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Siamo in bancarotta idrica: la crisi dell’acqua ormai è irreversibile. Urge un’altra agricoltura
Passato quasi inosservato, il rapporto Onu sull’acqua ha lanciato un urlo che avrebbe dovuto svegliare anche i più sonnolenti dei nostri governanti. E invece niente. Global Water Bankruptcy è il titolo perentorio dello studio realizzato principalmente da Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite, in vista della conferenza sull’acqua del prossimo dicembre. Sì, perché la crisi idrica non è più temporanea ma irreversibile, spiegano le 70 pagine fitte di dati e mappe. Siamo in bancarotta, appunto. Fiumi, laghi, falde, ghiacciai sono in declino e soprattutto non torneranno più ai livelli precedenti, possiamo solo interrompere o rallentare il processo. Le falde possono rigenerarsi certo, ma in tempi molto lunghi. Qualche numero: dal 1990 più della metà dei grandi laghi ha perso acqua, come il 70% delle falde acquifere. Persi anche 410 milioni di ettari di zone umide e 177 milioni di paludi in 50 anni, pari all’intera superficie dell’Unione Europea, oltre al 30% dei ghiacciai. Parliamo del nostro “capitale” idrico, dal quale dipende la vita di tutti. E infatti almeno 3 miliardi di persone vivono in zone già in declino o instabilità idrica e 2,2 miliardi non hanno un accesso sicuro all’acqua potabile, complice l’inquinamento delle fonti. E tutto questo costa, se vogliamo usare un argomento più comprensibile alla politica. La perdita di zone umide ha un prezzo stimato di 5,1 trilioni di dollari, pari al Pil dei 135 paesi più poveri. La cifra è legata ai cosiddetti “servizi ecosistemici”, ovvero tutti i benefici derivanti da quegli ambienti, ad esempio la stabilità del clima o, appunto, il mantenimento delle risorse idriche, che hanno ricadute dirette sull’economia di un paese. I danni da siccità ammontano a circa 307 miliardi di dollari all’anno, pari al Pil di tre quarti degli stati membri dell’Onu. Senza contare i flussi migratori e i conflitti, destinati a crescere nei prossimi anni. La causa di ciò? Per lo più l’attività umana: prelievi smodati, riscaldamento del clima e inquinamento tra i maggiori imputati. Ma a fare la differenza è soprattutto il settore agricolo, che da solo consuma il 70% dell’acqua dolce. Oltre il 40% delle falde serve per irrigare, una follia. E le falde, dalle quali arriva l’acqua potabile, si stanno esaurendo a un ritmo ben maggiore della velocità di rigenerazione: quando finiranno? > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da greenreport.it (@greenreport.it) Non solo per questo urge un ripensamento del nostro modo di coltivare, anche alle nostre latitudini. E non da oggi. La Pianura padana sembra un unico campo sterminato di monocultura intensiva, che per sopravvivere necessita di chimica e acqua, molta acqua, impoverendo ogni anno la fertilità del suolo. La maggior parte di quei campi non produce mangime per l’uomo ma per allevamenti altrettanto intensivi (e idrovori). Solo in Lombardia vengono allevati un milione e mezzo di bovini e quattro milioni e mezzo di maiali, su 10 milioni di abitanti, per alimentare un consumo di carne che non ha precedenti nella storia umana (carne rossa peraltro, probabile cancerogeno secondo l’Oms). Le alternative ci sono, anche per produzioni su media scala, pensiamo alle tecniche di agricoltura rigenerativa e al biologico più avanzato, verso cui dovrebbero dirottare almeno una parte dei giganteschi contributi dell’Unione europea destinati all’agrobusiness. L'articolo Siamo in bancarotta idrica: la crisi dell’acqua ormai è irreversibile. Urge un’altra agricoltura proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Agrigento, il contatore idrico registra più consumi e le bollette del condominio raddoppiano. L’appello: “Ora sostituiteli tutti”
