Non sono più competitive rispetto ad altre tecnologie disponibili e il 31
dicembre 2025 scade pure l’autorizzazione ambientale per la produzione di
energia elettrica, eppure sulle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi
il Governo Meloni decide di rinviare ogni scelta ‘definitiva’. Insomma, sceglie
di lasciarsi le porte aperte, nonostante entrambe siano già ferme da tempo per
ragioni economiche e di mercato. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza
energetica, Gilberto Pichetto Fratin, in un’informativa al Consiglio dei
ministri sullo stato delle centrali a carbone di Enel di Brindisi e
Civitavecchia, spiega che il governo sta valutando con attenzione “ogni
possibile opzione utile a salvaguardare la sicurezza energetica nazionale”,
inclusa l’ipotesi di un mantenimento “in riserva” degli impianti a carbone. “Nel
rispetto – si intende – del quadro normativo nazionale ed europeo”. Sta di fatto
che, mantenendole in vita, non si esclude che un giorno, per una ragione o per
l’altra, potrebbero essere riattivate. E dire che quella scadenza è frutto di
quanto c’è scritto, nero su bianco, nel Pniec (Piano nazionale integrato per
l’Energia e il Clima) rispetto al percorso di decarbonizzazione dell’Italia.
Nelle ultime settimane era stato persino ventilato un decreto ad hoc, atteso nel
Consiglio dei Ministri di ieri, che però non è mai arrivato. Cosa dice Pichetto
a riguardo? Lo stesso ministro ricorda che nel Pniec si conferma il superamento
della produzione elettrica da carbone nel continente entro il 31 dicembre 2025,
in coerenza con gli impegni europei e con la strategia di decarbonizzazione del
Paese, ma sottolinea che il contesto geopolitico è “ancora caratterizzato da
forti elementi di incertezza”. I circoli del Partito Democratico di Brindisi e
di Civitavecchia non ci stanno e chiedono l’apertura immediata di un percorso
serio e trasparente sulla riconversione. “Con risorse certe e tempi definiti (e
con il pieno coinvolgimento dei territori) come annunciato da mesi con una dose
di ipocrisia che ormai appare provocatoria” spiegano i segretari cittadini del
Pd di Brindisi e Civitavecchia, Francesco Cannalire e Patrizio Pacifico.
LE PAROLE DEL MINISTRO PICHETTO
Insomma, le centrali servirebbero a intervenire in casi di emergenza, come
nell’ipotesi di forniture interrotte o di un aumento significativo del prezzo
del gas. Non è una sorpresa. Negli ultimi mesi, più volte il ministro aveva
spiegato la sua posizione. “Il carbone in questo momento e fermo, non produciamo
energia elettrica né a Brindisi né a Civitavecchia, anche perché è
anti-economico rispetto al gas. Però oggi – aveva ribadito – non me la sento di
ordinare lo smantellamento delle centrali, perché sono la garanzia della
sicurezza di questo Paese”. Tutto confermato nell’informativa. “Fermo restando
il phase-out del carbone sul continente – ha dichiarato Pichetto – il Governo ha
il dovere di valutare con responsabilità tutte le misure necessarie a garantire
la sicurezza del sistema elettrico nazionale, in una fase che continua a essere
segnata da instabilità geopolitica e da possibili rischi sugli
approvvigionamenti del gas. Ogni eventuale intervento – ha aggiunto il ministro
– sarà attentamente valutato sotto il profilo tecnico, economico e regolatorio,
anche nel confronto con la Commissione europea, e avrà come unico obiettivo la
tutela dell’interesse nazionale, senza mettere in discussione il percorso di
decarbonizzazione già avviato”. Pichetto ha anche assicurato che il ministero
“continuerà a operare in stretto coordinamento con gli altri dicasteri
competenti, con Terna e con gli operatori, assicurando un costante monitoraggio
della situazione e la massima attenzione ai profili industriali e occupazionali
connessi alla riconversione dei siti”.
LA QUESTIONE OCCUPAZIONE E LO SCONTRO POLITICO
Ed è sicuramente il nodo occupazione una delle questione centrali, come mostra
le posizioni politiche manifestate in queste ore. “Constatiamo ancora di più la
validità dell’insieme di norme da noi proposte negli anni precedenti che hanno
portato alla istituzione dei comitati per la conversione industriale di Brindisi
e Civitavecchia, coordinati dal ministero delle Imprese e del made in Italy”
dichiarano i deputati di Forza Italia, Mauro D’Attis e Alessandro Battilocchio.
Rispetto ai comitati ricordano che “oggi lavorano parallelamente sulle nuove
iniziative industriali che si sono proposte, sulle attività dei commissari
straordinari, di cui uno in fase di nomina, e sulla definizione dei rispettivi
accordi di programma da stipulare nel 2026”. I due deputati sollecitano
l’intervento del Governo proprio nella composizione dell’accordo di programma
“dotando di risorse idonee sia Brindisi sia Civitavecchia rispetto al post
carbone, come le opere ambientali, e all’avvio delle nuove iniziative
industriali, come le misure a sostegno delle imprese e dei lavoratori”. Ma per i
segretari cittadini del Pd di Brindisi e Civitavecchia, Francesco Cannalire e
Patrizio Pacifico c’è poco da esultare: “La legge di bilancio è stata votata e,
ancora una volta, sul futuro delle centrali di Brindisi e Civitavecchia il
governo ha deciso di non decidere. E questo nonostante le promesse ripetute dei
ministri Pichetto Fratin e Urso. È una scelta consapevole: scegliere di non
scegliere, condannando due territori strategici a vivere in un limbo
permanente”. Secondo Cannalire e Pacifico, “i due territori hanno pagato, per
decenni, un prezzo altissimo in termini di inquinamento, impatto ambientale e
salute pubblica. Hanno fornito energia al Paese intero – rivendicano –
sostenendo il peso di scelte nazionali che hanno generato benefici altrove (ma
costi enormi sulle popolazioni residenti). Oggi, nel momento in cui servirebbero
certezze, investimenti e alternative industriali reali, il governo risponde con
il silenzio”. Per i due segretari del Pd, “è un dramma per comunità che hanno
già dato più di tutti e che si vedono trattate con un’indifferenza che
assomiglia al disprezzo”. Dello stesso tenore le parole di Mario Turco, senatore
e vicepresidente del M5S: “La vicenda della centrale Enel di Cerano certifica
l’ennesimo fallimento del governo: impianti verso la chiusura senza un piano di
riconversione del territorio, senza garanzie per i lavoratori e senza misure
concrete per le imprese dell’indotto. Questa non è una transizione energetica,
ma un abbandono industriale”.
