Una richiesta di informativa urgente alla premier Giorgia Meloni per sapere se
il governo intenda rinviare la data del referendum. A presentarla sono Pd,
Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra dopo il raggiungimento del quorum
di 500mila firme da parte dell’iniziativa popolare lanciata da un gruppo di 15
giuristi. Violando la prassi costituzionale, infatti, il governo ha indetto la
consultazione il 22 e 23 marzo sulla base della richiesta già depositata dai
parlamentari, senza attendere il termine di tre mesi dalla pubblicazione della
legge in Gazzetta ufficiale (30 ottobre) entro il quale anche i cittadini
possono chiedere il voto. “Ringraziamo le cittadine e i cittadini che hanno
sottoscritto la richiesta e i due comitati (quello dell’Anm e quello della
società civile, ndr) che li hanno sollecitati e aiutati. Continuiamo a
raccogliere firme e dimostriamo anche coi numeri la forza delle ragioni del voto
per il No. Lo possiamo fare fino al 27 gennaio perché è necessario del tempo per
chiudere formalmente la raccolta e consegnare tutto in Cassazione entro il
temine di legge del 30 gennaio”, dichiarano in una nota i promotori (qui il link
per continuare a firmare con Spid o Carta d’identità elettronica).
Tra i primi a esultare per il quorum c’è il leader del Movimento 5 stelle
Giuseppe Conte: “È un risultato incredibile, un segnale dirompente. Con tutti
contro, nonostante il lavaggio del cervello a reti unificate su questa riforma,
su cui stanno illudendo i cittadini. Nonostante un governo che snobba e
ridicolizza la partecipazione, l’impegno, la raccolta firme, accelerando i tempi
per il referendum per dare meno tempo ai cittadini di discutere e informarsi”.
Dal Pd, la responsabile Giustizia Debora Serracchiani sottolinea che il
risultato “dice una cosa molto chiara: le persone vogliono capire, partecipare,
scegliere. In un tempo in cui si prova a ridurre tutto a propaganda, 500mila
persone hanno scelto la partecipazione. In pochissimo tempo, sotto le festività
natalizie. È stato un atto di responsabilità democratica: per chiedere
informazione, confronto, rispetto delle regole”.
Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e deputato di Avs, parla di
“un grande risultato di popolo, che in pochissimi giorni ha raggiunto
l’obiettivo solo grazie al passaparola e senza grandi finanziamenti, nonostante
il boicottaggio e gli attacchi del governo e di tutto il sistema mediatico della
destra”. Per il leader di Europa Verde Angelo Bonelli, il successo
dell’iniziativa è “la miglior risposta delle cittadine e dei cittadini
all’arroganza di un governo che vuole agire in maniera impunita”. Carlo Nordio,
invece, minimizza e invita ad aspettare il 27 gennaio, quando il Tar del Lazio
deciderà sul ricorso dei promotori della raccolta firme contro la decisione del
governo sulla data: “Secondo me è inutile, ma deciderà il giudice
amministrativo, aspettiamo. Non abbiamo detto che la magistratura, anche quella
amministrativa, è sovrana e indipendente. Aspettiamo la decisione del 27”.
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opposizioni a Meloni: “Ora rinviare il voto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Riforma costituzionale
Venticinque giorni, dal 22 dicembre del 2025 al 15 gennaio del 2026. Tanto è
servito a un gruppo di cittadini “volenterosi” per raccogliere mezzo milione di
firme contro la riforma della magistratura su cui il governo si gioca buona
parte del proprio capitale politico. Giovedì la mobilitazione online lanciata
prima di Natale da 15 giuristi – capitanati da Carlo Guglielmi, storico avvocato
dei sindacati di base – ha raggiunto le 500mila sottoscrizioni, la quota
prevista dalla Costituzione per chiedere il referendum sulle leggi che
modificano la Carta nel caso in cui non siano approvate con la maggioranza dei
due terzi in Parlamento (si può continuare a firmare fino al 30 gennaio a questo
link: servono Spid o Carta d’identità elettronica).
IGNORATE VENTIMILA FIRME AL GIORNO
Una media di ventimila firme al giorno per mandare un messaggio al governo, che
però ha scelto di non ascoltarlo: lunedì, quando le adesioni alla raccolta erano
oltre 350mila, il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto al 22 e 23
marzo, sfruttando la richiesta dei parlamentari già ammessa dalla Cassazione,
senza attendere il termine di tre mesi dalla pubblicazione della legge in
Gazzetta ufficiale (30 ottobre) entro cui è possibile promuovere anche
l’iniziativa popolare. Lo strappo dell’esecutivo viola l’interpretazione della
Carta seguita per tutti i referendum costituzionali della storia repubblicana:
per questo i promotori della raccolta hanno fatto ricorso al Tar del Lazio,
chiedendo la sospensione urgente e poi l’annullamento della delibera (l’udienza
è stata fissata per il 27 gennaio).
