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Le scatole restano chiuse. Dentro ci sono spazzolini monouso imbustati,
dentifrici in formato singolo, bustine di shampoo e doccia schiuma. Materiale
pronto, già utilizzabile. Ho raccolto tutto per colmare ciò che nei bagni
pubblici non viene fornito. Non è simbolico, non è facoltativo: è ciò che serve
per lavarsi.
La destinazione è chiara: i bagni pubblici di via Bianzè, a Torino.
Eppure il materiale non arriva. Nonostante sia pronto, nonostante io abbia preso
l’iniziativa, tutto resta fermo. Chi entra in quei bagni con il buono comunale
trova solo acqua. Niente sapone, niente shampoo, niente asciugamani. Non è un
caso, non è un incidente: è il funzionamento ordinario.
Perché? Perché ciò che è già disponibile non può essere consegnato? A chi devo
rivolgermi? Serve un’autorizzazione, un passaggio intermedio, una firma? Ho
chiesto, telefonato, inviato messaggi, segnalato la situazione sui social.
Nessuna risposta concreta. Nessuna procedura chiara. Solo silenzio.
Chi lavora dentro la struttura conferma: il buono vale solo acqua. Tutto il
resto non rientra. Non è un limite economico, non è un problema organizzativo: è
una scelta del sistema. E il sistema, così com’è, ignora chi ha bisogno.
Il paradosso è evidente. Da una parte il Comune limita il servizio; dall’altra
io metto a disposizione ciò che potrebbe completarlo. E nessuno apre la porta.
Chi frequenta il servizio si adatta. Alcuni usano comunque il buono. Altri meno.
Non sempre si tratta di scelta: spesso è esperienza. Chi sa già cosa troverà
evita. Chi torna affronta la mancanza.
Domande aperte: il Comune è al corrente del fatto che il buono garantisce solo
acqua? Ritiene accettabile che chi non ha nulla debba pagare anche per il
sapone? È questa la minima linea di dignità prevista dai servizi pubblici?
Quanto tempo ancora deve passare prima che un gesto elementare come lavarsi non
diventi un percorso di ostacoli burocratici e imposizioni inutili?
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Le scatole restano lì, piene, ordinate, inutilizzate. Servirebbe solo
un’indicazione chiara: dove consegnarle, a chi, come. Ma non arriva nulla.
Nel frattempo continuo a portare da mangiare. Perché almeno il corpo non resti
affamato. Ma resto con la speranza che domani, finalmente, qualcuno possa anche
lavarsi.
L'articolo Ho consegnato ciò che nei bagni pubblici non viene fornito, ma il
materiale resta inaccessibile. Perché? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Clochard
Un uomo senza tetto entra in un bagno pubblico con un buono comunale per
lavarsi. Non chiede nulla. Non supplica. Può fare la doccia, lavarsi di dosso lo
sporco. Quel buono gliel’ho dato io. Ci sono voluti mesi. Telefonate. Attese.
Uffici muti. Alla fine, insieme ai pasti, anche la doccia. Un piatto caldo tiene
in piedi il corpo. L’acqua calda e un asciugamano pulito tengono in piedi la
dignità, ci fosse anche qualche abito pulito sarebbe magia.
Si lava. Poi chiede un po’ di sapone in più. “Sai, avevo solo 3 euro in tasca!”
mi dice. Non erano soldi di troppo, erano gli unici che aveva.
Glielo fanno pagare. Il sapone. La cosa più semplice. La strada, la notte, la
polvere non si lavano da soli. Non ha nulla. Niente casa. Niente soldi. Niente
scelte. Eppure deve pagare per lavarsi.
Le docce sono aperte solo il martedì, il giovedì, il sabato. Se mi sporco
lunedì, aspetto. Se ho freddo venerdì, tornerò domani. Igiene e dignità solo nei
giorni prestabiliti, in quelli pari!
Frequento questo mondo da più di dieci anni. Ho imparato in strada che non si
cede denaro. La maggior parte viene spesa in alcol o droga. Qui non si tratta di
concessioni. Si tratta di un diritto. Minimo! Me lo racconta senza rabbia. Solo
pudore. Non indignazione e sceneggiata teatrale. Solo sorpresa. È normale? a
bassa voce come una vergogna.
No, non è normale!
