Il trattato scade giovedì 5 febbraio e resta sul tavolo la proposta russa per
l’estensione della durata di un anno, anche se Mosca non intraprenderà nessuna
iniziativa prima di questa data. Dall’altra parte, però, gli Stati Uniti
propongono l’elaborazione di un nuovo accordo. E il portavoce del Cremlino,
Dmitry Peskov, avverte che tra pochi giorni il mondo potrebbe trovarsi in “una
situazione più pericolosa di quella attuale”. Il riferimento è alla scadenza del
Trattato per il contenimento degli armamenti strategici New Start, l’ultimo
trattato tra Washington e Mosca per la limitazione delle armi strategiche.
L’accordo rappresenta l’ultimo trattato attivo sul controllo degli armamenti
nucleari in vigore tra Washington e Mosca. “Nel giorno e mezzo rimanente prima
della scadenza formale del Nuovo Start, non intraprenderemo alcuna iniziativa o
appello formale agli americani. Abbiamo fatto tutto il necessario in precedenza,
tempestivamente e con largo anticipo; hanno avuto tutto il tempo necessario per
riflettere”, ha dichiarato Ryabkov, citato dall’agenzia Tass. “Anche la mancanza
di risposta è una risposta”, ha affermato il vice ministro russo. “Attualmente
non ci sono i prerequisiti per riprendere un dialogo sostanziale con gli Stati
Uniti sulla stabilità strategica – ha osservato ancora Ryabkov -. Abbiamo
bisogno di cambiamenti positivi di vasta portata nell’approccio generale degli
Stati Uniti alle relazioni con noi”.
A fine gennaio Peskov aveva sottolineato come “creare un nuovo trattato per la
stabilità strategica” fosse “un processo lungo e complesso”, ricordando che
“dopo la scadenza del New Start, emergerà una lacuna nel quadro giuridico per la
stabilità strategica”. Aveva poi aggiunto che è improbabile che questa mancanza
possa rientrare “negli interessi della Russia, degli Stati Uniti o del mondo
intero”. Sebbene la Russia abbia formalmente sospeso la propria partecipazione
al trattato nel marzo 2023, i limiti imposti dal documento sono rimasti di fatto
in vigore, anche se in assenza di meccanismi di verifica.
Che cos’è e cosa prevede il New Start – Si stima che Usa e Russia detengano il
90% degli ordigni nucleari di tutto il mondo. E il New Start, firmato a Praga
nel 2010 dagli allora presidenti Barack Obama e Dmitry Medvedev, limita gli
armamenti nucleari strategici fissando un tetto di 1.550 testate e 700 missili e
bombardieri dispiegati per ciascuno dei due Stati. Entrò in vigore il 5 febbraio
2011 e fu prorogato una prima volta per 5 anni nel febbraio 2016 e una seconda
nel febbraio 2021. Il tema è particolarmente delicato trattandosi di armi
terribili come quelle atomiche. E la sua scadenza riecheggia mentre persistono
le tensioni tra Europa e Mosca, e mentre è ancora in corso l’aggressione
militare ordinata da Putin contro l’Ucraina. Il New Start prevede anche
ispezioni agli arsenali, ma queste sono state interrotte durante la pandemia di
Covid-19, e nel 2023 – nel pieno del conflitto in Ucraina – Putin, pur
sostenendo che la Russia avrebbe comunque rispettato i limiti fissati dal
trattato, ha sospeso la partecipazione di Mosca all’accordo riaccendendo i
timori di una nuova pericolosa corsa agli armamenti. Nel 2019 Trump ritirò
invece gli Usa dal Trattato Inf accusando Mosca di violarlo: si tratta
dell’accordo che nel 1987 aveva messo fine alla crisi degli euromissili e che
proibiva i razzi a media gittata.
L'articolo Il Trattato New Start in scadenza. Cremlino: “Tra poco il mondo sarà
in una situazione più pericolosa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Nucleare
L’apocalisse non è mai stata così vicina. Le lancette del Doomsday Clock, che
ticchettano la sorte dell’umanità al ritmo del progresso e delle nuove
tecnologie che via via implementiamo, sono state portate avanti. Mancano adesso
solo 85 secondi alla mezzanotte, ora simbolica della catastrofe globale.
