Esiste un teatro che ha rimesso al centro il canto ma non produce musical, tanto
meno opere liriche. Nei suoi lavori, al canto si aggiungono spesso la parola
recitata/narrata e sempre il movimento o meglio il corpo, perché si tratta di
canto incarnato, embodied. Questo teatro è fatto da piccoli gruppi, che stanno
ai margini, e non solo in senso geografico-urbanistico. Del resto – come dico
spesso – è dalla periferia che ormai arrivano le proposte più interessanti.
Di conseguenza, quando oggi parliamo (com’è accaduto a Torino, per la III
edizione di Percorsi Nomadi, dal 5 al 15 marzo) di embodied musicality, o di
drammaturgia musicale, non intendiamo più, principalmente, l’uso della musica
nel lavoro teatrale ma ci riferiamo alla “musicalizzazione” dello spettacolo e,
in particolare, della performance attoriale. Questa musicalizzazione – ripeto –
riguarda in primis il corpo, che è sempre un corpo-voce. Si tratta di dar vita a
un corpo-voce ritmico, capace di “mettere in metrica” la parola e il movimento,
trasformando la prosa in poesia e l’azione fisica in danza, come sognavano i
primi registi più di un secolo fa.
In questo lungo percorso tra vecchio e nuovo secolo, la musica torna ad essere
mousiké, come nell’antica Grecia, cioè insieme di poesia, canto, danza, suono.
Al netto di qualche isolata anticipazione, è con la nascita della regia che
inizia veramente quella che lo studioso Franco Ruffini ha chiamato, in
riferimento a Stanislavskij, “la rivoluzione della musica”.
La novità radicale della regia agli albori consiste nell’idea che la messa in
scena debba essere concepita come un’opera d’arte, la cui caratteristica
fondamentale risiede nel movimento. A questo, soprattutto, spetterebbe il
compito di conferirle una forma anomala, non-quotidiana, non-mimetica.
Agli inizi del secolo scorso, Gordon Craig, influenzato fra gli altri da Isadora
Duncan, concepisce l’intera scena come un’entità dinamica, in continua
metamorfosi, e, per realizzarla, inventa gli screens, paraventi mobili.
Ma in genere, dal coevo Adolphe Appia in poi, quando si parla di movimento ci si
riferisce in primo luogo all’attore/danzatore. E ovviamente si tratta di un
movimento ritmico, in grado di conferire alla prestazione attoriale, e quindi
all’intero spettacolo, una metrica poetica e di farne un organismo unitario.
Insomma, fin da subito, l’essenza dell’arte drammatica, e di conseguenza della
messa in scena, viene individuata dai registi nel “movimento ritmico del corpo
umano nello spazio” (Georg Fuchs, 1909).
Ma parlare di movimento ritmico significa, naturalmente, parlare di musica. E
non è un caso che le ricerche pedagogiche del musicista e musicologo ginevrino
Emile Jaques-Dalcroze diventino per alcuni anni, fra il secondo e il terzo
decennio del Novecento, un riferimento per molti dei maestri della regia.
Dalcroze aveva individuato nell’aritmia il male dell’uomo moderno. Per curarla,
e restituirgli quel “senso senso”, inventa la Ritmica, un complesso di esercizi
consistenti nell’apprendimento della musica mediante il corpo.
E’ noto come l’incontro con Dalcroze sia stato fondamentale ad Appia per
imprimere alla sua visione teatrale la svolta decisiva. Egli era convinto che
l’attore in quanto uomo, entità corporea psicofisica, possedesse già in sé,
almeno in potenza, la musica. Si trattava allora di coltivare questa capacità
innata in maniera tale che essa permettesse all’attore-uomo di diventare
finalmente il soggetto della creazione scenica, senza più alcuna subordinazione
né al testo né alla musica. L’autonomizzazione del performer è perseguita in
quegli anni anche nel campo della danza. Come provano, in particolare, le
precoci ricerche di Rudolf von Laban sulla “danza libera”, che rifiuta la musica
come estranea e condizionante.
