di Mario Agostinelli e Giorgio Ferrari
La Convenzione sulla sicurezza nucleare (Cns) stabilita in ambito Aiea (Agenzia
internazionale per l’energia atomica), obbliga gli stati membri ad adottare un
quadro legislativo e normativo in materia di sicurezza nucleare che deve
riguardare anche la progettazione, la localizzazione, la costruzione, la messa
in servizio e l’esercizio di nuove centrali nucleari.
In Italia questo complesso di norme e regolamenti riguardanti eventuali nuove
centrali nucleari risulta del tutto inadeguato, dato che la normativa esistente
(le Guide Tecniche dell’Enea-Disp) risalgono a prima dell’entrata in vigore
della Cns e le attuali competenze dell’Isin non sono in grado di assolvere
pienamente a questo compito, come riconosce la stessa Isin nel suo “Decimo
rapporto sulla Convenzione per la sicurezza nucleare” pubblicato nel 2025.
La legge delega 2669 del governo Meloni tenta di aggirare questo ostacolo con un
pericoloso escamotage che consiste nello stabilire “corsie preferenziali”
all’autorizzazione in Italia di nuove centrali nucleari, se queste sono dello
stesso tipo di quelle approvate dalle autorità di sicurezza di altri stati. Si
tratta di una tendenziale deregulation nelle procedure di licencing
(autorizzazione) che ha preso piede a livello internazionale a partire dagli
Stati Uniti.
Già sotto la prima presidenza Trump, con voto unanime del Congresso Usa, furono
varate le nuove linee guida per il rilancio del nucleare americano, le quali
hanno trovato concreta applicazione nel 2025 con l’emanazione di tre ordini
esecutivi del presidente Trump. Questi ordini mirano a ristrutturare l’intero
settore nucleare, investendo il Dipartimento dell’energia (Doe), il Dipartimento
della Difesa (Dod), l’Epa (ente di protezione ambientale) e soprattutto la Nrc
(l’agenzia per la sicurezza nucleare).
Il Doe deve sviluppare al massimo “i reattori di prova qualificati”. Per
reattore di prova qualificato si intende un reattore avanzato che soddisfa i
criteri stabiliti dal Dipartimento, sufficienti a dimostrare che, dal punto di
vista dello sviluppo tecnico e del supporto finanziario, il reattore può essere
operativo entro due anni dalla data di presentazione di una domanda di
esercizio. Il Doe, quindi, dovrà rivedere tutte le norme in materia di
prescrizioni ambientali con l’obiettivo di accelerare e semplificare l’iter
autorizzativo. Ma l’aspetto più preoccupante riguarda la Nrc a cui, senza mezzi
termini, viene rimproverato di aver ostacolato la realizzazione di nuovi
impianti nucleari applicando una eccessiva rigidità dei criteri di sicurezza che
avrebbe scoraggiato gli investitori. La Nrc, dice Trump, deve promuovere
l’energia nucleare, non ostacolarla: di qui una serie di indirizzi che minano
nelle fondamenta gli standard di sicurezza finora applicati.
Le nuove autorizzazioni (cioè il licencing), che riguardino reattori
sperimentali o di tecnologia consolidata, devono avere una prassi semplificata e
accelerata. Semplificata riguardo alle prescrizioni e/o vincoli di natura
ambientale che sono di competenza dell’Epa, accelerata perché si impone alla Nrc
di rilasciare la licenza di esercizio entro 18 mesi dalla presentazione della
domanda (precedentemente non esisteva vincolo temporale) e di 12 mesi nel caso
di rinnovo della licenza richiesto dall’esercente. Inoltre, la Nrc dovrà
adottare limiti di radiazioni diversi dagli attuali, riconsiderando la
dipendenza dal modello lineare di no-threshold per l’esposizione alle radiazioni
e da quello Alara (As Low As Reasonably Achievable, cioè quanto più basso
ragionevolmente raggiungibile), considerati troppo restrittivi.
Lo scopo di questa imponente ristrutturazione è quello di ripristinare il
primato mondiale degli Usa nella tecnologia nucleare attraverso una politica
aggressiva che sul piano interno prevede di passare dagli attuali 100 Gw di
potenza nucleare installata a 400 GW entro il 2050, mentre sul piano
internazionale si punta ad esportare la tecnologia nucleare statunitense
incentivando le società nucleari americane a diventare partner privilegiati
nelle scelte nucleari dei paesi alleati – come l’Italia – degli Stati Uniti.
Questi aspetti trovano un preciso riscontro nel disegno di legge delega del
governo Meloni e precisamente al paragrafo l dell’Art. 3, dove è scritto:
“previsione di specifici regimi amministrativi per il riconoscimento di titoli
abilitativi già rilasciati dalle competenti autorità di uno Stato membro
dell’Agenzia per l’energia nucleare (Nea) dell’Organizzazione per la
cooperazione e lo sviluppo economico o di uno Stato con il quale sono stati
stipulati accordi bilaterali di cooperazione tecnologica e industriale nel
settore nucleare e ferme restando le competenze dell’Autorità di cui alla
lettera dd)”. In pratica qualora un progetto di reattore venga licenziato in un
paese membro della Nea (Agenzia per l’energia nucleare) di cui fanno parte sia
Italia che gli Stati Uniti, questo progetto potrebbe beneficiare in Italia di un
iter autorizzativo semplificato.
Tenuto conto che la Nea (a differenza della Aiea) è un organismo politico creato
in sede Ocse dai governi che vi aderiscono, si comprende come la legge delega
del governo Meloni contenga in sé i presupposti per una deregolamentazione delle
procedure e degli standard di sicurezza da applicare alle future centrali
nucleari previste dalla legge delega 2669, le quali, peraltro, essendo soggette
ad autorizzazione unica in quanto opere di pubblica utilità, già godono di un
iter autorizzativo semplificato. Una ragione in più per contrastare un ritorno
del nucleare nel nostro Paese, che sarebbe affidato oltre ogni prudenza alle
dipendenze di Meloni da Trump e dalla sua inusitata e perversa smania di
deregolamentazione.
