Chiedete a qualsiasi adulto cosa desidera davvero: tra le risposte più gettonate
(oltre al mutuo, alla pensione e a un appartamento a prezzo dignitoso) ci sono
sicuramente otto ore di sonno indisturbato a notte. Perché per gestire scadenze
di lavoro, bambini e un po’ di meritata vita sociale, la prima cosa che salta è
spesso il riposo notturno: si va a letto sempre più tardi, si controlla il
telefono prima di dormire e si punta la sveglia sempre prima, ripromettendosi,
se va bene, di “recuperare nel weekend”.
Ma la mancanza di sonno non porta semplicemente a sentirsi più stanchi: ha
conseguenze ramificate sulla salute fisica e mentale ed è uno dei nemici della
longevità. Il 13 marzo 2026 si celebra la Giornata mondiale del sonno, istituita
nel 2008 per ricordare l’importanza del riposo notturno e promuovere la
prevenzione dei disturbi del sonno. Dormire non è solo un’abitudine, ma una
necessità biologica primaria, determinante per la longevità, le prestazioni
cognitive e la salute metabolica. “Oggi sappiamo che il sonno è uno dei più
potenti modulatori dell’invecchiamento biologico e del metabolismo”, spiega il
dottor Massimo Gualerzi, cardiologo, co-founder e direttore scientifico di The
Longevity Suite, in una nota stampa.
IL LEGAME DIRETTO TRA SONNO, ENERGIA E METABOLISMO
Quando dormiamo male ci sentiamo più stanchi e nervosi durante il giorno, ma
spesso ci concentriamo solo sugli effetti che vediamo nello specchio: occhi
gonfi, occhiaie, viso tirato e segni più accentuati. Le conseguenze, in realtà,
sono molto più profonde. Un sonno scarso o agitato altera profondamente
l’equilibrio ormonale che regola il nostro metabolismo, interferendo con la
produzione di cortisolo, melatonina e ormone della crescita. Le evidenze
scientifiche dimostrano come dormire meno di sei ore a notte sia associato a un
aumento del rischio cardiometabolico e a un rallentamento del metabolismo, con
effetti diretti sulla capacità dell’organismo di gestire l’energia e mantenere
un peso corporeo stabile.
“Chi dorme poco tende ad avere una maggiore produzione di grelina, l’ormone
della fame, e una riduzione della leptina, l’ormone della sazietà”, prosegue il
dottor Massimo Gualerzi. “Il risultato è un aumento dell’appetito e una maggiore
difficoltà a perdere grasso. Dimagrire non è solo una questione calorica: è una
questione ormonale e circadiana”. Una deprivazione cronica di sonno può
aumentare l’accumulo di grasso viscerale, ridurre la massa muscolare, rallentare
il metabolismo basale e compromettere i risultati di dieta e allenamento.
IL SONNO INFLUISCE SULLA MEMORIA E SULL’UMORE
Un sonno di qualità è inoltre associato a una maggiore efficienza cognitiva nel
lungo periodo e a una riduzione significativa del rischio di patologie croniche,
confermando il suo ruolo centrale nelle strategie di prevenzione primaria. Se
fate fatica a concentrarvi, dimenticate sempre qualcosa a casa o in ufficio e la
pazienza scarseggia, è probabile che non stiate dormendo bene. Numerosi studi
confermano che la privazione del sonno indebolisce l’attenzione e la memoria,
influenzando anche l’umore e la capacità di prendere decisioni. Il riposo (o
meglio: la sua mancanza) compromette anche la memoria: quando dormiamo il
cervello seleziona cosa “imprimere” e cosa invece eliminare.
Per questo, durante il mese di marzo, The Longevity Suite ha lanciato lo Sleep
Better Program, un percorso integrato che unisce diagnostica avanzata e
protocolli mirati con l’obiettivo di migliorare il riposo notturno. “Il sonno è
un’infrastruttura biologica”, conclude Gualerzi. “Quando lo ottimizziamo,
miglioriamo contemporaneamente metabolismo, cervello, sistema immunitario e
salute cardiovascolare. È una delle strategie più potenti di prevenzione
primaria”.
