Nuove accuse a Carmelo Cinturrino e altri due poliziotti del commissariato di
Mecenate indagati. Si allarga l’inchiesta della Procura di Milano, nata
dall’omicidio di Abderrahim Mansouri, ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto
di Rogoredo durante un’operazione antispaccio. Ora a Cinturrino viene contestata
anche “l’aggravante della premeditazione”. In sostanza, secondo l’accusa,
progettò di assassinare Mansouri. La novità emerge dalla richiesta di incidente
probatorio per convocare almeno otto testimoni, tra pusher e tossicodipendenti,
in modo da cristallizzare i loro racconti. E proprio da questi atti è emerso
anche il faro acceso su altri due agenti.
Gli indagati quindi, incluso Cinturrino, salgono a 7. All’agente, attualmente in
carcere, oltre all’aggravante della premeditazione, vengono contestati anche
nuovi reati, dall’estorsione alle percosse e allo spaccio. Tra le accuse al
41enne ci sono anche sequestro di persona, concussione, arresto illegale,
calunnia, falso, depistaggio e rapina. Sono 43 in totale i capi di imputazione a
carico dell’assistente capo e degli altri sei poliziotti indagati, da quanto
emerge dalla richiesta di incidente probatorio del pm Giovanni Tarzia.
I nuovi indagati sono un’agente per falso – un episodio del 2024 che la vede
protagonista con lo stesso Cinturrino – e un altro poliziotto per arresto
illegale. Le persone che dovranno essere sentite – almeno 8 da quanto trapela –
sono testimoni già ascoltati dal pubblico ministero e che vista la loro
condizione – stranieri o senza fissa dimora – potrebbero non essere più
rintracciabili al momento dell’eventuale processo. L’incidente probatorio
consente di ‘cristallizzare’ le testimonianze davanti a un giudice e ai legali
degli indagati nonché di fissare le accuse provvisorie.
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poliziotto. Indagati altri 2 colleghi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il giorno dopo la morte di Moussa Diarra, il giovane del Mali ucciso da un colpo
di pistola sparato in stazione ferroviaria a Verona da un poliziotto il 20
ottobre 2024, due pubblici ministeri inviarono alla collega che stava indagando
sul decesso un verbale con la trascrizione di intercettazioni ambientali
provenienti da un’istruttoria molto più ampia. Era quella che nel 2023 aveva
portato in carcere alcuni agenti nell’ipotesi di torture e violenze, commesse di
notte nella sezione Volanti della Questura a danno di stranieri fermati per
controlli. Carte scottanti, perché tra i nomi citati, anche se non indagato,
spuntava quello dell’agente della Polfer, presente, ma solo osservatore di
alcuni episodi di intolleranza avvenuti in caserma. Il documento di 30 pagine
era firmato dai sostituti procuratori Carlo Boranga e Chiara Bisso, ed era
indirizzato alla sostituta Maria Diletta Schiaffino.
La circostanza emerge a poche ore dalla diffusione da parte della senatrice
Ilaria Cucchi, di Alleanza Verdi Sinistra, del video degli ultimi istanti di
vita di Moussa. È a terra, due poliziotti gli sono accanto, uno spiega: “Chiama
un’ambulanza immediatamente ho sparato mi stava aggredendo col coltello… ha
ancora il coltello in mano”. Immagini choccanti, pochi giorni dopo l’udienza in
cui la parte civile ha discusso l’opposizione alla richiesta di archiviazione
presentata dalla Procura secondo cui il poliziotto avrebbe agito per legittima
difesa. Il gip di Verona, Livia Magri, si è riservata di decidere.
