L’Iran è stato colpito, ma non è crollato. E soprattutto, secondo i servizi di
sicurezza degli Stati Uniti, non ha ripreso il programma nucleare dopo gli
attacchi del giugno 2025. È una linea che segna una frattura politica rilevante
a Washington quella emersa durante l’audizione al Senato della direttrice
dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, mettendo in discussione la narrativa
usata dalla Casa Bianca e da Donald Trump per giustificare l’operazione “Epic
Fury” in corso contro l’Iran in coordinamento con Israele.
Davanti ai senatori, Gabbard ha delineato un quadro netto: “L’Iran dovrà
ricostruire l’esercito se sopravvive alla guerra”. Una frase che sintetizza la
valutazione dell’apparato di intelligence statunitense: la Repubblica islamica è
stata duramente colpita, ma le sue strutture politiche restano in piedi. “Il
governo di Teheran è intatto”, ha precisato, pur essendo “ampiamente indebolito
a causa degli attacchi alla sua leadership e alle sue capacità militari”.
Affermazioni che correggono, se non addirittura contraddicono, la lettura che il
presidente degli Stati Uniti ha dato dell’andamento della guerra. Durante un
evento in Kentucky l’11 marzo Trump ha dichiarato: “Abbiamo vinto la guerra
contro l’Iran in un’ora”. In comunicazioni ufficiali tra il 16 e il 17 marzo,
invece, il tycoon ha affermato che il regime di Teheran è stato “distrutto“.
Il punto più delicato dell’audizione riguarda però il dossier nucleare. Gabbard
ha affermato che, dopo l’operazione “Midnight Hammer” del giugno 2025, “il
programma di arricchimento nucleare iraniano è stato annientato” e, soprattutto,
che “da allora non ci sono stati tentativi di ricostruire i loro impianti”. Una
valutazione che contraddice apertamente la giustificazione utilizzata da Trump
per lanciare l’operazione “Epic Fury”.
Il capo della Casa Bianca aveva infatti motivato l’escalation sostenendo che
Teheran stesse rapidamente ripristinando le proprie capacità strategiche.
Mercoledì 4 marzo, durante la firma del ” Patto per la tutela dei contribuenti ”
alla Casa Bianca, Trump aveva dichiarato che l’Iran era a due settimane dal
dotarsi di armi nucleari. “Se non avessimo colpito entro due settimane,
avrebbero avuto un’arma nucleare“, ha detto Trump durante l’incontro. “Quando i
pazzi hanno armi nucleari, succedono cose brutte”, aveva aggiunto, presentando
l’intervento come necessario a impedire una ripresa immediata delle capacità
militari iraniane. Parole che ora, alla luce delle valutazioni
dell’intelligence, appaiono quanto meno controverse.
Gabbard, tuttavia, non ha letto in aula il passaggio del suo intervento in cui
si afferma che l’Iran non ha tentato di ricostruire i programmi per
l’arricchimento dell’uranio. E quando il senatore democratico, Mark Warner, a
cui era stato consegnato il testo integrale, lo ha fatto notare, chiedendole se
abbia “omesso il paragrafo perché il presidente due settimane fa ha detto che
dall’Iran veniva una minaccia imminente”, la direttrice della National
Intelligence ha risposto: “No, ho solo visto che mi ero dilungata e quindi ho
saltato dei passaggi“.
Gabbard ha comunque sottolineato che la minaccia iraniana non è scomparsa.
Secondo le valutazioni citate durante l’audizione, Teheran potrebbe sviluppare
un missile balistico intercontinentale entro il 2035. Si tratta di una stima già
presente in precedenti rapporti della Defense Intelligence Agency, ma che dovrà
essere aggiornata alla luce dei danni inflitti dalle operazioni militari
statunitensi e israeliane.
L'articolo Guerra all’Iran, Gabbard smentisce Trump: “Teheran non stava cercando
di arricchire l’uranio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Nucleare
Italia terra di basi, installazioni e servitù militari. La guerra scatenata da
Israele e dagli Stati Uniti di Donald Trump contro l’Iran ha fatto tornare di
attualità il ruolo – marginale nella diplomazia, fondamentale nello scacchiere
militare – che il nostro Paese riveste nel dispiegamento delle forze Nato in
generale e di quelle americane più nello specifico. Al pari forse della sola
Germania, infatti, l’Italia è stata – a partire dal secondo dopoguerra e per
lungo tempo fino alla fine della guerra fredda – il luogo d’elezione per
piazzare piste, fortini, munizioni e radar che guardavano a Est. Ma se la caduta
del Muro di Berlino e l’evoluzione tecnologica hanno reso inutili se non
inservibili (quando non proprio abbandonate) molte di queste strutture, il
tessuto del Paese rimane costellato ancora oggi di strutture più o meno
operative che potrebbero ritrovarsi coinvolte, anche solo per esigenze
logistiche, di fronte a una ulteriore escalation del conflitto.
LA DISTRIBUZIONE DELLE BASI
Ricostruire la mappa della miriade di torri, uffici di comunicazione, basi,
depositi e caserme sparse per il Paese non è semplice. Alle fonti ufficiali
infatti, da sempre si accompagnano antologie di luoghi mai ufficialmente
riconosciuti ma nemmeno mai smentiti, spesso identificati da siti di
controinformazione e rilanciate dai media mainstream. Di ciascuno di questi siti
– in assenza di definizioni ufficiali – è altrettanto arduo ricostruire
l’effettivo utilizzo sotto l’ombrello Usa o Nato, spesso concorrenti o
paralleli. Per questo le mappe che pubblichiamo si basano sull’unica ipotesi
possibile: quella del confronto di fonti macro (fonti ufficiali, Ong, campagne
internazionali) con la verifica, laddove possibile, su notizie della stampa
locale.
Quel che è certo oltre ogni ragionevole dubbio è che il principale “esportatore”
di basi militari al mondo sono gli Stati Uniti. I responsabili della campagna
World Beyond War ne hanno contate più di 870 a stelle e strisce su suolo
straniero, i due terzi delle 1200 basi estere a livello globale. Altrettanto
certo è che il conto di ciò che avviene nel mondo occidentale è ben più
credibile di quanto ammesso o comunicato da potenze come Russia e Cina, il cui
dispiegamento di forze, quando svelato, ha una funzione spesso di leva politica
ancor prima che militare.