L'articolo Così la legge delega del governo sul nucleare spinge la deregulation
nell’autorizzazione di nuove centrali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Energia Nucleare
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, boccia la
strategia energetica che ha contribuito a disegnare per l’Unione europea. Lo fa
non solo, come accaduto in passato e sta accadendo ancora, cambiando le
politiche che presentava all’inizio del suo primo mandato ma, forse per la prima
volta, con un giudizio severo su ciò che finora è stato fatto. “Nel 1990 un
terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, oggi è solo il 15%” ha
ricordato nel suo intervento al secondo vertice mondiale sull’energia nucleare
in corso a Parigi. E ha aggiunto: “La riduzione della quota (di energia da
atomo) è stata una scelta, ma credo che sia stato un errore strategico da parte
dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a
basse emissioni”. Von der Leyen parla di una rinascita globale, negli ultimi
anni, dell’energia nucleare. “L’Europa vuole farne parte. Dopo anni di
investimenti in calo – dice – abbiamo bisogno di più per invertire la rotta.
Ecco perché oggi presentiamo una nuova strategia europea per i piccoli reattori
modulari. Il nostro obiettivo è semplice. Vogliamo che questa nuova tecnologia
sia operativa in Europa entro l’inizio degli anni ’30, in modo che possa
svolgere un ruolo chiave accanto ai reattori nucleari tradizionali, in un
sistema energetico flessibile, sicuro ed efficiente”. Una spinta importante,
come sempre, arriva dall’appello del presidente francese, Emmanuel Macron, ad
“ogni attore pubblico e privato affinché facciano la loro parte per continuare a
mobilitare gli investimenti in favore del nucleare civile”.
SALVINI: “LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA È USCITA DALLE NEBBIE”
E in Italia c’era chi non aspettava altro. “Questa crisi (in Medio Oriente, ndr)
ci consegna il dovere di accelerare su un dossier di cui si parla ciclicamente,
ed è quello dell’energia nucleare” ha detto il vicepremier e segretario della
Lega Matteo Salvini a Verona, in apertura della fiera LetExpo. E ha rimarcato:
“Oggi c’è in corso il forum sul nucleare a Parigi, conto che il mio collega
ministro all’Ambiente (Gilberto Pichetto Fratin, ndr) firmi, a nome del governo
italiano, l’adesione ai protocolli per la ripartenza del nucleare”. Poi, sulle
parole di Ursula von der Leyen: “Leggevo una dichiarazione, è uscita dalle
nebbie anche la presidente della Commissione europea che ha detto che non
possiamo fare a meno del nucleare e che i piccoli reattori modulari devono far
parte del mix energetico dell’Unione europea anche per motivi di sicurezza,
perché l’autonomia energetica significa sicurezza nazionale di un Paese”.
LA TASSONOMIA CHE SDOGANÒ IL NUCLEARE
Non è la prima volta che von der Leyen sostiene che l’Ue abbia bisogno anche del
nucleare. Lo aveva fatto anche nel 2021, tanto per fare un esempio, per
giustificare la proposta della tassonomia. Quella storia è finita l’anno dopo,
con il voto in plenaria dell’Europarlamento e l’entrata a pieno titolo di gas e
nucleare nella tassonomia verde, ossia la lista delle attività economiche
sostenibili dal punto di vista ambientale. Senza stare troppo a sindacare
sull’enorme differenza tra fusione nucleare e fissione nucleare. Dimenticando
che le emissioni non vengono prodotte solo nei processi di fissione, ma anche
nelle varie fasi per arrivare a quel punto, come il trasporto dei materiali
radioattivi, tanto per citarne una. E, soprattutto, sorvolando sul fatto che
anche l’eliminazione totale del problema delle emissioni non è di per sé una
garanzia per la tutela ambientale (Leggi l’approfondimento sul problema delle
scorie).
LA POSIZIONE ATTUALE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Nei quattro anni che separano i giorni attuali da quel voto è accaduto di tutto.
“Nucleare ed energie rinnovabili hanno un ruolo chiave da svolgere nella
transizione. Possono ora diventare i garanti in solido dell’indipendenza, della
sicurezza dell’approvvigionamento e della competitività, se le indirizziamo
correttamente” ha dichiarato la leader tedesca. “Non si tratta di scegliere
l’una rispetto all’altra: raggiungono il loro pieno potenziale solo insieme” ha
detto, rivendicando che l’Europa “è stata pioniera nella tecnologia nucleare e
potrebbe tornare a essere leader mondiale in questo settore”. E ha aggiunto: “Le
energie rinnovabili producono gli elettroni più economici, ma sono volatili
perché dipendono dal sole e dal vento, e a volte i siti migliori sono lontani
dai centri di domanda industriale. Ecco perché dobbiamo anche investire
nell’accumulo e nella flessibilità della domanda, e sviluppare le nostre reti”.
L’energia nucleare, invece, sempre secondo la presidente della Commissione Ue
“poiché è in grado di fornire elettricità tutto l’anno, 24 ore su 24 (altrimenti
neppure sarebbe conveniente, ndr) è una fonte energetica affidabile. Il sistema
più efficiente combina quindi l’energia nucleare e le energie rinnovabili e si
basa sull’accumulo, sulla flessibilità e sulle reti”.
IL MINISTRO DELL’AMBIENTE, PICHETTO FRATIN: “L’ITALIA È IMPEGNATA PER TRIPLICARE
LA CAPACITÀ NUCLEARE GLOBALE”
Anche il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel suo intervento al
vertice di Parigi, dà rassicurazione, ricordando che l’Italia ha deciso di
aderire all’impegno di triplicare la capacità nucleare globale al 2050.
L’impegno era stato sottoscritto nel 2023 alla Cop28 di Dubai da oltre venti
Paesi, tra cui Francia e Stati Uniti. Il ministro ha rivendicato che il Paese
“sta costruendo una strategia nucleare responsabile, moderna e trasparente“,
attraverso uno “scenario nucleare nel piano nazionale integrato per l’Energia e
il Clima” e la previsione di sviluppare entro il “2050 una capacità installata
tra 8 e 16 GW, con una copertura potenziale della domanda elettrica compresa tra
l’11% e il 22%“.
L'articolo Von der Leyen boccia la politica energetica Ue: “Sul ‘No’ al nucleare
commesso un errore strategico”. Salvini: “È uscita dalle nebbie” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il 10 marzo Parigi ospita il secondo summit internazionale sul nucleare civile.