L'articolo Dormire meno di 6 ore cambia il metabolismo: aumenta la fame,
rallenta il dimagrimento e accelera l’invecchiamento. I consigli degli esperti
per la Giornata mondiale del sonno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Energia
di Luca Salvi
Ogni giorno di guerra costa centinaia di milioni di dollari. Ma il conto non lo
pagano soltanto i contribuenti americani.
Quando il Golfo Persico entra in tensione, come ricordano il Fondo Monetario
Internazionale e l’International Energy Agency, l’effetto si riflette subito sui
prezzi dell’energia: circa un quinto del petrolio mondiale passa dallo Stretto
di Hormuz. Così la guerra diventa una tassa globale pagata dai cittadini, dalle
famiglie e dalle imprese, una tassa che toglie risorse al bene comune.
Come ricordava Dwight Eisenhower: “Ogni bomba lanciata è una scuola, un ospedale
o una casa che non costruiremo.” Purtroppo Donald Trump non è Eisenhower e sta
investendo solo nella guerra e nella distruzione.
La pace non è solo un valore morale: è anche la scelta economicamente più
razionale e conveniente. L’Europa, fino ad oggi troppo arrendevole, deve
cambiare strada, altro che aumento delle spese militari! Trump si crede
invincibile ma alle prossime elezioni di Midterm i cittadini e contribuenti
americani, sempre molto sensibili alle questioni economiche, gli presenteranno
il conto.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
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FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN
RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA”
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MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM
RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE.
L'articolo Ogni guerra è una tassa globale che pesa su tutti: l’Europa cambi
strada, altro che riarmo! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Garante per la protezione dei dati personali ha inflitto una sanzione da 2
milioni di euro ad Acea Energia per gravi violazioni nel trattamento dei dati
personali di oltre 1.200 clienti legate alla stipula di contratti per la
fornitura di energia elettrica e gas.
L’intervento dell’Autorità è arrivato dopo numerosi reclami presentati da utenti
che denunciavano l’utilizzo di dati inesatti o non aggiornati per l’attivazione
di forniture mai richieste. Molti clienti hanno raccontato di aver scoperto
l’esistenza del contratto soltanto dopo aver ricevuto comunicazioni da parte
della società sull’avvenuta attivazione della fornitura o addirittura solleciti
di pagamento, pur sostenendo di non aver mai avuto alcun contatto con Acea, né
di persona né a distanza. Alcuni reclami riguardavano anche il mancato o tardivo
riscontro della società alle richieste di esercizio dei diritti previsti dalla
normativa sulla privacy.
Le verifiche condotte dal Garante, con ispezioni presso la sede della società,
hanno accertato che i trattamenti contestati avvenivano attraverso società
incaricate di procacciare nuovi clienti. Secondo l’Autorità, però, Acea non
avrebbe esercitato un’adeguata vigilanza sull’operato di questi intermediari.
L’istruttoria ha infatti evidenziato l’assenza di misure tecniche e
organizzative sufficienti a prevenire eventuali utilizzi fraudolenti dei
documenti raccolti dagli agenti porta a porta o dai partner commerciali. In
alcuni casi gli operatori potevano acquisire i dati personali dei cittadini
tramite dispositivi mobili, ad esempio fotografando i documenti di identità, e
successivamente procedere all’attivazione delle forniture a loro insaputa, anche
utilizzando firme apocrife.
Il Garante ha inoltre giudicato inadeguato il sistema di controllo basato sui
cosiddetti recall, le telefonate di verifica pensate per accertare la reale
volontà del cliente di sottoscrivere il contratto. Oltre alla sanzione
economica, l’Autorità ha ordinato ad Acea di adottare diverse misure correttive:
tra queste l’introduzione di sistemi di alert per monitorare il rispetto delle
procedure contrattuali da parte degli agenti, controlli periodici sull’esattezza
dei dati raccolti e la definizione di tempi precisi per la conservazione delle
informazioni dei clienti.