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LA BOMBA
La proliferazione militare del secondo dopo guerra ha portato con sé anche
l’incremento di ordigni nucleari nelle mani delle due superpotenze e dei loro
alleati. In questo caso l’Italia vanta un piccolo record, essendo l’unico Paese
europeo con due depositi destinati agli ordigni atomici. Un terzo delle atomiche
custodite in Europa si trova nel nord Italia, nelle due principali basi aeree di
Aviano e Ghedi.
Complessivamente, il numero delle testate nel mondo è superiore a 12mila, la
gran parte delle quali in mano a Stati Uniti e Russia. Le sorti incerte dei
trattati di non proliferazione (dopo il ritiro russo nel 2023) rendono questo
numero ulteriormente difficile da stimare in futuro.
L'articolo Dalla guerra fredda all’Iran: il ruolo dell’Italia nello scacchiere
militare. Usa, Nato e nucleare nel nostro Paese: le mappe interattive proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“L’attacco all’Iran è totalmente illegale sul piano del diritto internazionale.
Ma dimostra come il nucleare sia un Giano bifronte, ovvero come sia impossibile
scindere la parte civile da quella militare. Questo vale per gli Stati Uniti,
per la Francia, la Russia e anche per la Cina, che ha un armamento minore: lo
sviluppo dell’industria civile nucleare è necessario per costruire gli arsenali
atomici”. Ci tiene anzitutto a chiarire il legame tra nucleare a scopi civili e
militari Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, autore, con
Gianni Silvestrini, del libro (in uscita il 4 marzo), “L’illusione del nucleare
e la rivoluzione delle rinnovabili” (Edizioni Ambiente). Entrambi gli autori
sottolineano con forza, inoltre, come il nucleare sia una tecnologia obsoleta,
costosissima e parzialmente insicura: “Vale per qualunque tecnologia”, prosegue
Onufrio. “Se non si riescono a sostituire gli impianti, ebbene, quella è la
fotografia di un sistema che muore. E se non sta declinando definitivamente,
nonostante sia una tecnologia fuori mercato, è solo perché, come dicevo, la si
vuole tenere in vita anche per scopi militari”.
Si parla oggi tuttavia, moltissimo, di piccoli impianti modulari.
Onufrio. È un nonsense. Se gli impianti grandi producono elettricità fuori
mercato, a maggior ragione saranno fuori mercato quelli piccoli. Questi progetti
raccolgono soldi sulla carta, si aprono start up, ma al momento non esiste uno
solo di questi SMR in nessun Paese occidentale e nemmeno come prototipo.
Veniamo alle rinnovabili. In che senso sono una rivoluzione?
Silvestrini. Anno dopo anno, aumentano la loro quota e, cosa importante,
riusciranno a ridurre le bollette a fronte di una loro forte crescita perché il
prezzo marginale non verrebbe più calcolato sul gas. Le rinnovabili crescono
ovunque, in Ungheria come in Vietnam e Pakistan perché il fotovoltaico è così
economico da riuscire a spiazzare i fossili. È una tendenza che neanche Trump
riesce a rallentare. Secondo la U.S. Energy Information Administration nel 2026
solo il 7% della nuova potenza deriverà dai fossili, a fronte di una forte
avanzata di rinnovabili e batterie.
Danimarca, Germania, California e Australia meridionale sono Paesi che possono
concretamente raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica. Ma perché ciò
accada abbiamo bisogno anche dell’idrogeno?
Silvestrini. Questo è un punto importante. Per arrivare al 60% o all’80% di
elettricità rinnovabile servono certamente i metodi tradizionali di stoccaggio
(con migliaia di batterie piccole o con impianti di batterie di grande scala).
Ma se parliamo di livelli elevati, l’intermittenza del sole e del vento si
affronterà con l’idrogeno, che oggi cresce molto lentamente. Ma, nel 2035-2050
sarà invece centrale per arrivare al 100% di elettricità rinnovabile.
Con l’elettrificazione dei trasporti e del riscaldamento aumenta la richiesta di
elettricità. Riusciremo a coprirla?
Onufrio. Aumenterà sicuramente, addirittura negli scenari fatti dal governo
italiano è previsto un raddoppio al 2050, tra auto elettriche e pompe di calore.
Ma bisogna spiegare chiaramente che mentre aumentano i consumi elettrici
diminuiscono i consumi energetici totali. Basti pensare che l’auto elettrica
consuma un terzo circa dell’energia di un’auto normale.
Parliamo di stabilità delle reti e di stoccaggio.
Silvestrini. La sfida dei prossimi anni sarà certamente sia sul fronte dei
sistemi di accumulo e sul potenziamento delle reti, che serviranno per gestire
la transizione fino all’idrogeno. Ma abbiamo ancora almeno quindici anni di
fronte e i prezzi stanno scendendo rapidamente.
Qual è, ad oggi, lo scenario italiano?
Silvestrini. Purtroppo è uno scenario di retroguardia sia sul fronte della
mobilità elettrica – siamo al 6% delle vendite contro il 15-25% dei Paesi del
centro-nord – che sulle rinnovabili. È inutile fare un decreto bollette se non
si aumentano le rinnovabili, perché è solo facendole crescere che si può ridurre
il costo, come ha fatto al Spagna. Le poche cose che fa questo governo le fa
solo perché obbligato dall’Europa, ma al tempo stesso cerca di mettere in
discussione anche gli obiettivi europei, come la legislazione ETS o lo stop
all’auto endotermica. La miopia non è solo del governo ma anche di aziende come
Stellantis, che non comprendono che la direzione delle rinnovabili e della
mobilità elettrica è un fiume che nessuno può fermare. Presto saremo invasi di
auto elettriche cinesi a basso costo.
L’Italia sta seguendo gli Stati Uniti?
Onufrio. In realtà non è neanche così. Nel libro analizziamo il caso della
California e del Texas. I due Stati – a guida politica opposta – stanno
gareggiando rispetto al tema della transizione. Inoltre, anche se Trump, alfiere
del vecchio, sta cercando di bloccare eolico e solare, non ci riesce, almeno non
del tutto, perché per fortuna negli Stati Uniti le politiche energetiche le
fanno gli Stati e ci sono giudici che bloccano i decreti anti-rinnovabili. Da
noi invece tutti i governi – chi più chi meno – si sono allineati sugli
interessi di chi ci vende gas e petrolio, a partire da Eni. Oggi in Italia noi
abbiamo il 45% dell’elettricità fatto con il fossile: potremmo rapidamente farlo
scendere al 10% con le tecnologie esistenti. Che non lo si faccia è grave e
incomprensibile.
È chiaro, comunque, che nucleare e rinnovabili non possono essere complementari,
come il governo invece sostiene.