A una settimana dal discorso di Brest sul rafforzamento della deterrenza
nucleare francese, con un possibile coordinamento più stretto con i partner
europei, e l’aumento delle testate nucleari, in un contesto di crescente
tensione internazionale, Emmanuel Macron torna dunque a parlare di atomo, questa
volta nella sua dimensione “pacifica”. Di fatto, nella visione strategica
dell’Eliseo le due dimensioni sono complementari: “Senza nucleare civile non c’è
nucleare militare e senza nucleare militare non c’è nucleare civile”, aveva
detto Macron già nel dicembre 2020, in un lungo discorso pro-nucleare al sito
industriale di Framatome. Discorso in cui aveva annunciato al tempo stesso
investimenti per lo sviluppo di piccoli reattori modulari di nuova generazione,
più “verdi”, e la costruzione della futura portaerei a propulsione nucleare che
dal 2038 sostituirà la Charles de Gaulle, proprio in questi giorni schierata nel
Mediterraneo orientale a fini difensivi nel conflitto tra Israele-Stati Uniti e
Iran.
Martedì prossimo, saranno riuniti alla Seine Musicale, la sala di concerti
dell’Île Seguin, poco fuori Parigi, una sessantina di Paesi, organizzazioni
internazionali, istituzioni finanziarie e aziende del settore. Sono attesi capi
di Stato e di governo, i vertici dell’Agenzia internazionale per l’energia
atomica (AIEA) e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Il
summit punta, secondo fonti dell’Eliseo, a “creare un nuovo slancio con
l’insieme dei Paesi presenti per riconoscere il nucleare come elemento di primo
piano della transizione energetica che contribuisce alla decarbonizzazione del
sistema energetico nel suo complesso”. L’obiettivo è trasformare in “road map
concreta e condivisa” l’impegno assunto alla COP28 di Dubai del 2023 da una
trentina di Paesi: triplicare la capacità nucleare nel mondo entro il 2050.
Sul suo sito web, il ministero francese degli Esteri sottolinea che “oggi
l’atomo produce circa il 10% dell’elettricità mondiale e che per molti Paesi
rappresenta un complemento essenziale alle rinnovabili per garantire una
produzione stabile e decarbonizzata”. Il summit parigino punta allora “a
promuovere gli scambi tra gli Stati che hanno già un programma nucleare e quelli
che stanno valutando di intraprendere questa strada, in particolare nelle
economie emergenti”. Ma consentirà anche, si legge ancora, “di mettere in
evidenza gli usi pacifici dell’atomo, nel rispetto degli impegni internazionali,
in vista della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione
nucleare prevista nella primavera del 2026”.
È qui che entra in campo la “complementarità” che Macron difende dal 2020:
“Contrapporre il nucleare civile e quello militare in termini di produzione,
così come in termini di ricerca, non ha senso per un Paese come il nostro”,
aveva detto a Framatome. Per Macron, il nucleare resta uno dei pilastri della
“sovranità energetica” del Paese: è il terzo settore industriale in Francia, con
3.000 aziende e oltre 220.000 posti di lavoro.
L’ultimo programma pluriennale dell’energia (PPE), pubblicato a febbraio,
conferma la costruzione di sei nuovi reattori EPR2 entro il 2038 (per un costo
stimato di oltre 70 miliardi di euro), con l’obiettivo di rinnovare il parco
nucleare nazionale e rafforzare la competitività dell’industria francese. Parigi
continua quindi a promuovere così la sua visione di un nucleare civile pulito e
sicuro. Ma la Francia, dopo la Brexit, è anche l’unica potenza nucleare
dell’Unione europea. E strategicamente il nucleare civile si mette al servizio
dell’industria militare del Paese. Dal 2024, EDF, la maggiore azienda
produttrice e distributrice di energia, al 100% statale, che gestisce i 58
reattori nucleari del parco francese, collabora con l’esercito, mettendo a
disposizione la sua centrale di Civaux, nella Vienne, per la produzione del
trizio, un gas indispensabile per il funzionamento delle armi nucleari.
L'articolo Nucleare civile e militare, per Macron sono una cosa sola. A Parigi
il summit internazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’attacco all’Iran è totalmente illegale sul piano del diritto internazionale.
Ma dimostra come il nucleare sia un Giano bifronte, ovvero come sia impossibile
scindere la parte civile da quella militare. Questo vale per gli Stati Uniti,
per la Francia, la Russia e anche per la Cina, che ha un armamento minore: lo
sviluppo dell’industria civile nucleare è necessario per costruire gli arsenali
atomici”. Ci tiene anzitutto a chiarire il legame tra nucleare a scopi civili e
militari Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, autore, con
Gianni Silvestrini, del libro (in uscita il 4 marzo), “L’illusione del nucleare
e la rivoluzione delle rinnovabili” (Edizioni Ambiente). Entrambi gli autori
sottolineano con forza, inoltre, come il nucleare sia una tecnologia obsoleta,
costosissima e parzialmente insicura: “Vale per qualunque tecnologia”, prosegue
Onufrio. “Se non si riescono a sostituire gli impianti, ebbene, quella è la
fotografia di un sistema che muore. E se non sta declinando definitivamente,
nonostante sia una tecnologia fuori mercato, è solo perché, come dicevo, la si
vuole tenere in vita anche per scopi militari”.
Si parla oggi tuttavia, moltissimo, di piccoli impianti modulari.
Onufrio. È un nonsense. Se gli impianti grandi producono elettricità fuori
mercato, a maggior ragione saranno fuori mercato quelli piccoli. Questi progetti
raccolgono soldi sulla carta, si aprono start up, ma al momento non esiste uno
solo di questi SMR in nessun Paese occidentale e nemmeno come prototipo.
Veniamo alle rinnovabili. In che senso sono una rivoluzione?
Silvestrini. Anno dopo anno, aumentano la loro quota e, cosa importante,
riusciranno a ridurre le bollette a fronte di una loro forte crescita perché il
prezzo marginale non verrebbe più calcolato sul gas. Le rinnovabili crescono
ovunque, in Ungheria come in Vietnam e Pakistan perché il fotovoltaico è così
economico da riuscire a spiazzare i fossili. È una tendenza che neanche Trump
riesce a rallentare. Secondo la U.S. Energy Information Administration nel 2026
solo il 7% della nuova potenza deriverà dai fossili, a fronte di una forte
avanzata di rinnovabili e batterie.