Dal lavoro di Stanislavskij sul “temporitmo” delle azioni fisiche alle
sperimentazioni di Decroux sul “dinamoritmo” nel mimo corporeo; dal “regista
musicista” di Mejerchol’d alla traiettoria di Grotowski dalla “parola cantata”,
negli spettacoli del Teatro povero, agli antichi canti vibratorii su cui si
basano le ultime ricerche; dai “concerti” di Carmelo Bene all’”attore jazz” di
Leo de Berardinis. Ecco solo alcuni dei capitoli fondamentali di quella
rivoluzione della musica che ha segnato profondamente la scena contemporanea.
Se guardiamo le cose da questa prospettiva, risulterà evidente come certe
esperienze attuali, che potrebbero sembrare eccentriche o addirittura
anacronistiche, appartengano invece a pieno titolo alla tradizione vivente che
sta al centro del Novecento teatrale. Il loro contributo è perciò cruciale,
oggi, per il rilancio della ricerca e per una rigenerazione dell’arte
dell’attore che sappia attingere ancora una volta alle risorse della musica come
mousikè.
Penso, ad esempio, a tre realtà che hanno partecipato al progetto torinese
Percorsi Nomadi III-Embodied Musicality e che seguo da tempo: LabPerm di
Domenico Castaldo, Theatre No Theatre di Thomas Richards e Regula Teatro/Laudesi
di Raúl Iaiza (si tratta anche dei curatori della rassegna, assieme a Oliviero
Ponte di Pino). Ma esistono altre realtà che lavorano in modi affini, o comunque
interessanti al riguardo: da PoEM di Gabriele Vacis a Teatro Akropolis di
Clemente Tafuri, da ErosAnteros di Agata Tomsic e Davide Sacco a Jubilo
Foundation di Diego Pileggi, per limitarmi a quelle che conosco.
L'articolo Il teatro riscopre la musicalità del corpo: è accaduto a Torino con
Percorsi Nomadi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Torino
Un varco. Viviamo giorni ruvidi. Le parole si fanno corte, le opinioni lunghe.
L’aria pubblica è piena di guerra, rancore, accuse reciproche. Si discute molto,
si ascolta poco. Ognuno difende la propria trincea. Anche la pietà, a volte,
sembra un lusso.
In questo paesaggio duro succedono però cose minime che non fanno rumore. Non
cambiano il mondo. Non rovesciano governi. Ma aprono un varco.
Tutto è cominciato con una storia semplice. Un uomo senza casa. Un buono per la
doccia. Un bagno pubblico. L’acqua sì, il sapone no. Non è un paradosso
filosofico. È solo amministrazione. Il buono copre l’acqua, il resto è a parte.
Sapone, shampoo, asciugamano. Piccole cose. Piccole cifre. Piccole umiliazioni.
La storia è finita qui sul blog. Nessun linguaggio militante. Nessuna invettiva.
Solo i fatti. Un uomo che chiede un po’ di sapone e scopre che deve pagarlo. Tre
euro in tasca. Gli unici. Una doccia che dovrebbe restituire ordine al corpo e
invece lascia scoperto un dettaglio elementare.
La rete di solito divora tutto. Una notizia nasce al mattino e muore nel
pomeriggio. Indignazioni rapide, solidarietà a scadenza. Il giorno dopo c’è già
altro. Questa volta no. Il messaggio ha cominciato a circolare. Qualcuno lo ha
letto in silenzio. Qualcuno lo ha condiviso. Qualcun altro ha riconosciuto in
quelle righe una cosa semplice: la misura di come trattiamo chi non ha più
niente.
Poi è successo un fatto piccolo.
Ieri sera, nel mio ristorante, sono arrivate tre persone, è la madre a fermarmi
per prima. Lo fa con garbo. Mi dice che hanno letto il blog. Racconta la storia
del sapone, della doccia, del buono che vale solo acqua. Il padre annuisce, il
figlio ascolta.
