Lunedì 26 gennaio è iniziata, dopo undici anni dall’ultima edizione, la nuova
Rilevazione delle persone senza dimora: l’iniziativa di Istat e fio.Psd è
denominata ‘Tutti contano’ e si svolge in 14 città metropolitane nelle sere del
26, 28 e 29 gennaio. Mi sono candidato a fine dicembre come volontario per
contare, censire e intervistare le persone che si trovano in situazioni di
disagio sulla città di Milano, e qualche giorno fa mi è stato assegnato il
municipio 4, una zona particolarmente raccontata dalla cronaca negli ultimi
mesi: qui, all’ombra del nuovo Villaggio olimpico per i Giochi di
Milano-Cortina, si è verificata qualche giorno fa la morte di un 28enne
marocchino ucciso da un poliziotto, nello stesso quartiere in cui – nel 2024 –
Ramy Elgaml morì in un inseguimento coi carabinieri.
Dopo la formazione di rito per i volontari – seimila in tutta Italia – la sera
di lunedì ci siamo ritrovati al punto di partenza; mi è stata assegnata una
squadra (insieme alle volontarie Marta e Ludmilla, in foto) e un’area di
esplorazione (l’Ortomercato della città). Alle 20.30 è iniziato il censimento
ufficiale per strada, anticipato alle ore 19 per il conteggio nelle strutture:
ogni squadra si è recata nella propria area di pertinenza e – chi con mezzi
propri, chi a piedi – ha iniziato a esplorare. Poche regole ma molto chiare:
prendere in considerazione ogni giaciglio, ogni tenda, ogni auto utilizzata come
luogo per dormire, ma anche ogni persona in movimento diretta chiaramente verso
la propria postazione notturna.
Trattandosi di una zona periferica e residenziale, con pochi esercizi
commerciali e grandi aree di passaggio (parchi, mercati, l’aeroporto di Linate e
le stazioni suburbane di metro e treni), ci aspettavamo di trovare poche
persone: così è stato, complice anche il freddo che spinge molti a cercare
riparo nelle strutture dedicate. La sensazione che però ho avuto – in comune con
molti altri volontari – è che l’area sia stata ‘ripulita’ in vista delle
imminenti Olimpiadi: per questo credo che il dato di Milano, così come
probabilmente avverrà per le altre città, sarà decisamente ribassato rispetto al
reale. Inoltre, complice anche la partecipazione di molti lavoratori tra i
volontari, il censimento si è svolto tra le 20.30 e le 23.30: un momento della
serata in cui ancora molte persone senza dimora non hanno raggiunto il proprio
punto di appoggio per la notte.
Finito il conteggio, quindi la fase puramente quantitativa, ora si apre il
momento delle interviste: il 28 gennaio si andrà nelle strutture dedicate, il 29
invece direttamente in strada. Istat ha fornito un questionario molto esaustivo
sulle informazioni da raccogliere: non soltanto dati generici sulla persona
(naturalmente si tratta di interviste anonime che garantiscono la privacy dei
senzatetto), ma anche abitudini sociali, interazioni con le istituzioni,
eventuali ricoveri ospedalieri, eccetera. Tutte le persone di genere femminile
verranno intervistate, per dare maggiore visibilità al fenomeno poco conosciuto
delle donne senza dimora, mentre per gli altri utenti ci si regolerà su un
campione, in base al numero raccolto durante la serata del conteggio.
Scopo dell’iniziativa è orientare e indirizzare meglio le politiche economiche e
pubbliche e, come riportato anche sul sito del Comune di Milano, “comprendere i
profili e i bisogni delle persone senza dimora e le dinamiche che conducono alla
povertà estrema in città”. Un progetto importante, soprattutto nella città che
più di ogni altra in Italia tende ad espellere la classe media e conta tra gli
indigenti anche i lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese per
stipendi troppo bassi e costo della vita troppo elevato: un gioco al massacro
che, mi auguro, questa inchiesta possa aiutare ad attenuare.