Danimarca, Germania, California e Australia meridionale sono Paesi che possono
concretamente raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica. Ma perché ciò
accada abbiamo bisogno anche dell’idrogeno?
Silvestrini. Questo è un punto importante. Per arrivare al 60% o all’80% di
elettricità rinnovabile servono certamente i metodi tradizionali di stoccaggio
(con migliaia di batterie piccole o con impianti di batterie di grande scala).
Ma se parliamo di livelli elevati, l’intermittenza del sole e del vento si
affronterà con l’idrogeno, che oggi cresce molto lentamente. Ma, nel 2035-2050
sarà invece centrale per arrivare al 100% di elettricità rinnovabile.
Con l’elettrificazione dei trasporti e del riscaldamento aumenta la richiesta di
elettricità. Riusciremo a coprirla?
Onufrio. Aumenterà sicuramente, addirittura negli scenari fatti dal governo
italiano è previsto un raddoppio al 2050, tra auto elettriche e pompe di calore.
Ma bisogna spiegare chiaramente che mentre aumentano i consumi elettrici
diminuiscono i consumi energetici totali. Basti pensare che l’auto elettrica
consuma un terzo circa dell’energia di un’auto normale.
Parliamo di stabilità delle reti e di stoccaggio.
Silvestrini. La sfida dei prossimi anni sarà certamente sia sul fronte dei
sistemi di accumulo e sul potenziamento delle reti, che serviranno per gestire
la transizione fino all’idrogeno. Ma abbiamo ancora almeno quindici anni di
fronte e i prezzi stanno scendendo rapidamente.
Qual è, ad oggi, lo scenario italiano?
Silvestrini. Purtroppo è uno scenario di retroguardia sia sul fronte della
mobilità elettrica – siamo al 6% delle vendite contro il 15-25% dei Paesi del
centro-nord – che sulle rinnovabili. È inutile fare un decreto bollette se non
si aumentano le rinnovabili, perché è solo facendole crescere che si può ridurre
il costo, come ha fatto al Spagna. Le poche cose che fa questo governo le fa
solo perché obbligato dall’Europa, ma al tempo stesso cerca di mettere in
discussione anche gli obiettivi europei, come la legislazione ETS o lo stop
all’auto endotermica. La miopia non è solo del governo ma anche di aziende come
Stellantis, che non comprendono che la direzione delle rinnovabili e della
mobilità elettrica è un fiume che nessuno può fermare. Presto saremo invasi di
auto elettriche cinesi a basso costo.
L’Italia sta seguendo gli Stati Uniti?
Onufrio. In realtà non è neanche così. Nel libro analizziamo il caso della
California e del Texas. I due Stati – a guida politica opposta – stanno
gareggiando rispetto al tema della transizione. Inoltre, anche se Trump, alfiere
del vecchio, sta cercando di bloccare eolico e solare, non ci riesce, almeno non
del tutto, perché per fortuna negli Stati Uniti le politiche energetiche le
fanno gli Stati e ci sono giudici che bloccano i decreti anti-rinnovabili. Da
noi invece tutti i governi – chi più chi meno – si sono allineati sugli
interessi di chi ci vende gas e petrolio, a partire da Eni. Oggi in Italia noi
abbiamo il 45% dell’elettricità fatto con il fossile: potremmo rapidamente farlo
scendere al 10% con le tecnologie esistenti. Che non lo si faccia è grave e
incomprensibile.
È chiaro, comunque, che nucleare e rinnovabili non possono essere complementari,
come il governo invece sostiene.
Onufrio. No, e lo si vede già in alcuni casi riportati nel libro. Gli impianti
nucleari non possono variare rapidamente la potenza, anche per una questione di
sicurezza. Lo sviluppo delle batterie industriali eliminerà il problema di
integrare fonti come eolico e solare.
Qual è il messaggio conclusivo del libro?
Silvestrini. Vorremmo chiarire come il nucleare sia una opzione assolutamente
inconsistente. E spiegare che perseguirla significa perdere occasioni importanti
per lo sviluppo industriale ed economico del Paese. È una mancanza di visione,
che risente, ovviamente, anche delle pressioni delle lobby.
L'articolo Nucleare, gli esperti: “Quella italiana? Opzione inconsistente.
Perdiamo occasioni per lo sviluppo industriale ed economico” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nel ddl 2669 del governo sul nucleare “sostenibile” in discussione alla Camera
dei Deputati in questi giorni, una delle ragioni a sostegno del ritorno
dell’atomo in Italia dopo due referendum abrogativi viene individuata nella
presunta necessità di fornire il supporto di centrali nucleari come carico di
base (baseload) a sistemi avanzati di fonti rinnovabili variabili (VRE), dove
per VRE si intendono le reti solari ed eoliche su larga scala integrate negli
anni a venire con batterie e pompaggi.
L’uso combinato delle due tecnologie – rinnovabili e nucleare – sarebbe cioè
finalizzato a creare sistemi elettrici decarbonizzati e a basso costo, fornendo
una generazione stabile (quella nucleare) per bilanciare l’intermittenza di sole
e vento. In sostanza, il ddl 2669 propone un nucleare “complementare” alle
rinnovabili per garantire – così viene dichiarato – stabilità e sicurezza alla
fornitura e contenimento dei costi.
Una prospettiva, quella dell’impiego di reattori a fissione in funzione di
baseload, che non potrebbe essere tradotta in realtà prima di 15-20 anni
effettivi e che dovrebbe favorire un nucleare – cosiddetto “sostenibile” –
inserito in una rete europea già fortemente interconnessa, con grande
penetrazione di solare, eolico e batterie, come nello scenario al 2045 delineato
da Esys (Energy Systems of the Future), uno studio commissionato dalle accademie
tedesche a cui faccio riferimento. Ma proprio questo studio documentatissimo
boccia irreparabilmente la complementarietà tra nucleare e rinnovabili.
Lo studio Esys ha infatti analizzato il ruolo delle centrali a baseload
(intendendo con questo termine impianti progettati per operare in modo continuo
e stabile 24 ore su 24, coprendo il fabbisogno minimo di energia elettrica
richiesto dalla rete) in un sistema energetico europeo completamente
decarbonizzato entro il 2045. I risultati indicano che un sistema basato
principalmente su VRE, supportato da flessibilità della domanda,
interconnessioni di rete e tecnologie di accumulo, è tecnicamente robusto ed
economicamente sostenibile senza la necessità di nuove capacità baseload, né
atomiche né a gas a sequestro di CO2.