L'articolo Contratti attivati senza consenso, multa da 2 milioni ad Acea Energia
per violazioni della privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono furiosi i Comuni, ma anche forzisti e leghisti dei territori del Nord, dopo
lo sospensione delle richieste per il Conto termico 3.0, il fondo pubblico per
le opere di efficientamento energetico e a sostegno delle energie rinnovabili. I
sindaci attendono quei soldi dal 2024, ma la finestra per inviare le domande si
è aperta solo il 3 febbraio 2026, per chiudersi bruscamente un mese dopo, il 3
marzo: troppe richieste, oltre 2 mila, dunque il Gse (Gestore dei servizi
energetici) ha chiuso il rubinetto perché i denari sono finiti. C’erano 900
milioni, 500 per le imprese e 400 per amministrazioni locali e pubbliche
amministrazioni. Il Gse verificherà tutte le istanze: ma in 30 giorni
l’ammontare complessivo è arrivato a 1,3 miliardi di euro. E ora?
IL SINDACO DI LONGARE: “HO APERTO UN MUTUO NELL’ATTESA DEL CONTO TERMICO 3.0”
Il cerino è in mano ai sindaci che aspettavano famelici il Conto termico 3.0,
per dare fiato a bilanci massacrati dai tagli (anche del governo Meloni). Molti
amministratori hanno avviato i lavori, si sono indebitati, e ora non sanno come
pagare le aziende e rimborsare i crediti. Il caso esemplare è a Longare, 5.500
anime in provincia di Vicenza. “Ho scritto al prefetto perché sono in ginocchio
e non so come finanziare i lavori”, dice a ilfattoquotidiano.it il sindaco
33enne Matteo Zennaro. Ha inviato la richiesta al Gse il 17 febbraio e ora manda
l’avviso al ministero dell’Ambiente: “Se non arrivano i soldi del Conto termico
al mio Comune sono pronto a chiudere gli uffici e consegnare le chiavi a
Pichetto Fratin, così ci pensa lui a fare il sindaco”. Il primo cittadino veneto
è infuriato perché ha aperto un mutuo da un milione di euro, con lo scopo di
tamponare i ritardi del Conto termico 3.0 e concludere i lavori nel palazzetto
dello sport. Senza il credito, rischiava di perdere anche i fondi del
Dipartimento sport di palazzo Chigi: 250 mila euro. Sono serviti a ristrutturare
l’impianto sportivo per renderlo accessibile ai disabili, anche grazie al
milione stanziato dalla Regione Veneto: all’appello mancavano solo i soldi del
Conto termico 3.0. Ecco perché Zennaro ha aperto un mutuo: contava sui soldi dal
Gse per rimborsarlo. Per ora il Gestore energetico ha sospeso le richieste.
LE PROTESTE SU FACEBOOK: “UN MILIARDO DI RICHIESTE? CON LA FAME DI SOLDI CHE C’È
NON MI STUPISCO”
Zennaro non è l’unico sindaco arrabbiato e deluso. Sulla pagina Facebook “Se sei
sindaco”, il gruppo degli amministratori locali accessibile solo agli iscritti,
fioccano le proteste. Scrive sulla bacheca l’ex sindaco di Rolo Luca Nasi:
“Conto termico 3.0 già esploso, 400 milioni sono un’inezia, tipo 200 scuole
l’anno…”. “Forse non conoscono la Penisola e abitano a Montecarlo”, gli fa eco
Michele De Sabata, primo cittadino di Premiaricco. “Sembrano arrivate oltre 1
miliardi di richieste”, fa notare l’amministratore del gruppo Davide Ferrari, ex
sindaco leghista passato a palazzo Chigi. “Con la fame di soldi che c’è non mi
stupisco”, gli risponde Fausto Prampero, primo cittadino a Varmo.
