale estradizione a Caracas, dove D’Agostino è accusato
di “truffa aggravata”, “traffico e commercio illecito di risorse o materiali
strategici”, “riciclaggio” e altri reati. D’Agostino – cognato di Luis Alfonso
de Borbón e dell’ex-parlamentare Henry Ramos Allup – è stato ospite alla Little
Saint James, meglio nota come Epstein Island, dove ha stretto un rapporto
d’amicizia con l’imprenditore, come si evince nel carteggio di mail desecretato
dal Dipartimento di Stato Usa.
“Mi sono divertito moltissimo”, scrive D’Agostino a Epstein in una mail datata 2
ottobre, facendo riferimento a una donna soprannominata “Water Gazelle”: “È
davvero impressionante… Che ragazza così bella e intelligente”. Nella mail
D’Agostino auspica “l’inizio di un’amicizia divertita e durevole” con Epstein,
con il quale intendeva “esplorare le diverse possibilità di fare soldi insieme”.
Nel loro carteggio (in data 22 ottobre 2012) D’Agostino proponeva a Epstein una
rosa di nove nomi da incontrare durante un suo eventuale viaggio a Caracas. In
elenco: Baldo Sansò (cognato dell’ex-presidente di Pdvsa Rafael Ramírez),
l’imprenditore Oswaldo Cisneros e Alejandro Betancourt, Ceo della Derwick, che
(secondo Transparencia Venezuela) avrebbe fatturato un sovrapprezzo da 3
miliardi di dollari a Pdvsa. “Pranziamo da lui?”, chiede D’Agostino.
All’inizio Epstein resta prudente: accenna una prima disponibilità (“il 26
novembre, se può andare”), attende la rielezione presidenziale di Hugo Chávez
(ottobre 2012), che ritiene “geniale”, pensando alla stabilità economica del
Paese. Nelle settimane successive D’Agostino ed Epstein speculano sullo stato di
salute di Chávez, sottoposto a cure oncologiche all’Avana e deceduto il 5 marzo
2013. “È molto probabile che a Chávez rimangano sei mesi di vita”, scrive
D’Agostino, ipotizzando elezioni imminenti e la probabilità che “qualcuno del
movimento di Chávez, ma meno radicale, vinca le elezioni”.
In seguito il loro scambio diventa più fitto. “Come sta la mia Water Gazelle?”,
chiede D’Agostino. “Qui, e nuda”, la risposta di Epstein, che rinnova a
D’Agostino il suo invito a visitare l’isola: “Quando vuoi”. Non è chiaro se
Epstein abbia mai fatto visita a Caracas ma, secondo l’Organized Crime and
Corruption – Reporting Project, dal 2013 al 2015 l’imprenditore Usa si rivelerà
un acquirente assiduo di bond petrolieri venezuelani. Secondo El Universal il
legame tra D’Agostino ed Epstein è già stato oggetto di indagini da parte
dell’Fbi in qualità di “interlocutore costante”, intento a “capitalizzare
l’influenza di Epstein”, attraverso progetti congiunti. L’imprenditore spagnolo
venezuelano è stato anche sottoposto a sanzioni Usa (2021-2025) per il suo
coinvolgimento nel traffico di greggio venezuelano. Interpellato più volte dai
media, ha sempre evitato di riferire pubblicamente sui suoi affari.
Attualmente D’Agostino vive a Palma di Maiorca – dov’è tornato in un jet privato
dopo il suo rilascio a gennaio – e si presenta al mondo come “immobiliarista” e
investitore nel settore taurino, in Spagna. “Colui che mi dica che la Spagna non
è taurina, non è cattolica e non si intrattiene giocando a calcio non conosce
questo Paese”, ha detto D’Agostino recentemente, in riferimento ai suoi
investimenti nella tauromachia. Fonti sostengono che l’imprenditore è legato a
circuiti conservatori e tradizionalisti di Madrid, vicini alla monarchia. “Qui
D’Agostino è un intoccabile”, assicura Jorge Castro, giornalista d’inchiesta
radicato in Spagna, secondo il quale l’imprenditore “vive sotto la protezione di
Luis Alfonso de Borbón e le notizie negative sul suo conto non attecchiscono
nella Penisola iberica”. Tuttavia Caracas non molla l’osso e, dopo il suo
rilascio in Italia, il Tribunal supremo de justicia ha rinnovato la richiesta di
estradizione (AA30P2026000006) contro l’imprenditore in data 21 febbraio.
