L’attrice Mariana Rodriguez, tra le protagoniste del film campione d’incassi
“Buen Camino” di Checco Zalone, è stata ospite, ieri martedì 3 febbraio, a “La
Volta Buona”, il programma condotto da Caterina Balivo, in onda su Rai 1.
Rodriguez parla della dura esperienza personale vissuta al suo arrivo in Italia.
Caterina Balivo ha chiesto: “Quando sei arrivata dal Venezuela in Italia, sei
stata arrestata per tre giorni. Cosa è successo, Mariana? Io ho letto tre giorni
in carcere”.
Ma”Mi hanno deportata (espulsa ndr) in Venezuela, quindi panico totale. – ha
affermato – Cinquanta euro in tasca, un biglietto con tre mesi. E quindi mi
hanno detto: ‘Ragazza mia, devi tornare indietro’. Però non pensavo mai di
rimanere tre giorni proprio… dentro, in questa cella, con tutti i tipi di
persone, anche delle situazioni abbastanza spiacevoli.”
E ancora: “C’è stato un caso in particolare che mi è rimasto impresso, perché
c’era questa mamma che aveva il permesso di soggiorno, aveva portato con lei il
suo bambino e quindi il bambino veniva deportato (espulso, ndr)”.
“Quindi vedevo questa scena di immigrazione, questo bambino lì, insomma,- ha
concluso l’attrice – ed era molto scioccante, non so come dirti. Perché uno
lotta, no, per la propria famiglia. Poi quando sta fuori, che ti fai un lavoro,
che cerchi di crescere, è normale che noi facciamo tutto per i nostri bambini e
per i nostri familiari”.
> Quando sono arrivata in Italia dal Venezuela, sono stata arrestata per tre
> giorni”. Mariana Rodríguez a #LVB pic.twitter.com/7XAfpgOZNl
>
> — La Volta Buona (@voltabuonarai) February 3, 2026
L'articolo “Mi hanno deportata in Venezuela, quindi panico totale. In cella
scene scioccanti con una madre separata dal suo bambino”: lo rivela Mariana
Rodriguez proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Pentagono ha presentato a Donald Trump una lista ampliata delle possibili
opzioni militari contro l’Iran, per colpire i siti dei programmi nucleari e
missilistici ma anche per indebolire il leader supremo Ali Khamenei. Ma per il
presidente Usa “si spera” non sarà necessario il ricorso alle forze armate.
“Abbiamo molte navi molto grandi e molto potenti che stanno navigando verso
l’Iran proprio ora, e sarebbe fantastico se non dovessimo usarle”, ha dichiarato
il Tycoon. E’ il New York Times a rivelare l’aumento del numero di opzioni sul
tavolo della Casa Bianca. Fino a due settimane l’obiettivo si sarebbe limitato
allo solo allo stop della violenta repressione delle proteste contro il regime.
Ora invece si valutano raid delle forze americane contro siti iraniani dei
programmi nucleari e missilistici, o per indebolire il leader supremo Ali
Khamenei fomentando le proteste. In questo momento, insieme ai suoi consiglieri,
Trump non esclude neppure un blitz per realizzare un cambio di governo. La
soluzione diplomatica resta praticabile, ma Trump ora adotta un approccio simile
a quello che ha usato per il Venezuela, scrive il quotidiano americano.
L'articolo Iran, NYT: “Trump valuta il cambio di regime stile Venezuela”. Il
tycoon: “Navi Usa verso Teheran, spero di non doverle usare” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sfogliando l’elenco dei detenuti e desaparecidos del Venezuela – affidato
dall’Ong per i diritti umani Casla Institute all’amministrazione Usa – spunta il
nome di Hugo Enrique Marino Salas: investigatore, 60enne, italo-venezuelano,
catturato dal Controspionaggio militare all’Aeroporto internazionale di
Maiquetía sette anni fa e da allora sparito nel nulla. Ha lasciato la moglie e
due figli: maschio e femmina, 14 e 24 anni rispettivamente. Vite spezzate, le
loro: trasloco obbligatorio, vista l’impossibilità di sostenere costi e utenze
dell’abitazione di famiglia a Miami, studi interrotti e anni d’angoscia. “Mamma,
sono già a Caracas“, è l’ultimo messaggio alla madre, Beatriz Salas, 83 anni,
che da allora non ha smesso di chiedere “verità e giustizia” per suo figlio:
“Non andrò via da questa terra senza sapere dov’è finito e cosa gli hanno fatto.
Non posso andare via senza saperlo. È da anni che chiedo aiuto, ma siamo stati
abbandonati”, confessa Beatriz a Ilfattoquotidiano.it. “Nessuno lo ha visto:
questa è la cosa peggiore. Quando una persona muore si rielabora il lutto, qui
però c’è solo il vuoto. E fa male”. Beatriz – che nel 2015 ha perso suo marito e
un’altra figlia – sostiene che Hugo “era un figlio molto presente, dedito alla
sua famiglia: era il supporto di tutti”. Per lei la sparizione del figlio è una
“beffa del destino” là dove l’investigatore Marino “non si dava pace” nelle sue
ricerche e “lavorava affinché le famiglie sapessero la verità sui loro cari”.
Marino ha infatti condotto le operazioni di ricerca delle vittime dei voli
YV-2081 (2008) e YV 2615 (2013), dove morirono decine di connazionali: nel
secondo volo c’era anche lo stilista e dirigente di azienda Vittorio Missoni,
scomparso insieme alla moglie Maurizia Castiglioni. In entrambi i casi Marino
aveva riscontrato non poche resistenze da parte delle autorità venezuelane:
“L’unica e probabile difficoltà è la scarsa di disposizione di terzi”, si legge
in una sua relazione dettagliata, nella quale smentiva la versione ufficiale
della Procura di Caracas, che voleva chiudere in fretta entrambi i dossier. Nel
corso delle indagini, che lui ha seguito per conto di Roma, Marino si è recato
più volte in Italia per incontrare i familiari delle vittime e probabilmente
l’ex-ministro degli Esteri Franco Frattini – deceduto nel dicembre 2022 – e
l’ammiraglio Giovanni Vitaloni, con i quali era sempre in contatto. “Chissà
quale verità lo rendesse così inquieto”, ha detto un tecnico del settore alla
testata d’inchiesta Armando.info. Roma lo ha cercato con insistenza mentre
faceva comodo, ma lo ha dimenticato nel momento del bisogno. “Ho scritto
numerosi messaggi all’ambasciata italiana e ai suoi rappresentanti: mi è stato
detto ‘faremo il possibile’, ma nessun riscontro”. Lo Stato venezuelano non ha
mai fornito risposte sul caso Marino: “Sono in corso delle indagini”, ha detto
il procuratore Tarek William Saab, interpellato sulla vicenda. Del resto il nome
di Hugo Marino è assente dai registri penitenziari e fonti consultate da
Ilfatto.it affermano che “il dossier su di lui – che sarebbe esistito – è
sparito” dagli uffici competenti.