Infatti, le centrali di baseload, come quelle nucleari, potrebbero anche essere
integrate nei sistemi energetici futuri, ma il loro impatto sui costi
complessivi del sistema risulterebbe marginale. Inoltre, la loro competitività
economica dipenderebbe da una significativa riduzione dei costi operativi e di
investimento, che al momento appare improbabile.
Nello specifico è stato evidenziato come le centrali a baseload potrebbero
essere competitive solo se i loro costi di capitale (Capex) e i costi livellati
dell’energia (Lcoe) raggiungessero livelli molto bassi, oggi impossibili. Per il
Capex, se il costo di costruzione supera i 15.000 €/kW, nessuna nuova capacità
baseload sarebbe conveniente economicamente da integrare nel sistema. Anche un
Capex di 10.000 €/kW risulta non competitivo se associato a costi operativi
variabili elevati come nel caso del normale nucleare da fissione.
Per il Costo Livellato dell’Energia (Lcoe) la soglia massima di competitività
per le centrali a baseload sarebbe di circa 80 €/MWh e, per ottenere
un’espansione significativa, i costi dovrebbero scendere a livelli di circa 40
€/MWh, un valore considerato irrealistico in base alle attuali strutture di
costo del nucleare.
Nel caso del nucleare da fissione i progetti più recenti hanno infatti
registrato costi di costruzione elevati (10.000-15.000 €/kW) e ritardi
significativi. A livelli di Lcoe più elevati (ad esempio, 80 €/MWh), la capacità
di baseload diventa non competitiva rispetto alla VRE e nel caso del nucleare
dove Lcoe sale oltre i 110€/MWh non se ne parla proprio.
Anche le promesse dei reattori modulari (Smr) rimangono teoriche, senza
prototipi commerciali e, comunque, anche nelle previsioni dello studio qui preso
in considerazione, ancor più fuori gioco dei reattori a grande dimensione.
Da ultimo, va detto che la redditività di un eventuale baseload dipende da un
ampio ricorso all’elettrolisi per l’idrogeno, necessaria a garantire un alto
utilizzo dei reattori nei tempi in cui l’elettricità da loro prodotta non sia
richiesta dalla rete cui fanno da baseload. Ma sia i costi futuri che i fattori
di capacità per l’elettrolisi sono tuttora molto incerti.
Anzi, l’idrogeno appare più efficiente come accumulo — anche stagionale — per
assorbire gli eccessi delle rinnovabili, piuttosto che come stampella per alti
utilizzi di impianti nucleari, di per sé poco flessibili e costretti a
funzionare per il pieno di ore all’anno per contenere l’Lcoe al variare del
tempo di funzionamento.
In conclusione: mentre le fonti rinnovabili, supportate da flessibilità e
accumulo, rimangono la soluzione più economica e scalabile, le centrali a
baseload non sono essenziali per un sistema energetico decarbonizzato e sicuro.
La loro competitività economica è limitata, come esposto, da costi elevati e da
incertezze tecnologiche, che potrebbero limitare seriamente e irrecuperabilmente
la capacità di adattarsi alle nuove tecnologie rinnovabili in espansione.
L'articolo Il governo punta a un nucleare complementare alle rinnovabili.
Peccato sia già stato bocciato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nuovo passo avanti per la fusione nucleare controllata grazie al reattore
sperimentale cinese East (Experimental Advanced Superconducting Tokamak), spesso
definito il “sole artificiale”. Un recente esperimento ha dimostrato che il
plasma può restare stabile anche a densità estremamente elevate, a condizione
che l’interazione con le pareti metalliche del reattore venga regolata in modo
accurato. Il risultato, pubblicato sulla rivista Science Advances, elimina uno
degli ostacoli più rilevanti che finora avevano rallentato il percorso verso
l’innesco della fusione e apre la strada a una produzione energetica più
efficiente nei futuri reattori.
Lo studio rappresenta la prima conferma sperimentale di una teoria formulata da
ricercatori del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica (CNRS) e
dell’Università di Aix-Marseille, nota come auto-organizzazione di parete e
plasma (Pwso). Secondo questo modello, plasma e pareti del reattore non sono
elementi separati, ma un sistema capace di auto-organizzarsi in un equilibrio
stabile, purché le interazioni siano finemente controllate.
In questo scenario, quando il bilanciamento tra plasma e pareti raggiunge
condizioni ottimali, si instaura un cosiddetto “regime di assenza di densità”:
uno stato operativo in cui il plasma resta stabile anche oltre i limiti di
densità osservati empiricamente fino a oggi, considerati una barriera critica
per i tokamak.
Per verificare la teoria, i ricercatori cinesi hanno messo a punto una strategia
mirata a ridurre le perdite di energia e l’accumulo di impurità. Hanno
controllato con precisione la pressione iniziale del gas combustibile e
applicato il riscaldamento tramite risonanza ciclotronica elettronica durante la
fase di avvio di ogni scarica. Questo ha permesso alla densità del plasma di
crescere in modo costante e controllato, fino a consentire a East di entrare con
successo nel regime previsto dal modello Pwso.
In queste condizioni, il reattore ha mantenuto un funzionamento stabile anche a
densità nettamente superiori ai limiti tradizionali, dimostrando che il vincolo
della densità non è insormontabile se le interazioni plasma-parete sono
governate correttamente. “I risultati indicano un percorso pratico e scalabile
per estendere i limiti di densità nei tokamak e nei futuri dispositivi di
fusione al plasma”, spiegano i ricercatori. Il prossimo passo sarà applicare lo
stesso approccio durante il funzionamento di East in condizioni di alto
confinamento, con l’obiettivo di raggiungere il regime di assenza di densità
anche in plasmi ad alte prestazioni.
Lo studio su Science
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L'articolo “Il sole artificiale” cinese East supera un limite chiave verso la
fusione nucleare”. Lo studio su Science proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Scendere nell’arena, arrivare nei gangli della società. Anche in modo
aggressivo”. È così che l’industria nucleare italiana immagina il proprio
futuro. Le parole sono di Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana
Nucleare, pronunciate il 12 dicembre durante un seminario online seguito da
poche decine di persone e che oggi raccoglie una cinquantina di like. Non un
lapsus, ma una linea strategica: alla spinta tecnologica va affiancata una
spinta comunicativa, territoriale, capillare. Convincere il Paese, prima ancora
che costruire gli impianti.