“D’Agostino resta sotto indagine per aver dato vita a una struttura che,
attraverso società di comodo, e mediante flotte fantasma, trafficava petrolio in
Cina, senza che gli introiti del suddetto greggio passassero dalla Banca
centrale del Venezuela“, sostiene l’esperto legale Eligio Rojas, che segue da
vicino il dossier.
L'articolo I soldi di Epstein nel petrolio venezuelano. Il suo broker era
Francisco D’Agostino, “l’intoccabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nei fiumi dei Los Llanos venezuelani, lungo il Río Apure (uno dei principali
affluenti del grande Orinoco), i pescatori locali utilizzano una tecnica
tradizionale tanto spettacolare quanto rischiosa per catturare i piranha.
Protagonista è soprattutto il Pygocentrus cariba, specie nota per l’aggressività
e molto diffusa in queste acque.
LA PERICOLOSA TECNICA DI PESCA DEI PIRANHA
Il metodo non prevede canne da pesca né reti. I pescatori salgono su lunghe
canoe e, una volta raggiunto il punto prescelto, si mettono in equilibrio sui
bordi stretti dell’imbarcazione, spesso a piedi nudi. In mano tengono un grosso
pezzo di carne, di solito costine di manzo, che viene immerso nell’acqua senza
mollare la presa. Bastano pochi secondi perché il richiamo del sangue scateni la
‘furia’ di decine di piranha che si precipitano sull’esca con una foga tale da
far ‘ribollire’ l’acqua a pochi centimetri dai piedi del pescatore. Quindi il
pescatore solleva il pezzo di carne, ormai coperto di piranha intenti ad
addentare senza sosta che vengono riversati all’interno della canoa.
UNA TECNICA VIRALE
È qui che la scena diventa ancora più rischiosa. Con i piranha che si agitano
sul fondo della barchetta, il pescatore è costretto a restare in equilibrio sui
bordi per evitare di mettere i piedi tra i pesci. Cadere in acqua o perdere
l’equilibrio significherebbe esporsi ai morsi di un branco in piena eccitazione
alimentare. L’operazione viene ripetuta più volte, e a ogni sollevamento
l’imbarcazione si riempie sempre di più di acqua e pesci, appesantendosi e
avvicinando pericolosamente il pescatore alla superficie del fiume. Proprio per
la sua spettacolarità, questa tecnica ha iniziato a circolare ampiamente online,
con diversi video diventati virali sui social. In alcune zone si è trasformata
anche in una sorta di dimostrazione per i visitatori: i pescatori la mettono in
scena per mostrare da vicino l’impressionante aggressività dei piranha caribe.
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L'articolo Piranha attirati con la carne: la spettacolare (e pericolosa) pesca
sul Río Apure diventa virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Abbiamo poche speranze. Nessuno dice cosa succederà ai nostri cari e quando
verranno liberati. Non ci danno informazioni. Ci spinge ad andare avanti solo
l’amore per le nostre famiglie”. Jenny Orozco, figlia del leader
dell’opposizione di Voluntad Popular ed ex deputato Fernando Orozco, è una delle
dieci donne in sciopero della fame nell’area che circonda la cosiddetta Zona 7,
un carcere a Caracas. Da lunedì 16 febbraio figlie, madri e familiari di persone
detenute per motivi politici hanno smesso di mangiare per chiederne la
liberazione. In questa prigione, la scorsa settimana, Jorge Rodríguez,
presidente dell’Assemblea Nazionale, aveva assicurato che sarebbero state
liberate in tempi brevi, una volta approvata la legge sull’amnistia. Ad oggi
sono uscite 17 persone, ma ne rimangono ancora più di 50. “Esigiamo il loro
immediato rilascio, altrimenti continueremo con lo sciopero della fame. Sappiamo
che non gli importa delle nostre vite o di quelle di chi è là dentro, ma non ci
fermeremo”, dice Orozco a Ilfattoquotidiano.it. La sua vicenda è simile alla
storia di altre persone rinchiuse nelle carceri del Venezuela durante il governo
dell’allora presidente Nicolás Maduro: il padre di Jenny Orozco era stato
collegato a un presunto complotto e incarcerato insieme a uno dei figli e alla
moglie, poi liberata per motivi di salute.