Il caso è stato portato anche presso la Procura di Roma e del nome di Marino si
è discusso un paio di volte in Parlamento. Il dossier è stato portato anche
presso la Corte internazionale di giustizia e la Corte interamericana dei
diritti umani, che a suo tempo ha concesso l’Habeas Corpus a Marino. Persino
l’Alto commissario Onu per i diritti umani, la socialista cilena Michelle
Bachelet, ne ha chiesto conto a Palazzo di Miraflores. Caracas però non ha
reagito alle istanze internazionali. L’unico indizio: il centro di detenzione di
Boleíta, dov’è passato anche Alberto Trentini. “Il pacchetto che cercate è qui,
ben custodito”, è stata la soffiata dei Servizi locali, nei primi mesi di
detenzione. Poi è nuovamente calato il sipario. Qualche dubbio è sorto intorno
alle ragioni del suo ultimo viaggio a Caracas: si sarebbe fermato solo un paio
di giorni per “fare un giro in azienda“, visto che aveva una sede funzionante in
Venezuela. Tuttavia nelle ore antecedenti al volo ha ricevuto più telefonate
dall’ex-ministro venezuelano Miguel Pérez Abad: voleva che Marino indagasse
sulla morte del figlio, il 27enne Miguel Pérez, morto nel 2017, a bordo di un
Lear Jet 25 YV3191, esploso in volo, nei cieli di Vargas. “Quell’aereo è stato
abbattuto in aria”, hanno riferito dei testimoni. Nell’incidente sono morti il
capitano dell’esercito Nelson Bejarano e Luis Picardi, imprenditore vicino al
regime. Tra i sospettati dell’attentato c’era l’attuale ministro dell’Interno
Diosdado Cabello, motivato da vendette personali, ma le indagini si sono subito
arenate. I familiari di Marino hanno più volte cercato di mettersi in contatto
con Pérez Abad, che non ha mai risposto alle loro richieste. In seguito l’ex
ministro sarebbe stato nominato presidente della Banca centrale del Venezuela.
“Lui sa cosa significhi perdere un figlio, ma ha preferito il silenzio”, è
l’amaro commento di Beatriz.
Inoltre, dopo l’arresto di Marino, i Servizi sono entrati nella casa di
famiglia, in Venezuela. Avevano le sue chiavi. Hanno messo tutto sottosopra:
pareti bucate, armadi distrutti, beni rubati e persino le foto di famiglia
portate via. Era l’ennesimo sfregio, e a Beatriz non faceva più male. Ormai le
avevano portato via tutto. Parliamo anche con suo cugino, Sergio Velardo, che
ricorda le costanti interlocuzioni di Hugo con le autorità italiane e un suo
credito nei confronti del governo venezuelano: “Ci sentivamo spesso al telefono:
mi chiamò l’ultima volta il 4 aprile 2019 per farmi le condoglianze: era morta
mia moglie”. Sarebbe riduttivo annoverare Hugo tra i presos políticos: la sua
vicenda è più complessa. “Gli dovevano un milione di dollari di arretrati:
voleva aprire una sede della sua società in Italia”, dice Velardo senza però
avanzare alcuna ipotesi. E ammette: “Con gli anni è venuta meno ogni speranza di
ritrovarlo”.
L'articolo Lo strano caso di Hugo Marino: “desaparecido” l’investigatore
italo-venezuelano che indagava sui disastri aerei proviene da Il Fatto
Quotidiano.
I conti non tornano: la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha
annunciato la scarcerazione di 406 prigionieri politici ma Ong come Foro Penal e
altre fonti indipendenti registrano appena 167 scarcerazioni nel corso del 2026,
inclusi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò. Il rilascio più recente:
Rafael Tudares, genero dell’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia.
“È stata una lotta dura, lunga più di un anno”, dice la moglie, Mariana
González, chiedendo “piena libertà” per suo marito. Tudares è quindi scarcerato,
ma non libero: deve “astenersi di rilasciare dichiarazioni sui media o commenti
sui Social”, si legge nell’ordine di scarcerazione. Era sicuramente il caso di
Alberto Trentini, che è stato comunque messo a rischio con il video inviato
dalla Farnesina al Tg1.
Le persone scarcerate in Venezuela sono costrette a tacere. Caracas non ha reso
noto alcun elenco che attesti le scarcerazioni, le Ong invece sì. Nel frattempo
spuntano nuovi nomi di detenuti: ne rimanevano 777, secondo stime ufficiali, ma
in realtà sono oltre un migliaio. L’elenco aggiornato è stato presentato al
segretario di Stato Usa Marco Rubio, incaricato di gestire le scarcerazioni a
Caracas, dal Casla Institute. “Dopo l’avvio delle scarcerazioni abbiamo ricevuto
trecento nuove segnalazioni: ne abbiamo confermato cento. Molte famiglie non
hanno denunciato la prigionia dei loro cari per paura e perché minacciate dalle
autorità e dalle guardie”, assicura l’avvocato Alfredo Romero, fondatore di Foro
Penal. Tra i casi rimasti nell’ombra, quello degli sposi Patrick Zamora, 42
anni, e María Dalis, 50 anni, portati via senza mandato di cattura e lontani da
un giusto processo. “Mi era stato detto che denunciare la loro prigionia avrebbe
complicato le cose”, ammette la loro figlia, Julianny Flores, 25 anni, che ha
scelto di rompere il silenzio. Ma potrebbe essere tardi. I riflettori sono già
altrove, come anche l’attenzione dell’amministrazione Usa, indirizzata alla
Groenlandia. “Ne hanno liberati molti. Usciranno praticamente tutti”, ha
assicurato Donald Trump, interpellato a dal giornalista spagnolo David Alandete.
Il dossier è stato portato anche presso l’Organizzazione degli Stati americani,
dove l’ambasciatore Usa, Leandro Rizzuto, ha chiesto “il rilascio incondizionato
di tutti i prigionieri ingiustamente trattenuti”, confermando la stima di “circa
mille persone” ancora in cella.
Non è chiaro il numero degli italiani in cella, che secondo la Farnesina sono
24, tra cui Daniel Echenagucia, che rischia l’oblio a El Rodeo I. Ma in verità i
prigionieri politici sono passati in secondo piano: l’attenzione Usa è tutta
concentrata sui giacimenti di petrolio e sulla riforma della “Ley organica de
Hidrocarburos”, approvata giovedì sera dall’Assemblea nazionale.
Preoccupano anche le sorti dei desaparecidos: 201 prigionieri di cui si sono
perse le tracce. Tra questi c’è l’italo-venezuelano 60enne Hugo Marino i cui
familiari chiedono “verità e giustizia”. È sparito da quasi sei anni,
nell’aprile 2019, dopo essere stato arrestato dagli agenti del Controspionaggio
militare all’aeroporto di Maiquetía. “Da allora nessuna notizia: noi però
abbiamo diritto a sapere dov’è finito, se è vivo o morto. Ma nessuno ci aiuta,
men che meno l’Italia”, spiega la mamma, Beatriz Marino, a Ilfatto.it.
I familiari restano vigili, davanti alle carceri, in una vigilia lunga quindici
giorni, retta a suon di caffè e sigarette. Pregano, protestano e dormono davanti
a El Rodeo I, l’Helicoide, Boleíta e altri centri di detenzione. “Qui non c’è
nessuno”, dicono i carcerieri alle madri che chiedono conto dei loro figli.