Sono a Torino per trovare lui, che studia qui. Vengono da Firenze. Ma quella
sera, mi spiegano, sono venuti di proposito. La frase arriva semplice, quasi
naturale. “Siamo venuti di proposito. Abbiamo letto e volevamo contribuire anche
noi.”
Un pasto, uno shampoo, qualcosa di utile. Qualcosa che serva davvero.
Il gesto è semplice. Ma oggi sorprende.
Perché in questi anni si è diffusa un’altra abitudine. I problemi degli altri
diventano argomento di discussione. Si commenta, si reagisce, si passa oltre. La
distanza resta intatta.
Qui invece succede il contrario.
Un racconto breve attraversa lo schermo di qualcuno. Non produce una polemica.
Produce un movimento. Due genitori che leggono, ne parlano con il figlio, e
quella sera, seduti a tavola, decidono di fare un passo concreto. Niente scena.
Nessuna foto. Nessuna richiesta di visibilità. Solo quella frase: siamo venuti
di proposito.
Nel frattempo è arrivata anche una risposta dalla politica. Un messaggio breve.
“Buondì Raffaele purtroppo le risorse e il personale disponibile ci permettono
di aprire tre giorni a settimana. E siamo rimasti tra i pochissimi bagni
pubblici aperti in città. Sul sapone hai ragione, vediamo se possiamo far
qualcosa. Grazie.”
È una risposta che fotografa bene il problema. Risorse poche. Servizi ridotti.
Strutture che sopravvivono più che funzionare.
Ma il punto resta lì, immobile. Una doccia non è solo acqua. Senza sapone, senza
shampoo, senza asciugamano resta un gesto incompleto. Resta a metà tra
assistenza e formalità.
E allora la domanda torna semplice.
Se una famiglia che legge un blog decide di fare qualche chilometro per
contribuire con un pasto o con uno shampoo, davvero una città non riesce a
garantire lo stesso dentro un servizio pubblico? Non si chiede molto. Non si
chiede di essere il centro del mondo. Si chiede che una doccia torni a essere
una doccia.
Per questo la richiesta resta aperta, diretta all’amministrazione: verificare
quei buoni, capire cosa coprono davvero, e fare in modo che chi entra in un
bagno pubblico per lavarsi trovi almeno il minimo necessario per farlo. Sapone.
Shampoo. Un asciugamano. Piccole cose. Piccole cifre. A volte è proprio lì che
passa la differenza tra assistenza e dignità.
Abbiamo bisogno di una “rivoluzione d’amore” per citare Alison Moyet, perché
“Love changes, changes everything, Love makes the rules from fools to kings”
cantava Climie Fisher, ma erano altri tempi e ci “batteva forte il cuore”.
L'articolo Sapone extra per i senzatetto di Torino: si è mossa una famiglia di
Firenze prima ancora del Comune proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mancano circa cento giorni alla chiusura del Pnrr ma in molte scuole i progetti
sono terminati, le rendicontazioni sono state fatte ma i soldi da Roma non sono
arrivati così i presidi sono costretti ad anticipare migliaia di euro, per
pagare i fornitori, mettendo a rischio i bilanci degli istituti. L’allarme
arriva da Torino dove la Flc Cgil ha monitorato l’attuazione del Piano nazionale
nelle scuole, segnalando criticità legate a scadenze troppo stringenti. Al liceo
“Margherita” del capoluogo piemontese – ad esempio – su 936 mila euro di
finanziamenti Pnrr non sono arrivati ancora 117 mila. La dirigente Brunella
Buscemi ha dichiarato a “La Repubblica Torino” di “aver dovuto anticipare denaro
per pagare il personale”.
A rallentare il tutto sono proprio gli aspetti burocratici come il mancato ok
dell’autorità di gestione che non permette di ricevere il saldo finale. Stessa
situazione al liceo “Passoni” dove hanno ricevuto solo la metà dei finanziamenti
previsti. Non cambia la musica all’istituto “Gobetti Marchesini” che sta
aspettando 600 mila euro. Difficoltà si registrano anche all’istituto
comprensivo “Gabelli”, alla media “Bobbio”. A Roma oltre 1.400 cantieri di
edilizia scolastica sono ancora aperti: viaggiano a ritmo sostenuto, con una
quota di pagamenti impegnati superiore alla media nazionale, ma circa 185
interventi rischiano di non essere completati entro il 31 marzo.
