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La bella provocazione di Aronofsky: una serie fatta con l’Ai che spacca gli addetti ai lavori
Il monitoraggio delle politiche culturali è in Italia un’attività non agevole, anche perché i quotidiani “mainstream” continuano a privilegiare il racconto delle attività di attrici ed attori rispetto ai meccanismi strutturali di funzionamento del sistema, che sono soprattutto istituzionali, economici, giuridici, in sostanza politici. In altri Paesi – la Francia in primis – l’iter della nuova legge sul cinema e l’audiovisivo costituirebbe materia di dibattito pubblico e mediatico, per le sue implicazioni strategiche sul piano culturale, industriale, sociale, oltre che estetico-artistico. Mentre la produzione cine-audiovisiva appare in fase di stagnazione anche per gli effetti delle controverse nuove regole del “tax credit”, in Commissione Cultura della Camera prosegue l’iter delle tre proposte di legge, quelle del Partito Democratico (prima firmataria Elly Schlein) e del M5s (Gaetano Amato), ma è opinione diffusa che sarà la terza, caldeggiata dal Presidente della VII stessa, ovvero Federico Mollicone (primo firmatario) a prevalere, assegnando al governo un’ampia delega. E ci sarebbe da scriverne: mi limito a segnalare come ha titolato Ansa un dispaccio di martedì 3 febbraio: “Rai, Rossi: la normativa sul tax credit non ha rafforzato l’audiovisivo italiano”. In sostanza, l’Amministratore delegato della Rai contesta quel che la quasi totalità della comunità professionale italiana ha sostenuto – per anni e anni – ovvero che il credito d’imposta è la manna: non ha fatto crescere realmente il settore produttivo, sostiene l’Ad. Tesi veramente controcorrente. In audizione Giampaolo Rossi ha rivendicato il ruolo centrale e salvifico della tv pubblica per sostenere l’industria cinematografica e audiovisiva. La questione meriterebbe di essere approfondita, ma – anche su questo fronte – emerge un deficit di dati, analisi, valutazioni… E non è certo notizia marginale la costituzione di una sezione dedicata al cine-audiovisivo all’interno dell’Unione Sindacale di Base: il più pugnace movimento di lavoratori delle troupe cinematografiche #Siamoaititolidicoda (da cui l’acronimo #Satdc), ha deciso di avviare un percorso di rappresentanza sindacale “dopo oltre 26 anni di mancato rinnovo contrattuale, le lavoratrici e i lavoratori del settore cine-audiovisivo non sono più disposti ad attendere”. E hanno quindi deciso di affidare la rappresentanza all’Usb per “superare il modello dei sindacati confederali (Slc Cgil, Fistel Cisl, UilCom), basato sulla concertazione permanente e su meccanismi di finanziamento che hanno progressivamente allontanato la rappresentanza dai lavoratori”. Una notizia forse non da prima pagina, ma che merita attenzione (e l’Ansa l’ha giustamente segnalata) e però non è stata incredibilmente rilanciata da nessun quotidiano, e nemmeno dalle testate specializzate del settore… Ma ne vedremo delle belle. Le “distrazioni” dei media “mainstream” italiani sono tante ed anche di livello macro… Può sembrare – anche in questo caso – incredibile, ma è certo sorprendente che fino ad oggi nessun quotidiano italiano ha rilanciato una notizia esplosiva: un regista cinematografico indipendente che pure gode di buona stampa (ovvero di giudizi lusinghieri della critica cinematografica) qual è lo statunitense Darren Aronofsky (autore di opere complesse come “Requiem for a Dream”, “Il Cigno Nero”, “The Wrestler” – Leone d’Oro 2008 a Venezia –, “The Whale”…), il 29 gennaio scorso ha lanciato sul canale YouTube della prestigiosa rivista Time i primi episodi di una serie docufiction di cortometraggi dedicata alla Guerra di Indipendenza americana. I corti – ognuno di circa 3 minuti di durata – previsti nel progetto saranno circa 50, pubblicati a cadenza settimanale, nell’arco dell’intero anno solare che celebra l’indipendenza degli Stati Uniti d’America. La serie si intitola “On This Day… 1776”. La novità è che i corti sono stati realizzati con l’Intelligenza Artificiale dalla sua società di produzione Primordial Soup. Soltanto i dialoghi dei personaggi sono “recitati” da doppiatori veri, tutto il resto è fatto con software di intelligenza artificiale, con risultati controversi. Va precisato che i testi sono scritti da sceneggiatori, recitati da doppiatori iscritti al sindacato Sag-Aftra, la colonna sonora originale è composta da Jordan Dykstra… Il montaggio, il “color grading” e la post-produzione sono stati invece effettuati in modo tradizionale dal team di artisti e tecnici della Primordial Soup. Insomma, l’umano c’è, eccome: sono le immagini ad essere… artificiali! L’effetto è, in alcune scene, un poco plasticoso, ma la definizione delle immagini è alta, ed alcune scene sono degne di effetti speciali di qualità… Complessivamente, ritengo che si tratti di opere dignitose. