Nuovo record annuale per il debito pubblico italiano: a fine 2025, stando alle
stime della Banca d’Italia, ha toccato il nuovo quota 3.095,5 miliardi di euro,
quasi 129 in più rispetto ai 2.966,9 miliardi dell’anno precedente. Si tratta
del dato annuale più alto mai registrato, anche se a ottobre 2025 era stato
registrato un picco superiore, di 3.130,9 miliardi. L’aumento è stato
principalmente dovuto al fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, che ha
raggiunto i 109,2 miliardi di euro. Un altro fattore rilevante è stato
l’incremento delle disponibilità liquide del Tesoro, salite a 52,4 miliardi
(+14,7 miliardi rispetto al 2024), oltre all’effetto degli scarti e dei premi
all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati
all’inflazione e della variazione del cambio, che hanno contribuito per un
totale di 4,6 miliardi.
“L’esperienza del 2021 ci insegna che non basta avere un avanzo primario per
essere salvi, se dipendi dai mercati per collocare milioni di debito in
scadenza”, commenta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale
Consumatori, parlando di “annata da dimenticare” perché, fatta eccezione per il
mese di gennaio, il debito ha costantemente superato la soglia dei 3.000
miliardi. Pari a oltre 52mila miliardi a testa.
Intanto dalla pubblicazione su fabbisogno e debito di via Nazionale emerge anche
che nel 2025 le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono
state pari a 614,226 miliardi di euro, in aumento del 3,51% rispetto a quelle
contabilizzate nel 2024 (593,380).
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+129 sull’anno prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La scorsa settimana ci ha regalato alcune news, peraltro molto tradizionali,
sull’evasione fiscale nel nostro Paese. Il fisco alza il tiro sugli evasori,
come recita il titolo di un noto quotidiano economico, oppure è il solito
polverone mediatico che si dileguerà in un giorno? Sono abbastanza propenso per
questa seconda interpretazione, anche se qualcosa fortunatamente si muove.
La prima notizia è che l’Agenzia delle Entrate invierà più di due milioni di
lettere ai contribuenti che non sono risultati in regola con le loro
dichiarazioni fiscali, per errori più o meno grandi. Sembra finalmente che ci
sia il tanto atteso cambio di passo. Tuttavia registriamo che due milioni di
lettere di compliance, per usare il nuovo linguaggio fiscale, sono state inviate
l’anno scorso, e anche l’anno prima. Insomma la milionata di lettere non è un
fatto nuovo, e si tratta di una poco invidiabile costante.
L’Agenzia, purtroppo, non ha specificato gli importi contestati, le categorie di
contribuenti coinvolti e tutti gli altri opportuni dettagli statistici. Il dato
offerto, oltre che clamoroso, è abbastanza povero e confuso. Né Vincenzo Carbone
ci ha detto quanti soldi sono stati recuperati dalle lettere inviate l’anno
scorso. A questa carenza possiamo parzialmente supplire con i dati europei che
hanno quantificato per il 2024 un’evasione tributaria di 72,3 miliardi, con un
recupero di 12,7 miliardi. Cioè appena il 17,7% e quindi c’è poco da
festeggiare. Evadere in Italia è ancora un buon affare. Il fatto nuovo, se così
lo vogliamo interpretare, è che sono stati scoperti 200.000 evasori totali,
86.000 addirittura sconosciuti al fisco. Il cyber-fisco sembra dare i suoi
frutti, e non certo per la volontà della politica.
La seconda notizia è di tipo macroeconomico. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio
ha ripreso i dati del recente rapporto europeo sull’evasione fiscale e ha fatto
un po’ di calcoli. Il recupero dell’evasione potrebbe portare in maniera
indolore a una riduzione sostanziale del debito pubblico. Secondo le stime,
un’azione abbastanza incisiva porterebbe il rapporto debito/Pil dal 138% attuale
al 114% nel 2041, una riduzione piuttosto notevole e senza conseguenze per la
gran massa dei contribuenti. Diciamo che il contrasto all’evasione dovrebbe
costituire l’ossatura delle prossime leggi di bilancio.