Onufrio. No, e lo si vede già in alcuni casi riportati nel libro. Gli impianti
nucleari non possono variare rapidamente la potenza, anche per una questione di
sicurezza. Lo sviluppo delle batterie industriali eliminerà il problema di
integrare fonti come eolico e solare.
Qual è il messaggio conclusivo del libro?
Silvestrini. Vorremmo chiarire come il nucleare sia una opzione assolutamente
inconsistente. E spiegare che perseguirla significa perdere occasioni importanti
per lo sviluppo industriale ed economico del Paese. È una mancanza di visione,
che risente, ovviamente, anche delle pressioni delle lobby.
L'articolo Nucleare, gli esperti: “Quella italiana? Opzione inconsistente.
Perdiamo occasioni per lo sviluppo industriale ed economico” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il luogo è simbolico. Il presidente Macron, dall’Ile Longue, base di quattro
sottomarini atomici francesi, annuncia un cambio di passo sul piano della difesa
militare nucleare, definendola “deterrenza avanzata”. “Dobbiamo rafforzare la
nostra deterrenza nucleare di fronte alle molteplici minacce e dobbiamo
considerare la nostra strategia di deterrenza nella dimensione europea, nel
pieno rispetto della nostra sovranità” perchè “è la sicurezza dell’Europa ad
essere in gioco”. Per questo motivo il presidente annuncia: “Ho ordinato di
aumentare il numero di testate nucleari del nostro arsenale”.
Le parole di Macron in qualche modo erano state preannunciate; il 27 febbraio
l’Eliseo aveva dichiarato che il discorso sarebbe stato incentrato su “alcuni
cambiamenti e sviluppi significativi”, al contempo sottolineando che l’offerta
nucleare della Francia “non è in alcun modo in competizione con la Nato”. Macron
ha mantenuto fede alla premessa: Parigi offre protezione nucleare e nel contempo
lavora con gli alleati a progetti di missili a lunga gittata. Alleato
fondamentale risulta essere la Germania: a confermarlo è il cancelliere Merz che
sui social scrive: “Emmanuel Macron e io abbiamo istituito un gruppo direttivo
sul nucleare in cui coordiniamo le questioni relative alla deterrenza.
Intendiamo adottare misure concrete entro la fine dell’anno, tra cui la
partecipazione convenzionale della Germania alle esercitazioni nucleari
francesi”.
Ma non solo Berlino entra a far parte di questo sistema. Il presidente francese
ha confermato che sono otto i Paesi interessati al progetto: Regno Unito,
Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. Macron ha
precisato che la Francia consentirà il dispiegamento temporaneo dei suoi aerei
dotati di armi nucleari nelle basi alleate ma non ci sarà alcuna condivisione
delle decisioni con altre nazioni riguardo all’uso delle armi atomiche. In
questo modo le forze francesi potranno “diffondersi in tutto il continente
europeo” per “complicare i calcoli dei nostri avversari”. Il piano potrebbe
anche prevedere “la partecipazione convenzionale di forze alleate alle nostre
attività nucleari”, come è successo nelle “recenti esercitazioni militari cui
hanno partecipato forze britanniche”.
Durante il suo discorso, Macron ha richiamato i principi di collaborazione con
Londra e Berlino “nel quadro della cosiddetta iniziativa Elsa (European Long
Range Strike Approach) lanciata nel 2024 e che include anche Italia, Polonia e
Svezia”. Per quanto riguarda i progetti sui missili a lungo raggio, questi
saranno formulati da Francia, Gran Bretagna e Germania. Insomma, per il
presidente francese è tempo che l’Europa si affranchi dalla dipendenza
americana, ora più che mai viste le dichiarazioni altalenanti
dell’amministrazione Trump sulla guerra su larga scala in Ucraina iniziata
quattro anni fa con l’invasione russa. Per Macron è ora che “l’Europa riprenda
in mano il proprio destino” ed ha concluso così: “Dobbiamo essere potenti,
dobbiamo essere uniti, dobbiamo essere liberi”. La giornata nella base dei
sottomarini si è chiusa con l’annuncio di un nuovo u-boot nucleare lanciamissili
che sarà operativo nel 2036 e si chiamerà Invincible.
Di altro tenore l’atmosfera in Spagna. Il premier Sanchez ha negato agli Stati
Uniti le basi gestite in modo comune – Rota e Moron – per l’utilizzo
nell’operazione contro l’Iran. Sanchez scrive sui social che “la violenza genera
solo altra violenza” e che “le bombe colpiscono obiettivi militari, ma anche
strade, aeroporti, scuole e case di civili innocenti. È necessario fermare
immediatamente questa spirale di violenza e tornare al quadro della diplomazia e
del dialogo”.
Parole di condanna, dunque, per tutti gli attori del conflitto: “Nelle ultime
ore l’Iran ha attaccato Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Cipro, Emirati Arabi
Uniti, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait e Oman. Condanniamo con forza tutti gli
attacchi illegali e indiscriminati contro i paesi del Consiglio di cooperazione
del Golfo e altri paesi della regione. Condanniamo anche il lancio di missili da
parte di Hezbollah e l’attacco di Israele al Libano”.
L'articolo Macron annuncia un piano di deterrenza nucleare: “Ho ordinato di
aumentare il nostro arsenale, in gioco c’è la sicurezza dell’Europa” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Al via l’operazione congiunta Israele-Usa “ruggito del Leone”, per colpire
l’apparato militare iraniano. I rapporti tra Iran, Israele e Usa sono segnati da
costanti tensioni sin dalla rivoluzione islamica del 1979, soprattutto sul
programma nucleare di Teheran. Negli anni più recenti c’è stata l’escalation, in
particolare dopo l’attacco di Hamas, sostenuto da Teheran, del 7 ottobre 2023.
Di seguito un excursus delle principali tappe.
1967 – L’Iran entra in possesso del suo primo reattore di ricerca, quello di
Teheran, nell’ambito del programma americano “Atomi per la pace”.
1979 – Lo scià Mohammad Reza Pahlavi, gravemente malato, fugge dall’Iran mentre
crescono le proteste popolari contro di lui. Pahlavi manteneva legami economici
e di sicurezza con Israele. L’ayatollah torna a Teheran dopo anni di esilio e la
rivoluzione islamica lo porta al potere. Gli studenti occupano l’ambasciata
degli Stati Uniti a Teheran, dando inizio alla crisi degli ostaggi, durata 444
giorni. Il programma nucleare iraniano viene sospeso sotto la pressione
internazionale. La nuova teocrazia iraniana identifica Israele come il nemico
principale.