Riesco a contattare l’impiegato solo dopo ore. Vari tentativi. Mi aspetto una
spiegazione. Ricevo un rimprovero. Il tono è infastidito. La sostanza, non
faccia polemica! Non è il centro del mondo.
Oggi però sono riuscito a parlare direttamente con chi lavora nel bagno
pubblico. E ho scoperto qualcosa di più. Il buono “rosso” che mi è stato
consegnato dal Comune, quello che mi è stato raccomandato di utilizzare e
distribuire con parsimonia, in realtà non vale quasi nulla. Vale solo l’acqua.
Niente sapone. Niente shampoo. Niente asciugamano. Solo acqua.
Non si chiede di essere il centro del mondo. Si chiede dignità. Si chiede che il
servizio sociale non diventi tolleranza burocratica, si chiede empatia.
Quando chi segnala un’ingiustizia diventa il problema, il sistema smette di
interrogarsi. Difende se stesso. Non il sapone, non le docce, non la dignità.
Difende il tono, la posizione.
La dignità non è un extra. Non è una ricarica da banco. Non dovrebbe avere un
giorno in agenda, la dignità è un diritto. C’è una linea sottile tra assistenza
e umiliazione. La prima apre possibilità. La seconda ricorda il posto di chi
riceve.
Una domanda resta sospesa. Se molti non usano i buoni per la doccia, è perché
non vogliono lavarsi? O perché temono un’altra piccola umiliazione? Forse prima
di chiedersi perché non si presentano, bisognerebbe guardare cosa trovano quando
lo fanno. E a questo punto resta anche un’altra domanda, più semplice e più
diretta: il sindaco è al corrente che quei buoni garantiscono soltanto acqua? E
se lo è, ha intenzione di fare qualcosa perché una doccia torni ad essere ciò
che dovrebbe essere: un gesto di igiene, ma soprattutto di dignità?
L'articolo Sapone extra a pagamento per le docce dei senzatetto: quando
l’assistenza diventa umiliazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non riusciamo da anni ad uscire dalla logica emergenziale con una seria
politica sulla casa. La risposta dei dormitori non basta per i clochard”. A
lanciare il campanello d’allarme è Alessandro Carta, il presidente Federazione
italiana organismi per le persone senza dimora. Da gennaio ad oggi sono già
morte 53 persone senza fissa dimora. Il numero dei clochard che hanno perso la
vita lo scorso anno è tristemente in linea con quello degli anni precedenti:
414, mentre nel 2024 erano venti in più e l’anno prima 414. “La morte delle
persone senza dimora in Italia non è un evento eccezionale né circoscritto a
specifiche emergenze stagionali”, dice il numero uno dell’associazione.
Da anni il numero dei senza fissa dimora resta stabile. Evidentemente qualcosa
non funziona?
Il tema cruciale è capire come evitare che le persone finiscano in strada. Il
decesso è l’ultimo anello dello stato di vulnerabilità. Il passaggio dalla casa
all’essere senza un tetto è sempre più rapido. Nel nostro sistema prevale,
spesso, solo la logica emergenziale. Ci sono molti dormitori ma manca una
stabilità all’accesso alla casa. Il fatto che molte persone restano clochard per
tutta la vita è una condizione che sembra insuperabile. C’è da registrare anche
una barriera all’ accesso ai servizi. Si scopre sempre troppo tardi che ci sono
patologie che non sono state curate. Il tema della salute è ambivalente, le
risposte rispetto ai bisogni sono l’ultima cosa a cui un clochard pensa quando
si deve trovare da mangiare ogni giorno.
Le morti in strada interessano soprattutto uomini (91,5%) e persone di
nazionalità straniera (56,5%). Perché le donne riescono a salvarsi maggiormente?
Per la donna in strada esiste una tutela più strutturata, i luoghi di
accoglienza per loro sono ben organizzati sul territorio: esistono percorsi di
messa in protezione e le opportunità sono rafforzate. L’età è un dato che fa
riflettere soprattutto per quanto riguarda i migranti: spesso troviamo queste
persone per strada dopo un percorso di accoglienza. Sono uomini molto giovani
che non tornano nel proprio Paese, ma allo stesso tempo non trovano soluzioni
per la propria vita. Provi a pensare: se è difficile trovare casa per un 25enne
italiano con famiglia, figuriamoci per un giovane migrante senza parenti…
Un dato di fatto e una responsabilità è chiara: i dormitori non possono essere
aperti solo quando fa freddo.