IL FASCICOLO DELLE TORTURE
Il nome dell’assistente capo A. F. ricorre più di una volta nelle
intercettazioni (con fotografie) che hanno suffragato l’inchiesta per torture
che ha già portato a una dozzina di rinvii a giudizio. In un caso, mentre gli
agenti osservavano uno straniero chiuso in una stanza, che urinava in un angolo,
A. F. aveva commentato: “Guarda che la puli… pulisci con la faccia”. La sera
dopo chiede a un collega, riferendosi a un altro straniero: “Te la stai
spippando? Che stai facendo? C…one… brutta m…a, giù la coperta va”. Dopo un po’
di minuti aveva attirato l’attenzione dei colleghi perché un altro soggetto
stava dando in escandescenze fuori dalla Questura, danneggiando il citofono.
“Sentito il c…one fuori che urla?”. Sunteggiando il seguito, gli ufficiali di Pg
annotano: “A. F. commenta dicendo che in tutto il resto del mondo gli avrebbero
sparato in fronte”. La frase è agghiacciante. In ogni caso il nome dell’agente
non è finito nel registro degli indagati, visto che non c’erano elementi per
contestare comportamenti illeciti. Eppure gli avvocati del fratello di Moussa
(Fabio Anselmo, Paola Malavolta, Francesca Campostrini e Silvia Galeone)
chiedono al gip di “acquisire tutti gli atti relativi a quell’episodio per
verificare quale sia stata la ragione del trasferimento di A. F. dalla Volanti
alla Polfer”. E commentano: “Sul morto si è indagato in modo ineccepibile.
Nessuna indagine risulta essere stata effettuata, invece, sullo stato di
servizio dell’indagato, mentre dal fascicolo emergerebbe una personalità quanto
meno incline all’aggressività verbale e alla mancanza di empatia nei confronti
dei soggetti fermati o ristretti”. Ad esempio, mezz’ora prima di essere
interrogato dal Pm, l’agente aveva scritto sul cellulare, riferendosi al ragazzo
morto: “…non era antiproiettile”.
“LE IMMAGINI SUBITO SCAMBIATE SU WHATSAPP”
Si tratta solo di uno dei dieci accertamenti che, secondo i legali della
vittima, impedirebbero l’archiviazione. Le istanze contestano presunte falle
nell’inchiesta per omicidio colposo. Vogliono conoscere tutte le comunicazioni
radio tra Polizia Locale e Polizia di Stato la mattina della morte di Moussa.
Chiedono di identificare i membri del gruppo Whatsapp di cui faceva parte
l’indagato “Squadra Operativa 2”, che si erano scambiati le immagini del giovane
morente, di cui gli avvocati di parte civile sono entrati in possesso solo sei
mesi dopo, visto che erano state secretate. In particolare, uno di loro aveva
inserito due video già alle 7.50 del mattino, nemmeno un’ora dopo la tragedia.
Così l’agente indagato aveva potuto rivedere le immagini della sparatoria prima
di rispondere alle domande del magistrato. Altre verifiche riguardano i registri
del taser utilizzato dalla Polfer di Verona, la “portata lesiva” del coltello,
una “posata da tavola” impugnata dal maliano, e l’impianto di videosorveglianza
per chiarirne i malfunzionamenti ed escludere, con l’audizione degli agenti che
lo hanno usato, eventuali manomissioni o tagli.
“FU LEGITTIMA DIFESA”
La Procura è invece convinta che l’agente non avesse alternative. “Ben si può
sostenere come ricorra senza alcun dubbio la scriminante della legittima difesa…
per esservi stato costretto dalla necessità di difendere la propria vita contro
l’aggressione del Moussa, che impugnava un coltello da cucina, ponendo in essere
una difesa chiaramente proporzionata all’offesa”. Questa tesi è stata espressa
dalla Procura con due comunicati diffusi lo stesso giorno del fatto e il 21
ottobre 2024, un anno prima della richiesta di archiviazione. Secondo i
difensori sarebbero la riprova che l’indagine aveva da subito imboccato una
impostazione che scagionava l’agente. Riferendosi al video diffuso dalla
senatrice Cucchi, l’avvocato difensore Matteo Fiorio sostiene che sia stato
“tagliato ad arte e sia incompleto”.