Il caso Pnrr riguarda non solo i ritardi nei pagamenti ma anche i calendari.
L’Unione delle Province italiane è intervenuta sulla questione, nei giorni
scorsi, in un’audizione alla Camera per chiedere di “chiarire con norma i
termini di scadenza della tempistica relativa alle misure in capo alle Province
riguardo alla conclusione delle opere, al collaudo delle stesse e alla
rendicontazione finale. Ad oggi, i termini risultano non coerenti con quelli
indicati dal Piano”.
D’altro canto la Flc Cgil, a fine febbraio scorso, durante un incontro del
tavolo tecnico sul Pnrr aveva segnalato come problema urgente l’estrema lentezza
nella validazione delle rendicontazioni da parte dei revisori Mim. “Abbiamo
sostenuto -ha spiegato la segretaria generale Gianna Fracassi – che il
rallentamento, tuttavia, non è dovuto solo ai revisori poiché quand’anche ci sia
stata una verifica positiva, in moltissimi casi manca ancora la validazione
dell’unità di missione. Sono stati dunque richiesti tempi celeri e certi nelle
operazioni perché tale situazione determina un ritardo nei saldi con conseguenti
forti anticipi di cassa per il pagamento di forniture e personale o
l’esposizione delle scuole a conflittualità e contenzioso”.
Non solo. Sono state messe in evidenza anche le difficoltà legate alla gestione
della piattaforma e delle check list che creano un ulteriore carico
amministrativo per dirigenti scolastici, Dsga e segreterie scolastiche.
L'articolo Edilizia scolastica, i soldi del Pnrr non arrivano: da Torino a Roma
fase critica per gli istituti proviene da Il Fatto Quotidiano.
A distanza di tre anni dai disordini e la protesta ventotto anarchici andranno a
processo per le violenze scoppiate durante il corteo del 4 marzo 2023 a Torino
organizzato per chiedere la liberazione di Alfredo Cospito, detenuto in regime
di 41 bis. Gli imputati sono accusati a vario titolo di devastazione, resistenza
e lesioni.
Secondo l’accusa avrebbero portato in piazza Solferino e lungo il percorso della
manifestazione fumogeni, materiale esplodente e infiammabile, caschi, guanti e
maschere antigas, oltre a scudi di plexiglass, mazze e martelli, con l’intento
di scontrarsi con le forze dell’ordine. Gran parte del materiale, sequestrato
dalla Digos, era nascosto all’interno di un furgone parcheggiato nei pressi del
luogo di partenza del corteo.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, quando i manifestanti sono
arrivati ai giardini Lamarmora, alcuni anarchici si sarebbero travisati dietro
un telone bianco, dopo avere acceso fumogeni e cambiato abiti per non essere
riconosciuti. A quel punto si sarebbero disposti alla testa, al centro e in coda
al corteo, dando inizio ai disordini.
Durante gli scontri furono danneggiate vetrine di negozi, venne imbrattata una
chiesa e vennero danneggiate auto parcheggiate, con ingenti danni. Nel
procedimento si sono costituiti parte civile il ministero dell’Interno, il
Comune di Torino, alcune banche e il Gruppo torinese trasporti. La prima udienza
del processo è fissata per l’11 novembre 2026. Titolare dell’inchiesta è il
pubblico ministero Paolo Scafi.
L'articolo Scontri e danni durante il corteo pro Cospito, 28 anarchici a
processo per devastazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Faceva il giardiniere e il custode, Ronald Adarlo. E lì dove lavorava l’hanno
trovato morto: dentro la villa di Marco Lavazza, vicepresidente del colosso del
caffè. Ora i carabinieri indagano su cosa sia accaduto, sabato pomeriggio, nella
residenza dell’erede. Gli investigatori sono arrivati nella dimora torinese, in
via Alby, zona precollinare affacciata sulle Alpi, dove sorgono ville e
villette.