2002 – I servizi segreti occidentali e un gruppo di opposizione iraniano
rivelano l’esistenza dell’impianto segreto di arricchimento di uranio di Natanz.
2003 – Regno Unito, Francia e Germania avviano negoziati con l’Iran sul
nucleare.
2003 – L’Iran sospende l’arricchimento dell’uranio.
2006 – L’Iran annuncia che riprenderà l’arricchimento dell’uranio dopo
l’elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, sostenitore della linea dura.
Gran Bretagna, Francia e Germania abbandonano i negoziati in fase di stallo.
2009 – Le controverse elezioni presidenziali iraniane vedono la rielezione di
Ahmadinejad, nonostante le accuse di brogli, scatenando le proteste del
Movimento Verde e una violenta repressione da parte del governo.
2009 – Sotto la presidenza di Barack Obama, gli Stati Uniti e l’Iran aprono un
canale segreto per lo scambio di messaggi nel sultanato dell’Oman.
2010 – Viene scoperto il virus informatico Stuxnet, che molti ritengono essere
una creazione congiunta di Stati Uniti e Israele. Il virus ha danneggiato e
distrutto diverse centrifughe iraniane.
2015 – Le potenze mondiali e l’Iran annunciano un accordo sul nucleare di lungo
termine, JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action), che limita l’arricchimento
dell’uranio da parte di Teheran, in cambio della revoca delle sanzioni
economiche.
2018 – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu afferma che Israele ha
ottenuto decine di migliaia di pagine di dati che dimostrano che l’Iran ha
nascosto il suo programma nucleare prima di firmare un accordo con le potenze
mondiali nel 2015. Un ex capo del Mossad conferma che le informazioni sono state
ottenute da più di una dozzina di agenti non israeliani da casseforti a Teheran
nel 2018. Il presidente Usa, Donald Trump, si ritira unilateralmente
dall’accordo sul nucleare iraniano JCPOA.
2020 – I presunti attacchi israeliani contro il programma nucleare iraniano si
intensificano notevolmente dopo l’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare del
2015, volto a impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari.
Luglio 2020 – Una misteriosa esplosione distrugge un impianto di produzione di
centrifughe nell’impianto di arricchimento nucleare di Natanz, in Iran. Teheran
accusa Israele dell’attacco.
Novembre 2020 – Mohsen Fakhrizadeh, uno dei massimi scienziati militari iraniani
nel campo del nucleare, viene ucciso da una mitragliatrice telecomandata mentre
viaggia in auto fuori Teheran. Un alto funzionario della sicurezza iraniana
accusa Israele di aver utilizzato “dispositivi elettronici” per uccidere a
distanza lo scienziato, fondatore del programma nucleare militare iraniano negli
anni 2000.
2021 – L’Iran inizia ad arricchire l’uranio fino al 60%, il livello di purezza
più alto mai raggiunto e a un passo tecnico dal livello militare del 90%.
Aprile 2021 – Un attacco prende di mira l’impianto nucleare sotterraneo iraniano
di Natanz. L’Iran accusa Israele, che non rivendica la responsabilità, ma i
media israeliani riportano ampiamente che il governo ha orchestrato un attacco
informatico che ha causato un blackout nell’impianto.
Giugno 2022 – L’Iran accusa Israele di aver avvelenato due scienziati nucleari
in città diverse a tre giorni di distanza l’uno dall’altro, anche se le
circostanze rimangono poco chiare.
7 ottobre 2023 – I militanti di Hamas e della Jihad islamica dalla Striscia di
Gaza irrompono in Israele, uccidendo 1.200 persone e prendendo 250 ostaggi,
dando inizio alla guerra più intensa tra Israele e Hamas. L’Iran, che ha armato
Hamas, offre sostegno ai militanti.
14 febbraio 2024 – Un attacco di sabotaggio israeliano provoca diverse
esplosioni su un gasdotto iraniano che collega la provincia occidentale di
Chaharmahal e Bakhtiari alle città sul Mar Caspio.
1 aprile 2024 – Il consolato iraniano a Damasco, capitale della Siria, viene
colpito in un raid israeliano. I morti, secondo le autorità iraniane, sono
sedici. Fra loro anche diversi membri dei pasdaran, tra cui il generale Mohammad
Reza Zahed, comandante delle forze Quds, e il suo vice. Teheran promette
vendetta.
13 aprile 2024 – Nella notte per la prima volta l’Iran lancia un attacco diretto
contro lo Stato di Israele, in risposta al bombardamento del consolato iraniano
a Damasco. Vengono utilizzati missili balistici, da crociera e oltre 300 droni.
Il sistema di difesa israeliano Iron Dome, coadiuvato dai Paesi alleati e anche
dalla Giordania, respinge la minaccia. Nessun cittadino rimane ferito e non si
registrano danni gravi sul territorio israeliano.
19 aprile 2024 – Israele compie la sua ritorsione nei confronti dell’Iran
attaccando una base aerea militare nei pressi della città di Isfahan, a circa
400 chilometri da Teheran. L’Iran minimizza l’accaduto parlando di “attacco
fallito”. Il leader dell’estrema destra israeliana Itamar Ben-Gvir parla di
attacco “debole” scatenando le reazioni dell’opposizione.
31 luglio 2024 – Ismail Haniyeh, capo politico di Hamas, viene ucciso insieme
alla sua guardia del corpo a Teheran in quello che, pur non essendo mai stato
rivendicato, è considerato da tutti gli osservatori internazionali un raid
israeliano. Haniyeh si trovava in una struttura gestita da militari iraniani
dopo aver partecipato alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente
iraniano, Masoud Pezeshkian. Teheran giura vendetta.
27 settembre 2024 – Un attacco aereo israeliano uccide il leader di Hezbollah,
Hassan Nasrallah. Formato da membri della Guardia rivoluzionaria iraniana che si
erano recati in Libano nel 1982 per combattere i soldati israeliani invasori,
Hezbollah è stato il primo gruppo sostenuto dall’Iran e utilizzato come
strumento per “esportare” il proprio modello di Islam politico.
1 ottobre 2024 – Per la seconda volta dal 7 ottobre 2023, l’Iran lancia un
attacco diretto nei confronti di Israele, in risposta alle uccisioni di Ismail
Haniyeh e Hassan Nasrallah. Vengono utilizzati circa 200 missili balistici.