A far saltare il banco è stata la novità più attesa del Conto termico 3.0:
rimborso fino al 100 per cento del costo delle opere, per Comuni sotto i 15 mila
abitanti. Una sorta di superbonus per i piccoli municipi. L’85 per cento delle
2.200 domande inviate in un mese riguarda quel tipo di intervento, secondo la
viceministra dell’Ambiente Vannia Gava (Lega). L’incentivo copre le
ristrutturazioni green di scuole, case di riposo per anziani, centri diurni per
i disabili. Non solo: le nuove regole ampliano la platea dei beneficiari,
includendo cooperative, comunità energetiche e le cosiddette Esco (Energy
Service Company). Dunque, dicono gli amministratori, l’aumento delle richieste
era prevedibile e occorreva adeguare la dotazione: 900 milioni non bastano per
l’edilizia green. Lo scopo del Conto termico è risparmiare energia e soldi nelle
bollette di luce e gas, con pompe di calore, caldaie ecologiche, infissi nuovi,
cappotti termici, impianti fotovoltaici e altri interventi. Con la guerra in
Iran e il timore di nuovi rincari petroliferi, un’esigenza quanto mai viva per
le pubbliche amministrazioni. Del resto, la misura doveva servire ad aumentare i
fondi per le opere di efficientamento energetico, insufficienti, per via dei
rincari energetici esplosi dopo la pandemia e con la guerra in Ucraina. Correva
l’anno 2022, Draghi era al governo: da allora il tema è in agenda.
IL DECRETO ARENATO CON MELONI E PICHETTO
Ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi e Gilberto Pichetto Fratin al ministero
dell’Ambiente, il dossier si è arenato. Aziende edili e Comuni aspettavano il
decreto del Mase sul Conto termico 3.0 già nell’estate 2024, dopo la chiusura a
maggio del Tavolo tecnico. Invece è arrivata la lunga lista dei rinvii con
imprese e pubbliche amministrazioni sempre sulle spine. L’8 aprile 2025 l’Anci
ha spedito una lettera a Gilberto Pichetto Fratin per sollecitare la pratica:
“in diversi territori, come il Veneto o l’Emilia-Romagna, il rischio che le
amministrazioni comunali perdano risorse importanti per efficientare il proprio
patrimonio sta generando da settimane un crescente malcontento”. Il decreto
ministeriale per il Conto Termico 3.0 è giunto il 7 agosto 2025. Il 19 dicembre
il Mase ha approvato le Regole applicative. Dal 3 febbraio giungono le richieste
al portale del Gse, da ieri è impossibile inviarne altre. Tutti gli
amministratore si pongono una domanda: il ministero dell’Ambiente stanzierà
nuovi fondi o il cerino resterà nelle mani dei sindaci?
L'articolo La beffa dei fondi green per i Comuni: soldi finiti in un mese. Il
sindaco di Longare: “Pronto a consegnare le chiavi a Pichetto” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“I guadagni si spostano dai produttori ai consumatori, ma rimaniamo sempre
legati ai prezzi del gas che si formano sui mercati internazionali”. Davide
Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, boccia il decreto bollette approvato
ieri dal governo. “Basta che il gas aumenti, e tutti i risparmi vanno in fumo”,
spiega. E l’aumento di 2 punti dell’Irap in 2 anni per i produttori di gas ed
elettricità, spuntato a sorpresa nel testo, sta facendo “crollare in Borsa” i
titoli dell’energia, con Enel e A2a maglie nere del listino milanese.
Con quel balzello “l’esecutivo conta di avere 1 miliardo all’anno di maggiori
entrate, per ridurre alle piccole e medie imprese gli oneri di sistema in
bolletta per il sostegno alle rinnovabili (la componente Asos). Ricorda la Robin
Hood Tax di Tremonti del 2008, poi bocciata dalla Consulta, che voleva colpire
gli extraprofitti delle società energetiche”, ricorda Tabarelli. Ma “con
l’aumento dell’Irap, per il sistema Italia non cambia niente“.