È necessario ampliare e rendere strutturale l’offerta di soluzioni e interventi
lungo tutto l’arco dell’anno, tenendo conto dei rischi che si presentano in ogni
stagione: dalle ondate di calore estive alle problematiche sanitarie spesso
trascurate, dalla mancanza di cure tempestive agli incidenti e ai suicidi legati
a condizioni di grave isolamento e abbandono sociale. Con il cambiamento
climatico è pericoloso vivere per strada anche d’estate. Contestiamo il
principio: spesso si percepisce il fenomeno solo quando la vita è maggiormente
esposta ma il rischio è 365 giorni l’anno.
Manca un lavoro tra governo ed enti locali sul tema?
Noi interloquiamo con il governo e con gli enti locali, ma chiediamo al primo
scelte più coraggiose. Parcellizzare le politiche dedicate al sociale, non
serve. I Comuni hanno avuto risorse dal Pnrr, ma non si può vivere attingendo ai
fondi senza scelte programmatiche che hanno un criterio di continuità.
L'articolo “Il governo faccia scelte più coraggiose sui senzatetto. La risposta
dei dormitori non basta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un uomo di 43 anni senza fissa dimora è stato trovato senza vita a Milano, in
via della Pecetta, sotto il cavalcavia Adriano Bacula (zona Ghisolfa). L’allarme
è scattato nel tardo pomeriggio di giovedì. L’uomo, originario del Marocco, era
morto da qualche giorno: il corpo era già in fase di decomposizione. Sul posto
sono intervenuti gli agenti della polizia di Stato insieme ai mezzi di emergenza
del 118.
Dall’inizio dell’anno sono sette i senzatetto morti in strada a Milano. Prima di
questo caso, mercoledì 4 febbraio era stato ritrovato un altro corpo senza vita
in via Dell’Aprica (zona Farini). Solo il giorno prima era stato rinvenuto il
cadavere di un altro clochard: l’uomo, 60enne, era stato ritrovato in via
Cassala, in un giaciglio di fortuna in cui aveva trascorso la notte.
I morti solo nel 2025, secondo i dati della Federazione Italiana Organismi per
le Persone Senza Dimora (fio.PSD), sono stati 414.
L'articolo Milano, trovata morta un’altra persona senza fissa dimora: la settima
dall’inizio dell’anno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un uomo di 36 anni, originario dell’Eritrea, è stato ricoverato all’ospedale
Niguarda di Milano con gravi ustioni. Stando a quanto riportato da Milano Today,
è stato soccorso in zona Porta Venezia, la mattina del 20 gennaio. La vittima
non ha fissa dimora e ha raccontato di essere stato aggredito per strada da
qualcuno che non conosce: ha riferito che gli ha tirato addosso della benzina e
poi gli ha dato fuoco.
Le ferite più gravi riguardano la schiena e il polpaccio destro. Le autorità
stanno indagando per ricostruire la dinamica dell’aggressione e individuare i
responsabili. A Milano, oltre ai pericoli della vita di strada, le persone senza
fissa dimora sono messe a dura prova dal freddo: in città, questo inverno ha già
ucciso tre persone.
L'articolo Milano, 36enne ricoverato con gravi ustioni: “Un uomo mi ha buttato
addosso benzina e mi ha dato fuoco” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Abbandonato in mezzo alla strada, probabilmente ucciso dal freddo. Nella mattina
di venerdì 16 gennaio, poliziotti e sanitari hanno trovato il corpo di un uomo
di circa 40 anni sotto un cavalcavia di via Padova, nel quartiere Loreto di
Milano. È la terza persona senza fissa dimora che è stata trovata morta negli
ultimi giorni, complici le temperature sono particolarmente rigide.
Il primo caso risale al 5 gennaio, quando il 34enne Andrea Colombo era stato
trovato senza vita tra Rogoredo e San Donato Milanese. Il secondo, invece, è
stato rinvenuto l’8 gennaio nelle vie del centro, a pochi passi dalla stazione
Cadorna: la sua identità è ancora sconosciuta.