L’Upb riprende i dati del rapporto europeo sull’evasione fiscale pubblicato a
dicembre 2025. Si tratta di un primo dossier molto importante perché ci offre
l’opportunità di un confronto tra i vari Paesi europei. Il capitolo sull’Italia
non dice nulla di nuovo dal punto di vista domestico, ma ci espone alla vergogna
internazionale. Nella prima pagina del rapporto troviamo una valutazione che
conviene riportare per intero: “[In Italia] L’evasione fiscale rimane alta. In
particolare, i lavoratori autonomi sono responsabili per la maggior parte
dell’evasione fiscale con un tax gap sul reddito del 59,8% nel 2022. In accordo
con le stime, i lavoratori autonomi evadono più della metà del loro carico
fiscale per un valore stimato di 37 miliardi”. In altri tempi questa frase
lapidaria per la sua autorevolezza avrebbe provocato una grande indignazione,
anche governativa. Calandola nel modesto presente, sarebbe ora si smetterla di
parlare di evasione fiscale in generale, ma di qualificarla in maniera precisa.
Non tutti i contribuenti hanno le stesse opportunità di evadere. Mi chiedo
allora cosa possono pensare i bravi cittadini europei che ci hanno regalato 70
miliardi a fondo perduto con il Pnrr quando leggono queste pagine. Il rapporto
europeo è molto ricco di dati e considerazioni che avrebbero meritato una grande
attenzione nelle sfere governative, che invece l’hanno ignorato, come pure
presso l’opinione pubblica.
Mi ha sorpreso anche il titolo di questo primo rapporto sull’evasione fiscale in
Europa. Oramai c’è la tendenza a normalizzare il fenomeno con un linguaggio
neutrale e pseudo oggettivo, meglio se si usa la lingua inglese. Di conseguenza,
la lotta all’evasione fiscale diventa la ricerca della compliance fiscale, in
questo caso l’adesione spontanea dell’evasore beccato. L’evasione in quanto tale
viene descritta in termini di tax gap, cioè di percentuale di tasse non pagate.
Il rapporto europeo viene intitolato addirittura Mind the Gap (attenzione al
gradino o simili), espressione che nasconde completamente il suo contenuto.
Anche da punto di vista linguistico c’è la tendenza a nascondere il fenomeno,
invece che a denunciarlo e contrastarlo, per farlo passare come qualcosa di
inevitabile o peggio, naturale.
Ora che l’evasione italiana ha raggiunto con il rapporto Mind the Gap una platea
europea, speriamo sia più facile per nostra classe politica intraprendere le
azioni che servono per riportarci almeno al livello della media delle altre
nazioni europee, cioè per farci tornare un paese normale. L’Italia ha due
anomalie: un’evasione fiscale molto alta ma anche molto concentrata in precise
categorie di contribuenti che si possono facilmente scovare anche senza l’aiuto
della IA. Per risolvere il problema basterebbe seguire le migliori pratiche
degli altri Stati.
Sarebbe bello che nel giro di pochi anni l’Italia non fosse più il paese
dicotomico degli evasori e dei tartassati, così anche il debito pubblico non
farebbe più paura.
L'articolo Il rapporto Ue sull’evasione fiscale ci espone alla vergogna
internazionale: evadere in Italia è ancora un buon affare proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A Davos Donald Trump ha minacciato “una grande ritorsione” se l’Europa venderà i
titoli di stato americani. Perché il debito Usa è ormai gigantesco (38mila
miliardi di dollari) e costoso. Un quarto di quel debito è in mani straniere e
una fetta importante in quelle europee, che se decidessero di liberarsene — nei
giorni scorsi due tra i più grandi fondi pensione di Svezia e Danimarca hanno
dismesso titoli statunitensi — potrebbero colpire dove fa più male. Così,
archiviati per ora contro dazi e bazooka anti-coercizione minacciati dalla Ue
nello scontro sulla Groenlandia, torna l’ipotesi di prendere le distanze dai
Treasury Usa. Anche nella prospettiva di un allargamento del mercato del debito
europeo: la via più efficace per opporsi a Donald Trump? Lo chiediamo a Massimo
Bordignon, docente di Scienza delle finanze all’Università Cattolica di Milano e
a lungo consulente della Commissione europea, che vede negli Eurobond non solo
un utile strumento finanziario, ma anche una leva politica per riequilibrare i
rapporti internazionali rafforzando l’euro: “È quello che diciamo da tempo, però
ce ne vuole”, avverte. A partire da un salto politico e fiscale che l’Unione non
ha ancora compiuto. Non solo: le dimensioni che dovrebbe raggiungere il nuovo
debito richiedono investimenti strutturali — “debito buono” per dirla con le
parole della presidente della BCE Christine Lagarde —, e al momento l’unica idea
è quella del riarmo. Tutto per creare titoli europei finalmente in grado di
rappresentare un’alternativa a quelli Usa: ma come potrebbe reagire Trump?