La coincidenza temporale è rivelatrice. Mentre Monti invita a “scendere
nell’arena” e a dotarsi di “finanziamenti adeguati” per una comunicazione più
aggressiva, il governo accelera sull’incardinamento del disegno di legge sul
nucleare “sostenibile”, promettendo una nuova stagione di cantieri e rilancio
industriale. Ma nello stesso momento, uno dei progetti simbolo di questa
strategia si arena davanti al Tar per un errore di Excel.
Il caso è quello del Dtt, il Divertor Tokamak Test in costruzione a Frascati,
impianto sperimentale sulla fusione nucleare indicato come pilastro della
filiera nazionale e ponte tecnologico verso Iter, il grande reattore
internazionale in costruzione in Francia. Un progetto finanziato con fondi
europei, caricato di valore scientifico e politico, che oggi rischia ritardi
pesanti per un corto circuito amministrativo.
La gara da 25,8 milioni di euro per la realizzazione della “vacuum vessel”, il
cuore dell’impianto, è stata aggiudicata a un raggruppamento sudcoreano guidato
da EnableFusion Inc. Le aziende italiane Walter Tosto e Simic hanno impugnato
l’esito davanti al Tar del Lazio, che il 16 luglio 2025 ha sospeso l’intera
procedura fino al giudizio di merito, fissato per domani. Nelle carte i giudici
parlano di “evidenti disallineamenti” nelle tabelle comparative dei costi: voci
finite nelle colonne sbagliate, calcoli che alterano la valutazione dell’offerta
economica.
Non solo. Il tribunale ha bocciato il tentativo della stazione appaltante — Dtt
S.C.A.R.L., partecipata da Enea — di correggere l’errore in corsa con una
rivalutazione successiva delle offerte, definendola una “supplenza impropria”.
Risultato: appalto congelato, procedura da riesaminare, tempi che si allungano.
Nel ricorso le aziende italiane sottolineano anche un altro elemento sensibile:
il raggruppamento sudcoreano dichiara costi del lavoro nettamente inferiori a
quelli previsti dai contratti collettivi italiani. Un vantaggio competitivo che
incide sull’offerta economica ma che, applicato a un’infrastruttura ad altissima
complessità tecnologica, apre interrogativi non marginali. Sulle gare al massimo
ribasso, sulla tenuta industriale della filiera e sulla gestione di tecnologie
strategiche affidate a soggetti extraeuropei, pur in presenza di finanziamenti
comunitari.
È qui che la retorica del “sovranismo tecnologico” si scontra con la realtà.
Mentre la politica accelera sul ddl e l’industria invoca una narrazione
muscolare per “arrivare nei gangli della società”, la gestione concreta di un
progetto bandiera mostra crepe evidenti. Tanto più se si considera che, secondo
quanto evidenziato nel ricorso, il raggruppamento vincitore sarebbe “molto
vicino ai vertici del progetto Iter”, un dettaglio che in una partita da milioni
di euro alimenta interrogativi su conflitti di interesse e governance.
Il tutto si innesta su un altro nodo mai sciolto: quello delle scorie
radioattive. L’Italia non ha ancora individuato il sito del deposito nazionale
per i rifiuti nucleari del passato, che restano in sistemazioni provvisorie.
Eppure, come se questo problema fosse archiviato, un recente studio europeo di
mappatura individua oltre 900 aree potenzialmente compatibili per future
centrali a fusione, di cui 196 in Italia, riaprendo il fronte delle scelte
territoriali e del consenso locale.
Da un lato, dunque, la filiera che chiede di “scendere nell’arena” con una
comunicazione più aggressiva per accompagnare la nuova stagione del nucleare.
Dall’altro, un appalto strategico che si ferma per un errore di incolonnamento,
mettendo in discussione affidabilità, tempi e capacità amministrativa. Prima
ancora di convincere gli italiani, forse il sistema dovrebbe dimostrare di saper
governare procedure, conti e responsabilità. Perché nel nucleare anche un errore
di Excel può diventare un problema politico.
L'articolo Nucleare, il pasticcio in un file Excel ferma la fusione. E la lobby
ora invoca la “comunicazione aggressiva” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un’ossessione che serpeggia nelle stanze del potere a Washington e nei loft
minimalisti dei venture capital della Silicon Valley: l’idea che il nucleare,
questa tecnologia titanica nata nel segreto della guerra e cresciuta per decenni
sotto l’ala iper-regolamentata e iper-cauta dello Stato, possa essere finalmente
sdoganato. Smontato, rimontato, resa piccolo, veloce, scalabile e, soprattutto,
redditizio. È il sogno prometeico di una nuova frontiera energetica, l’illusione
di imbrigliare il potere dell’atomo non più per la gloria nazionale o la
sicurezza collettiva, ma per il profitto privato e l’alimentazione di server AI
sempre più voraci.
Un sogno che però nasconde un incubo. Dietro la retorica accattivante della
cosiddetta “rinascita nucleare” e dell’“abbondanza energetica” si nasconde una
verità potenzialmente catastrofica: la privatizzazione dell’atomo. Che
significa? È semplice, si tratta dello smantellamento del sistema di controlli.
Si baratta la sicurezza con l’ambizione sfrenata ma questa volta in gioco c’è il
pianeta.
La parabola della Oklo, la startup fondata dalla coppia d’oro del MIT Jacob e
Caroline DeWitte, ben illustra questi pericoli. Bloomberg la definisce un
racconto americano che inizia nello spazio 38 di un parcheggio per roulotte a
Mountain View e arriva dritto, in pochi anni, sotto la tappezzeria dello Studio
Ovale, con un Donald Trump trionfante che firma ordini esecutivi su misura. Oklo
incarna il nuovo credo della Silicon Valley applicato all’energia atomica:
l’innovazione è intrinsecamente buona, la regolamentazione è intrinsecamente
cattiva e ottusa. Quando la Nuclear Regulatory Commission (NRC), il severissimo
guardiano del nucleare americano, respinge la loro prima domanda di licenza nel
2022, giudicandola tecnicamente carente e la “peggiore” mai ricevuta, la
reazione dei DeWitte non è stata di umile ritorno al tavolo da disegno. È stata
di dichiarare guerra al regolatore stesso.