Resta grave la situazione presso il Centro detentivo di Boleíta, zona 7 della
Polizia nazionale bolivariana, dove Trentini è stato recluso nei primi giorni.
“Non ci lasciano portare del cibo, né vestiti, né medicine. Ci dicono che non è
qui. Viviamo in angoscia”, racconta Yaxzodara Lozada, moglie di Joel Bravo,
funzionario di Pnb, ex-funzionario di polizia, detenuto mentre si recava a
lavoro.
Nell’attesa sono già morti due prigionieri, sotto custodia: Edison Torres,
ex-poliziotto, 52enne, deceduto il 12 gennaio, e José Gregorio Hernández Polo,
59 anni, colpito da un infarto pochi giorni fa. “Dopo la morte di Hernández non
abbiamo più dormito, immaginando le condizioni detentive di chi rimane lì
dentro”. I familiari pernottano in tenda, sotto lo sguardo vigile degli agenti,
in tenuta antisommossa. Sulle loro divise la bandiera del decreto di “Guerra a
muerte”, siglato da Simón Bolivar (1813). Avvistate anche nuove camere di
videosorveglianza, che puntano dritto nelle tende: “Cosa altro vogliono,
sorvegliarci mentre facciamo le nostre necessità?”, si chiede una delle madri.
Li accompagnano attivisti sociali, sindacalisti e studenti, che scendono in
piazza insieme a loro. È dall’estate 2024 che nessuno manifestava più. “Loro ci
hanno tolto tutto, persino la paura”, è ora lo slogan del Comité para la
libertad de los presos políticos.
L'articolo “Venezuela, in carcere ci sono ancora mille detenuti. Duecento i
desaparecidos”: l’allarme delle ong proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dal 3 gennaio le parole Maduro, Trump, Venezuela e petrolio dominano la stampa
nazionale e internazionale. Ma chi, come me, analizza il Venezuela in modo
approfondito da anni sa che, sotto la superficie, c’è un’altra questione di cui
si è parlato troppo poco. Un “bottino” che fa gola a molti e che completa e
rafforza la strategia di Trump, anche in relazione alla Groenlandia e alle
“terre rare”.
Si tratta dell’Arco Minero dell’Orinoco, non un semplice progetto estrattivo, ma
uno spartiacque politico, ambientale e istituzionale che racconta meglio di
qualunque discorso la deriva autoritaria ed estrattivista del Venezuela
contemporaneo. Un laboratorio di devastazione dove collassano Stato di diritto,
diritti umani e tutela dell’ambiente, mentre si consolidano reti criminali,
interessi geopolitici e potere militare.
Il progetto venne formalizzato il 24 febbraio 2016, con il Decreto presidenziale
n. 2.248 del governo di Nicolás Maduro, che istituì la “Zona di Sviluppo
Strategico Nazionale Arco Minero dell’Orinoco”. L’area interessata è immensa:
111.843 kmq, oltre il 12% del territorio nazionale, nel sud del Paese,
principalmente nello Stato Bolívar, con estensioni verso Amazonas e Delta
Amacuro. Un territorio che si sovrappone a parchi nazionali, bacini idrici
strategici e terre ancestrali indigene.
Fin dalla sua nascita, l’Arco Minero è segnato da violazioni costituzionali
evidenti: il progetto non è mai passato dal Parlamento, non è stato sottoposto a
consultazione pubblica né, soprattutto, alla consultazione previa, libera e
informata delle popolazioni indigene, come previsto dalla Costituzione
venezuelana e dalle convenzioni internazionali ratificate dal Paese.
Mancano inoltre studi di impatto ambientale indipendenti e trasparenti. Non si
tratta di omissioni tecniche, ma di una scelta politica deliberata: sospendere
il diritto per garantire l’estrazione.
Le conseguenze sul piano dei diritti umani sono drammatiche e sistemiche.
Organizzazioni come SOS Orinoco, FundaRedes, Cepaz e varie missioni
internazionali hanno documentato negli anni esecuzioni extragiudiziali,
sparizioni forzate, torture, violenze sessuali, lavoro forzato e sfollamenti
legati direttamente all’espansione mineraria. Nel solo Arco Minero, secondo dati
raccolti e citati anche dall’Alto Commissariato Onu, dal 2016 si contano
centinaia di morti violente in contesti legati alla disputa per il controllo
delle miniere.
Il lavoro di SOS Orinoco – rilanciato anche da questo documentario presentato
nel 2021 e diffuso da media internazionali – mostra con chiarezza come l’Arco
Minero sia diventato uno spazio di violenza strutturale, dove lo Stato non
protegge, ma spesso collabora o tollera attori armati, gruppi criminali e reti
illegali. Un territorio in cui la legge è sostituita dalla forza.
Sul piano ambientale, parlare di ecocidio non è una forzatura retorica. L’Arco
Minero si colloca in una delle regioni a maggiore biodiversità del pianeta,
cuore dell’Amazzonia venezuelana. La mineria aurifera e del coltan, praticata in
gran parte a cielo aperto, ha prodotto deforestazione massiva, contaminazione
dei fiumi con mercurio, distruzione irreversibile dei suoli e compromissione
delle catene alimentari. Interi bacini idrici – fondamentali anche per la
produzione di energia idroelettrica – sono oggi gravemente inquinati.
I popoli indigeni pagano il prezzo più alto. Pemón, Yek’wana, Sanemá, Warao e
altre comunità vedono erosi i propri territori, distrutte le economie
tradizionali, spezzata la coesione sociale e la simbiosi con il terra degli
antenati. La militarizzazione delle aree minerarie e la presenza di gruppi
armati hanno trasformato villaggi indigeni in spazi di coercizione, sfruttamento
e paura, con migrazione forzata e perdita di identità culturale come effetti
diretti di questo modello estrattivo.
Il discorso ufficiale presenta l’Arco Minero come soluzione alla crisi economica
post-petrolifera. Ma questa retorica estrattivista nasconde una realtà ben
diversa: l’Arco Minero non diversifica l’economia, la criminalizza. Oro,
diamanti e soprattutto coltan – minerale strategico per l’industria tecnologica
globale – alimentano circuiti opachi di esportazione, spesso fuori da qualsiasi
controllo fiscale.
L’oro venezuelano diventa così strumento di finanziamento parallelo del regime,
anche in chiave di elusione delle sanzioni internazionali. E qui la dimensione
geopolitica è centrale perché, secondo diversi report, attori economici e
intermediari legati a Russia, Cina, Turchia, Iran e a reti finanziarie informali
sono coinvolti nel traffico e commercializzazione dei minerali. L’Arco Minero
diventa così una pedina in un gioco internazionale dove ambiente e diritti sono
variabili sacrificabili.
La mineria illegale è il cuore pulsante del sistema. Pranes (capi mafiosi),
gruppi armati, guerriglie straniere e reti criminali transnazionali controllano
vaste aree con complicità la partecipazione diretta di settori delle forze
armate. La Fuerza Armada Nacional Bolivariana – Fanb non è un semplice attore di
sicurezza, ma un soggetto economico e politico centrale nella gestione del
territorio minerario. È la militarizzazione dell’estrattivismo: controllo,
repressione e profitto.