L’approvazione della legge sull’amnistia è in ritardo. Venerdì 13 febbraio
l’Assemblea Nazionale, il Parlamento ancora controllato dal partito al governo,
aveva votato per sospendere la discussione sul disegno di legge che concederebbe
l’amnistia a centinaia di membri dell’opposizione, difensori dei diritti umani e
attivisti detenuti da anni per motivi politici. I deputati avevano approvato
solo alcune parti del testo, ma alla fine avevano deciso di prorogare la
discussione e la decisione finale. Uno dei punti critici, per cui il dibattito è
stato rimandato, riguarda l’articolo 7 che prevede l’obbligo per i beneficiari
dell’amnistia di sottoporsi prima alla giustizia. Il disegno di legge era stato
proposto dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, dopo che l’esercito
statunitense il 3 gennaio aveva sequestrato Maduro a Caracas.
Secondo un rapporto della ong Foro Penal, da quando a gennaio il governo
chavista aveva reso pubblica la notizia delle scarcerazioni, sono state
rilasciate 444 persone nella presunta transizione democratica controllata dagli
Stati Uniti. Secondo l’organizzazione, che si occupa di diritti umani e difesa
dei detenuti, all’appello ne mancano ancora almeno 634 in tutto il Venezuela. La
ong denuncia nuovi detenuti per motivi politici e le proteste dei familiari
proseguono di fronte ad altre carceri del Paese.
“Stiamo ricevendo aiuto da volontari e da organizzazioni della società civile
che ci danno ghiaccio, soluzioni saline, acqua”, spiega Petra Vera che sta
supportando le donne in sciopero. Controlla la loro pressione e glicemia,
rimanendo in contatto telefonico con due dottoresse che le spiegano come
comportarsi. Alcune hanno avuto problemi di salute. “Una signora è stata portata
in un centro sanitario da un medico volontario. L’ambulanza non è mai venuta”,
prosegue Vera. È arrivata a Caracas dalla città di Maracaibo, nello stato di
Zulia, quando a gennaio erano iniziate le scarcerazioni. Suo cognato è nella
Zona 7 con l’accusa di avere cospirato contro il governo e si trova in
condizioni critiche. “Siamo riusciti a portargli cibo e medicinali. Non sta bene
e deve essere operato con urgenza. Deve essere rilasciato il prima possibile”.
L'articolo Venezuela, donne in sciopero della fame davanti a un carcere di
Caracas: “I nostri cari sono prigionieri politici, avevano promesso di
liberarli” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fonti degli organi di pubblica sicurezza a Caracas confermano a
ilfattoquotidiano.it l’arresto di Alex Saab (foto) l’ex ministro dell’Industria
venezuelana, che aveva vincolato la liberazione di Alberto Trentini al suo
procedimento giudiziario a Roma, poi finito in patteggiamento. La detenzione
risulta confermata anche da uomini della cerchia stretta di Saab, ma Palazzo di
Miraflores non ufficializza ancora. La cattura dell’imprenditore
colombo-libanese, classe ’71, per presunto “tradimento” e “corruzione”, fa parte
delle richieste avanzate da Washington alla presidente ad interim Delcy
Rodríguez. La contropartita: la concessione di nuove licenze a Chevron, Eni e
altre compagnie petrolifere e ulteriori aperture Usa nei confronti di Caracas.
La Casa Bianca chiede l’estradizione dell’imprenditore ma il dossier non è
pronto. C’è anche uno scoglio: la grazia concessa da Joe Biden, che il
Dipartimento di Giustizia Usa punta a revocare dimostrando nuovi reati, come
previsto dalla terza clausola dell’atto di indulto. A tale proposito sono state
aperte nuove indagini, legate a vicende di corruzione tramite appalti
governativi. L’idea di fondo è quella di trasformare Saab nel testimone chiave
contro Nicolás Maduro (foto), sotto processo per “cospirazione” e
“narcoterrorismo”. Negli ultimi due anni l’imprenditore è stato l’operatore
finanziario di Caracas nel ruolo di ministro dell’Industria e della Produzione
nazionale. Già nel 2011, verso il tramonto dell’era Hugo Chávez – forte
dell’endorsement dell’ex guerrigliera Piedad Córdoba – Saab aveva gestito il
programma di case popolari “Misión vivienda” e con l’arrivo di Maduro i suoi
affari si sono estesi nel settore petrolifero, con contratti per oltre 1 milione
di dollari, ottenuti dopo la caduta dell’ex presidente della statale Petróleos
de Venezuela S.A., Rafael Ramírez.
