Il posto fisso fa gola a molti, ma i “molti” della provincia di Agrigento sono
considerati addirittura troppi. Svanisce amaramente, infatti, il sogno di un
contratto nella pubblica amministrazione per 1.603 persone che avevano fatto
richiesta, la scorsa estate, per partecipare al concorso per uno dei due posti
di operatore “attività di servizi” – cioè uscieri – al Libero consorzio dei
Comuni di Agrigento (l’ex Provincia).
Il bando è stato revocato perché le domande sono state troppe: “Molte più di
quanto si era ipotizzato”, si legge nel documento di revoca. Questo perché in un
ente, come quello dell’ex Provincia, che ha già dei problemi di organico, anche
l’ufficio Risorse umane si trova decimato e quindi non può espletare la prova
preselettiva per oltre 1.600 persone con i componenti che si ritrova. Nella
terra di Pirandello accade così che non si può provvedere a nuove assunzioni a
causa proprio della mancanza di personale all’interno dell’ente.
Esclusa anche l’opzione di affidare la selezione del nuovo personale a una
società esterna perché, scrive il Libero consorzio, costerebbe circa 70mila
euro. Pertanto “in ragione dell’elevato numero dei partecipanti – si legge
ancora nel documento di revoca – la spesa necessaria per la selezione di solo di
n. 2 posti di operatore attività di servizi (Usciere) sarebbe antieconomica e
potrebbe inficiare il principio di buon andamento dell’azione amministrativa”.
Unica consolazione, se così si può definire, per i 1.603 che hanno partecipato
al bando, è che avranno indietro la quota di iscrizione al concorso (10 euro) da
richiedere attraverso apposita domanda all’ente. Per quanto riguarda i due posti
di usciere si proverà ad attingere ad altre procedure, come lo scorrimento di
graduatorie da altri enti. E questo avviene nella provincia che si trova ai
vertici nelle classifiche per emigrazione. La speranza per gli oltre 1.600
rimane quella di puntare su altri concorsi, cercando magari quelli in enti che
hanno personale sufficiente a espletare le prove.
L'articolo In 1.600 per due posti da usciere e l’ex Provincia di Agrigento
annulla il bando: “Sono tanti, selezione costerebbe troppo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Il contatore idrico installato nel condominio misurava consumi maggiori del 75%
rispetto a quelli effettivi provocando un raddoppio del costo delle bollette. È
quanto accertato da una perizia tecnica depositata al tribunale di Agrigento dal
Ctu, in una causa intentata da un condominio di 10 famiglie della frazione di
Fontanelle contro l’allora gestore Girgenti Acque, poi sostituito da Aica,
l’azienda idrica dei comuni agrigentini.
Nel novembre 2018 al condominio “Cefa” era stato sostituito il contatore: una
decisione presa da Girgenti Acque, la società privata che gestiva la rete idrica
fino al fallimento e a un’inchiesta giudiziaria. Con quel nuovo contatore, però,
le bollette idriche cominciano a gonfiarsi a dismisura e il condominio accumula
28 mila euro di debiti in due anni. I consumi, quasi costanti negli anni
precedenti, schizzano in alto senza nessun apparente motivo.
Il condominio così – assistito dall’avvocato Francesco Bellingreri, come spiega
il quotidiano La Sicilia – ha quindi portato la vicenda in tribunale, dopo la
minaccia di uno stop alla fornitura idrica arrivata dall’Assemblea territoriale
idrica. Nel contenzioso, dopo il fallimento di Girgenti Acque, è subentrata
Aica, la nuova azienda dei comuni che gestisce oggi la rete idrica. Così il Ctu
del tribunale, dopo due anni di analisi attraverso un secondo contatore di
prova, è riuscito a dimostrare che lo strumento di misurazione del gestore
installato nel 2018 rilevava consumi di 1,75 volte superiori al reale.
Il vicenda riguardante il condominio di Fontanelle potrebbe addirittura
estendersi, visto che quel modello di contatore è ancora in funzione in altre
migliaia di utenze della zona. “Il danno riguarda circa il 70-80 % dei contatori
oggi installati”, spiega Salvatore Licari, ex componente della consulta di Aica,
l’organo che rappresentava la voce dei cittadini e delle associazioni, oggi
esautorato dal suo ruolo: “Sono contatori che con la nuova gestione andavano
adeguati, invece non è stato fatto e ad oggi non sono tarati. È statuito da
Arera (Autorità di Rgolazione per Energia Reti e Ambiente) che i contatori
devono essere sostituiti, ma non viene fatto: almeno 70mila contatori sono
vecchi e non verificati, quindi violano il decreto 93/2017. Un programma
contatori – spiega ancora Licari – era stato finanziato con fondi dell’Ue ma è
andato perso”.