Con lo sguardo severo gli scienziati del The Bulletin of the Atomic Scientists,
organizzazione no profit fondata nel 1947, hanno aggiornato l’orologio ideato da
scienziati come Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer dopo la tragedia
nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Un campanello d’allarme simbolico per farci
aprire gli occhi su come alcune invenzioni che stiamo sviluppando ci stiano
avvicinando all’autodistruzione.
“Il Comitato scientifico e di sicurezza del Bulletin ritiene che l’umanità non
abbia compiuto progressi sufficienti per quanto riguarda i rischi esistenziali
che mettono in pericolo tutti noi. Abbiamo quindi deciso di spostare l’orologio
in avanti – ha detto Alexandra Bell, presidente e CEO del Bulletin of the Atomic
Scientists – l’orologio dell’apocalisse è uno strumento che serve a comunicare
quanto siamo vicini alla distruzione del mondo con le tecnologie che noi stessi
abbiamo creato. I rischi che corriamo a causa delle armi nucleari, dei
cambiamenti climatici e delle tecnologie dirompenti sono tutti in aumento. Ogni
secondo è prezioso e il tempo a nostra disposizione sta per scadere. È una dura
verità, ma questa è la nostra realtà. Mancano ora 85 secondi alla mezzanotte”.
Nel 2025 lancette sono saltate avanti di ben 4 secondi (rispetto agli 89 secondi
al disastro dell’anno precedente) spinte dalla minaccia di guerre nucleari,
dall’accelerazione dello sviluppo di arsenali atomici e dal rischio che armi
nucleari possano essere dispiegati anche nello spazio. E poi l’aggravarsi dei
cambiamenti climatici, il pericolo di disastri biologici e pandemie da cui non
siamo preparati a difenderci e, su tutti, lo sviluppo dell’intelligenza
artificiale.
“Siamo al momento più critico nella storia dell’orologio. In ognuna delle aree
che osserviamo non solo non siamo riusciti a fare i passi necessari a ridurre i
rischi per l’umanità ma ne abbiamo creati altri ancora più grandi. I conflitti
si sono intensificati nel 2025 con molteplici operazioni militari che hanno
coinvolto stati dotati di armi nucleari” ha detto Daniel Halz, presidente del
consiglio del Bullettin con sede a Chicago, portando l’attenzione su altro
pericoloso conto alla rovescia: “La prossima settimana scadrà l’ultimo trattato
che regola le scorte di armi nucleari tra Stati Uniti e Russia. Per la prima
volta in oltre mezzo secolo, non ci sarà nulla che impedirà una corsa sfrenata
agli armamenti nucleari”.
Quei 4 secondi saranno colpa di Trump? Russia, Cina e Stati Uniti hanno un bel
palleggio di responsabilità da fare ma sul presidente e capo della maggiore
economia mondiale, gli scienziati atomici puntano il dito: “Quando Vladimir
Putin e Donald Trump si sono incontrati in Alaska, la questione del rinnovo del
trattato sul nucleare New Start non è stata sollevata. Ci deve essere una certa
prevedibilità sul numero di armi che gli Stati Uniti e la Russia schiereranno, e
poi bisogna iniziare a coinvolgere la Cina sulla stessa questione – sostiene
Steve Fetter membro del Consiglio del Bulletin – La realtà è che sotto le
diverse amministrazioni precedenti a Trump, mantenere la sicurezza
internazionale era un lavoro quotidiano. Dall’insediamento del tycoon questo è
cessato. Non ci sono persone intelligenti che lavorano su questo problema, che
interagiscono con i nostri avversari per cercare di ridurre il pericolo
nucleare. Ed è questo che deve cambiare”.
Trump è protagonista di quelle che gli scienziati del Bulletin chiamano
“tendenze autocratiche che ostacolano la cooperazione internazionale e fungono
da moltiplicatore di minacce, rendendo il mondo più impotente di fronte ai
pericoli esistenziali”, come osserva Halz: “Conosciamo con allarme le recenti
tragedie del Minnesota e l’erosione dei diritti costituzionali dei cittadini
americani. La storia ha dimostrato che quando i governi smettono di rendere
conto ai propri cittadini, ne conseguono conflitti e miseria. E questa tendenza
globale rende il mondo più pericoloso per tutti”.