Qui si inserisce la regia oscura e sofisticata di uomini come Salen Churi,
professore di legge trasformato in venture capital con agganci profondi
nell’impero libertario dei fratelli Koch. La sua strategia, applicata attraverso
il suo fondo Trust Ventures, è pura “regulatory entrepreneurship”: non si
convince l’agenzia con dati migliori, la si sfida, la si aggira, la si smantella
attraverso un arsenale di cause legali, lobbying aggressivo e influenza politica
capillare. La sua creatura, l’Abundance Institute, funge da testa di ponte
ideologica e operativa per una campagna che non mira a migliorare gli standard
di sicurezza, ma a dichiararli superflui per i piccoli reattori modulari. È un
capovolgimento pericoloso e ideologico di cinquant’anni di principio
precauzionale, nato dalle ceneri di incidenti come quello di Three Mile Island.
Il paradosso è agghiacciante. Mentre i “nuke bros” della Silicon Valley, spesso
con una preparazione tecnica approssimativa come dimostrano i fallimenti della
rivale Transatomic Power, promettono reattori così intrinsecamente sicuri da
rendere la supervisione federale un inutile retaggio del passato, la storia ci
sussurra avvertimenti che vengono da lontano. Il reattore Fermi 1, un “fast
reactor” raffreddato a sodio non dissimile da quello che Oklo vuole costruire,
nel 1966 rischiò di far saltare in aria Detroit, un evento che ispirò il libro
“We Almost Lost Detroit”.
Il Giappone ha speso miliardi e fallito per decenni con il suo reattore Monju,
chiuso nel 2016 dopo una sequenza di incidenti, principalmente fuoriuscite di
sodio e incendi. Il sodio, raffreddante miracoloso in teoria per le sue
proprietà termiche, è un elemento instabile, esplosivo a contatto con l’acqua e
si incendia a contatto con l’aria. Non è una tecnologia per dilettanti geniali e
impazienti, è una tecnologia per ingegneri con un rispetto quasi religioso per i
suoi pericoli, che operano in un sistema di controlli ferrei.
Eppure, il vento politico ha cambiato direzione. Con un alleato chiave come
Chris Wright, magnate del fracking nominato Segretario all’Energia di Trump, e
con un’agenzia NRC sotto un assedio senza precedenti – privata di centinaia di
dipendenti esperti, con i suoi vertici estromessi e i suoi poteri fondamentali
smantellati da ordini esecutivi che impongono tempi di approvazione
insostenibili per tecnologie non collaudate – la strada per Oklo e i suoi simili
è spianata. L’obiettivo non è più dimostrare di essere sicuri, ma cambiare la
definizione stessa di sicurezza, svuotandola di significato. L’NRC, nata proprio
per scindere la promozione del nucleare dal suo controllo, dopo lo scandalo
dell’Atomic Energy Commission, sta per essere riportata a quella pericolosa
dualità.
Il pericolo più grande, tuttavia, non è forse un singolo reattore difettoso, ma
l’intero sistema regolatorio che si sta deliberatamente smantellando. Si sta
passando da un modello in cui la sicurezza era l’unica valuta, l’unico parametro
di giudizio, a un modello in cui il “time to market”, la valutazione in borsa e
la soddisfazione degli investitori diventano driver primari. Quando si
privatizza il nucleare in questo modo, si introduce un inevitabile e letale
conflitto di interessi: il profitto degli azionisti contro la sicurezza a lungo
termine delle comunità che vivono a ridosso degli impianti. In un settore dove,
come scrisse John G. Fuller, “la tecnologia non perdona errori. Non permette
margine di sbaglio. La perfezione deve essere raggiunta se si vogliono prevenire
incidenti che coinvolgano il pubblico”, questo cortocircuito tra capitale e
sicurezza potrebbe rivelarsi catastrofico.
La lezione di Fukushima non è che il nucleare sia intrinsecamente malvagio o
ingovernabile, ma che senza un regolatore indipendente, credibile, tecnicamente
competente e inflessibile, anche la tecnologia più collaudata può tradire.
Stiamo smantellando proprio quel muro di protezione, sostituendolo con la fede
cieca nel “minimal viable product” e nella visione carismatica di fondatori che,
come Jake DeWitte, vengono descritti dai loro ex professori come dotati di un
“sorriso da un milione di dollari e una sfilza di cavolate che non finisce mai”.
La domanda cruciale che dovremmo porci, quindi, non è se possiamo tecnicamente
costruire reattori più piccoli, ma chi controllerà l’atomo quando sarà nelle
mani di società il cui scopo primario, sancito per statuto, è moltiplicare il
valore per i propri azionisti. La risposta, che sta prendendo forma nelle aule
giudiziarie, nei corridoi del Dipartimento dell’Energia e nelle riunioni
dell’Abundance Institute, ci sta portando dritti verso un futuro in cui il
prezzo dell’energia “troppo economica per misurarla” potrebbe essere, ancora una
volta, un conto salatissimo e incalcolabile, pagato in termini di sicurezza
collettiva e fiducia nelle istituzioni. Stiamo vendendo il nostro guardiano del
sonno atomico per una manciata di azioni. È un affare con il diavolo che la
storia, purtroppo, ci ha già insegnato a riconoscere.
Foto in evidenza: Indian Point smetterà definitivamente di produrre energia
nucleare, coronando una lunga battaglia per una fonte di elettricità
fondamentale per la vicina New York City, che gli oppositori hanno definito una
minaccia per la sicurezza di milioni di persone nella densamente popolata area
metropolitana. (26 aprile 2021, AP Photo/Seth Wenig)
L'articolo Stanno privatizzando l’atomo e il pericolo più grande è un letale
conflitto di interessi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre risuonava il monito della Cop30 di Belem e il governo del nostro Paese
spariva dai monitor allarmati per la protezione del clima, un importante
convegno tenuto a Milano il 22 novembre – con una rilevante partecipazione in
rappresentanza di 30 associazioni territoriali – produceva una critica sistemica
all’opzione nucleare, civile e militare. L’auspicio del governo per un ritorno
dell’atomo in Italia è stato preso in considerazione con molto realismo: si è
colto così come i rischi tecnici, sanitari, economici e socio‑politici siano
sottovalutati e incompatibili con le urgenze e la qualità di una transizione
climatica rapida e a costi sostenibili.