L’arresto di Saab, riportato il 4 febbraio da Caracol, Reuters e il New York
Times, è stato eseguito dal Servizio di Intelligence bolivariana (Sebin), in
collaborazione con l’Fbi. Con lui è stato catturato anche l’imprenditore Raúl
Gorrín. Entrambi sono scomparsi dal radar da allora: nessun tweet, né
apparizione pubblica. L’unico tentativo di smentita era giunto dal legale di
Saab, Luigi Giuliano, che bollava la notizia come “fake” e “sensazionalistica”.
“Sta bene e si trova a Caracas”, aveva detto il legale – rientrato da poco a
Roma – a Ilfatto.it, sostenendo di aver incontrato il suo assistito, che “non ha
alcun problema con gli Stati Uniti”. Vox clamantis in deserto, quella di
Giuliano, là dove il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, e il
procuratore Tarek William Saab hanno dichiarato di non avere informazioni sulla
vicenda. Eppure, in un primo momento, il procuratore aveva provato a smentire
l’arresto, facendo poi un passo indietro. La linea della negazione aveva la
finalità di alzare il costo politico della cattura e dell’eventuale estradizione
di Saab, ma non ha avuto abbastanza seguito: persino gli alleati hanno preferito
rinnegare colui che, nelle ore liete dell’era Maduro, chiamavano “hermano”.
Il mistero si infittisce anche intorno al luogo della detenzione dell’ex
ministro. “È detenuto ed è ospite all’Helicoide, il centro di reclusione gestito
dal Sebin”, dice l’ex procuratore Zair Mundaray, ma anche altre fonti
qualificate a Ilfatto.it, sottolineando che Caracas “non rispetta lo Stato di
diritto” e mantiene “persone trattenute o sottoposte a sparizione forzata, anche
per mesi, senza convalidare l’arresto”. È quanto accaduto a Trentini nei primi
sei mesi, per intenderci. Niente principio di legalità, quindi, ma un vero e
proprio contrappasso: i vecchi metodi, usati contro le opposizioni, dirottati
nei confronti del nemico interno. Ora i difensori di Saab non negano più
l’arresto dell’ex ministro, ma ne parlano come una messinscena per compiacere
gli Stati Uniti. In realtà la cattura dell’imprenditore è in continuità con la
sua estromissione dal governo guidato da Rodríguez, la soppressione del suo
ministero e il venir meno del Centro internacional de inversión productiva.
Ma non solo. Nella notte del 9 febbraio è stato arrestato anche Carlos Rolando
Lizcano, amministratore di fiducia dell’imprenditore. Lizcano, che secondo
alcune fonti si trova nel centro di detenzione del controspionaggio militare a
Boleíta, ha gestito il programma alimentare Clap, partecipando all’ammanco di
350 milioni di dollari ai danni dello Stato venezuelano. Le purghe di Rodríguez
sono appena iniziate, con più di trenta arresti nei primi 40 giorni di governo.
Resta da decifrare la posizione di Camilla Fabri (foto), moglie di Saab e
vice-ministra della Comunicazione internazionale, che non gode della stima dei
fratelli Rodríguez. L’ultimo post su X è stato pubblicato il 4 febbraio – una
foto nel corteo pro Maduro – e il più recente avvistamento pubblico risale al
giorno 5, per ricevere migranti espulsi dagli Usa nell’ambito del programma di
rimpatri Vuelta a la patria, facendo buon viso a cattivo gioco.
L'articolo Venezuela, il giallo dell’ex ministro Alex Saab: arrestato a Caracas,
scaricato dal regime e ora nel mirino degli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’era del dopo Nicolàs Maduro nel Venezuela direttamente controllato dagli Stati
Uniti di Donald Trump è cominciata. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC),
l’agenzia del Dipartimento del Tesoro statunitense responsabile
dell’applicazione delle sanzioni economiche, ha concesso licenze che autorizzano
cinque grandi compagnie petrolifere – British Petroleum, Chevron, Eni, Repsol e
Shell – a riprendere o ampliare le loro attività nel gigante sudamericano,
mentre l’amministrazione Usa punta a una crescita della produzione di greggio.