Professore, ampliare il mercato del debito europeo come arma contro Trump?
Il punto non è colpire qualcuno, ma colmare un vuoto che l’Europa si trascina da
tempo. Servirebbe un vero strumento di debito europeo, comparabile ai Treasury
americani: titoli emessi e garantiti congiuntamente. Questo rafforzerebbe l’euro
a livello internazionale e semplificherebbe il lavoro della BCE, che oggi deve
muoversi acquistando un mosaico di debiti nazionali. Andare in questa direzione
ridurrebbe poi uno dei grandi vantaggi strutturali degli Stati Uniti, cioè
l’emissione della principale valuta di riserva. Ma per arrivarci serve un salto
politico in direzione federale e una capacità fiscale a livello europeo, stabile
e diversa da quella dei singoli membri.
Finora com’è andata coi bond europei?
Abbiamo emesso titoli di Stato anche di recente, per sostenere l’Ucraina ed è
stata probabilmente la soluzione più ovvia. Però ogni volta si insiste sul fatto
che si tratta di eccezioni, non di una scelta strutturale. Questo pesa sul modo
in cui quei titoli vengono valutati dai mercati: hanno rating molto elevati
perché considerati a bassissimo rischio, ma poi vengono scambiati a tassi di
interesse più alti di altri proprio perché non sono percepiti come il debito di
uno Stato sovrano vero e proprio.
E restano meno attrattivi di quelli nazionali o americani.
Sì, per due motivi principali. Il primo è la dimensione: finora parliamo di
qualche centinaio di miliardi, troppo poco rispetto ai trilioni di debito
americano o alla somma dei debiti nazionali europei. Se un mercato è piccolo è
anche meno liquido, e un safe asset deve poter essere comprato e venduto
facilmente, sennò come fai a costruirci sopra tutte le tue strategie
finanziarie. Il secondo è l’incertezza politica: continuiamo a dire che questo
debito non durerà e che andrà rimborsato, invece di essere rinnovato come fanno
gli Stati. Così i mercati vedono l’Unione come un’entità finanziata dai Paesi
membri, non come un soggetto sovrano. Insomma, gli Eurobond finiscono per essere
meno appetibili perché noi stessi insistiamo nel dire che non è davvero debito.
Per il bisogno vitale che l’estero continui a sottoscrivere il loro enorme
debito, gli Stati Uniti potrebbero reagire?
In teoria no: in un’economia di mercato funzionante, se l’Europa o parte di essa
decide di essere una federazione più robusta, di rafforzarsi fiscalmente per
finanziare beni pubblici o di farlo utilizzando il debito, sono affari suoi. Il
problema è che oggi non siamo più in un contesto normale. Da questi Stati Uniti
ci si può aspettare tutto e tutte le cose che credevamo garantite in una normale
struttura di mercato possono essere messe in discussione come forma di ricatto.
Ipotesi?
Un esempio concreto: i sistemi di pagamento che usiamo ogni giorno — Visa,
Mastercard, American Express — sono tutti americani. Domattina si sveglia Trump
e dice: “D’ora in avanti vi punisco e voi non potete utilizzare questi strumenti
in Europa oppure li dovete pagare a prezzi molto più elevati”. A quel punto
crolla tutto perché al momento non abbiamo un sistema alternativo, ci siamo
affidati a loro. Anche per questo dobbiamo fare l’euro digitale, per avere un
sistema di integrazione su cui costruire sistemi di pagamento elettronici.
Perché non si è reagito prima all’esplosione del debito americano?
Perché per anni le cose hanno funzionato sulla base della fiducia. I titoli
americani erano considerati sicurissimi e gli Stati Uniti erano l’unico paese
che poteva finanziarsi il deficit semplicemente stampando moneta. Finché la
percezione regge, il sistema tiene e per ora lo ha fatto nonostante le
dimensioni di quel debito. Adesso, nelle mani di uno che sembra francamente un
pazzo scatenato, la gente comincia a preoccuparsi e se non si fida pretende
tassi molto più elevati. Come dimenticare proposte inquietanti come quella del
consigliere economico di Trump, Stephen Miran: trasformare una parte del debito
in titoli irredimibili e costringere gli altri paesi a comprarli e tenerseli.