L'articolo Ho partecipato come volontario al censimento Istat delle persone
senza dimora: ecco la mia esperienza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Homeless
di Rosamaria Fumarola
Qualche sera fa, mentre andavo a fare la spesa, mi ha molto colpito una ragazza
che nei pressi della stazione preparava un giaciglio con lenzuola e coperte
all’aperto, per strada. È quella una zona nella quale non è difficile imbattersi
in persone che cercano un ricovero di fortuna, senzatetto il più delle volte
maschi, intenti a cercare il sonno sopra i cartoni, con indosso vecchi cappotti
e coperte, spesso aiutati dall’alcool a trovare il coraggio di rimanere lì così,
alla mercé di tutti, né in stato di veglia ma nemmeno dormienti.
L’incontro invece con la ragazza che preparava il giaciglio con lenzuola e
coperte ad una manciata di giorni dal Natale è stato qualcosa di diverso. In
primo luogo non si è trattato dell’incontro con un uomo, ma con una giovane
donna, con i capelli di media lunghezza, che indossava una giacca e non appariva
come una persona avvezza a dormire per strada. Non sono riuscita a guardarla in
volto, ma le lenzuola erano di un arancione chiaro e apparivano pulite. Inoltre,
mentre tutti i senzatetto tendono a rintanarsi, a creare cioè una nicchia che li
protegga, questa giovane aveva sistemato le lenzuola stendendole a terra per
tutta la loro lunghezza e lo faceva con cura, presente a se stessa, come se si
trovasse nella sua stanza.
Ovviamente non mi sfugge che chiunque, da un giorno all’altro, possa diventare
un clochard a causa di una crisi economica che colpisce tutti, ma distrugge i
tanti che già vivono nella fragilità. Nulla tuttavia in lei appariva trasandato
e la giovane pareva dedicare attenzione a tutto quello che stava facendo. Sono
tornata a casa e alla ragazza non ho più pensato, almeno fino a ieri sera,
quando ho dovuto portare il mio cane a fare la sua consueta passeggiata. Le
strade erano completamente deserte e io seguivo Spike che indugiava più del
solito, fino a quando non si è fermato e io mi sono guardata intorno. E così, a
una cinquantina di metri da me, ho visto la ragazza di pochi giorni prima, stesa
sul suo giaciglio, che sembrava dormire. Una ragazza – forse di poco più grande
delle tante a cui ho insegnato il greco o la storia dell’arte in case calde e
confortevoli – dormiva sull’asfalto.
Ho fatto pochi passi per andarle incontro. C’eravamo solo lei e io: una donna
adulta e una ragazza stesa a terra a dormire. Lei non sapeva che avrei potuto
farle una carezza, raccontarle una stupidaggine per farla sorridere, che c’era
vicinissimo un mondo che poteva darle qualcosa, che doveva darle qualcosa. Ma
lei lo aveva chiesto? Non lo sapevo. Vedevo quel corpo, in cui scorreva la forza
della vita che tutto può essere e diventare, sguarnito della patente che siamo
abituati a dare a chi abbiamo di fronte, patente che serve più a noi per sapere
come comportarci che a lui e che lo inserisce in un contesto nel quale gode di
alcuni diritti che tutti tacitamente riconosciamo. La ragazza invece era sola,
nessuna rete le garantiva protezione affettiva o sociale, nulla le riconosceva
una patente e questo bastava a tagliarla fuori nonostante l’età.
Non mi sono avvicinata, non le ho parlato e questo perché per larga parte della
mia esistenza ho ritenuto doveroso fare e dare ad altri quanto loro mancava,
senza essere stata tuttavia capace di aiutarli davvero a migliorare la propria
condizione. Ma questo è parte di un vissuto personale che non a tutti interessa,
uscendo dal quale ritengo doveroso concludere con una domanda, che riguarda il
rapporto che riusciamo a instaurare con chi è fuori dalla competizione che la
società ci impone: ignorarne l’esistenza, rimanere impermeabili alle loro
storie, nasce da un’autentica indifferenza nei confronti delle loro vite o trae
origine dall’intimo, magari inconscio convincimento che siamo più simili ad essi
di quanto non appaia e che tenerli lontani ci aiuti non a dimenticarli, ma a non
pensare a come anche noi, in fondo, siamo o potremmo essere?
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L'articolo La storia di una giovane donna che dorme per strada nei giorni di
Natale: una riflessione su chi vive ai margini proviene da Il Fatto Quotidiano.