Al loro arrivo era già intervenuta un’ambulanza del 118 di Azienda Zero, ma per
Adarlo, filippino di 50 anni, non c’era più nulla da fare. Esclusa la pista
dell’omicidio, i militari dell’Arma stanno indagando per ricostruire la dinamica
che ha portato alla morte del dipendente di Lavazza. Al momento sarebbero due le
ipotesi: l’uomo potrebbe essersi tolto la vita oppure sarebbe stato vittima di
un incidente sul lavoro.
Marco Lavazza, vicepresidente del gruppo omonimo e dell’Unione Industriali di
Torino, nella serata di sabato ha diffuso una nota a nome suo e della famiglia
per esprimere “profondo dolore e sgomento per la tragica fatalità” che “ha
cagionato la scomparsa” di Adarlo, “una persona a noi molto cara e parte della
famiglia da tanti anni”. La famiglia ha assicurato “piena collaborazione per
chiarire le circostanze di quanto avvenuto”.
L'articolo Un morto nella villa di Lavazza: il giallo sul decesso del
giardiniere-custode del vicepresidente del gruppo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un ipotizzato proselitismo neofascista che avrebbe raggiunto anche ambienti
delle Forze armate. È uno dei capitoli emersi dall’indagine condotta a Torino su
un gruppo dell’estrema destra chiamato “La Barriera – Avanguardia Torino”, al
centro di un’inchiesta della magistratura piemontese. Diciassette attivisti del
sodalizio dovranno comparire l’11 marzo davanti al giudice dell’udienza
preliminare con accuse di apologia di fascismo. Tra loro figura anche il figlio
di un assessore regionale di Fratelli d’Italia. Secondo gli inquirenti, durante
incontri, cene, concerti e serate conviviali gli indagati avrebbero messo in
scena comportamenti riconducibili alla propaganda del Ventennio: dalla
cosiddetta “cerimonia del presente” alle invocazioni al Duce, fino a slogan,
canti e simboli che richiamano l’ideologia fascista. Nei loro raduni sarebbero
state pronunciate anche espressioni di stampo razzista e antisemita.
Le indagini dei carabinieri del Ros . il reparto specializzato dei Carabinieri –
si sono concentrate per mesi su un locale torinese utilizzato come punto di
ritrovo dagli attivisti, l’“Edoras”, nel frattempo chiuso. Proprio il
monitoraggio di quel luogo ha portato alla luce un altro elemento ritenuto
significativo dagli investigatori: la presenza sempre più frequente di militari
dell’Esercito italiano descritti nelle relazioni come “connotati da idee
estremiste”.
Tre soldati, tutti in servizio attivo a Torino o nelle vicinanze, sono stati
identificati. Uno di loro, secondo quanto riportato negli atti dell’inchiesta,
avrebbe partecipato anche a una riunione operativa con due dei leader del
gruppo. Lo stesso militare sarebbe stato notato nell’autunno del 2024 mentre
prendeva parte ad alcune iniziative organizzate dagli attivisti, tra cui la
preparazione di pacchi alimentari destinati agli alluvionati di Valencia e
l’affissione di uno striscione dedicato a due militanti di Alba Dorata uccisi in
Grecia nel 2013. Nonostante la loro presenza nelle attività del gruppo, nessuno
dei militari è stato indagato nel procedimento su “La Barriera – Avanguardia
Torino”. La circostanza, tuttavia, è stata segnalata dai carabinieri ai
magistrati in una relazione che sottolinea anche la capacità del movimento di
portare avanti “proficue campagne di proselitismo”.
Dalle intercettazioni emergerebbe inoltre l’ambizione degli attivisti di
costruire una rete internazionale dell’estrema destra. In una conversazione
captata il 2 dicembre 2023, due membri del gruppo arrivano a sostenere che
“Torino è diventata la capitale europea del nazismo”, commentando la possibilità
di collegarsi a diverse organizzazioni identitarie e nazionaliste straniere.