L'articolo Carbone, non si esclude il ritorno: per le centrali di Brindisi e
Civitavecchia il governo valuta il mantenimento “in riserva” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Energia
“Scendere nell’arena, arrivare nei gangli della società. Anche in modo
aggressivo”. È così che l’industria nucleare italiana immagina il proprio
futuro. Le parole sono di Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana
Nucleare, pronunciate il 12 dicembre durante un seminario online seguito da
poche decine di persone e che oggi raccoglie una cinquantina di like. Non un
lapsus, ma una linea strategica: alla spinta tecnologica va affiancata una
spinta comunicativa, territoriale, capillare. Convincere il Paese, prima ancora
che costruire gli impianti.
La coincidenza temporale è rivelatrice. Mentre Monti invita a “scendere
nell’arena” e a dotarsi di “finanziamenti adeguati” per una comunicazione più
aggressiva, il governo accelera sull’incardinamento del disegno di legge sul
nucleare “sostenibile”, promettendo una nuova stagione di cantieri e rilancio
industriale. Ma nello stesso momento, uno dei progetti simbolo di questa
strategia si arena davanti al Tar per un errore di Excel.
Il caso è quello del Dtt, il Divertor Tokamak Test in costruzione a Frascati,
impianto sperimentale sulla fusione nucleare indicato come pilastro della
filiera nazionale e ponte tecnologico verso Iter, il grande reattore
internazionale in costruzione in Francia. Un progetto finanziato con fondi
europei, caricato di valore scientifico e politico, che oggi rischia ritardi
pesanti per un corto circuito amministrativo.
La gara da 25,8 milioni di euro per la realizzazione della “vacuum vessel”, il
cuore dell’impianto, è stata aggiudicata a un raggruppamento sudcoreano guidato
da EnableFusion Inc. Le aziende italiane Walter Tosto e Simic hanno impugnato
l’esito davanti al Tar del Lazio, che il 16 luglio 2025 ha sospeso l’intera
procedura fino al giudizio di merito, fissato per domani. Nelle carte i giudici
parlano di “evidenti disallineamenti” nelle tabelle comparative dei costi: voci
finite nelle colonne sbagliate, calcoli che alterano la valutazione dell’offerta
economica.
Non solo. Il tribunale ha bocciato il tentativo della stazione appaltante — Dtt
S.C.A.R.L., partecipata da Enea — di correggere l’errore in corsa con una
rivalutazione successiva delle offerte, definendola una “supplenza impropria”.
Risultato: appalto congelato, procedura da riesaminare, tempi che si allungano.
Nel ricorso le aziende italiane sottolineano anche un altro elemento sensibile:
il raggruppamento sudcoreano dichiara costi del lavoro nettamente inferiori a
quelli previsti dai contratti collettivi italiani. Un vantaggio competitivo che
incide sull’offerta economica ma che, applicato a un’infrastruttura ad altissima
complessità tecnologica, apre interrogativi non marginali. Sulle gare al massimo
ribasso, sulla tenuta industriale della filiera e sulla gestione di tecnologie
strategiche affidate a soggetti extraeuropei, pur in presenza di finanziamenti
comunitari.
È qui che la retorica del “sovranismo tecnologico” si scontra con la realtà.
Mentre la politica accelera sul ddl e l’industria invoca una narrazione
muscolare per “arrivare nei gangli della società”, la gestione concreta di un
progetto bandiera mostra crepe evidenti. Tanto più se si considera che, secondo
quanto evidenziato nel ricorso, il raggruppamento vincitore sarebbe “molto
vicino ai vertici del progetto Iter”, un dettaglio che in una partita da milioni
di euro alimenta interrogativi su conflitti di interesse e governance.
Il tutto si innesta su un altro nodo mai sciolto: quello delle scorie
radioattive. L’Italia non ha ancora individuato il sito del deposito nazionale
per i rifiuti nucleari del passato, che restano in sistemazioni provvisorie.
Eppure, come se questo problema fosse archiviato, un recente studio europeo di
mappatura individua oltre 900 aree potenzialmente compatibili per future
centrali a fusione, di cui 196 in Italia, riaprendo il fronte delle scelte
territoriali e del consenso locale.
Da un lato, dunque, la filiera che chiede di “scendere nell’arena” con una
comunicazione più aggressiva per accompagnare la nuova stagione del nucleare.
Dall’altro, un appalto strategico che si ferma per un errore di incolonnamento,
mettendo in discussione affidabilità, tempi e capacità amministrativa. Prima
ancora di convincere gli italiani, forse il sistema dovrebbe dimostrare di saper
governare procedure, conti e responsabilità. Perché nel nucleare anche un errore
di Excel può diventare un problema politico.
L'articolo Nucleare, il pasticcio in un file Excel ferma la fusione. E la lobby
ora invoca la “comunicazione aggressiva” proviene da Il Fatto Quotidiano.