L’Arco Minero dell’Orinoco non è un’eccezione, né un errore di percorso: è un
modello di potere. Un progetto che concentra illegalità, autoritarismo e
saccheggio in nome della sopravvivenza politica in un dispositivo che trasforma
territori in zone di sacrificio, popolazioni in ostacoli, la natura in merce.
Questo quadro permette di smontare una narrazione ancora molto diffusa: quella
che presenta la Rivoluzione bolivariana come una barriera all’estrattivismo
imperialista statunitense e al saccheggio delle risorse naturali del paese
sudamericano. I fatti raccontano altro, raccontano che il saccheggio in
Venezuela è permanente e che prima favoriva la cupola del potere madurista (e in
parte ancora è così) insieme ad alleati come Iran, Cina, Russia e Cuba, ora
invece sarà appannaggio degli Usa: in mezzo, ancora una volta, il popolo.
L'articolo Non solo Maduro e petrolio: nel mirino di Trump in Venezuela ci sono
anche le terre rare dell’Arco Minero dell’Orinoco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
N ell’estate di otto anni fa, la metropoli del Venezuela mostrava almeno tre
anime. Con Nicolás Maduro attaccato da destra e anche da sinistra, ma ancora
saldamente sul suo piedistallo tra i palazzi governativi; gli assembramenti a
plaza Altamira delle classi più elitarie; la crisi umanitaria e le speranze
tradite, ma sempre vive, della gente povera dei ranchos. A distanza di quasi un
decennio, osservate da più lontano, le faglie che spaccavano il Paese emergono
più nitide e chiare. Mentre, nella canicola estiva del luglio 2017, le
televisioni italiane si concentravano sulle immagini dei cassonetti in fiamme,
sugli scontri di strada e sulle manifestazioni ‘oceaniche’ per le vie della
capitale ‒ in un frame ossessivo e ipnotico ‒ Caracas ‒mostrava almeno due
volti, anzi tre. Ognuno incardinato in un’area della città, lungo una mappa
aderente alla morfologia storica e sociale del Venezuela.
Nella grande capitale sudamericana, edificata su decine di pendii
lussureggianti, tra ranchos poveri ‒ identici alle favelas di Rio de Janeiro ‒ e
lussuosi condomini protetti da altane e filo spinato, c’era la Caracas della
protesta contro Nicolás Maduro, degli scontri di strada sanguinari, che
dall’Europa sembravano totali e invasivi, ma che si addensavano a est, nel
quartiere Altamira, la parte orientale della città, quella più abbiente, dei
colletti bianchi. Ma c’era anche un’altra Caracas, quella a ovest, dove si
concentravano i palazzi governativi e le centrali amministrative d’apparato, i
monumenti e i poli della vita culturale. Ed era lì che Maduro restava sul suo
piedistallo e Hugo Chávez continuava a essere un faro nella notte.
> Mentre nel luglio 2017 le televisioni italiane si concentravano sulle immagini
> dei cassonetti in fiamme, sugli scontri di strada e sulle manifestazioni
> ‘oceaniche’ per le vie della capitale Caracas mostrava almeno due volti, anzi
> tre.
Tutt’intorno c’era la terza Caracas, quella degli slum fitti di chiaroscuri,
dove speranza e rabbia si mescolavano indissolubilmente lungo le tortuose
stradine di mattoni traforati, sotto la pressione delle rivolte interne al Paese
e degli embarghi e delle sanzioni internazionali. Ed è da questo orizzonte ‒ le
strade popolari di La Guaira, cittadina satellite di Caracas, affacciata
sull’aeroporto Simón Bolívar e sull’Atlantico ‒ che il racconto di quanto visto
e incontrato nel luglio 2017, nel corso di un reportage, vuole partire.
La Guaira
Sull’uscio delle case riverniciate di colori carnosi, negli occhi delle persone
si agitavano bagliori contraddittori quando si chiedeva loro cosa ne pensassero
dei continui scontri di piazza che stavano lacerando una parte di Caracas.
Un’inquietudine racchiusa nella risposta lapidaria di Carmen, insegnante: “Ma se
torneranno a governare le destre, noi poveri finiremo per essere abbandonati
un’altra volta”. La donna, un’energica e aggraziata cinquantenne, era anche
volontaria dei CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), istituiti
dal governo nel 2016 per far fronte alla carenza di cibo e alla crisi economica
che stava attanagliando il Paese. E che già allora si stavano rivelando
contaminati, nei vertici organizzativi, dal malaffare di amici e collaboratori
di Maduro. Carmen era una militante di base, la sua speranza era trascinante
lungo le piazzette e i mercati del sobborgo di Caracas, fra le piccole
abitazioni realizzate grazie all’aiuto dello Stato, che per anni aveva fornito
mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché la gente dei ranchos potesse
costruire le proprie case, in un disegno di edilizia popolare autoprodotta.
La donna portava esempi su esempi dei programmi educativi che negli anni del
chavismo erano stati messi a servizio delle classi più povere. “La rivoluzione
bolivariana ha dato modo di iscriversi all’università anche agli orfani, ai
disabili nullatenenti”. Ma ormai la crisi era entrata spietata e feroce nel
microcosmo del suo quartiere, dove la gente aveva sempre vissuto di nulla. “Sì,
la situazione è insostenibile. Il sacco di mangime per polli che serve ogni
settimana è arrivato a 85.000 bolívar”, praticamente quanto l’assegno di
pensione sociale destinato ai nullatenenti, 96.000 bolívar, ammetteva lei
stessa, mostrando un allevamento tra due baracche. Nei cortili sghembi che
galleggiavano soprattutto di microeconomia informale, sopravvivere era sempre
più difficile.
File ai negozi nei quartieri popolari di Caracas, 2017 / fot. Marco
Benedettelli.
Caracas Ovest
Scendendo dai ranchos rossi di mattoni, si arriva alle strade pianeggianti della
parte occidentale di Caracas, quella governativa, dove, in quei giorni di
proteste tempestose, il regime di Maduro e le sue centrali di potere
continuavano a mostrare, almeno in superficie, una solenne compostezza. Palazzo
Miraflores, la sede del governo, circondata da alberi color smeraldo, era
presidiata da giovani militari della Guardia nazionale. Sulla sommità di una
bianca scalinata, in cima a una collina, svettava il monumento di Hugo Chávez.
Nei murales, forme morbide celebravano l’epica della Rivoluzione bolivariana,
unendo in un’unica saga il libertador Simón Bolívar, il comandante Chávez e il
continuatore del percorso, Nicolás Maduro.
> Lo Stato per anni aveva fornito mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché
> la gente dei ranchos potesse costruire le proprie case, in un disegno di
> edilizia popolare autoprodotta.
I negozi e le librerie intorno a plaza Bolívar diffondevano musica caraibica,
più festosa di qualsiasi crisi. Nei teatri, come il Centro cultural Chacao,
giovanissime volontarie esponevano orgogliose la programmazione degli eventi per
la gente. Ma il fulcro di quel diffuso mantra filogovernativo stava sotto un
semplice tendone, nell’Esquina caliente, letteralmente “angolo caldo”, il gazebo
informativo dove una dozzina di militanti presidiavano la piazza, per discutere
appassionatamente con chiunque porgesse loro la parola. “È colpa della congiura
internazionale. Ci stanno sabotando, vogliono affossare la nostra rivoluzione
popolare perché il nostro petrolio fa gola alle élite imperialiste”, dicevano,
mentre anche in quelle ore le proteste ribollivano nell’altra parte orientale
della capitale.