Ad aumentare le preoccupazioni degli scienziati del Doomsday Clock è
l’intelligenza artificiale: la minaccia di una sua integrazione non
regolamentata nelle apparecchiature militari, di un potenziale uso improprio per
creare minacce biologiche e del ruolo nel’IA nel diffondere disinformazione a
livello globale. “La tecnologia che governa le nostre vite sta provocando una
armageddon dell’informazione. Dai Social Media all’intelligenza artificiale
generativa, nessuna di queste tecnologie è ancorata ai fatti. Le piattaforme che
mediano le nostre informazioni sono state costruite su un modello estrattivo e
predatorio. Hanno trasformato la nostra attenzione in una merce e la nostra
indignazione nel loro modello di business. Non ci connettono, ci dividono. E
questa divisione, ha permesso il crollo della cooperazione e l’ascesa di leader
illiberali che sfruttano il caos” ha sottolineato la premio Nobel per la Pace e
CEO di Rappler Maria Ressa. “Quello a cui stiamo assistendo – continua Ressa – è
qualcosa di ancora più pericoloso, ovvero la fusione dei poteri di stato con gli
oligarchi tecnologici che controllano le piattaforme”.
E mentre il mondo si interroga su benefici e pericoli dell’intelligenza
artificiale, questa tecnologia si dimostra già un flagello per i lavoratori
britannici. Uno studio condotto da Morgan Stanley ha riscontrato che il Regno
Unito è il paese che più delle altre grandi economie mondiale come Giappone,
Stati Uniti Germania e Australia è stato colpito dall’uso dell’IA, responsabile
per un 8% di riduzione di posti di lavoro nelle aziende britanniche negli ultimi
12 mesi.
Ma è ancora possibile portare indietro le lancette del Doomsday Clock? Sì. E
questo è il messaggio degli scienziati di Chicago e la vera missione
dell’orologio della catastrofe. “L’orologio non predice il futuro ma fa luce
sulla situazione corrente. È già stato riportato indietro in passato e può
esserlo di nuovo – dicono – ma spetta a noi. I cittadini di tutto il mondo devo
esigere che i propri governanti facciano di più, che cooperino per identificare
e mitigare i rischi per il mondo, o forse trovare leader disposti a farlo. Le
tecnologie e le capacità per invertire le lancette ci sono già”.
L'articolo 85 secondi alla catastrofe globale: l’inquietante aggiornamento degli
scienziati al Doomsday clock, “l’orologio dell’apocalisse” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’umanità non è mai stata così vicina alla catastrofe. Il Doomsday Clock,
l’orologio dell’Apocalisse creato dal Bulletin of the Atomic Scientists, è stato
spostato a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto che rappresenta
l’autodistruzione globale. È la posizione più avanzata mai raggiunta dalle
lancette, quattro secondi più vicina rispetto a un anno fa, e riflette
un’accumulazione di rischi che, secondo gli scienziati, non trova precedenti.
L’annuncio arriva a un anno dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump e
tiene conto di un contesto internazionale definito sempre più instabile:
escalation nucleare, crisi climatica, uso improprio delle nuove tecnologie e
collasso della fiducia nell’informazione. La decisione è stata presa dopo
consultazioni con un consiglio scientifico che include otto premi Nobel.
LE RAGIONI DELLO SPOSTAMENTO
Nel comunicato che accompagna l’aggiornamento dell’orologio, il Bulletin
sottolinea come Stati Uniti, Russia, Cina e altre grandi potenze siano diventati
“sempre più aggressivi, ostili e nazionalisti”. Secondo gli scienziati,
“conquiste globali duramente ottenute stanno crollando”, lasciando spazio a una
competizione tra potenze basata sulla logica del “chi vince prende tutto”.
Particolare preoccupazione riguarda il rischio di una nuova corsa agli armamenti
nucleari, aggravato dalla scadenza imminente del trattato New Start tra
Washington e Mosca, l’ultimo accordo rimasto per limitare gli arsenali
strategici. “Per la prima volta da oltre mezzo secolo, non ci sarà nulla a
impedire una corsa incontrollata agli armamenti nucleari”, ha dichiarato Daniel
Holz, fisico dell’Università di Chicago e presidente del Consiglio per la
Scienza e la Sicurezza del Bulletin, durante la conferenza stampa.