Secondo gli investigatori non si tratterebbe di semplici millanterie, ma del
tentativo concreto di costruire un network tra movimenti ultranazionalisti di
vari Paesi, con l’obiettivo di “aggregare uomini” e aumentare il peso delle
iniziative. In quest’ottica viene interpretata anche la partecipazione di un
attivista torinese a manifestazioni organizzate all’estero, in Grecia e in
Francia, dove non sono mancati scontri di piazza.
Quanto all’inquadramento ideologico del gruppo, i carabinieri ritengono che “La
Barriera – Avanguardia Torino” si collochi all’interno di un progetto estremista
di lunga durata, ispirato all’ideologia eversiva di Terza Posizione, recuperata
e rielaborata – secondo gli investigatori – all’interno della cosiddetta “Gilda
dei Lanzichenecchi”. L’udienza preliminare dell’11 marzo dovrà ora stabilire se
gli attivisti saranno rinviati a giudizio.
L'articolo “Proselitismo neofascista anche tra militari dell’Esercito”, verso il
processo 17 componenti di “La Barriera – Avanguardia Torino” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tragedia sfiorata in una scuola media di Piscina, nel Torinese, dove un
ragazzino di 11 anni ha rischiato di soffocare dopo aver ingerito un boccone di
cibo. L’episodio è avvenuto nella mattinata di oggi e ha richiesto l’intervento
del personale sanitario.
Secondo quanto riferito, non è ancora chiaro se l’11enne abbia mangiato un
biscotto o una merendina. Il peggio è stato evitato grazie all’intervento
tempestivo di un insegnante: il docente ha infatti praticato le manovre
disostruttive, consentendo al ragazzo di riprendere a respirare.
Sul posto è intervenuto il 118 di Azienda zero. All’arrivo dell’ambulanza il
giovane respirava normalmente, era vigile e cosciente. Tuttavia, è stato
comunque deciso di portarlo al pronto soccorso in via precauzionale.
Foto d’archivio.
L'articolo Undicenne rischia di soffocare a scuola: salvato dall’intervento
dell’insegnante proviene da Il Fatto Quotidiano.
È tornata in Italia Elsa, la quindicenne biellese che è stata fino a oggi
ricoverata a Zurigo a seguito delle gravi ustioni riportate nell’incendio
scoppiato la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera. “È la prima vera
buona notizia da quel maledetto giorno”, ha detto il papà Lorenzo sottolineando
che la 15enne “è felice di tornare in Italia”. Un po’ di sollievo per i genitori
di Elsa: “Le condizioni sono stabili” ed è così stato possibile organizzare il
trasferimento al al Centro grandi ustionati del Cto di Torino per proseguire le
cure. L’elicottero decollato da Zurigo è atterrato a Torino intorno alle 13. La
studentessa aveva riportato ustioni su circa il 60% del corpo. Uscita dal coma
dopo 22 giorni dall’incendio, è stata sottoposta a più interventi chirurgici.
Una notizia che ha sollevato anche i compagni di classe dell’istituto superiore
di Biella frequentato dalla giovane. Amici e compagni di scuola in queste
settimane hanno avuto sempre un filo diretto con la famiglia sperando
nell’arrivo di buone notizie.
Intanto un nuovo video, registrato nei giorni precedenti alla strage di
Capodanno e che immortala una serata con minorenni che consumano alcol nel bar
Le Constellation è ora agli atti del fascicolo aperto in procura a Roma. Un
video, dove oltre alla folla di giovani presenti, è visibile anche lo stato del
locale. Immagini registrate da un amico di una delle vittime che verranno
analizzate dagli inquirenti insieme a quelle contenute nei telefoni già
sequestrati alla ricerca di elementi che possano aiutare a ricostruire la
dinamica e le ipotesi di responsabilità.