“Le cause della crisi monetaria sono pilotate dalla destra, che controlla i
mezzi di produzione e distribuzione. È tutto spiegato nel libro di Pasqualina
Curcio, La mano visible del mercado”, argomentava un’altra militante. Sul tavolo
del gazebo spiccavano libri e giornali filorivoluzionari, tra cui il Correo del
Orinoco, quotidiano governativo che in epigrafe si definiva “L’artiglieria del
pensiero”. Tutti raccontavano orgogliosi della loro instancabile militanza
politica, fatta di riunioni, comitati e assemblee, di misiones, i progetti
sociali voluti dal Comandante. “Chávez è stato avvelenato. Il suo cancro è
un’invenzione”, spiegava un uomo. “Andare a nuove elezioni politiche? No, non si
può. I risultati verrebbero truccati dalle destre, è già successo. In Venezuela
è in atto un attacco dei ricchi contro i poveri. Il Paese non è il quartiere
Altamira”, diceva un altro, alzando le braccia per la rabbia.
La fotografia della crisi
Da una parte la speranza, il desiderio di riscatto. Dall’altra un elenco di dati
che già in quei giorni di luglio del 2017 indicavano come la crisi economica
avesse assunto le proporzioni di un’emergenza umanitaria, soprattutto per le
fasce più vulnerabili. L’Osservatorio Caritas Venezuela parlava dell’82% della
popolazione in povertà e del 52% in povertà estrema; nel 2016 erano morti 11.000
bambini per carenza di medicinali, una piaga aperta dall’embargo americano. A
Caracas, sugli scaffali delle farmacie, le scatole erano piazzate ad ampie
distanze, in desolanti allestimenti pensati per colmare i vuoti.
> Nel 2016 erano morti 11.000 bambini per carenza di medicinali, una piaga
> aperta dall’embargo americano.
Il Venezuela, allora come oggi, nuotava sul petrolio, venduto a un prezzo
inferiore a quello di una bottiglia d’acqua o di un grammo di cocaina. Ma,
crollata in quei mesi la produzione e il prezzo di mercato ‒ su cui lo Stato
caraibico aveva sempre fondato la propria economia di rendita ‒ l’inflazione era
esplosa all’800%. Servivano 9.000 bolívares per il cambio di un dollaro, il
costo di un pieno era attorno ai 5 centesimi di dollaro, un grammo di “neve
bianca” era quotato meno di un dollaro e lo stipendio mensile di uno statale
alzava in media 20 dollari. Il salario minimo, pari a 160.000 bolívares, bastava
appena per comprare un pezzo di pane al giorno. Le code agli empori sociali
riempivano i marciapiedi.
Un’emergenza che lo Stato cercava di tamponare con un governo composto in parte
da ministri militari e in parte da civili. Sotto di loro, altri diciotto
generali erano incaricati di occuparsi ciascuno di un singolo prodotto base
della disastrata economia: olio, riso, zucchero, farina di mais, ma anche carta
igienica, introvabile in alcune zone del Venezuela. Più di due milioni e mezzo
di venezuelani erano già emigrati nel 2017 (e nove anni dopo, all’arresto-blitz
di Maduro, erano diventati quasi 8 milioni). Secondo quanto raccontavano le
persone incontrate in quei giorni nelle strade di Caracas, tra i manghi
rigogliosi e i palazzi scorticati, la paura si faceva sempre più cupa. Con
119,87 omicidi ogni 100.000 abitanti nel 2016, la capitale del Venezuela era
divenuta la città più violenta del mondo: una metropoli dove era d’obbligo
chiudersi in casa al coprifuoco, quando le strade venivano invase dai
colectivos, bande di motociclisti in origine legittimate da Hugo Chávez come
strumento di presidio nelle periferie altrimenti impenetrabili, ma poi mutate in
gang fuori controllo.
Affinità e divergenze
Nell’aprile del 2017 le proteste erano state aperte dal corteo del MUD (Mesa de
Unidad Democrática), la coalizione di opposizione politica della destra
populista venezuelana; ne facevano parte anche quattro movimenti di ispirazione
progressista: Acción democrática, Un nuevo tiempo, Voluntad popular ‒ parte
dell’Internazionale socialista ‒, e Primero justicia. Quattro mesi dopo,
nell’afosa Caracas del luglio 2017, erano evidenti le mille contraddizioni di un
Paese che cercava di restare aggrappato alle riforme economiche e sociali dei
decenni precedenti, messe in atto da Chávez, capaci di livellare le profonde
disparità con cui il Venezuela aveva attraversato il Novecento. Dal secondo
dopoguerra, infatti, si erano susseguiti una decina di colpi di Stato, spesso
appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad addomesticare
élite compiacenti attraverso giunte militari guidate da autentici fantocci in
divisa, piazzati a capo di regimi dittatoriali.
> L’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca era composto non solo da
> politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da una larga
> fetta di chavisti scontenti.
L’ultimo colpo di Stato del millennio precedente, quello del 1998 messo in atto
proprio da Chávez, rappresentò un vero e proprio terremoto politico. Il primo
tentativo di rovesciamento degli anni Duemila risale invece all’11 aprile 2002,
durato appena 47 ore, con l’obiettivo di rimuovere proprio l’allora caudillo.
Gli Stati Uniti, come un pugile suonato, impiegarono almeno un decennio prima di
riprendersi e tornare a occuparsi del loro “cortile”. Nel frattempo Chávez era
morto, ma il chavismo era rimasto in vita, seppur poco e male rappresentato dal
suo delfino, Nicolás Maduro.
Non è un caso che l’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca fosse composto
non solo da politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da
una larga fetta di chavisti scontenti. I veri nostalgici, costretti a passare
dall’alba di una nuova speranza per le fasce più deboli e invisibili della
popolazione ‒ incarnata dall’ex militare dell’esercito venezuelano, ispirato a
Che Guevara e influenzato dagli scritti di Antonio Gramsci ‒ a una deriva del
suo verbo e delle sue azioni.
Secondo i sondaggi clandestini che circolavano in Venezuela nel 2017, il
presidente Maduro poteva contare su uno zoccolo duro di consensi pari al 15-20%,
a cui si sarebbe potuta aggiungere una quota del 20-25% di chavisti delusi e
critici nei suoi confronti. Tra questi figuravano la procuratrice generale del
Venezuela, Luisa Ortega Díaz, protagonista di una rocambolesca fuga in moto
verso la Colombia nell’agosto del 2017, e suo marito Germán Ferrer, deputato
dell’Assemblea nazionale, chavista e volto noto di Globovisión, la televisione
di opposizione. Del vecchio “cerchio magico” attorno a Maduro rimasero il
fedelissimo Diosdado Cabello, presidente del Parlamento venezuelano, indagato
per traffico internazionale di droga dalle autorità statunitensi e accusato di
distrazione di fondi pubblici, e Tareck El Aissami, vicepresidente del
Venezuela, di origini libanesi e ritenuto vicino a Hezbollah.