“IN QUEI 7 SECONDI NON DOVEVA SPARARE”
La ricostruzione della parte civile è opposta e insinuano versioni aggiustate
dagli agenti, soprattutto dopo aver visto le registrazioni prima della Procura.
Gli avvocati affermano che l’agente indagato avrebbe dovuto portare con sé il
taser, non solo la pistola, quando aveva visto entrare in stazione Moussa, in
evidente stato di alterazione psicofisica. Secondo il poliziotto, Moussa lo
aveva stretto contro il muro e un cestino, avvicinandosi con il coltello, così
aveva sparato tre colpi, due a vuoto, il terzo mortale. Ma prima lo aveva
invitato a lasciare l’arma. Una versione che non convince gli avvocati. “È
lecito dubitare di tale dinamica, dato il lasso di tempo brevissimo per potersi
consumare una sequenza dei fatti così come raccontata. Dal momento in cui
l’agente esce sul piazzale della stazione a quando Moussa cade a terra
trascorrono soli 7 secondi, compresa la pausa fra la mira dell’arma e il primo
colpo per verificare l’effetto deterrente della pistola, e poi una pausa fra un
colpo e l’altro per verificare le reazioni del soggetto. Tutto ciò non è
materialmente realizzabile in 7 secondi, nei quali l’indagato, a suo dire, non
avrebbe avuto possibilità di fuga in quanto sempre stretto fra la porta di
ingresso, il muro, e il cestino”. Una circostanza contestata: “Dalle immagini si
apprezza che nel momento in cui ha puntato l’arma e ha sparato non era affatto
stretto contro il cestino, avendo la strada libera dietro di sé per
eventualmente indietreggiare per sottrarsi dal raggio del coltello-posata”. In
conclusione gli avvocati chiedono: “Si vuole veramente scrivere in un
provvedimento di un Tribunale italiano che due agenti della Polizia di stato non
avrebbero potuto tentare di disarmare un soggetto, in evidente stato
confusionale, eventualmente anche chiedendo rinforzi con l’ausilio della
ricetrasmittente, e che in una dinamica ‘due contro uno’ l’unica soluzione
perseguibile fosse sparare a morte?”.
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dinamica. Su cosa punta la parte civile per opporsi all’archiviazione
dell’agente proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enza Plotino
E’ stato detto dalle parti della destra e dai suoi megafoni di Stato che Elly
Schlein “specula su Niscemi”. La segretaria del Pd, accorsa sul luogo della
frana poche ore dopo l’accaduto, aveva chiesto al governo “di destinare un
miliardo di euro che non verrà usato per infrastrutture inutili come il ponte
sullo Stretto per dare sostegno alle aree colpite dal maltempo”.
Una constatazione sulle responsabilità abbastanza chiare di chi governa la
Sicilia da vent’anni e che ha il dovere verso la popolazione di quella cittadina
in bilico sul baratro di far fronte, finalmente, al disastro annunciato e mai
affrontato con progetti di recupero e finanziamenti dedicati. Sono parole ovvie
e chiare che però si scontrano con un punto di forza della destra di governo:
l’assoluta mancanza di scrupoli.
E’ un continuo flusso di parole, tweet, articoli, commenti che farebbero
vergognare qualsiasi persona normale, ma che la destra utilizza con maestria e
con la destrezza di chi è uso fare politica da sempre in questo modo e con
questi “mezzucci infami”. La destra che dichiara su Elly Schlein è la stessa che
applaude con foga incontenibile alle speculazioni propagandistiche di Meloni.
Dove? A Niscemi? Macchè! A poche ore dai tafferugli durante la manifestazione
contro lo sgombero del centro sociale di Askatasuna a Torino, la premier Meloni,
alla velocità della luce, è corsa nel capoluogo piemontese, a dare la mano al
poliziotto in ospedale, accusando con parole incandescenti il Pd e i magistrati.