L’Iron Dome, il sistema di difesa israeliano, coadiuvato dalle forze alleate,
respinge l’attacco. L’unica vittima è un cittadino palestinese nella città di
Gerico, colpito dai detriti di un missile caduto. Israele annuncia una reazione
e Teheran minaccia: “Se lo farete, vi ridurremo in cenere”.
16 ottobre 2024 – Israele uccide il leader di Hamas, Yahya Sinwar, nella
Striscia di Gaza.
26 ottobre 2024 – Nella notte fra il 25 ottobre e le prime ore del 26, Israele
lancia un nuovo attacco, della durata di diverse ore, sul territorio iraniano.
Lo Stato ebraico comunica di aver colpito le “strutture di produzione di missili
utilizzati contro lo stato di Israele nell’ultimo anno” e invita Teheran a non
reagire, perché in caso contrario “pagherebbe un prezzo alto”. Israele, su
pressione dell’amministrazione Biden, evita di colpire gli impianti nucleari.
L’Iran parla di danni limitati e minimizza l’accaduto.
13 giugno 2025 – Israele lancia nella notte una vasta offensiva aerea contro
l’Iran, colpendo impianti nucleari, installazioni militari e residenze di alti
dirigenti del regime di Teheran. L’operazione, denominata “Rising Lion”, è il
più imponente attacco diretto tra i due Paesi nella storia recente del
Medioriente. Oltre 200 velivoli dell’aeronautica israeliana prendono parte
all’azione, supportati da cyber-attacchi e operazioni di intelligence mirate.
Gli obiettivi colpiti comprendono le aree di Natanz, Khondab, Khorramabad,
Teheran e Isfahan, strategiche per il programma nucleare iraniano. Negli
attacchi vengono uccisi il comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione,
il generale Hossein Salami, il capo di stato maggiore delle forze armate
iraniane, Mohammad Bagheri, e alcuni importanti scienziati nucleari. Il
presidente americano Donald Trump parla di attacco “eccellente”, accusando
Teheran di non aver “colto” la possibilità di trattativa sul programma nucleare
che gli era stata fornita. L’Iran risponde lanciando missili e droni verso
Israele.
21 giugno 2025 – L’ayatollah Ali Khamenei avrebbe nominato tre suoi successori
in caso di morte. Secondo indiscrezioni, la Guida suprema si sarebbe rifugiato
in un bunker nel timore di essere ucciso. Né il presidente iraniano Masoud
Pezeshkian, né il ministro degli Esteri Abbas Aragchi sarebbero riusciti a
contattarlo per informarlo di una richiesta della Turchia di un incontro con
alti funzionari statunitensi a Istanbul.
22 giugno 2025 – Nella notte fra il 21 e il 22 giugno gli Stati Uniti attaccano
i siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan. Il presidente Donald Trump
in un discorso alla nazione parla di “spettacolare successo militare”, “se non
ci sarà presto la pace, colpiremo altri bersagli”. Il premier israeliano
Benjamin Netanyahu loda la “coraggiosa decisione” americana che “cambierà la
storia”. ‘Risponderemo con durezza, fermezza e in modo tale da far pentire chi
ci ha aggreditò, afferma il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian.
23 giugno 2025 – Teheran lancia missili verso la base americana di Al Udeid in
Qatar ‘in risposta all’aggressione americana”, con tanti missili quante le bombe
che gli Usa avevano sganciato sui tre siti nucleari iraniani attaccati nella
notte fra il 21 e 22 giugno. Il Qatar era stato avvertito in precedenza e anche
gli Usa avevano messo in sicurezza le basi, dove non si registrano danni. Nel
corso della giornata Israele aveva attaccato pesantemente l’Iran, colpendo
alcuni edifici simbolo del potere, fra cui il carcere di Evin. Poche ore prima
dell’attacco il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, era stato
ricevuto al Cremlino da Vladimir Putin, che ha definito il raid americano
“un’aggressione immotivata e priva di giustificazione”.
24 giugno 2025 – Nella notte fra il 23 e il 24 giugno il presidente americano
Donald Trump annuncia un cessate il fuoco “pienamente concordato” fra Israele e
Iran, proclamando la fine di quella che definisce “la Guerra dei 12 giorni”.
Trump loda i due Paesi “per l’intelligenza e il coraggio” dimostrati. La tv
iraniana annuncia lo stop alla guerra, affermando che è stato “imposto” a
Israele in seguito al “successo” dell’attacco iraniano alla base statunitense in
Qatar. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, afferma dal canto suo
che Israele ha raggiunto “tutti i suoi obiettivi”, eliminando una “duplice
minaccia esistenziale immediata, sia nel campo nucleare che in quello dei
missili balistici”. A un’ora di distanza dall’entrata in vigore della tregua,
due missili balistici vengono lanciati dall’Iran verso il nord di Israele, che
annuncia un’immediata rappresaglia. Teheran smentisce la violazione
dell’accordo. Una telefonata fra Trump e Netanyahu raffredda la situazione, con
il tycoon che si scaglia contro Iran e Stato ebraico: “Due Paesi che combattono
da così tanto tempo e in modo così duro che non sanno più che cazzo stanno
facendo”.
28 giugno 2025 – Migliaia di persone in lutto percorrono le strade del centro di
Teheran per i funerali del capo della Guardia Rivoluzionaria, generale Hossein
Salami, e di altri alti comandanti militari e scienziati nucleari uccisi durante
la “Guerra dei 12 giorni” con Israele. In totale vengono celebrate le esequie di
60 persone, fra cui quattro donne e due bambini. La folla grida “morte a
Israele” e “morte all’America”.
L'articolo Israele e Usa attaccano l’Iran. Le tappe dell’escalation militare
contro Teheran e le trattative sul programma nucleare proviene da Il Fatto
Quotidiano.
E’ in corso a Ginevra nella sede dell’ambasciata dell’Oman il terzo round di
negoziati indiretti tra Iran e Stati Uniti sul nucleare. La delegazione di
Teheran è guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, quella americana
dall’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff. I colloqui “restano limitati” al
programma nucleare di Teheran e alla richiesta di revoca delle sanzioni contro
la Repubblica islamica, ha affermato il ministero degli Esteri iraniano, con la
conferma che Teheran ha presentato una proposta tramite l’Oman, che fa da
mediatore. Gli Stati Uniti chiedono all’Iran di cessare l’arricchimento
nucleare, che Teheran sostiene di avere il diritto di perseguire. Trump ha
minacciato di attaccare il paese se non si raggiunge un accordo e ha radunato
forze in Medio Oriente.