Per fortuna non se n’è più parlato, ma nella classe dirigente americana ci sono
idee ancora più bizzarre.
Che confermano come sottrarre anche solo il 5-10% degli investimenti sui
Treasury sarebbe un problema serio per Washington.
Sì, ma spero che poi tutto sommato la gente stia attenta. Perché è chiaro che se
domani uno dicesse: “Da qui in avanti vendo tutti i titoli americani”, si
creerebbero degli sconquassi. Ma nessuno ha interesse a provocare uno shock
improvviso. E infatti quello che si vede oggi non è tanto un passaggio verso
l’euro, quanto una fuga verso l’oro. È una reazione difensiva: meno fiducia
negli Stati Uniti, più ricerca di beni rifugio.
Tornando a noi, per un’enorme emissione di debito serve una spesa strutturale:
proprio il riarmo?
Saremmo più contenti se spendessimo su altre cose, come la ricerca, ma ahimè
viviamo in questo mondo. La difesa è uno di quegli elementi su cui è più facile
trovare un accordo di lungo periodo. Ma anche qui serve un cambio di passo. Gli
europei spendono già tanto per la difesa, però spendono male. Sugli strategic
enablers — intelligence, satelliti e così via — avrebbe senso agire insieme,
anche nel procurement (il processo di acquisto e approvvigionamento di tutto ciò
che serve per rendere operative le forze armate, ndr), per evitare che ogni
paese scelga le proprie imprese.
Intanto c’è l’obiettivo del 5% di Pil da spendere nella Difesa.
Per far contento Trump abbiamo preso questa decisione assurda. Anche se poi un
punto e mezzo va in infrastrutture, probabilmente sono cifre eccessive.
Bisognerebbe concentrarsi sugli investimenti tecnologicamente più avanzati, che
hanno un aspetto di bene pubblico. Parliamo forse di mezzo punto di Pil a
livello europeo, non è quello che ti cambia il mondo, ma può creare consenso
politico, come dimostrano i Paesi nordici, da sempre restii a condividere la
spesa, che sulla Difesa hanno cambiato radicalmente idea. Dico solo che è
politicamente più facile, vista la situazione geopolitica, soprattutto ora che
gli Stati Uniti sono percepiti come meno affidabili. Senza dimenticare che loro
crescono e noi no, anche per mancanza di investimenti in certe tecnologie.
Quindi il debito bisogna saperlo spendere. Altrimenti c’è il rischio di una
bolla finanziaria?
Il rischio esiste sempre. Con le emissioni del Next Generation EU la Commissione
voleva puntare di più su beni pubblici europei, ma gli Stati hanno preferito
gestire i fondi in autonomia. Anche sulla difesa siamo ancora lontani da veri
progetti comuni e questo perché i Paesi membri ancora non ci vogliono stare.
Detto questo, in una fase come questa qualche rischio va corso.
Se poi a comprare Eurobond fossero principalmente i grandi fondi statunitensi
come BlackRock, non rischiamo di dipendere dalle loro strategie di profitto,
perdendo autonomia invece di guadagnarla?
Ogni anno l’Europa investe circa 300 miliardi negli Stati Uniti: risparmi
investiti lì perché i fondi ma anche i risparmiatori vedono maggiori
opportunità. Se ci fossero progetti europei solidi e credibili, una parte di
quel risparmio resterebbe in Europa. Non si tratta solo di chi compra i titoli,
compresi e non solo i grandi fondi americani, ma di creare occasioni
d’investimento che convincano anche i capitali europei a non emigrare. Aggiungo
che potremmo stare giorni a discutere di tutto quello che non va nell’Unione
europea, lo dico avendo fatto il consulente della Commissione per dieci anni,
dopodiché teniamocela stretta visto tutto quello che c’è fuori.