Caracas Est
Gli impiegati che anche in quei giorni assolati si affaccendavano lungo i
marciapiedi di avenida Francisco Solano López, gli esponenti della borghesia
imprenditoriale e anche tanti studenti, ogni pomeriggio si ritrovavano a plaza
Francia, cuore del ricco quartiere di Altamira. Da qui partivano le
manifestazioni; poi alcuni creavano i primi avamposti, allestivano i blocchi del
traffico, i cosiddetti trancazos, ed esplodeva la guerriglia contro le forze
dell’ordine. Ad incendiarla erano gruppi di giovanissimi che, con scudi di
legno, molotov, biglie di ceramica e maschere antigas, sfidavano gli agenti
della Guardia nacional appostati sui cavalcavia dell’autostrada che taglia in
due la città. Lo svincolo dell’autopista Francisco Fajardo, tra La Merced e
Chacaíto, era l’epicentro degli scontri.
> Dal secondo dopoguerra si erano susseguiti una decina di colpi di Stato,
> spesso appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad
> addomesticare élite compiacenti attraverso fantocci in divisa piazzati a capo
> di regimi dittatoriali.
I cortei si dividevano, con la parte pacifica che si disperdeva subito,
ricacciata indietro dalle bombe lacrimogene e dai proiettili di gomma sparati ad
altezza d’uomo. I giovani lanciavano sassi, si proteggevano con tappetini
trasformati in giubbotti antiproiettile e usavano ante di scaffali come scudi.
Uno di loro, colpito da un proiettile di gomma all’avambraccio, veniva soccorso
dalle squadre volontarie di paramedici. Intanto, nelle retrovie, gli
antimaduristi più moderati scandivano slogan come: “Non c’è più pane, non c’è
più farina, ci sono solo i soldi per trafficare in cocaina”.
La polizia era schierata in massa tra Chacaíto e avenida Francisco de Miranda,
impedendo al plotone di manifestanti violenti di oltrepassare il limite
territoriale imposto dai vertici militari. Eppure, in un’arteria parallela a
breve distanza, tra avenida Casanova e il boulevard Sabana Grande ‒ una lunga
isola pedonale di un paio di chilometri, costellata di negozi e ristoranti ‒
migliaia di persone passeggiavano e facevano shopping come se nulla stesse
accadendo. Non sembrava affatto di trovarsi nella città più pericolosa del Sud
America.
Ma chi c’era dietro il movimento di protesta che in quei mesi del 2017
infiammava parte del Venezuela? A livello politico, dalle elezioni del 2014 ‒ in
cui Maduro aveva sconfitto Henrique Capriles, non senza le consuete accuse di
brogli ‒ una figura era emersa con particolare forza rispetto alle altre: María
Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che nessuno
avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace. Durante
quelle manifestazioni, più d’una volta arrivò nei luoghi di ritrovo della fronda
antimadurista: pochi minuti per stringere mani, elargire sorrisi, arringare la
folla, spuntando dal tettuccio apribile di un SUV dai vetri oscurati oppure, in
un’altra occasione, a bordo di una moto. “Questa è l’ora zero delle proteste,
non ci fermeremo”, era lo slogan del suo comizio lampo, prima di schizzare via
scortata da altri centauri.
> A livello politico, dalle elezioni del 2014 una figura era emersa con forza:
> María Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che
> nessuno avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace.
Emiliano Terán, all’epoca giovane docente di sociologia all’Universidad Simón
Bolívar di Caracas, incontrato in una tranquilla pasticceria di una zona
residenziale, non aveva espresso dubbi sul fronte anti-Maduro: “L’opposizione
paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda nei ranchos, le
bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”, spiegava, per poi precisare:
“Non posso che essere critico dell’operato del governo Maduro, visto dove sta
portando il Paese, ma l’opposizione non è unitaria e non ha idea dei rischi che
si stanno correndo”. E ancora: “Le comunità, le organizzazioni popolari e i
movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto
sociale. Un’irruzione mediatica internazionale esagerata nasconde il ritorno
delle ingerenze straniere divise in blocchi: l’asse Russia-Cina da una parte e
la Casa Bianca dall’altra, oggi con Trump [allora al primo mandato, ndr] e ieri
con Obama, che nel 2015 ha emesso un ordine esecutivo secondo cui il Venezuela
rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Per il giovane ricercatore venezuelano era ormai in atto il declino del ciclo
progressista in America Latina, avviato da Chávez e proseguito poi con Lula in
Brasile, i Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia, Mujica in Uruguay, Correa
in Ecuador e altri ancora. “Ma oggi, in Venezuela, non c’è una dittatura, perché
il controllo del potere non è solo nelle mani di Maduro. Esistono gruppi che si
alleano a seconda degli interessi; non c’è una dominazione totale dall’alto
verso il basso. Se il conflitto va fuori controllo, il caos diventerà
ingovernabile”.
Giovani manifestanti si dirigono verso gli scontri alle manifestazioni di
Caracas est, 2017 / fot. Marco Benedettelli.
Le imprese degli italo-venezuelani
Nelle retrovie della protesta che divampava pochi isolati più in là, sotto il
cavalcavia oltre plaza Francia, non era affatto trascurabile la presenza degli
italo-venezuelani, soprattutto quelli di estrazione imprenditoriale, vicini
all’alta borghesia. Molti di loro, all’ombra della monumentale fontana al centro
della piazza, criticavano aspramente papa Francesco “per le sue parole troppo
indulgenti verso il regime madurista”.
> “L’opposizione paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda
> nei ranchos, le bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”.
Il simbolo più importante del Belpaese a Caracas era il Centro italiano
venezuelano, costruito nella metà degli anni Sessanta dagli italiani di prima
generazione. Dalle sue terrazze si godeva di una vista invidiabile sulla città e
sulle verdeggianti colline dominate dal monte Ávila. All’epoca contava quasi
3.700 soci azionisti (la quota mensile era di 30.000 bolivares, poco più di tre
euro). Mentre Caracas era preda di scontri e blocchi stradali, nelle stanze di
quella sorta di torre d’avorio i bambini sguazzavano nelle cinque piscine ‒ una
olimpionica ‒ e si sfidavano nei numerosi campi e campetti da calcio; gli
anziani giocavano a burraco o a domino, a bocce o a stecca.
Fino ad allora l’ex presidente Chávez e il chavista Maduro avevano
sostanzialmente tollerato gli italiani, che con circa 120.000 residenti
ufficiali, tra immigrati, nati e successivi trasferimenti, dopo quella spagnola
(300.000 registrati) sono la seconda comunità del Paese, in grado di vantare
almeno un paio di presidenti della Repubblica di chiara origine italiana. Una
presenza legata ai grandi movimenti migratori del secolo scorso. Eppure si aveva
la sensazione che le cose potessero cambiare presto. In quei giorni,
l’aggressione al deputato italo-venezuelano dell’Assemblea nazionale, Américo De
Grazia, sembrava solo un antipasto. “Non è ufficiale, ma le voci corrono:
vogliono azzerare le proprietà, portarci alla fame e costringerci a lasciare il
Paese”, raccontavano con preoccupazione alcuni imprenditori riuniti in una
stanza per testimoniare la loro esperienza. Molti erano già stati bersaglio di
estorsioni, rapimenti e violenze da parte di una malavita sempre più a briglia
sciolta. “L’Italia e il suo governo ci hanno abbandonato al nostro destino. I
nostri genitori hanno creato sviluppo lavorando con onestà. Rischiamo di dover
tornare in Italia da rifugiati, se non fosse per il doppio passaporto”.