Tabarelli è critico anche sullo scorporo della tassazione europea delle
emissioni (Ets) dal prezzo del gas per la produzione elettrica. Sono “le solite
alchimie che fanno tanta scena. Ma chi dice che questa riduzione del prezzo del
gas finisca poi effettivamente sul prezzo dell’elettricità? La politica
interviene su mercati che si dicono liberi, ma che alla fine non lo sono”.
L'articolo Decreto bollette, Tabarelli (Nomisma Energia): “Tanta scena, ma per
il sistema Italia non cambia niente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non sono più competitive rispetto ad altre tecnologie disponibili e il 31
dicembre 2025 scade pure l’autorizzazione ambientale per la produzione di
energia elettrica, eppure sulle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi
il Governo Meloni decide di rinviare ogni scelta ‘definitiva’. Insomma, sceglie
di lasciarsi le porte aperte, nonostante entrambe siano già ferme da tempo per
ragioni economiche e di mercato. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza
energetica, Gilberto Pichetto Fratin, in un’informativa al Consiglio dei
ministri sullo stato delle centrali a carbone di Enel di Brindisi e
Civitavecchia, spiega che il governo sta valutando con attenzione “ogni
possibile opzione utile a salvaguardare la sicurezza energetica nazionale”,
inclusa l’ipotesi di un mantenimento “in riserva” degli impianti a carbone. “Nel
rispetto – si intende – del quadro normativo nazionale ed europeo”. Sta di fatto
che, mantenendole in vita, non si esclude che un giorno, per una ragione o per
l’altra, potrebbero essere riattivate. E dire che quella scadenza è frutto di
quanto c’è scritto, nero su bianco, nel Pniec (Piano nazionale integrato per
l’Energia e il Clima) rispetto al percorso di decarbonizzazione dell’Italia.
Nelle ultime settimane era stato persino ventilato un decreto ad hoc, atteso nel
Consiglio dei Ministri di ieri, che però non è mai arrivato. Cosa dice Pichetto
a riguardo? Lo stesso ministro ricorda che nel Pniec si conferma il superamento
della produzione elettrica da carbone nel continente entro il 31 dicembre 2025,
in coerenza con gli impegni europei e con la strategia di decarbonizzazione del
Paese, ma sottolinea che il contesto geopolitico è “ancora caratterizzato da
forti elementi di incertezza”. I circoli del Partito Democratico di Brindisi e
di Civitavecchia non ci stanno e chiedono l’apertura immediata di un percorso
serio e trasparente sulla riconversione. “Con risorse certe e tempi definiti (e
con il pieno coinvolgimento dei territori) come annunciato da mesi con una dose
di ipocrisia che ormai appare provocatoria” spiegano i segretari cittadini del
Pd di Brindisi e Civitavecchia, Francesco Cannalire e Patrizio Pacifico.
LE PAROLE DEL MINISTRO PICHETTO
Insomma, le centrali servirebbero a intervenire in casi di emergenza, come
nell’ipotesi di forniture interrotte o di un aumento significativo del prezzo
del gas. Non è una sorpresa. Negli ultimi mesi, più volte il ministro aveva
spiegato la sua posizione. “Il carbone in questo momento e fermo, non produciamo
energia elettrica né a Brindisi né a Civitavecchia, anche perché è
anti-economico rispetto al gas. Però oggi – aveva ribadito – non me la sento di
ordinare lo smantellamento delle centrali, perché sono la garanzia della
sicurezza di questo Paese”. Tutto confermato nell’informativa. “Fermo restando
il phase-out del carbone sul continente – ha dichiarato Pichetto – il Governo ha
il dovere di valutare con responsabilità tutte le misure necessarie a garantire
la sicurezza del sistema elettrico nazionale, in una fase che continua a essere
segnata da instabilità geopolitica e da possibili rischi sugli
approvvigionamenti del gas. Ogni eventuale intervento – ha aggiunto il ministro
– sarà attentamente valutato sotto il profilo tecnico, economico e regolatorio,
anche nel confronto con la Commissione europea, e avrà come unico obiettivo la
tutela dell’interesse nazionale, senza mettere in discussione il percorso di
decarbonizzazione già avviato”. Pichetto ha anche assicurato che il ministero
“continuerà a operare in stretto coordinamento con gli altri dicasteri
competenti, con Terna e con gli operatori, assicurando un costante monitoraggio
della situazione e la massima attenzione ai profili industriali e occupazionali
connessi alla riconversione dei siti”.