Il contatore idrico installato nel condominio misurava consumi maggiori del 75% rispetto a quelli effettivi provocando un raddoppio del costo delle bollette. È quanto accertato da una perizia tecnica depositata al tribunale di Agrigento dal Ctu, in una causa intentata da un condominio di 10 famiglie della frazione di Fontanelle contro l’allora gestore Girgenti Acque, poi sostituito da Aica, l’azienda idrica dei comuni agrigentini. Nel novembre 2018 al condominio “Cefa” era stato sostituito il contatore: una decisione presa da Girgenti Acque, la società privata che gestiva la rete idrica fino al fallimento e a un’inchiesta giudiziaria. Con quel nuovo contatore, però, le bollette idriche cominciano a gonfiarsi a dismisura e il condominio accumula 28 mila euro di debiti in due anni. I consumi, quasi costanti negli anni precedenti, schizzano in alto senza nessun apparente motivo. Il condominio così – assistito dall’avvocato Francesco Bellingreri, come spiega il quotidiano La Sicilia – ha quindi portato la vicenda in tribunale, dopo la minaccia di uno stop alla fornitura idrica arrivata dall’Assemblea territoriale idrica. Nel contenzioso, dopo il fallimento di Girgenti Acque, è subentrata Aica, la nuova azienda dei comuni che gestisce oggi la rete idrica. Così il Ctu del tribunale, dopo due anni di analisi attraverso un secondo contatore di prova, è riuscito a dimostrare che lo strumento di misurazione del gestore installato nel 2018 rilevava consumi di 1,75 volte superiori al reale. Il vicenda riguardante il condominio di Fontanelle potrebbe addirittura estendersi, visto che quel modello di contatore è ancora in funzione in altre migliaia di utenze della zona. “Il danno riguarda circa il 70-80 % dei contatori oggi installati”, spiega Salvatore Licari, ex componente della consulta di Aica, l’organo che rappresentava la voce dei cittadini e delle associazioni, oggi esautorato dal suo ruolo: “Sono contatori che con la nuova gestione andavano adeguati, invece non è stato fatto e ad oggi non sono tarati. È statuito da Arera (Autorità di Rgolazione per Energia Reti e Ambiente) che i contatori devono essere sostituiti, ma non viene fatto: almeno 70mila contatori sono vecchi e non verificati, quindi violano il decreto 93/2017. Un programma contatori – spiega ancora Licari – era stato finanziato con fondi dell’Ue ma è andato perso”. L’azienda si difende dicendo che la vicenda riguarda un solo contatore e che oggi non esiste alcune perizia sui contatori gestiti da Aica: “Associare impropriamente quel singolo caso all’intero sistema di misurazione oggi in uso – spiegano in una nota – è tecnicamente infondato e comunicativamente irresponsabile”. A minimizzare il caso è anche il direttore generale di Aica, Francesco Fiorino: “Dal punto di vista tecnico non esiste alcuna evidenza di un malfunzionamento diffuso dei contatori oggi in esercizio. Le attività di verifica condotte da Aica dimostrano semmai il contrario: in diversi casi i consumi risultano sottoregistrati. Il progetto dei contatori smart – aggiunge – nasce proprio per eliminare ogni margine di incertezza e garantire equità tra Gestore e utenti”. Quanto venuto fuori dalla perizia tecnica potrebbe comunque spingere altri cittadini a rivolgersi al tribunale per accertare se i consumi dei contatori installati siano o meno reali. L'articolo Agrigento, il contatore idrico registra più consumi e le bollette del condominio raddoppiano. L’appello: “Ora sostituiteli tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pfas nell’acqua potabile, ennesima incoerenza: il Governo Meloni rinvia di 6 mesi l’applicazione dei limiti che l’Italia si era imposta
Sui Pfas il Governo Meloni frena sui pochi passi fatti in avanti. Da qualche giorno, infatti, è scattato l’obbligo per i Paesi dell’Unione europea di monitorare i livelli degli inquinanti eterni nell’acqua potabile, eppure la Legge di Bilancio dell’Italia, uno dei Paesi più contaminati del Continente, introduce una deroga pesante come un macigno per quanto riguarda i limiti per le sostanze per- e polifluoroalchiliche. Tutto parte dalla direttiva europea sulle acque potabili in vigore (2020/2184), che impone ai Paesi membri di rispettare un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro ‘Pfas totali’ e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 Pfas. Sono le poche certezze nella lotta agli inquinanti eterni costellata, anche in seno all’Europa, da tanti passi falsi. Non fa eccezione certo l’Italia. Proprio per la gravità dei casi scoperti negli anni nella Penisola, però, con due decreti del 2023 