“Quanto durerà questo Eden?”, si chiedeva il proprietario di un’azienda di pizze
surgelate per supermercati. “La produzione è ferma: lo Stato mi impedisce di
comprare la farina, dà la precedenza alle panetterie popolari; se la prendo dai
privati o in forma illegale, mi arrestano”. Fuori, oltre le vetrate e il muro di
cinta, uno slum scendeva come una colata di cubicoli fino alle propaggini del
ricco e scintillante centro. Caracas si dispiegava tra grattacieli e baracche,
sospesa nell’incertezza, in attesa del suo futuro.
L'articolo Caracas 2017: una mappa urbana e politica proviene da Il Tascabile.
A Caracas e a Mosca hanno scoperto che la libertà, oggi, ha la forma di un
gettone digitale. Si chiama Tether, vale un dollaro, e serve a fingere che il
dollaro non serva più. Una beffa da episodio di Black Mirror: per sfuggire
all’impero americano, basta usare la sua moneta travestita da criptovaluta. In
Venezuela l’idea è partita da Nicolás Maduro, ora in una cella di Brooklyn. La
sua economia, affondata come il bolívar, galleggia grazie a Tether, usato per
vendere petrolio e aggirare le sanzioni. La compagnia statale PDVSA incassa
token invece di dollari e li rigira in valute “amiche”. Il risultato? Caracas
sopravvive, e Washington, gabbato lo santo con il rapimento stile Hollywood del
leader, tollera i chavisti ancora al potere.
In Russia la musica è la stessa, solo più sinfonica. Vladimir Putin, con un
patrimonio occulto che secondo Bill Browder tocca i 200 miliardi di dollari, ha
copiato la lezione venezuelana: criptovalute per respirare sotto la cappa delle
sanzioni USA-UE (siamo al 19° “pacchetto”). Nel 2024 ha persino legalizzato
l’uso di asset digitali per i pagamenti esteri delle sue grandi aziende. Così le
società di Stato russe possono commerciare petrolio e microchip con Cina, India,
Turchia o Emirati, usando un token che riproduce il valore del dollaro, per poi
cambiarlo in yuan, rupie, dirham.
Al centro di questa rete parallela del denaro, c’è un italiano: Giancarlo
Devasini, ex chirurgo plastico torinese, oggi terzo uomo più ricco d’Italia e
padrone del 47% di Tether. Un genio, sinceramente. Ha offerto oltre un miliardo
per comprare la Juventus, ma il suo vero stadio è il mercato globale delle
criptovalute, ne ha una fetta più che maggioritaria. Con il socio Paolo Ardoino,
CEO e miliardario anche lui (n. 5 secondo Forbes), guida questa sorta di “banca
centrale ombra” che vale 186 miliardi di dollari.
Le autorità americane fingono di non vedere. Ogni tanto una multa: 18,5 milioni
nel 2021 dopo l’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (riserve
“garantite” e invece prestiti e incastri con Bitfinex: odore di frodi bancarie e
dichiarazioni false), poi altri 41 milioni dalla Cftc per versioni creative
delle riserve. Fine della tragedia, inizio dell’oblio. Da allora Tether
collabora persino con l’Ofac, cioè l’ufficio del Tesoro Usa che gestisce le
sanzioni e decide chi è “legittimo”, congelando i wallet “sospetti”.
Secondo l’Onu, la blockchain è la moneta preferita per traffici e riciclaggio
nel Sud-est asiatico. Ma finché serve a tenere in piedi Caracas e Mosca, nessuno
a Washington sembra particolarmente turbato. Men che meno Donald Trump, che fa
sequestrare Maduro da Marina, Aviazione e Delta Force con la balla del
narcotraffico ma puntando al greggio, mentre guadagna milioni con la piattaforma
cripto di famiglia, World Liberty Financial. Se volesse davvero fermare il
flusso di Tether e bloccare il suo amico-nemico Putin, dovrebbe bombardare il
suo stesso portafoglio.
E così, tra i sermoni sulla libertà e gli affari di famiglia, l’America lascia
correre, ma il suo declino accelera. La Russia compra pezzi di tecnologia
militare, il Venezuela paga i suoi debiti in token, e Devasini diventa sempre
più ricco. Tutti fingono di odiare il dollaro, ma in realtà lo venerano in
formato digitale. La guerra, quella vera, si combatte a colpi di bit. Politica e
geopolitica, ai tempi di Trump, sono propaganda, per i gonzi che guardano la tv.
Il capitalismo dell’ipocrisia.
L'articolo Tether, la cripto-arma segreta di Putin e Venezuela per aggirare le
sanzioni Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con
altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per
la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina
Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come
una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale
del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non
può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che
il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia
fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che
la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del
vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura
di Nicola Maduro.
Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro
che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che,
sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del
destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il
comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia
all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry
Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini.
Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente
differente.
Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un
“momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso
di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della
libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha
placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di
rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e
sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto
carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il
premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di
essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine
per aver ricevuto il premio.
L'articolo L’indignazione del comitato per il Nobel: “Un vincitore non può
condividere il premio per la pace con altri, né trasferirlo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Decine di migliaia di cubani hanno partecipato alla lunga marcia per rendere
omaggio ai 32 militari uccisi in Venezuela durante l’operazione militare degli
Usa e per mandare un messaggio alla Casa Bianca e al presidente Donald Trump. È
avvenuto venerdì 16 gennaio all’Avana, in un corteo organizzato in “difesa della
sovranità di Cuba e della Rivoluzione”. “Honor y gloria”, lo slogan scelto per
chiamare le persone a raccolta nella “Marcia del popolo combattente”, snodatasi
dalla Tribuna Antimperialista lungo il Malecón, il lungomare avanero.
I cittadini hanno cominciato a riempire le strade della città sin dalle prime
ore del mattino. Il palco della manifestazione è stato montato in un luogo
simbolico: alle spalle all’ambasciata statunitense. Da qui il presidente della
Repubblica e segretario generale del Partito comunista cubano Miguel Díaz-Canel
Bermúdez, nella classica tenuta verde oliva, si è scagliato contro
“l’aggressione terrorista” compiuta a Caracas lo scorso 3 gennaio dalle forze
speciali Usa. “Cuba è terra di pace” ha detto. “Non minaccia né sfida, ma se
aggrediti siamo in milioni disposti a
combattere con la stessa fierezza dei nostri compatrioti caduti”.