LA QUESTIONE OCCUPAZIONE E LO SCONTRO POLITICO
Ed è sicuramente il nodo occupazione una delle questione centrali, come mostra
le posizioni politiche manifestate in queste ore. “Constatiamo ancora di più la
validità dell’insieme di norme da noi proposte negli anni precedenti che hanno
portato alla istituzione dei comitati per la conversione industriale di Brindisi
e Civitavecchia, coordinati dal ministero delle Imprese e del made in Italy”
dichiarano i deputati di Forza Italia, Mauro D’Attis e Alessandro Battilocchio.
Rispetto ai comitati ricordano che “oggi lavorano parallelamente sulle nuove
iniziative industriali che si sono proposte, sulle attività dei commissari
straordinari, di cui uno in fase di nomina, e sulla definizione dei rispettivi
accordi di programma da stipulare nel 2026”. I due deputati sollecitano
l’intervento del Governo proprio nella composizione dell’accordo di programma
“dotando di risorse idonee sia Brindisi sia Civitavecchia rispetto al post
carbone, come le opere ambientali, e all’avvio delle nuove iniziative
industriali, come le misure a sostegno delle imprese e dei lavoratori”. Ma per i
segretari cittadini del Pd di Brindisi e Civitavecchia, Francesco Cannalire e
Patrizio Pacifico c’è poco da esultare: “La legge di bilancio è stata votata e,
ancora una volta, sul futuro delle centrali di Brindisi e Civitavecchia il
governo ha deciso di non decidere. E questo nonostante le promesse ripetute dei
ministri Pichetto Fratin e Urso. È una scelta consapevole: scegliere di non
scegliere, condannando due territori strategici a vivere in un limbo
permanente”. Secondo Cannalire e Pacifico, “i due territori hanno pagato, per
decenni, un prezzo altissimo in termini di inquinamento, impatto ambientale e
salute pubblica. Hanno fornito energia al Paese intero – rivendicano –
sostenendo il peso di scelte nazionali che hanno generato benefici altrove (ma
costi enormi sulle popolazioni residenti). Oggi, nel momento in cui servirebbero
certezze, investimenti e alternative industriali reali, il governo risponde con
il silenzio”. Per i due segretari del Pd, “è un dramma per comunità che hanno
già dato più di tutti e che si vedono trattate con un’indifferenza che
assomiglia al disprezzo”. Dello stesso tenore le parole di Mario Turco, senatore
e vicepresidente del M5S: “La vicenda della centrale Enel di Cerano certifica
l’ennesimo fallimento del governo: impianti verso la chiusura senza un piano di
riconversione del territorio, senza garanzie per i lavoratori e senza misure
concrete per le imprese dell’indotto. Questa non è una transizione energetica,
ma un abbandono industriale”.
L'articolo Carbone, non si esclude il ritorno: per le centrali di Brindisi e
Civitavecchia il governo valuta il mantenimento “in riserva” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Scendere nell’arena, arrivare nei gangli della società. Anche in modo
aggressivo”. È così che l’industria nucleare italiana immagina il proprio
futuro. Le parole sono di Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana
Nucleare, pronunciate il 12 dicembre durante un seminario online seguito da
poche decine di persone e che oggi raccoglie una cinquantina di like. Non un
lapsus, ma una linea strategica: alla spinta tecnologica va affiancata una
spinta comunicativa, territoriale, capillare. Convincere il Paese, prima ancora
che costruire gli impianti.