In più, oltre alle testimonianze dei ragazzi italiani rimasti feriti nel rogo
del locale che hanno restituito racconti sovrapponibili, uscite di sicurezza
sbarrate, Jessica Moretti che scappa, il fuoco che divampa in pochi minuti, i pm
di piazzale ora acquisiranno anche quelle dei genitori dei giovani, alcuni dei
quali intervenuti in soccorso la sera della strage. Nel fascicolo aperto a
piazzale Clodio, coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi con l’aggiunto
Giovanni Conzo e il pm Stefano Opilio, si procede per disastro colposo, omicidio
plurimo colposo, incendio e lesioni gravissime aggravate dalla violazione della
normativa antinfortunistica. I pm capitolini tra il 23 e il 27 marzo torneranno
in Svizzera, questa volta a Sion, dove avranno a disposizione gli atti finora
raccolti che potranno selezionare.
L'articolo È tornata in Italia la 15enne biellese rimasta ustionata a
Crans-Montana. La procura acquisisce un nuovo video proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È morto il bambino di cinque mesi ricoverato da sabato in condizioni critiche
all’ospedale Regina Margherita di Torino dopo essere caduto nella sua abitazione
di Pessione, frazione di Chieri, nel Torinese. Il decesso è stato constatato
nella serata del 23 febbraio, dopo che nel pomeriggio i medici del reparto di
rianimazione avevano dichiarato la morte cerebrale. La Procura di Torino ha
aperto un fascicolo per omicidio colposo per dare il via libera all’autopsia.
Gli investigatori stanno verificando la dinamica dell’accaduto e la
compatibilità tra il racconto fornito dalla madre e il quadro clinico
riscontrato dai medici.
Secondo la ricostruzione fornita ai militari, il piccolo Riccardo Lucà era in
braccio alla madre mentre la donna stava scendendo le scale interne della
villetta in cui la famiglia vive. La scala collega il piano delle camere da
letto a quello della zona giorno. La madre avrebbe accusato un malore
improvviso, accasciandosi. Il neonato sarebbe caduto, battendo violentemente la
testa, e sarebbe stato trovato in fondo alla scala interna. Era stata la donna a
chiamare i soccorsi: “Mio figlio non respira, non respira più”, aveva
dichiarato, aggiungendo inoltre di avere un “forte mal di testa già dalla
mattina” e di aver “dormito poco”. Al momento dei fatti si trovava sola in casa
con il figlio e non risultano altri testimoni.
All’arrivo dei soccorritori della Croce rossa di Chieri, la donna era stata
trovata sotto choc. Giunta in ospedale, era stata affiancata da un’équipe di
psicologi. Il neonato era arrivato al pronto soccorso in arresto cardiaco:
presentava più lesioni ed era stato ricoverato in rianimazione con prognosi
riservata. La diagnosi riportata era: “trauma cranico, trauma addominale, trauma
toracico”. Un secondo arresto cardiaco sarebbe sopraggiunto poco dopo il primo.
Le condizioni sono rimaste gravissime per due giorni, fino al decesso.
La donna e il padre del bambino sono stati sentiti come persone informate sui
fatti. Gli eventuali dubbi saranno oggetto di ulteriori accertamenti tecnici che
la procura disporrà nelle prossime ore, a partire dall’autopsia. Anche le
condizioni fisiche della madre potranno essere oggetto di verifica. Sul caso è
intervenuta la procura dei minori, che ha chiesto al tribunale competente
l’affidamento temporaneo ai nonni dell’altro figlio della coppia, di quattro
anni, in via precauzionale. I genitori hanno espresso il consenso alla donazione
degli organi del piccolo.
L'articolo Torino, è morto il bimbo di cinque mesi caduto dalle scale di casa:
si indaga per omicidio colposo proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Torino è nato un acceso dibattito politico e civico attorno al futuro del
Comala, storico centro di protagonismo giovanile situato in corso Ferrucci, non
lontano dal Palazzo di Giustizia, dalla stazione di Porta Susa e dal
Politecnico.