In prima fila i 32 cartelli con impressi i nomi e i volti dei soldati impegnati
nel Paese bolivariano alleato dell’Avana, tumulati nelle varie province di
provenienza, dove si sono svolte altrettante celebrazioni di massa nei giorni
scorsi. Un discorso pronunciato sotto un cielo grigio, tra gli applausi e le
risposte corali dei presenti. Fra loro militari, studenti, lavoratori, cittadini
comuni, giovani e anziani. Alcuni “spinti” dal Partito comunista che controlla
il Paese, altri sinceramente fedeli al socialismo e alla Revolución, nonostante
la grave crisi economica che attanaglia l’isola ormai da molti anni. “Qui non si
arrende nessuno”, il grido ripetuto durante il corteo, quando il serpentone
umano stretto tra i cordoni di sicurezza ha riempito il lungomare di bandiere
cubane e venezuelane. Qualcuno ha il vessillo rosso con la falce e il martello,
altri il volto di Fidel Castro, accostato a José Martí (eroe della Patria cubana
nella lotta d’indipendenza contro gli spagnoli) e a Hugo Chávez, alla cui figura
risale il legame venticinquennale tra il socialismo cubano e quello venezuelano.
Tra gli obiettivi principali degli slogan scanditi dai manifestanti ci sono
Trump e soprattutto Rubio, figlio di cubani dal dente particolarmente avvelenato
nei confronti del governo dell’isola. “Cuba è sovrana e
decide da sola il proprio destino“, è il concetto gridato al passaggio davanti
all’ambasciata Usa, riaperta nell’era Obama in un clima di speranza e tornata
oggi cupa sede dell’imperialismo “Yanqui”, come viene definito qui.
Volti seri, corrucciati ma anche sorridenti, tra tamburi e cori di scherno. Come
quello di Mijaín López, pentacampione olimpico di lotta greco-romana che ha
salutato il corteo al fianco del presidente, stringendo
mani e regalando selfie. Dopotutto per molti la manifestazione, scioltasi tra le
strade verdi del Vedado, è stata anche una festa.
Nonostante il clima di tensione che ha spinto le autorità dell’isola ad attivare
esercitazioni militari, la vita in questi giorni scorre in modo tranquillo, con
le difficoltà ormai croniche dettate da una crisi che non accenna a dare tregua.
Carenze energetiche in primis. Una situazione deflagrata con lo scoppio della
pandemia, che ha falcidiato l’economia cubana, già colpita da centinaia di
sanzioni statunitensi. Una lotta quotidiana imposta a buona parte della
popolazione, divisa tra difesa della bandiera e una ricerca di ossigeno che
spinge anche a emigrare.
L'articolo Cuba, l’omaggio dell’Avana ai 32 militari uccisi nel raid Usa in
Venezuela: decine di migliaia in marcia sul lungomare proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da acerrimi nemici ad alleati che si stringono la mano e sorridono a vicenda:
Delcy Rodríguez, presidente ad Interim del Venezuela, ha ricevuto il direttore
della Cia, John Radcliffe, a Palazzo di Miraflores. L’incontro – riportato dal
New York Times – si è svolto giovedì, nelle stesse ore in cui la dissidente
María Corina Machado, regalava il suo premio Nobel a Donald Trump. Radcliffe ha
comunicato alla presidente ad Interim le intenzioni Usa per “una relazione di
lavoro più proficua” con Caracas, secondo quanto riporta un funzionario Usa
interpellato dal New York Times. Hanno parlato anche di Intelligence,
cooperazione e investimenti. “Questo luogo non può più essere rifugio sicuro per
i nemici della Casa Bianca”, è una delle principali esigenze riportate dal
direttore dell’Agenzia, che solo due settimane fa ha eseguitoun blitz su
Caracas, catturando l’ex-presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie
Cilia Flores, entrambi in cella negli Stati Uniti. L’episodio sembra ormai
archiviato là dove Radcliffe viene calorosamente accolto dal nuovo direttore del
Controspionaggio militare, Gustavo González López, già fedelissimo di Maduro,
salito in carica dopo la rimozione di José Marcano Tabáta.
Radcliffe è anche il primo funzionario dell’amministrazione Trump ricevuto dal
governo Rodríguez e non risultano – almeno nell’ultimo trentennio –summit
pubblici precedenti tra la Cia e Palazzo di Miraflores. Fonti vicine al governo
ad Interim confermano a ilfattoquotidiano.it il sostegno di Washington al
governo Rodríguez, che ha l’incarico di tenere unite le fazioni del Chavismo
dopo il blitz statunitense e la caduta di Maduro. A tale proposito Radcliffe ha
incontrato anche il leader dell’ala militare e ministro dell’Interno Diosdado
Cabello, già sotto pressione, affinché “collabori con Rodríguez, senza
boicottarne le riforme”.
Quella della Cia è anche una rivincita nei confronti dell’Intelligence
dell’Avana, che nell’ultimo ventennio si era consolidata come “una struttura di
spionaggio” che agiva in parallelo alle Agenzie locali, secondo la missione Onu
a Caracas, svolgendo un “ruolo tecnico e operativo” nel Paese sudamericano.
Proprio giovedì sono state rimpatriate all’Avana le salme dei 32 agenti cubani,
che custodivano il primo anello di sicurezza di Maduro, uccisi durante
l’intervento delle Forze Delta statunitensi. I loro resti mortali sono stati
accolti dal ministro dell’Interno dell’Avana, Lázaro Alberto Álvarez, e dal
ministro delle Forze armate rivoluzionarie, Álvaro López Miera.
Viene meno anche la presenza di medici cubani, rientrati nell’Isola pochi giorni
fa. Nel frattempo la presidente ad Interim dà il via a un’agenda di
privatizzazioni, sostituisce numerosi ministri ritenuti scomodi o impresentabili
e apre alla libera circolazione del dollaro nel Paese, già sottoposto a
restrizioni e diversi tassi di cambio fissi. Lo stesso Trump descrive Rodríguez
come una presidente “fantastica” con cui lavora “molto bene”: “Ci dà tutto
quello che chiediamo”, ha detto al termine della telefonata intercorsa tra i
due.
L’esempio di Cuba, fatta fuori da Caracas dopo l’improvvisa irruzione
statunitense, preoccupa gli alleati del governo chavista – tra cui Mosca,
Pechino e Teheran -, la cui posizione non è ancora chiara nel riposizionamento
geopolitico del Venezuela. Pechino, primo creditore di Caracas, è già in
contatto con alti funzionari statunitensi e venezuelani: rivuole indietro i 20
miliardi di dollari concessi al Venezuela già nei primi anni Duemila, durante i
governi di Hugo Chávez Frías. I prestiti cinesi finanziano soprattutto progetti
infrastrutturali nel Paese – molti dei quali ancora non conclusi, per
responsabilità di Caracas – e sono garantiti in petrolio. Al momento il Colosso
asiatico riceve l’80% del greggio prodotto da Caracas.
La pressione arriva soprattutto dalle Banche statali e altre entità finanziarie
cinesi che – secondo fonti citate da Bloomberg – chiedono a Pechino una
“maggiore sorveglianza” sul Venezuela là dove la presenza Usa preoccupa i
creditori asiatici. “Sarà difficile far fuori i cinesi da questo Paese, dopo
tutti i loro investimenti”, assicura a ilfattoquotidiano.it il giornalista ed
ex-sindacalista Hendrick García, radicato nella Costa oriental del Lago, a pochi
chilometri della Colombia, regione petrolifera dove Pechino ha contribuito “alla
ripresa della produttività, anche resistendo a sanzioni e sostituendosi allo
Stato, spesso assente”.
L'articolo Da nemici ad alleati, Rodríguez riceve il direttore della Cia: “Il
Venezuela non sia più rifugio degli avversari Usa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.