L'articolo Ue contro Trump: colpirlo con gli Eurobond? L’economista: “Serve
cambio di passo, ma potrebbe reagire” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“A chi mi rivolgo? All’Italia e agli italiani. Ci siamo persi in uno scontro
ideologico tra destra e sinistra e abbiamo perso di vista ciò che conta: il
Paese è in difficoltà economica”. È da questa premessa che prende forma
“Sveglia!”, l’ultimo libro di Pietro Senaldi, condirettore di “Libero”, scritto
a quattro mani con il consulente d’impresa Giorgio Merli e pubblicato da
Marsilio Editori. Il volume nasce con l’obiettivo, dichiarato dagli autori, di
“esprimere il proprio punto di vista” partendo da una base di “dati oggettivi” e
“un’osservazione quarantennale della realtà italiana”. Intervistato da
Ilfattoquotidiano.it, Senaldi sostiene la necessità di “depoliticizzare e
deideologizzare il ragionamento” per affrontare quella che, a suo giudizio, è
una crisi economica giunta a un punto di non ritorno. Da qui l’appello a una
“Sveglia!”, rivolta all’Italia e ai cittadini italiani, per uscire da una
condizione che l’autore descrive nelle prime pagine del libro come una “inerzia
collettiva”.
Secondo Senaldi, la manovra principale per risolvere la crisi sarebbe “aumentare
il PIL” per “riattivare l’economia” e avere così i “soldi per la sanità e le
pensioni”. Al contrario, nell’ottica del giornalista, la situazione economica
italiana sarebbe rimasta bloccata in un limbo perché “da 30-40 anni viviamo a
iniezioni da 80/100 miliardi di debito l’anno”, sottolinea Senaldi. Ed è per
questo motivo, aggiunge, che “forse non è un caso che i nostri giovani migliori
appena possono lasciano il Paese per guadagnare di più, lavorare meglio e avere
più prospettive”.
Il primo elemento del libro che salta all’occhio è il titolo: “Sveglia!”. A chi
vuole rivolgersi e da che cosa bisognerebbe svegliarsi?
“Mi rivolgo all’Italia e anche ai cittadini italiani. Secondo me, ci siamo persi
in uno scontro ideologico tra destra e sinistra, tra buoni e cattivi, e abbiamo
perso di vista ciò che conta, ovvero che il Paese è in difficoltà economica da
decenni. Non affrontiamo la vita e la politica con un approccio pratico: il
punto centrale è come far crescere il PIL, così che aumentino il benessere e i
soldi che abbiamo a disposizione nel nostro welfare. Bisogna preoccuparsi di
aumentare il PIL, poi la politica deciderà come ripartire. Noi siamo a crescita
zero praticamente da quando c’è l’euro perché il resto della crescita è a debito
nella misura di 80/100 miliardi l’anno. Se tu riattivi l’economia poi hai i
soldi per la sanità e per le pensioni”.
Nell’incipit si parte dalla definizione di “popolo di sonnambuli inerti” data
agli italiani dal CENSIS. Perché avete scelto di partire proprio da qui e voi
che interpretazione date di questa definizione?
“Penso che l’Italia sia un Paese con molti problemi che non si dice e che sia
vittima di ideologia. Abbiamo bisogno di depoliticizzare e deideologizzare il
ragionamento per tornare al principio causa/effetto. Se vuoi migliorare il
sistema ospedaliero italiano – che secondo me è migliore di altri tant’è vero
che siamo il secondo Paese più longevo, pur essendo il quarantaduesimo più ricco
al mondo – non devi decidere se dare il 5-6% di un 100, ma far sì che questo 100
diventi 150. L’Irlanda, ad esempio, destina alla sanità la metà della
percentuale di PIL che destiniamo noi, ma più del doppio su ogni singolo
irlandese. Per ogni italiano sono 2800/2900 euro l’anno, mentre per ogni
irlandese sono 7000, questo avendo circa il 3% di PIL destinato alla Sanità. E
perché? Perché deve aumentare la torta”.
Nel libro, lei e Merli analizzate venti miti che definite ‘da sfatare’. Qual è
l’intento complessivo di questo lavoro?