L'articolo Il freddo a Milano ha ucciso la terza persona senza fissa dimora in
pochi giorni proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
Qualche sera fa, mentre andavo a fare la spesa, mi ha molto colpito una ragazza
che nei pressi della stazione preparava un giaciglio con lenzuola e coperte
all’aperto, per strada. È quella una zona nella quale non è difficile imbattersi
in persone che cercano un ricovero di fortuna, senzatetto il più delle volte
maschi, intenti a cercare il sonno sopra i cartoni, con indosso vecchi cappotti
e coperte, spesso aiutati dall’alcool a trovare il coraggio di rimanere lì così,
alla mercé di tutti, né in stato di veglia ma nemmeno dormienti.
L’incontro invece con la ragazza che preparava il giaciglio con lenzuola e
coperte ad una manciata di giorni dal Natale è stato qualcosa di diverso. In
primo luogo non si è trattato dell’incontro con un uomo, ma con una giovane
donna, con i capelli di media lunghezza, che indossava una giacca e non appariva
come una persona avvezza a dormire per strada. Non sono riuscita a guardarla in
volto, ma le lenzuola erano di un arancione chiaro e apparivano pulite. Inoltre,
mentre tutti i senzatetto tendono a rintanarsi, a creare cioè una nicchia che li
protegga, questa giovane aveva sistemato le lenzuola stendendole a terra per
tutta la loro lunghezza e lo faceva con cura, presente a se stessa, come se si
trovasse nella sua stanza.
Ovviamente non mi sfugge che chiunque, da un giorno all’altro, possa diventare
un clochard a causa di una crisi economica che colpisce tutti, ma distrugge i
tanti che già vivono nella fragilità. Nulla tuttavia in lei appariva trasandato
e la giovane pareva dedicare attenzione a tutto quello che stava facendo. Sono
tornata a casa e alla ragazza non ho più pensato, almeno fino a ieri sera,
quando ho dovuto portare il mio cane a fare la sua consueta passeggiata. Le
strade erano completamente deserte e io seguivo Spike che indugiava più del
solito, fino a quando non si è fermato e io mi sono guardata intorno. E così, a
una cinquantina di metri da me, ho visto la ragazza di pochi giorni prima, stesa
sul suo giaciglio, che sembrava dormire. Una ragazza – forse di poco più grande
delle tante a cui ho insegnato il greco o la storia dell’arte in case calde e
confortevoli – dormiva sull’asfalto.
Ho fatto pochi passi per andarle incontro. C’eravamo solo lei e io: una donna
adulta e una ragazza stesa a terra a dormire. Lei non sapeva che avrei potuto
farle una carezza, raccontarle una stupidaggine per farla sorridere, che c’era
vicinissimo un mondo che poteva darle qualcosa, che doveva darle qualcosa. Ma
lei lo aveva chiesto? Non lo sapevo. Vedevo quel corpo, in cui scorreva la forza
della vita che tutto può essere e diventare, sguarnito della patente che siamo
abituati a dare a chi abbiamo di fronte, patente che serve più a noi per sapere
come comportarci che a lui e che lo inserisce in un contesto nel quale gode di
alcuni diritti che tutti tacitamente riconosciamo. La ragazza invece era sola,
nessuna rete le garantiva protezione affettiva o sociale, nulla le riconosceva
una patente e questo bastava a tagliarla fuori nonostante l’età.
Non mi sono avvicinata, non le ho parlato e questo perché per larga parte della
mia esistenza ho ritenuto doveroso fare e dare ad altri quanto loro mancava,
senza essere stata tuttavia capace di aiutarli davvero a migliorare la propria
condizione. Ma questo è parte di un vissuto personale che non a tutti interessa,
uscendo dal quale ritengo doveroso concludere con una domanda, che riguarda il
rapporto che riusciamo a instaurare con chi è fuori dalla competizione che la
società ci impone: ignorarne l’esistenza, rimanere impermeabili alle loro
storie, nasce da un’autentica indifferenza nei confronti delle loro vite o trae
origine dall’intimo, magari inconscio convincimento che siamo più simili ad essi
di quanto non appaia e che tenerli lontani ci aiuti non a dimenticarli, ma a non
pensare a come anche noi, in fondo, siamo o potremmo essere?
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L'articolo La storia di una giovane donna che dorme per strada nei giorni di
Natale: una riflessione su chi vive ai margini proviene da Il Fatto Quotidiano.