Le licenze consentono a queste società di operare progetti petroliferi e gas,
incluse le attività di produzione, vendita, trasporto e vendita di prodotti
energetici, e di negoziare nuovi contratti con la compagnia petrolifera statale
Petróleos de Venezuela. Tuttavia restano condizioni specifiche di controllo e
supervisione: ad esempio, tutti i pagamenti di royalty o tasse devono essere
versati in conti controllati dagli Stati Uniti attraverso un cosiddetto “Foreign
Government Deposit Fund” gestito dal Tesoro.
L’apertura normativa arriva in un momento di profonde trasformazioni nella
politica venezuelana – Maduro è stato rimosso all’inizio del 2026 e Washington
sta cercando di rilanciare l’economia del paese incentivando investimenti
stranieri nel settore energetico – e rappresenta uno dei più importanti
allentamenti delle sanzioni statunitensi al settore petrolifero venezuelano dal
2019, quando furono introdotte restrizioni su larga scala contro la Petróleos de
Venezuela e il governo di Caracas.
Oltre alle licenze per le aziende già citate, è prevista anche una seconda
licenza generale che permette a società di tutto il mondo di negoziare contratti
di nuovi investimenti nel petrolio e nel gas venezuelani, anche se rimangono
vietate transazioni con entità legate a Russia, Iran o Cina, né si autorizzano
transazioni con società venezuelane o statali collegate a questi paesi. La
manovra statunitense si inserisce in un quadro più ampio di riforme alla legge
energetica recentemente approvate dall’Assemblea nazionale, che prevedono
l’apertura del settore alle imprese private e straniere con maggiore autonomia
operativa.
Il passo degli Usa è stato accompagnato da visite di alto livello: il Segretario
all’Energia statunitense, Christopher Wright, è in Venezuela e nelle scorse ore
ha ispezionato infrastrutture petrolifere insieme alla presidente ad interim
Delcy Rodríguez, discutendo con lei di cooperazione. La mossa è considerata
anche come parte di una strategia per attrarre investimenti esteri di vasta
scala, con obiettivi di ripresa produttiva e accumulo di ricavi petroliferi
significativi, in parte destinati anche all’importazione di prodotti
statunitensi.
Trump – che oggi ha detto che rapporti con il Venezuela sono “i migliori
possibili” e “visiterò il paese, ma non abbiamo ancora deciso quando” – sta
cercando di ottenere 100 miliardi di dollari di investimenti da parte delle
compagnie energetiche nel settore petrolifero e del gas venezuelano. Giovedì
Wright, nel suo secondo giorno di visita nel paese, ha affermato che le vendite
di petrolio dopo la cattura di Maduro hanno raggiunto il miliardo di dollari e
che toccheranno quota 5 miliardi nei prossimi mesi.
L'articolo Trump concede licenze in Venezuela a cinque colossi petroliferi. C’è
anche l’Eni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Juan Pablo Guanipa, 61 anni, leader dell’opposizione venezuelana vicino al
premio Nobel per la pace Maria Corina Machado, è stato arrestato poche ore dopo
il suo rilascio dal carcere, su richiesta della procura che ha ritenuto avesse
violato le condizioni poste per la sua liberazione. “Il ministero ricorda che le
misure decise dai tribunali sono subordinate al rigoroso rispetto degli obblighi
imposti”, ha spiegato la procura in un comunicato, che chiede alla giustizia che
l’ex vicepresidente del Parlamento sia sottoposto a “un regime di detenzione
domiciliare”. All’uscita dal carcere, Guanipa si era recato in moto davanti a
diverse prigioni di Caracas, dove aveva incontrato i familiari dei prigionieri
politici e parlato con la stampa.
L'articolo Venezuela, il leader dell’opposizione Juan Pablo Guanipa rilasciato
dal carcere e arrestato subito dopo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Tempi difficili”, titola Granma, il giornale del Partito comunista cubano,
riportando le parole del leader Miguel Díaz-Canel Bermúdez, che ammette l’entità
di una crisi “particolarmente difficile”, negando però ogni ipotesi di
“collasso”. Certo: manca il petrolio venezuelano e l’embargo Usa peggiora le
cose, ma – dice Díaz Canel – prevale la “resistenza creativa”, nonostante “le
avversità quotidiane”. Intanto il regime apre al dialogo con gli Usa mentre
incassa il sostegno di Cina, Messico, Russia e altri alleati.