Washinhton “ha prove” che l’Iran sta tentando di realizzare un’arma nucleare, ha
detto alla vigilia il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. Teheran non
svilupperà la bomba atomica come ha decretato la Guida suprema Ali Khamenei
circa vent’anni fa, ha risposto il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Nel
2003 Khamenei vietò con una fatwa, ovvero un decreto religioso, le armi di
distruzioni di massa, cosa che “significa chiaramente che Teheran non svilupperà
armi nucleari“, ha detto Pezeshkian. Gli Stati Uniti vorrebbero discutere anche
del potenziale missilistico a disposizione del regime degli ayatollah, ma
“l’Iran si rifiuta di parlare con noi di missili balistici o con chiunque altro,
e questo è un grosso problema”, ha detto nelle scorse ore il segretario di Stato
Marco Rubio.
L’Oman, che media i colloqui, fa professione di ottimismo. Il ministro degli
Esteri omanita Badr Albusaidi ha affermato che “i negoziatori hanno dimostrato
un’apertura senza precedenti a idee e soluzioni nuove e creative”, secondo una
dichiarazione del ministero degli Esteri rilasciata dopo l’incontro con gli
inviati statunitensi Witkoff e Jared Kushner.
Secondo il Financial Times l’Iran sta cercando di offrire incentivi economici,
inclusi investimenti nelle sue riserve di petrolio e nei suoi giacimenti di gas,
per convincere Donald Trump a evitare la guerra. Un’offerta del genere sarebbe
“specificamente rivolta al presidente e sarebbe un’importante manna economica in
termini di petrolio, gas e diritti su minerali essenziali”, ha detto una fonte
al quotidiano economico di Londra. Un funzionario statunitense ha dichiarato al
giornale che gli americani non hanno ancora ricevuto una proposta economica
dall’Iran. Un’altra fonte afferma che l’Iran sta traendo insegnamento dalla
situazione in Venezuela, dove gli Stati Uniti hanno cercato di accedere alle
vaste riserve di petrolio del Paese dopo aver catturato il suo presidente
Nicolas Maduro in un raid notturno a inizio gennaio.
L'articolo Usa-Iran, a Ginevra i negoziati indiretti sul nucleare. Financial
Times: “Teheran offre investimenti nei suoi giacimenti di petrolio e gas”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Ministero dell’Ambiente della Bassa Sassonia sta esaminando una richiesta di
autorizzazione per la produzione a Lingen di barre fissili, utilizzate nei
reattori nucleari, presentata dalla Advanced Nuclear Fuels (ANF), una
sussidiaria della società nucleare francese Framatome, con l’ente statale russo
Rosatom. Il ministro Christian Meyer (Verdi) ritiene però l’ingresso della
Russia politicamente disastroso. “Stiamo esaminando la questione secondo la
legge e per conto del governo federale”, ha dichiarato alla NDR assicurando una
verifica di tutte le indicazioni del Governo per determinare quali rischi
esistano per la sicurezza. Un esame che potrà richiedere diverse settimane.
Giorni nel corso dei quali le proteste dei cittadini e delle organizzazioni
ambientaliste continueranno ad andare avanti.
Politico ha riferito venerdì che il governo, a determinate condizioni, intende
autorizzare il progetto. Fonti dell’esecutivo hanno peraltro rifiutato di
confermarlo alla NDR, sottolineando che è compito del Land approvare il
progetto. Un portavoce del Ministero Federale dell’Ambiente ha annunciato che
nell’ambito del processo di supervisione è stata trasmessa una valutazione
riservata sulla bozza preliminare di decisione al Ministero dell’Ambiente di
Hannover. Dopo le verifiche e la decisione del Land, lo Stato potrebbe
teoricamente ancora intervenire esercitando il potere costituzionale di
indirizzo.
Lo studio Ending European Union imports of Russian uranium del think tank
Bruegel ricostruisce che Framatome aveva costituito già nel 2023 una joint
venture con la russa TVEL, nota come European Hexagonal Fuel SAS, per produrre
elementi di combustibile per i reattori di tipo VVER a Lingen. In seguito
all’invasione russa dell’Ucraina, questi piani erano stati modificati in una
produzione interamente guidata da Framatome sotto la licenza TVEL. Questa
cooperazione consentirebbe a Framatome di avviare la produzione di elementi di
combustibile per i reattori energetici dell’era sovietica (VVER) in Europa il
cui combustibile è fornito in gran parte da Rosatom. Ma l’ente statale russo
resterebbe comunque parte integrante dell’iniziativa in qualità di titolare
della licenza e subfornitore di TVEL, integrata nella catena europea.
A quattro anni dall’inizio della guerra, mentre l’Ue trova difficoltà a
raggiungere l’unanimità per un ventesimo pacchetto di sanzioni, nel settore
energetico, quello che mediante le esportazioni di idrocarburi incide
maggiormente sulle entrate che la Russia può reimpiegare nel conflitto,
Bruxelles mostra contraddizioni. Seppure l’Ue intenda colpire le navi cisterna
che trasportano greggio e lng russi, il settore nucleare è stato toccato solo in
maniera marginale. Le collaborazioni del colosso statale russo Rosatom nell’Ue –
dalla Francia alla Germania, agli Stati della Mitteleuropa come Slovacchia,
Repubblica Ceca, Ungheria e Bulgaria, che sfruttano l’energia atomica ancora con
reattori di costruzione sovietica – non hanno ancora subito forti contraccolpi.