Apriti cielo! Una valanga di veleno ha inondato media, social e ogni sorta di
ingiurie ha accompagnato la cronaca dei fatti torinesi. Insieme
all’accelerazione sul pacchetto securitario e repressivo, pronto da diversi
giorni e utile “alla bisogna” del momento. Meloni plana, come un angelo (quello
dell’affresco di San Lorenzo in Lucina a Roma?) del male, su disgrazie e
tragedie, adattandole al suo disegno ideologico contro giudici e oppositori e
repressivo dei diritti di chi dissente.
E’ un modus operandi della destra da quel dì. Da quando urlava sguaiatamente sui
bambini di Bibbiano con tanti di cartelloni, passando per le foto in stivaloni
nell’Emilia-Romagna devastata dalle alluvioni, fino alla pandemia. Non c’è stato
un solo tragico evento, negli anni prima del suo insediamento a Palazzo Chigi,
in cui non l’abbiamo vista correre con cartelloni, megafoni, striscioni e tutto
l’armamentario annesso per sfruttare politicamente ogni tragedia del Paese.
Ha alimentato la paura e lucrato su di essa e sulle tragedie adattabili allo
scopo, con scientifica perseveranza. E, dalla sua elezione a premier, il modus
operandi si è fatto sistema e la propaganda violenta e immorale è diventata la
cifra di questo governo. Questa sì una vergognosa, continua speculazione che il
referendum potrebbe smascherare! Appuntamento al 22 marzo per dire No e
mortificarla nei seggi elettorali!
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L'articolo Da Niscemi a Torino, così la destra senza scrupoli sfrutta
politicamente ogni tragedia del Paese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Erano entrati nel campo nomadi di via dei Gordiani, alla periferia est di Roma,
per un finto blitz contro una famiglia rom. Si erano spacciati per carabinieri,
indossando anche i distintivi dell’Arma al collo, e avevano smontato una parte
del container portandosi via contanti, Rolex e Cartier. Peccato fosse tutto
falso, compresa la loro identità. Per due dei quattro, ora arrestati, però il
lavoro non era molto dissimile: si tratta infatti di due poliziotti già in
servizio al commissariato Salario Parioli.
Le ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei 4 sono state
firmate dal giudice al termine dell’indagine dei carabinieri, quelli veri, del
Nucleo investigativo di Ostia, in collaborazione con la Squadra Mobile di Roma.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, quattro uomini si sarebbero
introdotti nell’abitazione di due coniugi presentandosi come “Carabinieri dei
Parioli” e indossando un distintivo al collo: avrebbero quindi simulato una
perquisizione domiciliare, sostenendo di dover cercare armi e droga.
Le vittime, insieme ai figli minori, sarebbero state costrette a rimanere
all’interno dell’alloggio, con la porta d’ingresso chiusa. In un clima di forte
intimidazione, uno degli aggressori avrebbe urlato contro la donna della coppia
che manifestava dubbi sulla loro reale identità, provocandole un malore e
causando al figlio 12enne un grave stato di paura. Nel corso della falsa
perquisizione, i rapinatori avrebbero anche smontato con un trapano i pannelli
di rivestimento delle pareti dell’abitazione, riuscendo a individuare i
nascondigli utilizzati per custodire i beni di valore.
Se n’erano così andati con circa 5.000 euro in contanti e sei orologi di lusso,
cinque Rolex e un Cartier. Carabinieri e poliziotti sono risaliti ai quattro
dopo la denuncia delle vittime, seguita dall’analisi dei sistemi di
videosorveglianza presenti in zona e accertamenti tecnici sui tabulati
telefonici. Oltre ai due poliziotti in servizio presso il Commissariato ‘Salario
Parioli’, già sospesi e agli arresti domiciliari per altri motivi, sono stati
portati in carcere un cittadino marocchino e uno croato, entrambi con precedenti
penali e recidivi reiterati. Proprio il cittadino croato avrebbe avuto il ruolo
di basista, fornendo ai complici informazioni dettagliate sull’abitazione da
colpire e sui nascondigli dei valori.
L'articolo Si fingono carabinieri e rapinano una famiglia rom: 4 arresti, due
sono poliziotti proviene da Il Fatto Quotidiano.