“Chi sta peggio sono gli anziani, che con l’embargo non hanno la possibilità di
ricevere le rimesse dei parenti radicati all’estero – racconta a ilfatto.it
padre Massimo Nevola, gesuita, assistente ecclesiastico della Lega missionaria
studenti, impegnato a Cuba dal 2004 -. La distribuzione degli alimenti ha retto
fino alla pandemia, con la libreta che garantiva provviste per circa dieci
giorni. Ora quel sistema è stato ridimensionato”. A Cuba padre Nevola ha fondato
otto comunità religiose a cui non ha mai fatto mancare la sua presenza, neppure
durante il Covid: “Appena si allentava il lockdown partivo”. Ma non solo. Ogni
estate partono “i campi di solidarietà” – a eccezione degli anni 2020 e 2021 –
promossi dalla Comunità di vita cristiana, che operano nell’isola attraverso la
Lega missionaria studenti. Inoltre Nevola mantiene un “ottimo rapporto” con le
istituzioni locali e si occupa di “animazione popolare” e assistenza per i
disabili nel centro medico psicopedagogico “Edad de oro”.
Padre Nevola, a Cuba si prospetta un epilogo simile a quello di Caracas?
Cuba non è il Venezuela: non c’è petrolio, né altre risorse naturali, che
possano produrre crepe interne al sistema. È difficile che, in caso di
invasione, il governo cubano si dia alla fuga senza opporre una resistenza
reale, anche se sottovalutata da attori esterni. L’Avana è inoltre più coesa di
Caracas: la corruzione è minore e c’è un maggiore controllo della società da
parte dell’esercito. Basti pensare alla recente dimostrazione di orgoglio,
all’Avana, quando sono stati commemorati i 32 connazionali caduti a Caracas.
Anche i giovani, pur volendo cambiamenti economici, respingono – anche con
fiaccolate – l’eventuale intervento Usa e l’imposizione economica di Washington.
Ma qualcuno protesta per la crisi e gli Usa promettono libertà.
La gravità della crisi è indiscutibile, con ricadute sui trasporti,
sull’elettricità e sulla salute pubblica. Cresce l’insofferenza, con
l’inasprimento dei blackout: le famiglie che non hanno rimesse dall’estero non
possono permettersi accumulatori né pannelli solari. Pochi gli automobili che
girano e mancano i mezzi di trasporti. La libertà, lo sviluppo economico e il
progresso culturale non possono nascere da embarghi strangolanti o interventi
militari mirati.
Qual è la pretesa degli Usa?
Gli Usa si dicono interessati a un reale miglioramento delle condizioni di vita
del popolo cubano, ma in molti pensano che sia un’operazione di facciata e che
la vera finalità sia di tipo espansionistico: domare l’ultima roccaforte del
continente, che non si era sottomessa ai dettami di Washington. Lo si evince
dalle dichiarazioni dello stesso Trump e dei suoi collaboratori.
Anche la Chiesa parla di cambiamenti urgenti. Quali?
Sì, la Chiesa locale auspica gesti di pace da parte del governo Díaz-Canel, tra
cui il rilascio dei prigionieri politici, la concessione della terra ai
contadini, la gestione condivisa dei della produzione industriale e il via
libera ai capitali stranieri per la costruzione di nuovi impianti industriali
privati, com’è in parte avvenuto nel turismo e nel settore alimentare.
Occorrerebbe ripristinare il percorso avviato da Obama: Biden lo aveva promesso,
ma ha tradito le attese, e con Trump non sembra possibile.
A che punto è la riforma promessa di Díaz-Canel?
La riforma stenta a decollare, anche perché deve fare i conti due narrazioni: da
un lato – sostenuta soprattutto dagli esuli – si ritiene che il comunismo abbia
fallito, sotto tutti i punti di vista, e avrebbe solo recato danni alla vita
civile nell’isola, e chiede di aprire al libero mercato, ma è un film già visto
nell’Est d’Europa, dove la delusione è stata grande. In realtà il socialismo ha
contribuito all’ammodernamento del Paese, strappandolo ai latifondi,
all’analfabetismo e alla schiavitù di fatto. Dall’altro, stando con la gente, si
percepisce che qualche piccola riforma c’è già, anche con la distribuzione
alimentare e la compravendita di immobili. Serve certo una revisione del Sistema
di produzione agricolo, che permetta ai contadini di lavorare la terra,
rinnovando l’intero settore.
Cosa preoccupa di più i cubani?
Le differenze sociali, che si riflettono soprattutto nelle catene alimentari,
dove si vendono anche medicinali: migliaia di negozi aperti, negli ultimi
quattro e cinque anni. Chi ce li ha vive bene, ma i prezzi sono inaccessibili
per la maggioranza della popolazione. Il sogno è quello di una trasformazione
interna, pacifica, ma non è detto che le pretese di dominio Usa lo permettano.