La struttura della sede del Comala ha una storia importante. In quell’area, fino
alla seconda metà del Novecento, erano presenti strutture dell’Esercito
italiano, nelle vicinanze delle carceri delle Nuove. Proprio quei luoghi furono
la sede dell’aula bunker in cui si svolse lo storico processo alle Brigate
Rosse, uno di momenti di svolta degli anni di piombo.
Diventato sala prove e studio di registrazione, nel tempo Comala si è ampliato
fino a comprendere grandi aule studio per ospitare centinaia di studenti e un
fitto calendario di eventi culturali, musicali e sociali. Durante la pandemia
l’associazione ha continuato a garantire servizi e spazi, installando tendoni
riscaldati per consentire il distanziamento. C’è stato spazio anche per lo sport
dato che è nato il Comala Football and Cricket di calcio, partito dalla terza
categoria e protagonista di sorprendenti promozioni. Parallelamente sono partite
anche le squadre di basket e volley.
Dopo oltre 15 anni di gestione da parte dell’associazione culturale Comala,
l’amministrazione della Circoscrizione 3 ha scelto di proporre un nuovo bando
pubblico per l’assegnazione dell’intero complesso destinato a servizi giovanili
e attività culturali. Sono arrivate due offerte: quella dell’associazione Comala
e quella di una rete di otto realtà associative, guidate dalla milanese Social
Innovation Teams Italia APS. Dopo la valutazione delle proposte, la commissione
tecnica ha attribuito il punteggio più alto proprio alla ATS, proponendola come
nuova aggiudicataria per la gestione dello spazio.
Questa scelta ha scatenato una forte reazione da parte dei gestori storici e di
numerose realtà cittadine. Il presidente dell’associazione Comala, Andrea Pino,
ha pubblicamente denunciato la decisione, definendola come una vera e propria
“cancellazione” dell’esperienza sociale costruita in quindici anni. Pino ha
parlato di una chiusura del luogo, non di una semplice transizione gestionale,
puntando il dito contro l’idea di una gestione più imprenditoriale e meno
radicata nel tessuto sociale torinese.
In effetti la nuova cordata punta a trasformare la struttura in un incubatore o
accelleratore di start up di impatto, mischiando imprenditorialità, innovazione
sociale e sostenibilità. Nella cordata ci sono sette associazioni capitanate da
Social Innovation Teams Italia, con Area G, Associazione Nessuno, Eufemia, Il
Tiglio, Misteria, Si Può Fare, Zero Waste Italy. La rete di enti ha risposto
alle accuse con un comunicato in cui si sostiene che “uno spazio pubblico non
può diventare ‘proprietà esclusiva’ di un solo soggetto, ma deve essere gestito
in modo inclusivo, plurale e accessibile a diverse comunità”.
Successivamente gli account social del Comala hanno diffuso due video in cui
lanciano accuse dettagliate e dirette alla gestione del bando e al Comune di
Torino, alla circoscrizione 3 e al PD. Parallelamente è stata messa online una
petizione per salvare il Comala che ha già raccolto in poche ore 20 mila
adesioni. In un secondo video viene descritta la composizione della cordata cui
il Comune di Torino pare voler affidare lo spazio e sulla natura e l’operato di
alcuni dei soggetti che ne fanno parte.
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Per ora non non sono stati resi pubblici i progetti proposti e la gradutoria
esplicita dei risultati delle valutazioni.
La polemica si è estesa anche sul piano politico: il Partito Democratico
metropolitano ha annunciato una denuncia per diffamazione nei confronti di Pino,
ritenendo infondate le accuse rivolte al partito per le scelte del bando. Comala
a sua voltà chiederà tutti gli atti della vicenda per capire tutto quello che è
successo.
All’interno del centrosinistra, diversi esponenti hanno espresso critiche sul
metodo dei bandi per l’assegnazione di spazi pubblici, invitando a riflettere su
strumenti alternativi più cooperativi per riconoscere l’impatto sociale di
esperienze consolidate.
L'articolo Dietro il Comala una storia importante. Ora sul futuro dello spazio
torinese volano accuse a Comune e Pd proviene da Il Fatto Quotidiano.