“L’intento, come tutti quelli che scrivono un libro, è esprimere il proprio
punto di vista. Noi lo facciamo sulla base di dati oggettivi, di un’osservazione
quarantennale della realtà italiana e dell’esperienza di Merli. Il nostro punto
di vista è che per stare meglio bisogna essere più ricchi. Noi invece vogliamo
diventare più ricchi senza preoccuparci di come diventarlo. E alla fine puoi
farlo solo in un modo: indebitandoti. Siccome da 30-40 anni viviamo a iniezioni
da 80/100 miliardi di debito l’anno, forse alla fine non è un caso che i nostri
giovani migliori, circa 600 mila negli ultimi anni, appena possono lasciano il
Paese. Un ragazzo che si affaccia sul mondo del lavoro oggi parte con 100/120
mila euro di debito e noi gli diamo 1500 euro o 2000 euro nei casi migliori”
In un passaggio del libro lei scrive: “Chi lavora, chi guadagna, chi
contribuisce al sistema, se può, se ne va”. Quali sono, secondo lei, le
principali cause di questa fuga di cervelli e quale impatto prevede
sull’economia italiana in prospettiva futura?
“Per guadagnare di più, lavorare meglio e avere più prospettive. E come si fa a
guadagnare di più? Secondo me non aumentando per legge lo stipendio, come ha
fatto il Giappone, che li ha aumentati del 5% e nel giro di pochi mesi
l’inflazione si è mangiata quell’aumento. Oggi, il valore reale degli stipendi
risulta inferiore dell’1,5%. Lo stipendio va aumentato se aumenta il valore
aggiunto del lavoratore, quindi il valore dei beni e dei servizi che il lavoro
crea. Spesso pensiamo che la gente ci paghi perché andiamo a lavoro, ma in
realtà ci paga perché il nostro lavoro porta ricchezza all’azienda. In Italia,
il lavoro di un italiano porta 70-80 euro di valore aggiunto, mentre altrove ne
porta anche il doppio e quindi guadagnano di più”.
Nel testo sembra emergere la sensazione di trovarsi di fronte a una situazione
da cui è difficile sfuggire. Tuttavia, nella sezione finale, lascia aperto uno
spiraglio per delle contromisure. Come si può uscire da questa condizione di
galleggiamento che lei descrive nel libro?
“Dobbiamo puntare sui pochi asset che abbiamo. Un piano economico si divide in
breve, medio e lungo periodo. Nel breve periodo, si può far poco. Noi abbiamo un
turismo con potenzialità enormi, ma la Spagna ha un incasso da questo settore
che è più del doppio del nostro. Il turismo è un settore che potenzialmente può
crescere di anno in anno anche dell’8-9%, un aumento che non si può verificare
in altri settori come manifattura o agricoltura. Per farlo, però, devi puntare
su un turismo di lusso per attrarre il capitale estero. In alcuni programmi
televisivi si dice che sbagliamo a far pagare a un imprenditore arabo una suite
5 mila euro a notte. Ma se lui non lì paga per la suite non è che li
distribuisce comunque, se li tiene per sé. Dobbiamo cominciare a far pagare agli
altri i nostri asset.
Nel medio periodo dobbiamo concentrarci su una politica fiscale adeguata. Con
quella che abbiamo applicato non solo non attiriamo nessuna grande impresa, ma
le nostre aziende sono andate all’estero. Ora diciamo che la piccola impresa è
bella, certo che lo è, ma è anche la sola che ci è rimasta. Le piccole aziende
lavorano per le grandi aziende, che fanno circolare denaro e permettono di
lavorare alle piccole, che invece oggi sono sempre più in difficoltà e hanno una
capacità di investimento limitata. L’economia va avanti grazie a chi investe,
che si arricchisce, e le grandi aziende devono essere in grado di fare
investimenti.
Nel lungo periodo, invece, bisogna sviluppare i servizi, che hanno un’alta resa
e non soffrono della concorrenza di cui soffrono altri settori come la
manifattura. Ad esempio, se prendo un tram in Italia, non mi interessa se in
Cina costa meno, perché io devo spostarmi in Italia. I servizi ti permettono di
vincere le regole spietate della globalizzazione. Nel digitale, però, noi siamo
un po’ indietro. Tutto avviene con un circolo virtuoso. Oggi la politica di
destra e sinistra è prigioniera di se stessa perché fa promesse e gli italiani
sono drogati di promesse. Bisogna comincia a raccontare alla gente la realtà
delle cose”.
L'articolo “L’Italia è in difficoltà economica e noi siamo persi in uno scontro
ideologico tra destra e sinistra. No all’aumento degli stipendi per legge: per
guadagnare di più, lavorare meglio”: Pietro Senaldi presenta il nuovo libro
“Sveglia!” proviene da Il Fatto Quotidiano.