GLI STATI UNITI E LA FRATTURA ISTITUZIONALE
Nel rapporto viene citato anche il contesto interno agli Stati Uniti. I membri
del consiglio hanno espresso allarme per le azioni dell’amministrazione Trump,
che – secondo il Bulletin – ha infranto norme consolidate ordinando attacchi
unilaterali all’estero, dispiegando forze armate sul territorio nazionale in
sfida alle autorità locali e ritirando il Paese da diverse organizzazioni
internazionali. Viene richiamata in particolare l’operazione anti-immigrazione
in Minnesota, durante la quale agenti federali mascherati e armati hanno
represso manifestazioni, causando la morte di due persone. “La storia ha
dimostrato che quando i governi non rispondono più ai propri cittadini, seguono
conflitto e miseria”, ha affermato ancora Holz.
CLIMA E DISINFORMAZIONE
Sul fronte ambientale, il Bulletin segnala livelli record di emissioni di
anidride carbonica, mentre gli Stati Uniti stanno completando un drastico
ribaltamento delle politiche di contrasto al cambiamento climatico, una tendenza
che – secondo gli scienziati – è seguita anche da altri Paesi. Ma uno dei
fattori ritenuti più destabilizzanti è la crisi dell’informazione globale.
“Stiamo vivendo un Armageddon dell’informazione, la crisi sotto tutte le crisi”,
ha dichiarato Maria Ressa, giornalista investigativa filippina e premio Nobel
per la Pace. Ressa ha parlato di una tecnologia “predatoria ed estrattiva” che
diffonde le bugie più velocemente dei fatti e trae profitto dalle divisioni
sociali. Secondo Ressa, episodi come le azioni federali in Minnesota o le
minacce di Trump di sequestrare la Groenlandia sono esempi di una perdita
dell’integrità dell’informazione, in cui “i meme diventano realtà”. “Gli uomini
che controllano le piattaforme che plasmano ciò in cui credono miliardi di
persone si sono fusi con gli uomini che controllano governi ed eserciti”, ha
aggiunto.
UN OROLOGIO NATO NELLA GUERRA FREDDA
Il Bulletin of the Atomic Scientists fu fondato nel 1945 da Albert Einstein,
Robert Oppenheimer e altri scienziati nucleari dell’Università di Chicago. Nel
1947, l’orologio dell’Apocalisse venne posizionato per la prima volta a sette
minuti dalla mezzanotte. Da allora, le lancette sono state spostate più volte in
avanti e indietro, seguendo le crisi geopolitiche e tecnologiche globali. Anche
lo scorso anno l’orologio era avanzato, seppur di un solo secondo. All’epoca,
alcune dichiarazioni di Trump a favore della pace e della cooperazione
internazionale avevano contribuito a contenere lo spostamento. “Il problema è
che la retorica non ha per nulla corrisposto alle azioni”, ha osservato
Alexandra Bell, presidente e amministratrice delegata del Bulletin.
L'articolo L’orologio dell’Apocalisse avanza ancora: mancano 85 secondi alla
mezzanotte, lancette mai così vicine proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Scendere nell’arena, arrivare nei gangli della società. Anche in modo
aggressivo”. È così che l’industria nucleare italiana immagina il proprio
futuro. Le parole sono di Stefano Monti, presidente dell’Associazione Italiana
Nucleare, pronunciate il 12 dicembre durante un seminario online seguito da
poche decine di persone e che oggi raccoglie una cinquantina di like. Non un
lapsus, ma una linea strategica: alla spinta tecnologica va affiancata una
spinta comunicativa, territoriale, capillare. Convincere il Paese, prima ancora
che costruire gli impianti.
La coincidenza temporale è rivelatrice. Mentre Monti invita a “scendere
nell’arena” e a dotarsi di “finanziamenti adeguati” per una comunicazione più
aggressiva, il governo accelera sull’incardinamento del disegno di legge sul
nucleare “sostenibile”, promettendo una nuova stagione di cantieri e rilancio
industriale. Ma nello stesso momento, uno dei progetti simbolo di questa
strategia si arena davanti al Tar per un errore di Excel.
