Un uomo di 36 anni, originario dell’Eritrea, è stato ricoverato all’ospedale
Niguarda di Milano con gravi ustioni. Stando a quanto riportato da Milano Today,
è stato soccorso in zona Porta Venezia, la mattina del 20 gennaio. La vittima
non ha fissa dimora e ha raccontato di essere stato aggredito per strada da
qualcuno che non conosce: ha riferito che gli ha tirato addosso della benzina e
poi gli ha dato fuoco.
Le ferite più gravi riguardano la schiena e il polpaccio destro. Le autorità
stanno indagando per ricostruire la dinamica dell’aggressione e individuare i
responsabili. A Milano, oltre ai pericoli della vita di strada, le persone senza
fissa dimora sono messe a dura prova dal freddo: in città, questo inverno ha già
ucciso tre persone.
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addosso benzina e mi ha dato fuoco” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Clochard
Abbandonato in mezzo alla strada, probabilmente ucciso dal freddo. Nella mattina
di venerdì 16 gennaio, poliziotti e sanitari hanno trovato il corpo di un uomo
di circa 40 anni sotto un cavalcavia di via Padova, nel quartiere Loreto di
Milano. È la terza persona senza fissa dimora che è stata trovata morta negli
ultimi giorni, complici le temperature sono particolarmente rigide.
Il primo caso risale al 5 gennaio, quando il 34enne Andrea Colombo era stato
trovato senza vita tra Rogoredo e San Donato Milanese. Il secondo, invece, è
stato rinvenuto l’8 gennaio nelle vie del centro, a pochi passi dalla stazione
Cadorna: la sua identità è ancora sconosciuta.
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pochi giorni proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
Qualche sera fa, mentre andavo a fare la spesa, mi ha molto colpito una ragazza
che nei pressi della stazione preparava un giaciglio con lenzuola e coperte
all’aperto, per strada. È quella una zona nella quale non è difficile imbattersi
in persone che cercano un ricovero di fortuna, senzatetto il più delle volte
maschi, intenti a cercare il sonno sopra i cartoni, con indosso vecchi cappotti
e coperte, spesso aiutati dall’alcool a trovare il coraggio di rimanere lì così,
alla mercé di tutti, né in stato di veglia ma nemmeno dormienti.
L’incontro invece con la ragazza che preparava il giaciglio con lenzuola e
coperte ad una manciata di giorni dal Natale è stato qualcosa di diverso. In
primo luogo non si è trattato dell’incontro con un uomo, ma con una giovane
donna, con i capelli di media lunghezza, che indossava una giacca e non appariva
come una persona avvezza a dormire per strada. Non sono riuscita a guardarla in
volto, ma le lenzuola erano di un arancione chiaro e apparivano pulite. Inoltre,
mentre tutti i senzatetto tendono a rintanarsi, a creare cioè una nicchia che li
protegga, questa giovane aveva sistemato le lenzuola stendendole a terra per
tutta la loro lunghezza e lo faceva con cura, presente a se stessa, come se si
trovasse nella sua stanza.
Ovviamente non mi sfugge che chiunque, da un giorno all’altro, possa diventare
un clochard a causa di una crisi economica che colpisce tutti, ma distrugge i
tanti che già vivono nella fragilità. Nulla tuttavia in lei appariva trasandato
e la giovane pareva dedicare attenzione a tutto quello che stava facendo. Sono
tornata a casa e alla ragazza non ho più pensato, almeno fino a ieri sera,
quando ho dovuto portare il mio cane a fare la sua consueta passeggiata. Le
strade erano completamente deserte e io seguivo Spike che indugiava più del
solito, fino a quando non si è fermato e io mi sono guardata intorno. E così, a
una cinquantina di metri da me, ho visto la ragazza di pochi giorni prima, stesa
sul suo giaciglio, che sembrava dormire. Una ragazza – forse di poco più grande
delle tante a cui ho insegnato il greco o la storia dell’arte in case calde e
confortevoli – dormiva sull’asfalto.
Ho fatto pochi passi per andarle incontro. C’eravamo solo lei e io: una donna
adulta e una ragazza stesa a terra a dormire. Lei non sapeva che avrei potuto
farle una carezza, raccontarle una stupidaggine per farla sorridere, che c’era
vicinissimo un mondo che poteva darle qualcosa, che doveva darle qualcosa. Ma
lei lo aveva chiesto? Non lo sapevo. Vedevo quel corpo, in cui scorreva la forza
della vita che tutto può essere e diventare, sguarnito della patente che siamo
abituati a dare a chi abbiamo di fronte, patente che serve più a noi per sapere
come comportarci che a lui e che lo inserisce in un contesto nel quale gode di
alcuni diritti che tutti tacitamente riconosciamo. La ragazza invece era sola,
nessuna rete le garantiva protezione affettiva o sociale, nulla le riconosceva
una patente e questo bastava a tagliarla fuori nonostante l’età.
Non mi sono avvicinata, non le ho parlato e questo perché per larga parte della
mia esistenza ho ritenuto doveroso fare e dare ad altri quanto loro mancava,
senza essere stata tuttavia capace di aiutarli davvero a migliorare la propria
condizione. Ma questo è parte di un vissuto personale che non a tutti interessa,
uscendo dal quale ritengo doveroso concludere con una domanda, che riguarda il
rapporto che riusciamo a instaurare con chi è fuori dalla competizione che la
società ci impone: ignorarne l’esistenza, rimanere impermeabili alle loro
storie, nasce da un’autentica indifferenza nei confronti delle loro vite o trae
origine dall’intimo, magari inconscio convincimento che siamo più simili ad essi
di quanto non appaia e che tenerli lontani ci aiuti non a dimenticarli, ma a non
pensare a come anche noi, in fondo, siamo o potremmo essere?
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Natale: una riflessione su chi vive ai margini proviene da Il Fatto Quotidiano.