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con DeepMind, il laboratorio d’avanguardia di Google nell’Intelligenza Artificiale. Se il Guardian stronca l’opera come “terribile, imbarazzante, brutta come il peccato” e The Hollywood Reporter la bolla come “sbobba di alta qualità, ma comunque sbobba”, personalmente mi schiero dalla parte di coloro – una minoranza, per ora – che ritengono l’esperimento d’avanguardia complessivamente riuscito. Un’efficace provocazione. E sono sicuro che 8 spettatori su 10 (spettatori televisivi e di piattaforme, non cinefili appassionati) non sarebbero in grado di comprendere che non si tratta di “cinema” vero. Qualcuno sostiene che si tratta di “spazzatura”, altri accusano il regista di essere un “traditore”, anzi un “killer” del cinema. Il direttore della divisione video di Time Ben Bitonti ha sostenuto che “On This Day… 1776” consente di “intravedere come l’uso dell’AI possa contribuire a espandere le possibilità degli artisti, e non a sostituirli… permette ai narratori di esplorare luoghi che prima erano semplicemente irraggiungibili”. La tesi di Bitonti pecca forse di ottimismo, ma qui siamo veramente vicini a superare quel che finora è stata la distanza abissale (in termini organizzativi e quindi economici) tra la fantasia che un romanziere può scatenare affidandosi soltanto alla penna (alla scrittura) e quello che finora era invece un territorio precluso a chi non avesse chance di disporre di mezzi tecnici e budget comunque impegnativi. L’Intelligenza Artificiale consente ora di “visualizzare” un immaginario fantastico, che finora era costretto a restare limitato alla parola scritta. Morte del cinema? No, ennesima evoluzione del cinema. E in Italia?! 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Per il Time gli architetti dell’Intelligenza artificiale sono la persona dell’anno 2025: “Hanno inaugurato l’era delle macchine pensanti”
Gli architetti dell’intelligenza artificiale sono la persona dell’anno 2025 di Time. “Il 2025 è stato l’anno in cui il pieno potenziale dell’intelligenza artificiale è emerso in tutta la sua portata e in cui è diventato chiaro che non si tornerà indietro”, si legge sul profilo X della testata. “Per aver inaugurato l’era delle macchine pensanti, per aver stupito e preoccupato l’umanità, per aver trasformato il presente e trasceso il possibile, gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025“, viene spiegato nella motivazione. La copertina richiama la foto iconica Lunch atop a Skyscraper del 1932 in cui sono ritratti degli operai impegnati nella costruzione di un grattacielo che pranzano seduti su una trave di acciaio. Al loro posto figurano Mark Zuckerberg, Ceo di Meta; Lisa Su, Ceo di AMD; Elon Musk, XAl; Jensen Huang, presidente e Ceo di Nvidia; Sam Altman, Ceo di OpenAl; Demis Hassabis, Ceo di DeepMind Technologies; Dario Amodei, Ceo di Anthropic; Fei-Fei Li, co-direttore dello Human-Centered Al Institute di Stanford e Ceo di World Labs. L’intelligenza artificiale era una delle principali candidate al titolo, insieme ai Ceo Jensen Huang di Nvidia e Sam Altman di OpenAI. Era considerato un possibile candidato anche Papa Leone XIV, il primo pontefice americano, la cui elezione quest’anno è seguita alla morte di Papa Francesco, oltre al presidente Donald Trump, al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e al sindaco eletto di New York Zohran Mamdani, tutti presenti nelle liste dei favoriti. Nel 2024 Trump era stato nominato persona dell’anno dalla rivista, succedendo a Taylor Swift, vincitrice nel 2023. La prima persona dell’anno fu nominata dalla rivista nel 1927 quando i suoi redattori iniziarono a scegliere la persona che, a loro giudizio, aveva maggiormente segnato le notizie dei precedenti dodici mesi. L'articolo Per il Time gli architetti dell’Intelligenza artificiale sono la persona dell’anno 2025: “Hanno inaugurato l’era delle macchine pensanti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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