Cina e Russia interverrebbero?
L’impressione generale è quella di più interventi simbolici che sostanziali,
cercando di dare ossigeno all’economia che collassa. Nessuno può però prevedere
la loro reazione con esattezza. Qualcuno pensa che il tutto sia già stato
concordato al vertice Trump-Putin di Alaska, ma i russi non si fidano delle
promesse americane e non è detto che i cinesi restino a guardare. Nessuno,
nell’Isola, vuole lo spargimento di sangue e nemmeno l’imposizione coloniale,
come di fatto avviene a Gaza.
L'articolo “Cuba non finirà come il Venezuela, l’esercito è più preparato. Gli
Usa promettono libertà? È solo una facciata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nelle ultime ore una fitta coltre di mistero ha avvolto la figura di Alex Saab.
Fonti militari Usa hanno riferito a Reuters e a Caracol che l’imprenditore
colombo-libanese sarebbe stato arrestato a Caracas, all’alba di mercoledì (2.00
del mattino) nell’ambito di un’operazione eseguita dal Sebin, il Servizio
bolivariano d’Intelligence, con il sostegno dell’Fbi. Tuttavia il suo legale,
Luigi Giuliano, interpellato da Ilfattoquotidiano.it e da testate locali,
smentisce la notizia, definendola una “fake“. Giuliano ha sottolineato a
Ilfattoquotidiano.it che Saab “sta bene e si trova a Caracas”, assicurando che
lo avrebbe incontrato in seguito. Il legale ha poi cercato di smentire il
coinvolgimento dell’Fbi in quanto il suo assistito “non ha alcun problema con
gli Stati Uniti“, ribadendo il carattere “sensazionalista” della storia.
Giuliano ha anche parlato di una possibile smentita, che sarebbe avvenuta in
data odierna (giovedì, 5 febbraio).
L’ex-ministro, che aveva condizionato il rilascio di Trentini al suo
procedimento per “riciclaggio” – poi finito in patteggiamento – è stato
arrestato all’alba di mercoledì, alle 2, due settimane dopo il rientro del
cooperante e a un mese dalla caduta di Nicolás Maduro. Altro tentativo di
smentita è stato pubblicato sul sito Venezuela-news.com, ma ora il contenuto
risulta rimosso dal portale. Fin troppo taciturno lo stesso imprenditore, di
recente rivelatosi particolarmente attivo sui social, sui quali si è scagliato
contro Semana e altre testate che avevano riportato la notizia del
patteggiamento. Nessun post dal 3 febbraio. Secondo Giuliano, Saab non sarebbe
intervenuto direttamente a smentire le notizie “per rispetto all’istituzione”,
cioè all’esecutivo di Caracas.
Anche la presidente Delcy Rodríguez ha scelto la linea del silenzio, evitando di
commentare la vicenda. Suo fratello, Jorge, presidente dell’Assemblea nazionale,
interpellato nel corso della notte, non conferma né smentisce l’arresto di Saab,
sottolineando che non è il suo ambito di competenza, allargando le ombre sul
caso. Roberto Deniz, giornalista di inchiesta di Armando.info, sottolinea
“l’insofferenza dei fratelli Rodríguez” nei confronti dell’imprenditore, che
sarebbe rimasto “senza protezione” dopo la cattura di Maduro. Saab è stato
infatti destituito dal suo ministero a inizio gennaio, subito dopo
l’insediamento di Rodríguez, che ha inoltre ordinato lo smantellamento del
Centro de inversión productiva, situato a pochi passi dell’ambasciata italiana a
Caracas.
Altre fonti locali, come la testata AlbertoNews, sono addirittura scese nel
dettaglio: l’ordine sarebbe partito da Diosdado Cabello, ministro dell’Interno,
e che l’imprenditore sarebbe stato trasportato nell’Helicoide, il maxi-carcere
di Caracas, ipotizzando addirittura l’estradizione negli Usa. Quest’ultima
comporterebbe una palese violazione alla Costituzione venezuelana – non di certo
un freno inibitorio a Caracas – e la revoca dell’Indulto concesso da Joe Biden
all’imprenditore nel 2023, già vagliata dall’amministrazione Trump.