Il caso è quello del Dtt, il Divertor Tokamak Test in costruzione a Frascati,
impianto sperimentale sulla fusione nucleare indicato come pilastro della
filiera nazionale e ponte tecnologico verso Iter, il grande reattore
internazionale in costruzione in Francia. Un progetto finanziato con fondi
europei, caricato di valore scientifico e politico, che oggi rischia ritardi
pesanti per un corto circuito amministrativo.
La gara da 25,8 milioni di euro per la realizzazione della “vacuum vessel”, il
cuore dell’impianto, è stata aggiudicata a un raggruppamento sudcoreano guidato
da EnableFusion Inc. Le aziende italiane Walter Tosto e Simic hanno impugnato
l’esito davanti al Tar del Lazio, che il 16 luglio 2025 ha sospeso l’intera
procedura fino al giudizio di merito, fissato per domani. Nelle carte i giudici
parlano di “evidenti disallineamenti” nelle tabelle comparative dei costi: voci
finite nelle colonne sbagliate, calcoli che alterano la valutazione dell’offerta
economica.
Non solo. Il tribunale ha bocciato il tentativo della stazione appaltante — Dtt
S.C.A.R.L., partecipata da Enea — di correggere l’errore in corsa con una
rivalutazione successiva delle offerte, definendola una “supplenza impropria”.
Risultato: appalto congelato, procedura da riesaminare, tempi che si allungano.
Nel ricorso le aziende italiane sottolineano anche un altro elemento sensibile:
il raggruppamento sudcoreano dichiara costi del lavoro nettamente inferiori a
quelli previsti dai contratti collettivi italiani. Un vantaggio competitivo che
incide sull’offerta economica ma che, applicato a un’infrastruttura ad altissima
complessità tecnologica, apre interrogativi non marginali. Sulle gare al massimo
ribasso, sulla tenuta industriale della filiera e sulla gestione di tecnologie
strategiche affidate a soggetti extraeuropei, pur in presenza di finanziamenti
comunitari.
È qui che la retorica del “sovranismo tecnologico” si scontra con la realtà.
Mentre la politica accelera sul ddl e l’industria invoca una narrazione
muscolare per “arrivare nei gangli della società”, la gestione concreta di un
progetto bandiera mostra crepe evidenti. Tanto più se si considera che, secondo
quanto evidenziato nel ricorso, il raggruppamento vincitore sarebbe “molto
vicino ai vertici del progetto Iter”, un dettaglio che in una partita da milioni
di euro alimenta interrogativi su conflitti di interesse e governance.
Il tutto si innesta su un altro nodo mai sciolto: quello delle scorie
radioattive. L’Italia non ha ancora individuato il sito del deposito nazionale
per i rifiuti nucleari del passato, che restano in sistemazioni provvisorie.
Eppure, come se questo problema fosse archiviato, un recente studio europeo di
mappatura individua oltre 900 aree potenzialmente compatibili per future
centrali a fusione, di cui 196 in Italia, riaprendo il fronte delle scelte
territoriali e del consenso locale.
Da un lato, dunque, la filiera che chiede di “scendere nell’arena” con una
comunicazione più aggressiva per accompagnare la nuova stagione del nucleare.
Dall’altro, un appalto strategico che si ferma per un errore di incolonnamento,
mettendo in discussione affidabilità, tempi e capacità amministrativa. Prima
ancora di convincere gli italiani, forse il sistema dovrebbe dimostrare di saper
governare procedure, conti e responsabilità. Perché nel nucleare anche un errore
di Excel può diventare un problema politico.
L'articolo Nucleare, il pasticcio in un file Excel ferma la fusione. E la lobby
ora invoca la “comunicazione aggressiva” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre risuonava il monito della Cop30 di Belem e il governo del nostro Paese
spariva dai monitor allarmati per la protezione del clima, un importante
convegno tenuto a Milano il 22 novembre – con una rilevante partecipazione in
rappresentanza di 30 associazioni territoriali – produceva una critica sistemica
all’opzione nucleare, civile e militare. L’auspicio del governo per un ritorno
dell’atomo in Italia è stato preso in considerazione con molto realismo: si è
colto così come i rischi tecnici, sanitari, economici e socio‑politici siano
sottovalutati e incompatibili con le urgenze e la qualità di una transizione
climatica rapida e a costi sostenibili.