La coincidenza temporale è rivelatrice. Mentre Monti invita a “scendere
nell’arena” e a dotarsi di “finanziamenti adeguati” per una comunicazione più
aggressiva, il governo accelera sull’incardinamento del disegno di legge sul
nucleare “sostenibile”, promettendo una nuova stagione di cantieri e rilancio
industriale. Ma nello stesso momento, uno dei progetti simbolo di questa
strategia si arena davanti al Tar per un errore di Excel.
Il caso è quello del Dtt, il Divertor Tokamak Test in costruzione a Frascati,
impianto sperimentale sulla fusione nucleare indicato come pilastro della
filiera nazionale e ponte tecnologico verso Iter, il grande reattore
internazionale in costruzione in Francia. Un progetto finanziato con fondi
europei, caricato di valore scientifico e politico, che oggi rischia ritardi
pesanti per un corto circuito amministrativo.
La gara da 25,8 milioni di euro per la realizzazione della “vacuum vessel”, il
cuore dell’impianto, è stata aggiudicata a un raggruppamento sudcoreano guidato
da EnableFusion Inc. Le aziende italiane Walter Tosto e Simic hanno impugnato
l’esito davanti al Tar del Lazio, che il 16 luglio 2025 ha sospeso l’intera
procedura fino al giudizio di merito, fissato per domani. Nelle carte i giudici
parlano di “evidenti disallineamenti” nelle tabelle comparative dei costi: voci
finite nelle colonne sbagliate, calcoli che alterano la valutazione dell’offerta
economica.
Non solo. Il tribunale ha bocciato il tentativo della stazione appaltante — Dtt
S.C.A.R.L., partecipata da Enea — di correggere l’errore in corsa con una
rivalutazione successiva delle offerte, definendola una “supplenza impropria”.
Risultato: appalto congelato, procedura da riesaminare, tempi che si allungano.
Nel ricorso le aziende italiane sottolineano anche un altro elemento sensibile:
il raggruppamento sudcoreano dichiara costi del lavoro nettamente inferiori a
quelli previsti dai contratti collettivi italiani. Un vantaggio competitivo che
incide sull’offerta economica ma che, applicato a un’infrastruttura ad altissima
complessità tecnologica, apre interrogativi non marginali. Sulle gare al massimo
ribasso, sulla tenuta industriale della filiera e sulla gestione di tecnologie
strategiche affidate a soggetti extraeuropei, pur in presenza di finanziamenti
comunitari.
È qui che la retorica del “sovranismo tecnologico” si scontra con la realtà.
Mentre la politica accelera sul ddl e l’industria invoca una narrazione
muscolare per “arrivare nei gangli della società”, la gestione concreta di un
progetto bandiera mostra crepe evidenti. Tanto più se si considera che, secondo
quanto evidenziato nel ricorso, il raggruppamento vincitore sarebbe “molto
vicino ai vertici del progetto Iter”, un dettaglio che in una partita da milioni
di euro alimenta interrogativi su conflitti di interesse e governance.
Il tutto si innesta su un altro nodo mai sciolto: quello delle scorie
radioattive. L’Italia non ha ancora individuato il sito del deposito nazionale
per i rifiuti nucleari del passato, che restano in sistemazioni provvisorie.
Eppure, come se questo problema fosse archiviato, un recente studio europeo di
mappatura individua oltre 900 aree potenzialmente compatibili per future
centrali a fusione, di cui 196 in Italia, riaprendo il fronte delle scelte
territoriali e del consenso locale.
Da un lato, dunque, la filiera che chiede di “scendere nell’arena” con una
comunicazione più aggressiva per accompagnare la nuova stagione del nucleare.
Dall’altro, un appalto strategico che si ferma per un errore di incolonnamento,
mettendo in discussione affidabilità, tempi e capacità amministrativa. Prima
ancora di convincere gli italiani, forse il sistema dovrebbe dimostrare di saper
governare procedure, conti e responsabilità. Perché nel nucleare anche un errore
di Excel può diventare un problema politico.
L'articolo Nucleare, il pasticcio in un file Excel ferma la fusione. E la lobby
ora invoca la “comunicazione aggressiva” proviene da Il Fatto Quotidiano.