Eppure il Parlamento europeo il 9 novembre 2023 aveva approvato una risoluzione
sull’efficacia delle sanzioni dell’Ue nei confronti della Russia, esplicitando
al punto 18 un invito a limitare quanto prima la cooperazione con Rosatom solo a
quanto strettamente necessario per la sicurezza energetica dell’Ue e invitando
anche gli enti comunitari a fornire sostegno per sostituire combustibili, pezzi
di ricambio e servizi russi che ancora occorrono nelle centrali dei Paesi
dell’ex sfera sovietica. Rosatom, sostituendosi a Gazprom, continua per contro a
giocare un ruolo consistente in tutto il mondo: ha stretto accordi per la
costruzione di nuove centrali in Bielorussia, Uzbekistan, Niger ed Etiopia e si
è impegnata a realizzare entro il 2040 otto centrali nucleari, una capacità di
20 Gigawatt, anche in Iran. Un progetto del volume di 25 miliardi di dollari.
Rosatom, inoltre, ha dato il via al progetto Paks II in Ungheria, Paese che ha
bloccato l’imposizione delle sanzioni Ue alla Russia. Rosatom è poi
profondamente radicata anche nel complesso militare russo, compresa la
produzione di armi nucleari. Su 99 centrali nucleari in Europa, 19 sono ancora
reattori energetici dell’era sovietica (VVER), indicano i ricercatori di
Bruegel. L’Ue sta in realtà cercando di eliminare i legami con la Russia:
Westinghouse Sweden e la spagnola Enusa producono già combustibile che può
essere utilizzato nei reattori di tipo VVER e da diversi anni forniscono
componenti alle centrali elettriche ucraine, oltre a firmare contratti o accordi
con le società di servizi VVER in Slovacchia, Repubblica Ceca, Finlandia e
Bulgaria. Per sostituire l’uranio arricchito o il combustibile artificiale
proveniente dalla Russia è necessaria una capacità di conversione aggiuntiva,
nazionale o importata, e l’Ue punta sull’impianto di conversione di Orano
Piralette in Francia, lo stabilimento Cameco in Canada e ConverDyn negli Stati
Uniti, indicano. A Lingen in Germania si rischia però di deviare da questa
strategia, con le organizzazioni ambientaliste che evidenziano rischi di
spionaggio e sabotaggio.
L'articolo Germania, ipotesi di collaborazione russo-tedesca per la produzione
di barre fissili in Bassa Sassonia. Proteste: “No al nucleare di Mosca” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Non escludiamo un’accaparramento di territori da parte della Russia come parte
del piano per proteggere le proprie capacità nucleari, che è l’unica cosa che
gli è rimasta come minaccia reale verso gli Stati Uniti”. Il generale Eirik
Kristoffersen, capo della difesa norvegese, al quotidiano britannico Guardian
rivela le preoccupazioni di Oslo per un confine sensibile: quello con la
penisola di Kola.
Kristoffersen specifica: la Russia non ha obiettivi di conquista in Norvegia
come in Ucraina o altri ex territori sovietici; ma è un fatto che gran parte
dell’arsenale nucleare russo si trova nella penisola di Kola: sottomarini
nucleari, missili terrestri e aerei che sarebbero cruciali se la Russia entrasse
in guerra con la Nato. In questo contesto, Kristoffersen sostiene che le forze
armate norvegesi si preparano a diversi scenari, tra cui la respinta di un
attacco convenzionale o interventi anti sabotaggio e minacce ibride.
A fine settembre dell’anno scorso, il premier Jonas Gahr Støre ha denunciato che
aerei militari russi avevano violato lo spazio aereo norvegese tre volte, in
primavera ed estate, due volte sul mare e uno su territori non abitati. Un SU-24
il 25 si era spinto oltre lo scorso aprile, per quattro minuti, un L410 Turbolet
da trasporto, per tre minuti il 25 luglio, e un SU-33 per un minuto il 18
agosto. “Non possiamo stabilire se si tratta di una azione deliberata o di un
errore di navigazione – ha dichiarato Gahr Støre – ma qualunque ne sia la causa,
rimangono atti inaccettabili e lo abbiamo fatto presente ai russi”.
Tornando a Kristoffersen, non è la prima volta che il generale manifesta ai
media le sue considerazioni sulla crisi in Europa nata dopo l’invasione
dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio di quattro anni fa. Nel giugno
2024, l’alto ufficiale durante una intervista a Bloomberg, l’ufficiale aveva
dichiarato che la finestra di opportunità dell’Alleanza del Nord Atlantico per
prepararsi a un possibile scontro con la Russia si era ridotta a due o tre anni.
Altro territorio che è sotto osservazione speciale: l’arcipelago delle Svalbard,
dove si trova un insediamento russo ed è designato come zona demilitarizzata ai
sensi del trattato del 1920; Kristoffersen ha affermato che la Russia “rispetta
il trattato” e dunque la Norvegia non prevede di schierare forze armate in
quella zona.
Per quanto riguarda la situazione in Ucraina, Kristoffersen dice così: “Se la
Russia sta imparando qualcosa dalla guerra in Ucraina, credo che sia che non è
mai una buona idea occupare un Paese. Se la gente non lo vuole, ti costerà un
sacco di soldi e molti sforzi e alla fine perderai. Occupare è spesso facile, ma
mantenere l’occupazione è molto, molto difficile”.
Il generale norvegese è poi intervenuto sulla disputa che riguarda la
Groenlandia da parte degli Stati Uniti, in risposta alle mire di Russia e Cina:
“Grazie ai nostri servizi segreti abbiamo una panoramica molto precisa di ciò
che sta accadendo nell’Artico e non vediamo nulla di simile in Groenlandia…
vediamo attività russe con i loro sottomarini e anche il loro programma
subacqueo nella parte tradizionale dell’Artico… ma non si tratta della
Groenlandia, si tratta di raggiungere l’Atlantico”.
L'articolo L’allarme della Norvegia: la Russia potrebbe lanciare una offensiva
dalla penisola di Kola per proteggere gli armamenti nucleari proviene da Il
Fatto Quotidiano.
L’attacco più potente al sistema elettrico che alimenta le centrali nucleari
dall’inizio della guerra. La Russia ha colpito le sottostazioni ad alta tensione
che collegano alla rete i tre impianti nucleari ucraini in funzione
(Khmelnytskyi, Rivne e South Ukraine), costringendo un reattore a spegnersi
completamente. Poco dopo, sono state imposte nuove restrizioni energetiche in
tutto il Paese. E’ avvenuto sabato scorso, secondo Vitaliy Zaichenko,
amministratore delegato di Ukrenergo, l’operatore statale che gestisce la rete
elettrica. “Tutti nostri impianti nucleari sono stati costretti a ridurre la
produzione e subito dopo l’attacco hanno perso il 50% della loro capacità di
produrre energia”, ha detto il manager al Kyiv Independent.
Nell’inverno più freddo dall’inizio dell’invasione, la Russia continua a colpire
il sistema energetico del paese e il 14 gennaio il governo ha dichiarato lo
stato di emergenza nel settore. Nel mirino ci sono non solo gli impianti
termoelettrici tradizionali, ma anche quelli basati sulla fissione dell’atomo
che almeno fino al 2023 hanno garantito oltre il 50% dell’energia necessaria per
gli impianti industriali, l’illuminazione delle città e il riscaldamento delle
abitazioni. Sebbene finora sotto il fuoco non siano finite direttamente le
centrali, il 17 gennaio l’HUR (Holovne Upravlinnia Rozvidky), l’intelligence
militare di Kiev, ha affermato che il nemico ha messo nel mirino i loro impianti
elettrici. Sabato, ad esempio, le forze di Mosca hanno colpito le sottostazioni
ad alta tensione e le linee di trasmissione aeree da 750 e 330 kilovolt che
costituiscono la spina dorsale della rete elettrica. Finora, ha aggiunto ha
aggiunto Zaichenko, Ukrenergo è riuscita a riparare una sottostazione, ma la
situazione resta critica. In questo modo, sottolineano i servizi, “Mosca intende
disconnettere le centrali nucleari dalla rete elettrica unificata dell’Ucraina,
lasciando i civili completamente senza luce e calore”.