Il dibattito è stato puntuale e documentato e ha registrato una notevole
convergenza delle forze politiche invitate e intervenute (Pd, M5S, Avs, Prc,
Pci), quando è stata messa a nudo la propaganda governativa per un incauto
rilancio di quello che è stato definito con Robert Jungk “uno stato atomico”.
Tra i molti spunti di un confronto documentato, riprendo qui alcune indicazioni
tra le più rilevanti e di immediata comprensione.
Gli interventi (registrati in video) hanno confermato una falsa separazione tra
“atomo per la guerra” e “atomo per la pace”, con il rischio effettivo di una
“compromissione di democrazia, di natura, di futuro”. E’ stata contestata la
narrativa dei “nuovi reattori economici”, definendola un’illusione fondata su
stime di costo irrealistiche. Le cifre sbandierate (Lcoe a 50-70€/MWh) sarebbero
lontane dai valori effettivi, che salirebbero oltre i 200 €/MWh, specie quando
si internalizzano oneri finanziari, rischio progetto, assicurazioni, gestione
rifiuti e decommissioning. Se le valutazioni del nostro governo stanno a livelli
assai inferiori è perché si ipotizza la socializzazione dei rischi e la
privatizzazione dei profitti tramite sussidi, garanzie e tariffe indicizzate a
carico dei consumatori. Sono stati poi richiamati tempi di costruzione per i
reattori ben superiori ai dieci anni, citando casi concreti per gli impianti più
recenti: Hinkley Point C in Inghilterra con una escalation di costi a 33 mld £,
Vogtle negli Usa con esborsi passati da 14 a 35 mld $.
Sul profilo salute‑ambiente, è stato rilevato che la radioprotezione moderna
adotta il principio lineare senza soglia (Lnt) per le basse dosi: dunque non
esisterebbero esposizioni “prive di rischio”. Si è sostenuto che, sapendo che
gli effetti sanitari (tumori tiroidei, patologie cardiovascolari, malformazioni
congenite) sono sistematicamente minimizzati da autorità e organismi
internazionali, si arriverebbe a pratiche di negazione del danno analoghe a
quelle storiche dell’industria del tabacco.
I limiti della cultura della sicurezza e della regolazione nel settore nucleare
con la compenetrazione fra governi, enti regolatori e operatori indebolirebbe
l’indipendenza e la trasparenza dell’informazione, con esiti di sottovalutazione
delle emergenze, come mostrato dall’incidente di Fukushima. La promessa di
“sicurezza assoluta” disincentiverebbe una pianificazione realistica per eventi
rari ma ad alto impatto. In prospettiva climatica, nel caso di reattori nucleari
si aggiungono stress fisici crescenti (ondate di calore, siccità, alluvioni) che
aumentano il rischio di fermate non programmate e vulnerabilità dei sistemi di
raffreddamento e delle supply chain. La gestione del combustibile esaurito e dei
rifiuti ad alta attività resta un nodo irrisolto tecnologicamente e socialmente.
La chiusura degli impianti, poi, genera impegni finanziari certi e prolungati,
spesso coperti da fondi alimentati da tariffe o fiscalità.
Il settore nucleare è dipendente da sussidi e diplomazia statale: export credit,
garanzie, pacchetti “chiavi in mano” e programmi di “colonizzazione” come quelli
trattati da Trump nell’incontro a Washington con Giorgia Meloni. La contiguità
tecnologica tra civile e militare e i rischi di proliferazione sono all’ordine
del giorno, con pratiche industriali controverse, ancor più condizionate oggi
dalla corsa al riarmo. Pur tenendo conto dell’ondata di venture capital e
dell’interesse politico, è stato sottolineato che i piccoli reattori modulari
(Smr) affrontano ancora barriere su licenze, supply chain, dimostrazione di
costi e sicurezza. Le stime aumentano, le timeline slittano, e permangono
criticità insormontabili su rifiuti, gestione del plutonio e complessità
ingegneristiche; la presunta “modularità” non avrebbe ancora provato economie di
serie vantaggiose nella pratica.
In termini di sistema, si è rivendicato che eolico, solare e pompaggi (insieme a
storage elettrochimico e flessibilità di rete) abbiano ridotto fortemente i
costi complessivi e i tempi di dispiegamento, superando il nucleare nella
competizione dei costi, oltre che in nuova capacità e quote di generazione. Una
tecnologia come quella di fissione, assai poco flessibile, si integrerebbe
peggio in mercati con alta penetrazione variabile come nel caso delle
rinnovabili, aumentando i costi di bilanciamento.
Per quanto riguarda politiche pubbliche e allocazione del capitale, ogni euro
vincolato a nuovi reattori sottrae risorse a soluzioni climatiche più rapide,
scalabili e “low‑risk”: efficienza, reti, rinnovabili, accumuli, domanda
flessibile, elettrificazione dei consumi finali e pompaggio idroelettrico. In un
orizzonte di budget di carbonio stringente, i lunghi tempi di realizzazione del
nucleare indebolirebbero il contributo alla decarbonizzazione entro le scadenze
2030-2040.
A conclusione del convegno si è ribadito quanto il nucleare combini rischi
sanitari, costi in crescita, incertezze regolatorie, passività di lungo periodo
e dipendenza da supporto pubblico, mentre le rinnovabili con sistemi di accumulo
e gestione della domanda offrano tempi, costi e profili di rischio migliori. Per
l’Italia, la priorità dovrebbe essere un portafoglio di efficienza, reti,
rinnovabili, storage e flessibilità, evitando impegni finanziari e industriali
che potrebbero aggravare la crisi climatica e gravare su contribuenti e
consumatori per decenni. Ma non sembra questa la strada imboccata dal nostro
governo.
Il successo del convegno milanese apre un dibattito finora monopolizzato dalle
dichiarazioni e dai disegni di legge che Pichetto Fratin evita di portare al
dibattito del Parlamento e ad una valutazione aperta e franca dell’opinione
pubblica.
L'articolo Così un convegno a Milano smonta la narrazione di governo sul
nucleare proviene da Il Fatto Quotidiano.