Il dibattito è stato puntuale e documentato e ha registrato una notevole
convergenza delle forze politiche invitate e intervenute (Pd, M5S, Avs, Prc,
Pci), quando è stata messa a nudo la propaganda governativa per un incauto
rilancio di quello che è stato definito con Robert Jungk “uno stato atomico”.
Tra i molti spunti di un confronto documentato, riprendo qui alcune indicazioni
tra le più rilevanti e di immediata comprensione.
Gli interventi (registrati in video) hanno confermato una falsa separazione tra
“atomo per la guerra” e “atomo per la pace”, con il rischio effettivo di una
“compromissione di democrazia, di natura, di futuro”. E’ stata contestata la
narrativa dei “nuovi reattori economici”, definendola un’illusione fondata su
stime di costo irrealistiche. Le cifre sbandierate (Lcoe a 50-70€/MWh) sarebbero
lontane dai valori effettivi, che salirebbero oltre i 200 €/MWh, specie quando
si internalizzano oneri finanziari, rischio progetto, assicurazioni, gestione
rifiuti e decommissioning. Se le valutazioni del nostro governo stanno a livelli
assai inferiori è perché si ipotizza la socializzazione dei rischi e la
privatizzazione dei profitti tramite sussidi, garanzie e tariffe indicizzate a
carico dei consumatori. Sono stati poi richiamati tempi di costruzione per i
reattori ben superiori ai dieci anni, citando casi concreti per gli impianti più
recenti: Hinkley Point C in Inghilterra con una escalation di costi a 33 mld £,
Vogtle negli Usa con esborsi passati da 14 a 35 mld $.
Sul profilo salute‑ambiente, è stato rilevato che la radioprotezione moderna
adotta il principio lineare senza soglia (Lnt) per le basse dosi: dunque non
esisterebbero esposizioni “prive di rischio”. Si è sostenuto che, sapendo che
gli effetti sanitari (tumori tiroidei, patologie cardiovascolari, malformazioni
congenite) sono sistematicamente minimizzati da autorità e organismi
internazionali, si arriverebbe a pratiche di negazione del danno analoghe a
quelle storiche dell’industria del tabacco.
I limiti della cultura della sicurezza e della regolazione nel settore nucleare
con la compenetrazione fra governi, enti regolatori e operatori indebolirebbe
l’indipendenza e la trasparenza dell’informazione, con esiti di sottovalutazione
delle emergenze, come mostrato dall’incidente di Fukushima. La promessa di
“sicurezza assoluta” disincentiverebbe una pianificazione realistica per eventi
rari ma ad alto impatto. In prospettiva climatica, nel caso di reattori nucleari
si aggiungono stress fisici crescenti (ondate di calore, siccità, alluvioni) che
aumentano il rischio di fermate non programmate e vulnerabilità dei sistemi di
raffreddamento e delle supply chain. La gestione del combustibile esaurito e dei
rifiuti ad alta attività resta un nodo irrisolto tecnologicamente e socialmente.
La chiusura degli impianti, poi, genera impegni finanziari certi e prolungati,
spesso coperti da fondi alimentati da tariffe o fiscalità.
Il settore nucleare è dipendente da sussidi e diplomazia statale: export credit,
garanzie, pacchetti “chiavi in mano” e programmi di “colonizzazione” come quelli
trattati da Trump nell’incontro a Washington con Giorgia Meloni. La contiguità
tecnologica tra civile e militare e i rischi di proliferazione sono all’ordine
del giorno, con pratiche industriali controverse, ancor più condizionate oggi
dalla corsa al riarmo. Pur tenendo conto dell’ondata di venture capital e
dell’interesse politico, è stato sottolineato che i piccoli reattori modulari
(Smr) affrontano ancora barriere su licenze, supply chain, dimostrazione di
costi e sicurezza. Le stime aumentano, le timeline slittano, e permangono
criticità insormontabili su rifiuti, gestione del plutonio e complessità
ingegneristiche; la presunta “modularità” non avrebbe ancora provato economie di
serie vantaggiose nella pratica.