IL (PRIMO) BLITZ SVENTATO
La mobilitazione, però, ha già avuto un effetto importante: il governo infatti
avrebbe voluto far votare ancora prima, strozzando la campagna elettorale per
capitalizzare il vantaggio del Sì nei sondaggi (le ultime rilevazioni danno il
No in forte rimonta). Il blitz era stato già programmato per l’ultimo Consiglio
dei ministri dell’anno scorso, quello del 29 dicembre, che avrebbe dovuto
convocare le urne per l’1 e il 2 marzo (è necessario un anticipo tra i cinquanta
e i settanta giorni). Ma all’ultimo momento il piano è saltato, proprio a causa
del boom iniziale della raccolta popolare (che aveva raggiunto oltre 100mila
firme nella settimana a cavallo di Natale, complici gli endorsement arrivati dai
leader dell’opposizione).
IL (CONTRO)POTERE DELLO STATO
Soprattutto, però, il raggiungimento del quorum permetterà ai giuristi di
depositare le firme in Cassazione, acquisendo lo status di comitato promotore
del referendum: una qualifica che configura a tutti gli effetti un potere dello
Stato, rappresentativo della sovranità popolare. In parallelo al ricorso
amministrativo, quindi, la questione della data potrebbe diventare oggetto di un
conflitto di attribuzione contro il governo di fronte alla Corte costituzionale.
Non solo: il comitato promotore ha diritto ai rimborsi per la campagna (un euro
per ogni firma raccolta) e allo stesso trattamento dei partiti per quanto
riguarda affissioni elettorali e par condicio televisiva. Insomma, come hanno
scritto gli avvocati nell’impugnazione al Tar, a venire in gioco è “la presenza
sulla scena di un effettivo (contro) potere dello Stato costituito dai
sottoscrittori”.
IL QUESITO PUÒ CAMBIARE?
Un altro potenziale effetto, poi, riguarda il quesito che troveremo sulla
scheda. Quello già ammesso dalla Cassazione sulla base dell’iniziativa dei
parlamentari cita semplicemente il titolo della riforma: “Approvate il testo
della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento
giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal
Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”.
Quello proposto dai giuristi, invece, elenca uno per uno i sette articoli della
Costituzione modificati dalla legge: secondo gli avvocati dei promotori, questa
elencazione è esplicitamente richiesta dalla legge per i referendum sulle leggi
di revisione costituzionale. Poiché il blitz del governo è un inedito assoluto,
è incerto quali siano i poteri dell’Ufficio centrale per il referendum della
Cassazione: può prendere in considerazione la proposta dei cittadini e nel caso
cambiare il quesito, anche se la consultazione è già stata indetta? I giuristi
sono convinti che possa, anzi debba: se così non sarà, è pronto un conflitto di
attribuzioni anche su questo.
L'articolo Referendum, raggiunto il quorum di 500mila firme contro la riforma
Nordio. I possibili effetti: dal cambio di quesito al ricorso alla Consulta
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Alfredo Morvillo a Palermo, Alessandra Galli a Genova, Giuseppe Santalucia a
Roma. Il Comitato per il No fondato dall’Associazione nazionale magistrati
sceglie i suoi frontman in tutta Italia in vista della campagna per il
referendum sulla riforma Nordio, che separa le carriere di giudici e pm e
introduce il sorteggio per la selezione dei membri del Consiglio superiore della
magistratura. In Sicilia l’assemblea territoriale del comitato ha scelto come
presidente Alfredo Morvillo, magistrato in pensione – ha chiuso la carriera da
procuratore capo a Trapani – e fratello di Francesca, giudice e moglie di
Giovanni Falcone, morta insieme a lui nella strage di Capaci del 23 luglio 1992.
Anche in Liguria a guidare il Comitato sarà una toga in pensione e parente di un
magistrato ucciso: Alessandra Galli, figlia di Guido, vittima nel 1980 di un
agguato dei terroristi rossi di Prima linea a Milano. Alessandra Galli è stata,
tra l’altro, presidente del collegio della Corte d’Appello di Milano che
confermò i quattro anni inflitti a Silvio Berlusconi nel processo sulla
compravendita dei diritti tv Mediaset, unica condanna a carico dell’ex premier
diventata definitiva.
Nella Capitale, invece, il numero uno sarà Giuseppe Santalucia, presidente della
Prima sezione penale della Cassazione e per quattro anni (dal 2021 allo scorso
febbraio) alla guida dell’Anm, prima di essere sostituito da Cesare Parodi. Alle
sezioni territoriali hanno aderito anche molti accademici, a partire dal
presidente nazionale, il costituzionalista dell’Università di Torino Enrico
Grosso: a Firenze ci sono Giuseppe Campanelli, ordinario di Diritto
costituzionale all’Università di Pisa, e Chiara Favilli, ordinaria di Diritto
dell’Unione europea a Firenze; a Roma altri due costituzionalisti, Giovanna De
Minico della Federico II di Napoli e Massimo Siclari di Roma Tre. Diversi anche
gli avvocati che hanno scelto di aderire: da Anna Falcone, che nel 2016 fu una
dei maggiori testimonial del No al referendum sulla riforma Renzi, a Mitja
Gialuz, avvocato e professore ordinario di Procedura penale a Genova.
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dell’Anm per il No al referendum sulla riforma Nordio proviene da Il Fatto
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