e del 2025, il Governo Meloni aveva scelto di fissare paletti ancora più stringenti. In Italia, infatti, nella somma dei Pfas che non potranno superare il limite di 100 nanogrammi andranno aggiunti anche GenX, Adona, C6O4 e 6:2 Fts e sei molecole Adv, prodotte dalla Solvay di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. Si arriverà a includere, in questo modo, una trentina di sostanze. Non solo: l’Italia ha fissato anche un limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro Pfas indicati come prioritari dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), ossia Pfoa (cancerogeno), Pfos (possibilmente cancerogeno), Pfna, PFHxS. Dal 2027, poi, entrerà in vigore anche un limite specifico (10mila nanogrammi su litro) per il Tfa, acido trifluoroacetico, considerato l’inquinante eterno più diffuso al mondo. IL FRENO A MANO DEL GOVERNO MELONI Con la legge di Bilancio 2026 e i commi 622 e 623 all’articolo 1, il Governo ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro Pfas più pericolosi, disposto con il decreto legislativo 260 a marzo 260. Dopo scandali, processi e inchieste sui Pfas, l’introduzione di un nuovo valore limite di 20 nanogrammi per litro per la ‘Somma di 4 Pfas’ ha rappresentato un passo importante, anche se incoerente con la mozione della maggioranza sui Pfas, approvata nelle stesse ore e nonostante la scarsa propensione a diffondere la notizia da parte del governo. Insomma, un passo fatto in un clima di totale incertezza. E ora che tutto dovrebbe trasformarsi in azione concreta, l’Esecutivo frena. E rinvia, con il comma 623, anche il monitoraggio delle sei molecole Adv che, per lo stesso periodo, non saranno conteggiate nella somma di Pfas. LA REAZIONE DEL COVEPA Sul piede di guerra il Covepa, il Comitato Veneto Pedemontana Alternativa, già da tempo impegnati anche sul fronte della presenza dei Pfas nelle acque di scolo della Pedemontana Veneta, utilizzato come accelerante di presa del calcestruzzo nei consolidamenti delle due gallerie di Sant’Urbano e Montecchio, in provincia di Vicenza. Ora, però, ce l’hanno con la Legge di Bilancio. “I primi beneficiari sono i gestori degli acquedotti. Se alcune molecole non vengono conteggiate nella ‘somma di Pfas – scrive il Covepa in una nota – l’acqua può risultare conforme senza essere più pulita. Questo riduce gli obblighi di filtrazione, trattamento e investimento. Il comma 623 consente esattamente questo: non eliminare gli inquinanti, ma eliminarli dal calcolo”. Ma l’Italia non si era imposta limiti ancora più severi rispetto alla direttiva? “I commi 622 e 623 rinviano tutto di sei mesi e indeboliscono il parametro proprio mentre dovrebbe diventare operativo. Questo rischia di trasformare il recepimento europeo in un adempimento formale, ma non sostanziale” aggiunge il comitato, secondo cui la norma favorisce gli interessi industriali, come quelli dei produttori di Pfas. LE NUOVE REGOLE EUROPEE E dire che pochi giorni fa, il 12 gennaio, sono entrate in vigore le nuove norme previste dalla revisione della direttiva sull’acqua potabile, che vincolano gli Stati membri Ue a monitorare “in modo armonizzato” i livelli di Pfas per garantire il rispetto dei nuovi valori limite. Le capitali dovranno inoltre comunicare alla Commissione europea i risultati di tale monitoraggio, in particolare i dati relativi al superamento dei valori limite, agli incidenti e alle eventuali deroghe concesse. In caso di superamento dei valori limite, ha ricordato la stessa Commissione europea, gli Stati membri devono adottare misure per ridurre il livello di Pfas e proteggere la salute pubblica, informando al contempo i cittadini. Misure che possono comprendere la chiusura dei pozzi contaminati, l’aggiunta di fasi di trattamento per rimuovere i Pfas o la limitazione dell’uso delle riserve di acqua potabile finché il superamento dei valori limite persiste. Tutte misure che, evidentemente, non tutti gli Stati sono pronti ad adottare. L'articolo Pfas nell’acqua potabile, ennesima incoerenza: il Governo Meloni rinvia di 6 mesi l’applicazione dei limiti che l’Italia si era imposta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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