Le sottostazioni, infatti, funzionano in due direzioni: in uscita dalla
centrale, perché immettono nel sistema l’energia da essa prodotta, e in entrata,
perché quando un reattore è spento o in manutenzione la sottostazione preleva
energia dalla rete per alimentare gli impianti di raffreddamento del
combustibile nucleare. Con tutto ciò che questo comporta in termini di
sicurezza. Se la sottostazione viene distrutta, la centrale perde il
collegamento con la rete esterna: in questo caso, il compito di evitare il
surriscaldamento del nocciolo dipende esclusivamente dai generatori diesel di
emergenza.
Non è un caso che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica abbia inviato i
propri osservatori per due volte in due mesi – la prima missione c’era stata a
dicembre – a monitorare la situazione: “Tre team dell’Aiea stanno visitando 10
sottostazioni fondamentali per la sicurezza nucleare in Ucraina – ha ricordato
l’agenzia con una nota del 6 febbraio -. L’obiettivo di questa missione di due
settimane è valutare i danni persistenti alla rete, esaminare gli interventi di
riparazione e identificare misure concrete per rafforzare la resilienza
dell’alimentazione elettrica esterna alle centrali nucleari del Paese. Uno dei
team ha anche visitato Kiev, dove ha discusso dell’ulteriore supporto dell’Aiea
alle operazioni delle centrali nucleari in condizioni di deterioramento della
rete”.
Nell’ultimo report sugli impianti nucleari ucraini, l’Aiea sottolinea che la
loro sicurezza è sempre più “precaria” tra blackout, incursioni di droni, colpi
di artiglieria e danni alle linee elettriche. A novembre, quando il rapporto è
stato pubblicato, le preoccupazioni maggiori riguardavano la centrale di
Zaporizhzhya, la più grande d’Europa, che sorge in una zona di combattimento
attiva. Ma anche le altre restano sotto osservazione: i generatori diesel della
centrale di Chernobyl “si sono attivati inaspettatamente venerdì 23 gennaio a
causa delle fluttuazioni della rete elettrica”, ha fatto sapere l’Aiea, e “sono
stati messi manualmente in modalità standby nel giro di pochi minuti”. “Questo
evidenzia ulteriormente l’impatto che l’attività militare sulla rete elettrica
può avere sui sistemi di sicurezza”, ha commentato il direttore generale
dell’Agenzia Rafael Grossi.
L'articolo Ucraina: “Sabato il peggior attacco alle reti elettriche delle
centrali nucleari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ad Abu Dhabi, nei colloqui trilaterali appena conclusi con l’Ucraina al tavolo,
Russia e Stati Uniti non si sono limitati a discutere del conflitto in corso dal
2022: le controparti hanno infatti deciso di riattivare i contatti militari tra
le rispettive forze armate – rimasti congelati per quasi quattro anni e
interrotti nel 2021, alla vigilia dell’inizio della guerra in Ucraina. La
volontà di riaprire i canali di comunicazione riflette la consapevolezza che
questi strumenti restano cruciali per la gestione del rischio e prevenzione di
escalation in un momento di volatilità strategica. Il Comando europeo degli
Stati Uniti ha reso noto che “mantenere il dialogo tra le forze armate è un
fattore importante per la stabilità e la pace globali, che può essere raggiunto
solo attraverso la forza, e fornisce un mezzo per una maggiore trasparenza e una
de-escalation. Questo canale garantirà un contatto costante tra le forze armate
mentre le parti continuano a lavorare per una pace duratura”.
La decisione è stata messa a punto nel corso dei colloqui tra funzionari russi e
statunitensi – dopo un confronto tra il generale statunitense, Alexus
Grynkewich, massimo generale americano e della Nato in Europa, e il capo
delegazione russo, il numero uno del Gru, intelligence militare russa,
l’ammiraglio Igor Kostyukov – nel momento in cui è scaduto il New Start,
Strategic Arms Reduction Treaty. L’accordo, negoziato e firmato nel 2010 da
Obama e dall’omologo russo dell’epoca, Medvedev, era l’ultimo pilastro del
regime di controllo degli armamenti nucleari tra le due maggiori potenze
atomiche al mondo e fissava un tetto rigoroso allo schieramento degli arsenali
strategici: limitava ciascuna parte a 1.550 testate su 700 vettori operativi –
tra missili balistici intercontinentali, aerei e sottomarini.
Da ieri, la scadenza del trattato apre uno scenario inedito e letale: per la
prima volta in oltre mezzo secolo, Washington e Mosca si ritrovano prive di
limiti per contenere e regolare le rispettive ambizioni atomiche. Ma il Cremlino
ha aperto la porta: si è detto pronto a prolungare l’intesa, rendendosi
disponibile ad avviare un nuovo dialogo bilaterale, rilanciare il percorso
negoziale e prorogare il trattato di un altro anno, assicurando che la Russia
continuerà a mantenere un “approccio responsabile e ponderato alla stabilità nel
campo degli armamenti nucleari”, precisando però che la linea d’azione sarà
“naturalmente guidata”, in primis, “dagli interessi nazionali”. A questa
proposta russa Trump ha risposto con un post su Truth: lo Start è stato
“negoziato male” e “viene gravemente violato”; “Dovremmo far lavorare i nostri
esperti nucleari su un trattato nuovo, migliorato e modernizzato che possa
durare a lungo nel futuro”. Washington nelle ultime ore sta ponendo una
condizione dirimente: al tavolo del prossimo trattato dovrà sedere anche
Pechino. Dalla Cina ieri è arrivato però un secco rifiuto: il ministero degli
Esteri cinese ha reso noto che non intende partecipare a un eventuale, nuovo,
modernizzato trattato di riduzione degli armamenti nucleari.
L'articolo Trattato per gli armamenti nucleari: Mosca pronta a una proroga, ma
Trump vuole rinegoziarlo anche con Pechino (che declina l’invito) proviene da Il
Fatto Quotidiano.