In termini di sistema, si è rivendicato che eolico, solare e pompaggi (insieme a
storage elettrochimico e flessibilità di rete) abbiano ridotto fortemente i
costi complessivi e i tempi di dispiegamento, superando il nucleare nella
competizione dei costi, oltre che in nuova capacità e quote di generazione. Una
tecnologia come quella di fissione, assai poco flessibile, si integrerebbe
peggio in mercati con alta penetrazione variabile come nel caso delle
rinnovabili, aumentando i costi di bilanciamento.
Per quanto riguarda politiche pubbliche e allocazione del capitale, ogni euro
vincolato a nuovi reattori sottrae risorse a soluzioni climatiche più rapide,
scalabili e “low‑risk”: efficienza, reti, rinnovabili, accumuli, domanda
flessibile, elettrificazione dei consumi finali e pompaggio idroelettrico. In un
orizzonte di budget di carbonio stringente, i lunghi tempi di realizzazione del
nucleare indebolirebbero il contributo alla decarbonizzazione entro le scadenze
2030-2040.
A conclusione del convegno si è ribadito quanto il nucleare combini rischi
sanitari, costi in crescita, incertezze regolatorie, passività di lungo periodo
e dipendenza da supporto pubblico, mentre le rinnovabili con sistemi di accumulo
e gestione della domanda offrano tempi, costi e profili di rischio migliori. Per
l’Italia, la priorità dovrebbe essere un portafoglio di efficienza, reti,
rinnovabili, storage e flessibilità, evitando impegni finanziari e industriali
che potrebbero aggravare la crisi climatica e gravare su contribuenti e
consumatori per decenni. Ma non sembra questa la strada imboccata dal nostro
governo.
Il successo del convegno milanese apre un dibattito finora monopolizzato dalle
dichiarazioni e dai disegni di legge che Pichetto Fratin evita di portare al
dibattito del Parlamento e ad una valutazione aperta e franca dell’opinione
pubblica.
L'articolo Così un convegno a Milano smonta la narrazione di governo sul
nucleare proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Quello che vorrei fare è denuclearizzare, anzitutto organizzando un incontro
con le tre maggiori potenze nucleari per ridurre le armi nucleari. Noi siamo i
numeri uno, la Russia il numero due, la Cina il numero tre, ma entro quattro o
cinque anni saranno al nostro livello”. Il presidente degli Stati Uniti Donald
Trump, parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, torna sul tema degli
arsenali nucleari e nello specifico della loro riduzione, di cui vorrebbe
discutere in un incontro tra Russia, Stati Uniti e Cina.
Il tema delle armi nucleari è tornato in primo piano a Washington dopo le
dichiarazioni del presidente, che vorrebbe riprendere gli esperimenti. Ma
secondo quanto riporta Cnn, i più alti funzionari dell’amministrazione Trump in
materia di energia e nucleare incontreranno il tycoon nei prossimi giorni con
l’obiettivo di dissuaderlo dalla ripresa dei test, valutata come non
sostenibile. Per parte sua, Mosca ha già dichiarato che eventuali esperimenti
segnerebbero la fine della moratoria e la Russia “agirà di conseguenza”. “I test
sulle armi nucleari significano, di fatto, che il periodo piuttosto lungo in cui
è stato in vigore un divieto totale verrà interrotto e, naturalmente, come ha
detto il nostro presidente, in questo caso la Federazione Russa agirà di
conseguenza”, ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.
Sull’allarme creato dal rilancio del dibattito è intervenuto anche lo scorso 11
novembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, parlando alle
Nazioni Unite di Vienna, ha sottolineato che c’è l’esigenza di “rafforzare – e
non demolire – l’architettura relativa al disarmo e alla non proliferazione
delle armi nucleari, in una fase storica in cui, invece, assistiamo a
inaccettabili allusioni all’impiego di armi di distruzione di massa“.
L'articolo Trump: “Voglio incontro tra Usa, Russia e Cina per ridurre le armi
nucleari” proviene da Il Fatto Quotidiano.