L’azienda si difende dicendo che la vicenda riguarda un solo contatore e che
oggi non esiste alcune perizia sui contatori gestiti da Aica: “Associare
impropriamente quel singolo caso all’intero sistema di misurazione oggi in uso –
spiegano in una nota – è tecnicamente infondato e comunicativamente
irresponsabile”. A minimizzare il caso è anche il direttore generale di Aica,
Francesco Fiorino: “Dal punto di vista tecnico non esiste alcuna evidenza di un
malfunzionamento diffuso dei contatori oggi in esercizio. Le attività di
verifica condotte da Aica dimostrano semmai il contrario: in diversi casi i
consumi risultano sottoregistrati. Il progetto dei contatori smart – aggiunge –
nasce proprio per eliminare ogni margine di incertezza e garantire equità tra
Gestore e utenti”. Quanto venuto fuori dalla perizia tecnica potrebbe comunque
spingere altri cittadini a rivolgersi al tribunale per accertare se i consumi
dei contatori installati siano o meno reali.
L'articolo Agrigento, il contatore idrico registra più consumi e le bollette del
condominio raddoppiano. L’appello: “Ora sostituiteli tutti” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il Natale a Ravanusa è sempre amaro da quel dicembre di quattro anni fa. La
ferita dell’esplosione che portò alla morte di nove persone – dieci, se si
considera il piccolo che sarebbe dovuto nascere dopo pochi giorni – è ancora
visibile. Da quell’11 dicembre del 2021 è ancora tutto transennato, tutto fermo,
come gli orologi rotti dal boato che ha devastato la cittadina dell’Agrigentino.
A innescarlo una fuga di gas – dovuta a una saldatura fatta male di un tubo
sotterraneo – che ha riempito una casa disabitata, facendo saltare in aria le
palazzine del quartiere. Dopo quattro anni e tante promesse di ricostruzione, le
36 famiglie sfollate continuano a vivere in affitto – pagato dal Comune tramite
la Protezione civile – o in alloggi di fortuna, in attesa di un futuro ancora
poco chiaro. Il progetto di ricostruzione, che doveva portare alla costruzione
di nuove case per gli oltre cento sfollati e i loro parenti, non è mai stato
finanziato: 24 milioni sono rimasti impigliati nelle pieghe della burocrazia,
lasciando le famiglie senza un tetto sopra la testa.
Così l’amministrazione guidata da Salvatore Pitrola ha deciso di presentare
all’assessorato regionale alle Infrastrutture un nuovo progetto che unisce
riqualificazione e ricordo: “Abbiamo partecipato a un avviso regionale e ho
chiesto una mano a progettisti, architetti e ingegneri della mia città che hanno
risposto positivamente”, spiega il sindaco. “Più di 34 persone hanno dato la
loro disponibilità dando vita al Progetto di comunità, che prevede
riqualificazione di vecchie abitazioni per dare una nuova casa agli sfollati, un
parco urbano e un cine teatro. Vogliamo sollecitare le istituzioni, perché le
famiglie sono stanche”. Tra gli sfollati, infatti, c’è profonda disillusione:
l’ultima promessa di inizio lavori era stata fatta dalla giunta regionale
guidata da Renato Schifani in occasione del terzo anniversario dalla strage,
cioè un anno esatto fa. Il cantiere sarebbe dovuto partire “entro fine mese”, ma
ancora non si è mosso nulla.
Se la ricostruzione procede a rilento, anche la vicenda giudiziaria non è da
meno: lo scorso maggio la Procura ha chiesto l’archiviazione per i dieci
dirigenti di Italgas indagati. Su di loro e sui tecnici di una società minore,
incaricata dei lavori nella rete, sarebbe ricaduta la responsabilità del danno
provocato da una saldatura fatta male, con una perdita che poteva essere
riparata. Questo però non è mai avvenuto, nonostante le diverse segnalazioni dei
cittadini che da tempo lamentavano uno strano odore di gas. Quest’anno le
famiglie hanno deciso di ricordare i loro cari in silenzio, per una vicenda che
dopo il clamore iniziale – fu citata dal presidente della Repubblica Sergio
Mattarella nel suo discorso di fine anno del 2021 – sembra spegnersi pian piano,
mentre le istituzioni promettono e non realizzano.
L'articolo Ravanusa, a quattro anni dalla strage 36 famiglie ancora senza casa.
E i lavori promessi nel 2024 non sono mai iniziati proviene da Il Fatto
Quotidiano.