Quello di Saab è un profilo che incrocia più mondi: nato a Barranquilla
(Colombia) nel 1971, da genitori libanesi, l’imprenditore sbarca a Caracas su
mediazione dell’ex-guerrigliera Piedad Córdoba, che gli presenta il leader Hugo
Chávez. Nel 2011 diventa fornitore della Misión Vivienda, attraverso il Fondo
Global de Construcción Colombia, per poi gestire il programma alimentare Clap.
L’esito: migliaia di poveri senza casa né cibo e oltre 1 milione di dollari
sottratti allo Stato venezuelano, di cui almeno 350 milioni dirottati negli
Stati Uniti. Di qui l’inchiesta federale che lo porterà a una dura prigionia
negli Usa, interrotti dalla grazia di Biden, nel 2023.
La pista dei soldi arriva dritto a Roma, attraverso società di comodo come
Kinloch Investments e Jamasa Properties Ltd. Si arriva, nel 2019, al sequestro
dell’appartamento di via Condotti e delle opere d’arte dal valore complessivo di
6,8 milioni di dollari. Saab e la moglie Camilla Fabri – divenuti poi ministri a
Caracas – vengono accusati di intestazione fittizia, riciclaggio e
autoriciclaggio.
La partita si riapre con la vicenda Trentini, complice l’immobilismo del governo
Meloni, riluttante a ogni sorta di contatto diretto con Caracas. Saab si
inserisce nel vuoto lasciato dal governo, chiedendo l’archiviazione del
fascicolo in cambio del rilascio del cooperante. Dopo un lungo braccio di ferro
arriva l’accordo: prima la revoca delle misure cautelari e poi il
patteggiamento, stabilito dalla sentenza n.2979 depositata il 31 ottobre. Nel
frattempo la diplomazia ricuciva i rapporti con i diplomatici venezuelani,
giunti in Italia durante la canonizzazione dei santi Hernández e Rendiles. Saab
però non riporta a casa Alberto nei tempi concordati e la Procura fa ricorso: la
sentenza viene poi confermata, lasciando aperti i canali con Caracas. Ci
penseranno gli americani, tra blitz e diplomazia, a garantire il ritorno di
Alberto in Patria.
L'articolo Venezuela, media: “Arrestato Alex Saab”, l’uomo che ha trattato la
liberazione di Trentini. Il legale smentisce: “Fake news” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’attrice Mariana Rodriguez, tra le protagoniste del film campione d’incassi
“Buen Camino” di Checco Zalone, è stata ospite, ieri martedì 3 febbraio, a “La
Volta Buona”, il programma condotto da Caterina Balivo, in onda su Rai 1.
Rodriguez parla della dura esperienza personale vissuta al suo arrivo in Italia.
Caterina Balivo ha chiesto: “Quando sei arrivata dal Venezuela in Italia, sei
stata arrestata per tre giorni. Cosa è successo, Mariana? Io ho letto tre giorni
in carcere”.
Ma”Mi hanno deportata (espulsa ndr) in Venezuela, quindi panico totale. – ha
affermato – Cinquanta euro in tasca, un biglietto con tre mesi. E quindi mi
hanno detto: ‘Ragazza mia, devi tornare indietro’. Però non pensavo mai di
rimanere tre giorni proprio… dentro, in questa cella, con tutti i tipi di
persone, anche delle situazioni abbastanza spiacevoli.”
E ancora: “C’è stato un caso in particolare che mi è rimasto impresso, perché
c’era questa mamma che aveva il permesso di soggiorno, aveva portato con lei il
suo bambino e quindi il bambino veniva deportato (espulso, ndr)”.
“Quindi vedevo questa scena di immigrazione, questo bambino lì, insomma,- ha
concluso l’attrice – ed era molto scioccante, non so come dirti. Perché uno
lotta, no, per la propria famiglia. Poi quando sta fuori, che ti fai un lavoro,
che cerchi di crescere, è normale che noi facciamo tutto per i nostri bambini e
per i nostri familiari”.
> Quando sono arrivata in Italia dal Venezuela, sono stata arrestata per tre
> giorni”. Mariana Rodríguez a #LVB pic.twitter.com/7XAfpgOZNl
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> — La Volta Buona (@voltabuonarai) February 3, 2026
L'articolo “Mi hanno deportata in Venezuela, quindi panico totale. In cella
scene scioccanti con una madre separata dal suo bambino”: lo rivela Mariana
Rodriguez proviene da Il Fatto Quotidiano.